Sabato sera al Livello. E’ la terza volta in poco più di un anno, ormai è uno dei locali dove ci sentiamo a casa. Essendo dicembre stavolta suoniamo nel palchetto all’interno del locale e non della dépendance esterna. Dobbiamo stringerci e montare la strumentazione uno alla volta. Ho rinunciato alla Danelectro per evitare di avere altre custodie tra i piedi, vorrà dire che suonerò Kashmir con la Les Paul n.2.
The Equinox – Il Livello – Gualtieri (RE) – 8/12/2018 – Foto TT
Durante il soundcheck ci diamo dentro con Tie Your Mother Down dei Queen, poi ripassiamo un paio di stacchi e cerchiamo il giusto equilibrio sonoro, il locale non è grande, ho il volume del Marshall nemmeno a 1.
The Equinox – Il Livello – Gualtieri (RE) – 8/12/2018 – Foto TT
Una volta finito mi metto a filmare Saura e Pol che improvvisano Bohemian Rhapsody. Essendo un siparietto mai provato prima e nato dal nulla, rimango colpito: Pol la canta come si deve e la Saura la suona con la consueta maestria. Che spettacolo.
Arriva la claque che ormai ci segue imperterrita ad ogni concerto, anche nei posti più lontani e nascosti come questo (siamo sulle rive del MississiPo): la Patty, Blacksmith Mario, Gio, la Maura, Riff. Ci mettiamo al tavolo tutti insieme, è ora di mangiare. A sorpresa Saura ha un regalo per i membri della band. Non ne sapevo niente, apriamo i pacchetti e vi troviamo gli asciugamani da concerto personalizzati Equinox. Rimango a bocca aperta. Quella donna non la ferma nessuno. Riff, il nostro Richard Cole, ne vorrebbe ordinare 50.
Gli asciugamani degli Equinox courtesy of Saura Terenziani – foto TT
Il locale si riempie; sono quasi le 22,30 la gente sta ancora cenando, dobbiamo spostare l’inizio alle 23. Vado sul palco ad accordare le chitarre quando mi vedo arrivare davanti Antonio Catenazzo, un amico della Milano connection a cui appartengo grazie al mio storico amico Doc Marena. Tutti pezzi grossi, tutti amanti del rock e tutti interisti. Sono sbalordito. Antonio viene da Milano da solo per vedersi un concerto degli Equinox. Che razza di amici e che razza di uomini: saremo anche tutti ormai nel club dei 50, ma non ci ferma ancora nessuno! Invece di stare a casa a poltrire davanti a Sky, ci spendiamo nel nome del rock. We are the champions, my friends!
Antonio e Tim – Il Livello – 8/12/2018 foto Saura T.
Ore 23, si inizia. Il concerto scivola via senza troppe magagne. Qualche attimo di panico quando qualcuno spegne le luci del locale, sul palco è buoi pesto, fatico a vedere la tastiera ma penso a Saura: è alle prese con Since I’ve Been Loving You, dunque sta suonando il brano più complicato tenendo conto che agisce contemporaneamente su tastiera (con le mani) e pedaliera basso (con i piedi). La sento maledire qualcosa o qualcuno, poi per fortuna la luce ritorna. Lele fa una The Song Remains The Same da paura, meno male che 9 giorni fa alle prove ci ha detto che è un pezzo che lo ha un po’ stufato. In alcuni momenti mi è sembrato di sentire il John Bonham di Listen To This Eddie (bootleg – Los Angeles Forum 21/6/77) sul brano omonimo.
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Non ci sono spie sul palco, riesco a malapena sentire le tastiere di Saura, la voce di Pol proprio non mi arriva, ma non mi preoccupa, il nostro usignolo non mi delude mai, cantanti di quel calibro ce ne sono pochi in giro.
The Equinox – Il Livello – Gualtieri (RE) – 8/12/2018 – Foto Antonio C.)
Il pubblico è tutto raccolto intorno a noi, l’atmosfera è da Juke Joint della Lousiana.Ci avviciniamo alla fine, Kashmir, Stairway e poi il piombo Zeppelin. Da un po’ di tempo a questa parte siamo soliti legare Heartbreaker a Whole Lotta love, come facevano i LZ nel tour del 1973. Dopo lo stacchetto centrale di batteria, partiamo col riff di Whole Lotta Love e la gente diventa matta. Sorrido e scuoto la testa … mi faccio sempre mille scrupoli riguardo l’aspetto obliquo del nostro tributo, cerchiamo di presentare anche pezzi meno scontati, ma poi, alla fine, la gente vuole Whole Lotta Love. Ci rifacciamo più o meno alla versione del 1973, sezione funk e Theremin inclusi. Per la prima volta io e Pol mettiamo in scena lo scambio voce/chitarra di Boogie Chillum che mi pare venuto benino. Invece di buttarci su Boogie Mama viriamo su Goin’ Down, il brano di Don Nix inciso dal Jeff Beck Group nei primi anni settanta, suonato dal vivo anche dai LZ. Chissà se in sala c’è qualche amante del bootleg Three Days After (LA Forum 3/6/1973) che possa apprezzare davvero questa nostra piccola divagazione.
Communication B e Rock And Roll chiudono la serata. Qualcuno chiede il bis, e allora via con Thank You. Ci rifacciamo alla versione di Page e Plant, col lungo assolo di chitarra finale. E’ uno dei momenti che preferisco, finalmente mi posso lasciare andare, per una volta mi allontano dal seminato pageiano e lascio che Mr Tyrrell (per dirla con Saura e Tomay) salti fuori. Inserisco qualche frase di Jeff Beck e poi ci metto del mio. Chiudo col ricamo di People Get Ready ritornando a Jeff Beck. Sono così preso, o almeno mi sembra di esserlo, che trascino l’accordo finale verso i riflessi elettrici del feedback e della saturazione, sfrego il manico della Les Paul contro il Marshall e lancio nello spazio profondo il mio grido blues disperato.
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Torno in me, per fortuna Lele e Saura mi hanno assecondato con aplomb perfetto.
Scendo dal palco, saluto gli amici, abbraccio Antonio che adesso deve tornare fino a Milano e ringrazio le persone che sono venute a fare i complimenti. Iniziamo a smontare l’attrezzatura, ed è forse il momento meno simpatico delle nostre serate live. Sei lì ancora preso dalle vibrazioni del concerto, sudato e un po’ in bambola e devi metterti a fare il roadie. Che dire poi della gente che non si sposta e che se ne sta ammassata davanti alla porta d’ingresso a parlare e a bere? Tu sei lì che vai avanti e indietro con amplificatori, tastiere, chitarre, valige e loro non di degnano di spostarsi e anzi sembrano infastiditi dal tuo continuo passaggio.
Saluto Yurj e gli chiedo se tutto è andato bene: vuole fissare la prossima data (30 marzo 2019). Direi che – seppur indiretta – la risposta è chiara.
Sono le 2,30 le mattino. Le nere lowlands reggiane sono placide, la blues mobile veleggia a velocità di crociera verso Borgo Massenzio.
Lowlands crossing – foto Saura T.
Sono perso nel mio mood …
Lowlands crossing – foto Saura T.
lo stereo passa musica classica in modalità random … l’animo si distente …
Infilo il muso in garage alle 3 del mattino.
Late night with The Equinox – Il Livello – Gualtieri (RE) – 8/12/2018 –
Una doccia, un thè e via a letto. Leggo qualche pagina del libro Evenings With Led Zeppelin
e poi spengo la luce. Sono le 4. Tra me e me sussurro: “New York, goodnight”
“BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer (Gran Bretagna, USA, 2018 – 20th Century Fox) – TTTT
Un film su Freddie Mercury è un evento che non potevo lasciarmi sfuggire. Ho amato molto i Queen, soprattutto quelli dal 1975 al 1980, fanno parte di me ed è stato un vero piacere recarmi al cinema per affrontare questa pellicola. Scrivo affrontare perché, pur cercando di non documentarmi troppo a proposito, mi sono comunque saltate agli occhi le stroncature di certi fan e di conoscitori del rock un po’ snob oltre alle titubanze spirituali di fan ben predisposti ma in difficoltà con quelli che chiamo “paradossi temporali” contenuti all’interno del film.
Certo, anche io sono uno studioso/amante del rock un po’ snob, ma per fortuna sono riuscito a godermi il tutto senza troppi problemi. Una volta che si è venuti a patti con il fatto che Bohemian Rhapsody non è un docu-film di 10 ore sulla carriera musicale di Freddie e dei Queen (che solo un pubblico ristretto avrebbe guardato), le inesattezze si fanno più sfumate e si gode di questo spettacolo incentrato su 15 anni della carriera di FM e dei suoi colleghi. E’ un film che racconta una storia, una storia vista con gli occhi del regista, il quale si prende più di una libertà per mettere in scena la sua visione, ma che riesce a farsi seguire anche dal pubblico più generico, che ricordiamo è il pubblico dei Queen e che forse non noterà nemmeno le incongruenze di cui stiamo parlando.
Qualche anno fa su questo blog ci siamo interrogati proprio su questo:
Mi reco al multisala Emiro di Herberia insieme ad altri due fan: la pollastrella e Mr Tomay, the midnight rambler.
Tre ottimi posti in zona centrale in alto, ottima compagnia, il film dei Queen (si, insomma, di FM) … bel modo di passare la domenica pomeriggio.
Il film è fatto molto bene, mi ha tenuto incollato alla poltroncina per 134 minuti, a volte mi ha fatto sobbalzare, a volte emozionare e commuovere, ed è finito troppo in fretta (giusto dopo il Live Aid) … mi sarei sparato almeno un’altra mezz’ora.
Rami Malek interpreta Freddie Mercury in maniera sensazionale, ne coglie l’enfasi creativa un po’ sopra le righe e un po’ candida in maniera esemplare. Spettacolare Gwilym Lee, a tratti sembra proprio di vedere Brian May. Non è immediato identificare Roger Taylor e John Deacon in Ben Hardy e Joseph Mazzello ma una volta che ci si è acclimatati poi non è difficile sovrapporre le immagini dei due musicisti a quelle dei due attori.
Emozionante vedere nei primi fotogrammi riprodotti gli Smile (il gruppo di May e Taylor da cui nacquero i Queen) con Tim Staffel al basso, figura che mi è sempre stata cara, non fosse altro per Doin’ Alright canzone che amo moltissimo.
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Sicuro, certi paradossi ci hanno un po’ scombussolato … gli Smile (che sono un trio) sono ripresi dal vivo e mentre May suona l’assolo si sente la chitarra ritmica sotto … i Queen sono alle prese col primo album da cui viene fatta sentire la versione cantata di Seven Seas Of Rhye, ma tale versione apparve solo su Quen II (su Queen I era uno strumentale) … i Queen sono ripresi nel loro primo tour in Usa (del 1974) mentre suonano Fat Bottom Girl (pezzo del 1978) … FM viene proposto con capelli corti e baffi già nel 1976/77 (succederà ad inizio anni ottanta) … i Queen sono ripresi sul palco del MSG di NY alla fine degli anni settanta quando il visual è chiaramente quello di Montreal 1981 … nel film siamo ancora nella seconda metà degli anni settanta quando FM fa vedere il filmato di Love Of My Life live a Rock in Rio (del 1985) a Mary Austin … la discussione se darsi o meno alla disco music avvenne per l’album Hot Space (1982) e non per The Game (1980) etc etc… ogni tanto scambiavo occhiate con Tomay e Saura, deglutivamo, scuotevamo la testa come a far passare quelle inesattezze dai pensieri e tornavamo a goderci il film.
Qualcuno si chiederà come mai Brian May e Roger Taylor (ben coinvolti nel progetto) abbiano dato il loro assenso a certe incoerenze, io credo che quando si tratta di produzioni del genere, occorra essere disposti ad arrivare a compromessi perché poi quello che conta è il risultato finale (e commerciale), che secondo me è ottimo. Un buon mix tra rock, frivolezze, la vita dissoluta di Freddie (poco più che accennata) e le personalità della band e di chi ad essa girava intorno.
E’ un po’ come andare a vedere film (e serie tv) tratti da libri che si sono letti, tutto viene condensato in sole due ore e a volte avvenimenti e personaggi sono spostati su prospettive diverse, difficilmente si resta pienamente soddisfatti dal un punto di vista del rigore, ma se – come in questo caso – il flusso della storia e della sceneggiatura funziona, ci si può passar sopra.
Il nostro Polbi ci manda due riflessioni sul concerto di un paio di settimane fa degli Electric Wizard a Roma. Nel farlo elabora e cerca di esorcizzare il blues dei concerti che si è perso e a cui non è andato per motivi che ancora non sa spiegarsi. Se la prende con se stesso e chiede conforto a questo blog miserello. Tra un po’ metteremo in piedi un articolo-discussione sui patemi che ci portiamo dentro per i concerti che ci siamo incredibilmente persi, mi pare un escamotage niente male per cercare di lenire certi dolori. Nel frattempo godiamoci la sempre deliziosa prosa di Mr Barone.
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Caro Tim, sono finalmente andato a vedere gli Electric Wizard l’altra sera a Roma.
Sono una band che fa pochi concerti, e questo tour italiano e’ stato un ulteriore conferma in questo senso con solo due serate. Mi dicono che loro sarebbero venuti in aereo, volando fra Roma e Milano, lasciando a un paio di persone l’onere di portare le cose fra le due date. Essenzialmente otto Marshall d’ordinanza e un Ampeg. Sono diventati una band non piu’ soltanto del circuito underground in senso stretto, ma anche ormai di riconoscimento e spessore piu’ ampio. Basti pensare che sono stati headliner dell’ultima edizione del festival Reverberation, senza dubbio il piu’ importante festival di psichedelia al mondo, che si tiene ogni anno in Texas. D’altronde sono in giro da ormai vent’anni, e hanno riscritto il canone Sabbathiano creando non solo un suono, ma un estetica, un espressione artistica definitivamente originali.
I biglietti costavano 25 euro o poco piu’ e hanno suonato all’Orion Club subito fuori il Raccordo Anulare nella zona di Ciampino. Non e’ un posto enorme e anche se molto pieno non era sold out, il che mi ha un po’ sorpreso. Credo la data al nord Italia sia andata ancora meglio, considerando anche che in quel caso condividevano il palco con i nostri Ufomammut, che gia’ di loro hanno un buon seguito.
Mi dannavo l’anima di averli persi una sera di qualche anno fa che suonavano a Roma all’Init, il mio club preferito della capitale, ormai chiuso. Non ero andato essenzialmente perche’ sono un coglione. Avevo degli amici che erano passati a salutarmi, ho tentennato fino alle dieci e mezza e poi ha vinto la pigrizia. Quante cazzo di volte mi e’ successo di perdere concerti anche irripetibili per questioni da niente…No guarda, per me questo e’ proprio un cruccio ricorrente, un mantra negativo che mi gira sempre in testa…ma come cazzo ho fatto?!? Ma che madonna avevo da fare che, per dirne una delle piu’ clamorose, una sera a Detroit non sono andato a vedre gli Stooges con i fratelli Asheton, e nemmeno i Blue Cheer che suonavano la stessa sera a un ora di distanza?!! Che cazzo mai potevo avere in testa io quella sera?!? O tutte le volte che ho detto, va be’ va, vado la prossima volta….Motorhead, Nirvana, Velevet Underground, Gregg Allman… e chi piu’ ne ha piu’ ne metta…Voglio dire, io non ho mai visto Lemmy. Uno che e’ praticamente morto sul palco, che e’ venuto in Italia centomila volte, sono riuscito a perdermelo. E i Velevet Underground?!!? Si va bene, ho visto Lou in un concerto memorabile al Circo Massimo nel 1983 con sfondamento delle recinsioni a piu’ di due ore dal concerto, lacrimogeni e Robert Quine alla chitarra, ma i VU diosanto! Ma come cazzo ho fatto a non prendere una merda di treno per Milano (che a Napoli dove aprivano per gli U2 non era pensabile) e vedere una delle band piu’ importanti di tutta la storia del Rock?!? E i Ramones? Per dire…Ho visto due volte, dico due volte, i New Trolls e non ho mai visto i Ramones…L’elenco del Blues del Concerto Perduto potrebbe essere infinito, e nulla potra’ mai lenirlo che purtroppo certe cose se ne vanno per sempre caro mio. Band intere se ne sono andate, penso ai gia’ citati Motorhead & Ramones, e altre sono ormai impossibili da riformare. E’ per questo che nonostante abbia avuto modo di vedere tantissimi concerti anche di artisti ormai scomparsi, mi rode il culo per tutto quello che ho perso. E’ un mondo che svanisce, come e’ anche normale che sia, e quel che resta diventa sempre piu’ prezioso.
Mi sto sul cazzo da solo quando entro in modalita’ pianto nostalgico, e penso a Lemmy che a volte gli dicevano che il Rock era moribondo e lui si metteva a ridere e gli sbatteva in faccia i numeri di qualche mega festival a cui era appena stato. Ma io non sono certo lui, anzi forse mi piace cosi tanto quell’uomo proprio perche’ e’ un contrario di me che vorrei essere. Pur sapendo che esiste ancora tantissima passione in giro per questa nostra forma d’arte, qualcosa di storto e’ successo e non ne vedo una facile via di uscita. I locali in grado di ospitare concerti da qualche centinaio di persone chiudono uno dopo l’altro (perlomeno a Roma), quelli da qualche migliaio o non ci sono mai stati o non aprono quasi mai, mentre resistono i piccoli posti da trenta cinquanta anime massimo, e imperano i mega eventi che non hanno piu’ nulla a che fare con questa storia, con veramente pochissime eccezioni in merito.
Qualcuno da qualche parte ha deciso che doveva cambiare tutto. Milioni spesi per supporti tecnologici, e tutto sentito a cazzo di cane ma gratis in streaming. E se suoni musica rock originale non devi piu’ essere pagato o quasi. Ricordo benissimo tour dei primi anni duemila con serate in cui le band prendevano fra i mille e i duemila euro. Ora negli stessi locali, con lo stesso pubblico, fai fatica a prendere quattrocento euro. Va bo’, basta dai che queste riflessioni lasciano un po’ il tempo che trovano, e le cose prenderanno una loro strada, magari come il Jazz che cazzo ne so io…
Devo pero’ dire che in questi ultimi dodici mesi sono stato a tre concerti strepitosi delle ultime tre band in attivita’ che avrei veramente voluto vedere. King Crimson, Sleep e Electric Wizard. E ora…? Ho esaudito tutti i miei sogni Live, restando soltanto con ricordi esaltanti e rimpianti per quello che ho perso? Possibile mai? Si, si, certo, ci sono ancora molti che andrei a vedere di corsa e piu’ ancora a rivedere, ma quella sensazione di quando vuoi beccare una band dal vivo e per anni ci giri intorno e poi finalmente hai i biglietti in mano…ecco, quella sensazione che noi possiamo capire e condividere credo che forse per me sia finita…Guarda caso sulle note di Funeralopolis, ultimo brano del concerto dei Wizard…
Ok, basta, basta davvero adesso che mi viene da fare le corna, toccarmi le palle e ridere di me stesso e di tutto sto Doom & Gloom da due soldi che mi sta uscendo in queste righe, Ian Curtis in una giornata storta mi fa una sega!
Basta, parliamo del concerto che e’ stato grandioso cazzo…E in fin dei conti so benissimo che tanti altri ce ne saranno.
Siamo arrivati trafelati dopo un odissea di treno Intercity Reggio Calabria – Roma, e ho serenamente saltato la opening band.
L’Orion pur essendo un club discutibile con un atmosfera fredda da discoteca tardo anni ottanta, anche se non sold out era bello pieno.
Al solito barbe di ordinanza stoner, pubblico trentenne con qualche picco sui sessanta portato con classe, bella folla al bar esterno dove si poteva fumare.
Gli Electric Wizard erano dati sul palco per le 22.15 e con una precisione maniacale o forse casuale, hanno aperto il loro fiume di watt alle dieci e diciassette. E per un ora e venti o poco piu’, il mondo si e’ fermato fra le Gibson SG di Elizabeth Buckingham e Jos Oburne. Una potenza incredibile, un vortice ipnotico oscuro, un sabba elettrico.
EW a Roma 16/11/2018 – Foto SALVATORE MARANDO/METALITALIA.COM
Lo so, ho usato dei cliche’, ma io non lo so descrivere diversamente questo concerto. Come da tradizione, dietro il palco scorrevano filmati di vecchie pellicole sexyhorror, e altre elaborazioni video credo curate personalmente da loro, una cosa di grande effetto, anche se un po’ sminuita da uno schermo a led troppo freddo.
Certo, ormai a forza di youtube non ci sorprendiamo piu’ nei live, sappiamo sempre cosa ci verra’ proposto.
Ma l’impatto di volume e presenza degli Electric Wizard e’ stato veramente unico, da provare sulla propria pelle e sprofondarci fisicamente.
Le zampate di Oburne sul Wha Wha e i bassi ipnotici della sezione ritmica hanno mantenuto un vento psichedelico densissimo, riuscendo a creare un suono opprimente e liberatorio al tempo stesso. Non e’ da tutti una cosa del genere. Dopethrone e Witchcult Today sono i capolavori da cui arrivano la maggior parte dei pezzi, ma anche qualcosa dagli ultimi tre. A proposito, il nuovo Wizard Bloody Wizard che ha ricevuto diverse recensioni negative a me sembra un gran disco, e se gia’ avete i due colossi che ho menzionato vi consiglio proprio di prenderlo… Funeralopolis chiude le danze macabre e zero bis. Lentamente, con le orecchie che ronzano un sorriso ebete stampato in faccia e la maglietta Legalize Drugs and Murder sotto braccio, torniamo alla realta’….
EW a Roma 16/11/2018 – Foto SALVATORE MARANDO/METALITALIA.COM
A conferma del fatto che i nostri si stanno muovendo ormai sempre piu’ vicini a una vera popolarita’ rock, fuori dal locale ci sono ben due banchetti di merchandising non ufficiale e personalmente non me lo aspettavo. Così come lo scoprire che una cassetta audio di un loro concerto negli States, venduta sul sito ufficiale della band, abbia esaurito la seconda tiratura di 500 copie in pochi giorni.
Forse andarli a rivedere sara’ il mio prossimo sogno live, oppure mi mettero’ a fare una Fanzine di Elizabeth Buckingham in fotocopie e spedita solo per posta…
Weekend novembrini passati in casa; il tempo non invoglia ad uscire: cieli grigi, pioggia di piccola/media intensità più o meno costante, foglie impregnate d’acqua su strade e cortili, la campagna che sonnecchia indolente sotto un panno inzuppato d’autunno. Brian avrebbe guardato fuori dalla finestra, avrebbe contemplato la giornata di questa domenica di fine novembre e avrebbe esclamalato “stagiunàsa mèrsa” … stagionaccia marcia, tipica espressione emiliana di una generazione che fu.
Per curiosità do un’occhiata a cosa scrissi in un novembre passato per capire se tendo a ripetere me stesso; è così, non c’è dubbio, ma in fondo chi non lo fa?
Con questo tempo anche Palmiro tende a preferire il tepore della casa. Va fuori, fa un giro intorno alla casa e, una volta capito che è uno di quei giorni in cui ci bagna il pelo, torna davanti alla porta d’ingresso sino a che non lo facciamo rientrare. Si scalda qualche minuto davanti alla stufa e poi viene a riposare su di me, che sono lì che mi guardo un film.
Palmiro – Domus Saurea Nov 2018 – foto TT
Palmiro – Domus Saurea Nov 2018 – foto TT
Dopo poco lo vedo agitarsi nel sonno, sta senza dubbio sognando le giornate di sole e la caccia alla talpa nei prati di erba spagna che tanto gli piace …
Palmiro – Domus Saurea Nov 2018 – foto TT
Serie TV: “Glacé” (Francia 2017 – Netflix 2018) – TTTT
Attratto dalle scenografie dove c’è ghiaccio e neve, mi guardo uno sceneggiato TV francese in sei puntate tratto dal romanzo omonimo del 2011 di Bernard Minier. Thriller ambientato sui Pirenei francesi innevati. Lo consiglio.
Dragando le offerte di Sky scovo un film che non ha ricevuto critiche entusiastiche ma che a me è piaciuto davvero un sacco. In un periodo come questo penso sia una pellicola che andrebbe vista. La colonna sonora gioca su un grappolo di note tratte senza dubbio da quella di Prometheus (il prequel di Alien). Ne suggerisco la visione.
Qualche sera fa torno a casa con l’umore sghembo, è un po’ che per motivi professionali tendo al buio pesto. Prima di mettermi a tavola sento la pollastrella che mi chiede: “Tyrrell, abbiamo impegni l’11 dicembre? Spero di no…”.
“Non ci sarà mica di nuovo Rick Wakeman in Italia eh?” le faccio, poi mi accorgo che sotto il piatto c’è una busta. La apro è vi trovo due biglietti per la partita di Champions League, Inter – PSV Eindhoven.
Biglietti per Inter – PSV – foto TT
“E’ che stai passando un periodo un po’ complicato così ho pensato di farti un regalo”.
Io e lei a San Siro in un martedì sera di dicembre. Per me non c’è nulla di più romantico.
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All Along The Savignano Tower – Fulvio Feliciano al Bar Perla Verde (Jimi Hendrix Night)
Il Bar Perla Verde di Savignano Sul Panaro è uno dei miei localini preferiti: musica che mi si confà, atmosfera giusta, bel feeling con Alda, la titolare. Dista dalla Domus Saurea 50/60 km, e a volte il venerdì sera per trovare la spinta di spingersi a ridosso delle campagne bolognesi ci vuole tanto, troppo coraggio. Stavolta comunque sia ci mettiamo in moto. Feliciano è un nome noto, basta cercare in rete per capire che il ragazzo ne vive di avventure musicali.
Fulvio Feliciano Experience – Bar Perla Verde novembre 2018 – foto TT
Il set è tirato seppur morbido nell’approccio. Il brani di Hendrix si susseguono, chiudo gli occhi e mi chiedo cosa deve essere stato vedere Jimi dal vivo negli anni che vanno dal 1966 al 1970. Sorseggio la mia birra artigianale, penso al rock, ai musicisti che suonano magari senza troppe gratificazioni, a chi – come me – scrive canzoni e le deve lasciare dentro ai cassetti. Prima di immalinconirmi mi alzo in piedi, lo show è ormai alla fine. Abbraccio Alda, Simone Galassi (altro guitar hero hendrixiano/gallagheriano della zona) e mi infilo nella blues mobile. Lascio guidare la pollastrella. Poco dopo essere entrati nella Regium Lepidi county la vedo stanca. La faccio accostare, meglio che guidi io sino a casa. Scendo dalla macchina in uno di quei luoghi sospesi nel tempo fatti di costruzioni ormai obsolete che oggi hanno un che di pauroso, tipo le vecchie colonie dismesse sulla riviera adriatica, quelle di cui ogni estate compaiono qui sul blog.
Prato (frazione di Corrigium – foto TT
Percorro gli ultimi chilometri della black country reggiana e quindi arrivo nelle terre elettriche della pollastrella. Un’altra serata spesa a rincorrere i vecchi fantasmi del rock.
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Pussycat
Continua la fase d’amore con Strichetto, la gattina che si è accasata da noi diversi mesi fa. Pur essendo una micetta per certi versi problematica (aver passato i primi mesi in balìa di figlie piccole senza controllo di nostri vicini -un po’ particolari- la hanno resa isterica), non ci ha messo tanto ad eleggere la Domus Saurea porto sicuro e a scegliere me e la pollastrella come umani di riferimento.
E’ indubbio che mi vede come un umano che le vuole bene, mi segue, fissa attentamente le cose che faccio, mi cerca, mi chiama, ma è ancora riluttante ad essere presa in braccio troppo spesso, sebbene ogni tanto si appisoli su di me…
Tyrrell & Stricchi – Domus Saurea nov 2018 – foto Saura T.
E’ davvero curioso sorprenderla ad osservarmi mentre, che so, piego un maglione, metto sul piatto un LP, suono la chitarra. Sembra proprio che giunga alle stesse conclusioni di Buck e Zanna Bianca: questi umani riescono a piegare gli oggetti al loro volere, devono essere dei. L’altra mattina stavo facendo colazione e lei se ne stava lì immobile a guardarmi. Le chiedevo cosa stava pensando, ma lei continuava a tenere lo sguardo fisso su di me. Il suo cervellino sembrava lavorare alacremente per cercare di elaborare la propria condizione di felino e il proprio rapporto con un essere umano. Si fa delle domande mica da ridere la mia gattina.
Sono ancora in pensiero per la zampina posteriore dolorante. Sono ormai 20 giorni che si è fatta male, ma ancora zoppica.
Cerco di tenerla in casa il più possibile (soprattutto la notte), ma ogni tanto una sgambata gliela lascio fare.
So che ormai parlo troppo di lei qui sul blog, che Palmiro è un po’ geloso, ma sono innamorato, uso le palabras de amor quando mi confronto con lei: “unico amore della mia vita … nocciolina … stricchi … pipi… sgabagigia …” arrivo ad usare sillabe messe insieme a casaccio mentre la bacio su quella testolina vuota … a volte Saura mi sorprende, le scappa da ridere e se ne va scuotendo la testa. An s’è mai vest Johnny Winter d’vintèr maat per ‘na gatèina. … non si è mai visto Johnny Winter diventare matto per una gattina.
Stricchi – Domus saurea nov 2018 – foto TT
Stricchi – Domus saurea nov 2018 – foto TT
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Standing at the crossroads
In pausa pranzo ogni tanto faccio qualche camminata; arrivo sino al Parco Ducale di Stonecity. Ogni volta che giungo davanti all’incrocio dei sentierini mi inginocchio ad aspettare Baron Samedi; visto che non arriva mai dopo un po’ mi rimetto in moto e torno verso l’ufficio canticchiando un vecchio blues di Roberto di Giovanni.
… Asked the Dark Lord above «Have mercy, now save poor Tim, if you please».
Stonecity – Parco Ducale – Nov 2018 – Foto TT
Baron Samedi
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Hometown blues
Almeno una volta al mese, il sabato mattina, faccio un salto nel mio paesello natio. Colazione al Bar Pasticceria Malaguti del mio amico Stefano e poi passeggiata per il centro storico. Mi soffermo davanti alla sala civica Eliseo Zoboli, ne leggo la targa e una volta di più mi sento orgoglioso della tradizione democratica e progressista del mio paese e contento di vedere che, nonostante il declino intellettuale e l’imbarbarimento della nazione, ci siano ancora alcune isole dove l’umanesimo, il sapere e la solidarietà sono valori aggreganti e fondanti.
Nonantola – Nov 2018 – foto TT
Nonantola – Nov 2018 – foto TT
Rivolgo lo sguardo alla Torre dell’Orologio (alias Torre dei Modenesi) …
Nonantola – Nov 2018 – foto TT
poi qualche passo più avanti, da via Maestra del Castello, osservo l’Abbazia, finalmente di nuovo accessibile dopo i lungi lavori dovuti ai danni del terremoto.
Nonantola – Nov 2018 – foto TT
In Piazza Caduti Partigiani le do un ultimo sguardo, benché sia ateo e anticlericale, l’Abbazia mi infonde nel cuore sempre un sentimento tenero, riflessi della mia infanzia che mi tengono legato a questo piccolo borgo.
Nonantola – Nov 2018 – foto TT
Prima di tornare nel posto in cui vivo ora, costeggio il giardino comunale Perla Verde (già Giardino Salimbeni). Dietro le foglie ingiallite si erge la Rocca (alias Torre dei Bolognesi). Un ultimo riflessione sul mio carattere saturnino, sulla malinconia e nostalgia che da sempre mi accompagnano e salgo in macchina.
Nonantola – Nov 2018 – foto TT
Prima di lasciare il paese mi fermo all’edicola del mio amico Robby. Mi compro le ristampe della De Agostini di un disco del Queen e di Pino Daniele. Tutta roba che ho già sia in vinile che in cd, ma capisco che sono contentini per l’animo un po’ perso di un vecchio amante e sostenitore della musica rock che si sente spaesato nel panorama musicale odierno.
Queen e Pino Daniele – De Agostini – foto TT
Guardo ancora una volta la vecchia Stazione dei Treni sul cui viale l’edicola è posizionata, è lì che sono nato il solstizio d’inverno di tanti anni fa, poi prima di affogare nel passato accendo la macchina e parto.
Stazione dei Treni di Nonantola – photo courtesy of Alberto Quaglieri/Nonantola Nei Ricordi
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Gnocchetti alla Domus
Mentre cerco di guardarmi l’anticipo delle 12:30 su DAZN maledicendo lo streaming ballerino che mi costringe a dividermi tra schermo del PC e il tablet …
DAZN blues – Domus Saurea nov 2018 – foto TT
penso alla pollastrella di là in cucina che fa i gnocchetti. Motociclista, bassista, tastierista, mandolinista, donna al passo coi tempi e al contempo capace di tenere in vita tradizioni emiliane patrimonio dell’umanità. Scomoda la Saura.
La Saura fa i gnocchetti – Domus Saurea nov 2018 – foto TT
La Saura fa i gnocchetti – Domus Saurea nov 2018 – foto TT
Alla Fiera del Disco di saliceta San Giuliano con Sir Lyson.
Un sabato pomeriggio passato col mio amico Liso alla Fiera del Disco di Mutina. Un primo giro per rendersi conto dei banchetti interessanti e poi via agli acquisti. Mi interrogo sul fatto che ormai mi attraggono unicamente le nuove ristampe di vinili.
Fiera del Disco di Mutina – Sullo sfondo, intento a cercare LP, Sir Lyson – Nov 2018 – foto TT
Argomento già affrontato sul blog, con tanto di critiche ricevute, ma non riesco a fare altrimenti. Non troppo tempo fa ho acquistato in internet due LP usati di Jerry Lacroix, cantante musicista degli Edgar Winter’s White Trash che adoro; oggi mi sono pentito dell’acquisto. Julia – come ripeto di frequente – diceva che sono sempre alla ricerca del bello, evidentemente anche nella musica è così. Una ossessione per gli oggetti nella loro forma ideale, verginale. Per fortuna che Liso la pensa come me così non mi sento un alieno tra tanti appassionati di vecchi vinili pieni di storia e di storie. Discorrendo con lui vedo che ci accomuna anche il fastidio del nome DeAgostini ad esempio che compare nel retrocopertina degli LP presi in edicola. Possibile che per gente come noi sia sempre così complicato godersi certi oggetti?
Fiera del Disco di Mutina – Nov 2018 – foto TT
Prima di andare ci fermiamo a bere qualcosa nel bar della polisportiva. Quattro chiacchiere tra amici in un ambiente che ci riporta indietro nel tempo, poco distante tavolini di vecchi uomini intenti a giocare a carte.
Polisportiva Saliceta San Giuliano, Mutina – Old men playing cards – photo TT
Un abbraccio, un saluto e ognuno torna ai suoi impicci prefestivi.
Polisportiva Saliceta San Giuliano, Mutina – photo TT
Tornato a casa do alla pollastrella il vinile che ho comprato per lei e rimiro i miei. Mi chiedo solo che senso abbia ripubblicare un vinile uscito a suo tempo singolo in edizione a 2 LP (mi riferisco al 3° di Peter Gabriel). Capisco che con meno canzoni ci sono su di un lato più la qualità ne guadagna, ma girare lato ogni due pezzi è una tale scocciatura che mi pare una follia questa nuova moda.
Acquisti alla Fiera del Disco di Mutina – Nov 2018 – foto TT
Venerdì nero.
Per un momento mi lascio prendere dalla fustinella del black friday. Mi arrivano parecchie email che lo pubblicizzano … vado sul sito della Feltrinelli e guardo lo sconto sui vinili, vado su Amazon e valuto le offerte, vado sul sito di Mediaworl e penso a cambiare cellulino, vado sul sito dell’Adidas (ho una mezza fissazione per questo marchio, quasi unicamente per gli articoli di foggia vintage), scovo delle scarpe invernali che mi piacciono, le metto nel carrello, lo sconto è del 30%, mica male mi dico, ma prima di cliccare su “procedi all’acquisto”, tentenno, rifletto, desisto.
Black Friday blues
Pur ribadendo la mia condizione di uomo che vive nel mondo occidentale, a volte evito di farmi prendere da questa frenesia consumistica, da questo tourbillon di stampo principalmente americano. Quando ci riesco sono contento.
I pranzi da Lucia
La madre della pollastrella ogni tanto ci invita a pranzo e ogni volta mi sembra di entrare nel cuore stesso dell’Emilia, questa terra che mi ha generato e a cui sono tanto legato (seppur il mio essere sia fieramente scevro da qualsivoglia campanilismo).
Cappelletti in brodo, arrosto di vitello, coniglio, salsa fatta in casa, lambrusco, zuppa inglese. Nel mio piccolo cerco di essere eticamente corretto nel consumo di cibo, il pianeta non potrà sopportare a lungo la sconsiderata abbuffata di carne a cui la maggior parte degli umani anela (per tacere dei diritti degli animali e della salute stessa degli uomini), ma questi pranzi tradizionali a casa della Lucy mi rimettono in pace con il mondo. I love you Emily.
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Lucia’s cappelletti – Emilian food at its best – Nov 2018 – foto TT
cc
Lucia’s zuppa inglese – Emilian food at its best – Nov 2018 – foto TT
Questo è il terzo capitolo di quella che chiamo “la saga del Sudtirolo” di Lilli Gruber e per quanto mi riguarda è probabilmente il momento migliore (non che i precedenti due fossero deboli, tutt’altro, ma questo a mio avviso è mirabolante). Il libro è superbo, alterna fiction (legata a fatti realmente accaduti) e saggistica connesse da un approccio narrativo assai riuscito. La Gruber sa di cosa parla, proviene da quella terra, il Sudtirolo è la sua Heimat, ma riesce ugualmente ad affrontare il delicato argomento con imparzialità notevole, e questo le fa onore.
Questo è un libro importante per comprendere meglio pezzetti della storia d’Italia, per cercare di capire il complesso e spinoso problema del Sudtirolo e per chiarirsi le idee circa la guerra fredda tra USA e URSS. Quei territori e il passo del Brennero furono davvero il confine tra il mondo occidentale e quello del socialismo sovietico. Tra la fine degli anni cinquanta e la fine degli anni sessanta tra quelle valli successe di tutto.
Il libro rivela cose a me sconosciute o poco note. La Gruber ha fatto ricerche approfondite e definitive, da cui si ricava ad esempio in maniera netta che depositi di armi nucleari americani erano segretamente (e in accordo col governo Italiano, in quegli anni lo zerbino degli USA) presenti su territorio italiano e proprio per questo come scrive la Gruber “... per proteggerli, serviva un esercito che facesse capo a un governo amico di Washington. Dato quel presupposto, era impossibile che il Sudtirolo si sganciasse mai dal controllo di Roma...” … questa è una conclusione illuminante.
Non rivelo altro, la sinossi qui sotto è di certo più utile di quel che potrei aggiungere per far capire meglio il tenore della storia che si racconta.
Segnalo solo le interviste e gli incontri fatti dalla Gruber con i sopravvissuti (o i loro eredi) di quella stagione, compresa quella al filosofo Cacciari – all’epoca dei fatti studente universitario molto impegnato politicamente – da cui si evince come fosse difficile allora rapportarsi con la storia di quella terra e capirla. Cacciari arriva a conclusioni degne di una grande mente.
Libro dunque esplicativo, ben fatto e ben scritto. Lilli colpisce ancora, complimenti!
Tre ragazzi, il Sudtirolo in fiamme, i segreti della Guerra fredda
Prima saltano in aria i monumenti. Poi i tralicci. Poi le caserme. È il crescendo di violenza che dalla fine degli anni Cinquanta investe il Sudtirolo, dove i “combattenti per la libertà” vogliono la riannessione all’Austria. Lo Stato italiano si trova per la prima volta di fronte al terrorismo. Nella piccola provincia sulle Alpi affluiscono migliaia di soldati e forze dell’ordine: ma la militarizzazione è davvero la risposta all’emergenza creata dagli attentati? Oppure obbedisce a una logica di “strategia della tensione”? La storia degli anni delle bombe sudtirolesi racconta lo scontro tra le superpotenze USA e URSS; il gioco pericoloso di gruppi neonazisti e neofascisti; le spregiudicate interferenze dei servizi segreti di diversi Paesi; una minaccia nucleare sempre più vicina e una guerra senza quartiere contro il comunismo destinata a sfuggire di mano. Inganno è un’opera intensa e corale, che tra realtà e finzione illumina trame, tragedie e mortali illusioni di una frontiera cruciale della Guerra fredda. Lilli Gruber torna a esplorare il passato della sua terra con due potenti strumenti narrativi: le voci dei testimoni con la ricostruzione dei grandi scenari, e in parallelo un’appassionante fiction. I protagonisti sono quattro antieroi moderni: Max e Peter, due ragazzi sudtirolesi tentati dalla radicalizzazione, Klara, una giovane austriaca innamorata del potere, e Umberto, un agente italiano incaricato di evitare un’escalation incontrollabile. Quattro anime perdute che con la loro parabola di passione e disinganno mettono in scena le colpe dei padri, le debolezze dei figli, le ambiguità della Storia.
Lilli Gruber, giornalista e scrittrice, prima donna a presentare un telegiornale in prima serata, dal 1988 ha seguito come inviata per la Rai tutti i principali avvenimenti internazionali. Dal 2004 al 2008 è stata parlamentare europea. Dal settembre 2008 conduce la trasmissione di approfondimento Otto e mezzo su La7. Gli ultimi bestseller pubblicati con Rizzoli sono Chador (2005), America anno zero (2006), Figlie dell’Islam (2007), Streghe (2008), tutti disponibili anche in Bur, Ritorno a Berlino (2009) e Eredità (2012).
Il termine “impiccio” l’ho mutuato da Polbi, lo uso sempre più spesso e ogni volta mi scappa quasi da ridere. Il nostro amico sarà anche uomo del sud incastonato tra Scilla e Cariddi che ha vissuto per parecchio tempo a Detroit, ma l’inconfondibile – e a mio sentire irresistibile – cadenza tipica dell’Agro Romano è una sua caratteristica, così come l’uso di parole tipiche di quella zona d’Italia. Mi confronto spesso con lui e rimango sempre affascinato dai concetti che esprime, ma il suo accento e i suoi modi di dire mi irretiscono allo stesso modo.
Il tema degli “impicci” lo affronto a ogni piè sospinto, sono anche arrivato ad elaborare la teoria secondo la quale l’essere umano volente o nolente deve affrontare una certa razione di impicci, razione decisa dalle imperscrutabili leggi che regolano l’Universo, e dunque occorre essere tutto sommato felici e riconoscenti quando gli impicci che capitano sono bagattelle risolvibili.
Chiaro che se la gestione razionale degli stessi è tutto sommato semplice, quella di pancia è un po’ più complicata e lastricata dalle madonne che solitamente si tirano.
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Un mercoledì di novembre qualunque, prima mattina. Alle ore 06,20 suona la sveglia della pollastrella. Poco male, Palmiro (la cotoletta di pelo) ci aveva già svegliato – come fa ogni mattina – in preda ai suoi soliti raptus sentimentali; usa quel suo muso umido a mo’ di ariete contro le nostre facce fino a che il portone delle nostre anime cede. Dalle mura del mio dormiveglia cerco di colpirlo con frecce e olio bollente, ma la pantera nera della Domus Saurea schiva il pericolo e continua l’attacco a testa bassa.
Sono pressoché sveglio ma posso prendermela comoda, manca ancora più di mezz’ora allo squillo ufficiale della mia sveglia, per questo me ne sto ancora un poco qui a pensare, a pensare come cantava il grande Ivan.
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La pollastrella si prepara, fa uscire Il Diavoletto Nero della Tasmania di Borgo Massenzio, beve in fretta un succo di frutti rossi e corre al lavoro. Io mi polleggio nel letto, volto gallone (come diciamo qui in Emilia) e cerco di prepararmi spiritualmente per una altre giornata di ordinaria bluesaggine. L’Inter domenica ha perso in malo modo, il riscaldamento globale fa sì che questo novembre sembri un fine settembre, so ormai per certo che non uscirà mai la versione definita dell’album dal vivo The Song Remains The Same che vada a correggere le edizioni discutibili del 2007 e del 2018, la situazione politica/economica/culturale del paese (e del mondo) pare sia diretta verso l’abisso, ieri ho visto una donna sui 38/40 anni andare a fare la spesa con felpa sbrindellata, pantaloni della tuta dozzinali e ciabatte … avrei tutti i motivi per restare sotto le coperte se non che sento suonare alla porta.
Chi è che va a suonare il campanello di una abitazione di campagna alle 6,50 del mattino? Prendo la mazza da baseball e apro la porta … non vedo nessuno, penso ad uno scherzo, ma i sensi sono all’erta … poi, tra la foschia e le tenebre che ancora tengono per la gola il mattino, sento una voce: “Tyrrell, ti dispiacerebbe venire a darmi una mano che ho bucato una gomma?”.
La stretta stradina lunga e tortuosa in cui è situata la Domus Saurea sembra ormai la Parigi – Dakar. Sebbene sia stata rifatta non troppi anni fa, il continuo passaggio di trattori mostruosi e pesanti camion del latte ha accartocciato l’asfalto, occorrerebbe avere un carro armato per passare indenni su quella via. A qualche decina di metri dalla Domus vi è quello che chiamo il “crostone d’asfalto assassino”: se sei in macchina e non presti attenzione succede quello che è successo alla pollastrella (e al nostro vicino), se sei in moto e non te ne accorgi puoi mettere in preventivo un bagno fuori stagione nel fosso lì di fianco.
Mi metto la tuta e scendo. Capire come funzionano questi nuovi cric e come far scendere la ruota di scorta posta sotto alla macchina non è operazione immediata, ma ce la caviamo, poco più di un quarto d’ora e la pollastrella può ripartire. Torno in casa sudato e stanco. Mi faccio una doccia, poi vado a prendere Strichetto nel sottotetto. Sono due settimane che passa le notti rinchiusa per un problema ad una zampina posteriore: le si sono rotti i legamenti. Il veterinario ha detto che ricostruirli non è proprio una cosetta da nulla e anche metterle un chiodo tra tibia e femore forse non è consigliabile per una gattina così minuta. Dobbiamo attendere una ventina di giorni e vedere come va, la speranza è che si rimetta a posto da sola, ma io non sono fiducioso. Vado di sopra, apro la porta e la faccio uscire, controllo se è stata una notte tranquilla e mi accorgo che – come successo ieri notte – Strichetto ha vomitato. Mettersi a pulire il pavimento dopo che hai cambiato una gomma della macchina e prima di andare al lavoro non mi mette di buon umore, sapendo già che stasera dovrò riportare la gattina dal veterinario per i frequenti rigurgiti di questi ultimi giorni.
Stricchi scende in casa, mangia qualcosina e poi si arrotola sul morbido tappetino del bagno. La accarezzo e le do dei baci, voglio che senta una volta di più che le voglio bene e che mi prendo cura di lei.
Strichetto – Feelin’ Bad Blues – Nov 2018 foto TT
Ho ancora 5 minuti, mi preparo la colazione. Mi pregusto il “cappuccino” che sto per farmi con la macchina del caffè quando mi accorgo che la macchina ha di nuovo preso a perdere copiosamente acqua dopo che ho infilato la capsula e spinto il pulsante. Maledico chi dico io, rinuncio alla colazione e scendo in cerca di Palmiro
Per fortuna il mio amico peloso è in zona si fa prendere comodamente. Dopo i tre impicci mattutini mettermi gli stivaloni di gomma e andarlo a cercare tra le vigne non mi avrebbe fatto piacere.
Palmiro – Domus Saurea, nov 2018 – foto TT
Palmiro – Domus Saurea, nov 2018 – foto TT
Mi calmo e mi dico che gli impicci come questi sono bazzecole. Accarezzo la Ragni che spigozza sotto un pino, do un’occhiata alle vigne…
Ragni’s early in the morning nap – Domus Saurea nov 2018 – foto TT
Vigne intorno alla Domus Saurea, Nov 2018 – foto TT
Salgo in macchina. Per mettere un altro carico sulla briscola degli impicci quotidiani, scelgo di ascoltarmi un oscuro album di Edgar Winter del 1994. Era un bel po’ che non lo tiravo fuori e mi metto a pensare che solo un uomo di blues come me può aver un album simile sulla chiavetta. I grandi artisti degli anni settanta negli anni novanta hanno tutti patito, Edgar in primis. Album messo in piedi con la batteria elettronica e con canzoni non indimenticabili. In pratica un demo tape.
Eppure mentre I’m Not A Kid Anymore gira nel mio car stereo mi commuovo; sarà che sono uno che nella nostalgia e nella malinconia ci sguazza, sarà che insieme al mio vecchio amico Tommy Togni alla fine degli anni ottanta scrivemmo un pezzo intitolato Non Sono Più Un Bambino, sarà che l’inizio assomiglia a Don’t Follow degli Alice In Chains (anch’esso uscito nel 1994 – in gennaio – guarda un po’), sarà che il passare del tempo mi prende spesso alla gola ma il mio animo si apre a questo tipo di sentimento da strapazzo.
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E allora avanti, tra stradine di campagna, via Emilia e stradoni, diretto a Stonecity per una nuova, entusiasmante, scintillante, magnifica giornata in ufficio.
Settembre scorso, ero fuori con i ragazzi e con la mia proverbiale ossessione obbligai gli amici a comprare un titolo della Universale Economica Feltrinelli.
Per me scelsi un libro di Qiu Xiaolong, scrittore nato a Shangai di cui non sapevo praticamente nulla. Ora che ho letto “La Misteriosa Morte della Compagna Guan” (uscito in origine nel 2000 e ristampato nella edizione in questione lo scorso aprile) devo dire che ho avuto un colpo di fortuna nel scegliere questo titolo, perché è un thriller poliziesco che mi è piaciuto moltissimo. A parte che è il primo episodio de “Le Inchieste Dell’Ispettore Chen” e dunque potrò approfondire rispettando l’ordine cronologico, con questo libro ho imparato parecchio sulla Cina, un Repubblica popolare a cui ora guardo con idee più chiare. La storia è avvincente e ben scritta, per quanto mi riguarda altrettanto importante e riuscita è l’ambientazione, una vera novità per il sottoscritto.
Qiu Xiaolong, scrittore e poeta cinese, in lingua inglese, dal 1989 è costretto a vivere negli USA (dove all’epoca si trovava per raccogliere materiale e ispirazione per un libro su TS Eliot). Si disse fosse coinvolto con le rivolte studentesche di quegli anni così diventò in pratica un esiliato. Il suo è uno sguardo tutto sommato critico, porta infatti a galla le incoerenze e le difficoltà della Cina moderna senza troppi patemi
Con l’avvento della dinastia Zhang alla guida della mia squadra del cuore, da qualche anno guardo alla Cina con interesse, cercando di andare oltre i soliti luoghi comuni; questo autore e questo libro contribuiscono dunque alla scoperta di questo grande gigante rosso che piano piano sta catturando il mio interesse.
Shanghai, 1990. Il corpo senza vita di una giovane donna viene trovato in un canale fuori città. La vittima, Guan Hongying, è una famosa Lavoratrice Modello della Nazione, figura esemplare della propaganda di Partito. Le indagini vengono affidate all’ispettore capo Chen Cao, poeta, traduttore, curioso gourmet, capo della squadra casi speciali del Dipartimento di polizia di Shanghai. Ben presto emergono forti implicazioni politiche, ma nonostante il Partito faccia pesanti pressioni perché il caso venga insabbiato, Chen continua a indagare, cercando giustizia a tutti i costi e mettendo così a repentaglio la sua brillante carriera.
E strano pensare che mentre per noi dell’emisfero boreale ottobre è sinonimo di autunno, in quello australe è legato alla primavera. Uno della Nuova Zelanda si sveglia al mattino, apre le finestre ed esclama “October at last, c’mon springtime!, “, contemporaneamente uno di Borgo Massenzio, Italia (esattamente agli antipodi) mentre si stropiccia gli occhi davanti alla finestra salmodia “Uh, siamo in ottobre, arriva l’avtunno (con la v, alla maniera dei contadini emiliani) … castagne, sughi d’uva, cappelletti in brodo … bentornato blues!”
Foglie rosse blues
Torna l’ossessione delle foglie rosse, delle viti che ingialliscano e che prendono i riflessi rossastri dei pomeriggi d’ottobre. Dapprima mi fermo a contemplare il giovane tiglio della Domus Saurea preparasi per la stagione fredda, poi circumnavigo i poderi qui intorno e mi fermo, irretito, a contemplare la nuova colorazione delle vigne.
Tiglio – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT
Le mille sfumature cromatiche delle viti in questa stagione sono un balsamo per il mio animuccio sempre tormentato.
Foglie Rosse – Domus Saurea & Beyond – Ottobre 2018 – foto TT
Foglie Rosse – Domus Saurea & Beyond – Ottobre 2018 – foto TT
Anche i frassini e gli altri alberelli della Domus passano dal verde al giallo bruno e qui all’arancione emaciato.
Foglie Rosse – Domus Saurea & Beyond – Ottobre 2018 – foto TT
Foglie Rosse – Domus Saurea & Beyond – Ottobre 2018 – foto TT
Strichetto, la gattina isterica che vive con noi, s’intona bene con i colori dell’autunno ed è bello catturarla in uno dei suoi rari momenti di quiete.
Strichetto – Domus Saurea Ottobre 2018 – foto TT
Serie TV: “The Walking Dead” stagione 9
E’ iniziata la nuova stagione di The Walking Dead. I primi episodi mi sono piaciuti. Sembra ci sia un miglioramento rispetto alla stagione 8. Stiamo a vedere.
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La vespa samurai
Leggo su Repubblica che per contrastare la cimice asiatica, quella che ha invaso le nostre campagne e le nostre città e di cui abbiamo parlato qui sul blog l’11 ottobre, si sta pensando d’importare la vespa samurai (Trissolcus japonicus). Capisco come la situazione cimici sia davvero preoccupante, ma temo future controindicazioni anche riguardo queste vespe straniere ed inoltre penso che … uhm … aspetta un attimo … siamo diventati un blog che si occupa di cimici e di vespe samurai? Mi sa che ormai siamo alla frutta.
La Repubblica del 20/10/2018
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The keyboards mistress
La pollastrella riceve un email da un tastierista americano, uno che suona a sua volta in una tribute band dei Led Zeppelin, uno che ha visto su youtube alcuni video degli Equinox (il nostro gruppo, che lui chiama Eclipse), uno che è rimasto molto colpito dalle capacità di Saura e pertanto le chiede se gli può dare lezioni di tastiere via Skype.
“Hello Saura, my name is Tom, and I wanted to say how much I enjoyed watching your band’s Led Zeppelin videos. The Eclipse is a GREAT band!! J I am a keyboardist in a Led Zeppelin cover band myself, but nowhere as proficient as you!!I was wondering if you taught keyboards and would be interested at all in doing Skype keyboard lessons? I live in the US. Please let me know if this is something that would interest you. Thanks for taking the time to read this. Sincerely, Tom”
Visto che sono il manager di Saura rispondo io al vecchio Tom “Hey man, as long as you are willing to pay big money for the lessons it’s okay, otherwise you can go where they smell the melons”
Saura, the keyboards sorceress – photo Giovanni Sandri.
Palmiro d’ottobre
Per tutta estate Palmiro, la nostra panterina nera, ci ha con dolcezza evitato. Troppo il caldo per sopportare coccole, baci e per dormire insieme a noi. Molto meglio pavimenti e tavolini freschi. Con l’avvento di ottobre, sebbene la temperatura sia scesa di poco, ecco che torna ad essere il gatto affettuoso che conosciamo. Gode ancora del bel tempo, scorrazza per i suoi territori godendosi la magnifica luce dei pomeriggi d’ottobre …
Palmiro – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT
Palmiro – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT
poi in casa mi viene a cercare mentre sono intento a suonare Going To California sulla chitarra.
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Palmiro – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT
Mentre guardo un film arriva, si posiziona sul mio petto, mi pianta il muso sul mento e per l’ennesima volta mi fa capire quanto sentimento ci possa essere tra due mammiferi di specie diverse che vivono insieme.
Palmiro & Tim – Domus Saurea ottobre 2018 – foto TT
Ottobre è anche il mese in cui diventa più semplice farlo tornare a casa la sera. E’ uno spettacolo constatate che un gatto capisce e soprattutto accetta il tuo richiamo e lemme lemme si incammina verso di te. Provo per lui un affetto davvero speciale e sono tanto felice e grato all’universo per averci fatto incontrare. Palmir, you are my best friend.
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Per chi fosse interessato: L’arrivo di Palmiro sul blog – giugno 2012:
La Bottega dei Briganti di Mont Cabbage (Montecavolo insomma) è uno dei miei locali della zona preferiti. Il feeling con Valerio, il proprietario, è ottimo e ogni tanto il mercoledì sera capitiamo là a cena in quanto serata dedicata ai concerti. Valerio propone una programmazione prettamente rock, ed è un sollievo constatarlo. Ci sono sempre meno locali locali che seguono questo spirito. Se da una parte è comprensibile che in posti dove si va per cenare i titolari prediligano situazioni acustiche, blues e dj set, dall’altra però non se ne più e dare spazio al vigore, alla vivacità e al colore rock serve anche per rimettere in moto una popolazione che sembra quantomeno assuefatta.
Stasera c’è una tribute band dei Clash che non posso dire mi abbia colpito positivamente, ma perlomeno per una sera lo spirito del Rock, torna a manifestarsi. Bottega rules.
Pollastrella e uomo di blues – Bottega Dei Briganti – Ottobre 2018 – autoscatto
Lo-Fi Rock And Roll Blues
Uno che ascolta John Miles e la Bad Company come me una volta ogni tanto ha bisogno di immergersi nel suono primordiale del rock and roll. Quale occasione migliore del tour europea degli Heart Throb Chassis? Anche perché così ho l’occasione di vedere uno degli amici a me più cari, il mitologico Paolo Barone (il nostro Polbi, insomma).
Sono ormai cinque anni che non ci vediamo sebbene sia un dato che pare incredibile; d’altra parte ci sentiamo spessissimo e non pare possibile sia passato tutto quel tempo.
Tim & Polbi – Fidenza Ottobre 2018 – Foto Saura T.
Abbiamo sempre un mare di cose da dirci: il Rock, come va il mondo, i Led Zeppelin. Una pizza, una birra …
Tim & Polbi – Fidenza Ottobre 2018 – Foto Saura T.
due passi per Fidenza…
Fidenza Ottobre 2018 – Foto TT
Siamo al Taun, locale specializzato in quel tipo di Rock. Soffitto basso, fauna tipica del genere, per un momento mi sembra di essere tornato al Punto Club di Vignola nel 1981, discoteca rock dove si passava dai Joy Division, al Clash, agli AC/DC senza troppi problemi. Giubbotti neri, borchie, qualche cresta punk alternati al vestiario alternativo di questi ultimi anni. Un tipo ha le braghe corte e i calzettoni lunghi. Sembra un nessi. Aprono il concerto i Thee Bomb’o’Nyrics. basso (Danelectro), chitarra, batteria e voce per un rock and roll essenziale e scolastico ma pieno di convinzione e di ritmi primitivi.
Verso mezzanotte ecco gli headliner, dal Michigan gli Heart Throb Chassis, il suono primigenio di Detroit. Due chitarre, una voce, una batteria usata in maniera non consona. Un ora di high voltage lo-fi rock and roll che mi rimette in sesto e sbroglia di orpelli a volte troppo mainstream del mio animo. Un salutare tuffo nel mondo della distorsione, della saturazione del segnale, di suoni e tuoni elettrici che arrivano dalle profondità della pancia dell’animo umano.
Il banchetto del merchandising è uno spettacolo: si vendono magliette (stupende), cd, vinili e musicassette del gruppo. Tshirt per la pollastrella, vinile per me. Ormai anche band del circuito underground si mantengono (più o meno) col merchandising, il più delle volte – dal punto di vista del visual – molto bello. Do infatti una occhiata al cartellone posto all’entrata del club, la maggior parte dei loghi e dell’artwork delle band di quel genere sono validissimi. Meglio di certe produzioni del mondo metal, classic rock e blues. Di questo bisogna dar loro atto.
E’ l’una e venticinque di notte quando abbraccio il mio amico e gli auguro un happy trail verso l’agro Romano. Bello averlo riabbracciato.
Heart Throb Chassis – photo TT
“ma poi non rompermi i coglioni per me c’è solo l’Inter” (prima e dopo il derby del 21/10/2018)
Cosa significhi l’Inter per me, non è semplice da spiegare. Inutile tentare di farlo capire a chi pensa al calcio come un sport per deficienti o a chi non ha passioni. L’Inter è un sentimento profondissimo, una vibrazione che scuote il mio corpo, un amore puro, gioioso, completo. Sofferenza ed estasi si fondono nell’esperienza cosmica definitiva.
Mi vesto di Inter, mi inebrio di Inter, vivo di Inter.
There’s always one thing on my mind – autoscatto
Compro su Amazon il file digital di C’E’ Solo L’Inter, l’inno che preferisco. Una sorta di gospel blues cantato da Graziano Romani (mio conterraneo ed amico) scritto insieme a Elio degli EELST. Lo ascolto quasi ogni giorno in macchina mentre torno dal lavoro, cantando insieme a Graziano e commuovendomi d’orgoglio al momento del ponte.
Il campionato 2018/19 inizia malissimo. Sono allo stadio con Mario, Francesco, Wilko e Giacono e l’Inter perde in casa del Sassuolo. Seguono un pareggio, una vittoria e un’altra sconfitta sino a quando la squadra mette il turbo. Arrivano cinque vittorie consecutive in campionato e due in Champions League.
Nella tribunetta arancio della Domus Saurea mi ritrovo con Mario a seguire il derby. Partita ogni volta delicatissima. Il Mìlan di oggi non mi fa una gran paura, credo che noi si sia più forti, ma il derby è il derby, non sai mai quello che potrà accadere.
Io e il mio pard nerazzurro siamo inquieti, affrontare i cugini ci rende così. La partita si dipana bene, l’Inter guida il gioco, padroneggia un football efficiente ed efficace, pare diventata una squadra di carattere, sicura dei propri mezzi e con le convinzioni giuste. Mettiamo in scena alcune azioni davvero magnifiche, ma non riusciamo a concludere. Arriviamo vicini al goal in più occasioni, un goal annullato dal Var, un palo, ma il risultato non cambia. Al novantesimo io e Mario siamo da un parte orgogliosi della bella partita giocata dalla squadra, dall’altra delusi per la mancata vittoria che avremmo meritato. 4 minuti di recupero. Ci versiamo un ultimo rum prima di salutarci, ci diciamo che è stata un’occasione persa quando al 92esimo, sulla fascia destra, Vrsaljko passa tramite rasoterra la palla a Candreva, il quale la alza e in rovesciata la passa a Vecino. Il Mate è marcatissimo, pare la solita azione destinata a concludersi in un nulla di fatto, ma l’uruguagio dal nulla si inventa il cross perfetto. Maurito a centro area sembra prevedere la traiettoria del pallone, con una finta manda a ramengo il difensore del Mìlan, il portiere Donnarumma salta a vuoto e Maurito, il nostro magnifico Maurito, la insacca in rete.
Esprimere la gioia del momento è impossibile. San Siro (completamente sold out, quasi 79.000 spettatori) esplode, i sismografi vengono sollecitati, Milano trema, persino l’asse terreste subisce un leggero scarto. Sulla tribunetta della Domus Saurea è il delirio, uomini di una incerta età saltano sul divano, aprono la finestra e lanciano verso le profondità cosmiche il loro gaudio. Calici di Franciacorta tintinnano, la luna inizia a brillare più forte e le stelle tornano a riempire i loro sogni. Almeno per una sera possiamo dire di essere felici. Grazie Inter.
Qui sul blog abbiamo iniziato a parlare dei GVF più di un anno fa. Ci piaceva il fatto che, pur facendo indubbiamente il verso al nostro gruppo preferito, la band sembrasse vera e animata dal giusto senso del rock; di solito non amiamo particolarmente chi scimmiotta i LZ, sia che si tratti di gruppi famosi che di semplici tribute band, chi diventa una macchietta, chi imita la gestualità e il modo di cantare di Plant trasformandosi il più delle volte in un comico e inguardabile clone. Apprezzammo dunque i due EP pubblicati ad inizio e a fine 2017 anche perché tenemmo conto della giovanissima età del membri del gruppo.
Lo scorso luglio poi uscì il nuovo singolo (“When the Curtain Falls“) e le nostre simpatie iniziarono a stemperarsi. I riferimenti ai Led Zeppelin erano ancora molto evidenti e la cosa spense un po’ il nostro interesse. Il gruppo era ancora molto giovane ma un anno e mezzo passato costantemente on the road aiuta a maturare in fretta, dunque ci si aspettava anche dal punto di vista del songwriting un passo in avanti. Scrivemmo due considerazioni personali su facebook e quindi decidemmo così di non interessarci più di tanto del gruppo. La cosa divenne però più ardua del previsto.
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Due sabati fa son li che scarico, dal camion del rivenditore, la prima parte di pellet per il nostro fabbisogno invernale. Il tipo inizia a parlare di rock. Io taccio, non ho voglia di infilarmi in discorsi superficiali circa la musica che preferisco, la pollastrella invece non perde l’occasione per tornare su uno dei suoi interessi principali. Faccio avanti indietro tra il cortile e il lato più oscuro del garage con dei sacchi da 15 kg sulle spalle mentre sento parlare di Deep Purple e di AC/DC e quindi dei Greta Van Fleet. Mi dico, ma guarda un po’ questi ragazzini, sono riusciti ad arrivare anche qui tra i sentieri dell’Emilia più profonda.
Mercoledì scorso vado alla Bottega dei Briganti a vedere una (discutibile) tribute band dei Clash. La Bottega è uno dei locali che di solito frequento. Ci ho suonato più volte col mio gruppo e con Valerio, il titolare, ho un ottimo rapporto. E’ sempre molto occupato, ma mentre ceniamo viene a fare due chiacchiere e, tra le altre cose ci dice: “voglio prendere i biglietti per andare a vedere i Greta Van Fleet a Milano”.
Sabato scorso. Torna il tipo a portarci la seconda parte del pellet. Il primo argomento è “possibile che i biglietti per il concerto dei Greta Van Fleet siano andati esauriti in due minuti”.
Va beh, mi prendo il nuovo album, appena uscito, lo metto sulla chiavetta e me lo ascolto una prima volta. Mi faccio un’idea, ma poi mi dico: “ne devo scrivere sul blog?“, ormai i GVF sono diventati un argomento che genera qualche tensione. Rifletto su quanto carissimi amici hanno scritto e mi hanno detto.
Amico P (musicista: cantante/chitarrista e genio a tutto tondo): “guarda, io li prendo per quello che sono senza farmi tanti problemi sul paragone con i LZ. Jacob Kiszka io lo vivo come chitarrista americano, più che come adepto di Page. Se proprio vogliamo magari mancano i due o tre pezzi di valore superiore”
Amico U (musicista: chitarrista): scrive un concetto che si può riassumere con queste parole: “ma come si fa a criticarli? Sono una delle vere poche nuove rock band venute fuori in questi ultimi tempi. Criticarli significa contribuire a far sparire il Rock”
Amico G (giornalista musicale): “Lo so molti di voi contestano i GVF perchè “copiano”… Fatti vostri. Dico solo che facendo i saccenti e i criticoni con tutto, abbiamo fatto scomparire le chitarre e ci siamo meritati il trap/rap/rutt/scorregg che ci sta sovrastando. Poi voi fate come volete. “
Amico R (musicista/chitarrista):“Mi piacciono, gran chitarrista, li sto ascoltando compulsivamente da ieri. Datemi retta questi (a parte il batterista) hanno le palle quadre a 20 anni”
Amico B (giornalista musicale): “Ieri ascoltavo i GVF e mi domandavo come facessero a piacere a te che sei molto caustico nei confronti degli imitatori dei LZ. Io non riesco a trovarci un tratto distintivo”.
Amico P (star della subacquea / scrittore e filoso alternativo di rock): “Bah…”
E ora cosa scrivo? Come li affronto? Mi atteggio a “saccente e criticone” come scrive il mio amico G o li vivo di pancia rallegrandomi delle loro influenze? Mi interrogo sullo stato del Rock (diciamo così, classico) che sembra non andare oltre ai riferimenti dei bei tempi andati o devo felicitarmi perché se non altro una nuova band Rock (voce, chitarra, basso e batteria) sta assurgendo agli onori delle cronache?
E se li critico, con che faccia tosta mi presento? Io che se vado a riascoltare i miei demo del passato non posso che trovare nelle mie canzoni richiami ai Led Zeppelin, io che suono in una tribute band (seppur obliqua) del gruppo di Page?
E poi, anche i LZ presero a man bassa dal blues per i primi due album… certo, mi si obietterà, loro però trasformarono il tutto in una proposta decisamente nuova contribuendo in maniera definitiva a scrivere la storia del Rock, mentre i GVF sembrano semplicemente riproporla; d’altra parte siamo nel 2018, gli alfabeti musicali sono consunti, il terreno del songwriting ormai non è più fertile, non ci si può più aspettare granché, a dispetto di chi pensa che il rock non morirà mai.
Medito un po’ sul da farsi, poi decido: I don’t give a damn! Scrivo in modo schietto e sincero senza curarmi di nulla, questo è un misero blog personale, mica la rivista Mojo. I miei amici mi perdoneranno, il dio del Rock anche, se non li difendo a spada tratta.
Greta Van Fleet “Anthem of the Peaceful Army” (2018 Republic) – TTT½
1. Age of Man – 2. The Cold Wind – 3. When The Curtain Falls – 4. Watching Over – 5. Lover Leaver (Taker Believer) – 6. You’re The One – 7. The New Day – 8. Mountain of the Sun – 9. Brave New World -10. Anthem
Joshua Kiszka – vocals
Jacob Kiszka – guitar, backing vocals
Samuel Kiszka – bass guitar, keyboards, backing vocals
Daniel Wagner – drums, backing vocal
Age Of Man apre l’album in modo positivo. Il sound si arricchisce delle tastiere (suonate dal bassista … altra similarità). La voce di Joshua Kiszka è penetrante, e ancora non so decidere se mi piace o mi infastidisce un po’. Di certo il ragazzo è dotato. Magari esagera un po’ usandola spesso a tutta potenza, come d’altra parte nei primi due album era solito fare Plant. Il pezzo è valido, un buon tempo medio articolato e non privo di fascino. Vuoi vedere che hanno trovato una loro strada?
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The Cold Wind invece si inserisce sul già tracciato. Parte come un rockaccio alla Led Zeppelin (quelle cose un po’ alla Custard Pie) ma si distingue con un bello sviluppo subito dopo la strofa (sviluppo che si conclude citando un passaggio di Over The Hills And Far Away) e per un ponte strumentale potente e scatenato. Delizioso l’assolo di chitarra. Buona prova d’insieme, detto per inciso a me il batterista piace.
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When The Curtain Falls è il singolo (o meglio il video dell’album) ed è uno dei momenti che meno apprezzo. Non è male ma è di nuovo un rock generico alla led Zeppelin. Il controcanto della chitarra nel ritornello non è niente altro che il lick che Jimmy Page ripete più volte in In The Evening. Personalmente trovo questo richiamo un po’ imbarazzante.
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Watching Over inizia con un sapore anni sessanta poi tenta di darsi alla psichedelia prima di trasformarsi in un riff ostinato. L’effetto sitar della chitarra a me non piace, ma ci sarà chi lo apprezzerà. Anche in questo caso l’assolo termina in modo brusco. Al minuto 3:20 il cantante cita il Robert Plant di Four Sticks mentre al minuto 3:33 il chitarrista cita pari pari il Jimmy Page di No Quarter dal live The Song Remains The Same. (Mi riferisco a quella magnifica frase ripetuta più volte dal minuto 7:22 in poi del pezzo del 1973).
Lover, Leaver (Taker, Believer) è il secondo singolo, un hard rock senza particolarità e che probabilmente risente della influenza di Whole Lotta Love. Il chitarrista cita di nuovo Jimmy Page al minuto 1:40 (assolo di Black Dog da studio e di Stairway To Heaven live 1973) e al minuto 1:45 (riff di Nobody’s Fault But Mine). Dal minuto 2:40 poi i GVF ripropongono il riff di chiusura di Out On The Tiles sempre dei LZ. Poi la gente si infastidisce se vengono accostati costantemente al gruppo del dirigibile.
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Con You’re The One le cose non migliorano. Il pezzo è molto simile a Your Time Is Gonna Come dei LZ. Andamento acustico su tempo medio con tanto di organo. Il ritornello mette in imbarazzo.
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Con The New Day mi trovo in uno stato in cui li ascolto solo per scoprire che riferimento zeppeliniano metteranno in campo stavolta. Magari esagero, ma anche qui mi sembra di sentire i Led Zep elettro-acustici di Over The Hills And Far Away.
Mountain Of The Sun è costruito su un buon giro rock blues disegnato con la slide guitar. In un primo momento mi ci ritrovo bene, sento qualcosa di famigliare ma mi godo il bel rock del pezzo. Poi mi sovviene la amara verità: il pezzo discende dall’inedito di LZII La La. Lo riascolto per capire se sono io che mi sto facendo suggestionare o cosa, ma la influenza di quella oscura outtake dei Led Zeppelin mi pare evidente.
Brave New World è un tempo medio che viaggia su coordinate epiche velate da contrappunti pieni di mistero. Verso la fine c’è un intermezzo dipinto di blues.
Il disco è chiuso da Anthem, ballata acustica. L’uso della steel guitar anche qui è sospetto, ma mi impongo di non cercare più tracce di piombo e cerco di godermi questo ultimo bel quadretto
Nell’album è compresa anche la versione più lunga di Lover, Leaver (Taker, Believer).
La copertina non è male e la produzione è discreta.
Riassumendo, non riesco a giungere ad un conclusione precisa. Il mio giudizio rimane interlocutorio. Mi piace come suonano, come si pongono, la baldanza che hanno, mi piace la musica che fanno (seppur rimanga convinto che manchi qualche pezzo di livello superiore), ma mi chiedo se questo mi sia sufficiente. Temo sembrino dei giganti vista la pochezza musicale dei nostri tempi e perché siamo disperatamente alla ricerca di qualcosa che ci faccia credere che il Rock sia ancora vivo. Intendiamoci, è un bel sentire, ma le analogie con i Led Zeppelin sono troppe perché un super fan del gruppo di Page come me non le noti.
Si capisce comunque benissimo che sono un gruppo americano (io ci sento anche il sound degli Allman Brothers, benché il gruppo provenga dal Michigan) e questo è un aspetto da non sottovalutare. Suonano hard rock ma hanno sfumature amabili e non troppo aspre, sono piacevoli da ascoltare anche quando non si è dell’umore adatto per darsi al rock duro. Hanno anche un bel nome, poi sono in quattro … la formazione che prediligo, e adorano il mio gruppo preferito. Avrebbero tutto per essere amati dal sottoscritto. In attesa di vedere se le nebbie si diradano, continuo a tenerli d’occhio.
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