Isabel Allende “Oltre l’inverno” (2017 – Feltrinelli)

11 Feb

Isabel Allende “Oltre l’inverno” (2017 – Feltrinelli) – TTTT

Ogni volta che mi accingo a scrivere due righe sul blog a proposito di un nuovo romanzo di Isabel Allen, mi torna in mente la frase che un mio caro amico mi disse una sera che mi sentì parlare con qualcun altro di questa grande scrittrice cilena: “ma non è roba per donne“?. Lo scrissi anche a proposito delle riflessioni relative a L’Amante Giapponese (vedi il link qui sotto); penso a quel mio (caro) amico e sono dispiaciuto per lui, perché privarsi della prosa magnifica della Allende è un vero peccato. Come sempre accade, arrivo in ritardo anche con questo romanzo, la pila sul comodino dei libri da leggere è sempre più alta, il tempo che dedico alla lettura ahimè evidentemente non è sufficiente per non restare troppo indietro con le ultime uscite, ma ad ogni modo ce l’ho fatta ed è stata un’altra lettura piena di godimento.

Già dall’inizio mi sono meravigliato di come a distanza di tanti anni, Isabel riesca a sorprendermi. La prosa a tratti mi ha irretito, ricca com’è di vocaboli, di metafore, di pulsioni e di passione. Il parallelo può sembrare azzardato, ma mi ha subito ricordato la prosa prorompente di Jack London, altro personaggio che su questo blog amiamo un bel po’.

La Allende è davvero uno dei nomi più significativi della letteratura in lingua spagnola.

Oltre l’Inverno è l’ennesimo capitolo riuscito della sua bibliografia. La storia è avvincente, i personaggi riusciti e le ambientazioni molto belle. Un uomo e due donne sono i protagonisti che emergono da una Brooklyn che va allo sprofondo in una tormenta di neve, districandosi tra i temi cari all’autrice: l’invincibilità dell’amore, la passione per la vita, l’eterna lotta contro l’ingiustizia e i soprusi. Sullo sfondo la dittatura cilena e il percorso di sofferenza che il centro e il sud america affrontano per arrivare a fondersi col nord america.

Il finale è forse un poco frettoloso, questo forse il mio unico appunto, ma per il resto questo nuovo romanzo è un’ennesima prova sontuosa di Isabel Allende. Che scrittrice magnifica!

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Isabel sul blog:

https://timtirelli.com/2017/07/19/isabel-allende-lamante-giapponese-2015-feltrinelli-p2016-audible-gmbh-ttttt/

https://timtirelli.com/2012/06/08/isabel-allende-il-quaderno-di-maya-feltrinelli-2011-tttt/

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https://www.lafeltrinelli.it/libri/isabel-allende/oltre-l-inverno/9788807032622

Descrizione

Lucía, cilena espatriata in Canada negli anni del brutale insediamento di Pinochet, ha una storia segnata da profonde cicatrici: la sparizione del fratello all’inizio del regime, un matrimonio fallito, una battaglia contro il cancro, ma ha anche una figlia indipendente e vitale e molta voglia di lasciarsi alle spalle l’inverno. E quando arriva a Brooklyn per un semestre come visiting professor si predispone con saggezza a godere della vita. Richard è un professore universitario spigoloso e appartato. Anche a lui la vita ha lasciato profonde ferite, inutilmente annegate nell’alcol e ora lenite solo dal ferreo autocontrollo con cui gestisce la sua solitudine; la morte di due figli e il suicidio della moglie l’hanno anestetizzato, ma la scossa che gli darà la fresca e spontanea vitalità di Lucía restituirà un senso alla sua esistenza. La giovanissima Evelyn è dovuta fuggire dal Guatemala dove era diventata l’obiettivo di pericolose gang criminali. Arrivata avventurosamente negli Stati Uniti, trova impiego presso una facoltosa famiglia dagli equilibri particolarmente violenti: un figlio disabile rifiutato dal padre, una madre vittima di abusi da parte del marito e alcolizzata, un padre coinvolto in loschi traffici. Un incidente d’auto e il ritrovamento di un cadavere nel bagagliaio della macchina che saranno costretti a far sparire uniranno i destini dei tre protagonisti per alcuni lunghi giorni in cui si scatena una memorabile tempesta di neve che li terrà sotto assedio.

Biografia

Isabel Allende
Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2015), Oltre l’inverno (2017). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

BOOTLEG: Led Zeppelin, Manchester, Hard Rock, U.K. 08/12/1972

4 Feb

ITALIAN/ENGLISH

Led Zeppelin – 1972.12.08 – Hard Rock, Manchester, U.K. “One Step Up From Belle Vue” (EE remaster)

LABEL: no label

TYPE: audience

SOUND QUALITY: TTTT-

PERFORMANCE: TTTTT

ARTWORK: no artwork

PACKAGING: no packaging

BAND MOOD: TTTTT

COLLECTION ZEP FAN: TTTTT

COLLECTION CASUAL FAN: TTT

Capita a volte di riscoprire concerti dei Led Zeppelin (e relative registrazioni live) che avevi dimenticato o forse sottovalutato. E’ il caso di questo bel “bootleg” audience attinente al concerto che tennero i LZ a Manchester l’8/12/1972. Il tour del Regno Unito dell’inverno 1972-1973 arrivò dopo le date di ottobre spese tra Giappone e Svizzera (i due concerti di Montreux) e si protrasse dal 30 novembre 1972 al 30 gennaio 1973.

A Manchester fecero due concerti, il 7 e l’8 dicembre. Non si sa tanto dell’Hard Rock Concert Theatre, se non che fu aperto nel settembre del 1972 (serata d’apertura con David Bowie) e che restò in funzione tre anni durante i quali vide passare tra gli altri Free, Wings, Fleetwood Mac, Black Sabbath e Deep Purple. Delle due date dei LZ solo la testimonianza audio della seconda è arrivata sino a noi; la versione di cui parliamo è quella rimasterizzata a suo tempo da Eddie Edwards, noto fan inglese molto abile nel ripulire vecchie registrazioni live. Il titolo che diede Edwards al suo lavoro è One Step Up From Belle Vue riferendosi ad una plantation della serata, ma la stessa versione fu ristampata anche dalla etichetta specializzata in bootleg Sanctuary col titolo di Hard Rock!. Tale registrazione è facilmente reperibile tramite download gratuito nei soliti siti dove i fan si scambiano questo tipo di articoli.

Rock And Roll apre il concerto con la solita meravigliosa irruenza. Stiamo parlando degli anni migliori dei Led Zeppelin, dunque la performance di tutto il concerto è, come spesso accadde, superba. Durante il giro strumentale prima dell’assolo Jones tarda a passare dal LA al RE, ma si riprende subito. La chiusura di Bonham è rresistibile. Page parte quindi con l’introduzione di Over The Hills And Far Away (brano allora ancora inedito). Una volta entrata la band non si può non si notare l’attacco furibondo che Bonham mette in mostra nel suo drumming. Plant è un po’ misurato, tende a controllare la voce visto che nelle settimane e mesi precedenti ebbe le prime avvisaglie dei problemi di voce di cui soffrirà negli anni successivi. La sezione dedicata all’assolo è sublime: Bonham e Jones ben presenti con il loro magnifico groove hard rock funk e Page libero di esprimersi alla sua porca maniera.

RP: Thank you. Good evening. Uh, this is one that tells us, uh, this is one they call one step up from Belle Belle Vue. Which I think they might be right about. This is, uh, a song off the last album. That’s, uh, yeah, that’ll do.”

Ascoltare Black Dog in cuffia ti dà l’esatta (o quasi) percezione di cosa doveva essere vedere un concerto dei Led Zeppelin in quegli anni: potenza pura trattata con sopraffina eleganza e con una musicalità probabilmente senza pari in campo Rock. Il gruppo è sciolto, suona molto bene, è coeso, pieno di testosterone musicale e sospinto dalla energia cosmica, particolarità che mancarono – dal vivo –  dal 1975 in poi. Sarà che le orecchie si abituano in fretta alla qualità non certo perfetta dei bootleg di questo tipo, ma l’audio sembra davvero migliorare con Black Dog. Bonham è ancora una furia. Nessuno in campo Rock suonava come lui e come questo gruppo in quegli anni. Una meraviglia.

Il pubblico risponde alla grandissima. Il calore e l’affetto per quei quattro musicisti era davvero grande.

RP: “Thank you. Now what was that called? Huh. Now then. So this is a song without, hang on. Every time we come to Manchester, there’s a lot of people shouting out. But it’s not wise. Here’s, uh, here’s one about what happens on a sunny afternoon when you go for a walk in the park and sit, sit with the wrong people. It’s called ‘Misty Mountain Hop.'”

Jones si siede al piano e alla pedaliera basso per Misty Mountain Hop. Non mi piace ripetermi ma non posso fare altrimenti e sottolineare una volta di più il lavoro di John Bonham. Incredibile. Senti un concerto come questo e tutti gli altri batteristi rock ti sembrano lontani anni luce da lui. Cosa cavolo abbiamo perso quel 25 settembre 1980!

Segue Since I’ve Been Loving You che arriva dalla precedente grazie alla leggendaria scarica elettrica di Page. Il pubblico applaude sulle prime misure di questo fantasmagorico blues in minore, non può fare altrimenti incantato come’è da quella meravigliosa musicalità. Il cantato di Robert è pieno di passione, i suoi I’ve been the b-b-b-b-b-b-b-b-best of fools sono da brividi. Per il ritornello Jones passa dal piano all’organo. Il suono della chitarra di Page non è troppo distorto così tutto il calore dell’accoppiata Gibson Les Paul/Marshall risalta ottimamente.

RP: “This is, uh, we’d better call in a … completely musical part …. You’ll notice that, uh, a few, uh, of the heirarchy of the musical press managed to get to Newcastle last week. It’s the first English gig they’ve been to for about thiry-five years. And you should see how they’ve changed, man. Anyway, they, uh, they won’t tell us how much they like this. And we don’t know what to do about it. We want to drop it from the program. … come out in the summer, as you probably read. It could have been just right. But, we still. ‘Dancing Days.'”

Page abbassa il MI cantino a RE e il gruppo si lancia in Dancing Days (brano allora ancora inedito)Brano obliquo ma sempre interessante da sentire in versione live. Impressionante cogliere per l’ennesima volte come la sezione ritmica riempia bene lo spazio mentre Page suona le tante variazioni sulla chitarra.

RP: ” Sorry, we … happens. …. How many are there? Well thank you very much. …. I’ve heard managers are so tough but, uh. … the lights on? I remember, …. Tell me, now. In the meantime I’ll tell you about. You’re takin’ it a lot more seriously and I’m too silly. Here’s, uh, there’s a sign standing outside. Alright, steady. Steady. Steady. I suppose I could hold it. Huh, I was gonna tell you that, uh, I wish I could, man, I wish I could but, but that one was, you know you’ve got two, well one of mine dropped. I didn’t lick it. It became impossible to do things right now. Right, we’ll have to do without it. ….This is a song about a dog.”

Page imbraccia la chitarra acustica, parte col fingerpicking, il pubblico si lancia in un deciso battimani,  inizia così lo stomp di Bron-Yr-Aur Stomp.

RP: “It’s off, uh, the fourth album that’s coming out soon. And it’s called, uh. No, no, no, it wasn’t the fourth. And this is called ‘The Song Remains the Same.'” 

Il concerto prosegue con The Song Remains The Same e The Rain Song (brani allora ancora inediti), dove la qualità audio della registrazione sembra sfumare un poco. Verso la fine di Rain Song, Page sembra “girarsi” e non essere in piena sintonia col groove del gruppo.

RP: “John Paul Jones, mellotron. Thank you very much for that … in the quiet bit … And it really doesn’t matter. We’re gonna carry on with Billy … numbers all night. That would happen to be good. Actually, he’s writing an album with Eric Clapton …. Billy …. Here’s one that reminds me of Billy … ‘cuz it features John Paul Jones. John Paul Jones!”

Dazed and Confused dura più di 28 minuti e contiene accenni a There Was A Time di James Brown, Cowgirl In The Sand di Neil Young e a Walter’s Walk e The Crunge (quest’ultime allora entrambe inedite naturalmente). Di nuovo una grande prova di John Bonham, ma non è che il resto del gruppo sia da meno. E’ stupefacente sentirli improvvisare stacchi e variazioni ritmiche (dal minuto 5:50 in poi). Nella sezione strumentale dopo l’intermezzo dedicato all’archetto di violino, Page è così veloce e fluido che spaventa (è qui che inserisce il riff di Walter’s Walk; poco dopo Bonham parte col tempo di The Crunge). Nel finale ancora un Page velocissimo. Mamma mia! Subito dopo la chiusura il pubblico esplode.

RP: “Alright, if we can, uh, just stop them people chattering in the quiet bit. You were chattering somewhere in towards the sign of …. We’d like to do something that we’re, uh, like we do every night. I mean it. …, this is called ‘Stairway to Heaven.'”

L’introduzione di Stairway To Heaven appare un pelo insicura, sia da parte di Page che di Jones. Robert la canta con passione e con voce proprio bella. Belli i giochi di grancassa di Bonham intono al minuto 5:20.

RP: “Thank you, …. Hail stones and fucking ….This is, uh, this is something that, uh, when we’re not on stage we like to, to … around and play guitar, go to clubs and get very silly and, uh, this is a song that really typifies everything that we do during that hobby time.”

Whole Lotta Love si spinge oltre i 26 minuti e contiene tante citazioni.

Momenti più o meno completi per Sing A Simple Song (Sly & The Family Stone), Everybody Needs Somebody To Love (Solomon Burke), It’s Your Thing (The Isley Brothers … di solito veniva inserita in Communication Breakdown) e  Bottle It Up And Go (Tommy McClennan).

Solo oscuri accenni a Cumberland Gap (Lonnie Donegan), Ther’re Red Hot (Robert Johnson), Truckin’ Little Mama (Blind Boy Fuller).

Altri momenti più o meno completi per Boogie Chillum (John Lee Hooker), Boogie MamaSay Mama (Gene Vincent), Let’s Have a Party (Elvis Presley), I Can’t Quit You Baby (Otish Rush), The Shape I’m In.

In Bottle It Up And Go (minuto 8:00) Page è ancora super veloce. Che meraviglia sentirlo suonare così. Questo è il Page dell’immaginario collettivo. Jimmy è scatenato anche in Boogie Mama. La qualità audio decade ulteriormente in I Can’t Quit You Baby, ma torna di buon livello per The Shape I’m In.

Manchester December 1972

RP: “Thank you very much. We’ve had a very silly time. Goodnight”

Heartbreaker avanza con la consueta decisione. Nell’assolo Page ripete una frase che diventa un riff fino a che Bonham e Jones non saltano su per un breve impetuoso intermezzo strumentale suonato insieme.

RP: “Thank you very much, Manchester! And farewell. A goodnight”

RP: “Good evening! It’s pretty cold up here. Here’s a song that’s, uh, played with all over the world, even to Bangkok. That’s it.”

Immigrant Song Communication Breakdown chiudono la scaletta con lo smodato hard rock di cui il gruppo è capace. Il pubblico se ne va felice e tramortito.

Gran concerto dunque e malgrado la qualità audio non sia proprio eccezionale questa è un bootleg da avere se ci si dichiara fan in senso stretto dei LZ. Che band, ragazzi, che band!

Avvertenze: da ascoltare in cuffia.

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Led Zeppelin – 1972.12.08 – Hard Rock, Manchester, U.K.

Disc 1

01 Rock and Roll
02 Over the Hills and Far Away
03 Out on the Tiles / Black Dog
04 Misty Mountain Hop
05 Since I’ve Been Loving You
06 Dancing Days
07 Bron-Yr-Aur Stomp

Disc 2

01 The Song Remains the Same
02 The Rain Song
03 Dazed and Confused

Disc 3
01 Stairway to Heaven
02 Whole Lotta Love
03 Heartbreaker
04 Immigrant Song
05 Communication Breakdown

Lineage: CDRs > EAC (secure mode, offset corrected, test & copy) > WAV > FLACFrontend (tested & verified) > FLAC level 6

Mastered from 1st Gen + other sources, most complete version © Eddie Edwards

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(broken)ENGLISH

Led Zeppelin – 1972.12.08 – Hard Rock, Manchester, U.K. “One Step Up From Belle Vue” (EE remaster)

LABEL: no label

TYPE: audience

SOUND QUALITY: TTTT-

PERFORMANCE: TTTTT

ARTWORK: no artwork

PACKAGING: no packaging

BAND MOOD: TTTTT

COLLECTION ZEP FAN: TTTTT

COLLECTION CASUAL FAN: TTT

It sometimes happens to rediscover Led Zeppelin concerts (and related live recordings) that you had forgotten or perhaps underestimated. It’s the case of this beautiful “bootleg” audience of the concert that LZ held in Manchester on 8/12/1972. The UK tour of the winter of 1972-1973 arrived after the October dates spent between Japan and Switzerland (the two concerts of Montreux) and lasted from November 30, 1972 to January 30, 1973.

In Manchester they played two concerts: December 7th and 8th. Not much is known about the Hard Rock Concert Theater, except that it was opened in September 1972 (opening night with David Bowie) and that it remained in operation for three years during which it saw passing among others Free, Wings, Fleetwood Mac, Black Sabbath and Deep Purple. Of the two LZ dates only the audio evidence of the second has reached us; the version we are talking about is the one remastered years ago by Eddie Edwards, a well-known English fan who is very skilled at cleaning up old live recordings. The title that Edwards gave to his work is One Step Up From Belle Vue referring to a “plantation” of the evening,  the same version however was also released by Sanctuary, a label specialized in bootleg, with the title of Hard Rock !. This recording is easily available via free download on the regular sites where fans exchange this type of articles.

Rock And Roll opens the concert with the usual wonderful vehemence. We are talking about the best years of Led Zeppelin, so the performance of the whole concert is, as often happened, superb. During the instrumental bars before the solo, Jones is late going from A to D, but he immediately resumes. The ending of Bonham is irresistible. Page then starts the introduction of Over The Hills And Far Away (a song that back then was still unreleased). Once the band entered, one can not but notice the furious attack that Bonham shows off in his drumming. Plant is a bit ‘measured, he tends to control the voice as in the previous weeks and months he had the first signs of the voice problems that conditioned his vocals permormances in the following years. The section dedicated to the solo is sublime: Bonham and Jones are very present with their magnificent hard rock funk groove while Page is free to express himself in his fucking great way.

RP: Thank you. Good evening. Uh, this is one that tells us, uh, this is one they call one step up from Belle Belle Vue. Which I think they might be right about. This is, uh, a song off the last album. That’s, uh, yeah, that’ll do.”

Listening to Black Dog with the headphones gives you the (almost) exact perception of what was supposed to be at a Led Zeppelin concert in those years: pure power treated with superfine elegance and with a musicality probably unparalleled in Rock music. The group is loose, the playing is very good, it is cohesive, full of musical testosterone and driven by the cosmic energy, peculiarities that were missing – live – from 1975 onwards. The ears quickly get used to the audience type recording so the audio really seems to improve with Black Dog. Bonham is still a fury. Nobody in Rock music sounded like him and like this group in those years. Wonderful.

The public responds … the warmth and affection for those four musicians were really great.

RP: “Thank you. Now what was that called? Huh. Now then. So this is a song without, hang on. Every time we come to Manchester, there’s a lot of people shouting out. But it’s not wise. Here’s, uh, here’s one about what happens on a sunny afternoon when you go for a walk in the park and sit, sit with the wrong people. It’s called ‘Misty Mountain Hop.'”

Jones sits on the piano and on pedal bass for Misty Mountain Hop. I do not like repeating myself but I can not do otherwise and emphasize once more the work of John Bonham. Unbelievable. Listen to a concert like this and all the other rock drummers seem light years away from him. What a loss on that September 25, 1980!

Since I’ve Been Loving You follows. It arrives from the previous number thanks to the legendary salvo by Page. The audience applauds on the first measures of this phantasmagorical blues in C minor, it can not do otherwise enchanted as it is from that marvelous musicality. Robert’s singing is full of passion, his I’ve been the b-b-b-b-b-b-b-b-best-of-fools are super. For the refrain Jones passes from the piano to the organ. Page’s guitar sound is not too distorted so all the warmth of the Gibson Les Paul / Marshall pair stands out very well.

RP: “This is, uh, we’d better call in a … completely musical part …. You’ll notice that, uh, a few, uh, of the heirarchy of the musical press managed to get to Newcastle last week. It’s the first English gig they’ve been to for about thiry-five years. And you should see how they’ve changed, man. Anyway, they, uh, they won’t tell us how much they like this. And we don’t know what to do about it. We want to drop it from the program. … come out in the summer, as you probably read. It could have been just right. But, we still. ‘Dancing Days.'”

Page lowers the high E to D and the group launches itself into Dancing Days (a song that back then was still unreleased) an “oblique” song but always interesting to hear in a live context. It’s impressive to grasp for the umpteenth times how the rhythm section fills the spaces well while Page plays the many variations on the guitar

RP: ” Sorry, we … happens. …. How many are there? Well thank you very much. …. I’ve heard managers are so tough but, uh. … the lights on? I remember, …. Tell me, now. In the meantime I’ll tell you about. You’re takin’ it a lot more seriously and I’m too silly. Here’s, uh, there’s a sign standing outside. Alright, steady. Steady. Steady. I suppose I could hold it. Huh, I was gonna tell you that, uh, I wish I could, man, I wish I could but, but that one was, you know you’ve got two, well one of mine dropped. I didn’t lick it. It became impossible to do things right now. Right, we’ll have to do without it. ….This is a song about a dog.”

Page picks up the acoustic guitar, he starts the fingerpicking, the audience goes clapping, thus begins the stomp of Bron-Yr-Aur Stomp.

RP: “It’s off, uh, the fourth album that’s coming out soon. And it’s called, uh. No, no, no, it wasn’t the fourth. And this is called ‘The Song Remains the Same.'” 

The concert continues with The Song Remains The Same and The Rain Song (songs that back then were still unreleased)), where the sound quality of the recording seems to fade a bit. Towards the end of Rain Song, Page seems to be not in full harmony with the groove of the group.

RP: “John Paul Jones, mellotron. Thank you very much for that … in the quiet bit … And it really doesn’t matter. We’re gonna carry on with Billy … numbers all night. That would happen to be good. Actually, he’s writing an album with Eric Clapton …. Billy …. Here’s one that reminds me of Billy … ‘cuz it features John Paul Jones. John Paul Jones!”

Dazed and Confused lasts more than 28 minutes and contains references to James Brown‘s There Was A Time, Neil Young‘s Cowgirl In The Sand, and Walter’s Walk and The Crunge (the latter two then still unreleased of course). Again a great demonstration of John Bonham’s skills and attack, but in the end the whole group excels. It is amazing to hear them improvise breaks and rhythmic variations (from 5:50 onwards). In the instrumental section after the intermezzo dedicated to the violin bow, Page is so fast and fluid that he scares (it is here that he inserts the riff of Walter’s Walk, shortly after Bonham starts with the tempo of The Crunge). In the final section Page is stil super fast. Mamma Mia! Immediately after the end, the public explodes.

RP: “Alright, if we can, uh, just stop them people chattering in the quiet bit. You were chattering somewhere in towards the sign of …. We’d like to do something that we’re, uh, like we do every night. I mean it. …, this is called ‘Stairway to Heaven.'”

The introduction of Stairway To Heaven appears a a bit insecure. Robert sings the song with passion and with a beautiful voice. So good to listen to Bonham bass drum trick at 5:20.

RP: “Thank you, …. Hail stones and fucking ….This is, uh, this is something that, uh, when we’re not on stage we like to, to … around and play guitar, go to clubs and get very silly and, uh, this is a song that really typifies everything that we do during that hobby time.”

Whole Lotta Love goes over 26 minutes and contains many quotes.

More or less complete moments for Sing A Simple Song (Sly & The Family Stone), Everybody Needs Somebody To Love (Solomon Burke), It’s Your Thing (The Isley Brothers, this one  was usually inserted in Communication Breakdown) and Bottle It Up And Go (Tommy McClennan).

Only obscure references to Cumberland Gap (Lonnie Donegan), Ther’re Red Hot (Robert Johnson), Truckin ‘Little Mama (Blind Boy Fuller).

Other more or less complete moments for Boogie Chillum (John Lee Hooker), Boogie Mama, Say Mama (Gene Vincent), Let’s Have a Party (Elvis Presley), I Can not Quit You Baby (Otish Rush), The Shape I’m In.

In Bottle It Up and Go (8:00 minute) Page is still very fast. How wonderful is to hear him play like this. This is the Page of the collective imagination. Jimmy is also unleashed in Boogie Mama. The audio quality decays further in I Can not Quit You Baby, but returns to a good level for The Shape I’m In.

Manchester December 1972

RP: “Thank you very much. We’ve had a very silly time. Goodnight”

Heartbreaker advances with the usual decision. In the guitar solo Page repeats a plick some many times until it becomes a riff andBonham and Jones jump up for a brief impetuous instrumental interlude played together.

RP: “Thank you very much, Manchester! And farewell. A goodnight”

RP: “Good evening! It’s pretty cold up here. Here’s a song that’s, uh, played with all over the world, even to Bangkok. That’s it.”

Immigrant Song and Communication Breakdown close the concert with the immoderate hard rock that the group is capable of. The public is happy and stunned.

Great concert then and even if the audio quality is not exceptional, this is a bootleg to have if you are a LZ fan in the tight sense. What a band, guys, what a band!

Warning: to be listened to with headphones.

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Led Zeppelin – 1972.12.08 – Hard Rock, Manchester, U.K.

Disc 1

01 Rock and Roll
02 Over the Hills and Far Away
03 Out on the Tiles / Black Dog
04 Misty Mountain Hop
05 Since I’ve Been Loving You
06 Dancing Days
07 Bron-Yr-Aur Stomp

Disc 2

01 The Song Remains the Same
02 The Rain Song
03 Dazed and Confused

Disc 3
01 Stairway to Heaven
02 Whole Lotta Love
03 Heartbreaker
04 Immigrant Song
05 Communication Breakdown

Lineage: CDRs > EAC (secure mode, offset corrected, test & copy) > WAV > FLACFrontend (tested & verified) > FLAC level 6

Mastered from 1st Gen + other sources, most complete version © Eddie Edwards

Driving home in a snowy night (glad to be a music lover)

31 Gen

Penultimo giorno di gennaio, interno ufficio, primo pomeriggio. La neve inizia a cadere su Stonecity, dapprima in modo incerto poi sempre più decisa. Nel tardo pomeriggio, le strade, le siepi e i tetti iniziano ad imbiancarsi. Poco dopo mi decido ad uscire dall’ufficio. Salgo in macchina, la neve ora scende che è una bellezza; Stonecity è già tutta bianca, nel buio della sera le colline a ridosso della cittadina paiono incombere in modo minaccioso sui poveri umani che vanno alla deriva circumnavigando rotonde, attraversando ponti e svincoli. Le fabbriche si preparano per la notte silente che le attende, la luce dei lampioni amplifica il soave sentimento che la neve infonde negli uomini di blues come me.

Uscito da Stonecity, mi immetto sullo stradone che porta a nord, poco prima di arrivare a Herberia svolto a destra, il mio solito percorso fatto di blue highway (di strade basse insomma) che mi permette di evitare il traffico delle arterie principali e di immergermi in un atmosfera da pastorale emiliana. Stradine strette, piccole frazioni, chiesette, vecchie case da contadini, stralci dell’Emilia di un tempo.

La sera sembra scendere lentamente, è come trovarsi sospesi in uno spazio temporale dove spazio e tempo sono sostituiti da anima e intelletto.  In quel momento il car stereo passa in modalità random alcuni brani che paiono la colonna sonora ideale per serate come questa.

Driving home in a snowy night – Foto TT

L’aria sonora invade l’abitacolo della Sigismonda, la blues mobile insomma. Mi sento vivo e molto fortunato di essere un amante della musica, un privilegiato nel poter immergermi tra le pieghe di brani musicali dal respiro universale. Avanzo nella notte cullato da Onward degli Yes, seguo l‘incessante carovana delle stelle filanti di neve che mi precedono scortato da Eternal Caravan of Reincarnation dei Santana, ambisco ad attraversare la notte buia e nevosa per arrivare ad un nuovo mattino al suono di Dawn della Mahavishnu Orchestra. Ringrazio il padre dei quattro venti che ha fatto di me un grandissimo appassionato della scienza e dell’arte della organizzazione dei suoni, senza questo sconfinato amore per questa musa definitiva, la mia vita sarebbe certamente meno vissuta.

ROGER DALTREY “Thanks a Lot Mr Knibblewhite – My Story” ( Henry Holt publishers – 2018)

30 Gen

ROGER DALTREY “Thanks a Lot Mr Knibblewhite – My Story” ( Henry Holt publishers – 2018) – TTT½

(Edizione statunitense, testo in inglese, copertina rigida.)

Con l’aiuto di Matt Ruud, Roger Daltrey, cantante degli Who ha pubblicato lo scorso anno la sua biografia. Ne parliamo oggi dopo averla letta e soppesata.

In puro stile Who, Roger sembra assai sincero mentre racconta la sua storia, o meglio la propria versione della sua storia. Lo fa in un inglese scorrevole, semplice, quello che userebbero due amici al pub dietro un boccale di birra.

Non so se questo è lo stile che vorrei dalle mie rockstar preferite, ma Roger si vende per quello che è, dunque alla fine giustifico e apprezzo la sua prosa terra terra e la sua schiettezza. Il libro (nella versione in mio possesso) ha 260 pagine, dunque è una biografia breve e per niente dettagliata. La mancanza di particolarità tecniche è un denominatore comunque di tante autobiografie di musicisti, ma in questa tale mancanza è ancora più evidente.

Mi sembra chiaro che il tipo di approccio usato per questo libro sia adatto al pubblico meno esigente e preparato, una storia che può essere letta senza difficoltà anche da chi non fa del rock una ragione di vita. Magari è un parallelo po’ azzardato, Daltrey non ha l’appeal commerciale di Freddie Mercury, ma come operazione non siamo distanti dal film Bohemian Rhapsody, più che al pubblico del Rock sono entrambi destinati ad un pubblico più vasto e neutro.

Roger parla con franchezza, delle difficoltà incontrate ad uscire dal proletariato inglese, della follia nell’essere in tour con uno come Keith Moon e in generale con un gruppo rock negli anni settanta, dei problemi finanziari della band, del complicato prosieguo dopo la morte di Moon (e di Entwistle poi) e delle buone vibrazioni degli ultimissimi tour.

Oltre a questi altri argomenti delicati, l’abbondano di prima moglie e figlio, le scappatelle on the road, i figli avuti da rapporti più o meno occasionali, il sofferto cambio di management (da Kit lambert a Bill Curbishley), etc etc.

Il titolo del libro si riferisce al preside della Grammar School che Daltrey frequentò, il cuoi preside – Mr Knibblewhite – sentenziò che Roger non avrebbe combinato nulla nella vita.

Libro dunque facile e godibile, per tutti i palati.

Ianuarius blues

23 Gen

Gennaio lo si vive di solito come mese importante: è il primo dell’anno, ha 31 giorni, viene associato all’arrivo del “generale inverno” e così via. Questo del 2019 sembra tuttavia scivolare senza troppa sostanza. Ha fatto freddo un settimana, durante la quale la campagna emiliana si è di nuovo trasformata in tundra, ma poi si è stabilizzato. Giorni e giorni senza precipitazioni, siccità, cimici che ancora infestano le case qui in campagna. Tra oggi e il prossimo lunedì dovrebbe cadere un po’ di neve, ma la sensazione è che sembrano non esserci più i gennaio di una volta.

NEW YEAR DAY BLUES

Il 31 dicembre sarei dovuto andare a vedere la Premiata (la pieffeemme insomma) in concerto in piazza a Parma ma la pollastrella era influenzata e abbiamo così ripiegato su un veloce brindisi con i vicini. Abbiamo accolto dunque il nuovo anno in semplicità e con lo spirito allegro, d’altra parte il Franciacorta agevola le giuste vibrazioni.

Pollastrella – New Year blues – foto TT

Dopo qualche ora di sonno, pranzo da Lucia: cappelletti, coniglio, arrosto, lambrusco, zuppa inglese … insomma, lo strabiliante menù d’ordinanza dei giorni di festa qui in Emilia. La pollastrella è vegetariana e ha virato su altri cibi, io di solito cerco di essere contenuto e di non mangiare (troppa) carne, ma sono così emiliano che trattenermi per Natale, Santo Stefano e primo dell’anno fatico parecchio e inoltre, fino a che ne avrò la possibilità, vorrei godermi questi ritrovi culinari che riportano alla mia infanzia e alla mia giovinezza.

Mentre digerisco il pasto con l’aiuto di liquida liquirizia liquorosa (sciocca allitterazione, lo so), osservo la pollastrella e suo nipote Steve giocare a Rebellion, un gameplay di Star Wars. Sia Saura che Steve sono superfan di questa saga e credo occorra davvero esserlo per affrontare Rebellion, ovvero “un gioco di strategia tattica asimmetrico da 2 a 4 giocatori ambientato nell’universo della trilogia originale, che vede i Ribelli contro l’Impero.”.

Li osservo stupito mentre si preparano ad immergersi in Star Wars versione da tavolo. Ammiro la loro dedizione, il loro confrontarsi usando il lessico starwarsiano, la loro volontà di entrare tra le pieghe di un gioco senza dubbio impegnativo.

Steve – Rebellion : STAR WARS game play – foto TT

Li lascio alle loro fantasie stellari, torno alla Domus e mi godo un po’ di nuove edizioni in vinile. Ho sempre un brivido quando ho in mano il long playing di Works

Sul piatto della Domus Saurea: ELP – foto TT

…torno poi su una delle mie piccole ossessione ovvero Love Beach, album certamente assai superiore a quello che si è detto in giro negli ultimi quarant’anni anni.

Sul piatto della Domus Saurea: ELP – foto TT

Pesco poi Made In Europe, con la sua copertina che “fa tanto Ciao 2001″, come dice il mio amico Picca.

Sul piatto della Domus Saurea: DP – foto TTCome dice

BACK AT THE OFFICE BLUES

Dopo l’Epifania torno in ufficio. Come capita da un bel po’ di mesi a questa parte faccio buon viso a cattivo gioco. Cerco di “tenere alto il mio sorriso” come cantava Tommy Togni e di fronteggiare le paludi lavorative con discreta eleganza.

Tim: Office Blues – gennaio 2019 – autoscatto

CAR WASHING BLUES

In pausa pranzo vado a far lavare la Sigismonda.  Di solito lo faccio a Florianus, paese di 17.000 anime a un metro di distanza da Stonecity; mentre attendo che la blues mobile torni più o meno come nuova mi soffermo a contemplare gli uffici dell’ex stazione di servizio ora lavaggio auto. Questi locali lasciati a se stessi mi affascinano ogni volta. A Mess Of Blues, come cantava Elvis The Pelvis.

Stonecity car washing blues – foto TT

Stonecity car washing blues – foto TT

Stonecity car washing blues – foto TT

DOMUS FELIS

Sarà anche bello avere dei gatti intorno ma d’inverno capita a volte di averne in casa cinque (su sei). Persino il randagio Arturo viene a ripararsi volentieri, accoccolandosi nella sua scatola o appisolandosi sulla mia sedia. Questo significa pulire e disinfettare in continuazione e aprire e chiudere la porta d’ingresso ogni qualvolta vogliano uscire od entrare. Palmiro, che è il capobranco o meglio il capo colonia, controlla, tollera e mantiene l’ordine. Quando tutto è a posto, non disdegna le comodità della vita domestica, si intabarra sul divano e si gode the fantastic drowse of the afternoon Sundays

Palmiro – “Oggi fa friddo e nun voglio ascì”- foto TT

Anche Raissa, che è la più paziente , nonché matriarca della Domus, amica e collaboratrice di Palmir, non rinuncia mai a qualche momento di relax dinnanzi alla stufa quando la situazione lo consente.

Raissa – Domus Saurea –  Gennaio 2018 – foto TT

Strichetto, la gattina isterica di cui tanto parlo, alterna pisolini nella sua cesta a scorribande improvvise, la ritroviamo in ogni pertugio, in ogni anfratto. Chiede attenzione, di essere intrattenuta, e quando le ottiene si stufa e scappa via.

Strichetto e la TV – foto TT

La Ragni (da Ragnatela) sta sulle sue, principessa un po’ indolente con la paura di essere detronizzata da Strichetto. Spaventina come sempre resta fuori davanti alla porta.

La Ragni – Gennaio 2019 – foto TT

ADIDADS obsession

Intorno al 1974, poco più che bambino, giravo per Canalclear high street a Mutina, credo ci fosse con me mia madre ma non ne sono sicuro. Davanti ad una della tante vetrine di Mazzi, un grosso emporio con le insegne Pirelli, mi bloccai. Mazzi vendeva materie plastiche, arredo casa, abbigliamento sportivo, giocattoli e chissà che altro in un dei punti più noti del centro storico, letteralmente a due passi dal Duomo. Fui immediatamente rapito da una tuta marrone dell’Adidas. Ora, non è che il colore marrone sia esattamente il mio preferito, ma erano i primi anni settanta, le tute da ginnastica erano pressoché tutte felpacce blu, accompagnate poi dalle immancabili Superga blu e bianche (i modelli Allstar non erano ancora diventate di moda qui in Italia, soprattutto nel mondo del Rock), e vedere una tuta così bella, così particolare mi segnò per il resto della vita.

Da allora i modelli vintage Adidas mi incantano sempre (tra l’altro condivido questa passione anche con il Vate di Setubal, Josè Morinho). Di questi tempi non è semplice continuare ad amare questo marchio, entri nei negozi odierni, vieni sopraffatto da rap e trap (per quanto mi riguarda quasi sempre musica-non-musica di pessimo gusto), vieni servito da personale gentile ma sbruffoncello (ragazzi che potrebbero quasi essere tuoi nipoti) mentre l’occhio ti cade sui modelli attuali adatti alle nuove generazioni venute su appunto a rap e a NBA. Con un po’ di pazienza qualcosa che mi piace riesco anche a scovarlo, ma non mi ci ritrovo in quei luoghi e dunque esco e me ne vo.

Così non mi rimane altro che sfogare la mia piccola e dolce ossessione per certe fogge retro’ sul sito dell’Adidas e sfogliare le pagine alla ricerca di qualcosa che si confaccia al mio gusto. Quando lo trovo, magari in saldo, mi sento meglio, proprio come quando ascolto un long playing degli anni settanta di uno dei miei gruppi preferiti. Nel giro di una settimana tre ordini, se non è shopping compulsivo questo … d’altra parte dovrò pur cercare di riempire i vuoti esistenziali in qualche modo, o no?

Acquisti Adidas – foto TT

FILM: Tre Manifesti A Ebbing Missouri – TTTTT

Regia: Martin McDonagh – Gran Bretagna, USA, 2017, 115′ – con Zeljko Ivanek, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Peter Dinklage, Lucas Hedges, Kerry Condon, John Hawkes, Frances McDormand, Caleb Landry Jones, Amanda Warren, Abbie Cornish

Un film che scivola dentro quel genere americano che – da non esperto di cinema – fatico a descrivere … commedia-noir-piuttosto-spiritosa-legata-al drammatico-e-tragico. Film che mi è davvero piaciuto tantissimo.  Visto su Sky Premiere.

TRAMA: sono passati mesi e l’omicidio di sua figlia è rimasto irrisolto, così Mildred Hayes decide di smuovere le autorità, commissionando tre manifesti alle porte della sua città – ognuno dei quali grida un messaggio provocatorio e preciso – diretti a William Willoughby il venerato capo della polizia locale. Quando viene coinvolto anche il suo secondo ufficiale, Dixon, ragazzo immaturo e dal temperamento violento, la battaglia tra Mildred e le forze dell’ordine di Ebbing è dichiaratamente aperta.

FILM: La Forma Dell’Acqua – TTTTT

Regia di Guillermo Del Toro – USA, 2017 – con Sally Hawkins, Michael Shannon (II), Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg – Titolo originale: The Shape of Water. Genere Drammatico, Fantasy, Sentimentale – durata 119 minuti. Distribuito da 20th Century Fox.

Altro film grandioso, un mix tra drammatico, sentimentale e fantasy. Una sorta di La Bella e La Bestia versione gotica e dark. Visto su Sky Premiere. Da non perdere.

TRAMA: Elisa, giovane donna muta, lavora in un laboratorio scientifico di Baltimora dove gli americani combattono la guerra fredda. Impiegata come donna delle pulizie, Elisa è legata da profonda amicizia a Zelda, collega afroamericana che lotta per i suoi diritti dentro il matrimonio e la società, e Giles, vicino di casa omosessuale, discriminato sul lavoro. Diversi in un mondo di mostri dall’aspetto rassicurante, scoprono che in laboratorio (soprav)vive in cattività una creatura anfibia di grande intelligenza e sensibilità. A rivelarle è Elisa. Condannata al silenzio e alla solitudine, si innamora ricambiata di quel mistero capace di vivere tra acqua e aria.

SERIE TV: Das Boot – Stagione 1 –  TTTT 

Regia: Andreas Prochaska – Germania/Francia 2018 – Lingua Originale: tedesco/francese/inglese – Tratta dai romanzi Das Boot e Die Festung di Lothar-Günther Buchheim – Interpreti principali: Rick Okon: comandante Klaus Hoffmann / Vicky Krieps: Simone Strasser / Leonard Scheicher: Frank Strasser / Rainer Bock: comandante Gluck / August Wittgenstein: Karl Tennstedt / Franz Dinda: Robert Ehrenberg  / Stefan Konarske: Ulrich Wrangel / Pit Bukowski: Pips Lüders / Julius Feldmeier: Eugen Strelitz / Leonard Kunz: Gunther Maas Lizzy Caplan: Carla Monroe / Tom Wlaschiha: Hagen Forster / Fleur Geffrier: Margot Bostal / James D’Arcy: Jack Sinclair

Nuova serie di Sky, riuscita e avvincente.

TRAMA: è il 1942 e il nuovo sommergibile U-612, prodigio dell’ingegneria tedesca dell’epoca, è pronto a salpare dalle coste francesi occupate dai nazisti per una missione nell’Atlantico. A bordo 40 giovani uomini della Marina condividono una missione e gli angusti spazi del sottomarino.

Ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, DAS BOOT, la nuova produzione originale Sky, descrive attraverso gli occhi dei soldati tedeschi il fanatismo cieco che spinge i giovani a una guerra senza senso, un tema ancora di grande attualità.

SERIE TV: Escape at Dannemora

Regia: Ben Stiller – USA 2018 – Tratta da una storia vera – Interpreti principali: Benicio del Toro: Richard Matt / Patricia Arquette: Tilly Mitchell / Paul Dano: David Sweat

La prima puntata parte con From The Beginning degli Emerson Lake & Palmer, e questo non può che predisporti bene. Negli episodi che seguono a sostegno delle narrazione visiva ci sono Whipping Post degli Allman Brothers, Do It Again degli Steely Dan, Take Me To The Pilot di Elton John e, udite udite, nel sesto episodio Bad Company della Bad Company.

Serie dunque da non perdere per noi uomini di blues anche perché c’è un Benicio del Toro in spledida forma, per non parlare della prova convincente di Paul Dano e della stratosferica Patricia Arquette. La regia di Ben Stiller mi sembra davvero niente male, cosa questa che mi sembrava impensabile eppure …

TRAMA: Due uomini sono stati incarcerati per omicidio. Richard Matt, colui che ha pensato alla fuga, un vero e proprio manipolatore che alterna la violenza all’arte dei suoi dipinti; insieme al suo compagno di blocco David Sweat, organizza un ambizioso piano di fuga. Ad aiutarli è Joyce “Tilly” Mitchell, madre e moglie annoiata che lavora nella sartoria della prigione.

BLOG PEOPLE:

Ogni tanto ricevo email inaspettate da lettori del blog. Nei giorni scorsi è stata la volta di Matteo e Raymond.

Matteo mi scrive: “Buonasera, un entusiasta lettore del suo blog ormai da diverso tempo e approfitto dell’occasione per ringraziarla del suo lavoro. Le scrivo per domandarle se potesse dirmi, qualora non fosse troppo disturbo, se ha avuto modo di ascoltare la riedizione di Outrider uscita in Giappone nel giugno 2016, che pare sia rimasterizzata. Pongo a lei questa domanda perché, vista la recensione di Coverdale/Page in cui cita l’edizione del 2011, so che può avere familiarità con questo genere di ristampe. Grazie in anticipo e cordiali saluti”

Con Matteo poi siamo passati al tu e approfondito la conoscenza, ma resta il fatto che avere lettori che si interrogano se la recente edizione giapponese di Outrider (album solista di Jimmy Page del 1988 mai uscito in una nuova ristampa qui in Europa e in Nord America) sia rimasterizzata come si dice, mi rende orgoglioso. Questo denota interesse all’approfondimento, al dettaglio alle sfumature. Che meraviglia avere gente così intorno.

Raymond mi scrive:  Hi Tim, Just thought i would drop you a few lines to say how much i enjoy your blog. I really enjoy what you put on your blog about music, i can’t believe your taste i love everything you talk about or give your opinion on. All the bands your love i love to … i saw Led Zeppelin five times Preston, twice at Earls Court and both Knebworths an amazing band. I just love that period in music i feel the best music came out between 66 to 77, so many great Artist/Bands. I also like you are an avid collector of live recordings/Bootlegs and have been for over forty years, in fact i’ve just ordered the Bad Company Boston 77 show after reading your view on it. I live in the UK Manchester to be precise and saw many many bands in the seventies at the Free Trade Hall, the Hardrock and the Appllo. i will sign off for now but keep it coming Tim like i said love your Blog. Regards,Ray

Beh, che ci sia un Raymond di Manchester che segue un blog dove di certo non tutti gli articoli hanno la traduzione in inglese, che ha visto i LZ dal vivo 5 volte e che si dice entusiasta degli articoli che pubblichiamo mi sembra davvero meraviglioso. Come mi sembra meravigliosa la comunità che ormai da otto (otto!) anni segue questo blog per l’uomo (e la donna) di blues. Grazie davvero, I love you all.

FRIENDS WILL BE FRIENDS: Riva e Trombetti omaggiano Tirelli

Ad inizio anno due monumenti del giornalismo musicale italiano (Beppe Riva e Giancarlo Trombetti) si ritrovano e decidono di omaggiare il sottoscritto posando per una foto con le due riviste top relative alla nostra musica con i copertina i giganti che una volta camminavano sulla terra. Faccio due conti, sono trent’anni o poco più che conosco i due in questione, trent’anni da quando mi presero sotto la loro protezione nel momento in cui iniziai la collaborazione con le riviste nazionali Metal Shock e Flash. Era il 1988, già, eppure siamo ancora qua che ci sentiamo, ci scriviamo, e ci scambiamo informazioni e sensazione su un mondo, il nostro, quello del Rock, che sta svanendo. A dir la verità con Riva scambio almeno settimanalmente anche riflessioni sulla nostra comune grande altra passione (l’Inter), con Trombetti fatico di più perché, pur essendo anch’egli un gran appassionato di football, ha colori che diciamo così, fanno a botte con quelli della mi squadra, nonostante questo voglio un gran bene ad entrambi ed è bello che dopo tre decenni siamo ancora qui a roccare e a rollare.

PS: Che i due non siano a capo di una delle due riviste che hanno in braccio mi sembra impossibile.

Beppe Riva & Giancarlo Trombetti – gennaio 2019

FRIENDS WILL BE FRIENDS ( Stefano & Carlo Alberto’s songwriting blues)

A proposito del tempo che passa e degli amici che ritornano. A inizio anno mi metto sulla chitarra e mi arriva d’improvviso un riff che capisco sin da subito essere niente male. Si basa su un paio di accordi uno dei quali lo rendo in una posizione inusuale che non so nemmeno se esista ma che mi piace parecchio; dopo poco aggiungo altri quattro accordi. Scrivere canzoni, me lo dico spesso, è la cosa che più mi piace fare al mondo. Capisco immediatamente però che il riff di cui sopra è diviso (per accenti e per tempo) in maniera non convenzionale, che lo sviluppo dell’ipotetico pezzo è troppo articolato per poterlo cantare e/o finire da solo. Ci penso qualche minuto e poi mando un whatsapp al mio songwriting pard di un tempo: Mr Charles Albert Thompson. Ci conosciamo dal 1981, nel periodo 1988/1993 ci eravamo messi a fare sul serio per quanto riguarda lo scrivere canzoni ma poi il progetto naufragò. Ci ritrovammo nel 1995 e scrivemmo altre cose a mio avviso molto carine. Tutto finì lì, ognuno prese altre strade, tuttavia, anche in questo caso, dopo il mio messaggio eccoci di nuovo qui, in una sera qualunque di gennaio a buttar giù qualcosa insieme.

Davvero buffo, sono trascorsi 24 anni dall’ultima canzone scritta eppure sembra che il tempo non sia passato, ci approcciamo alla cosa con la familiarità e le dinamiche di un tempo. Gli faccio sentire il riff e il giro alcune volte, lui guarda per aria, attende l’attimo propizio e si mette a canticchiare e a scribacchiare qualcosa. Alla fine della serata abbiamo due strofe pressoché complete. Nell’appuntamento successivo completiamo la canzone con ponte e ritornello. Niente di che naturalmente, l’ennesima canzone destinata a rimanere chiusa nel cassetto, però che bella sensazione.

Studiolo – Domus Saurea – Gennaio 2018 – foto TT

FRIENDS WILL BE FRIENDS (Stefano & Stefano’s football blues)

INTER – SASSUOLO un sabato su DAZN. Mi viene il blues. La squadra della città in cui lavoro ormai è la nostra bestia nera, in più guardarla sullo schermo del PC tramite DAZN mi dà l’orticaria: la connessione non è mai perfetta, i commenti sono spesso desolanti e finisco sempre per sentirmi a disagio. Mi salva un messaggio del Pike boy? “Cinegiappo?”, mi scrive, meno male … qualcuno che si fa vivo nel momento del bisogno.

Il ristorante cinegiappo dove siamo soliti andare, non troppo distante dalla Domus Saurea, è stato completamente rinnovato. Non è più a buffet ma alla carta. Niente male. Ci incontriamo alle 19,15, siamo entrambi puntualissimi per non perdere poi la partita. Antipasto ai frutti di mare, spaghetti di riso ai gamberetti alla piastra, anatra con ananas, birra cinese … solita ordinazione da uomo di blues. Anche in questo caso faccio due conti: conosco il Pike boy da quasi 38 anni, da quando le nostre relative band di allora suonarono al festival Modena Rock del 1981. Condivido con lui il nome proprio (sebbene i soprannomi abbiamo preso il sopravvento già dagli anni settanta) e l’amore e la visione del Rock. Oggi siamo due uomini di una incerta età che non smettono un secondo di parlare di long playing, del Dark Lord (James Patrick Page insomma), della musica intorno alla quale le nostre stesse esistenze girano intorno.

Bluesmen al CineGiappo – Gennaio 2019 – Foto Saura T

Tanti anni passati ma sembriamo ancora i due cinni (come si dive qui nella Mutina-Regium county) o pischelli (come direbbe Polbi) che si infiammavano per le copertine del doppio live The Song Remains The Same e del triplo Wings Over America, ah!

Stasera DAZN funziona più o meno bene. Lo schermo 27 pollici non è poi male, il divanetto da due soldi dello studiolo non è il massimo ma guardare una partita in compagnia di Pike è sempre bello e la serata passa liscia, non fosse per lo 0 a 0 con cui termina la partita. Rassegnati e amareggiati, affoghiamo la delusione nella Pelmosoda.

Tim & Pike: bocche cucite e facce lunghe dopo Inter – Sassuolo – Foto Saura T.

Evitiamo di stare a sentire il mister nel post partita e ci trasferiamo in sala a ritemprarci con video bootleg dei Led Zeppelin periodo 1972/1973.

Ci godiamo la “rumba” dei Led Zeppelin fino alla mezza. L’Inter è un fastidio ormai lontano, ci auguriamo la buonanotte con il sorriso: il Rock è una medicina potentissima.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=TSm94npExzU

BOOTLEG: BAD COMPANY Boston Garden, Boston MA. August 6th 1977

16 Gen

ITALIANO / ENGLISH

BAD COMPANY – Boston Garden – Boston MA. – August 6th 1977 – TTTTT

Lo scorso dicembre è apparsa come dal nulla – dopo più di 40 anni – la registrazione audience di un concerto della Bad Company tenutosi nell’estate del 1977 a Boston. Un capace e volenteroso amante delle registrazioni dal vivo ne ha fatto il transfer sistemando velocità altre piccole imperfezioni, il risultato è una vera goduria per i fan della Bad Company originale; è un’ ottima registrazione audience (presa dal pubblico) avvenuta circa dalla dodicesima fila. E’ vero che per molti gli anni d’oro della Original Bad Company sono i primi tre (1974/1975/1976), ma per chi come me ama le fase oblique dei gruppi questa è una live recording magnifica. Nonostante nel 1977 il gruppo fosse entrato in una fase di stanca dopo una trafila album-tour-album-tour-album-tour e il management (Peter Grant insomma) fosse già nel suo periodo buio, il tour dell’album Burnin’ Sky si rivelò davvero meglio del previsto. La band è viva e pronta e questa registrazione dal vivo ne è una perfetta testimonianza: ascoltandola in cuffia non si può che apprezzare l’eccellente acustica che aveva il Boston Garden e il groove e l’amalgama di un gruppo forse troppo sottovalutato.

Burnin’ Sky apre il concerto con un ottimo impatto. I quattro sono in forma, lo si nota subito e i 15000 del Boston Garden non sono da meno, l’accoglienza è straordinaria, battimani, urla … in quegli anni la Bad Company in America era davvero un gruppo di grande, grande successo. Ottimo l’assolo di Ralphs, fluido e veloce. Fine del primo pezzo, trionfo!

Boston Garden

Too Bad segue con la consueta carica. Ralphs è sulla Stratocaster (il suono della chitarra mi pare inequivocabile), questo toglie un po’ di corpo al pezzo, ma il risultato è comunque ottimo. Iniziare un concerto con due pezzi di fila da quello che all’epoca era ultimo album (Burnin’ Sky 1977) è da intrepidi, ma l’entusiasmo del pubblico ripaga il coraggio. Ready For Love dal primo disco infiamma ulteriormente i fan presenti. La qualità audience è davvero superba, il suono è pieno e rotondo, Kirke e Burrell sono definiti e ben presenti. Efficace l’assolo di Mick e come sempre superbo Paul Rodgers. La coda finale è suggestiva, il pubblico apprezza moltissimo, degna conclusione di un piccolo gioiello musicale… I need your love, give me your love … canta Paul mentre il brano si chiude. Brividi. Dopo il classico dal primo album è tempo per altri tre (!) brani presi da Burnin’ Sky, quasi una sfida, una spacconeria. La versione da studio di Heartbeat mi è sempre piaciuta molto mentre la sua trasposizione in contesto live mi ha spesso lasciato perplesso, l’arrangiamento non sembra funzionare a dovere. Qui si aggiunge alla chitarra anche Paul Rodgers. Like Water proviene dai tempi dei Peace (parentesi tra il primo scioglimento e la conseguente reunion dei Free a cavallo del 1971). Tipico andamento del pezzo rodgersiano, qui reso perfettamente da una grande esecuzione, aiutata anche da un suono d’insieme spettacolare. A volte i bootleg audience sono davvero il massimo per capire cosa significava assistere ad un concerto di un gruppo rock negli anni settanta. La chitarra ritmica di Rodgers guida il pezzo mentre gli altri tre aggiungono colore, calore e garra. Canzone al contempo leggiadra e potente. Perfetta. Leaving You ha un tempo simile al precedente ma ha un andamento più ritmato. Rock duro di gran foggia.

Dopo cinque pezzi da Burnin’ Sky (e uno dal primo album) si passa ai classici. Deal With The Preacher è un hard rock vibrante, che definisce l’indole dura del gruppo. Ralphs continua ad usare la Fender Stratocaster ed è l’unico appunto che mi permetto, convinto come sono che nelle canzoni più decise il suono della Bad Company sia quello corposo e pieno della Gibson Les Paul. Nonostante i fan intorno a chi effettuò la registrazione continuino a richiedere Rock Steady, il gruppo si lancia a testa bassa verso In The Midnight Hour, cover del pezzo di Wilson Pickett e Steve Cropper. E’ la prima volta che questo pezzo appare in una registrazione (ufficiale e non) della Bad Company, rende quindi questa registrazione ancor più appassionante. Rodgers è sempre stato un fan della musica R&B e Soul. Versione rock che va dritto al punto. Paul canta alla sua porca maniera. La gente continua a chiedere Rock Steady, c’è addirittura che urla “All Right Now”, il classico dei Free. Segue Simple Man. Introduzione seducente, sviluppo su tempo medio, coda che riprende le coinvolgenti atmosfere iniziali. Con Shooting Star si entra nel campo del sing-along, a fine brano l’ovazione del pubblico. Rodgers si accomoda al piano per un paio di pezzi: la trascinante Run With The Pack con mistica coda finale e la classicissima Bad Company, una dichiarazione d’intenti dipanata tra il sorgere del sole e le foschie spirituali. Quando Paul inizia a cantare Company, always on the run Destiny is the rising sun Oh, I was born 6-gun in my hand Behind the gun I’ll make my final stand
That’s why they call me la gente sembra perdere il controllo. Manifesto condiviso anche di chi è costretto a vite meno eccitanti.

La band esce dal palco e poco dopo ritorna per due superclassici. La gente lancia grida isteriche quando riconosce Feel Like Makin’ Love. Versione bollente. Can’t Get Enough spazza via ogni resistenza, tutti al galoppo nella stessa direzione, verso l’essenza del rock, verso quei momenti che rendono bella la vita. Come on, come on, come on and do it Come on and-uh do what you do I can’t get enough of your love I can’t get enough of your love I can’t get enough of your love. Essendo la chitarra di Mick Ralphs accordata aperta di Do, dopo l’intermezzo solista a due chitarrè, è Rodgers che improvvisa sul finale. Nella scatenata chiusura viene citata anche Satisfaction dei Rolling Stones.

Concerto dunque memorabile e live recording da avere a qualsiasi costo se si vuol capire che cosa sia la musica rock, quella magari senza troppe pretese ma vera e palpitante.

 

BAD COMPANY – Boston Garden – Boston MA. – August 6th 1977

Hezekiahx2 Analog Master to 1st Gen Reel to Reel at 7.5 ips
Transferred and Presented By Krw_co

LINEAGE HEZEKIAHX2 MASTER CASSETTE TO REEL TO REEL 1ST GENERATION AT 7.5 IPS >
TEAC A-7300 REEL TO REEL>CREATIVE SOUNDBLASTER X-FI HD MODEL #SB1240 WAV (24/96KHZ)>
MAGIX AUDIO CLEANING LAB FOR KRW TRACK MARKS VOLUME ADJUSTMENT AND EDITS>WAV16/44.1>TLH FLAC 8

Gear: Sony TC-153 w/ ECM-99 1 point Stereo Mic w/ cane
Location: Approx 12th row

THE BAND
Mick Ralphs guitars backing vocals
Simon Kirke drums backing vocals
Paul Rodgers lead vocals guitar keyboards harmonica
Boz Burrell bass backing vocals

SET LIST
1 Burnin’ Sky
2 Too Bad
3 Ready for Love
4 Heartbeat
5 Like Water
6 Leaving You
7 Deal With The Preacher
8 The Midnight Hour
9 Simple Man
(reel flip edit at 00:45:26:20)
10 Shooting Star
11 Running With The Pack
12 Bad Company
13 Feel Like Makin’ Love
14 Can’t Get Enough

(broken) ENGLISH

Last December a new tape appeared as if out of nowhere after more than 40 years: the audience recording of a Bad Company concert held in the summer of 1977 in Boston. A capable and willing lover of live recordings has made the transfer setting speed and other small imperfections, the result is a real pleasure for fans of the original Bad Company; it is an excellent audience recording (taken from the crowd) approx from the12th row. It is true that for many the golden years of the original Bad Company are the first three (1974/1975/1976), but for people like me who love the oblique phases of a groups this is a magnificent live recording. Although in 1977 the group had entered a vacuum period after an album-tour-album-tour-album-tour routine and the management (Peter Grant in short) was already in its dark phase, the Burnin ‘Sky tour was better than expected. The band is alive and ready and this live recording is a perfect testimony: listening to it on headphones you can not but appreciate the excellent acoustics that the Boston Garden had and the groove and the amalgam of a group perhaps too underrated.

Burnin ‘Sky opens the concert with a great impact. The four are in good shape, you notice it immediately and the 15000 of the Boston Garden are not far behind, the reception is extraordinary, clapping, screaming … in those years the Bad Company in America was really a group of great success. Ralphs’ guitar solo is good, fluid and fast. End of the first piece: a triumph! 

Too Bad follows with his usual heavy riff. Ralphs is on the Stratocaster (the sound of the guitar seems to me unequivocal), this steals something from the “body” of the track, but the result is still excellent. Starting a concert with two pieces in a row from what was at the time the last album (Burnin ‘Sky 1977) is an intrepid move, but the enthusiasm of the public repays the courage. Ready For Love from the first album further inflames the fans present. The audience quality is really superb, the sound is full and round, Kirke and Burrell are defined and well present. Effective is the Mick’s solo and as always superb is Paul Rodgers. The final coda is suggestive, the public appreciates it a lot, worthy conclusion of a little musical jewel … I need your love, give me your love … sings Paul while the song closes. Thrills. After the classic from the first album it is time for another three (!) songs off the Burnin’ Sky album, almost a challenge, a bravado. I’ve always liked very much the studio version of Heartbeat while its transposition in the live context has often left me perplexed, the arrangement does not seem to work properly. Like Water comes from the times of the Peace (bracket between the first dissolution and the consequent reunion of  Free in1971). Typical tempo of the Rodgersian piece, here perfectly rendered by a great  performance also aided by the spectacular overall sound. Sometimes the audience bootleg recordings are really the best to understand what it meant to attend a concert by a rock band in the seventies. Rodgers’ rhythm guitar drives the piece while the other three add color, warmth and garra (grit). A song at the same time graceful and powerful. Perfect. Leaving You has a similar tempo to the previous one but has more rhythmic touch. Hard rock of great shape.

After five pieces from Burnin ‘Sky (and one from the first album) we move on to the classics. Deal With The Preacher is a vibrant hard rock, which defines the hard rock side of the group. Ralphs continues to use the Fender Stratocaster and is the only thing that I allow myself to criticize given that I am sure that the Gibson Les Paul guitar has the perfect sound for  Bad Company’s harder numebr. Despite the fans continue to request Rock Steady, the group heads headlong towards In The Midnight Hour, a cover of the Wilson Pickett Steve Cropper song. It is the first time that this piece appears in a recording (official or otherwise) of Bad Company, thus making this recording even more exciting. Rodgers has always been a fan of R & B and Soul music. It’s a rock version that goes straight to the point. Paul singsin his fucking great way. People keep asking Rock Steady, there’s even someone shouting “All Right Now”, the Free classic. Instead Simple Man follows: Sseductive introduction, development on a moderate rock tempo, coda that incorporates the enthralling initial atmospheres. With Shooting Star we enter the sing-along moment, at the end of the piece the ovation of the audience is a tributes ato the group. Rodgers sits at the keyboards for a couple of tracks: the ecaptivating Run With The Pack with the mystical final coda and the classic Bad Company, a declaration of intent unraveled between the sunrise and the spiritual mists. When Paul starts to sing,Company, always on the run Destiny is the rising sun Oh, I was born 6-gun in my hand Behind the gun I’ll make my final stand That’s why they call me people seem to lose control. A shared manifesto also of those who are forced to less exciting lives.

The band leaves the stage and shortly after returns for two superclassics. People goes hysterical when they recognize Feel Like Makin ‘Love. Hot version. Can not Get Enough sweeps away any resistance, all galloping in the same direction, towards the essence of rock, towards those moments that make life beautiful. Come on, come on, come on Do not get enough of your love I can not get enough of your love. Being the guitar of Mick Ralphs in C open tuning, after the solo interlude with two guitarists, it is Rodgers who improvises on the  coda. The “Rolling Stones” Satisfaction is also mentioned in the unleashed ending.

So, a memorable concert and a live recording to have at any cost if you want to understand what is (was) rock music, rock music perhaps without too many claims but true and throbbing.

Mark Blake “Bring It On Home – Peter Grant, Led Zeppelin and Beyond: The Story of Rock’s Greatest Manager” (2018 -Constable)

3 Gen

Marke Blake “Bring It On Home – Peter Grant, Led Zeppelin and Beyond: The Story of Rock’s Greatest Manager” (2018 -Constable) – TTTTT

Italian /English

Libro in inglese.

Questa è la seconda biografia di Peter Grant ed è senza dubbio più esaustiva della prima (The Man Who Led Zeppelin di Chris Welch uscita nel2001). Non che Chris Welch non avesse fatto un buon lavoro, ma Blake ha potuto contare su collaborazioni più incisive, in primis quello dei figli di Grant, Helen e Warren. Il loro contributo è importantissimo, per la prima volta sono infatti riportati fatti e opinioni di chi viveva Peter Grant nel quotidiano. Helen e Warren sono sinceri nei loro interventi nonostante certe faccende non fossero certo facili da affrontare, ci togliamo il cappello quindi davanti alla loro onestà. Oltre a loro hanno collaborato anche personaggi che lavoravano nella organizzazione di Peter Grant e anche questo è un fattore decisivo per al riuscita del libro e benché Page, Plant e Jones non abbiano partecipato alla cosa, il risultato è stupefacente. Blake deve aver fatto ricerche approfondite, la storia narrata scivola via benissimo, la sua prosa poi aiuta molto anche chi, come il sottoscritto, non è di madre lingua inglese; l’autore tra l’altro ha inoltre potuto utilizzare anche i contenuti dell’ultima intervista che Grant rilasciata prima di morire, intervista mai pubblicata prima d’ora.

Le pagine dedicate agli anni formativi di Peter Grant sono in qualche modo toccanti: le difficoltà di essere un figlio illegittimo, la mancanza di denaro e di istruzione, le dure condizioni di vita di allora, al contempo però è illuminante capire come PG non si sia mai abbattuto ed abbia combattuto per arrivare dove è arrivato con una ostinazione e determinazione certamente fuori dal comune.

Blake non può fare a meno di raccontare per certi versi la storia dei Led Zeppelin, credo fosse inevitabile, ma lo fa senza mai perdere di vista il protagonista principale del libro. Certo, tra gli argomenti e i fatti raccontati molti sono quelli che già sapevamo e di cui abbiamo letto in innumerevoli libri sul gruppo che tanto amiamo, ma Blake riesce a mantenere la noia lontana e anzi arricchisce quasi sempre questi fatti con nuove piccole rivelazioni.

Questo libro sancisce una volta per tutta come i Led Zeppelin fossero il gruppo di Page e di Grant e di come si sia passati da un inizio fulminante e organizzatissimo ad un finale dove nessuno aveva più idea di cosa stesse accadendo. Il divorzio di Grant e l’uso massiccio di sostanze chimiche cambiarono quello che un tempo fu il miglior manager del mondo, rendendolo paranoico e fuori di testa. E’ doloroso leggere di queste cose e vedere come un uomo e adulto di riferimento per tutti perse completamente il controllo.

Ho letto con molto piacere le pagine dedicate alla Bad Company e ho compreso una volta di più che personaggio difficile fosse Paul Rodgers. Il libro comunque per quel che mi riguarda è avvincente dall’inizio alla fine nonostante, come ho già detto, tratti di argomenti e di vicende a me molto famigliari. Tante le sfumature nuove, ad esempio a proposito la follia del tour del 1977 e del funerale di Karac Plant (sulla mancata presenza di Grant, Page e Jones cui Blake fa nuove ipotesi plausibili), davvero inusuale poi leggere delle trame per sostituire Grant come manager dei Led Zeppelin a partire dal 1978. Importante anche il soffermarsi di Blake su figure ambigue come Steve Weiss e Herb Atkin, con conseguente comprensione di come certi meccanismi economici e di potere giravano allora. Curioso infine apprendere che il contratto per la registrazione della colonna sonora di Detah Wish II prevedeva una somma da dare al regista Michael Winner e non il contrario … pur di avere Jimmy Page di nuovo in pista si era disposti a tutto.

Gli ultimi anni degli anni settanta (e i primi degli ottanta) sono stati anni davvero difficili per Peter Grant ma è per certi versi commovente vedere come cercasse comunque di essere un padre protettivo e decente. Se ci sia riuscito o no non lo so, ma pur nella pazzia di quel periodo ha cercato di non perdere mai di vista Helen e Warren.

Mi sarebbe piaciuto leggere di più a proposito di Gloria, moglie di Peter e madre dei suoi figli. La sua figura è appena descritta e una volta avvenuta la separazione non se ne sa più niente. Un po’ poco per un personaggio centrale che Grant ha avuto al suo fianco per tre lustri.

Il libro ha 290 pagine, è ben confezionato, contiene alcune foto mai viste prima. In copertina uno scatto di Ross Halfin.

June 2018 – Mark Blake, Ross Halfin, Helen Grant, Warren Grant

Da grande fan dei Led Zeppelin quale sono ho trovato questo libro davvero impressionante, magari sono io che mi eccito troppo per le piccole nuove sfumature di una storia che già conosco molto bene, ma riuscire a leggere con avidità un nuovo libro che dopo tutto ha come soggetto principale i LZ significa che l’autore ha fatto un ottimo lavoro e che non si è limitato a raccontare e a rubare una storia rievocata già centinaia di volte. Bravo Mark Blake.

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(broken) English

This is the second biography of Peter Grant and is undoubtedly more exhaustive than the first (The Man Who Led Zeppelin by Chris Welch released in 2001). Not that Chris Welch had not done a good job, but Blake was able to count on more incisive collaborations, primarily that of the sons of Grant, Helen and Warren. Their contribution is very important, for the first time are in fact reported facts and opinions of those who lived with Peter Grant. Helen and Warren are sincere in their speeches although certain things were certainly not easy to deal with, hats off to their honesty. In addition to them also collaborated characters who worked in the organization of Peter Grant and this is also a decisive factor for the success of the book and although Page, Plant and Jones did not participate in the thing, the result is amazing. Blake must have done extensive research, the story told runs very well, his prose then also helps those who, like myself, is not native English; the author also has also been able to use the contents of the last interview that Grant released before his death, an interview never published before.

The pages dedicated to Peter Grant’s formative years are somewhat touching: the difficulties of being an illegitimate child, the lack of money and education, the harsh living conditions of the time, but at the same time it is enlightening to understand how PG never let himself down and fought to get where he arrived with a determination certainly out of the ordinary.

Blake can not help but tell in some ways the story of Led Zeppelin, I think it was inevitable, but he does it without ever losing sight of the main protagonist of the book. Of course, among the arguments and facts told many are those that we already knew and we read in countless books about the group we love so much, but Blake manages to keep the boredom far and indeed almost always enriches these facts with new small revelations.

This book once and for all establishes how the Led Zeppelin were the group of Page and Grant and how it moved from a fulminating and very organized start to an end where no one had any idea what was happening. Grant’s divorce and massive use of chemicals changed what was once the best manager in the world, making him paranoid and out of his mind. It is painful to read about these things and see how a man and adult of reference for everyone completely lost control.

I read the pages dedicated to the Bad Company with great pleasure and I realized once more what difficult character was Paul Rodgers. The book, however, is exciting from the beginning to the end despite, as I said, traits of topics and events very familiar to me. So many new nuances, for example about the madness of the tour of 1977 and the funeral of Karac Plant (Blake makes new plausible hypotheses about Grant, Page and jones absence), really unusual then read the plots to replace Grant as manager of Led Zeppelin from 1978. Also important was the focusing of Blake on ambiguous figures such as Steve Weiss and Herb Atkin, with a consequent understanding of how certain economic and power mechanisms were in those days. Curious then to learn that the contract for the recording of the soundtrack of Detah Wish II provided a sum to be given to director Michael Winner and not the other way … just to have Jimmy Page back on track they were willing to do anything.

The last part of the seventies (and early eighties) were really difficult years for Peter Grant, but it is in some ways moving to see how he still tried to be a protective and decent father. Whether he has succeeded or not I do not know, but despite the madness of that period he tried never to lose sight of Helen and Warren.

I would have liked to read more about Gloria, Peter’s wife and mother of his children. Her figure has just been sketched and once the divorce has taken place nothing more is known. Too little ‘for a central character that Grant had by his side for three lustrums.

The book has 290 pages, is well packaged and contains some photos never seen before. On the cover, a shot by Ross Halfin.

As a great fan of Led Zeppelin I found this book really impressive, maybe it’s me that excites me too much about the new nuances of a story that I already know very well, but to be able to read with voracious appetite a new book that after all has LZ as the main subject means that the author has done a great job and that he has not limited himself to telling and stealing a story already evoked hundreds of times. Bravo Mark Blake!

 

 

Mensis Decembris Blues

21 Dic

Et voilà, eccoci di nuovo qui col solito post a cavallo del solstizio d’inverno pieno dei soliti rigurgiti dicembrini velati di malinconia, dei medesimi bilanci di fine anno e degli stessi blues che da sempre ci contraddistinguono. Siamo sotto le feste, chi celebra l’avvento di Cristo (spesso contravvenendo a quanto Cristo stesso sembra predicasse) e chi come noi celebra il Sol Invictus, il proprio compleanno (siamo in tre qui sul blog ad essere nati nella giorno più particolare) e la propria condizione di uomo di blues capitato su un pianeta  perduto nella vastità dell’Universo.

Oltre a tutto questo, quest’anno festeggiamo anche Isacco Newton, nato il 25/12/1642, mente straordinaria e essere umano di estremo valore. Un brindisi a lui dunque, grazie Isy, senza di te non saremmo gli stessi.

Isacco Newton

Ho scritto più volte che il periodo che va dal 10 al 23 dicembre è il mio preferito; mi perdo nei ricordi della mia adolescenza e della mia infanzia, quando, come canta De Gregori ,“tutto mi sembrava andasse bene”, quando l’allegra famigliola di Brian tornava dalla messa di mezzanotte (fine sessanta / inizio settanta) circumnavigando gli accumuli di neve -ammassati dagli spazzaneve – che mi sembravano enormi. Io e mia sorella tenuti per mano da mamma e papà tra la notte nera, la neve e i regali che avremmo trovato ai piedi del letto l’indomani mattina. Circa tre settimane fa Mother Mary avrebbe compiuto novant’anni, su facebook, per ricordarla, ho scritto qualcosa tipo “mi piacerebbe dirti che sebbene io sia un uomo di una (in)certa età già da diversi anni, mi sembra sempre di essere il bambino che aveva bisogno di te”. Già, al di là del sentimentalismo da strapazzo (evidentemente necessario al sottoscritto per lenire certe paturnie), è proprio così; fino a dieci/quindici anni fa, pensavo che le persone di un certa età avesse una comprensione del mondo e della vita che io ancora non avevo raggiunto ma poi, parlandone con Julia, compresi che non era affatto così. Ognuno si arrangia come può, ognuno è in fondo perso per i fatti suoi, e rimane il bambino che teneva la mano a sua madre …. certo, l’età un minimo di esperienza di vita te la dà, ma alla fin fine ci si sente spesso soli alla mercé dell’Universo.

Meditabondo come sempre, dunque, affronto i viaggi dalla Domus Saurea a Stone City, dove lavoro, con la solita verve bluesy. Quest’anno la neve ha fatto la sua comparsa nel periodo dei saturnali, per il sottoscritto quindi è uno spettacolo attraversare le campagne imbiancate. La sera poi rincasando, seguo la pista delle lucine ad intermittenza, ci sono quelle sghembe e fatte senza un minimo di criterio e e quelle perfette fatte a regola d’arte, quelle sbiadite testimoni di un mondo che fu e quelle moderne sfavillanti e decise, quelle discrete ed eleganti e quelle strabordanti figlie di di un consumismo e di una ostentazione davvero fini a se stesse.
La musica che mi ascolto in questi viaggi e quella a me più famigliare e più adatta a farmi sentire a casa, non necessariamente la più dolce. Sì, naufrago volentieri tra le onde delle canzoni natalizie interpretate da Tony Bennett, Ray Charles o Mahalia Jackson, ma poi mi rifugio anche in quegli album che mi hanno creato e che all’apparenza hanno ben poco di natalizio (Johnny Winter anyone?).

Discendo poi lungo i sentieri dei miei blues cosmici e chiedo venia a chi deve sopportarne il relativo mood (Little Monkey can you hear me?) ma come si fa, in questo periodo, ad eludere un inizio del genere?
Have mercy baby
I’m descending again

Mi diverto a trovare sonorità chitarristiche comuni tra la Double Trouble (di Otish Rush) live di Eric Clpaton (da Just One Night del 1980) e Tea For One dei Led Zeppelin (da Presence del 1976)

La sera poi, ogni tanto, la passo insieme al Michingan Boy (Polbi). Lunghe telefonate tra Borgo Massenzio e Detroit dove ci confessiamo i nostri blues, rimettiamo a noi i nostri debiti e cerchiamo di sopravvivere a questa porca vita.
A breve vedrò i ragazzi per il solito sinodo invernale. A dispetto di qualche defezione, lo zoccolo duro tiene botta e sarà bello passare, sotto natale, una serata tra veri uomini di blues in una trattoria storica sperduta nel buco del culo dell’Emilia tra tortelloni e bottiglie di Lambrusco.
Ogni tanto nei miei viaggi fa capolino Beethoven: piano concerto n.5 in mi bemolle minore. Con questa aria sonora incantevole veleggio, all’apparenza, tranquillo verso le mie destinazioni.

I’m In Love With My Cat(s)

Con l’inverno il rapporto con i gatti della Domus Saurea si fa più stretto. I nostri felini vengono in casa a cercar riparo dalle rigide temperature della steppa emiliana e giocoforza ci si deve abituare a vivere tutti insieme.

Strichetto, la gattina scappata da vicini non certo amanti degli animali e accasatasi da noi, ormai interagisce in maniera speciale. E’ sempre isterica, da piccola ne ha subite davvero tante, ma è indubbio che vive la Domus Saurea come un rifugio più che sicuro e me e la pollastrella come umani su cui fare assoluto riferimento. Quando non sonnecchia o quando ha svolto i suoi compiti da gatta arrampicandosi sui pini o scorrazzando per la campagna, mi viene a trovare e mi chiede: “Tyrrell, e adesso cosa facciamo?”. La mia risposta è sempre quella: “Stricchi, ma cosa vuoi fare? Hai mangiato, hai dormito, hai fatto la cacca, sei stata fuori a fare la matta … sei una gatta, non sei un’umana, la tua vita è questa, cerca di elaborare la cosa.”

Strichetto – dicembre blues – foto TT

Lei insiste, salta sulla scrivania e non mi lascia finire di scrivere queste sciocchezze e allora mi arrendo …

Strichetto – dicembre blues – foto TT

gioco con lei, le faccio ascoltare la Mahavishnu Orchestra, le suono qualcosa, la porto di là a vedere vecchie partite dell’Inter sino a quando stanca o, annoiata, torna ad uscire o a farsi un pisolino sullo sgabello.

Strichetto – dicembre blues – foto TT

Anche Raissa, la più vecchia dei nostri felini, si gode il tepore della Domus.

Raissa – Dicembre Blues – Domus Saurea 2018 – foto TT

Persino Artemio, il gatto randagio che abbiamo intorno a casa ormai da anni, viene a farsi qualche oretta nell’entrata, non troppo distante dalla stufa.

Artemio – dicembre blues – Domus Saurea 2018 – foto Saura T.

La Ragni, che pur è una stronzetta (nel senso che devi sempre aspettarti una zampata), diventa più malleabile, appena sono sul divano mi viene addosso, anche quando sono intento a sistemare i libri trova un modo per accoccolarsi su di me.

La Ragni non mi molla un attimo – foto Saura T

Manca Spaventina, ma come rivela il nome, è la più riservata e la meno addomesticata. Riesco a prenderla in braccio e ad accarezzarla ogni tanto, ma è una gatta sempre sul chi va là. Non ama farsi fotografare.

E poi c’è lui, il mio migliore amico, il diavoletto nero della Tasmania, la pantera di Borgo Massenzio: Palmiro!

Durante l’inverno diventa così sentimentale che è una esperienza davvero notevole interagire con lui. Al mattino la prima ad uscire è la pollastrella, la mia sveglia suona poco dopo, ma in quella mezz’ora in cui sono sotto al piumone a godermi il tepore prima del gelo mattutino sento la porta aprirsi, una pantera nera saltare sul letto e una cotoletta di pelo di sette chili e mezzo piantare con forza il suo muso sul mio con una caparbietà e forza da far girare la testa. Stiamo lì, abbracciati l’uno all’altro, a contemplare l’America, mammiferi di specie diverse che mostrano affetto reciproco, che sono felici di vivere insieme e che si consolano a vicenda. Come direbbe Guccini “nemmeno dentro il cesso possiedo un mio momento”, perchèPalmir arriva e mi fissa fino a che non gli apro la finestra in modo che possa saltare sul davanzale e dare un’occhiata ai suoi possedimenti.

Palmiro – Domus Saurea Dicembre 2018 – foto TT

Non resisto al suo sguardo, quei suoi meravigliasi occhioni gialli mi manovrano come fossi un automa così apro la finestra e fa niente se mentre mi faccio la barba mi si gelano anche gli zebedei.

Palmiro – Domus Saurea Dicembre 2018 – foto TT

La sera, a volte, mi aspetta sul letto, come a dirmi, Tyrrell, è tardi, dai che è ora di dormire..

Palmiro – Domus Saurea Dicembre 2018 – foto TT

Fa insomma parte della mia vita, della mia famiglia e, come Mother Mary, “quando sto passando tempi tribolati lui viene a me e mi sussurra fusa di saggezza.”

Palmiro – Domus Saurea Dicembre 2018 – foto TT

Luci Ad Intermittenza

Potevano mancare le luci da intermittenza alla Domus Saurea? E allora via lungo la scia delle scintille luminose tra la mia rappresentazione Dickensiana …

Winter Solstice Festivities Scenery 2018 – Domus Saurea – Photo TT

Winter Solstice Festivities Scenery 2018 – Domus Saurea – Photo TT

l’alberello indoor …

Winter Solstice Festivities Tree 2018 – Domus Saurea – Photo TT

quello outdoor …

L’alberello sul balcone – Domus Saurea 2018 – foto TT

e il wishing well.

Wishing Well – Domus Saurea 2018 – foto TT

Scendo per dare un’occhiata all’effetto e mi sorprendo nel constatare ancora una volta che la Domus Saurea sembra davvero una casetta in riva al mondo.

L’alberello sul balcone – Domus Saurea 2018 – foto TT

A light In the black – Domus Saurea 2018 – foto TT

Aleida

Arriva Aleida a Regium Lepidi. L’ avevamo già vista a Locus Nonantolae l’anno passato in un incontro più informale, quello di stasera è invece più ufficiale.

Aleida Guevara – Reggio Emilia 13/12/2018

La ballroom è gremita, incontriamo qualche amico, tra cui Paco Roberto. Fa piacere riconoscere facce amiche non rassegnate alla involuzione generale.

Aleida – nonostante debba ripetere gli stessi concetti ad ogni incontro – è piena di passione e di fervore rivoluzionario. Si parla di ingiustizie e di lotta e di difesa dei più deboli, argomenti che non vanno più di moda di questi tempi, ma che i presenti seguono con molta attenzione. Parecchi giovanissimi tra il pubblico, sorpresa piacevolissima. Nonostante ci sia chi traduce, il castigliano di Aleida è pressoché comprensibile ed è un enorme piacere stare ad ascoltarla.

Aleida Guevara – Reggio Emilia 13/12/2018

http://www.reggionline.com/la-figlia-guevara-racconta-le-nuove-sfide-cuba-video/?fbclid=IwAR3kT75avoLW-3hYdpB-r8q_zkk7CPYRcbVnkj9WyF8t7712SCuiz5sBYMI

Aleida Guevara – Reggio Emilia 13/12/2018

A fine conferenza in molti si avvicinano per stringerle la mano, farsi autografare libri, raccontarle le proprie impressioni. Accostiamo anche noi, ma la vediamo un po’ affaticata per quanto paziente e sul pezzo, così decidiamo di andarcene. Cosa avrei potuto dirle stringendole la mano? Non sai, Aleida, quanto tuo padre e Cuba significhino per me? Suvvia, sarebbe un gesto pretenzioso ed egocentrico. Anche inutile, perché sono certo che lei lo sa già.

Coop Tales

Spesa settimanale alla Coop. La solita colazione al solito bar, le solite amiche di una certa età che discutono in dialetto reggiamo strettissimo nel tavolo di fianco. Non riesco ad evitare di stare ad ascoltarle, il loro eloquio dialettale è sublime. Frasi, coniugazioni e costruzioni che quelli della mia generazione non sanno più fare e che piano piano scompariranno. Mi godo il momento e il suono purissimo della lingua che mi ha cresciuto. Vorrei alzarmi dal tavolo e baciarle tutte. Superfighe!.

Colazione alla Coop – old ladies talking blues – foto TT

Il centro commerciale è dedicato a Ludovico Ariosto, nato in questa città nel 1474, personalità di spicco degli uffici italiani nonché poeta e commediografo, autore dell’Orlando Furioso.

Penso a lui mentre entro, col carrello, alla Coop.

Ludovico Ariosto

Osservo la gente.

C’è una ragazza in coda davanti al reparto farmaci; collant di lana nere, ballerine, gonna corta, gambe non esattamente perfette, capelli sporchi. Si confronta col marito che la attende lì di fianco col carrello. Sguardi spauriti e rassegnati.

C’è un ragazzo che gira per gli scaffali con una bottiglia di thé e un sacchetto con dentro un paio di cianfrusaglie. Porta pantaloni baggy e  scarpe obsolete col tacco. Ha uno sguardo tra il tranquillo e il disperato.

Mi viene in mente che ieri, al Sigma di Stone City, un signore anziano davanti alla vetrina, sotto la neve, controllava le offerte reclamizzate sulle grandi vetrate per vedere se corrispondevano con i coupon che aveva in mano.

Gente che porta in giro panettoni e addobbi per l’albero, coppie che litigano dinnanzi al banco della gastrononia, bambini che fissano – un po’ annoiati – i giocattoli, genitori sotto stress che cercano di portare a casa anche queste festività, uomini di blues che cercano di sforzarsi di essere felici e di andare a braccetto con le proprie pollastrelle.

Coop blues – dicembre 2018 – foto TT

Nel parcheggio coperto, immancabile come l’F24 dell’anticipo Iva, c’è l’automobile parcheggiata alla cazzo. Complimenti furbetto, ti auguro che a natale, dovunque tu vada, non riesca a trovare parcheggio.

Parcheggiatori dsistratti – Coop Ariosto – foto TT

Miscellanea Blues

Certe notti sono così blues che per cena mi faccio un caffellatte, d’altra parte sono figlio di Mother Mary e de La Coscienza di Zeno.

caffellatte blues – foto TT

Ieri mi sono visto con l’amico Jaypee, una pizza veloce da Rock a Stone City. Sempre bello scambiarci i nostri blues. Non sarà presente al sinodo, ha un concerto proprio quella sera, maledetti Sticky Fingers Ltd che mi portate via il mio amico nel momento del bisogno. A proposito di Sticky Fingers, a volte mi chiedo che fine abbia fatto il Rick Derringer di Vignola, Lorenz insomma, mi ha abbandonato al mio destino, da quando ha comprato una Telecaster è cambiato e non considera più il suo Gibson brother. Meno male che Mr J ogni tanto mi manda whatsapp che mi risollevano la giornata (Vengo A Patti Col Demonio è un mio pezzo finito nel cd della Cattiva Compagnia, gruppo di cui – in quegli anni – io e Jaypee facevamo parte).

Whatsapp di Jaypee

Il Dark Lord ha spedito a Paul Stanley dei Kiss una copia del libro fotografico dei LZ con tanto di dedica. Jimbo, in caso tu ne abbia una copia in più, puoi spedirla a: Ittod Tirelli, Domus Saurea, Borgo Massenzio, Italy. Grazie vecchio mio.

Il Dark Lord regala libri ai suoi amichetti (nella foto Paul Stanley dei Kiss)

And since we’ve no place to go, let it snow, let it snow, let it snow …

Neve poco prima di natale, che meraviglia. Domenica scorsa, di notte, è iniziato a nevicare, non credevo ai miei occhi, finalmente la neve nella seconda metà di dicembre, finalmente un po’ di candore.

Non credo che Stricchi l’avesse mai vista, così abbiamo fatto un balletto sulla balconata della Domus.

In poco tempo un primo strato bianco si è posato facendomi felice.

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

La mattina trovare la campagna imbiancata mi ha sistemata l’animo. Dalla finestrella del sottotetto ho rimirato quel bianco candore con gioia.

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

I dintorni della Domus diventano un quadretto niente male e io mi perdo a contemplare il paesaggio…

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Neve alla Domus Saurea, dicembre 2018 – foto TT

Nel mio viaggio verso Stone City mi soffermo a rimirare le strade blu a me più care.

Driving work for Christmas – photo TT

Driving work for Christmas – photo TT

Un’altra spruzzatina è caduta l’altra sera, ad oggi i campi sono ancora bianchi e io mi avvicino al natale con l’animo più sollevato. Nei prossimi giorni cappelletti in brodo mi attendono dalla Lucia, dove la famiglia della pollastrella si riunisce, sarà ancora più bello gustarli con la neve che ancora resiste sulle terre emiliane.

Ego benedico vobis in nomine Emerson, Lake et Palmer

Con questa faccia un po’ così (che più la guardo e più mi ricorda quella del vecchio Brian)

Con quella faccia un po’ così … – TT autoscatto

non mi resta dunque che augurare a voi, donne e uomini di blues che formate la splendida comunità di questo blog, tutto il meglio per la nuova stagione e come cantava Greg che possiate avere il Natale che meritate. Che il Sol Invictus splenda sul vostro viso, che le stelle riempiano i vostri sogni, che il padre dei quattro venti riempia le vostre vele. Io vi benedico nel nome di Emerson, Lake e Palmer. La messa (nera) è finita, andate in pace.

… e che il Dark Lord vegli su di noi.

Il Dark Lord.

D.Lewis – M.Tremaglio “Evenings With Led Zeppelin – The Complete Concert Chronicle” (Omnibus Press 2018)

15 Dic

D.Lewis – M.Tremaglio “Evenings With Led Zeppelin – The Complete Concert Chronicle” (Omnibus Press 2018) – TTTTT

ITALIAN/ ENGLISH

Omnibus Press continua a pubblicare ottimi libri, lo fa sempre con professionalità e competenza, condizioni essenziali per centrare l’obbiettivo. Questo nuova uscita a nome Dave Lewis & Mike Tremaglio è curata da Chris Charlesworth e questo è un bene; Charlesworth con la sua esperienza e le sue capacità rende questo libro il meno ostico possibile e fa sì che il gran lavoro di Tremaglio e Lewis risplenda nella maniera più chiara.

Questo è un libro “tecnico”, gira infatti intorno alla lunga (?) lista dei concerti fatti dai Led Zeppelin. Detta così può sembrare una faccenda noiosa, ma il libro intrattiene più del previsto.

Naturalmente è un tomo per i fan dei Led Zeppelin in senso più o meno stretto, un libro a cui fare riferimento quando si sta ascoltando una registrazione dal vivo e si vuole approfondire, ma ripeto è più scorrevole del previsto. Per ogni concerto vengono proposte scaletta (quando possibile), note generali, note sul luogo del concerto, registrazioni live disponibili, recensioni dell’epoca apparse sulla stampa.

Queste ultime sono forse una delle cose più interessanti del libro, si passa dai leggendari resoconti dei primi anni (sebbene anche nel 1969 ci fosse chi proprio non sopportava – e non capiva – la proposta del gruppo) alle recensioni meno positive relative agli ultimi grandi tour, 1975 e 1977 in particolare. Pur essendo grandi fan del gruppo, Dave e Mike hanno lasciato per intero anche gli articoli più sprezzanti e denigratori nei confronti del gruppo, per questo plaudo alla loro onestà intellettuale. Dal punto di vista del fan quale sono, è molto chiarificatore leggere cosa scrivessero i giornalisti musicali a proposito dei grossi problemi alla voce di Plant nel tour del 1975 e della pessima forma “chimica” e chitarristica di Page ad esempio nel tour del 1977.

Nel libro però c’è anche altro, molto altro. Sfogliando le pagine una volta di più mentre scrivo queste righe mi saltano agli occhi alcune faccenduole che ho imparato dal libro e che vale la pensa sottolineare, tra cui, ad esempio:

  • Page chiese a Terry Reid di unirsi agli Yardbirds già nel marzo del 1968 (nei giorni che andarono dal 3 al 16)
  • Reid consigliò Plant a Page il 17/03/1968 dopo che Band Of Joy (con Robert alla voce) aprì un suo concerto.
  • la prima prova fatta dai Led Zeppelin nell’agosto del 1968 potrebbe non essere stata fatta in Gerrard Street a Londra, bensì a Lisle Street.

Possono sembrare quisquilie, ma se si è studiosi e appassionati del gruppo di Page, sono cosette assai succose.

Il libro poi offre, come ho anticipato, la storia dei locali che hanno ospitato i LZ, quella del Fillmore West ad esempio è molto gustosa.

A pag. 414 c’è la tabella riassuntiva relativa ai pezzi che sono finiti nell’album ufficiale The Song Remains The Same, con specificato all’interno della stessa traccia da che concerto/i  essa proviene (tabella improntata sul gran lavoro fatto da Eddie Edwards).

Sono poi presenti le date del tour estivo del 1975 annullato e i fatti relativi… questo e naturalmente molto altro. Mi tolgo il cappello davanti alla Omnibus press che ha avuto il coraggio di pubblicare un titolo così particolare e di averlo fatto in confezione davvero encomiabile: il tomo pesa più di 2 kg, è di grande formato, è cartonato e ha 576 pagine.

Prima di finire è bene precisare che sono amico di Dave Lewis (lo seguo dai primissimi anni ottanta, quando misi le mani su uno dei primi numeri della sua fanzine Tight But Loose, diventammo amici poco dopo quando iniziai la mia di fanzine) e anche con Tremaglio ho avuto qualche contatto nel corso degli anni, ma sapete che di solito sono schietto e sincero quindi scevro da qualsiasi carineria dovuta, posso tranquillamente concludere dicendo che – se ci si considera fan dei Led Zeppelin – questo è un libro da avere ad ogni costo. Dave e Mike hanno davvero fatto un lavoro straordinario.

 

(broken) ENGLISH

Omnibus Press continues to publish excellent books, it always does so with professionalism and competence, essential conditions to achieve the goal. This new release written by Dave Lewis & Mike Tremaglio is edited by Chris Charlesworth and that’s good; Charlesworth, with his experience and abilities, makes this book the least difficultas as possible so the great work of Tremaglio and Lewis may shine in the clearest possible way.

This is a “technical” book, it is centered around the long (?) list of concerts made by Led Zeppelin. This may seem a bit of a boring affair, but the book has more than expected.

Of course it is a tome for Led Zeppelin fans in a more or less strict sense, a book to refer to when you are listening to a live recording and you want to deepen it, but I repeat it is smoother than expected. For each concert it is offered the songlist (when possible), general notes, notes on the concert venue, live recordings available, reviews of the time that appeared in the press.

The latter are perhaps one of the most interesting things of the book, we pass from legendary reports of the early years (although even in 1969 there were those who just could not stand – and did not understand – the proposal of the group) to the less positive reviews of the last big tours , 1975 and 1977 in particular. Despite being big fans of the group, Dave and Mike have left in full even the most disdainful and disparaging articles against the group, so I applaud their intellectual honesty. From the fan’s point of view as it is, it is very clarifying to read what music journalists wrote about Plant’s big problems in the 1975 tour and Page’s bad shape for example on the 1977 tour.

But there is also something else in the book. Little things like these for example:

_Page asked Terry Reid to join the Yardbirds as early as March 1968 (in the days from 3 to 16)
_Reid suggested Plant to Page on 17/03/1968 after Band Of Joy (with Robert on vocals) opened one of his concerts.
_the first Led Zeppelin rehearsals in August 1968 might not have been on Gerrard Street in London, but on Lisle Street.

They may seem trifling things, but if you are scholars and enthusiasts of Page’s group, they are very juicy.

The book then offers, as I anticipated, the history of the venues that hosted  LZ, the Fillmore West’s one for example is very tasty.

On page 414 there is a summary table of the pieces that ended up in the official live album The Song Remains The Same, with song breakdown by concert (a table based on the great work done by Eddie Edwards on his web site The Garden Tapes ).

Then there are the dates of the 1975 summer tour canceled and the related facts … this and of course much more. Hats off to Omnibus press that had the courage to publish such a particular book and to have done it in a truly commendable package: the tome weighs more than 2 kg, is big sized, has hardcover and has 576 pages.

Before I end this review I must clarify that I am a friend of Dave Lewis (I have been following him since the early eighties, when I put my hands on one of the first numbers of his Tight But Loose fanzine, we became friends shortly after when I started my own fanzine Oh Jimmy) and also have had some contacts over the years with Tremaglio, but you know that usually I am a straight shooter so free from any cuteness due, I can safely conclude by saying that – if you consider yourself a Led Zeppelin fan – this is a book you must have. Dave and Mike really did an amazing job.

Champions League Blues

13 Dic

Martedì sera contro il PSV Eindhoven non siamo andati oltre l’1 a 1 e così facendo non siamo riusciti a superare la fase a gironi, dunque siamo fuori dalla Champions. Non sono nemmeno arrabbiato, giusto rassegnato e distaccato. Non abbiamo centrocampisti all’altezza per poter competere a certi livelli nell’Europa che conta e per contrastare i bianconeri in campionato. Tutto qui. L’unico è Brozovic. Tra un infortunio e l’altro Radja deve ancora iniziare la stagione, Joao Mario è un enigma, Gagliardini, Borca Valero e Vecino semplicemente sono giocatori modesti. Con le restrizioni del Fair Play finanziario ci siamo potuti permettere questi qui, non abbiamo potuto confermare due campioni quali Cancelo e Rafinha e dunque occorre venire a patti con quello che siamo.

Nonostante questo siamo arrivati secondi (in uno dei due gironi più duri della coppa in questione) a pari punti (8) col Tottenham che passa solo grazie alla differenza goal degli sconti diretti e ai tre pali colpiti nelle due partite dell’altra sera: uno di Perisic a San Siro, e due di Coutinho al Camp Nou. Retrocediamo in Europa League, che vuoi farci.

Eppure la serata di martedì per me è stata speciale, posso dire il momento migliore che ho passato a San Siro sebbene possa sembrare un paradosso. Non che io capiti spesso alla Scala del Calcio, ma dal 1990 in poi qualche partituccia me la sono pur vista (compresa la finale vinta di Coppa Uefa del 1994), sarà forse il fatto che è stata la mia prima volta ad una partita di Champions League e quindi con l’atmosfera magica delle serate del grande calcio europeo, ma mi è proprio piaciuto tanto.

E dire che abbiamo impiegato ben tre ore per fare 170 km (90 minuti spesi sulla tangenziale in coda), e per fortuna che la pollastrella ha il chip del navigatore dentro di lei cosicché, con alcune scorciatoie e variazioni, siamo riusciti ad uscir dal traffico prima del previsto.

L’arrivo a San Siro è sempre affascinante, rimirare l’esterno stadio mi emoziona ogni volta.

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

Dribbliamo tutti i rivenditori di hot dog e hamburger, Saura è vegetariana, ci inoltriamo in un viale alla ricerca di una pizzeria. Poco prima delle 20 ci mettiamo in fila ed quindi entriamo. Sono un po’ contratto, è una serata importante …

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto Saura T

…siamo nel secondo anello rosso, la visuale è ottima, mi rilasso e mi faccio qualche autoscatto con la pollastrella.

Tim&Saura – Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – autoscatto

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – autoscatto

San Siro mi fa sempre sentire titanico dinnanzi al futuro. Faccio amicizia con due ragazzi, uno accanto e uno davanti a me. Entrambi hanno 25/30 anni e sono appassionati quanto e più di me. Uno dei due vive a Cosenza, si è fatto il tragitto da solo per essere vicino ai ragazzi in una notte come questa. E’ inoltre fan di Valentino Rossi e di Vasco Rossi. Non fatichiamo a trovare punti d’intesa. Mi accorgo però che mentre io gli do del tu, lui mi da del lei. E’ una cosa che dapprima mi sorprende poi elaboro la cosa, già, mi dico, è vero che sono un uomo di una (in)certa età.

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

Sono le 20,30, parte l’inno C’è Solo L’Inter, tutti accendono la luce del cellulare, l’effetto è struggente, anche Saura rimane colpita ed inizia a filmare dalla seconda strofa. E’ il mio inno preferito (Pazza Inter è troppo danzereccia e frivola per i miei gusti) essendo in sostanza un sentito blues featuring Grazianone Romani. La canto tutta insieme ai miei fratelli nerazzurri, 70.000 voci che rivolgono al cosmo la loro fede. Brividi.

Il mio stesso fervore nerazzurro mi commuove, mi sento parte di questo sentimento universale, di questa passione nerazzurra che mi tiene in vita.

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

La musichetta della Champions non fa che aumentare il fascino della serata.

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

Inter – PSV 11/12/2018 San Siro – foto TT

L’Inter entra in campo risoluta, non lascia spazio agli olandesi, attacca e sbaglia parecchie occasioni da goal, fino a quando Asamoah combina un pasticcio da dilettante, PSV in vantaggio. Siamo tutti increduli. Intanto il Barca sta vincendo col Tottenham. L’Inter pareggia solo al 70esimo, troppo tardi. Il centrocampo non funziona, e i cambi non danno l’effetto desiderato. Maurito pareggia, ma segnano anche gli inglesi al Camp Nou. Tutto inutile. D’altra parte se non si riesce a battere l’ultima del girone (con un solo 1 punto all’attivo), come si può pensare di andare avanti? Il PSV ha fatto una partitaccia, poco più di un tiro e manfrine atte a perder tempo durante tutti i 90 minuti, un atteggiamento davvero puerile, soprattutto se messo in campo da una squadra olandese.

L’arbitro fischia la fine. Saluto i miei compagni di settore e mi incammino verso l’uscita. Sono triste, ma tutto sommato non sorpreso. Non siamo ancora chi vorremmo essere. C’è chi se la prende col Mister, chi con i giocatori (Asamoh lo ho mandato a quel paese anche io ad onor del vero) ma ad oggi siamo questi qui. Possiamo giocarcela più o meno con tutti, ma abbiamo visto che non è sufficiente, che pur non sfigurando per niente poi alla fine perdiamo. Temo sia un altro anno buttato. Solo un lungo cammino in Europa League, una ripresa in campionato e un buona figura in Coppa Italia potrebbero in parte risolvere la stagione. Fino al 30/6/2019 saremo bloccati dal Fair Play Finanziario, dal 1 luglio 2019 però dovremmo finalmente essere liberi e sarà lì che vedremo di che pasta è fatto il grande timoniere Zhang. Abbiamo necessità di avere degli ottimi giocatori (per non parlare di campioni e fuoriclasse) per avere chance di uscire dai pantani di questi ultimi 9 anni, e di fare chiarezza all’interno della squadra: inutile tenere Perisic se questi vuole andare in Premier League, inutile puntare su giocatori logori e deludenti. Spalletti a me non dispiace, avrà anche qualche colpa ma col materiale che ha a disposizione non credo possa fare tanto di più. Certo, dopo martedì sera, la sua posizione si fa meno sicura … si fanno già nomi di possibili successori. Mi sembra prematuro. Vorrei che cercassimo di portare a casa una stagione dignitosa. Credo sia il momento di ricompattarci e di non buttare tutto via.