KING CRIMSON Lucca 25 Luglio 2018 – di Giancarlo Trombetti

30 Lug

Il nostro Giancarlo Trombetti – rock scriba extraordinaire – ci racconta dei KC a Lucca qualche giorno fa.

Diciamoci la verità : per esprimere un parere su questo concerto, basterebbe dire… emozionante, bellissimo. Il guaio è che chi scrive, di musica e non, è solitamente logorroico, debordante, e sente il dovere di dovervi ricoprire di parole per descrivere le proprie emozioni che sa Iddio se mai corrisponderanno alle vostre.
Io non sono da meno, per cui andate o oltre o mettetevi comodi.

Fa caldo a Lucca, niente afa, ma un caldo sufficiente a spingermi a utilizzare il ventaglino bianco sponsorizzato e cortesemente regalatomi all’ingresso del palchetto centrale. I biglietti sono un dono di chi mi accompagna e il loro costo, cui oramai dovremo abituarci, esoso. Vi risparmio la annosa domanda del perché un Cristo che mostri fiducia nell’organizzatore e nell’artista e che lo dimostri acquistando in notevole anticipo il biglietto, debba anche pagare una quindicina di euro di “diritti di prevendita”… un po’
come se prenotando un ristorante vi chiedessero di pagare un quid solo perché avete deciso di essere così cortesi di chiedere loro di riservarvi un tavolo… ma non importa: se non fossero diritti si tratterebbe di qualcos’altro, di un qualsiasi altro modo di leccarci via un altro trentino approssimativo in due con stile e destrezza.

Se il conto della cena la scorsa volta era stato eccessivo, la pizza stavolta entra nella top five delle schifezze che ho cercato di farmi entrare in bocca. Parlo di cibo. Difficilmente ho mangiato un pane arabo moscio come una mousse lasciata un paio d’ore fuori dal frigo. Con le cene a Lucca sono sfortunato…
Con parte di quell’impasto che mi galleggia nello stomaco, vado con un minimo anticipo sul posto. C’è Leo in regia, come sempre, e voglio far due chiacchiere. L’amico mi racconta che il management dei Crimson è ossessivo e puntiglioso oltremodo. Il controllo sulle telecamere è assoluto e nessuna ripresa potrà essere effettuata dal palco. Pare che solo una piccola remotata laterale sia di supporto alle tre che Leo ha piazzato quasi in parallelo dietro al mixer. Fortuna vuole che il ragazzo abbia notevole esperienza
e sappia come ovviare a tre telecamere che danno praticamente il medesimo punto di ripresa; uno schermo che ne accoglie due insieme è una soluzione che permetterà alla maggior parte del pubblico di vedere particolari e volti altrimenti lontani.

“Nessuna telecamera dovrà interagire e separare il pubblico dall’artista rappresentando un elemento di disturbo nella fruizione della musica”, dettano gli accordi. Ma non basta. Sui due lati del palco due cartelloni specificano che nessuna foto o ripresa potrà essere effettuata dal pubblico, pena l’allontanamento dal concerto. Identico messaggio viene ribadito in italiano ed inglese prima dell’inizio dei due tempi dello spettacolo. Non si fanno sconti. Davanti a noi un ragazzino di diciassette anni fa
tenerezza. “Ho scoperto i Crimson ascoltando i dischi di papà, l’anno scorso, a maggio”, specifica. E lo vedo mentre tenta di catturare un’immagine, un ricordo, di quello che sicuramente deve essere il suo primo concerto. Il padre lo guarda orgoglioso…Penso che forse…forse… questa generazione ha qualche soggetto che la salverà.

Con precisione svizzera, il gruppo entra sul palco. E’ immediatamente chiaro che non stiamo per assistere a un concerto rock. In primo luogo la disposizione delle tre batterie, in prima fila, profuma già di anomalo. Di batteristi con ego smisurati ne abbiamo visti, ma tre elementi che dominano il fronte palco fa capire che il suono dipenderà da loro, vedremo come. I batteristi vestono in nero. Dietro a loro Fripp e gli altri tre musicisti, indossano un panciotto nero. Siamo abituati da tempo all’immagine pubblica di Robert
Fripp, un chitarrista e compositore che ha attraversato gli ultimi cinquant’anni di rock inglese senza dar luogo a follie estetiche, senza ricorrere a palcoscenici multimediali, senza alcuna necessità che far parlare la musica che, di volta in volta, ha deciso di proporre. Certamente un personaggio schivo, particolare, avulso dalla scena, anche se al tempo stesso un leader di difficile gestione, durissimo con i suoi collaboratori, sicuramente una immensa rottura di palle per chi debba sorbirselo tutti i giorni. E non a caso il turbinio di musicisti all’interno del gruppo ne è la riprova. Una sorta di Zappa ma senza l’elemento dissacratore. Fripp si è sempre preso assolutamente sul serio.
Che non stiamo per assistere a un concerto rock è chiaro dal resto dell’iconografia. I musicisti sono concentrati sul loro lavoro; nessuna concessione allo spettacolo, nessun sorriso o movimento che non sia quello strettamente necessario a suonare il proprio strumento. Il tastierista a tratti appare marmoreo. Dall’estrema destra Fripp, seduto, accenna a qualche parte di tastiera e suona la sua chitarra, controllando con un ghigno a metà tra il Mr Burns dei Simpsons e Dexter, il killer seriale. Ma è l’intera atmosfera voluta e chiesta da Robert Fripp che impone una fruizione della musica assolutamente passiva ma concentrata. Nel caso qualcuno non avesse compreso che non è possibile nemmeno accendere i propri cellulari, una voce cortese invita a tenerli in tasca, ma non solo… se proprio il pubblico desidera portare a casa uno scatto del gruppo, viene specificato che Tony (così nell’annuncio) desidera farci una foto a fine spettacolo. Quello sarà il momento per tirare fuori i cellulari e portarsi a casa un ricordo.

In un silenzio quasi tombale e senza, incredibilmente, un solo cellulare acceso a illuminare i pochi centimetri di portata, dopo l’applauso di benvenuto, partono i tre batteristi con una breve miscela di quello che andremo a seguire a momenti. Non ci vogliono le conoscenze tecniche che non possiedo percapire che a ognuno dei tre è stato assegnato un compito diverso. Pat Mastelotto, a sinistra ha la batteria accordata in una tonalità più tonda e bassa, oltre ad avere una serie di percussioni e oggetti il cui suono
aggiunge come riempitivo un po’ ovunque; Gavin Harrison a destra ha il suo kit accordato in toni più secchi, acuti, nessuna percussione al di là di una serie di mini tom elettronici. Jeremy Stacey ha compiti a sé. Suona sui pezzi più vecchi, in parte, e girato suona un piano elettrico le cui note, in un primo momento, non si è in grado di afferrare la provenienza, dato che né Fripp, né Bill Rieflin, il tastierista principale, non ne sono autori.
Pare incredibile la scelta di avere i tre batteristi in primo piano, ma il tappeto continuo, ininterrotto, di ritmiche e contrasti fa capire come questa versione dei King Crimson sia guidata proprio dalle batterie. Ma ciò che impressiona è l’immenso muro di suoni bassi che Tony Levin emana nella sua quasi assoluta immobilità. Una vera trama dalla presenza incombente, che pressa e avvolge il tutto e di cui i batteristi e i virtuosismi dei singoli scalano di volta in volta la vetta. Si ha la percezione che se Levin si fermasse, metà
del suono del gruppo verrebbe a mancare. Quello che ci piomba addosso non è il semplice suono di un basso che supporta la batteria dettando i tempi, ma una struttura a piani che gli strumenti devono scalare se vogliono emergere dalle torri di note che sostengono il tutto. L’impressione raddoppia, triplica, quando Levin imbraccia il suo stick a dodici corde, quello che fa emette suoni che fanno credere che sopra le nostre teste stia per scatenarsi un temporale.

Il suono diventa una cattedrale incombente, e sui pinnacoli si inerpicano il sax di Mel Collins, sempre distorto e jazzato, aggressivo e tagliente come una chitarra e le due chitarre di Fripp e del polacco Jakko Jakszyk. Un quadro elettrico di rara forza, che lascia volare fantasia e desiderio. I Crimson dei 70 ne escono non come fantasmi ma come vivide immagini. Assolutamente presenti. Se un appunto sia necessario fare, va al Jakko, dall’impronunciabile nome. Laddove la voce non manca e appare sempre all’altezza, il suo strumento dovrebbe forse essere un contraltare più netto allo stranissimo ma debordante stile di Fripp.

Per me che non sono un tecnico, vedere il suo pollice sinistro che spinge il retro della tastiera mentre la mano scivola velocemente come se stesse suonando una slide fa un po’ effetto. I colpi di penna sono ritmici, robusti, ma quello che rendono in musica ed effetti, fanno dell’isterico Robert un maestro nel suo genere. Un chitarrista il cui suono è riconoscibile e perfetto per quello che deve evocare. Un suono distorto, e solo apparentemente privo di una melodia, che, al contrario, è estremamente presente in tutti i
brani e i medley della sua produzione.

La scaletta pesca maggiormente nel disco d’esordio e in Larks’, ma per me non è una sorpresa… di nascosto mi era stata fatta sbirciare prima dell’inizio insieme al semi-isterico accordo e alle sue restrizioni. Per me i Crimson fino a Red sono una miniera di suoni ed emozioni mai dimenticate. La lunga Starless, resa in chiusura in una versione semplicemente micidiale è uno squarcio nella miniera dei miei ricordi di ragazzo, quando Larks e Starless rappresentavano per me il contro-progressive, la prova che c’era vita
oltre una chitarra elettrica e una pedaliera e che un sax ed un violino ti aprivano nuovi universi. Erano gli anni in cui iniziavo ad andare decisamente oltre il muro dell’hard e del blues. E ne ero sorpreso, Zappa a parte.

Ma è necessario adesso provare a spiegare il senso dell’uso di tre batterie. Un anziano fan parmense, ai miei dubbi sulla presenza di tre diversi batteristi, mi spiega che avranno medesimi compiti e ritmiche in sincrono. Previsione errata. Ogni batterista ha un proprio preciso compito, e un preciso suono, perfettamente percettibile dopo un po’ di orecchio. Mastelotto e Harrison non solo si dividono i compiti – il primo dedito alle percussioni e alla rumoristica quando al secondo toccano le parti preponderanti – ma si alternano anche all’interno del medesimo brano, eseguendo le loro rullate in perfetta alternanza e, dato il suono diverso, donando al medesimo brano tinte diverse ogni manciata di secondi, minuti. In buona fede non saprei chi scegliere in quanto a risultati, ma mi sbilancio e dico Pat, anche se il solo finale in Starless è riservato a Gavin. Con gli altri due che lo applaudono. Il centrale Stacey pare assentarsi a minuti, e rivolto lateralmente rispetto alla sua cassa, pare occuparsi a lungo d’altro. La nostra pure buona posizione centrale non ci fa immediatamente realizzare che si sta dedicando a parti di piano elettrico, posto in modo tale da non farcelo vedere. A lui sono riservati i tempi nei brani più vecchi, in particolare, ma è la resa globale del loro suono che caratterizza fortemente l’insieme. I Crimson di questo tour sono un gruppo a trazione ritmica che rimbalza sulle mura che Levin innalza con il suo basso. Il resto vola alto al di sopra. Dopo un’oretta ci si fa l’orecchio, ma l’impatto iniziale è impressionante.

Quando Larks lacera Piazza Napoleone, mi tornano in mente le mie avventure di ragazzo nei suoi teen finali, la prima auto, gli amici, i simposi casalinghi dedicati a interpretare questo o quel disco. Erano anni, quei tre, quattro primi dei settanta, spensierati e incoscienti. Fin troppo, direi oggi. Ma era giusto così : nella vita c’è sempre tempo per i problemi che inevitabilmente arriveranno, e quell’estate del 73 era marcata, tra l’altro, proprio dalle cavalcate elettriche di quel disco dal titolo surreale. Le altre che verranno dal successivo, fino a quella Starless che su Red chiude un periodo luminoso e la cui melodia non mi lascia da allora. Erano anni incredibili per la nostra musica, e la scelta era tra mille uscite tutte di estrema qualità. Erano gli anni in cui era necessario guardare…alle cinquanta lire… prima di gettarsi in spese voluttuarie, per i più. Ma per me la musica era cibo, cultura, piacere, emozione, scoperta, maturità. Quando proprio non esisteva possibilità di accantonamento, si dividevano i compiti : uno comprava un 33, l’altro un altro. Poi ci si scambiavano e registravano su quelle infami cassettine, sperando di resistere quanto più possibile fino a trovare il modo di comprarsi…la prossima aria per i propri polmoni. Anni
irripetibili, per la bellezza sconfinata della musica che ci avvolgeva e per quello che riuscivamo a fare per non restare indietro. I King Crimson hanno avuto uno spazio enorme nel mio cuore in quei tempi. Averli davanti ancora 45 anni dopo non è una operazione di nostalgia, ma una emozione immensa. Specialmente perché non sembrano invecchiati di un giorno. Nel suono. La mia ultima volta era stata una trentina di anni fa e credevo che non li avrei più risentiti così luminosi. Indistruttibile Roberto…mi freghi sempre.

Così, il nostro concerto di musica classica contemporanea va a finire. So già che la mia adorata Starless chiuderà il concerto, prima dell’inevitabile, ancor oggi emozionante, Schizoid Man. Si accendono le luci bianche. I sette si alzano contemporaneamente, come a un segnale invisibile. Fermi davanti ai loro strumenti, estraggono in parte i loro cellulari, le loro macchine fotografiche. Ci inquadrano, Finalmente sorridono e tornano a essere umani. Torna in mente il messaggio iniziale…
“Tony vi vuole fare una fotografia, sarà quello il momento in cui potrete farlo anche voi”… anche Fripp si unisce e ci fotografa. Noi lo facciamo, finalmente, con loro.
Lo scambio è totale, adesso. L’uno prende un ricordo dell’altro. Grazie. Pubblico pagante in delirio. Groppo alla gola. Possiamo andare.

©Giancarlo Trombetti 2018

 

Scaletta:

Larks’ Tongues in Aspic, Part One
Peace: An End
Pictures of a City
The Court of the Crimson King
Moonchild
Cirkus
Lizard (Bolero, Dawn Song, Last Skirmish, Prince Rupert’s Lament)
Islands
Indiscipline
Hell Hounds of Krim
Discipline
Neurotica
Radical Action (To Unseat the Hold of Monkey Mind)
Level Five
Epitaph
Easy Money
One More Red Nightmare
Larks’ Tongues in Aspic, Part Two
Starless

Goliath seconda stagione (2018 Amazon Prime) – TTTTT

28 Lug

Di Goliath ne abbiamo accennato qualche giorno fa:

https://timtirelli.com/2018/07/24/il-costo-esoso-dei-nuovi-cofanetti-di-dischi/

adesso che ho finito di vedere la seconda stagione posso davvero dire che è una delle serie TV che più mi è piaciuta in assoluto.

Anche questa volta Billy Bob Thorton è superbo! Certo, ricasca pure qui in una storia sentimentale e si fa trascinare in un nuovo caso che in realtà non vorrebbe seguire, ma queste piccole ripetizioni e le sbavature che affiorano ogni tanto poco tolgono ad una serie a mio parere riuscitissima. Sarà forse perché BBT è indubbiamente un uomo di blues che mi piace un sacco, ma gli otto episodi mi hanno tenuto incollato davanti al video, e questo non sempre accade.

E’ inoltre la prima volta che ho una infatuazione per Los Angeles intesa come città. I vari time lapse che vengono inseriti ad arte, la scenografia che ci regala un LA moderna e suggestiva e il rumore di sottofondo della città rendono benissimo il fascino di di questa metropoli.

Billy Bob Thorton – Goliath 2

Nina Ariand poi è sublime sublime: Come attrice e come presenza è venuta fuori poco a poco (nella prima stagione), ma poi si è saputa imporre come pilastro fondamentale della serie.

Nina Arianda

Due gran belle stagioni.

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

(www.dday.it)

La serie è stata scritta a quattro mani da David E. Kelley e Jonathan Shapiro, già autori di programmi di successo come Ally McBeal e The Practice, e prodotta da Lawrence Trilling e Geyer Kosinski. Goliath è risultato lo show Prime Original americano più visto di sempre nei primi 10 giorni dal lancio.

McBride dopo aver vinto un’importante causa contro la Borns Tech e dichiarata chiusa la propria carriera, viene nuovamente coinvolto in un caso complicato quando il figlio sedicenne di un suo amico viene arrestato con l’accusa di duplice omicidio. Nulla è come sembra e Billy si rende subito conto di aver a che fare con qualcosa di più grande in cui corruzione e politica si mescolano nei sobborghi malfamati di Los Angeles.

Il prezzo esoso dei nuovi cofanetti di dischi

24 Lug

Discuto sulla chat di facebook col mio amico Fil (gran esperto di questi argomenti) dell’impennata dei prezzi dei cofanetti di dischi, ormai fuori controllo. Chi sperava che pian piano i prezzi dei box set impegnativi si sarebbero abbassati resta con le pive nel sacco. Ormai le cifre sono inavvicinabili per i comuni mortali.

Facciamo qualche esempio:

La versione Locked N’ Loaded (Mega-box Limited Edition) di Appetite For Destruction dei Guns N’ Roses costa più di 900 euro, la versione semplice solo (sigh)150.

Appetite For Destruction – Locked N’ Loaded (Mega-box Limited Edition) Cofanetto, CD, Edizione limitata

https://www.amazon.it/Appetite-Destruction-Locked-Mega-box-Limited/dp/B07CPCFV4Z/ref=sr_1_6?s=music&ie=UTF8&qid=1532071480&sr=1-6&keywords=guns%20appetite 

Il box set contenente la nuova versione dell album live rimasterizzato The Song Remains The Same dei Led Zeppelin costa 225 euro (il prezzo originario senza sconto era 261 euro)

Ricordiamo che non ha nessun pezzo in più e che – purtroppo – dovrebbe essere la rimasterizzazione della (pessima) versione fatta uscire nel 2007.

The Song Remains The Same (Super Deluxe Boxset)

https://www.amazon.it/Song-Remains-Super-Deluxe-Boxset/dp/B07DTMPNTP/ref=sr_1_fkmr0_3?s=music&ie=UTF8&qid=1532422167&sr=8-3-fkmr0&keywords=led+zeppelin+the+song+remains+the+same+box+set

The Ten Year War dei Black Sabbath è intorno ai 400 euro.

Ten Year War/Deluxe Box S Cofanetto

https://www.amazon.it/Ten-Year-War-Deluxe-Box/dp/B075YB5L3T/ref=sr_1_1?s=music&ie=UTF8&qid=1532422445&sr=1-1&keywords=box+Sabbath+10

Ora, io arrivo a capire cofanetti tipo quello degli ELP di cui abbiamo parlato qui sopra (https://timtirelli.com/2018/03/12/elp-fanfare-1970-1997-2017-bmg-ttttt/) lo scorso marzo, ovvero discografia completa su CD, vari bootleg su cd, un bootleg triplo su vinile … insomma, 18 cd, 3 lp, 2 45 giri su cui spalmare la discografia completa e bootleg ad un prezzo di circa 120 euro mi pare sensato, ma il nuovo andazzo è chiaramente una pazzia.

Fil mi dice che le teorie di questo innalzamento dei prezzi sono varie: le tirature sono crollate drammaticamente e le major alzano i profitti su singola unità spolpando i collezionisti … questi oggetti sono gli unici che vendono quindi nel frattempo si è alzata la domanda ergo prezzo (vedi ticket Juve per Ronaldo).

Le tirature in verità non sembrano ridotte perché come dice Fil siamo sopra le 10.000 copie, per i LZ si parla di 30.000 copie per l’Europa (più le copie per gli USA). Del cofanetto degli ELP a cui abbiamo accennato ne hanno stampate solo 3000 ma sono state vendute in poco tempo ed è esaurito già da parecchio.

A tutto questo poi si aggiunge il fatto che sempre più spesso il materiale bonus (quello che è aggiunto al disco uscito in origine) è sempre più annacquato, soprattutto quando si tratta di cofanetti riguardanti un solo album vengono riempiti di nulla interi cd. Forse il die-hard fan troverà eccitante ascoltare anche i rough mix, ma chi ha un briciolo di testa sa che questa è roba superflua che non fa bene alla musica. Ok versioni live, inediti e outtake in qualche modo diverse dagli originali, ma la fuffa non giova a nessuno. Personalmente cerco di essere un tipetto attento all’arte del buttare, eliminare la zavorra mi fa sentire meglio, questo anche per la musica. Non mi interessa più tenere dischi che non ascolterò, cofanetti di gruppi di cui voglio avere solo qualche album originale senza nessuna bonus track e così via, e dunque questi nuovi esosi box set son roba che ormai non mi interessa più, non sono mai stato un collezionista in senso stretto e non mi presto al giochetto nemmeno quando si tratta dei Led Zeppelin.

Certo è che avessero alcuni di questi cofanetti prezzi abbordabili un pensierino potrei farcelo, per uno come me che non riesce più a trovare stimoli nelle nuove uscite guardare al passato è, ahimè, inevitabile; ogni tanto acqusitare un bell’oggettino curato e contenente la musica con cui sono cresciuto sarebbe un modo niente male per riempire i vuoti esistenziali, ma sia chiaro, non a queste cifre.

E’ da un po’ che giro intorno al recente cofanetto dei Fleetwood Mac dedicato all’omonimo album del 1975 perchè mi pare un compromesso niente male. Per poco più di 40 euro ci si porta a casa un cofanetto contenente la seguente robina.

Disc  1 – CD: Original Album Remastered and Singles

Disc 2 – CD: Alternates and Live

Disc: 3 – CD: Live

Disc: 4 – DVD: 5.1 Surround Mix and 24/96 Stereo Audio of Original Album plus four single mixes

Disc: 5 – Vinyl LP

A me essenzialmente interessano i dischi 1, 3 e 5, soprattutto il 3 che è relativo ad concerti live del 1975 dove la band suonava anche alcuni dei successi del passato (più o meno) blues. Non lo ho ancora preso ma mi pare una cifra onesta e un cofanetto che abbia ragion d’essere. Quelli di cui abbiamo discusso qui sopra invece temo proprio di no.

 

Iulius blues

19 Lug

Luglio. In origine questo mese si chiamava Quintilis, quinto, perché era il quinto mese del calendario che si attribuisce a Romolo, calendario che partiva da marzo (Martius). Dopo la morte di Giulio Cesare, in suo onore il mese della sua nascita divenne Giulio, Luglio appunto. La semantica è una delle mie ossessioni, e ancora una volta constato che come spesso accade fagocita ogni mia azione. Have mercy on me, anime bluesanti di questo blog.

T – shirt blues

I blues estivi sono sempre dietro l’angolo, situazioni in evoluzione, futuro passato e presente che fanno a botte, col sottoscritto sempre al ricerca del proprio nido di stelle sebbene sia consapevole che non esiste. On the road again insomma, I can’t find my way home dunque, così non mi resta altro che cercare di riempire i vuoti esistenziali comprando sciocchezze che mi danno un po’ di sollievo per qualche minuto, una nuova edizione in vinile di uno dei miei dischi preferiti o una maglietta come questa qui sotto, che alla fine mi definisce perfettamente.

TT New Shirt

Sinodo estivo

Questo sinodo diventa importante perché – come vedremo più avanti – sarà l’ultima occasione in cui ci si può godere il bersò, la verandina che con tanta dedizione io e le pollastrella abbiamo messo in piedi.

Come sempre cena alla Festa dell’unità di Gavassa che, essendo una piccola frazione, organizza la festa in una sorta di cortile interno. Noi ci veniamo volentieri ogni anno perché è tutto molto blues e perché amiamo respirare le atmosfere dell’Emilia profonda, atmosfere che tra poco spariranno per sempre. Ad aiutare lo svolgimento della festa quest’anno vengono assoldate anche la pollastrella e sua sorella, di mano d’opera volontaria ce n’è sempre meno, i giovani sono ormai completamente assenti. Approfittiamo spudoratamente delle nostre conoscenze: il padre della pollastrella ci riserva uno dei tavoli più freschi, la madre della pollastrella viene a controllare che tutto sia di nostro gradimento e la pollastrella stessa si assicura che le portate arrivino in tempi decenti. Ceniamo in allegria, pasta, pesce, polenta fritta e un fresco vinello bianco che scivola giù che è un piacere.

Il solito velo pietoso va steso sulle finte performance del gruppi di liscio. 3/4 persone sul palco che fanno finta di suonare accompagnando basi sempre più ridicole. La grande tradizione del liscio emiliano-romagnolo sta andando a ramengo.

Festa Unità di Gavassae (Regium Lepidi) – foto TT

Festa Unità di Gavassae (Regium Lepidi) – foto TT

Verso le 22 lasciamo la festa diretti alla Domus Saurea, la verandina blues ci aspetta. Iniziamo il rito sorseggiando Assenzio mentre il tavolino si riempie di ciò che i generosi confratelli hanno portato. Chiacchieriamo fino oltre le 2. Siamo immersi nella campagna nera, laggiù, lontano oltre le colline, brillano le stelle, mentre qui a pochi metri tra vigne e campi di malghetti (di granturco insomma) si sentono frusci di ologrammi spirituali di giovani chitarristi blues che cercano l’incrocio giusto per venire a patti col demonio.

Sinodo Estivo alla Domus Saurea – da sx a dx: Biccio, Riff, Mixi, Pike, Tim, Mario – foto Saura T.

Il bicchiere della staffa, one more for the road insomma…

poi ci si inginocchia a ringraziare il Signore Oscuro.

The Dark Lord

Il sinodo finisce. Al prossima anno cardinali del blues.

You are like a hurricane blues

Due giorni dopo il sinodo, sulla Domus Saurea si abbatte un forte temporale, il vento ha una violenza vista poche volte da queste parti. Il risultato è sconfortante.

Bye Bye Bersò Blues -Domus Saurea luglio 2017 – foto TT

Bye Bye Bersò Blues -Domus Saurea luglio 2017 – foto TT

Il dondolo dopo la bufera. foto TT

Il vecchio prugno, Foto TT

Per il vecchio prugno non c’è stato nulla da fare, tuttavia siamo riusciti a salvare la vite.

Salvavite – Domus Saurea luglio 2018 – foto TT

Forse grazie a Mario, che sarebbe un frap, un frèra, un fabbro insomma, c’è qualche speranza per il bersò, vedremo.

Waiting On A Friend (Tim & Tom blues)

Erano anni che non passavo una serata insieme al mio rambler preferito, insieme – nel lontano passato –  abbiamo fatto sogni di rock and roll e quei momenti (e le canzoni scritte insieme) non si dimenticano mai.

Cattiva Compagnia 1991 – Gigi, Mixi, Tommy,Tim – the classic line up

Siamo diventati amici il 3 luglio del 1981, e dopo 37 anni eccoci di nuovo qui, the TT Twins.

Tim & Tom 2018 – foto Saura T.

Negozi blues: ROCK POWER BOLOGNA VINILI DISCHI USATI E CD

Via Mascarella, 81/d, 40126 Bologna BO tel  051/ 011 07 87  

Segnalo un negozietto di dischi (soprattutto vinili usati) di Bologna. Se siete in zona fateci un salto, mantenere vivi posti del genere non può che fare bene a questo povero mondo.

Rock Power Vinili Bologna

Rock Power Vinili Bologna

FILM: “L’Inganno” (di Sofia Coppola – Usa 2017) – TTTT

Sofia Coppola riesce a far film davvero belli, mi cattura ogni volta, è successo anche con L’Inganno. Visto su SKY.

Genere: Suspence Thriller

Cast: Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Emma Howard, Oona Laurence, Angourie Rice, Addison Riecke

Scritto e diretto da: Sofia Coppola

L’inganno è l’adattamento di Sofia Coppola del romanzo The Beguiled, opera di Thomas Cullinan. La storia si svolge durante la guerra civile, in un collegio femminile nello stato di Virginia. Le giovani donne vivono protette dal mondo esterno fino a quando un soldato ferito viene trovato nei paraggi e condotto al riparo. La casa è così inebriata da una forte tensione sessuale da cui nascono pericolose rivalità e vengono rotti tabù grazie a un’inaspettata serie di eventi.

SERIE TV: Homeland (stagione 7 – Fox 2018) – TTTT

Devo riconoscere che le puntate finali di questa settima stagione sono piuttosto buone, devo dunque rivedere il frettoloso giudizio dato qualche mese fa. Anche la settima stagione quindi non è per niente male

SERIE TV: Goliath (stagione 1 – Amazon 2016) – TTTT

Quando il mio amico Jaypee mi consiglia una serie TV mi ci ficco a capofitto. Qui c’è il grande Billy Bob Thorton, che già di per sé è una garanzia. Sono alla sesta puntata della prima stagione e ne sono entusiasta.

Goliath Season 1

 2016 Amazon Studios Series starring Billy Bob Thornton, William Hurt, Maria Bello and Olivia Thirlby

A disgraced lawyer, now an ambulance chaser, gets a case that could bring him redemption or at least revenge on the firm which expelled him.

When the moon hits your eyes like a big pizza pie

Rincasi verso sera, non è stata una giornata facile lavorativamente parlando, né per te né per lei, così te ne esci con un “senti, e se andassimo fuori a cena? Ti va una pizza come si deve?”

Ed è così che l’umore cambia, quando vedi che la luna risplende nei suoi occhi, che quella che stai vivendo è una scena tratta da una canzone di Billy Joel, che lei ti guarda sorridendo con quel suo fare da scimmietta e ti dici che in fondo la vita poi non è poi così blues come pensi.

A bottle of white, a bottle of red
perhaps a bottle of rose instead
we’ll get a table near the street
in our old familiar place
you and I, face to face

A bottle of red, a bottle of whites
it all depends upon your appetite
I’ll meet you any time you want
in our Italian restaurant.

“we’ll get a table near the street in our old familiar place you and I, face to face” – Saura at Pizzikotto, Regium Lepidi – luglio 2018 – foto TT

Saldi vegani

Vestirsi oggigiorno per l’uomo di blues di una incerta età non è cosa semplicissima. Vestire come fanno i giovani oggi proprio no, vestire come faceva lo zio Fedele quando aveva la nostra età men che meno, vestire simil rock nemmeno (mica voglia di andare in giro conciato come un camionista del nordeuropa, come un biker o come un fan dei Guns N’ Roses attempato), mica facile trovare però degli store (negozi, perdio!) che abbiano qualcosa di adatto ad un uomo di blues che veste casual e sportivo possibilmente tendente al Rock del tempo che fu. Certo, potrei comprare tutto all’Inter Store, ma spesso hanno prezzi che “se anche non vesto sempre di nerazzurro va bene lo stesso”. Così seleziono posticini niente male, qualcosa lo trovo sempre da L’uomo di Barbara del  paesello natale, da Keep Up di Campogallo, da Taddei a Regium Lepidi oppure nei negozi di Den e Supedry. Il problema è che gli store più vicini di questi due brand (marchi, perlamadosca!) sono a Verona.

E’ così che due/tre ore di una domenica domattina le passo al centro commerciale Adigeo. Né io né la pollastrella siamo tipi da passare domeniche o frequentare troppo i centri commerciali, ma non siamo nemmeno di quelli che li rifuggono a priori. Lei poi è una patita di Superdry e non può mica comprasi delle cosine solo quando va a Londra.

L’Adigeo è davvero enorme, uno di quei centri commerciali che sembrano areoporti, è così grande che sebbene sia il primo giorno dei saldi si passeggia tranquillamente e sembra che non ci sia quasi nessuno (mentre il parcheggio a più livelli dice che ci dovrebbe essere il mondo).

Centro Commerciale Adigeo – luglio 2018 – foto TT

Centro Commerciale Adigeo – luglio 2018 foto TT

Espletati gli acquisti ci accorgiamo che è ormai mezzogiorno. Mentre passeggiamo vedo che uno dei ristoranti è Universo Vegano. Propongo di andarci. La pollastrella mi guarda incuriosita, lei è vegetariana, io sono carnivoro (sebbene sia consapevole che i vegani hanno ragione), ma ho voglia di provare il posto e ogni tanto non mangiare carne  non può che farmi bene.

L’esperienza è un trionfo. Mangio di gusto e mi sazio così tanto da non riuscire a finire tutto. Bevo una cola biologica. Mi sento in pace con m stesso.

Tim al Ristorante Universo Vegano – luglio 2018 foto Saura T

Ristorante Universo Vegano – luglio 2018 foto TT

Di frequente sento amici o conoscenti stupirsi della intolleranza che hanno i vegani verso i carnivori e chi uccide gli animali per cibarsene, ma poi vedo che i carnivori fanno lo stesso verso chi non mangia carne. Le solite battute, le solite argomentazioni idiote, il solito non capire e non saper andare al di là del proprio pianerottolo. E dire che mangiare meno carne dovrebbe essere un imperativo per tutti, per rispetto verso gli animali, verso noi stessi, verso il pianeta. Tutta salute insomma, e una maniera per non finire come gli americani. E invece no, tutti lì ancoriamoti all’ossessione per la catena Old Wild West e le grigliate, quest’ultime sarebbero anche un bel modo di stare insieme se ci si limitasse un po’ col consumo di certi alimenti e si cercasse di non sprecarne, sì perché si finisce sempre per comprare molta più carne di quella che servirebbe, carne che nella grande maggioranza dei casi viene poi buttata. Spreco di risorse che la Terra non può proprio più permettersi.

Sì, lo so, è un pippone del politicamente corretto questo, ma a forza di rifarsi col politicamente scorretto stiamo finendo in un immondezzaio culturale.

Lettore Hifi Walker:

E va beh, ho fatto la cazzata, quella che gli amici con cui discuto di queste cose mi dicevano di non fare. Ho preso un lettore portatile hifi. Anche se il progetto Pono di Neil Young (ne abbiamo parlato in passato qui sopra) è stato abbandonato, io non mollo e continuo ad essere restio all’uso degli mp3. In macchina li uso perché il lettore non legge altro, ma se posso li evito come la peste.

E allora eccomi qua con il nuovo Hifi Walker, gighino che legge ogni tipo di file audio lossless. Ho preso una scheda micro SD da 128 gb e ci ho caricato soquanti (dal modenese) album in flac. Il risultato mi sembra ottimo, non vedo l’ora di essere al mare e di mettermi ad ascoltare la musica come si deve, mentre osservo vele bianche all’orizzonte.

Lettore Hi-Fi Walker – photo TT

FOOTBALL: la nuova stagione

Finalmente la pre-season è iniziata e non vedo l’ora di vedere le prime amichevoli e capire se i nuovi acquisti sono funzionali ala squadra. Maurito si è presentato alla Pinetina la sera prima dell’inizio del ritiro, ha dormito lì per essere pronto l’indomani ad accogliere tutti. Niente male, capitano.

Maurito – FC INTER l anuova stagione 2018-19 – Foto FC Inter

Già cinque nuovi arrivi e altri colpi che dovrebbero avverarsi nelle prossime settimane, si prospetta una stagione frizzante, il ritorno in Champions poi galvanizza ancor di più. Ogni anno che passo sento di amarla di più l’Inter, c’è un legame universale che provo per quei colori, sarà perché il mio amore per lei me lo ha passato mia madre, ma quando la vedo scendere in campo vengo pervaso dall’energia cosmica, sento le farfalle nello stomaco, inizio a volteggiare, mi scappa la pipì dall’emozione, mi sento bene … proprio come quando sento l’assolo di Sibly e No Quarter live 1973 o di quello di Ten Years Gone.

Per me, c’è solo, l’Inter.

 

 

 

The Equinox – Milly Bar 14/07/2018 (The Rain Song Blues)

16 Lug

14/07/2018: previsto concerto degli Equinox al Milly Bar del Parco Ferrari di Modena. Da giorni le previsioni danno sole cocente e sia noi che Emilio, il titolare del Milly Bar, siamo tranquilli.

Una occhiata alla Gazzetta di Modena e poi si parte.

Da La Gazzetta di Modena 14-7-2018

Ore 18: arriviamo sul posto. Primi approcci col (bravo) fonico Alessandro mentre montiamo l’armamentario.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Il cielo si ingrigisce, ma restiamo tranquilli; col passare dei minuti però il dubbio si insinua in noi. Chiediamo di preparare teloni in caso cadesse qualche goccia. E’ un sabato pomeriggio caldo, ma c’è un filo di vento che rende il tutto non troppo opprimente.

Soundcheck – The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Iniziamo il soundcheck, come sempre c’è qualche problemino che però risolviamo senza troppe paturnie. Alessando ci aiuta a tirar fuori il suono giusto, le spie sono ben bilanciate. Proviamo qualche pezzo, si sente bene dappertutto, per una volta sono contento del mio sound e della mia mano, dopo sei settimane di allenamento quotidiano qualche frutto del duro lavoro lo raccolgo.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

The Equinox – Milly Bar Parco Ferrari – Soundcheck – foto Federica Pratissoli

Scendono le prime gocce. Siamo sempre più preoccupati. Saura piega verso il blu dipinto di blues.

The Equinox – LZ Oblique Tribute – Milly Bar – Parco Ferrari Modena 14-7-2018 – photo TT

Sposto l’ampli e le chitarre accanto la batteria di Lele e ricopro tutto con un telone. Lo stesso fa Saura con piano, basso e pedaliera. Sono le 20, ci mettiamo a tavola, ma inizia a piovere con decisione. Dopo mezz’ora controlliamo gli strumenti, sono bagnati, i teloni evidentemente non fanno il loro lavoro. Sotto la pioggia spostiamo tutto sotto il grande tendone dove di solito sta il pubblico.

L’umore non è il massimo, spostare una volta di più l’armamentario è una pena. E’ un blues già trattato più volte qui sul blog, probabilmente sembrerò pesante, ma il maneggiare tutto quello che ci portiamo in giro io e Saura è fonte di incazzatura perenne. Sorrido quando sento altri amici musicisti lamentarsi quando devono portare con sé un (1) amplificatore, non cerco compatimento, metto solo nero su bianco il load & download gear blues, la malinconia del caricare e dello scaricare la propria attrezzatura. D’altra parte me la sono cercata, fare un tributo ai LZ come si deve significa portarsi in giro almeno quattro chitarre (con ampli e pedaliera) se poi mi metto con una musicista che è nel mio stesso gruppo e che suona più strumenti (basso, tastiere, pedaliera basso, mandolino, con tutti gli annessi e connessi) beh allora dovrei stare zitto e farmene una ragione.

E’ comunque arrivata gente e lì sotto, al riparo, vengono portati anche i tavoli per coloro che hanno prenotato e devono cenare. Arriva anche il Vagabondo di Mezzanotte, il mio rambler preferito, quello con cui nel lontano passato ho fatto sogni di rock and roll. Lo abbraccio e in un secondo ritroviamo la stessa armonia ed isteria di sempre. Siamo vecchi amici e si vede. Parafrasando una vecchia canzone che abbiamo scritto insieme, visto che abbiamo in mano una birra, all’unisono intoniamo “Questa sera che piove, non ci resta che farci una Weiss”.

Sotto al tendone si sta bene, c’è molta umidità ma la (cattiva) compagnia spegne ogni (beh non proprio) blues dato dalla sospensione del concerto. Emilio ci informa che, se siamo d’accordo, recuperiamo la data venerdì 17 agosto 2018.

Emilio mi fai anche sapere che qualcuno ha chiesto se possiamo accennare almeno ad un pezzo. Penso a Tangerine da fare insieme al solo Pol, ma poi decidiamo di darci di rock. Accendiamo gli amplificatori, asciughiamo gli strumenti, colleghiamo le casse per la voce, montiamo la batteria e in formazione voce/chitarra/basso e batteria ci gettiamo in un veloce set improvvisato.

Siamo vestiti da soundcheck, è una suonata per gli amici, possiamo evitare di cambiarci. Partiamo con What Is And What Should Never Be e, sebbene un po’ freddi, bagnati e delusi per la cancellazione del concerto vero e proprio, capiamo che una manciata di canzoni fatte inaspettatamente davanti a questo pubblico caloroso lenirà il nostro blues.

videoclip: What Is And What Shoudl Never Be

Proseguiamo con Dazed And Confused, non sappiamo come mai ma questo è uno dei “nostri pezzi”, lo viviamo sempre all’unisomo e, da superfan dei LZ quale sono, posso dire che ne diamo una versione niente male. Lele in questo brano si scatena, e noi ci lasciamo trascinare ogni volta. Sono sempre soddisfatto del risultato finale. Alla fine del pezzo sento un forte applauso, alzo la testa, c’è più gente di quanto m’aspettassi…60/70 persone, alcune della quali accorse dalle case vicine (come mi dirà poi Emilio) appena capito che si sarebbe suonato ugualmente.

Non abbiamo molto tempo, l’idea era quella di fare uno o due pezzi (finiremo per farne sei) proseguiamo con Heartbreaker seguita da Whole Lotta Love collegate alla maniera del tour del 1973 dei Led Zeppelin. In WLL Includiamo anche la sezione funk, il Theremin e Goin’ Down, facendo riferimento alla immortale versione del Los Angeles Forum del 3 giugno 1973.

videoclip: WLL – Theremin section

Il Vagabondo di Mezzanotte riprende tre brevi momenti del mini concerto per inviarli ad una nostra amica comune, sono i frammenti che pubblico qui sopra e qui sotto.

Il pubblico mostra di gradire, noi siamo piuttosto carichi e credo che anche stasera stiamo riuscendo a proporre quelli che ci siamo prefissi, e cioè di catturare – sopra ogni cosa – il senso e lo spirito del gruppo di Page, Plant, Jones e Bonham.

Il pubblico sembra proprio gradire e io ne sono felicissimo. In Communication Breakdown inseriamo It’s Your Own Thing degli Isley Brothers come facevano i LZ, che io arricchisco col riff discendente di Jam Sandwich dalla colonna sonora Death Wish II di Jimmy Page. Serve per introdurre il break basso/batteria su cui presento la band:

“Alla batteria .. .si getta nella mischia con la stessa foga di un tigrotto di Mompracen, il CR7 delle percussioni, Mr Tamburino, L’unico e il solo: Lele Morselli” – applausi scroscianti.

“Al basso, alle tastiere e alla pedaliera basso, la Valentino Rossi del rock and roll, la reggiana dagli occhi di ghiaccio, the girl from Gavassa, Nostra Signora di Guadalupe, la nostra superfiga: Saura “boogie mama” Terenziani” – boato!

“Alla voce Il nostro usignolo, il principe soprano, lo stallone reggiano: Paolino Morigi” applausi scroscianti.

Pol dice quindi due cose sul sottoscritto dopo di che termino la presentazione con i dovuti ringraziamenti:

“Gli Equinox vi ringraziano per la bella serata, ringraziano Emilio e tutto lo staff del Milly Bar vero punto di riferimento della musica dal vivo di Modena, vi danno appuntamento al prossimo rock and roll show e vi benedicono nel nome del blues e vi ricordano che sebbene il loro corso a volte possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare.

Grazie mille per l’affetto Parco Ferrari, in questi 30 minuti ci è sembrato di essere sul palco del Madison Square Garden … e dunque la chiosa finale rimane la stessa: NEW YORK, GOODNIGHT.”

Si è creata un onda di emozioni sincera tra noi e il pubblico, ne vado fiero, perché un‘audience attenta, esperta ed esigente come quella del Milly Bar non la si incontra dappertutto.

Giusto il tempo di chiudere il pezzo e Lele parte con l’intro di Rock And Roll, e va beh, let’s there be rock, che rock sia. Io e Saura qui ci distraiamo un po’, la nostra prova non è impeccabile, l’heat of the moment ci ha traditi, ma poco importa quello che conta è lasciare scorrere i buoni momenti  … let the good time rolls, baby.

videoclip: Rock And Roll

35 minuti di rock and roll indiavolato. Il pubblico ci saluta con un calore che apprezzo davvero tanto. E’ poi il momento di baci e abbracci e di bermi un paio di birre e qualche rum insieme al Midnight Rambler e al fido Riff.

Torno sul posto, i ragazzi si sono divertiti ugualmente, solo Saura è affranta e incavolata. Non aver potuto suonare il piano dopo tutta la preparazione e gli sforzi fatti le è costato molto; ma dopotutto va bene così, il piombo zeppelin è entrato in circolo anche oggi e ci rivedremo su questo palco tra poco più di un mese.

Carichiamo la blues mobile e ci apprestiamo a tornare alla Domus Saurea. Osservo la volta celeste, dopo che un po’ di pioggia è caduta su tutti noi, le stelle brillano lassù, così fanno le luci della città mentre noi le attraversiamo scivolando … New York, goodnight.

DAN BROWN “Origin” (2017 – Mondadori) – TTTTT

12 Lug

Finisco il romanzo, lo trovo ottimo; Do una occhiata alle recensioni di altri lettori in Internet: si va da una stella a cinque. D’accordo che ognuno vive le cose in maniera diversa, ma mi sorprendo sempre di questa forbice così larga da lasciare interdetti. Dan Brown è uno scrittore “pop”, ma è un pop d’autore. Lo seguo dall’inizio, ho tutti i suoi libri in edizione rilegata e non mi imbarazzo nel dire che mi piace molto. Tratta argomenti a me cari, scrive bene e inventa storie che mi intrattengono in modo completo. Il suo penultimo romanzo (Inferno) mi aveva un po’ deluso all’inizio, feci fatica ad uscire dalle prime trecento pagine, ci volle una certa costanza nel continuare, ma la parte finale mi ripagò degli sforzi.

Origin invece mi ha preso sin da subito, benché come andasse a finire la prima parte del romanzo sia stato sin troppo facile da capire, ma il prosieguo lo ho poi trovato superbo.

Il libro verte sulle due domande cruciali dell’umanità: da dove veniamo e dove andiamo. Brown prende le ultime scoperte scientifiche e tecnologiche, le romanza e ci imbastisce sopra una storia avvincente, stavolta ambientata in Spagna.

Sarà che su quelle due domande rifletto quasi ogni giorno, ma Origin mi è proprio piaciuto tanto. Per chi vuole capire un po’ di più, qui sotto riporto la sinossi presa dal sito della casa editrice, in caso qualcuno si fidasse del mio giudizio sappia che è un libro assai godibile, da gustarsi dall’inizio alla fine, magari sotto l’ombrellone, con vele bianche all’orizzonte, il mormorio delle onde in sottofondo e un po’ di tempo per se stessi.

Sinossi (dal sito della Mondadori):

Robert Langdon, professore di simbologia e iconologia religiosa a Harvard, è stato invitato all’avveniristico museo Guggenheim di Bilbao per assistere a un evento unico: la rivelazione che cambierà per sempre la storia dell’umanità e rimetterà in discussione dogmi e principi dati ormai come acquisiti, aprendo la via a un futuro tanto imminente quanto inimmaginabile. Protagonista della serata è Edmond Kirsch, quarantenne miliardario e futurologo, famoso in tutto il mondo per le sbalorditive invenzioni high-tech, le audaci previsioni e l’ateismo corrosivo. Kirsch, che è stato uno dei primi studenti di Langdon e ha con lui un’amicizia ormai ventennale, sta per svelare una stupefacente scoperta che risponderà alle due fondamentali domande: da dove veniamo? E, soprattutto, dove andiamo? Mentre Langdon e centinaia di altri ospiti sono ipnotizzati dall’eclatante e spregiudicata presentazione del futurologo, all’improvviso la serata sfocia nel caos. La preziosa scoperta di Kirsch, prima ancora di essere rivelata, rischia di andare perduta per sempre. Scosso e incalzato da una minaccia incombente, Langdon è costretto a un disperato tentativo di fuga da Bilbao con Ambra Vidal, l’affascinante direttrice del museo che ha collaborato con Kirsch alla preparazione del provocatorio evento. In gioco non ci sono solo le loro vite, ma anche l’inestimabile patrimonio di conoscenza a cui il futurologo ha dedicato tutte le sue energie, ora sull’orlo di un oblio irreversibile. Percorrendo i corridoi più oscuri della storia e della religione, tra forze occulte, crimini mai sepolti e fanatismi incontrollabili, Langdon e Vidal devono sfuggire a un nemico letale il cui onnisciente potere pare emanare dal Palazzo reale di Spagna, e che non si fermerà davanti a nulla pur di ridurre al silenzio Edmond Kirsch. In una corsa mozzafiato contro il tempo, i due protagonisti decifrano gli indizi che li porteranno faccia a faccia con la scioccante scoperta di Kirsch… e con la sconvolgente verità che da sempre ci sfugge.

Dan Brown sul blog:

https://timtirelli.com/2013/08/15/dan-brown-inferno-2013-mondadori-euro-25-tttt/

 

RINGO STARR & HIS ALL STARR BAND – Lucca Summer Festival 8/7/2018 – di Giancarlo Trombetti

10 Lug

Il nostro Giancarlo Trombetti (rock scriba extraordinaire) ci parla del concerto di Ringo di qualche giorno fa a Lucca. Lettura consigliatissima.

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Credo sia stato più di quarant’anni fa. Mi capitò di leggere una novella, che mi commosse. All’epoca non ero incline alla facile commozione, quella arriva con l’età, che ti porta a essere più nostalgico e debole. Era una storia semplice. In breve, raccontava che i Beatles venivano rapiti, uno per volta. Prima toccava a Lennon, poi spariva Macca, poi Harrison. La polizia era disperata, dovevano proteggere l’ultimo Beatle rimasto e d’altra parte dovevano ricercare gli altri scomparsi. Ma nulla accadeva a Ringo, fino a che, seguendone le tracce, si scopriva che il colpevole dei rapimenti era proprio lui. Gli altri erano stati tenuti in una villa in campagna, nessuno gli aveva fatto male, ed erano in eccellenti condizioni di salute e ben curati. All’inevitabile interrogatorio, Ringo rispondeva così, più o meno : “L’ho fatto perché mi sentivo solo. Loro erano i miei migliori amici, senza di loro la mia vita era più povera e triste…volevo che i Beatles si riformassero.”.

Ringo è sempre stato il Calimero del gruppo. Il meno dotato, il più brutto, quello che senza di lui tutto sarebbe rimasto com’era. Ci sbagliavamo alla grande. Ringo era il più felice, il più fortunato, il più buono di tutti. A lui non si chiedevano dichiarazioni altisonanti, nessuno da lui si aspettava il cambiamento del mondo, né, da quello che trapelava, che indirizzasse il suono e l’evoluzione del più importante gruppo pop del Pianeta Terra. A lui veniva concesso dal duo debordante e dal malinconico, ascetico George, di cantare proprio su quel pezzo che, a tutti, era sembrato il modo vile di fargli urlare al mondo che, senza di loro, non sarebbe stato niente più di un ragazzotto seduto male dietro a una batteria, con gli occhi penduli e le orecchie troppo grosse. E un attimo prima che Cocker, rendesse quella canzone immortale per sempre con una esecuzione sconvolgente e irripetibile, per tutti, Ringo, era l’uomo che …senza l’aiuto degli amici…

Incredibile come le valutazioni possano mutare nel tempo e con la conoscenza. Ringo è sopravvissuto all’impatto mortale dello scioglimento del gruppo, al suo stesso mito, e, poco per volta, lo ha rafforzato, pubblicando dischi con piccole, minuscole perle che solo gli appassionati hanno saputo distinguere. Ringo è cresciuto, forte del suo nome indimenticabile ed è sopravvissuto anche al dolore della morte di due dei suoi unici, immensi, amici. Una straziante intervista alla BBC ce lo aveva reso piccolo e fragilissimo, mentre parlava, quasi balbettando, del suo dolore per le perdite. E dalle sue parole, pareva che fosse Harrison, quello per cui aveva sofferto maggiormente.

Come non essere, per sempre, dalla sua parte ?

Dalla parte del brutto anatroccolo fortunatissimo e reso immensamente ricco dagli altri. Dall’omino che non aveva mai alzato la testa rivendicando un ruolo che, forse, nessuno gli avrebbe mai riconosciuto. Eppure ricordo bene di una serata passata con un famoso batterista, che alla mia esaltazione di musicisti incredibili, da me idolatrati… Colaiuta, Bozzio, Wackerman, Bonham, Dunbar, Moon…mi spiegava con cortesia che erano proprio Ringo e Watts che avevano un suono così semplice e personale che non dovevano essere messi da parte. Mai! Ma non solo. Mi disse una frase che da allora non dimentico: i batteristi che lasciano un segno sono quelli che ascoltando la sola batteria, ti fanno riconoscere immediatamente il brano che stanno suonando… Ma ero troppo ottuso allora, per rendermene conto.

Però Ringo mi aveva sempre suscitato un enorme simpatia, a pelle. Inversamente proporzionale al fastidio nei confronti di Lennon…oh, beh…ognuno ha le sue fisse, no ? Così, quando la All Starr Band debuttò nel 1989, presi a seguirlo a distanza. E credo sia stato proprio verso la fine di quell’anno che ebbi l’occasione di poter vedere la prima incarnazione di quel gruppo. Nessun eccezionale gruppo spalla, ma una formula logica e vincente : grandi musicisti, che portano in dote le loro grandi canzoni, che suonano la propria musica e accompagnano il Mito in alcune sue canzoni. Geniale.

La sera della mia prima volta, me ne innamorai. Anche perché capitava poche volte di avere davanti Joe Walsh, Nils Lofgren, Tim Schmit, Todd Rundgren, Dave Edmunds…

Per questo motivo domenica sera ho affrontato un salasso per sedermi di traverso, troppo sotto il palco, con un paio di sedicenti critici davanti che commentavano senza indovinarne una e dall’inglese zoppicante, visto che non ridevano a nessuna battuta e che grazie al cielo non conoscevo, convinto di trovarmi per l’ultima volta davanti a un vecchietto fresco di 78 anni, con un gruppo di cui un paio di soggetti il cui ricordo non mi esaltava più di tanto. A Lucca fa caldo, ed i lucchesi tirchi e lamentosi mi spillano una cifra da svenimento per una cena veloce e poco gustata. Colpa mia. Sono pure della zona, avrei dovuto far cadere l’occhio sul menù prima di dire di sì. Con la cena che non ha ancora raggiunto lo stomaco, sono un ruminante, mangio pianissimo, mi rendo conto di essere esasperante ma non posso farci niente, volo, voliamo in due verso Piazza Napoleone, o come diavolo si chiama.

Il palco fa un po’ meno schifo dell’ultima volta che l’avevo visto, disadorno e povero e il pubblico mi stupisce. Niente solo vecchietti ultrasessantenni, ma anche giovani che cantano anche le canzoni meno note a squarciagola. L’impatto con il gruppo è notevole. E difficilmente avrebbe potuto essere diversamente. Gregg Rolie alle tastiere era l’uomo dietro Santana all’era di Abraxas, Steve Lukather è tutt’ora un piccolo mostro di tecnica, i Toto erano lui, Colin Hay era il principale compositore dei Men at Work, Graham Gouldman, come ricorderà più volte Ringo stesso nel corso dello spettacolo, è Mr. Ten CC e Warren Ham il polistrumentista dei Kansas. Alla batteria un mostruoso Greg Bissonette, uno dei sessionmen più apprezzati al mondo, in grado di non perdere una battuta anche quando suona insieme a Ringo, dedicandosi alle rullate e ai tom, da sempre invisi all’anzianotto Beatle. Ma quando era necessario tenere il tempo insieme, non c’era una sbavatura nelle casse e nei piatti. Nessun doppio tocco. Per capirsi : Hart e Kreutzmann o Butch Trucks e Jaimoe o Chester Thompson e Ralph Humphrey non avevano i medesimi compiti.

Ma la sorpresa migliore è lui, Mr. Ringo Starr. In eccellente forma, magro ma scattante, con la solita voce, ancora in ottimo grado di suonare il suo strumento, di scherzare, ironicissimo, su di sé e il suo passato, le sue canzoni. Certamente, i capelli saranno ovviamente tinti, ma le mani e il collo, inquadrate spesso in primo piano, rendono l’immagine di un agile quasi ottantenne, alla faccia del compleanno festeggiato il giorno prima. Ed è in quel momento, quando vedi quella manciata di grandi musicisti, divertirsi a resuscitare il proprio passato, recuperandolo senza nostalgia, ma con affetto, coccolandosi ognuno i propri migliori momenti delle loro vite, quando ti accorgi che per loro rivivere le canzoni di mezzo secolo prima non è un peso ma un onore, quando senti il gruppo “partire” sulle non rare evoluzioni strumentali, comprendi quanto logica e vincente sia una formula che da quasi trent’anni permette a una selezione accurata di artisti sempre diversi, di sentirsi vivi nell’affiancare un uomo minuto che ha attraversato la Storia del rock and roll.

Gregg Rolie estrae da Abraxas Evil Ways, Black Magic Woman (presentata come una canzone scritta da Peter Green) e Oye Como Va e la sua presenza scenica è del tastierista che ne ha viste di tutti i colori, sguardo disincantato e tranquillo, ci riporta a suoni dimenticati, dal vivo, con il suo Hammond. A far volare le lunghe parti strumentali, ci pensa Lukather, perfetto interprete che non ha bisogno certamente di ricalcare la chitarra di Santana per suscitare l’ammirazione. Bissonette, alla prova, è maestoso. Anche se talvolta un po’ troppo picchiatore per i miei gusti, ma sa passare dal tocco raffinato jazz al rock duro in un attimo. D’altra parte la sua estrazione resta quella.

Un quasi immobile Colin Hay, si illumina con i suoi due pezzi migliori, Down Under e Who can it be now ? che nell’atmosfera magica suonano perfettamente. Non ho mai amato il suo gruppo, ma quei due brani, suonati con trasporto, sono stati emozionanti.

A lui, in seguito, il compito di eseguire i due solo in stile “vecchio rock and roll”, quando tutti i trucchi sulle tastiere delle chitarre erano ancora da venire. Lukather non ce l’avrebbe fatta a resistere, contenendosi in pochi, semplici tocchi…

Dei tre pezzi dei Ten CC mi sono goduto Dreadlock Holiday un reggae dal testo corrosivo che negli 80 mi faceva sempre sorridere e che mi ha ricordato delle mie ore in auto, in coda, a Roma, nel tornare dal lavoro. Niente da dire : quando il pop è così di lusso, consapevole della sua forza, tutto è piacevole, digeribile. A Ringo l’onere di confrontarsi con se stesso. Ed è la sua profonda ironia, il suo gusto nel vivere il più bel mestiere del mondo, che lo tiene sull’onda dal 1962.

“Quando suonavo con il mio gruppo, ho composto moltissime canzoni…ma nessuna di queste è mai stata registrata…”, ride mentre presenta Boys, una cover delle Shirelles che i Beatles eseguivano nei loro primi giorni. E ancor più corrosivo, scherza un attimo dopo Don’t Pass me By nel presentare “…una canzone che non potrete non cantare e che se non conoscete, fareste bene ad andare a un concerto dei Led Zeppelin!”… e ce lo dice mentre all’acustica Lukather esegue l’intro di Stairway to Heaven, un attimo prima di far partire Yellow Submarine, l’unica canzone dei Beatles ad avere una parola, anzi due, in italiano… lo sapevate ?

Rosanna e Hold The Line sono gli inevitabili ricordi dei Toto che Lukather canta con l’aiuto di Ham nelle parti vocali più alte. Un bel personaggio, quest’ultimo: sax, percussioni, voce…un vero sessionman perfetto.

Ringo si allontana dicendo che quello che sta per venire sarà “un momento magico, musicale…e un momento, appunto!”. E va nel retropalco a riposarsi, cambiare giacchetta e chiacchierare con i ragazzi del pullman regia. Un vero easy living, quest’uomo.

Ride, danza, canticchia pezzi di storia che ci scorre via dentro le orecchie e non perde una battuta di quello che il pubblico gli urla…”Ringo!” si sente dal centro… “Yes…I know my name!”, risponde al volo. Un piacere per occhi e orecchie. La prova che il rock ti può salvare la vita e rendertela bella e fresca come un gelato. L’approccio di Ringo, però, è molto più lineare, umano, rispetto, che so…alla sopravvivenza rock di un Keith Richards. Entrambi icone, entrambi al limite del soprannaturale, ma con un aspetto di Starr che ce lo rende più simile a tutti noi. Il simpatico vecchietto tutto “peace and love”…la parola d’ordine della serata…del piano di sopra, quello che ti racconta le storie quando lo incontri al bar o in ascensore, storie bellissime, narrate con il distacco di chi non potrà mai più essere sorpreso dalla vita. Perché è lui che la guida.

E mentre Steve riesce a piazzare un solo anche all’interno della conclusiva With a little help from my friends, Ringo si inchina, ringrazia, vola via e sbuca per un attimo solo, per aggiungere in coda a tutto una citazione di Give peace a chance. Perché è quello il messaggio : quello che vorremmo dire è di dare una possibilità alla pace.

Grazie. Per sempre, amico mio.

©Giancarlo Trombetti 2018

Santana a Cattolica (RN) 01/07/2018

4 Lug

Cattolica (RN). Più o meno 1500 anni fa quelli erano territori bizantini e come tali amministrati. Dove sorge oggi Cattolica vi era un insediamento con un deposito di derrate alimentari, un magazzino insomma, Katholikà in lingua bizantina. Vi sono altre ipotesi, che il nome derivi da un fiumiciattolo, il rivus Catholice o dalle controversie tra i vescovi “ariani” e quelli cattolici, questi ultimi  rifugiati nella zona in cui oggi sorge Cattolica, dando il nome alla località.

E’ una cittadina che da sempre guardo con curiosità. Mio nonno materno aveva – negli anni quaranta – una azienda di autolinee che, oltre a collegare le città e i paesi della zona, arrivava fino all’Adriatico, a Cattolica appunto. Ho qualche foto di mia madre ventenne e sorridente su quelle spiagge e dunque questo posto fa in qualche modo parte della mia storia famigliare. Andare a vederci Santana, il primo chitarrista che abbia mai amato – laggiù nella seconda metà degli anni settanta – mi sembra cosa buona e giusta.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018

Anche in questo caso non ho voluto preparami, non so nulla di musicisti, scaletta, qualità della proposta.
La Arena Della Regina è uno spazio sito in Piazza Della Repubblica (l’accostamento dei due nomi è un ossimoro curioso), direi che di posti a sedere ne contiene circa 3000.

E’ una bella serata estiva. Mi godo le fasi pre tramonto immerso nell’aria dell’Adriatico che respira lì accanto.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

TT – Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Il gruppo è previsto per le 21:15, l’orario è rispettato al minuto tant’è che in parecchi per quell’ora sono ancora alla ricerca del proprio posto (e io mi chiedo se ad un concerto del genere ci si debba presentare all’ultimissimo secondo).

Lo schermo inizia a mandare un’ introduzione tratta da Woodstock, il festival del 1969, poi entra la band e per ultimo Carlos… eccolo il mio mito adolescenziale. Che brividi.

Sono in estasi, il concerto inizia come meglio non poteva. Soul Sacrifice, Jingo, Evil Ways, A Love Supreme, Black Magic Woman/Gypsy Queen, Oyo Como Va, Europa. Sono circa 40 minuti di bruciante passione, di musica trascendentale, di rock come ormai non se ne sente più. Carlos suona ancora molto bene e sfoggia, come sempre, grandi chitarre. Per me rimane il chitarrista con la Yamaha SG – 2000 (periodo 1976/1982)

La Yamaha di Santana

Carlos e la Yamaha nel 1977

ma le Paul Reed Smith che suona adesso sono altrettanto magnifiche. Io amo le chitarre elettriche solid body ed ho una ossessione per le Gibson Les Paul, non ne amo molte altre, ma da quando le suona Carlos sono sempre attratto anche dalle Paul Reed Smith. Fino ad una paio d’anni fa suonava la classica PRS,

da un paio d’anni si è affidato alla PRS SC245 Custom e stasera non ha usato altro (alternandone un paio), a parte qualche minuto su di una acustica.

PRS SC245

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Carlos ha ancora un suono spettacolare e un tocco unico. A 70 anni (quasi 71) ha una tecnica e un controllo dello strumento davvero notevoli. Incantato lo ammiro mentre si immerge in quei flussi sonori universali. Quando attacca Black Magic Woman/Gypsy Queen, Saura quasi sviene, io scuoto la testa sorridendo, scontato svenire per quel pezzo, ma poi io faccio quasi lo stesso per Europa, dunque posso anche evitare di fare lo snob attaccato ai pezzi meno usuali. La sera prima del concerto ero ad un sinodo con i miei confratelli e Magister Piccus – saputo dell’appuntamento con Carlos del giorno dopo – mi diceva tra le altre cose “quando attaccherà Europa ti metterai a piangere”. Siamo entrambi conoscitori del rock ma siamo arrivati ad un punto che ci esaltiamo per i pezzi più noti degli artisti che abbiamo amato. Sì certo, per quanto riguarda Carlos io sarei un tipo da Song Of The Wind e  Flame Sky

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ma quando parte Europa inizio a piangere. I miei 15/16 anni, la musica che ti arriva al cuore, la bellezza che a volte sanno creare gli esseri umani. Vibro, ho la pelle d’oca, sento di essere un tutt’uno col cosmo.

Santana – Cattolica (RN) 01/07/2018 – foto TT

Mi ricompongo, pregustando il seguito e sognando pezzi in scaletta che non arriveranno, il mio concerto infatti finisce qui. Quella che segue è una selezione di brani che non mi scalda e che verso la fine mi deprime.

Un pezzo del 199 (Right On) , una cover del rapper  Mos Def (Umi Says), una cover di un pezzo soul psichedelico del 1970 (Totatl Destruction To Your Mind) con all’interno richiami a Satisfaction, Day Tripper e altri classici, prima di andare alla deriva verso la musica (?) latino americana commerciale. Da questo momento il cantante nero invita tutti ad alzarsi e io mi chiedo perché ho pagato 93 euro per una “poltronissima” se per più di metà del concerto mi tocca stare in piedi ad ascoltare scorribande commerciali.

Chiaro che mi aspettassi Corazòn Espinado Smooth ma impostare più di metà concerto su quei toni e, come detto, tramutare tutto in una festa sulla spiaggia a ritmo della maledetta musica commerciale latino americana è un vero peccato. Certo, qui la band suona davvero, ma tutto diventa un fritto misto miserello. Pezzi del 1969 e 1971 (Love Peace And Happiness e Toussaint L’Ouverture) fagocitati dalla vibrazione commerciale, la gente in braghe colte ed infradito che si scalda davvero solo per i pezzi tratti da Supernatural (compresi Maria Maria e  Foo Foo); la dice lunga il fatto che ad oggi su youtube è presente solo il video di Maria Maria benché tutti (tutti!) abbiano passato buona parte del tempo a filmare il concerto. Per come si era messa Carlos avrebbe potuto mettersi a suonare Despacito e (quasi) nessuno avrebbe avuto niente da dire, anzi avrebbero tutti continuato a ballare. Per dare una idea del concerto comunque metto il link di un concerto completo di 3/4 mesi fa in Canada.

IL VIDEO CHE SEGUE E’ RELATIVO AL CONCERTO di MARZO 2018 IN BRITISH COLUMBIA

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MARIA MARIA – Cattolica (RN) 1/7/2018

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Fatti 420 km. Speso 186 euro per due biglietti, 40 euro di carburante, 30 di autostrada. Più di 250 euro per gustarsi 7 pezzi, un po’ troppo direi. Alla fin fine però son contento di avere visto Carlos, uno degli eroi musicali. Come detto avrei preferito uno svolgimento diverso, una attenzione più decisa verso la buona musica anche nella parte più commerciale dello show, ma io sono Tim Tirelli e non Carlos Santana, quindi alla fin fine ha ragione lui, il tripudio che il pubblico gli tributa a fine concerto è inequivocabile.

SANTANA a Cattolica (RN) 1/7/2018

  1. Woodstock Intro
  2. Soul Sacrifice
  3. Jin-go-lo-ba
  4. Evil Ways
  5. A Love Supreme
  6. Black Magic Woman/Gypsy Queen
  7. Oye como vaPlay Video
  8. Europa (Earth’s Cry, Heaven’s Smile)
  9. Right On
  10. Umi Says
  11. Total Destruction to Your Mind / Dancing in the Street / Proud Mary / Satisfaction / Day Tripper / Total Destruction to Your Mind
  12. Mona Lisa
  13. Maria Maria
  14. Foo Foo
  15. Corazón espinado
  16. Toussaint L’Ouverture
  17. Are You Ready People
  18. Smooth
  19. Love, Peace and Happiness
  20. For the Highest Good

Foo Fighters Firenze 14/06/2018 – Pearl Jam Padova 24/06/2018 di Bodhrán

29 Giu

Due riflessioni del nostro Bodhran sui recenti concerti in Italia di Foo Fighters e Pearl Jam.

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Foo Fighters a Firenze il 14 giugno, Pearl Jam a Padova il 24, val la pena riassumere le due serate in un racconto unico. Racconto che, nel solito tentativo di essere oggettivo, è ovviamente di parte.

Partiamo dai Foo Fighters, che si sono esibiti all’Ippodromo del Visarno, nel Parco delle Cascine di Firenze.

FF – Firenze 24/6/2018 – foto Michele Squillantini

Da un paio d’anni il luogo, perfetto per manifestazioni di questo tipo, ospita Firenze Rocks, festival che non corre troppi rischi: quest’anno con la band di Dave Grohl che apriva il festival hanno suonato nei giorni successivi Guns’n’Roses, Iron Maiden e Ozzy, l’anno scorso Aerosmith ed Eddie Vedder. In precedenza ricordo David Gilmour nel 2015. Lo spazio è molto grande (per gli organizzatori eravamo 70.000, per la Questura non è dato sapere, chissà perché in questi casi non c’è mai la divertente guerra di cifre), sono arrivato alle 20,30 ed era praticamente pieno. Mi sono sistemato di lato e, una volta venuto a patti con gli odiosi “token” e presa una birra con nipote e amici (contattati per miracolo perché di lì a poco il cellulare non si sarebbe più collegato nell’orgia collettiva di audio, immagini e video) mi sono preparato a guardare il concerto sugli schermi. Oramai comunque la visibilità è tutta monetizzabile, a poco servono levatacce, buone gambe e qualche gomitata, ora spendi di più, e con il “pit” compri anche la comodità di arrivarci all’ultimo minuto.

Allora, non sono un “fan” dei Foo Fighters, ci sono pezzi che mi piacciono ma per i miei gusti pendono troppo verso un lato pop/punk che comprime i pezzi sempre nello stesso gioco di dinamica e rende i loro album tutti molto simili; riconosco però a Dave Grohl un’abilità incredibile nell’essersi ritagliato uno spazio (e che spazio) senza restare schiacciato dal nuvolone chiamato Kurt Cobain, sia collaborando con chiunque gli capiti a tiro sia spostando la sua musica in una direzione meno “drammatica” e più divertente. Ecco, una volta visto il concerto – e visto quello dei Pearl Jam – direi forse troppo.

La band è partita a rotta di collo sciorinando 4 singoli uno dietro l’altro; come sapevo Dave Grohl dal vivo diciamo non è poi questo gran cantante, urla come un ossesso e se questo dà ai brani la dovuta grinta penalizza però quelli in cui servirebbe un filino più di timbro, visto che poi le canzoni dei FF hanno un impianto molto pop e sono canticchiabili. Comunque sia avanti savoia! un pezzo dietro l’altro, spesso con stop & go fatti di chiacchiere al pubblico per riprendere fiato prima di rinfilarsi nel riff di turno. Assolo di batteria con la pedana che si sopraeleva di 3-4 metri – roba degna dei Kiss ma in un clima che si prende poco sul serio ci sta bene – e, a seguire, con la presentazione della band, un tuffo nelle cover: un’improbabile ma divertente mix tra la musica di Imagine e il testo di Jump, poi “Blitzkrieg Pop” dei Ramones, “Under Pressure” dei Queen

e poi, sorpresa!, salgono sul palco i Guns’n’Roses (Axl Rose, Slash e Duff McKagan) per eseguire “It’s so easy”. A me i G’n’R non sono mai piaciuti, trovavo insopportabile il timbro vocale di Axl Rose all’epoca, ora quel verso da gatto a cui hanno pestato la coda è un’ottava sotto per cantare il pezzo che altrimenti non ce la fa, in più mi pare davvero patetico vederlo conciato come 30 anni fa (bandana, camicia legata alla “vitona” e un set di denti “bianco WC” che sui maxi schermi fanno il loro effetto). Questo il mio giudizio. Intorno a me il delirio. Pubblico in visibilio, e giù foto e video.

Il live è proseguito con una parte più tranquilla e (vado a memoria quindi mi pare a questo punto) il palco si è abbuiato, come ci fosse un black-out, ma l’intoppo si è risolto subito, invocate da Grohl si sono accese le torce dei cellulari del pubblico… e luce fu, in un effetto molto bello da vedere. Pausa e poi un’infilata di tre bis prima di salutare tutti. Come dicevo l’oggettività è solo un tentativo, e quindi devo confessare che io durante il concerto, in questa atmosfera festosa ed allegra, mi sono anche un po’ annoiato, poca dinamica nel paio d’ore di live, poco spazio alla band – ci sono 3 chitarre ma sono impastate tra loro e a parte un paio forse di brevissimi soli di chitarra e un brutto solo di tastiere gli altri membri del gruppo non emergono, anche sugli schermi i FF sono Grohl e Hawkins.

Si potrebbe dire un concerto dei nostri tempi, allegria e spensieratezza ma poca sostanza (rock).

https://www.setlist.fm/setlist/foo-fighters/2018/visarno-arena-firenze-florence-italy-1bea89c8.html

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Altra storia i Pearl Jam: “quello dei FF è stato un concerto divertente, questo è stato un concerto rock”, così ho detto a mio nipote mentre uscivamo dallo stadio di Padova dopo 2 ore e 45 di live (con due set di bis).

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

E sì che partivamo con i pronostici contro: data di Londra del 19 annullata per problemi alla voce di Vedder, data del 22 a Milano con scaletta cortissima e tante canzoni cantate praticamente solo dal pubblico. In più il meteo che prometteva pioggia proprio nell’orario del concerto. E l’idea di partire dalla Toscana per arrivare a Padova e, sotto l’acqua, sentire un concerto corto con un cantante senza voce non era proprio il massimo delle mie aspettative per un gruppo che seguo dall’esordio e che, dopo la morte di Chris Cornell un anno fa, è in pratica quello che resta di quella generazione musicale.

Comunque sia, arrivo a Padova alle 18, scopriamo che non si parcheggia intorno allo stadio, un paio di svolte e troviamo un “posto” a dir poco rocambolesco tra una Panda (in cui però il proprietario sarebbe potuto entrare dal lato passeggero) e una transenna che ci consente di raggiungere lo stadio in un quarto d’ora scarso (scoprirò dopo di gente che ha lasciato 20€ di parcheggio e ha scarpinato per km), una birra per smaltire il viaggio e dentro.

Come in tutti i concerti rock oramai il pubblico è “diversamente giovane”, gente di tutte le età (e di tutte le nazionalità – tanti dalle vicine Slovenia e Croazia, oltre ai soliti pellegrini dei PJ), i giovani quelli veri nel 2018 sono sotto i palchi dei rapper, non dei rocker. Soliti “token” e, novità – ma forse non in un concerto in Veneto – uno stand dentro lo stadio non di birra ma di spritz, il che mi ha fatto immaginare un’ulteriore possibile deriva “borghese” del r’n’r: mega palco, schermi giganti e volume tremendo, band attempata vestita da “giovane ribelle” (un esempio? Axl Rose a Firenze) per un pubblico di ricchi che comprano il posto in un enorme esclusivo “pit” con divanetti e tavolini con drink, olive e noccioline.

PEARL JAM Padova 2018 foto Bodhran

Posto prato, più in su che si poteva prima del pit, e attesa con Polonia-Nigeria sui maxi-schermi (è destino che guardi una partita ai concerti dei PJ, 4 anni fa a San Siro trasmettevano Italia-Costa Rica). Alle 21 puntali sul palco: il concerto parte morbido, “Pendulum” prima e “Low Light” poi, intuiamo che la voce di Vedder è tornata, e ne abbiamo l’assoluta certezza quando, senza prendere fiato, seguono “Last Exit”, “Do the Evolution” e “Animal”.

PEARL JAM Padova 2018 foto Michele Squillantini

Anche il meteo è dalla nostra, velato e ventilato durante il pomeriggio, si rasserena via via che cala la notte. Diciassette i brani del set, e poi due bis per un totale di 29 brani e, come detto, due ore e tre quarti. Ovviamente sono tanti i brani d’obbligo (“Better Man”, “Corduroy”, “Given To Fly”) ma riescono comunque a stupire suonando brani eseguiti raramente come “Smile” e “Down” o tirando fuori dal cilindro la bellissima “Crazy Mary” (cover di Victoria Willimas che ha particolarmente emozionato sia me sia gli altri diversamente giovani vicino a me).

Ecco, i Pearl Jam danno la sensazione di essere una band – sezione ritmica inappuntabile (l’avrò già detto ma ritengo Matt Cameron uno dei grandi della batteria rock, anche se più per il lavoro con i Soundgarden che quello con i PJ), Mike McCready è un chitarrista con i fiocchi, stampa dei soli molto belli e non manca di spettacolarità: sul lungo assolo di Even Flow si è piazzato la chitarra dietro le spalle e ha ovviamente infiammato gli appassionati del genere.

Spazio anche per l’altro chitarrista, Stone Gossard (almeno 3 soli, andando a memoria).

Perché preferisco questo modo di fare spettacolo a quello dei FF? Non lo so, sicuramente li trovo più “rock”, e poi forse mi sembrano più “sinceri”, e lo scrivo sapendo benissimo che quando monti sul palco dopo quasi 30 anni la sincerità va a farsi benedire.

Non sono mancati i momenti acustici (Daughter, con un’invettiva velenosa contro Trump e poi nei bis Elderly Woman…) e quelli più distesi, ovviamente “Black”, ma la voce ritrovata pareva aver dato un bonus di sprint in più, e così “Spin the Black Circle”, “Mind Your Manners”, “Porch”, “Once” hanno messo a dura prova la mia tenuta fisica.

Finale col botto con “Alive”, “Baba o Riley” (e fortunatamente non i 10 minuti buoni di “Rockin’ in a Free World”) e poi a nanna coccolati da “Indifference”.

Dico sempre che i concertoni mi hanno stufato (ed è vero quando penso che spendo un fottio di soldi per stare in piedi ore ed ore e non vedere un cazzo) ma anche stavolta mi pento di non aver comprato anche un secondo biglietto del tour.

https://www.setlist.fm/setlist/pearl-jam/2018/stadio-euganeo-padua-italy-1bea3910.html

 

Jeff Beck, Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (BS), 23 giugno 2018

26 Giu

Sabato 23 giugno, ore 16,55, partiamo per Gardone Riviera, all’Anfiteatro del Vittoriale si terrà il concerto di Jeff Beck, non potevamo certo perdere l’occasione di rivedere on stage the Guv’nor.

La mildly blues mobile rolla placida sull’autostrada.

Highway – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

Alle 18,30 siamo quasi a destinazione, sulla statale che costeggia il lago c’è un po’ di traffico, serve un’altra mezz’oretta.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.

10,50 euro per il parcheggio, il panorama è strepitoso, iniziamo sentirci bene.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’entrata del Vittoriale è a Gardone alto, piccolo borgo suggestivo, nella piazzetta antistante incontro il mio amico di lunga data Frank Romagnosi, anche lui testa di piombo come me. Chiacchieriamo amabilmente con lui e Silvia, mentre arrivano anche Marco Borsani e Sara. Marco lo conosco dai tempi della fanzine. Si parla di Led Zeppelin ovviamente. Un saluto veloce anche a Paolo Bolla di Schio Life, con cui abbiamo passato avventure Wakemaniane e Yessiane sia a Vicenza che a Londra.

Alle 20 entriamo. Siamo in posizione ottima, seconda fila sulla sinistra guardando il palco, a due passi dagli amplificatori di Jeff, su cui capeggia la scritta “Becktone”. Frank e Silvia sono sulle gradinate (dove mi dicono altri amici c’è anche Maurizio Solieri, storico chitarrista di Vasco Rossi).

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

L’anfiteatro è molto carino, l’atmosfera perfetta: il tramonto, il Lago di Garda e pini e cipressi a far da cornice. Il posto tiene 1500 persone, l’ideale per assistere come si deve ad un concerto.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Frank dalle gradinate scatta una foto da cui si capisce il bel quadro in cui siamo. Sulla sinistra, vicino al tizio che alza il braccio si riconosce la testina bionda di Saura.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Anche per questo concerto non ho voluto documentarmi, non so nulla di scaletta e formazione, so solo che c’è la grande Rhonda Smith al basso (che abbiamo già visto a Lucca nel 2010) e Colaiuta alla batteria. A loro si aggiungono la violoncellista Vanessa Freebairn-Smith e il cantante Jim Hall.

Ore 21,30 circa, entra la band. Vedere Jeff Beck è sempre una emozione. Domani (il 24 giugno) compirà 74 anni, è ancora molto in forma sebbene i segni del tempo siano evidenti. Forse continuare a presentarsi dal vivo con magliette senza maniche è un azzardo, il gilet poi è troppo corto e quando si volta e dà la schiena al pubblico si nota che non è più un ragazzino. Ad ogni modo, dietro ai suoi Ray Ban scuri, e alla sua chioma tinta si cela ancora un chitarrista straordinario.

Si parte con Pull It dall’ultimo album, un esercizio di riflessi elettrici e sperimentazioni. Jeff indossa la sua Stratocaster bianca con la paletta rovesciata che è uno spettacolo, chitarra che non cambierà e non accorderà mai per tutta la durata del concerto. Che razza di strumenti possono permettersi queste rockstar! Sospiro pensando che a me tocca accordare le mie quasi dopo ogni pezzo.

Col secondo brano si parte con i motivi più conosciuti: Stratus di Billy Cobham. Jeff inizia a scaldarsi e a proporre la sua solita magia. Segue Nadia, dolce e melodica. Un incanto.

Stratus & Nadia

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Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Si passa poi a You Know You Know della Mahavishnu Orchestra. Giro di accordi ipnotico e andamento articolato, Nel pezzo si ricavano spazi per assoli di basso e batteria.

Dopo questi quattro pezzi le prime impressioni sono più che positive, l’unico che non mi convince è Vinnie Colaiuta. Mi rendo conto che mettere in discussione uno come lui mi mette in pericolo, tutti gli appassionati della musica complicata – i talebani del prog e del jazz rock –  lo venerano come un dio, ma correrò il rischio.

Io credo che quando Colaiuta tiene il tempo e quando mostra la sua bravura con intelligenza sia un vero godimento ascoltarlo: dinamica, groove, tocco e talento sono evidenti, ma quando – la maggior parte del tempo – è impegnato a ostentare la sua tecnica a discapito della coerenza del pezzo e della bellezza della musica, diventa alle mie orecchie insopportabile. E’ vero che la musica di Beck vira per una largihssima parte al jazz rock, genere che tra l’altro amo parecchio e che si presta a virtuosismi, ma prediligo sempre e comuque un certo gusto e una certa moderazione; il dover far veder quanto si è bravi ad ogni battito di ciglia secondo me rovina la musica. Il sound dei piatti della batteria è anch’esso fastidioso e l’uso (smodato) della doppia cassa (o meglio del doppio pedale) è roba da centurioni, ma capisco che ormai sia solo un problema mio. Rhonda Smith al basso invece è meravigliosa, lo vedi che è dotatissima, ma fa sfoggio della sua tecnica nei due momenti in cui Beck le lascia il giusto spazio e per il resto suona al servizio della musica e del gruppo (pur esibendosi in passaggi complicati e articolati).

Entra quindi in scena Jim Hall; proviene da Birmingham Alabama, all’inizio degli anni ottanta ebbe due singoli di un certo successo in Usa e nel 1985 cantò nell’album Flash dello stesso Beck.

E’ una gioia ascoltare Morning Dew, dal primo album del Jeff Beck Group (1968).

Morning Dew

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

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Segue I Have To Laugh e poi si torna alla musica strumentale con la classica Star Cycle. In questo genere di pezzi Jeff si avvale di basi con le tracce delle tastiere.

Star Cycle

Un tributo (obliquo) alla musica roots di Lonnie Mack poi un bel duetto tra la chitarra arpeggiata di Beck e il violoncello di Vanessa Freebairn-Smith.

Mnà na h-Éireann

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

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Dall’album del 1977 Melodies del Jan Hammer Group viene proposta Just For Fun. Jazz Rock cantato, ma non esattamente un pezzo d’impatto.

Just For Fun

Little Wing di Jimi Hendrix viene proposta nell’arrangiamento chitarristico di Beck ed è seguita da A Change is Gonna Come

A Change is Gonna Come (filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Big Block arriva dall’album Guitar Shop del 1989, poi è il momento di ‘Cause We Have Ended As Lovers di Stevie Wonder. Questo brano fu pubblicato su Blow By Blow (1975) di Jeff Beck, il suo album forse più celebrato, il primo album che il nostro dedicò interamente all’jazz rock, album che conquistò il disco di platino in Usa. E’ una delle canzoni simbolo di Beck, come sussurro a Saura nell’orecchio “la si può considerare la sua Stairway To Heaven”. Mi sorprendo che il pubblico non sottolinei in maniera più incisiva l’entrata del brano. Me la godo, ma non è una versione da strapparsi l’anima.

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Franco Romagnosi

Ecco poi You Never Know (dall’album There And Back del 1980), Brush With The Blues (da Who’s Else, 1999) e Blue Wind (da Wired, 1976). Brush With The Blues è uno dei pezzi di Beck che più adoro, ma anche qui mi sembra una versione leggermente sottotono.

Ci si riprende col il finale: Superstition di Stevie Wonder dall’album Beck Bogert & Appice del 1973 e la splendida A Day In The Life dei Beatles.

Superstition

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A Day In The Life

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Il bis ci fa sobbalzare: You Shook Me (!) e Going Down, rispettivamente dal primo (1968) e dal quarto (1972) album di Beck. Entrambe sono assai familiari per i fan dei LZ (diverse le magliette indossate stasera tra il pubblico con l’iconografia del gruppo di Page) a causa della versione della prima apparsa sul primo album del gruppo e delle varie versioni della seconda inserite nel medley di Whole lotta Love versione dal vivo 1973 (la più riuscita quella a LA il 6 giugno 1973, presente nel bootleg Three Days After).

Sono stupefatto, non me le aspettavo. Avesse suonato anche Train Kept A-Rollin’ e Beck’s Bolero sarei probabilmente svenuto.

You Shook Me & Going Down

(filmed by Franco “John Sunday” Romagnosi)

Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto TT

Jeff Beck saluta e se ne va. Mi dico che probabilmente non lo vedrò più, difficile immaginare un’altra tournée, ma poi chi può dirlo. La gente inizia ad uscire, io mi dico che è stato un bel concerto. Niente di straordinario, ma ormai Jeff Beck è questo, anche l’ultimo album e bluray (Live At Hollywood Bowl 2017) lo testimoniano, ma rimane uno spettacolo da andare a vedere se se ne hanno le possibilità, Jeff è un musicista magnetico, sulla chitarra è sempre magnifico, e la sua musica sa ancora regalare emozioni, sebbene un po’ più annacquate rispetto al passato.

Usciti dall’anfiteatro mi fermo con Saura, Silvia e Frank a mangiare un gelato nella piazzetta di Gardone Alto. Io e Frank malediciamo per l’ennesima volta l’accidia musicale di Page, come sarebbe bello poterlo vedere on stage un ultima volta in posti simili.

Ci Incamminiamo al parcheggio, una abbraccio, uno scatto e via. Gardone Riviera goodnight.

Tim & Frank Romagnosi – Jeff Beck – Gardone Riviera 23/6/2018 – foto Saura T.