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Primo venerdì di giugno, ore 21 circa, sono al Ferrari’s Park di Mutina, insieme alla groupie. Incontro Ele e Gianluca e ci sediamo al loro tavolo. Al Millybar il Pike Boy, Mr Picca, Stefano Piccagliani insomma tiene una conferenza sul pezzo TUTTI FRUTTI. Malgrado la serata fresca (finiremo per indossare felpa e piumino) è un avvenimento da non perdere. Picca per Mutina è una figura di riferimento, è un po’ quello che ROBERT JOHNSON fu per Tunica & Robinsoville (e se vogliamo Clarksdale). Musicista, studioso e figadèinologo. Per evitare incomprensioni dovute alle prima quattro lettere della parola è bene chiarire il significato di questa parola, che traggo dal blog dello stesso Picca sulla Gazzetta Di Mutina:
Dal Vocabolario MODENESE-ITALIANO compilato da Ernesto Maranesi, Mucchi Editore.
Figadein: fegatini, frattaglie per preparare manicaretti.
Per i vecios della mia famiglia il termine ‘figadein’ (con un convinto accento sulla e) ha sempre avuto il significato di ‘piccolo particolare infinitesimale’, come direbbe Totò una ‘quisquilia’, una ‘pinzillacchera’. Una bazzecola, ma non da niente. Perché il figadino inganna e può rivelarsi un fegatino che rode il fegato e che non lascia indifferenti, una minuzia fastidiosa (altre volte esaltante) con la quale prima o poi si dovrà venire a patti, come la goccia cinese che tortura cadendo inesorabilmente sulla testa del malcapitato fino a portarlo ad una sclerosi da Guinness.
Dettagli, ma stracolmi di storie.
Ora, TUTTI FRUTTI è una canzone molto importante per lo sviluppo del Rock, non è esattamente un “figadino”, ma Picca è sublime quando va a curiosare tra le pieghe della storia della musica. Per quasi un ora ci narra dell’avvento di LITTLE RICHARD, dapprima stentato quindi deflagrante grazie alla canzone in questione. Canzone che in origine non eè altro che un insieme di volgarità a sfondo omosessuale e che poi, col testo modificato, diventa uno degli epicentri del primo rock and roll. Mentre sorrido, ridacchio e mi abbevero alla fonte del suo sapere, osservo compiaciuto questo mio amico, che eloquio, che magnifico storyteller.
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Finita la conferenza, Mr Pike scende dal palco piccolo e sale su quello principale, imbraccia la chitarra e dà il via allo show della PICCAGLIA BLUES BAND , con – tra gli altri – Wilko Zanni (RATS) alla chitarra solista e Daniele Bagni (LADRI DI BICICLETTE / LITFIBA) al basso.
Di solito i gruppi non gruppi non mi piacciono granché, le accozzaglie di (spesso) bravi musicisti messi insieme all’ultimo a far del blues lasciano il tempo che trovano, ma stasera questa sembra una vera band. Molti i classici (tra cui HOOCHIE COOCHIE MAN versione mash-up (sul MI il riff di WHOLE LOTTA LOVE / sul LA col quello di HEARTBREAKER, di nuovo in MI con THE LEMON SONG e quindi MOBY DICK) ma il pezzo che mi ha colpito di più è stato EVERYBODY OUGHT TO MAKE A CHANGE SOMETIMES di SLEEPY JOHN ESTES
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La versiona proposta è molto vicina a quella che fece CLAPTON nel 1983 nel suo ultimo buon album, MONEY AND CIGARETTES.
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Qualche sera dopo guardo su SKY “La Giovinezza” (Youth) di Sorrentino, film molto bello che commuove. Mi sembra che gli attori recitino davvero bene. Rimango a riflettere su quanto il tema vecchiaia inizi ad interessarmi sempre più e su quanto trovi sciocco il modo in cui la grande maggioranza della gente liquidi con superficialità le persone anziane e vecchie o come scherzi su di esse o su di essa, come se la vecchiaia non li riguardasse.
Continuano i confronti musicali e calcistici con, com’è che lo chiama Daniele Luzi… ah sì, “il poeta dell’Hard & Heavy”, BEPPE RIVA insomma. Divaghiamo sulle novità societarie della nostra INTER per poi disquisire sulle BBC sessions del 1977 dei LONE STAR di PAUL CHAPMAN e JOHN SLOMAN.
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Osservo la quantità di merda tirata addosso a ROBERTO BENIGNI soltanto perché questi ha espresso il suo punto di vista riguardo il referendum che si terrà in ottobre. Credo ci siano valide argomentazioni sia nel votare NO che SI’, e trovo dunque disgustosa tutta questa isteria e violenza verbale. Mi chiedo dove arriveremo.
Per rimanere a galla compro il nuovo numero di PROG (edizione inglese) con il dio delle tastiere in copertina. Quanto mi manca il grande KEITH.
In edicola do un’occhiata ai reparti che mi interessano, ovvero fumetti e riviste musicali straniere. In altri tempi non avrei esitato nel vedere i nuovi numeri di CLASSIC ROCK UK con i BLACK SABBATH in copertina (e articoli sui LONE STAR) e di BLUES Magazine con gli ALLMAN di AT FILLMORE EAST, ma incredibilmente non li acquisto. Insicurezza economica dovuta ai tempi o calo d’interesse nei confronti del Rock?
Non lo capisco, anche perché poi subito dopo spendo più di 6 euro per un numero speciale de IL COMANDANTE MARK, questo solo nella speranza di rivivere per un momento quella “sbrusia” che avevo da ragazzino quando arrivava un nuovo numero di uno dei miei fumetti preferiti (tra i mensili IL COMANDANTE MARK, ZAGOR, MR NO). Povero me.
Sono proprio un uomo di blues, incline alla malinconia, alla nostalgia e al tormento esistenziale. Come vorrei essere capace di farmi scivolare di dosso certe cose. Sorrido quando amici che si fanno vivi per i più disparati motivi esordiscono con “Ciao Tim, come vanno i tuoi blues?”. Il nostro Mike Bravo poi spesso mi dice che sono troppo serio qui sul blog, ma che ci posso fare… sono così è questo è un blog per l’uomo di blues…
Per cercare di sfuggire a tutti queste paturnie organizzo un paio di giorni a Glasgow in ottobre, il tutto per vedere finalmente la BAD COMPANY dal vivo. Visto però che sembra non bastare raddoppio ordinando un paio di “pedalini” (effetti a pedale per chitarra): il “cremoso” booster EP della Xotic che mi ha consigliato il Rick Derringer di Vignola (Lorenz insomma) e il reverbero BlueSky della Strymon. Non so nemmeno se fanno al caso mio, ma sono così belli che mal che vada li uso come soprammobili ( poi il nero e l’azzurro insieme stanno molto bene…).
Intanto mi preparo psicologicamente per passare qualche giorno a Londra insieme alla groupie, il 19 giugno RICK WAKEMAN suonerà con l’orchestra alla O2 arena all’interno del festival STONE FREE, e …poteva mancare la groupie? Ovviamente no. E’ così che ci giochiamo le ferie, tra la O2 arena, un salto in Kings Roads per tornare a vedere l’ingresso di quello che un tempo fu la Swan Song, uno alla vuota Tower House (Il Dark Lord in quei giorni sarà in America in tribunale per la faccenda di STAIRWAY TO HEAVEN), magari una visita al GOLDERS GREEN per un minuto di raccoglimento per PAUL KOSSOFF e in fin dei conti bighellonare un po’ in una città che dovrebbe aiutare a sbarazzarci di noi stessi.
Nella speranza di trovare un po’ di sollievo e smetterla con tutti questi blues…
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KARNE KATTIVA, una delle pochissime nuove promesse a catturare la mia attenzione. Forse aiuta il fatto che siano di Modena, il chitarrista addirittura proviene dal mio stesso paesello, magari ero amico dei suoi genitori, ma credo che a colpirmi siano state le scintille che la loro musica riesce a proiettare sino a me e l’atteggiamento spavaldo pieno di energia.
Ad una primo esame emotivo la loro musica rimanda ai NEW YORK DOLLS (e non a caso il viso di Linda, cantante e autrice, ricalca in qualche modo i lineamenti di David Johansen), al glam (hard) rock di Los Angeles degli anni ottanta (io ci sento i CINDERELLA) e al punk; non al punk all’acqua di rose di questi ultimi lustri, ma quello duro e puro inglese della fine degli anni settanta. Magari sono impressioni solo mie, magari riflessi di atteggiamenti atavici che nemmeno loro sanno di avere.
Parlando di loro con un amico mi sono sentito dire “Sì, va beh, però nulla di nuovo” … sono rimasto colpito da questa risposta, perché – mi dico – c’è qualcuno in giro nel mondo che fa qualcosa di nuovo? Se non altro questi rimangono lontano dalle consuete “nuove” scene metal, prog, world, rock alternativo, pop/rock italiano, brit pop.
Il loro primo album è una sorta di autoproduzione, otto brani diretti, decisi, che non fanno prigionieri.
Si parte con STUCK ON IT, il singolo/video tratto dal disco:
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GOTTA GO, sta tra i CINDERELLA, i FACES e certo Rock ribelle americano dei primissimi settanta.
ANYWAY parte con il basso di Barani e la batteria della Nobili, un ritmo su cui si unisce la voce della Filippini; solo all’arrivo della chitarra di Zoboli il pezzo prende riflessi da classic hard rock di stampo americano anni ottanta (GUNS N’ ROSES), ma rimane distante dalla semplice scimmiottatura, qui c’è qualcosa di più.
Mentre UH e ENNIE cavalcano sulle coordinate di rock diretto e duro senza tante concessioni melodiche, GIVE ME YOUR SMILE svela una scrittura e un arrangiamento più attento. Anche YOU FAILED all’inizio sembra immergersi in un Rock più accessibile grazie alla chitarra di Alex ma quando entra la voce di Linda suggestioni dei TELEVISION tornano alla mente.
SHE’S ON FIRE è affrontata in modo sfacciato e chiude l’album senza chiedere nulla a nessuno. Che poi non è che lo chiuda, dopo i 3:15 del pezzo ci sono un po’ di secondi di vuoti e poi inizia un alto brano, la classica ghost track che comunque sfuma poco dopo.
Sento dire in giro che in questi ultimi anno il gruppo è molto migliorato, non so come fosse prima, ma da questo cd si capisce che la band è coesa, che è condotta da una continua vampata di energia, che suona in modo consono alla proposta, che non esagera in solismi e in arrangiamenti, ma che nemmeno abusa della semplificazione a tutti i costi.
Non li ho ancora visti dal vivo, capiterà presto, in compenso ho incontrato due di loro un paio di volte in un locale della nostra zona. Dave ha la sicurezza e la gagliardia del rocker ventenne che si sente titanico dinanzi al futuro. Rivedo in lui il giovane Tim; basta poi guardare Martina negli occhi per capire che si fa sul serio, quello sguardo (tipico di certe donne) pieno di calma, curiosità, interesse per il futuro e che lascia intendere il totale controllo della situazione e della propria vita.
Io credo che il gruppo sia davanti ad un bivio: continuare così o cercare la sterzata decisiva.
Continuare così sembra sul momento la più affidabile: altri concerti, un altro disco sulla falsariga di questo e vedere di scendere sempre più nel profondo del filone scelto; .
La seconda ipotesi è forse la più difficile da affrontare: rimanere concentrati sulla band, senza perdersi in altre collaborazioni con altri gruppi. Sì perché uno pensa di fare esperienza nel suonare contemporaneamente in varie altre formazioni (al di là dell’indubbio divertimento), ma temo che in realtà questo mini l’apporto e la concentrazione verso il gruppo d’appartenenza. Ne ho visti davvero tanti fare quella fine. Tutti suonano con tutti, col risultato che ormai nessun gruppo si distingue e i musicisti perdono la tensione che riesce a renderli originali e ben focalizzati.
Oltre a questo bisognerebbe spingere sul songwriting. Pur rimanendo all’interno del concetto originale, sarebbe necessario fare il passo successivo, portarsi fino ai confini di ciò che si è stabilito e diversificare il modo in cui si guardano gli orizzonti. Senza perdere la bramosia dell’istinto, del proprio essere, cercare di arrivare all’immensità della musica, naufragare alla ricerca delle canzoni.
Chissà come andrà a finire. Per il momento, comunque vada, è un ottimo inizio.
https://karnekattiva.bandcamp.com/album/captive-animals
E così eccoci qui a cantare The Jindong Song, poco più di due anni e l’INTER cambia ancora proprietario e volto: arrivano i cinesi della SUNING capitanati da Zhang Jindong.
Inutile nasconderlo, noi cuori nerazzurri siamo titubanti, fatichiamo a lasciarci andare, siamo confusi. Già vedere l’INTER andare ad un indonesiano non fu un passaggio semplice, l’identità tende a sbiadirsi, a perdersi, quando una squadra di calcio finisce in mano ad un business man non esattamente inserito nei valori e nella storia della società in questione, non puoi che chiederti quale sarà il futuro della tua squadra del cuore.
Ma così va il mondo, oramai per competere a certi livelli servono talmente tanti soldi che neppure uno come Moratti (o come il proprietario dell’altra squadra di Milano) riesce a stare al passo.
Ecco dunque magnati russi, sceicchi, americani, indonesiani e cinesi.
Il breve regno di Thohir non ha portato risultati soddisfacenti. E’ riuscito a dare una impostazione meno famigliare alla società, ha contribuito a mettere i conti in ordine, ha portato un bravo allenatore e qualche buon giocatore, ma è indubbio che ci si aspettasse di più. Sì, pensavamo potesse investire più soldi e che non ricorresse alla finanza “creativa” per far fronte ai bisogni dell’INTER, pensavamo che si arrivasse a qualcosa di più del quarto posto.
Probabilmente anch’egli deve aver pensato una cosa del genere e da uomo d’affari ha stimolato e preso al volo l’occasione che gli si è materializzata davanti: vendere ad un gruppo cinese pieno di risorse per una cifra che gli permetterà di avere ricche plusvalenze.
Ci adegueremo, nella speranza che i nuovi proprietari sappiano bilanciare i bisogni del business ai valori sociali, spirituali, sportivi, umanistici della nostra INTER.
Non abbiamo preconcetti o pulsioni xenofobe, ci chiamiamo FC INTERNAZIONALE, nel 1908 ci siamo staccati dalla squadra di Milano di cui facevamo parte proprio perché volevamo dare una valenza internazionale…
« Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle.
Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo. »
(Giorgio Muggiani 9 marzo 1908 )
Siamo dunque di nuovo qui, tutti intorno a Zhang Jindong, speranzosi o meglio tutto sommato sicuri che il sol dell’avvenire è in divenire, e che tornerà a battere sui nostri visi, che le stelle torneranno a riempire i nostri sogni e che il padre dei quattro venti tornerà a gonfiare le nostre vele.
Forza Zhang, forza ragazzi, forza INTER. Vi amo.
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Questo è un libro che dovrebbero leggere le fighe, quelle che non sopportano il calcio, quelle che se fosse per loro lo abolirebbero, quelle che ti guardano con compatimento quando tu non fai nulla per nascondere una delle tue grandi passioni. E’ un libro che dovrebbero leggere pure quegli uomini disinteressati totalmente al giuoco del football, quelli che ti guardano con quel sorrisino che sta per “povero sfigato”. Questo perché così potrebbero capire il valore del calcio, la bellezza del calcio, la poesia del calcio e il fatto che non c’entra nulla con la violenza e la maleducazione delle curve, la strafottenza di certi giocatori odierni, il fiume di denaro che vi gira intorno, aspetti che semplicemente riflettono la società in cui viviamo. Naturalmente è un libro che devono leggere anche gli amanti del calcio, Buffa e Pizzigoni mettono in scena opere di una poetica struggente, tutte legate a storie dei mondiali del calcio, quelle storie che scaldano il cuore, che ti fanno sentire fortunato di essere un tifoso dello sport più bello del mondo.
Per noi l’Uruguay degli anni trenta vale i tormenti blues di Robert Johnson, per noi vedere Pelè è come sentire Jimi Hendrix, per noi le giocate di Joahn Cruijff valgono gli assoli di Jimmy Page. Buffa è il perfetto frontman, è unp storyteller dotato, uno che cattura l’attenzione, Pizzigoni è il Brian Wilson della loro collaborazione (oltre a questo libro, le puntate su Sky).
Da non perdere.
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La Bad Company ha annunciato otto date previste per ottobre 2016 nel Regno Unito. Bollato come “SWAN SONG UK TOUR 2016” è probabile che sia l’ultimo tour, il canto del cigno appunto, se non altro per MICK RALPHS (sempre che sia della partita e non rinunci all’ultimo come ha fatto pe ril tour americano in corso in queste settimane) sempre più incline al ritiro dalle scene.
Questa volta mi sono deciso, non posso perdermi la cosa, almeno una volta nella vita devo vedere la BAD COMPANY, così andrò allo show di GLASGOW.
Non avevo idea nel luglio del 2015 che il concerto degli Yes a Milano nel 2016 sarebbe coinciso con la finale della Champions league, essere costretti a comprare i biglietti con 10 mesi d’anticipo non è il massimo, ma evidentemente le voci di corridoio sono vere: le band si fanno dare in anticipo i soldi di tour che prenderanno forma a mesi di distanza. Mi spiace non essere vicino, almeno spiritualmente, al Cholo Simeone, ma devo accompagnare la groupie a vedere il suo gruppo preferito. Attraversiamo le vele di Calatrava e siamo in A1.
Mentre la freccia gialla della pianura reggiana sfreccia sull’autostrada ascoltiamo i due album dei FIRM. Ora, che una figa abbia nella chiavetta che tiene in macchina i due album del gruppo di PAGE e RODGERS è un fatto senza precedenti, credo sia l’unica in Italia, forse in Europa. Passiamo la Barriera Sud, un po’ di tangenziale, uscita di Assago e quindi ci immergiamo nel traffico milanese. Alle 18,50 arriviamo in piazza Piemonte, nel parcheggio sotterraneo di fianco al teatro hanno ancora 9 posti liberi, perfetto.
Nemmeno il tempo di trovarci di fronte al teatro che ci viene incontro Maurizio Cavalca, uno dei più grandi fan italiani degli YES (e di Steve Howe in particolare). Ormai è il quarto o quinto concerto che vediamo insieme, dopo gli YES a Padova nel 2014, e RICK WAKEMAN ad Asti, Vicenza e Schio. Maurizio ci racconta che poco prima BILLY SHERWOOD (il multi strumentista che stasera sostituisce the great late CHRIS SQUIRE) ha comprato una maglietta farlocca in una delle bancarelle di fronte al teatro commentando: “anche se non ufficiale è l’unica dove c’è anche la mia faccia”. Giusto il tempo di ridere della cosa ed eccolo di nuovo intento ad andare in giro. Saura lo ferma, lui è disponibilissimo e gentile, scatto una foto, BILLY mi guarda ed accenna qualche parola in italiano. Ringrazia Saura, la abbraccia e ci saluta. Tipo simpatico Mr Sheerwood.
Aprono le porte, Saura si fionda nello stand del merchandising ufficiale io aspetto osservando il popolo del prog. Siamo in primissima fila, in due dei quattro migliori posti del teatro. Mica male. E’ la prima volta che assisto ad un concerto da una posizione così. E’ arrivato anche UMBERTO, altro superfan degli Yes, lui, Maurizio e Saura tutti in prima fila…mi sembra giusto.
Osservo il palco, per HOWE solo un normalissimo ampli da chitarra.
Saura si appoggia bordo palco, controlla se il “suo” RICK WAKEMAN ha twittato qualcosa e se la Pallacanestro Reggiana riesce a vincere contro Avellino e andare in finale. Io invece controllo il risultato della Champions league.
Non si possono fare foto e filmati, i cerberi della sicurezza sono attentissimi. Solo qualcuno nelle file più lontane riuscirà a filmare qualcosa e a postarlo su youtube.
Ore 21, inizia lo show. Un roadie porta il basso Rickenbacker che fu di CHRIS SQUIRE a centro palco, un faretto bianco lo illumina, parte la musica di ONWARD e foto di CHRIS vengo proiettate sullo schermo. Partono applausi pieni di affetto. Ora, ONWARD (scritta da Chris Squire) è la mia canzone degli YES preferita (lo dico piano perché i talebani del prog poi possono aversene male e giocarmi qualche scherzetto), in più è la canzone mia e di Saura, io e lei siamo qui in prima fila ad ascoltarla mentre il gruppo la passa nell’impianto quale tributo a CHRIS SQUIRE…l’emozione è tanta. Dopo un ultimo applauso la band sale sul palco, SHEERWOOD dà una occhiata alla prima fila, riconosce la cresta gialla di Saura, la indica con l’indici e la saluta. Mah.
In questo tour il gruppo presenta per intero gli album DRAMA e FRAGILE. Si parte con MACHINE MESSIAH.
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Dopo i sei pezzi di DRAMA ecco TIME AND A WORD (dove Howe cavallerescamente ricorda PETER BANKS, il primo chitarrista degli YES da lui sostuito nel 1970) e SIBERIAN KATHRU. Il gruppo mi pare solido, ALAN WHITE fatica alla batteria, ma sono già un po’ di anni, soffre di mal di schiena, sembra più vecchio di quello che è in realtà, ma l’impressione generale è buona. Non so se abbia senso continuare in questo modo, senza nessun fondatore, con il solo HOWE (e WHITE) a tenere alta la bandiera della formazione leggendaria, con un cantante che proviene da una tribute band, ma il risultato non è affatto male. Anche noi fan esigenti e un po’ cagacazzo dobbiamo venire a patti con il tempo che passa, con i valori ormai sbiaditi del Rock…se vogliamo vedere ancore i gruppi che ci hanno formato e che ci hanno regalato capitoli importanti della nostra vita (e mentre lo facevano scrivevano capitoli importanti per la storia della musica Rock) dobbiamo giocoforza arrivare a compromessi.
GEOFF DOWNES fa quello che deve fare, senza aggiungere nulla di più, BILLY SHEERWOOD è la sorpresa, già fisicamente assomiglia in qualche modo a SQUIRE, in più è un gran musicista, suona bene e con giudizio. Peccato usi uno di quei bassi da nuffia.
Vedere STEVE HOWE è sempre un evento, rimane un chitarrista davvero straordinario. Anche stavolta noto che suona un po’ “indietro”, come direbbero gli inglesi “behind the beat”, un po’ troppo intendo. “Suonare indietro” significa di solito essere una frazione d’istante più indietro rispetto al ritmo della musica, questa cosa dà un senso preciso, di morbidezza, di capacità, di fighinaggine. Chi suona “avanti”, chi tende a correre spesso non è un gran musicista, o comunque è uno che si fa prendere dall’ansia da prestazione, che rende la musica frenetica e meno godibile. HOWE però sembra che esageri, a volte è davvero troppo indietro. Immagino che nessuno possa dirgli nulla, è lui il capo della band adesso, e quindi tutti devo adeguarsi al suo modo di suonare.
Per un rock and roller come me a tratti nella musica degli YES c’è un po’ troppa matematica e poca improvvisazione, ma sono solo brevi momenti, riesco a godermi comunque la grande musica del gruppo.
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Dopo l’intervallo (20 minuti) si riparte con GOING FOR THE ONE, poi STEVE HOWE ci ricorda che stasera avrebbero voluto essere a Los Angeles per partecipare al tributo in onore di KEITH EMERSON, dopo di che avanti coi “centurioni”: OWNER OF A LONELY HEART…
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Inizia poi la sequenza dedicata all’album FRAGILE con ROUNDABOUT…
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Verso la fine arriva MOOD FOR DAY. Essere a due metri da HOWE e vederlo suonare quel quadretto chitarristico sulla chitarra classica mi scuote nel profondo. Che chitarrista meraviglioso che è ancora. Nel teatro non vola una mosca. Sembra quasi che sia enclave di amanti della musica rinchiusi per un paio d’ore in un guscio che separa dal rumone e dalle bruttezze musicali odierne del mondo. Questa ormai è musica classica, aria sonora del passato apprezzata ormai da sempre meno gente.
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Negli ultimi due pezzi i cerberi mollano la presa, è possibile fare foto, ne scatto qualcuna…
Il gruppo chiude naturalmente con STARSHIP TROOPER da THE YES ALBUM, l’album con cui, nella seconda metà degli anni settanta, ragazzino, entrai nel mondo di questa formidabile band. Mentre il gruppo ringrazia e saluta sotto i colpi di una standing ovation, mi chiedo se GEOFF DOWNES doveva proprio vestirsi in quel modo, più che un tastierista prog/Aor/Rock sembra una cougar piuttosto in là con gli anni, mah.
Osservo il pubblico che inizia ad uscire. 1500 fan (sold out) visibilmente soddisfatti.
Salutiamo gli amici e ce ne andiamo. Per un momento Saura si pente di non aver preso il “meet&greet”, la faccio ragionare: “Howe, Downes, White e Davison li hai già incontrati col meet&greet di Padova due anni fa, Howe poi nei meet&greet non stringe la mano e non caga nessuno, Sheerwood lo hai incontrato prima del concerto…che vuoi di più…goditi il momento“. Un po’ sconsolata mi dà ragione. Riemergiamo dal livello -4 del parcheggio, ci inoltriamo tra le strade di Milano, quindi tangenziali e finalmente autostrada.
La groupie è un po’ stanca, guido io. Sul car stereo CHANGE WE MUST, l’album del 1994 di JON ANDERSON. Sul finire mi commuovo, la canzone che dà il titolo all’album mi riporta alla mente il vecchio Brian. Smanetto sulle impostazioni e faccio partire STUDIO WORKS 1964-1968, una raccolta (chissà se legale o no) giapponese del JIMMY PAGE session man. Il boogie inglese dei primi sessanta mi rimette in bolla, anche stavolta il DARK LORD è giunto in soccorso al momento giusto.
SCALETTA MILANO 28/05/2016:
E’ uscito il nuovo numero della fanzine sui FREE & Related del nostro caro amico DAVID CLAYTON. Questo n. 136 è dedicato a PAUL KOSSOFF nel 40esimo anniversario della sua scomparsa.
44 pagine a colori dedicate in massima parte alla riproposizione di vecchie interviste dell’epoca fatte a Koss. All’interno inoltre le recensioni della raccolta ROCK AND ROLL FANTASY – The Very Best Of Bad Company e di una nuova edizione (non si capisce se legittima o no) di FREE AT LAST, il giochetto di una versione alternativa di THE FREE STORY (la prima compilation dei FREE uscita milioni di anni fa) e le considerazioni relativa alle registrazioni dei FREE al Blackbird di Ginevra il 13/02/1970 e all’Electric Circus di Losanna il 14/02/1970 apparse per la prima volta qualche mese fa su youtube.
Per maggiori dettagli:
fasarticle@aol.com.
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Anche nella loro fase “orizzonti perduti” a volte non erano affatto male.
Even in their “lost horizons” phase sometimes they were pretty good.
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Led Zeppelin
Saturday, May 28, 1977
Capital Centre, Landover, Maryland
SOUNDBOARD+AUDIENCE REMASTER VER. 2.22
LINEAGE:
SOUNDBOARD: DOUBLE SHOT II (6CD BOX) EVSD-577~579
AUDIENCE: Master Cassette>DAT(1)>WAV @ 48kHz>WAV @ 44.1kHz>FLAC @ 44.1kHz
Both sources have been remastered in Cool Edit Pro 2.1
Remaster by Sue D.
Due date nella stessa settimana sono un sport estremo per un uomo di blues di una incerta età, difficile far conciliare lavoro, impicci quotidiani e due serate onstage. Mercoledì sera alla BOTTEGA DEI BRIGANTI di Montecavolo (RE), seconda data del OVER EMILIA TOUR nel bel locale di Valerio, titolare e persona squisita, qualità essenziale questa per musicisti come noi…già sei un operaio del Rock da sempre se poi vai a suonare in locali in cui l’atmosfera è poco simpatica e il titolare ti tratta con indifferenza ti chiedi davvero se ne valga la pena. Per fortuna Valerio e la Bottega hanno in simpatia gli EQUINOX e la serata risulta davvero bellissima. Non siamo ancora all’amore che il Forum di Los Angeles aveva per i Led Zeppelin, ma ci stiamo lavorando. Bel concerto, pubblico caldo e appassionato. Sempre bello vedere le facce di amici che ti seguono con fervore (Mario e la Patty), di rockstar reggiane (Fausto Sacchi, tra l’altro ex cantante della Cattiva Compagnia) e di road manager (Riff).
Il giovedì mattina tornare in ufficio non è semplicissimo, ma mi impegno a fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile.
Venerdì, è il giorno del concerto allo STONES CAFE’, miglior rock club della Mutina-Regium county e probabilmente d’Italia. Mi prendo un giorno di ferie, faccio le cose con calma, provo e regolo a dovere i volumi e gli effetti della pedaliera, mi alleno un po’ sulla chitarra, carico la blues mobile e, insieme alla groupie, parto.
Arriviamo che Frank, il titolare dello Stones, è sul palco che sta microfonando la batteria. Scarichiamo, montiamo gli strumenti e procediamo al soundcheck. Frank ti accudisce (pochi istanti prima di iniziare il concerto ti infila anche il jack nella chitarra!), ti prende sul serio, ti fa sentire un musicista vero. Suonare allo Stones è sempre un punto di arrivo per un gruppo come il nostro. I ragazzi che lavorano nel locale poi sono sintonizzati sulle stesse lunghezze d’onda del loro capo: gentili, premurosi, attenti.
Bighellono sul palco mentre Lele prova i suoni. Do un’occhiata alle miei chitarre, stasera ho portato con me Cherry, Darlene, Fulvia e Doublene…
guardo Saura che smanetta sul piano…
faccio una foto a Lele mentre tambureggia allegramente…
poi Pol mi fa uno scatto mentre faccio i preliminari con la Cherry.
Chiacchiero con Frank, intavoliamo una divertente discussione sulle manie dei musicisti e dei chitarristi in particolare. Mi racconta del bambino indaffarato a dargli una mano sul palco, uno monello a cui piace moltissimo la “dimension” del palco e degli impianti da montare. Frank cerca di accontentarlo e di dargli dei piccoli incarichi (gli fa preparare i Cannon Jack, gli fa testare la macchina del fumo, etc etc), di dargli importanza, di trattarlo non da bambino. La cosa mi tocca molto e la mia stima per Frank, già altissima, cresce di un’altra spanna. Quanto voglio bene a quest’uomo.
Proviamo i suoni, accenniamo a qualche pezzo con le tastiere e infine col basso. Chiudiamo con TIE YOUR MOTHER DOWN dei QUEEN, pezzo sempre gradevole da suonare. Poi ci mettiamo a chiacchierare in attesa della cena…
Il nostro tavolo é nel backstage, consumiamo un buon pasto quindi ci cambiamo.
Inizia ad arrivare la gente e con essa gli amici. Mario e la Patty (potevano mancare?), March e Jaypee, Mike Bravo, Frappè Freddo Manfredi, Francesco, la mia socia Kerlit con la combriccola delle Factory Girls (& Boys), arriva anche Umberto con la sua maglietta di RICK WAKEMAN e, last but not least, Mel Previte.
Tra le 22,30 e le 23 iniziamo. Parte la nostra “sigla”, JUPITER di GUSTAV HOLST, si apre il sipario, Lele batte il quattro…KASHMIR.
Seguono BLACK DOG, HEARTBREAKER e DAZED e capisco che il bioritmo musicale non è al massimo. Ti sei preparato bene, ti sei allenato, eppure le dita non viaggiano come dovrebbero, ti sei preso un giorno di ferie, hai fatto tutto con la dovuta calma eppure non riesci a sbarazzarti di te stesso, a lasciarti andare e la distrazione mina la tua esibizione. Vorresti avere la abilità, la sicurezza e la cazzimma di Frank Marino, ma sei un uomo diverso da Marino dunque fai buon viso a cattivo gioco e cerchi di portare a casa il risultato.
MM HOP, SIBLY e dunque THE SONG REMAINS THE SAME…
GALLOWS POLE, I’M GONNA CRAWL, NOBODY’S FAULT BUT MINE e quindi in sequenza le due new entry: RAMBLE ON e BRING IT ON HOME…
ALL MY LOVE e FOOL IN THE RAIN fanno da apripista all’arrivo di STAIRWAY, dove torni a combattere con il pericolo distrazione. Sei preparato, ne sei cosciente, sai dove mettere le mani e come eseguire certi meccanismi eppure poco prima dell’assolo azioni il selettore del cambio manico troppo presto, quando devi ancora finire il giro sulla dodici corde così pasticci le prime frasi di uno degli assoli più conosciuti di JIMMY POIGE. Ah.
Senti che comunque la band gira a mille: POL intonatissimo arriva lassù dove in pochi osano, SAURA non sbaglia un colpo e al di là del come sempre superbo lavoro di tastiere/pedaliera, è al basso che dà prova di tutta la sua bravura…un/a bassista rock deve suonare così. Punto. Lele si lamenta spesso che arriva ai concerti (o alle prove) stanco, che non ne può più, ma quando suona con gli EQUINOX entra in una dimensione particolare che lo rende in pochi minuti un batterista rock stupefacente. Il suo drumming è al contempo leggiadro e possente, è dinamico, sexy, funk e incredibilmente efficace…un gioia da ascoltare, almeno per chi come me è ultra sensibile al lavoro della batteria.
Meno male che subito dopo arriva il baito time: WHOLE LOTTA LOVE, COMMUNICATION BREAKDOWN e ROCK AND ROLL.
Il pubblico è numeroso e sembra apprezzare assai. Ci rifugiano nel backstage ma vogliono altro piombo Zeppelin, e così sia: HOW MANY MORE TIME e THE OCEAN.
Di nuovo nei camerini, Frank ci fa avere un piatto di frutta e altri drink.
Mel Previte, mio caro amico nonché chitarrista dei ROCKING CHAIRS e di MP And The Gangsters Of Love (e sì, certo, anche di LIGABUE), viene ad abbracciarmi. Confesso a lui le paure riguardanti la mia performance e lui “Tim, lo sai anche tu, uomini di blues come noi non sono mai contenti…anche a me capita a volte, scendo dal palco e mi dico “stasera ho proprio suonato male”, poi arriva gente che mi dice che non mi ha mai sentito suonare così bene”.
Infatti mi arrivano messaggi e telefonate del tipo “Fantastico Tim, molto meglio della data di marzo a Scandiano” (dove però a me sembrava di aver suonato uno dei miei migliori concerti) oppure “Strumentalmente questo è stato il concerto più bello di tutti”, mi scrive il mio amico presente a tutti i nostri spettacoli.
Rimango a parlare con Mel fino a tardi. I ragazzi dello Stones stanno spostando i tavoli e lavando i pavimenti…si è fatto davvero tardi. Abbraccio un’ultima volta Frank e salgo sulla blues mobile. Qualche km e prendo lo svincolo.
La luna piena illumina la pianura, sullo sfondo l’appennino, le luci lontane dei paesi in collina, i camion che placidi rollano sull’A1, dal car stereo AL STEWART canta di Passaggi del Tempo e GUGLIELMINO GIOELE di Onestà.
Siamo alla Domus Saurea alle 4. Scarichiamo, ci facciamo una doccia, un thè e a letto. Guardo la sveglia, mancano cinque minuti alle 5. E’ stata una serata di ordinaria tributaggine in Emilia ma mentre spengo la luce e chiudo gli occhi sento il brusio del ventimila del Madison Square Garden e il moto ondoso delle chiome delle varie groupie che mi vengono addosso… poi trasalisco, ma come? Io di groupie ne ho una sola ed ha pure i capelli corti… torno in me…il brusio era il rumore del frigo e invece delle groupie su di me ho quella cotoletta pelosa di Palmiro…va beh, fa lo stesso… per me è come se fossi nel Giardino di Piazza Di Matilde (il Madison Square Garden insomma) e quindi mentre cado nelle braccia di morfeo sussurro ugualmente … New York, goodnight!
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