Addio a Johan Cruijff

25 Mar

Brian, Keith Emerson e adesso anche Johan Cruijff. Certo che di questo passo di miei eroi in giro ne resteranno pochi. Non è capitata all’improvviso questa, Johan era da tempo ammalato e il cancro ai polmoni se lo è portato via a quasi 69 anni.

Per quelli della mia generazione l’OLANDA degli anni settanta è stata una squadra da ammirare e da amare. In finale ai mondiali sia nel 1974 che ne 1978, non è mai riuscita ad alzare la coppa del mondo, e anche questo fa parte della sua leggenda dalle tinte blues.

 Johan Cruijff

 

Cruijff è stato il mio primo eroe, chissà cosa colpì il bambino che ero … il colore arancio della maglia della nazionale, la maglietta bianca con striscia centrale rossa dell’AJAX,  nome che riportava a quello di un noto detersivo (nessuno sapeva allora che il nome della squadra derivava dalla figura mitologica di AIACE TELAMONIO, valoroso condottiero), il fatto che un giornalista italiano cominciò a chiamarlo i Lancieri per via del simbolo della squadra…

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Chissà… mia sorella mi dice che nel 1974 ero ossessionato, compravo persino i ghiaccioli arancioni in onore della maglietta olandese di Cruijff. Ricordo l’eccitazione durante il mondiale del 1974, mi vedo ancora correre intorno a casa tra l’intervallo del primo e secondo tempo in quel pomeriggio del 7 luglio 1974 (la partita si disputò alle 16), l’estate… gli anni settanta… il futuro davanti… il Rock non era ancora arrivato e così erano le moto da cross, l’Inter e Johan Cruijff a farmi sentire vivo.

München
7 luglio 1974, ore 16:00

Paesi Bassi Paesi Bassi 1 – 2 Germania Ovest Germania O

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Un paio di anni più tardi il PROFETA DEL GOAL, film documentario del 1976 di Sandro Ciotti. Arrivò anche al Cinema Astoria di Nonantola.

10 anni all’AJAX, 5 al BARCELLONA, poi America, di nuovo Spagna, ancora America e infine AJAX e FEYENOORD, poi da allenatore 3 anni all’AJAX e 8 al BARCELLONA. Tre volte pallone d’oro, 8 campionati vinti con l’AJAX, 1 col FEYENOORD, 1 col BARCELLONA, 3 coppe campioni vinte con l’AJAX, diverse altre coppette. Da allenatore 4 campionati e 1 coppa campioni col BARÇA più coppette varie. E’ stato il più importante footballer degli anni settanta.

Ho sempre pensato fosse il JIMMY PAGE del calcio, stesso impulso visionario, stesso lignaggio artistico, stesse doti attitudinali, stessa fighinaggine, stesso spessore intellettuale, stesso atteggiamento rivoluzionario. Due stelle di prima grandezza nei loro relativi campi, entrambe ad illuminare il decennio degli anni settanta.

Stanno finendo tutti i numeri uno, e per me Cruijff era il numero uno del calcio. Certo, Maradona, Ronaldo (Luís Nazário de Lima), Recoba, Messi, ma per me il numero uno tra tutti i numeri uno era lui.

Addio Johan, è stato bellissimo guardarti giocare a football.

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I NUOVI HIPPY SUONANO NELLA FORESTA di Massimo Bonelli

24 Mar
Di ritorno da uno dei suoi innumerevoli viaggi in Brasile, Massimo Bonelli ci parla delle nuove comunità hippy. C’è anche un riferimento a Jimmy Page, in caso qualcuno ne sentisse la mancanza.

“Chiunque può e dovrebbe suonare,  non è necessario conoscere le note,  è sufficiente avere passione e ritmo. La musica percepirà il tuo entusiasmo e ti seguirà” Tiago De Oliveira Gusmao, musicista.

Gli hippy che troverete a Woodstock o a Goa, in India, sono il ricordo remoto di quel movimento nato negli anni ’60. Invecchiati ed imbolsiti, alcuni cercano di mantenere l’aspetto di quell’epoca lontana, rischiando talvolta di risultare un po’ patetici.

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Per ritrovarvi nelle nuove comunità collegate alla filosofia del “peace and love” dovete prendere l’aereo e sbarcare a Salvador de Bahia, Brasile. Da qui prendere l’Omnibus che in otto ore vi porterà a Palmeiras, nella Chapada Diamantina, antico territorio dei cercatori di pietre preziose e, più tardi, di piantagioni di caffè. Sosterete qualche minuto nella stazione di Lencois, villaggio dove il chitarrista dei Led Zeppelin, Jimmy Page, visse un breve periodo e si sposò con l’argentina Jimena. Ancora un’ora di macchina sulle turbolente strade della Vale do Capao e raggiungerete la Vila do Capao.

Il piccolo villaggio è circondato da una fitta foresta  dalla quale spuntano imponenti ed inquietanti montagne dalla cima piatta, che danno origine a splendide cascate d’acqua alla cui base si formano spumeggianti piscine naturali. Le aquile volteggiano silenziose nel cielo mentre nella mata (bosco) potete incrociare scimmie, lucertoloni, uccelli e farfalle dai colori più svariati e, molto più raramente, serpenti, puma e giaguari.

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In questo luogo, isolato dalla più effimera civiltà moderna, oltre ai nativi, vivono numerose comunità hippy. In comune tra loro vi è una profonda spiritualità, incoraggiata dalla magia del posto, un immenso amore per la natura e per la musica. Sono arrivati qui da tutto il Brasile, ma anche dall’Italia, Argentina, Venezuela, Cile, Giappone, Francia e chissà da dove ancora.

In onore al motto “peace and love”, hanno preso alla lettera soprattutto la seconda parola, fecondando riccamente la generazione del futuro. I bimbi sono tanti quanto gli adulti e, come i genitori, hanno già confidenza con la natura e con la musica. Sì, qui nel Capao tutti suonano, cantano e ballano in un clima da “All You Need Is Love”. Tutti conoscono l’uso di uno strumento, qualcuno anche più di uno.

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Tiago De Oliveira Gusmao, dotato di orecchio assoluto, li suona bene quasi tutti: chitarra, mandolino, armonica, fisarmonica, violino, flauto ed ogni tipo di percussione. Probabilmente avrebbe potuto incidere da solo una versione brasiliana di “Tubular Bells”. La sua compagna, Carolina, italiana trasferitasi grazie ad una borsa di studio in quel Paese e, dopo aver a lungo vagato, stabilitasi in quella magica valle,  completa il cerchio musicale cantando, suonando, ballando e percuotendo ad un ritmo superbo tamburi e tamburelli. Chiunque passi per la loro accogliente casa, rigorosamente realizzata in argilla, raccoglie uno strumento e si unisce alla coinvolgente cerimonia.

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La coppia anima vari progetti musicali insieme e separatamente: “Enarmonia”, musica organica ispirata ai suoni della natura, “Cià das Estreias”, fusione di musiche e danze arabo-mediterranee presentate con lo spettacolo “Perfume Cigano”, “Bando Passarim” proposte di musica afro-brasiliana. Inoltre, Tiago, oltre ad insegnare musica, è impegnato in due formazioni di Forrò, musica popolare del nordeste brasiliano e nel Grupo Instrumental do Capao, formazione che miscela il ritmo brasiliano ad un jazz ipnotico e nella quale milita un altro musicista italiano, il pianista Stefano Cortese che, come fece Fitzcarraldo con la barca, ha fatto trasportare il suo pianoforte nella foresta del Capao.

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Carolina, la cui voce ricorda la dolcezza di Joan Baez e la potenza di Grace Slick, oltre alle formazioni già segnalate, partecipa al gruppo di canti sciamanici “Sweet Eagle Tribe” e al gruppo corale “Dancas da Paz Universal”. Quando la coppia si sposta, con i due meravigliosi e biondissimi bimbi, ha con se più borse della principessa Kate, solo che nelle loro ci sono solo strumenti musicali. Lavorare e guadagnare con la musica non è facile, ma in Brasile è più semplice che altrove. Ad esempio, il governo della Bahia finanzia progetti di educazione  e di diffusione del patrimonio culturale musicale. Non è poco. Nel piccolo villaggio si svolgono importanti Festival di Jazz, Raggae ed altri ancora.

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La domenica, nella piazza della Vila do Capao, si tiene il mercato. Tra le bancarelle di ortaggi e frutta, cibo fondamentale per una popolazione principalmente vegetariana, oltre i nativi, sfilano giovani con il classico abbigliamento hippy. Il clima della festa è contagioso, ragazze e ragazzi arrivano dalle loro piccole case sparse nella mata e si abbracciano con affetto. Tutti si conoscono. Anche in quell’occasione, spontaneamente, nasce la musica, mentre decine di bimbi ballano divertiti.

Le giornate sono sempre uguali nella loro semplicità. La musica è sempre diversa nella sua unicità. Se vuoi cambiare la tua vita, se desideri immergerti nella leggerezza della natura, se vuoi allontanarti dai falsi valori, se desideri essere libero … la strada te l’ho indicata. Mia figlia Carolina l’ha percorsa ed è felice.

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Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
pubblicato il 22/3/2016 su http://www.spettakolo.it/

THE EQUINOX Live at HARRIS PUB, Scandiano (RE) Italy 18/03/2016

23 Mar

L’Harris Pub prima si chiamava Dickinson, non è dunque difficile intuire il tenore musicale del locale e quindi degli avventori, per questo decidiamo di togliere dalla scaletta KASHMIR, I’M GONNA CRAWL e FOOL IN THE RAIN e inserire altro piombo Zeppelin: IMMIGRANT SONG, NOBODY’S FAULT BUT MINE, THE OCEAN.

Riesco a prendermi un giorno di ferie in questo venerdì di marzo e quindi posso fare le cose con calma. Non è così fortunata Saura, che arriverà a sera trafelata e non esattamente in forma per il concerto. Ad ogni modo riusciamo a caricare la blues mobile nelle tempistiche previste e a partire. Alle 18 siamo bloccati nel crosstown traffic della Via Emilia. A fatica raggiungiamo il locale. L’Harris ha un palco piuttosto spazioso e una sala concerto altrettanto adeguata.

Il blues del montaggio e del soundcheck anche stavolta è ben presente: ci siamo dimenticati di portare la spia di Saura, i monitor del palco sono collegati tra loro e dunque non è possibile regolarli individualmente così aggiungiamo il piccolo mixer di Saura per ovviare al problema. Proviamo un paio di pezzi: FOOL IN THE RAIN e THE OCEAN. Il suono è confuso col locale vuoto, io non sono amplificato e non ho nessuna spia, mi reggo solo sul Marshall Bluesbreaker. Il suono che ho mi infastidisce. Ogni chitarrista non è mai contento del proprio sound e passa la vita a regolare l’amplificatore, la pedaliera degli effetti e la chitarra nella speranza di trovare il suono che da sempre ha in testa e che non riesce mai a raggiungere. Di questo sono conscio e perciò rassegnato, ma stasera dall’ampli esce uno stridio che mi deprime più del dovuto. Agisco sui comandi, abbasso di un bel po’ i medi e alzo i bassi. Uhm, decisamente meglio. Sono le 20. Il soundcheck finisce.

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Prima di cena vado a cambiarmi nello sgabuzzino adibito alla cosa. Sono circondato da fusti di birra, non va neanche tanto male, il più delle volte dobbiamo cambiarci nei bagni o in angoli bui. Ah come sarebbe bello avere uno straccio di camerino vero e proprio ogni tanto. Ceniamo. Iniziano ad arrivare gli amici, alcuni illuminati del blues, Riff, Francesco e Mario (& company), altri che non vedo da tempo, gli aficionados degli EQUINOX tra cui GIO, colui che decenni fa inconsapevolmente mi mise sulla retta via:

https://timtirelli.com/2012/06/21/la-prima-volta-i-led-zeppelin/

Verso le 22 il locale inizia a riempirsi, in breve non ci sono più tavoli liberi, constato con piacere che sono davvero tutti qui per noi. Avere un piccolo seguito, per un gruppo non professionista, è una gran soddisfazione.

THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 - photo Giorgia Malagoli

THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 – photo Giorgia Malagoli

Sono l’unico che non è già stanco, gli altri mi paiono in debito di energia. Finisce l’intro, Lele batte il quattro: IMMIGRANT SONG. Echi di grida vichinghe, sferragliamenti, guardo gli altri, mi sembra che ci siamo. Vedo Saura faticare, forse non è il pezzo migliore con cui partire. Con BLACK DOG inizia la carburazione e con HEARTBREAKER siamo già ad un quota soddisfacente. Sento che il gruppo rolla deciso, ormoni e testosterone ci spingono. E’ il momento dell’assolo, butto la mano e sia quel che sia. Mi sento abbastanza sciolto, il pubblico gradisce…

Suonare DAZED AND CONFUSED mi piace sempre parecchio, è uno dei pezzi simbolo dei primi LZ, hard rock psichedelico di gran lignaggio. Di nuovo sento il gruppo unito, anche stasera il quinto membro, ovvero quell’unità spirituale che ogni tante compare tra le pieghe dei gruppi, è qui con noi. Sono contento degli EQUINOX, mi sembra che si sia raggiunta una maturità espressiva mica da ridere, e se suoni i LZ è la conditio sine qua non per essere credibili e non diventare una macchietta. La leggiadra ferocia di Lele mi mette sempre di buon umore.

Saura si mette alle tastiere, MISTY MOUNTAIN HOP e quindi SIBLY, le suona benissimo, Pol risponde da par suo. THE SONG REMAINS THE SAME è sempre un gran divertimento, è come cavalcare un mustang selvaggio poco dopo che sei riuscito a domarlo, lo hai sotto controllo ma sembra sempre che stia per disarcionarti. Segue GALLOWS POLE e quindi NOBODY’S FAULT BUT MINE.

Quest’ultimo è un pezzo che facciamo raramente, non è esattamente popolarissimo tra i casual fan e in più è un pezzo ostico, ma è uno spasso suonarla. Ci sono parecchi stacchi da rispettare e il gioco ritmico di basso e batteria sullo stralunato riff di space-blues è piuttosto impegnativo. Da qualche mese Pol ha finalmente cominciato a suonare la armonica. Non sarà ancora Aleck “Rice” Miller (sì insomma, Sonny Boy Williamson II) ma inizia a cavarsela.

HOW MANY MORE TIMES non è un pezzo che amo più tanto, ma per Saura e Lele è imprescindibile, dunque eccolo di nuovo in scaletta. In questa sera marzolina rispolveriamo ALL MY LOVE. Sono anni che non la suoniamo più dal vivo, ma ora eccola qui. Mi avvicino al microfono e dato che ALL MY LOVE “in buona sostanza parla del girotondo della vita, la dedichiamo a due nostri eroi che recentemente hanno intrapreso il viaggio nelle profondità siderali: Brian e Keith Emerson… ” vogliamo dare la giusta enfasi così io, Saura e Pol alziamo tre cartelli raffiguranti immagini di Keith Emerson che avevo preparato. Il pubblico tributa a Emerson (o meglio, a tutti e due) un grande applauso. Qualcuno grida anche il nome di Brian. Mi commuovo.

Scrolliamo di dosso la malinconia con THE OCEAN. Come quasi tutti i batteristi di un certo tipo, Lele ci sguazza nell’oceano, segue dunque una versione alquanto su di giri, perché quando Lele va pazzo per qualcosa bisogna tenersi stretti. Penso a Saura: come farà ad andare dietro ad un indemoniato del genere?

THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 - photo Patrizia Ferri

THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 – photo Patrizia Ferri

Con STAIRWAY immancabilmente cala la piomba…sarà la doppio manico, chitarra non facile da domare, sarà che è il momento precedente la scarica finale, fatto sta che fatico sempre. Mi duole la schiena, perdo la concentrazione, mi faccio prendere dal to be a rock and not to roll blues… così mentre la suono mi dico “d’ora in poi non la facciamo più” oppure “la prossima volta la suono con la Les Paul“, ma poi come si fa ad essere il chitarrista di un tributo – seppur obliquo –  ai LZ, a possedere una doppiomanico e non suonare STAIRWAY nella versione dal vivo che anche solo dal punto visivo è un riferimento basilare, un’icona dell’immaginario collettivo?

Cambio chitarra, infilo di nuovo il Les Paul e introduco il riff di WHOLE LOTTA LOVE. Urla e schiamazzi, mi ripeto, lo so, ma in fondo la gente alla fine vuole WHOLE LOTTA LOVE. COMMUNICATION BREAKDOWN e ROCK AND ROLL chiudono la serata.

Le persone hanno modi diversi di venirti a salutare dopo lo show, chi ti dice “ciao” e non accenna minimamente al concerto (poi scopri che ad amici comuni si è detto entusiasta di come ha suonato la band e tu in particolare), chi sa confrontarsi con le persone solo scherzando e quindi viene a fare lo spiritoso quando tu hai nelle orecchie ancora il brusio dei ventimila del Madison Square Garden e lo guardi stranito, chi ti esprime in maniera sobria il suo apprezzamento (“Ti ho visto bene, vecchio”) e chi, vivvaddio (dunque vivvapage), si lascia andare e ti esprime le proprie emozioni. C’è la figa (mai vista prima) che tira in ballo JIMMY PAGE e che quando vede che ti schernisci ti dice in maniera risoluta, quasi incazzata:“Ma piantala, sei un artista anche tu!”. Qualcuno (chitarrista anch’egli) arriva e fra i tanti complimenti, ti dice che avevi un suono spettacolare … io un suono spettacolare? E chi lo avrebbe mai detto! (Grazie Gianluca F.)

E’ quasi l’una, il locale si svuota. Rimangono pochi avventori. Smontiamo, carichiamo e ci prepariamo a partire. Il titolare è soddisfatto: “Che dire. Strepitosi. Mi avete fatto ascoltare con piacere gli Zep che non ne vado di certo pazzo. Musicisti con otto palle e professionalità sopra i normali standard. Chapeau”. A parte che di palle ne abbiamo sei, Saura semmai ha le tette, non so se siamo stati davvero strepitosi, ma posso dire che abbiamo fatto del nostro meglio per portare in giro il Rock, quello che permette al padre dei quattro venti di gonfiare le tue vele e alle stelle di riempire i tuoi sogni. Scandiano, goodnight.

 

NEWS: RICH ROBINSON rimpiazzerà MICK RALPHS per il tour americano della BAD COMPANY

20 Mar

MICK RALPHS dice che non si sente pronto a viaggiare, così il tour estivo americano della BAD COMPANY vedrà alla chitarra RICH ROBINSON dei BLACK CROWES. Scelta molto interessante, sebbene sia, in quanto tale, discutibile, un po’ perché annunciarlo dopo che i biglietti sono stati messi in vendita non è il massimo, un po’ perché non si rimpiazza con tanta leggerezza uno dei fondatori – ancora in vita e tutto sommato in forma – di un gruppo. Era già capitato qualche anno fa in occasione di un tour giapponese che la band si presentasse senza RALPHS (che ricordiamolo, odia volare) e con il solo HOWARD LEESE (il chitarrista degli HEART e della PAUL RODGERS BAND che affianca MR nei tour recenti della BAD COMPANY). Dobbiamo tuttavia adeguarci a queste strambe formazioni, a questi giochetti a cui il Rock ci sta costringendo, lo spettacolo & il business prima di tutto.

Se non altro ROBINSON è uno di quei chitarristi  col “senso” giusto, uno cresciuto col Rock inglese degli anni settanta, uno che mette l’assolo e il lavoro di chitarra al servizio del pezzo, un fan dei FREE e di PAUL RODGERS, uno di noi insomma. Almeno non saremo costretti a vedere e sentire la BAD COMPANY corrotta da uno di quei chitarristi ormai insopportabili tipo Neil Schon (fu il chitarrista di RODGERS negli anna novanta, e fu capace di rovinare tutti i pezzi in scaletta con i soliti assoli velocissimi, tutti uguali e tendenti al metal).

Sentiremo dai primi bootleg come sarà questa nuova avventura live della nostra adorata (original) BAD COMPANY.

Rich Robinson - Mick Ralphs

Rich Robinson – Mick Ralphs

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NEWS: THE EQUINOX Live – Venerdi 18 marzo 2016 ore 22 – HARRIS PUB – Via Roma 17 – Scandiano (RE) Italy

16 Mar

Venerdi 18 marzo 2016 ore 22
HARRIS PUB – Via Roma 17 – Scandiano (RE) Italy

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THE EQUINOX BIOGRAFIA

Il progetto tributo ai LED ZEPPELIN parte nel 1999 quando Tim Tirelli, grande appassionato di musica rock e dei Led Zeppelin in particolare, autore di una biografia di Jimmy Page e collaboratore di diverse riviste musicali nazionali, decide di mettere in piedi gli Zeppelin Express, con i quali per alcuni anni gira i locali di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.

Nel 2002 entra nel gruppo LELE MORSELLI alla batteria, nel 2003 SAURA TERENZIANI alle tastiere. Nel 2006 il gruppo si scioglie, ma TIM, LELE e SAURA (ora anche al basso e al mandolino) decidono di continuare l’avventura sotto nuovo nome e con l’arrivo del cantante POL MORIGI il progetto riprende un vigore insperato. Molto attivo nel biennio 2006-2007, dopo un periodo di ripensamenti, il gruppo oggiriprende quota ed è ora pronto per raccogliere nuove sfide.

Il concerto dei THE EQUINOX prevede la presentazione dai grandi cavalli di battaglia dei LED ZEPPELIN, da WHOLE LOTTA LOVE a STAIRWAY TO HEAVEN, da KASHMIR a SINCE I’VE BEEN LOVING YOU, da HEARTBREAKER a BABE I’M GONNA LEAVE YOU, senza tralasciare gli aspetti meno scontati del gruppo come GALLOWS POLE, CUSTARD PIE, NOBODY’S FAULT BUT MINE, FOOL IN THE RAIN, I’M GONNA CRAWL.

Il gruppo propone la classica formazione a quattro, con Saura Terenziani che agisce contemporaneamente sulla pedaliera basso nei pezzi con le tastiere, rispettando dunque in tutto e per tutto le dinamiche dei LED ZEPPELIN.

Il gruppo inoltre cerca di rispettare la tradizione del gruppo di Page utilizzando gli strumenti classici usati dai LZ stessi e quindi chitarre Gibson Les Paul, Gibson doppiomanico, Danelectro, basso Fender Jazz, batteria Ludwig.

THE EQUINOX:
Tim Tirelli – Chitarra
Paolo Morigi – Voce
Saura Terenziani – Basso/Tastiere/Mandolino
Lele Morselli – Batteria

Addio a KEITH EMERSON

14 Mar

Due riflessioni sulla scomparsa di KEITH EMERSON, in primis la mia e a seguire quella di BEPPE RIVA.

Giovedì sera, appartamento di Santa Monica, California. KEITH EMERSON non è in forma, bronchite e brutti pensieri. La sua compagna Mari Kawaguchi lo mette a letto, poi esce. Keith riflette con preoccupazione sui suoi prossimi concerti giapponesi. Sa già che non sarà all’altezza, ed è molto preoccupato. Le ultime sue uscite non sono state molto incoraggianti. Da anni soffre di una malattia degenerativa che gli compromette l’uso della mano e del braccio destro, rendendo le sue performance al piano incerte e discutibili, con conseguenti commenti poco piacevoli sui vari forum da parte di fan o di chi si interessa di musica. Sono perlomeno 10 anni che Emerson soffre di questa cosa, ma è fin dal 1977 che tende alla depressione. Già, sei stato una rock star a tutto tondo, sei stato un compositore straordinario, sei stato IL tastierista per eccellenza e piano piano vedi che la tua band non sta più insieme, che la gloria degli anni settanta passa, che tre serate consecutive al Madison Square Garden non riuscirai più a farle, che il mondo musicale sta cambiando e che tu, a 35 anni, sei già un vecchio, un dinosauro.

Programma del Madison Square Garden dell'estate del 1977

Programma del Madison Square Garden dell’estate del 1977

Negli anni ottanta Keith si arrabatta, abusa di certe sostanze, colonne sonore, un album solista, rifonda la band con un altro batterista il cui cognome inizia sempre per P, il successo però non è più lo stesso, ci riprova con i THREE ma i risultati commerciali non sono granché. Nel 1991/92 la reunion degli ELP originali che durerà – a pezzi e bocconi – sino al 1998; successo discreto ma distante dagli antichi fasti. Mette insieme una band, tutto più che dignitoso compreso il successo (sebbene si parli di numeri ben lontani dal passato). Ci riprova con Lake per un breve tour, poi nel 2010 l’ultimo concerto degli ELP all’High Voltage Festival a Londra, da cui è tratto un DVD che evidenza le magagne: una band imbolsita, aiutata da basi, con Emerson che fatica come un dannato con la mano destra. Qualche altro progetto, qualche altra apparizione (anche sulla RAI in uno di quei programmi di Carlo Conti dove ripropone, a fatica, un suo vecchio singolo che ebbe molto fortuna in Italia) fino a ieri l’altro. La sua compagna è uscita. Keith è in casa, l’angoscia si fa insostenibile, la depressione lo schiaccia verso il basso. Meglio farla finita. Va nel cassetto, prende la rivoltella che teneva per difesa personale e si spara un colpo in testa. Benvenuti amici miei, allo show che termina.

Questa è una ricostruzione personalissima, fatta in fretta e basata sulle ultime dichiarazioni della compagna di KE e di Greg Lake:

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http://www.dailymail.co.uk/news/article-3489624/ELP-star-Keith-Emerson-shot-no-longer-perform-perfectly-fans.html

http://www.express.co.uk/news/obituaries/652126/Emerson-Lake-Palmer-bandmate-feared-for-ELP-star-Keith-Emerson

Venerdì sera: sono in sala prove con gli Equinox. Stiamo per iniziare, ricevo un messaggio da Picca: “I’m sorry mate” mi scrive e mi allega un link, dall’anteprima leggo che è qualcosa che riguarda KE e gli ELP, subito spero che sia l’annuncio relativo al ritiro dalle scene vista la malattia, poi capisco che è morto. Mi accascio sull’amplificatore. Saura e Pol sono sbigottiti quasi quanto me. Non so come, ma riesco a portare a termine le prove. Il gruppo stasera suona bene, abbiamo un concerto il prossimo venerdì, ma ci sono momenti in cui non riesco a concentrami e perdo dei colpi, Saura fa lo stesso.

Ritorno a casa, mi arrivano messaggi a mezzanotte inoltrata, Pigi (il mio primo contatto col rock è stato con ELP), mia sorella (“dicono si sia tolto la vita”), Liso (“Tim, così non va bene per niente, non sono pronto, mi manca la terra sotto i piedi, il mondo va in una direzione che non è più la mia”), Biccio (“Nooooo…”), Beppe Riva (“Mi ha telefonato ora un amico dicendomi che è morto Emerson, il mio eroe, non posso crederci…”), ancora Picca (“devastante”).

Mi preparo un thè, mi metto al computer, leggo che la polizia parla effettivamente di suicidio. Chi capisce qualcosa di musica riempie facebook con post a mo’ di tributo. Io sono sempre restio a farlo, in passato ho assistito infastidito alla marea di commenti a proposito della dipartita di alcuni personaggi musicali da parte di chi lo fa sempre e comunque, più che per rendere omaggio, per far vedere che si è sul pezzo. Stavolta però non posso e non voglio esimermi, KEITH EMERSON è uno dei miei pochissimi veri eroi, idoli, maestri, e non è morto di malattia o di cose relative all’età, cose di cui dovremmo non sorprenderci, ma è morto perché lo ha deciso lui stesso.

Penso a Keith e mi commuovo, fino alle lacrime. Certo, è un periodo con cui ho a che fare con la morte, poche settimane fa il vecchio Brian, l’altro giorno un suo caro amico, sono in modalità “walking side by side with death” dunque, ma la dipartita di Keith è davvero troppo per riuscire a trattenermi. Scopro così che un cuore ed una anima ce li ho, sebbene non mi piaccia Jeff Buckley (già, leggo en passant su facebook un post di un mio conoscente che recita “Conosco persone a cui non piaceva Jeff Buckley. Ho poi scoperto che non avevano un cuore. E probabilmente nemmeno un’anima.”).

1976/1977: sono un ragazzino, sto per incontrare la chitarra, in casa c’è da sempre un pianoforte, lo suonano mia madre e mia sorella, sono dunque abituato allo strumento e alla musica classica, mia madre poi mi instilla l’amore per George Gershwin e Glenn Miller, nell’infanzia i programmi della Tv dei ragazzi hanno sigle tipo A SALTY DOG dei PROCOL HARUM e SHE CAME IN THROUGH THE BATHROOM WINDOW versione JOE COCKER. Forse è grazie a questo background che quasi mi capovolgo quando ascolto per la prima volta la sigla di ODEON TUTTO QUANTO FA SPETTACOLO.

(da WIKIPEDIA: rotocalco televisivo a cadenza settimanale Rai del TG2, creato dai giornalisti Brando Giordani ed Emilio Ravel, dapprima inserto del notiziario, poi programma del mercoledì in prima serata. La trasmissione ha avuto due edizioni con una rispettiva pausa estiva, dall’8 dicembre1976 al 4 aprile 1978. Il programma, il cui motto era “Fare informazione sullo spettacolo facendo spettacolo”, trattava di una serie di servizi dal mondo, scanditi con un ritmo serrato, riguardanti lo spettacolo ed il tempo libero, il cui sommario spettava a Laura D’Angelo. La sigla di testa e di coda erano animazioni di Piero Gratton, accompagnati dai brani Big Shot di Simon Park e l’indimenticabile Honky Tonk Train Blues, un boogie-woogie degli anni trenta rielaborato dalla rock star Keith Emerson, successivamente sostituita da un video con il musicista al piano. La rock star inglese torna nell’edizione successiva con Odeon Rag, arrangiamento del brano ragtime Maple Leaf Rag di Scott Joplin).

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La sigla è basata su un video girato da Emerson dove si cerca di ricreare uno di quei locali americani tipo barrell house dove si suonava il rag time, il blues e l’honky tonk. Keith con camicia e gilet che suona un piano a muro e una sezione fiati. Il video mi colpisce così tanto che dal punto di vista visivo KE diventerà il mio riferimentol. Modello di riferimento scalfito solo dall’arrivo, nel mio mondo,  poco più tardi, di JIMMY PAGE. Ancora oggi quando riguardo il video ho i brividi…

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Il KEITH EMERSON del 1976/77 per me è sinonimo di figaggine estrema:

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HONKY TONK TRAIN BLUES viene pubblicato come singolo in Italia, la settimana del 5/2/77 esordisce in seconda posizione, la settimana successiva conferma il risultato mentre la settimana del 19/02/1977 arriva al primo posto. Stiamo parlando di un pezzo strumentale, seppur abbordabile, che arriva in vetta. Incredibile. Le due settimane successive torna al secondo posto (scavalcato da Furia di Mal dei Primitives), ma poi il 26/03/1977 torna al primo posto, e lo fa per tre settimane consecutive. Poi per altre sei poi si conferma al secondo posto. Diventa il quarto singolo più venduto del 1977 in Italia. Successo strepitoso.

La stagione successiva la sigla diventa MAPLE LEAF RAG (da Works Volume II del 1977) ribattezzato ODEON RAG. Raggiunge il 16esimo posto della classifica italiana. KEITH EMERSON diventa un nome conosciuto anche al pubblico di bocca buona. Vengono persino stampati gli spartiti. Mia sorella porterà MAPLE LEAF RAG / ODEON RAG al saggio (per pianoforte) di fine anno; a fine esibizione un’autentica ovazione… al di là della bella prova della Lalli, questo dimostra quanto erano conosciuti i pezzi di Keith in quegli anni.

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Nel 1980 la RAI sostituisce ODEON con VARIETY, e affida la sigla (finale) di nuovo a Keith; SALTY CAT.

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SALTY CAT sarà presente sull’album HONKY del 1981, registrato alle Bahamas e pubblicato solo in Italia (e solo successivamente distribuito in tutto il mondo).

Poco dopo i singoli di HONKY TONK TRAIN BLUES e MAPLE LEAF RAG/ODEON RAG inizio ad addentrami con convinzione nelle profondità siderali della musica rock, uno dei primi LP che mi capitano in mano è BRAIN SALAD SURGERY, degli EMERSON LAKE & PALMER uscito pochi anni prima, la copertina (di HR Giger) mi dà i brividi, la musica mi rapisce.

ELP BSS 1973

ELP BSS 1973

ELP BSS 1973

ELP BSS 1973

Il live THE SONG REMAINS THE SAME dei LZ è appena uscito, qualcuno me lo fa ascoltare e da quei momenti non ci sono moto da cross o ragazzine che tengano, per me ci sono solo KEITH EMERSON e JIMMY PAGE. Da lì in poi sarà una scoperta continua di dischi inimmaginabili, tra cui quelli degli ELP, il primo, TRILOGY, PICTURES, BSS, il triplo live WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS, WORKS I e IN CONCERT. Più tardi arriveranno anche TARKUS (album seminale che però mi ha sempre lasciato freddino), WORKS II e LOVE BEACH.

La voce bella, piena, profonda di GREG LAKE e il piano di KEITH EMERSON mi portarono verso viaggi fondamentali per la maturazione della mia giovane anima. La potenza elegante e sperimentale degli ELP…

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Il maestrale portato dalle date tour del 1977 fatte insieme all’orchestra…

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Le folli PIANO IMPROVISATIONS di Keith…

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Ci lascia dunque il più grande tastierista Rock di tutti i tempi, e non me ne vogliano i fan di WAKEMAN, di BANKS e di JOHN LORD, Emerson è stato il primo con i suoi NICE a portare il ruolo di tastierista alla ribalta, il primo a cristallizzare nell’immaginario collettivo il suono del Moog nel 1970 con l’assolo finale di LUCKY MAN dal primo album degli ELP, il primo a portare in scena una personalità debordante, sfavillante, creativa, il primo a reinventare la musica classica meno scontata attraverso il Rock, il primo a innestare in un gruppo di musica prettamente europea (gli Emerson Lake & Palmer appunto) la grande musica americana, quella di AARON COPLAND e quella dei grandi musicisti neri che potremmo chiamare generalizzando un po’ musica classica blues. A livello tecnico se la giocava solo con Wakeman e infatti i referendum dei lettori degli anni settanta del MELODY MAKER (la rivista musicale di riferimento di quegli anni) vedevano nelle prime due posizioni alternarsi sempre quei due nomi, ma se Wakeman doveva slittare sulla carriera solista per potersi esprimere liberamente (troppe le personalità strumentali negli YES), Keith poteva librarsi in libertà all’interno degli ELP, essendone la forza portante, senza nulla togliere all’altro gigante GREG LAKE e a CARL PALMER.

Non starò a pontificare troppo sulla sua scelta, niente morbosità a proposito del suicidio su questo blog, dirò solo che la rispetto, non la giustifico né l’avallo, ma registro che se ne è andato, pur in preda a profondissimi blues, come ha vissuto.

Il mio amico Paolino Lisoni ha postato su facebook una semplice frase: “Tutti in piedi.” Ecco, non c’è bisogno di dire altro.

Best keyboards player ever, rock god, composer. We salute you, Keith Noel Emerson! (2 November 1944 – 10 March 2016).

(Tim Tirelli 2016)Keith Emerson

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Keith Emerson: una riflessione sulla sua scomparsa

di Beppe Riva

Non esistono morti più o meno importanti, ma quando a lasciarci è colui che consideri il tuo “eroe” musicale, ti senti veramente colpito al cuore, riconosci che se ne è andato un pezzo della tua storia, con tutte le impagabili emozioni che ha saputo offrirti. Sono convinto che molti appassionati, come chi scrive, si siano sentiti in un mondo diverso e certamente più povero, alla notizia della scomparsa di Keith Emerson in questo già funesto 2016.

Proprio la sera prima, giovedi 10 marzo, alle porte della mia città si esibiva Carl Palmer, il batterista che completava  il leggendario triumvirato fondato da Emerson con Greg Lake, e la sua è stata una stupefacente dimostrazione di acrobatica potenza che mai avrei immaginato tuttora di tale intensità. Tanto meno si poteva ipotizzare che lo stesso Carl, il giorno dopo, sarebbe stato portavoce della tragica dipartita del compagno di gloriose avventure musicali.

Keith Emerson sicuramente ha lasciato un segno indelebile nel mio modo di avvicinare ed amare il rock; quando nel 1970 ascoltai l’album d’esordio degli ELP, ero già affascinato dai Nice, ma l’architettura del suono da cattedrale gotica proiettato nel futuro di “Barbarian” e di “Knife Edge”, mi ha letteralmente conquistato.

Per fortuna non ero il solo, perché gli ELP avrebbero spalancato le porte al successo di massa del rock progressivo. Ed il fiammeggiante leader di un trio di fuoriclasse era proprio lui, Keith Emerson, innalzato al rango di “Jimi Hendrix delle tastiere”,  profeta di un’eresia che all’epoca sembrò persino plausibile, ossia poter sfidare l’egemonia della chitarra elettrica nel rock suonando a velocità supersonica l’organo Hammond ed il piano, ed inaugurando da assoluto pioniere l’era dei sintetizzatori…Emo era questo ed altro: soprattutto alle sue sperimentali contaminazioni fra rock, musica classica e jazz fin dal debutto dei Nice (1967), si deve l’invenzione del rock progressivo. E poco importa se i critici con la C maiuscola  storcevano il naso verso gli “eccessi spettacolari” del nostro, preferendo inchinarsi di fronte alla figura da intellettuale un po’…così di Robert Fripp.

A me piace conservare un numero di Q Magazine (in copertina i Beatles, nientemeno) che riconosce a Keith e ai Nice una sorta di primogenitura, storicamente fondata, sulle origini del prog-rock. Dunque i Nice come il prototipo, gli ELP come il trionfo di questo genere di musica, con Keith in qualità di inarrivabile comun denominatore.

Ma dai vertici raggiunti, la caduta può esser ancora più fragorosa…ELP non erano solo rock’n’roll e “non piacevano” (un eufemismo) a chi  predicava il ritorno alle origini, all’essenziale aggressione sonika, in altri termini, alla generazione punk.

Come e più di tanti loro contemporanei, ELP diventavano “dinosauri”, simbolo di un’epoca da cancellare. Dagli ’80 in poi, Emerson si allontanava dai fasti del successo, continuando però a professare un’inalienabile passione per la sua musica.

“Io mi sento innanzitutto un compositore”, rivelava in una recente intervista esclusiva a Prog Magazine, e lo diceva con la fierezza di chi crede prioritariamente nella sua vocazione artistica.

In quest’ottica, il solo ed unico Keith Emerson  chiudeva il cerchio nel 2011 con il meraviglioso “The Three Fates Project”, autentico festival sinfonico registrato con un’orchestra classica di 70 elementi (uscito su etichetta Varese Sarabande, 2012) che idealmente tornava all’epoca d’oro dei Nice di “Five Bridges”.

Posso immaginare che per un musicista come lui, capace di strepitosi zenit virtuosistici nella sua carriera, gli insormontabili problemi alle articolazioni delle mani e in generale di salute, siano stati un ostacolo oltremodo frustrante da superare, ma non aggiungo altro sull’argomento.

Questo mio rapido quanto gravoso scritto vuol solo esprimere eterna gratitudine a colui che ritengo sia stato il più grande e visionario tastierista del rock. Scusatemi se posso essermi ripetuto su cose già dette…ma si tratta di una perdita incommensurabile, perché non è retorica dire che non ci sarà mai più un altro Keith Emerson!

Ci sentiamo davvero privati improvvisamente di un personaggio che con la sua inventiva è andato ben oltre i confini definiti della cultura pop, diventando protagonista assoluto di un’epoca dove pure il germoglio della creatività non era certo merce rara.

Beppe Riva ©2016

Riproponiamo qui l’articolo che Beppe scrisse appositamente per il blog il7/7/2011: TRIBUTO AD EMERSON LAKE &PALMER

https://timtirelli.com/2011/07/07/tributo-ad-emerson-lake-palmer-di-beppe-riva/

Beppe Riva & Keith Emerson

Beppe Riva & Keith Emerson

DONATO ZOPPO “La Filosofia Dei Genesis – Voci E Maschere Del Teatro Rock” (Mimesis 2016 – Euro 8) – TTTTT

7 Mar

Piccolo formato, poco più di cento pagine, lettura sorprendentemente scorrevole (viste le tematiche). Donato riflette sul periodo storico dei GENESIS, quello con PETER GABRIEL, quello che va dal 1970 al 1975, sei anni densi di dischi stupefacenti e di momenti visivi teatrali e profondi.

La-filosofia-dei-Genesis_copertina

L’autore (sì insomma, il nostro DONATO ZOPPO) come sempre raggiunge l’argomento grazie ad una perfetta introduzione, analizzando la crescita della musica Rock, l’onda che parte da lontano e che arriva fin sulle spiagge della teatralità, connubio che GABRIEL e i GENESIS in quei pochi anni hanno espresso come forse nessun altro.

Donato, per permetterci di comprendere a pieno l’evoluzione e il significato del Rock, scrive cosette tipo “La cultura Rock, un blocco condiviso di valori musicali, artistici, sociali, culturali e comportamentali consolidatosi tra 1965 e 1967, nasce dalla disponibilità onnivora dei giovani musicisti ad accogliere qualsiasi spunto estraneo al Rock e alla musica stessa (poesia, esoterismo, narrativa, etc) e soprattutto dal desiderio insopprimibile di affermare anche con il concerto la propria identità , che nasce dalla consapevolezza dell’alterità generazionale e dal conflitto con l’universo di valori genitoriali.”

DZ ci guida quindi alle prime sorgenti degli anni sessanta per poi condurci finalmente alle sponde della vecchia Britannia, dove questo manipolo di rampolli della borghesia inglese, usciti dalle scuole private, mette in scena il loro Rock, che chiameremo poi ” progressivo”, su cui il cantante, proto-leader e anima inquieta, disegnerà le proprie mappe teatrali.

TRESPASS, NURSERY CRIME, FOXTROT, SELLING ENGLAND, THE LAMB … album che fanno parte del nostro DNA, album di cui pensavamo di conoscere ogni sfumatura, ma che con questo nuovo approfondimento di Donato ci accorgiamo di poterli ancora approcciare con spirito candido e assetato. Credo che proprio questo faccia di questo lavoro un libro da avere assolutamente, oltre alla maestria di DONATO nel condurre in porto in modo lineare, comprensibile e cronologico (per chi scrive qualità fondamentali) un aspetto del Rock spesso preso sotto gamba. In molto casi la teatralità nel Rock non è null’altro che qualche pulsione superficiale e kitsch, ma nel caso dei Genesis e di Gabriel in particolare, rappresenta significati profondi, magari a volte anche ingenui, ma carichi di suggestioni metafisiche e/o comunque artistiche.

DONATO ZOPPO si rivela una volta di più una delle penne più ispirate del giornalismo musicale italiano. Giù il cappello.

 

Searching for Brian

5 Mar

Cosa succede dopo che hai perso un genitore? Beh, dopo che sei passato attraverso quell’anomalia temporale dei quattro giorni che seguono la dipartita di tuo padre e la gestione della veglia, del funerale, degli amici e dei parenti, inizi a prendere atto dell’assenza. In alcuni momenti non ti sembra possibile, non ti sembra vero, pare una cosa davvero troppo grande per essere reale, ma poi ti tocca fare i conti con la realtà.

Così affronti gli impicci legati alle inevitabili faccende burocratiche: la nuova lapide, il rogito per la nuova concessione del loculo, la puntata al Caaf per sapere cosa fare esattamente per la questione dell’Inps (la pensione insomma), un nuovo breve momento insieme ai famigliari per la tumulazione dell’urna con la polvere di stelle di tua madre che hai dovuto fare cremare per far posto alla bara di tuo padre e sciocchezzuole di questo genere.

Uno dei passaggi più difficili è tornare nella struttura in cui Brian era ospite, dapprima per ritirare i suoi effetti personali poi, dopo la cernita, per lasciare i suoi vestiti più dignitosi. Ne aggiungi anche dei tuoi, tanto non metterai mai più i capi che giudichi passati, lei dice che ormai sei diventato un fighetto come Mancini. La struttura accetta volentieri i vestiti ancora belli, alcuni ospiti non hanno parenti che li vengono a trovare dunque nessuno che compri loro qualcosa in caso di bisogno, altri hanno i famigliari ma sono così tirati a livello economico che non possono permettersi nulla. In caso rimanga qualcosa o che certi maglioni siano troppo “moderni”, l’abbigliamento in surplus viene dato alla chiesa lì a fianco gestita da Don Sergio, fondatore della struttura: ogni settimana c’è la fila di gente (stranieri e non) in difficoltà a chiedere cose da indossare.

Entrare nella struttura è dunque difficile, le persone che fino al giorno prima frequentavi e vedevi un giorno sì e uno no, di colpo escono dalla tua vita, e quando torni per sistemare le ultime cose vedi che loro, pur con dolcezza, sono già passati oltre mentre tu sei rimasto cristallizzato ai giorni in cui tuo padre era ancora ospite della struttura. Il personale ti accoglie con simpatia e affetto, ma non sei più un famigliare di un loro ospite, non sei più un loro “cliente”, piccole differenze che noti all’istante.  Non è facile tornare in quel posto, rivedi il pergolato dove in primavera e in estate portavi Brian per la sua ora d’aria, rivedi gli ospiti che facevano parte del giro di tuo padre (e alcuni non se lo ricordano già più), rivivi i tanti momenti passati negli ultimi quindici mesi come solo un uomo di blues come te può fare, e quando esci non puoi fare altro che infilarti i Ray ban.

In macchina ascolti cose tipo JONI MITCHELL e STANLEY CLARKE. Provi a metter su la musica in cui di solito ti rifugi quando hai bisogno di sicurezze ma non riesci ad ascoltarla. Provi col bootleg FOR BADGE HOLDERS ONLY (LA Forum 23/6/77), uno dei capisaldi delle registrazioni non ufficiali del tuo gruppo preferito, i LED ZEPPELIN, ma dopo un minuto devi toglierlo, provi col secondo di JOHN MILES ma dopo qualche secondo l’impulso è lo stesso, BAD COMPANY nemmeno a pensarci, ELP, FREE, JOHNNY & EDGAR WINTER , AEROSMITH neanche, quasi ci fosse un bisogno di tenere separata la musica che ti ha modellato al dolore della perdita di colui che ti ha creato. Resti allora su cose che comunque ami molto ma più neutre.

STANLEY CLARKE…

e JONI MITCHELL…

Per diversi anni ti sei  preso cura di Brian in tutto e per tutto e quando la cosa finisce vai incontro ad un vuoto che ti disorienta. Speri così che passino in fretta un po’ di settimane, il tempo necessario per elaborare meglio la cosa e per lenire il dolore. Riprendi ad andare a concerti, a fare le prove col tuo gruppo, a vivere e ad amare. Ti illudi d’ iniziare a trovare un poco di equilibrio, ma sotto la cenere non ci sono braci, ci sono tizzoni ardenti. Così, una volta rimessoti perlomeno in piedi, ti metti alla ricerca di Brian, dei tuoi ricordi con lui, mentre senti che la vita torna a scorrere e nello lettore della blues mobile iniziano ad arrivare i tuoi dischi, SANTANA III ad esempio…

FOXTROT…

 

Per quanto doloroso senti che è un passo che devi fare quello di tornare sui suoi passi. Indugiare nella tristezza non è mai salutare, ma ognuno si arrangia come può per elaborare certe perdite.

Passi davanti al palazzo in cui Brian ha abitato gli ultimi due o tre lustri, volgi lo sguardo alla finestra della cucina, la finestra da cui si affacciava i sabati mattina in attesa che tu arrivassi, passi davanti al Conad del New Tower e del bar di Chen il cinese dove andavate a fare la spesa e a prendere un caffè, vai a mangiare una pizza con tua sorella nella pizzeria lì vicino, uno degli ultimi ristoranti in cui siete stati con Brian, e poi vai a Ninentyland, il tuo paesello natio, dove il vecchio ha passato almeno quarant’anni della sua vita. Ti fai un bel giro a piedi, ricordi lontani ti rapiscono e ti riportano in quel tempo in cui tutto ti sembrava andasse bene, in cui la tua era una famiglia felice, in cui sulla vita e sul futuro il sol dell’avvenire avrebbe sempre dominato.

Ti fermi nel bar dove gli ultimi anni portavi Brian, ti bevi un crodino in suo onore, il barista ti chiama Tirelli, ti fa le condoglianze e ti chiede notizie, tu ti concentri su quell’erma torre che sempre cara ti fu per cercare un appiglio nel tempo e nello spazio…

NNT, Torre dei Modenesi detta torre dell'orologio.

NNT, Torre dei Modenesi detta torre dell’orologio.

Mentre al mattino vai al lavoro, nelle giornate limpide, t’imbatti nel bel panorama del Monte Cusna innevato e ogni volta ti sembra di essere trasportato dalle note di APPALACHIAN SPRING di AARON COPLAND…

Monte Cusna - panorama dalla pianura

Monte Cusna – panorama dalla pianura

Poi col passare del tempo ti sembra di iniziare ad assorbire la botta, quasi ti sorprendi della cosa fino a che inciampi in piccoli episodi che ti fan capire che in fin dei conti ci sei ancora dentro, e probabilmente lo sarai sempre. Dopo averli lavati e stirati lei ti appoggia sul como’ quei pochi maglioni di Brian che hai tenuto per ricordo, tu li prendi e li porti nell’armadio su in soffitta, mentre lo fai li stringi a te e un fiotto di lacrime ti annebbia la vista.

Ti ricomponi, ti butti sotto la doccia, Radio Capital passa FATHER AND SON di CAT STEVENS e in mezzo secondo ci ricaschi. Meno male che lo scroscio d’acqua confonde le lacrime.

Finisci anche per comprare il primo numero con annesso modellino di una nuova collana dedicata agli autobus, Brian era un autista di corriere e così ti sembra logico avere quel pullman blu sopra alla mensola della sala.

Brian e la corriera

Brian e la corriera

Una volta chiedesti ad un amico tuo coetaneo come stesse suo padre il quale aveva appena perso la vecchissima madre. Il tuo amico ti rispose una cosa del tipo ” è ancora lì che tribola per la faccenda di sua madre, mah”, quasi incredulo della cosa. Magari gli esserei umani hanno reazioni diverse davanti a queste cose, magari uno non capisce e non immagina cosa possa significare una perdita del genere fino a che non ne affronta una. Tutte cose inevitabili, è uno dei misteri insondabile della vita, ma è buffo vedere che nonostante siano milioni di anni che gli esseri umani (in forma primitiva o evoluta) affrontino queste perdite ancora le vivano con tanto patema, perché come ti ha scritto in un telegramma il padre del tuo amico in questione “quando se ne vanno è sempre troppo presto” … già.

Nonostante questi pensieri ti chiedi se un uomo della tua età debba commuoversi così, debba piegarsi al volere di questo sentimentalismo da strapazzo…ne sei conscio, lo capisci, ma non puoi farci nulla. E intanto è già passato un mese.

Quanto ti manca il vecchio Brian.

Father & Son (Tim & brian dicembre 2014)

Father & Son (Tim & Brian dicembre 2014)

 

 

 

 

NEWS: finalmente un album dal vivo degli anni settanta della Bad Company: Live In Concert 1977 & 1979

3 Mar

Avevo avuto una imbeccata qualche tempo fa circa possibili nuovi tre progetti della (Original) BAD COMPANY previsti per quest’anno. Oltre alle prevedibili due nuove uscite delle edizioni speciali del terzo e quarto album, sognavo che facessero finalmente uscire un album dal vivo registrato negli anni settanta. Mi sono sempre chiesto perché all’epoca non fu mai pubblicato nulla, immaginando che il gruppo avesse registrazioni multitraccia di qualche buon concerto.

Ed ora eccolo qui: Bad Company Live In Concert 1977 & 1979, composto da registrazioni prese dal concerto di HOUSTON del 23 maggio 1977 e di LONDRA del 9 marzo 1979. Ad esse si aggiunge la registrazione di HEY JOE presa dai nastri di WASHINGTON 1979 (già apparso su bootleg).

L’album verrà pubblicato dalla RHINO il 29 aprile.
AGGIORNAMENTO del 09/03/2016: entrambi i concerti sono purtroppo incompleti, questo per far stare il tutto su due cd. La qualità sonora sembra sia ottima, in particolare quella relativa allo show di Londra, registrato all’epoca da Martin Birch, sembra sia stupefacente. I nastri non sono stati ritoccati, dunque quello che sentiremo è esattamente quello fu registrato all’epoca. I nastri sono stati per decenni negli archivi della Swan Song in stato di abbandono.”

Bad Companu live 1977/79original

CD1

  1. Burnin’ Sky
  2. Too Bad
  3. Ready For Love
  4. Heartbeat
  5. Morning Sun
  6. Man Needs Woman
  7. Leaving You
  8. Shooting Star
  9. Simple Man
  10. Movin’ On
  11. Like Water
  12. i. Live For The Music
  13. ii. Drum Solo
  14. Good Lovin’ Gone Bad
  15. Feel Like Makin’ Love
BAD COMPANY: Boz Burrell / Mick Ralphs / Paul Rodgers / Simon Kirke

BAD COMPANY: Boz Burrell / Mick Ralphs / Paul Rodgers / Simon Kirke

CD2

  1. Bad Company
  2. Gone, Gone, Gone
  3. Shooting Star
  4. Rhythm Machine
  5. Oh, Atlanta
  6. She Brings Me Love
  7. Run With The Pack
  8. i. Evil Wind
  9. ii. Drum Solo
  10. Honey Child
  11. Rock Steady
  12. Rock‘n’Roll Fantasy
  13. Hey Joe (Live in Washington, June 1979)
  14. Feel Like Makin’ Love
  15. Can’t Get Enough

Bad Company e Joe Walsh

Il gruppo inoltre partirà per una tournée americana (insieme a Joe Walsh):

JOE WALSH & BAD COMPANY TOUR DATES:

5/12/2016 – Dallas, TX @ Gexa Energy Pavilion
5/15/2016 – Morrison, CO @ Red Rocks Amphitheatre
5/17/2016 – Concord, CA @ Concord Pavilion
5/18/2016 – Chula Vista, CA @ Sleep Train Amphitheatre
5/20/2016 – Los Angeles, CA @ The Forum
5/22/2016 – Phoenix, AZ @ AK-Chin Pavilion
5/24/2016 – The Woodlands, TX @ The Cynthia Woods Mitchell Pavilion
5/26/2016 – New Orleans, LA @ Bold Sphere Music at Champions Square
5/28/2016 – Tampa, FL @ MidFlorida Credit Union Amphitheatre
5/29/2016 – W. Palm Beach, FL @ Cruzan Amphitheatre
6/7/2016 – Darien Center, NY @ Darien Lake Performing Arts Center
6/9/2016 – Mansfield, MA @ Xfinity Center
6/11/2016 – Holmdel, NJ @ PNC Bank Arts Center
6/12/2016 – Camden, NJ @ BB&T Pavillion
6/14/2016 – Wantagh, NY @ Nikon At Jones Beach Theater
6/16/2016 – Noblesville, IN @ Klipsch Music Center
6/18/2016 – St Louis, MO @ Hollywood Casino Amphitheatre
6/20/2016 – Kansas City, MO @ Starlight Theatre
6/22/2016 – Clarkston, MI @ DTE Energy Music Theatre
6/23/2016 – Chicago, IL @ FirstMerit Bank Pavilion
6/26/2016 – Cuyahoga Falls, OH @ Blossom Music Center
6/28/2016 – Pittsburgh, PA @ First Niagara Pavilion
6/30/2016 – Charlotte, NC @ PNC Music Pavillion
7/3/2016 – Nashville, TN @ Carl Black Chevy Woods Amphitheatre

Non sto nella pelle.

Semifinale di Coppa Italia: INTER – JUVE 3 – 0

3 Mar

Domenica sera eravamo in tre sul divano: io, Picca e Mario. Fuori la bufera, dentro il segnale satellitare che andava e veniva  causa il maltempo e noi tre delusi, amareggiati, rassegnati davanti all’ennesima prova deludente della nostra amata squadra contro l’avversario (o meglio, il nemico) di sempre. Un secondo tempo così indolente e pieno d’accidia che ci spingeva nell’abisso della disperazione calcistica. 2 a 0 al Conat Stadium sotto un diluvio di prese in giro (eufemismo). Il peggio che possa capitare, parlando di football, ad un tifoso dell’INTER.

Mercoledì sera: ci ritroviamo in due, io e Mario. Ci siamo accordati all’ultimo, non è bello restar soli nei momenti di difficoltà. Mentre lo aspetto ripenso alle partite viste insieme. Io e Mario siamo amici dal 1990. Eravamo colleghi alla Panini Spa e benché  nel 2000 io abbia poi preso un’altra strada siamo sempre rimasti in contatto. Prima ci ritrovavamo per le partite di Coppa trasmesse in chiaro e poi da quando ho Sky (2004), guardare insieme le partite (campionato o Champions league) è diventato un piacevolissimo rito. Mario arriva. Porta del Franciacorta con cui aperitiviamo e due pregiate bocce di vino rosso. La groupie ci prepara un risotto con gli asparagi e scaloppine al limone. Chiudiamo con una macedonia di frutta fresca. Palmiro è sul frigo che dorme. Ci trasferiamo in sala.

Abituati a Sky, davanti alle miserie delle telecronache Rai ci deprimiamo un po’, ma il tutto è dovuto anche alla pessima forma della squadra che negli ultimi due mesi ha buttato nella toilette il capitale messo da parte nel girone d’andata. Non sappiamo cosa aspettarci. Certo, fantastichiamo di rimonte impossibili (all’andata abbiamo perso 3 a 0), ma fare quattro goal alla J**e non è esattamente automatico. Guardo la maglietta che indossa Mario: è quella del 2010 con cuciti gli stemmi dello scudetto, della coppa Italia, della coppa del mondo per club. Sospiro.

I commentatori ripetono più volt che la J**e gioca in formazione rimaneggiata, leggo i nomi: ci saranno anche quelli che considerano seconde linee, ma la formazione fa comunque impressione. A noi mancano MURILLO, MIRANDA, ICARDI. Beh, allora anche noi giochiamo con le riserve.

Passano i primi minuti, non dico nulla, ma scambio occhiate con Mario. Mai visto in questa stagione un inizio così brillante. Passa il tempo ma la cosa non cambia: sembriamo dei forsennati. Decisi, determinati, bravi, tonici, dinamici, cazzuti, ordinati, coraggiosi, audaci. La squadra nemica non riesce ad uscire dalla propria metà campo. BROZO fa goal. Io e Mario iniziamo a scaldarci. Scrivo qualcosa sul INTERISTA SOCIAL CLUB,( https://www.facebook.com/groups/641284235974678/) il gruppo facebook che ho creato qualche tempo fa:

“22 minuti che giochiamo a calcio e vinciamo 1 a 0 con la Juve. Non ci vuole tanto.” 

Poco dopo aggiungo :“Miglior primo tempo della stagione.”

KONDOGBIA giganteggia, ed è un vero peccato che debba uscire dopo aver preso una botta in testa.

La cosa si fa interessante. Io e Mario allentiamo la tensione con una grappa. Parte il secondo tempo, l’umore della squadra non cambia. Giochiamo benissimo. Io e Mario siamo basiti, giocatori che sino a tre giorni fa sembravano morti ora sembrano tigri indemoniate. MEDEL, EDER, PERISIC, BROZOVIC sembrano giocatori in lista per il pallone d’oro. Tutti gli altri appena fuori la Top 20. Azione devastante e PERISIC fa il 2 a 0. Scatto, urlo “Barcellona Barcellona”. La groupie corre in sala a calmarmi. Poco dopo rigore per noi: 3 a 0.

Inter Juve 3-0 (foto Corriere della Sera)

Inter Juve 3-0 (foto Corriere della Sera)

Dominiamo la J**e per 90 minuti. E’ dal maggio 2010 (sigh) che non vedo un ‘Inter così. Continuo a scrivere su INTERISTA SOCIAL CLUB:

“Ma stiamo guardando l’Inter o il Barcellona? Che Inter!”

“Una grappa , un rum … sono già in chiara. Che Inter ragazzi che Inter.”

“No ma …3 a 0…”

“Miglior squadra di tutti i tempi? Va beh prima forse c’è l’Olanda 1974-1978 ma siamo lì…”

Lottiamo fino alla fine per il 4 a 0, ci andiamo vicinissimi in un paio di occasioni. Nella Juve entra Pogba. Si vede subito. Zaza colpisce il palo, e la squadra bianconera inizia a soffrire assai meno. Penso: se avessimo uno così al posto di, che so, FELIPE MELO (che per fortuna resta in panchina).

I supplementari finiscono zero a zero, una giocatore della J**e e due dell’Inter sono malconci, zoppicano, stanno in campo solo perché le sostituzioni sono finite.

Lo so sin da subito, me lo sento, ai rigori non passeremo. Infatti PALACIO colpisce la traversa col suo tiro. La J**e non ne sbaglia uno. E va in finale.

Uno fa presto a dire “L’importante era dare un segnale forte a tifosi, società, allenatore”, ” E’ già stata una impresa rimontare i tre goal”, ma poi ci  si rimane male ugualmente.

 

Gazzetta soprt 3-3-2016

L’equazione più gnocca da fare è “ci voleva tanto giocare così o quasi così durante gli ultimi mesi? ” Rifletto su dove potremmo essere se avessimo avuto questo amor proprio nel cuore, ci staremmo giocando il campionato con J**e e Roma, non saremmo impantanati al 5° posto, a 13 punti dalla prima, a 5 dal terzo posto  e col Milan dietro a un punto (dopo che lo avevamo distanziato di 13 lunghezze).

Aver visto l’Inter giocare così bene mi fa capire che, va bene che siamo una squadra “pazza”, ma qualità ce ne è, anche in squadra senza fuoriclasse, che l’allenatore tutto sommato sa far giocare la squadra, e che la questione “testa” è la principale responsabile del nostro misero campionato. Sì perché, pensiamoci bene, abbiamo dato tre goal alla Juventus, che per quanto ci dispiaccia scriverlo, è una delle corazzate europee.

Nel breve volgere di tre giorni, da brocchi senza nerbo a (quasi) campioni pieni di personalità. Smettiamola con la pazzia, con il nostro approccio fuzzy (©Sector), tiriamo fuori la testa, siamo l’INTER.

“… con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”