John “Mangiafegato (liver-eating)” Johnson

4 Apr

Ho letto recentemente il libro Thorpe & Bunker “CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO” (La Frontiera Edizioni 1988 – titolo originale CROW KILLER 1958) e lo ho trovato intrigante essendo un argomento che mi interessa davvero molto.

Thorpe & Bunker Crow killer book

Thorpe & Bunker Crow killer book

Il libro narra naturalmente le avventure del mountain man John Johnson, il personaggio realmente vissuto a cui si ispirarono ROBERT REDFORD e SYDNEY POLLACK per il film del 1972 JEREMIAH JOHNSON (in italiano CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO).

Jeremiah Johnson - il film

 

Lo sapete, è il mio film preferito in assoluto, ma è molto romanzato e si prende parecchie libertà rispetto a quella che probabilmente è stata la vita di Johnson, e la stessa cosa fa il libro. Non credo sia facile fare dei distinguo tra la cruda verità e le leggende che sono nate dai racconti sgorgati davanti ai falò di quegli anni in quelle terre selvagge.

Davvero alcuni incauti indiani Crow uccisero la moglie indiana (incinta nel libro) (e il “figlio” adottivo dato al mountain man da una donna diventata pazza dopo che gli indiani sterminarono quasi tutta la sua famiglia – nel film) e per vendetta JJ iniziò ad ammazzare guerrieri Crow fino a che ne uccise così tanti che i Crow finirono per rispettarlo?

Robert Redford - Jeremiah Johnson

Robert Redford – Jeremiah Johnson

Davvero una volta fu catturato dai Crow (nel libro) e riuscì a fuggire, non prima di aver ucciso la sentinella, di averne tagliato abilmente una gamba, e di essersela portata con sé come scorta di cibo durante una interminabile fuga di più di 200 miglia sotto tempeste di neve?

Sembra siano tutte esagerazioni. Biografie meno romantiche e forse più attendibili dipingono JJ come un uomo diverso da quello che la leggenda vuole.

Mangiafegato Johnson era un uomo violento, attaccabrighe e senza tanti scrupoli, alto un metro e novanta per 118 chili (senza un filo di grasso) divenne un mountain man leggendario, ma senza dare all’aggettivo accezioni positive.

La prima immagine conosciuta di JJ 1876-1877 (photo Fouch)

La prima immagine conosciuta di JJ 1876-1877 (photo Fouch)

Nasce come John Garrison a Little York nel New Jersey nel giugno del 1824. Il padre Isaac di origine irlandese o scozzese era alcolizzato e manesco, picchiò il figlio quasi fino a morte. Fu obbligato dal padre a lavorare per pagare i debiti del genitore, fino a che John si stufò e si imbarcò su una nave. Cacciò balene per circa 12 anni prima di abbandonare. Si arruolò in marina, ma il carattere focoso lo costrinse a fuggire dopo aver colpito un ufficiale. Cambiò nome in Johnston (con la t) per confondere le acque e si diresse all’ovest.  California, Colorado, Wyoming e Montana. Cercatore d’oro, cacciatore, trapper, trafficante di whiskey, taglialegna, scout per l’esercito. Combatté costantemente contro gli indiani.

John Garrison - John Johnson

John Garrison – John Johnson

Anche il soprannome mangiafegato (dovuto al fatto che ogni volta che uccideva un crow asportava il fegato del malcapitato e lo assaggiava) sembra sia falso. Potrebbe derivare dal fatto che nel 1868 lui e alcuni suoi amici taglialegna furono attaccati dai Sioux perché abbattevano alberi (per procurare legname per le navi a vapore) su territorio indiano. Mangiafegato piantò il coltello sul fianco di un guerriero, quando lo estrasse notò che sulla lama era rimasto una parte del fegato, così scherzando chiese agli altri “qualcuno ne vuole un boccone?”

Il coltello di mangiafegato Johnson

Il coltello di mangiafegato Johnson

Tra il 1863 e il 1865 diventò scout per la cavalleria del Colorado durante la guerra civile americana. Tornò quindi nel Montana, cercò l’oro e combatté gli indiani. Spese tutti i suoi soldi a bere whiskey a Fort Benton fino a che non fu costretto a tornare a lavorare vendendo merci ai minatori. Col suo compare JX Beider poi si rimise a fare il boscaiolo sul fiume Missouri, mestier pericolosissimo in quei luoghi: nell’estate del 1868 sette taglialegna furono uccisi dagli indiani. Si mise anche a vendere teschi di indiani ai turisti che passavano da quelle parte sulle navi a vapore. Tornò poi a fare il trapper e a cacciare. Ebbe molti scontri con i Sioux, i quali continuavano a rubargli trappole e pelli di castoro. Johnson lasciava avanzi di cibo avvelenati nella sua tenda affinché i pellerossa li mangiassero. Una volta alcuni lo aspettarono nella sua capanna, ma lui fiutò il pericolo, si infilò nel tunnel che aveva costruito e li sorprese.

Liver-eating Johnston cabin

Liver-eating Johnston cabin

Tornò a trafficare in Whiskey, a tornò a fare lo scout per l’esercito e fece da guida ad alcune spedizioni in Montana. Ebbe poi a che fare con la linea delle diligenze, diventò uomo della legge a Coulson nel Montana, si unì persino al Wild West Show. Si ritirò poi nella sua capanna a Red Lodge, ma tornò a fare lo sceriffo fino a che una vecchia ferita alla spalla avuta durante la guerra civile non lo constrinse a smettere per sempre.

late 1800's - Wyatt Earp, Teddy Roosevelt, Doc Holliday (John Henry), Morgan Earp - Liver Eating Johnson - Butch Cassidy - The Sundance Kid

late 1800’s – Wyatt Earp, Teddy Roosevelt, Doc Holliday (John Henry), Morgan Earp – Liver Eating Johnson – Butch Cassidy – The Sundance Kid

Nel 1899 si ritirò al Veteran Hospital di Los Angeles, dove morì il 21 gennaio del 1900. Fu sepolto in California. Nel 1974 finalmente i suoi resti furono portati a Old Trail Town, Cody, WY, uno dei posti più amati da Johnson, a nemmeno cento chilometri dalla “sua” Red Lodge, MT.

 

John Johnson Grave - Old Trail Town, Cody, Wyoming

John Johnson Grave – Old Trail Town, Cody, Wyoming

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

Luca Ronchi “Mario Schifano – Una Biografia” (Johan & Levi) di Paolo Barone

2 Apr

Il nostro Polbi ha letto la biografia di Mario Schifano, ecco cosa ne pensa…

Mario Schifano – Una Biografia, di Luca Ronchi e’ un libro che mi ha colpito molto e che mi sento di consigliare tantissimo, non solo a chi ha un interesse verso gli sviluppi e la storia dell’arte e della cultura nel nostro paese, ma anche e molto a chi come me e’ appassionato di Rock e di tutto quello che gira intorno a questa strana e magica parola.

Mario Schinao Una Biografia

Ronchi, che aveva conosciuto Schifano nel ’73, ha curato un documentario che si chiama Mario Schifano Tutto e questa biografia corale, fatta di interviste e memorie dirette delle persone che più di tutti hanno condiviso il percorso esistenziale dell’artista romano. E’ un libro avvincente, che racconta la vita assolutamente fuori dal comune del piu’ famoso e importante pittore Italiano del dopoguerra. E nel farlo ci parla di Roma e della sua trasformazione dall’essere uno dei centri internazionali della cultura negli anni sessanta, alla metropoli confusa dei novanta e oltre. Ci racconta di arte, artisti, principesse, viaggi, miliardi spesi e guadagnati, droghe e arresti. Di cadute esistenziali totali, assolute, e di conseguenti rinascite folgoranti.

Il libro di Ronchi e’ una miniera di storie incredibili, e molte si intrecciano con il Rock e il suo mondo, per un tipo come lui  in quel periodo storico era del tutto naturale questo continuo incontro/scambio con la musica, la moda, la poesia, le nuove tecnologie. Schifano ebbe una lunga relazione con Anita Pallenberg e lei ci dice dei loro viaggi insieme e di una Roma in cui, fra Piazza del Popolo, Villa Medici e Trastevere, si ritrovavano i Rolling Stones, Andy Warhol, Ungaretti, Moravia e Pasolini.

Anita Pallenberg & Mario Schifano

Anita Pallenberg & Mario Schifano

Sono storie sorprendenti, che spesso delineano ritratti inediti di personaggi e situazioni che spesso ci immaginavamo diverse. Come scoprire che Giuseppe Ungaretti si arrabbiava molto quando Mario Schifano lo chiamava Joe, ma che poi quando gli fece sentire il pezzo di Hendrix rimase entusiasta e porto’ in dono un bel Peyote a tutta la compagnia. O quella dell’ incontro con Dylan. Marco Ferreri stava girando in America con Tognazzi e una tale Sally, moglie di Albert Grossman manager di Dylan. Una domenica furono tutti invitati in questa casa di campagna a Woodstock dove lui stava suonando con la Band. Era la famosa “Big Pink” e quelli erano i giorni dei Basement Tapes. Ugo Tognazzi ci teneva moltissimo a preparare il pranzo, si mise subito ai fornelli con tutti gli ingredienti che si era portato apposta, e preparo’ un amatriciana spettacolare per tutti, mentre Dylan faceva su e giu’ fra la macchina da scrivere dove creava i testi delle canzoni, e un piatto di bucatini!

Nel libro arriva anche Marianne Faithful a racconatre della travolgente relazione fra lei e Schifano trascorsa sotto le minacce di Jagger, fra Roma e l’Inghilterra.

Il pittore romano era come un vortice, e nelle sue case transitavano giorno e notte scrittori, artisti, rockstar e disadattati di ogni tipo e natura. Nelle stesse stanze giravano allo stesso tempo Gianni e Marella Agnelli, i ragazzi del movimento studentesco, Keith Richards, spacciatori della Magliana, Jack Kerouack e Guttuso (l’elenco potrebbe andare avanti all’infinito). Come alla Factory di Warhol, ma con piu’ verita’, forse con piu’ passione, meno calcolo e totale adesione esistenziale. Una vita a porte spalancate, che portera’ tutti e due gli artisti a un passo dalla morte, uno sparato da un instabile Valerie Solanas, l’altro ostaggio della malavita romana quasi dissolto in un mare di eroina.

Mario Schifano

Mario Schifano

Ma la vita di Schifano e’ fatta di rinascite, e tutto ripartira’ negli anni ottanta e poi ancora nei novanta prima di morire improvvisamente.

La biografia ci restituisce tanti diversi momenti, e altrettanto diversi punti di vista, senza mai stancare, forse proprio per questo alternarsi di voci narranti, ognuna con i suoi ricordi, ognuna testimone di qualcosa dell’universo Schifano.

Verso la fine del libro, fra le righe, qualcuno lo definisce come il Caravaggio dei nostri giorni, e a pensarci bene le affinita’ sono tante. Stessi luoghi, stesse vite avventurose, stessa forza nelle passioni. Artisti che il potere ha voluto accogliere con le loro opere anche quando queste erano difficili da digerire, come le madonne proletarie del primo, o le bandiere rosse dipinte per casa Agnelli da Schifano. Ma che poi non ha esitato a incarcerare, processare e condannare. Accoglievano le opere, ma non potevano tollerare impunemente vite cosi ribelli. E parte del fascino di Mario Schifano e’ proprio in questo suo impersonare un pirata aristocratico in quanto artista, nel quale a tutti piace in qualche modo riconoscersi. Pensiamo a tutto questo quando guardiamo i suoi lavori, insieme e oltre alla bellezza stessa dei quadri, capaci di parlare a tutti e diventare fenomeni culturali di massa. Pochissimi pittori al mondo ci sono riusciti ad essere cosi popolari, specialmente nell’ambito della pittura contemporanea.

E’ un libro che racconta di uno dei contributi italiani piu importanti e riconosciuti, alla cultura e all’arte del novecento. Schifano contibui’ tantissimo a mille aperture, in tanti modi diversi. Basti pensare allo spettacolo totale di musica e immagini “Grande angolo, Sogni, Stelle”, happening psichedelico andato avanti una nottata intera al Piper, con la partecipazione fra gli altri di Gerard Malanga e del gruppo “Le Stelle di Mario Schifano”, un lampo sperimentale sospeso fra la fine del Beat e la nascita del Prog. Uno dei pochi momenti in cui il nostro paese ha viaggiato al passo con i tempi.

Oppure i suoi interventi sulle immagini televisive, rieleborate e restituite in mille modi diversi. Queste cose succedevano a New York a Londra e praticamente in contemporanea a Roma.

A lui gli Stones hanno dedicato una canzone molto bella, Monkey Man, magari un po’ seccati dal fatto che sia Anita che Marianne avevano perso la testa per il nostro.

Il Rock era ed e’ un universo di cose, un modo di vivere, di vedere il mondo ed esprimere le proprie emozioni. Questo libro racconta la vita di Mario Schifano, la piu’ grande rockstar italiana di tutti i tempi.

 

SINOSSI:

Mario Schifano è l’artista romano ritenuto il rappresentante italiano della Pop Art e le sue opere richiamano i lavori di grandi artisti americani quali Warhol, Jasper Johns e Robert Rauschenberg. Sostenuto da importanti gallerie italiane e internazionali, insieme ai “pittori maledetti” ha rappresentato un momento fondamentale dell’arte contemporanea italiana ed europea. Artista eclettico, appassionato studioso di nuove tecniche pittoriche, è stato tra i primi a usare il computer per creare opere e tra i primi a sperimentare innesti tra pittura e altre forme d’arte come musica, cinema, video, fotografia. Muore a 64 anni a causa di un infarto. In questo volume dal format inusuale Luca Ronchi ricostruisce attraverso le testimonianze dirette di chi fu vicino all’artista, raccolte nel tempo e montate in scambi diretti quasi come in una pièce teatrale, il mondo di Mario Schifano restituendone con forza la ricchezza e la complessità nonché lo scenario artistico e sociale di quel periodo, dando vita a un ritratto articolato e oggettivo che fa rivivere a tutto tondo un uomo e artista fortemente legato al suo tempo.

L’arrivo di una nuova Les Paul (The Gibson connection)

31 Mar

Credo fosse il 1978, massimo 1979. Frequento l’Istituto Tecnico Commerciale Jacopo Barozzi, il mio amico Biccio il liceo Muratori, due scuole superiori una accanto all’altra. E’ una fredda mattina di autunno. Decidiamo di fare cabò, di marinare la scuola insomma. Biccio è il mio migliore amico, entrambi veniamo dal paesello al di là del fiume, la sua ragazza è la migliore amica della mia, io e lui abbiamo messo insieme una band da poco più di un anno, io amo i LED ZEPPELIN lui i GENESIS, io HUTCH lui STARSKY, io i DAMNED lui gli ULTRAVOX, io MUDDY WATERS lui CHOPIN, entrambi pratichiamo il culto interista, abitiamo in due palazzine una di fianco all’altra, i suoi genitori sono molto amici dei miei, entrambi amiamo anche i FREE, SANTANA, KEITH EMERSON, JOHN MILES, BILLY JOEL, (il primo) VASCO, DE GREGORI, (Edoardo) BENNATO e, diciamolo piano, i POOH.

Siamo due adolescenti alla fine degli anni settanta, jeans Raphael, (simil) Clarks e magliette, siamo già pieni di nostalgie e malinconie immaginarie (quello che poi oggi chiamiamo blues) ma sui nostri Tentation Romeo 4 marce sfrecciamo lungo le freeway del futuro che, siamo certi, sarà luminoso.

Non abbiamo voglia di andare a scuola questa mattina così, prima di rifugiarci in un caffè, che altro possiamo fare se non fare una capatina al MUSIC SHOP, storico negozio di strumenti musicali di Mutina a due passi due dalla stazione delle corriere? Entriamo e la vedo. E’ la prima GIBSON LES PAUL STANDARD Cherry Sunbusrt che osservo da vicino. Rimango irretito. So che non me la potrò mai permettere, così se non altro cerco di  riempirmi gli occhi coi suoi colori e le sue forme. Appoggio gli occhi su una più accessibile EKO C44, col disegno floreale, non è un granché ma chissà perché mi attira e so che forse un giorno quella potrò permettermela.

EKO C44

EKO C44

Esco dal negozio, e da quel momento la Les Paul Standard di quel colore resterà impressa per sempre nella mia maruga.

Col gruppo uso una simil telecaster presa a noleggio da Casalgrandi, la prima elettrica che compro è una FENDER MUSTANG nera, la chitarra che non sta accordata.

Il 26 marzo del 1983 mi congedo da militare e lo stesso giorno vado a PADOVA con Brian, nel negozio di un amico di un mio amico a comprare finalmente la mia prima Les Paul Standard e  il mio primo Marshall. Non hanno la Cherry Sunbusrt così opto per la Tobacco Burst.

TIM (live 1995) - Gibson LP Standard Tobacco Burst 1981

TIM (live 1995) – Gibson LP Standard Tobacco Burst 1981

Nel maggio del 1992 mia madre intraprende il viaggio verso l’ignoto e io per compensare penso di prendere un’altra Les Paul. Non sono anni facili, chiedo un prestito per poterla comprare ma sento che devo farlo. Notari, titolare di un negozio di chitarre, mi mette davanti un paio di LP Standard Cherry Sunburst e una Les Paul Custon Oxblood (che però io chiamo color malva) e stranamente scelgo il Custom. Non so perché ma collego quella a mia madre.

TIM (live 1994) - Gibson LP Custom Malva 1991

TIM (live 1994) – Gibson LP Custom Malva 1991

Sono soddisfatto delle mie Les Paul ma mi rimane la voglia della Cherry Sunburst. Prendo altre chitarre, Gibson Doppiomanico, Danelectro, ma nessuna riesce a sopire il riflesso incondizionato che mi porto dietro dal 1978. A volte mi dico, adesso ne prendo una, ma poi rifletto, cerco di essere razionale e inizio la solita litania “ma che te ne fai, ne hai già due, prima o poi smetterai di suonare, devi venderle le chitarre non comprarle” e paturnie di questo genere.

Arriva il 2016, l’anno che si porta via Brian. Per quanto fossi preparato all’idea, la cosa mi sbatte a terra con forza imprevista. Mi rialzo in fretta, riprendo la mia vita, ma il vuoto lasciato mi disorienta. Qualche giorno fa mi dico, quasi quasi mi prendo la Cherry Sunburst. La groupie, che per queste cose è un po’ incosciente, invece di frenarmi mi spinge. Mando un messaggio al mio amico Wilko, che lavora da Lenzotti, grande negozio musicale della città. Mi scrive che ne ha una usata, mi invia la foto, da cui si intravedono altre Les Paul. Sono in fustinella. Chiamo il mio amico Lorenz, il Rick Derringer di Vignola, lui sa tutto delle Gibson (e delle chitarre in genere), aveva un negozio di strumenti musicali tempo fa ed è un eccellente chitarrista Rock.

E’ così che in questo pomeriggio di fine marzo mi ritrovo nel negozio in compagnia di WILKO e LORENZ. Siamo tre gibsoniani, stavolta mi sa che non mi salvo. Prendo in mano la chitarra usata, ma non mi convince, così Wilko mi fa provare una traditional nuova color Light Burst, ma i miei occhi sono rimasti sulla Cherry Sunburst esposta lì vicino.

Le chitarre che la Gibson produce oggi sul modello delle Les Paul Standard della fine anni cinquanta si chiamano TRADITIONAL, serie T o HP. La serie HP (High Performance) sono sostanzialmente per i fighetti del giorno d’oggi, per chi è della vecchia scuola l’unico modello possibile è la T. Le STANDARD attuali hanno le camere tonali, due specie di cavità all’interno del corpo, pesano meno dunque, ma chissà come suonano…non mi interessa nemmeno saperlo.

Le due Les Paul Standard di Page sono semplicemente SUNBURST, ma le tante foto dal vivo del nostro DARK LORD, sotto i riflettori, danno alle stesse il riflesso rossastro tipico della CHERRY SUNBURST…

Jimmy Page 1973

Jimmy Page 1973

Oggi non fanno più il colore SUNBURST, oggi c’è la Light Burst, la Tea Burst, l’Honey Burst etc etc e anche se forse sono quelle più simili alle originali di Page, so che se comprerò la Light Burst ad esempio, poi mi rimarrà la voglia della CHERRY SUNBURST e che prima o poi dovrò prendermela. Proviamo la LIGHT BURST. A Lorenz e Wilko come sfumatura piace più questa, forse hanno ragione, a me ricorda la chitarra di PAUL KOSSOFF, e non sono convinto…

La Light Burst

La Light Burst

Wilko ci porta la CHERRY e i pianeti inziano a riallenarsi…

Lorenz prova la Cherry Sunburst

Lorenz prova la Cherry Sunburst

Naturalmente deve sempre esserci un po’ di blues, il pick up al ponte sembra avere un contatto, la portiamo al liutaio che opera sopra al negozio  e che poi, d’accordo con Wilko, sostituirà il pick up. L’operazione porta via più di un ora, che spendo parlando – di chitarre – con Lorenz e Wilko. Ora, quando Lorenz e Wilko parlano di chitarre non ce ne è per nessuno. Sanno tutto, e io mi rendo conto che non so proprio nulla. Wilko è naturalmente il (gran) chitarrista dei RATS, gruppo che ad inizio anni ottanta ed inizio anni novanta ebbe il suo bel dal fare, arrivando anche in classifica.

Facciamo dei discorsi che se ci allontaniamo 50 metri dal negozio la gente ci prende per psicopatici. Parliamo della TELECASTER, il modello Fender che preferiamo e Wilko arriva a dire “oh, volete sapere una cosa, per me la FENDER è la TELECASTER”. Mi guardo in giro e dico,”Oh Wil, parla piano, se ci sente qualcuno dire una cosa del genere siamo fritti” I Talebani della STRATOCASTER potrebbero minacciarci di morte.

Finalmente la chitarra è pronta. Aggiungo una tracolla Gibson, e una confezione di 50 penne (plettri) Gibson. Ma il pannetto per le corde è Fender, maledizione.

Usciamo dal negozio. Offro uno Spritz a Lorenz. Finiamo per fermarci nel bar per un’altra ora e mezzo. Fuori c’è il sole primaverile, sto bevendo un aperitivo col mio Gibson Twin, ho appena comprato una Les Paul, anzi LA Les Paul…la vita potrebbe andar peggio. Parliamo ininterrottamente di chitarre, di rock e di Jimmy Poige e del suo incredibile declino come chitarrista, dalle altezze siderali alle terre basse di Leopold *

* https://timtirelli.com/2012/05/15/c-s-i-rock-is-jimmy-page-dead/

Alle 19,30 ci lasciamo. Arrivo a casa, la groupie è ad un corso d’inglese. Apro la custodia… dio (cioè Page), quanto è bella.

TIM - Gibson Les Paul Traditional T 2016

TIM – Gibson Les Paul Traditional T 2016

Mi faccio la doccia, il solito piatto di quando sono a casa solo (spaghetti alle vongole of course), mi bevo una birra e mi rilasso sul divano. Rincasa la Valentino Rossi del rock and roll, corre nello studiolo: “Tyrrell, ma è bellissima!”. La groupie è al settimo cielo. Di donne così, non ce n’è.

Al mattino mi sveglio alle 6. Non riesco a riprendere sonno. Penso solo a lei. Mi alzo, la prendo in braccio e me la coccolo un po’.

Arrivo al lavoro, lavoro ma penso a lei. Ho un “friccico nel core”, lo condivido con alcuni amici. Ogni tanto guardo la foto, mi commuovo, e lo faccio sul serio, la vivo come un segno del blues, del blues e di Brian. Non so se riuscirà a compensare la recente perdita, ma se non altro mi farà sentire vivo. Benvenuta a casa babe, I’m NEVER gonna leave you.

TIM Gibson LP Traditional T 2016

TIM Gibson LP Traditional T 2016

Nome: La Lina

Soprannome: La Braiana

Modello: the Brian Brini Special

What?
Well, let me roll up on to the sidewalk and take a look, yes
Whoa! She’s beautiful!
I’m talking about a Cherry Rose
Ha ha ha ha ha
And she looks wild, wild, wild, wild!

 

INTERVALLO: GRAHAM BONNET “Is there’s a way to sing the blues” (1978)

30 Mar

NOT THE HOOPLE (Songwriter’s blues)

28 Mar

Se nasci con qualche dote attitudinale per il songwriting e non trovi sbocco professionale, sei fritto. Sì perché per tutta la vita ti crogiolerai al pallido sole delle tue composizioni, un sole che non ti scalderà, che non riuscirà a togliere il pallore che ti porti dentro e fuori. Devi allora inventarti una vita, un lavoro, accontentarti di magre soddisfazioni perché nella tua testa tu eri nato per fare qualcosa d’altro, per vivere della tua musica. Al sabato vai a fare la spesa e ti dici, in dialetto, “non si è mai visto JOHNNY WINTER far quei lavori qui”.

Perché il problema principale è con chi ti confronti. Se hai davanti PAUL McCARTNEY, i LED ZEPPELIN, KEITH EMERSON,PETE TOWNSHEND PROKOFIEV, che altro puoi fare se non piegare il capo e dire ” è giusto che siate voi a fare musica, anzi la storia della musica” ma se come termine di paragone hai certi nomi di successo la cui gamma espressiva è vicina allo zero, il cui canto è monocorde, e che in venticinque anni di carriera hanno scritto più che altro canzoni che sono la fotocopia l’una dell’altra, beh allora qualche mal di stomaco ti viene.

Sì perché, quando poi leggi certi commenti di taluni operatori musicali dove vengono criticate le cover band e le tribute band e tu, pur capendo il senso della cosa,  ti ci ritrovi in mezzo, t’ incazzi. Sì perché che ne sanno loro? Magari hanno suonato in un paio da band da giovani, poi a vent’anni hanno smesso, ma per quelli come te che non sono riusciti a smettere di stare attaccati ad una chitarra, al Rock, ad una canzone, giunti a questa età, cosa dovrebbero fare, vendere tutto e non farsi più vedere in giro? Sarebbe cosa buona e giusta probabilmente, ma chi è che ne ha il coraggio?

Fa presto JOHN PAUL JONES a dire che le tribute band proprio non gli piacciono, luì è nato negli anni giusti, nel posto giusto (poi certo, ha aiutato il fatto che fosse un gran musicista). Fosse nato in Italia tre o quattro lustri dopo, che avrebbe fatto? Il session man? Avrebbe arrangiato Jingle per  laTV? Bassista per ANGELA BARALDI? Produttore degli STADIO? Tutte cose nobili, ma un pelo lontano dal mega successo interplanetario avuto con i LED ZEPPELIN (quel tipo di successo che ti dà la tranquillità economica per tutto il resto della tua vita). E forse per arrotondare sarebbe approdato anch’egli ad una tribute band (di professionisti) degli ABBA o dei QUEEN.

Non sono qui a difendere in senso stretto le tribute e le cover band, ci mancherebbe, anche io le critico spesso… se fai una tribute band devi farlo perché ami in modo completo un certo artista, perché conosci nel profondo i significati della sua proposta, perché hai il senso, perché la tua rilettura ha in qualche modo un suo motivo di esistere. Molte tribute band nascono per calcolo, trovano un nome di successo da replicare, assemblano musicisti bravi e partono in tour. E’ sufficiente che il cantante o le cantanti indossino il costumino giusto per irretire il pubblico da sagra da paese, solo una esigua minoranza mette in piedi uno spettacolo coerente, ben fatto e degno di plauso.

Lo stesso discorso vale più o meno per le cover band, serve un filo logico, un comune denominatore tra i pezzi in scaletta, uno straccio di proposta sensata e con una identità precisa. Difficile usare il concetto di originalità quando si fanno cover, ma per lo meno occorrerebbe provare. Al di là delle concessioni che bisogna fare quando suoni all’interno di un gruppo (se vuoi un po’ di pace e di good vibrations un minimo di democrazia la devi garantire) è necessario trovare un equilibrio tra pezzi che possano piacere al pubblico, a te stesso e che al tempo stesso non siano consunti. Io sono il primo a non sopportare i gruppi che al giorno d’oggi se fanno un pezzo di HENDRIX suonano FOXY LADY o PURPLE HAZE, se affrontano i CREAM propongono WHITE ROOM e SUNSHINE OF YOUR LOVE, e magari per far urlare la gente ci infilano anche SWEET HOME ALABAMA dei LYNYRD SKYNYRD. Quei pezzi andavano bene al massimo fino agli anni novanta, se devi fare HENDRIX hai almeno altri venti pezzi piuttosto conosciuti a cui attingere, perché cedere alla pigrizia e appoggiarti al trito e ritrito? Il pubblico in quel caso invece di applaudire dovrebbe alzarsi e andarsene. Va bene che la gente vuole ascoltare solo cose che conosce, ma che so, SPANISH CASTLE MAGIC no? Persino ALL ALONG THE WATCHTOWER andrebbe bene, non la senti spesso suonare dal vivo. Non ci vuole tanto, non sto mica dicendo di fare BURNING OF THE MIDNIGHT LAMP (che ad ogni modo se qualcuno la facesse mi inginocchierei davanti al palco durante l’intro) o PALI GAP…

Non parliamo poi dei gruppi di musicisti che si ritrovano senza aver provato a fare del pseudo blues, dozzinale, scolastico, da avanspettacolo. Non basta un cappello in testa, una canottiera, l’aria da working man americano per essere credibili, occorre che il gruppo abbia un progetto. Cerchiamo allora di fare le giuste distinzioni, e di non mettere tutti sotto lo stesso tetto generico della “Cover band”.

Eppure quando leggo queste critiche all’imperante dittatura delle tribute band mi faccio prendere dai sensi di colpa, perchè anche io ho la mia naturalmente. Così faccio un breve excursus circa la mia modestissima carriera musicale, riporto a galla i nomi dei gruppi e il tipo di repertorio:

1978/79 THE QUARCK, THE SALLOW BAND, THE STRANGERS –  cover cantautori e pezzi Rock.

The Strangers 1979 - Marcel, Tim, Biccio, Mario

The Strangers 1979 – Marcel, Tim, Biccio, Mario

1980/81 FANTASCA CENDER – pezzi originali

1982/83 MIDNIGHT RAMBLERS – cover Rock anni settanta.

Midnight Ramblers - Nonantola (MO) Cinema Arena 13 feb 1982 - Tim & Tom

Midnight Ramblers – Nonantola (MO) Cinema Arena 13 feb 1982 – Tim & Tom

1986 TIM TIRELLI And The Candy Store Rockers – pezzi originali (registrazione demo tape)

1988/1993 CATTIVA COMPAGNIA –  pezzi originali (registrazione 4 demotape)

Cattiva Compagnia 1991 - Gigi, Mixi, Tommy,Tim - the classic line up

Cattiva Compagnia 1991 – Gigi, Mixi, Tommy,Tim – the classic line up

1993 MALAVOGLIA – pezzi originali – (registrazione 2 demotape)

1994/1995 TRENI LOCALI – pezzi originali (registrazioni 2 demotape)

Tim & March - TRENI LOCALI 1995

Tim & March – TRENI LOCALI 1995

1996/1997 TIM TIRELLI Radioblues – pezzi originali (registrazione demotape)

Tim & Mel Previte - TT RADIOBLUES 1996

Tim & Mel Previte – TT RADIOBLUES 1996

1999 CATTIVA COMPAGNIA – pezzi originali (registrazione CD autoprodotto)

Jaypee-Mixi-Fausto-Tim CATTIVA COMPAGNIA 1999

Jaypee-Mixi-Fausto-Tim CATTIVA COMPAGNIA 1999

1999/2006 ZEPPELIN EXPRESS – tribute band

ZEPPELIN EXPRESS live 2003

ZEPPELIN EXPRESS live 2003

2006/2015 CATTIVA COMPAGNIA – cover, tribute, pezzi originali

Lele-Lorenz-Pol-Saura-Tim CATTIVA COMPAGNIA 2014

Lele-Lorenz-Pol-Saura-Tim CATTIVA COMPAGNIA 2014

2015/2016 THE EQUINOX – tribute band

THE EQUINOX 2015 - Pol-Lele-Saura-Tim

THE EQUINOX 2015 – Pol-Lele-Saura-Tim

Così, a chi ti conosce solo per quanto fatto negli ultimi anni e ti viene a tirare le orecchie perché fai cover e tributi ti verrebbe da prenderlo per il copetto, fargli leggere questo misero elenco e dirgli “cover e tribute a chi?”

Alla fine però, a questa età, che altro puoi finire a fare – se vuoi ancora avere la possibilità di fare qualche data – se non una tribute band o una cover band, dove se hai fortuna il gestore del locale ti lascia suonare tre o quattro pezzi tuoi? Io non so come sia per chi scrive pezzi di musica diversa, ad esempio per chi fa metal, black metal, neo prog, garage… magari per loro è più naturale – visto il genere meno immediato – pensare ad autoproduzioni, al mercato indipendente, ma  per chi scrive canzoni (che poi siano Rock, Blues, punk , alternative o che altro non ha importanza), per chi in qualche modo è cresciuto con i cantautori, con la canzone d’autore, l’unica approdo voluto era il rapporto con una etichetta discografica, perché i tuoi pezzi li vedevi lì, in classifica. E’ così per tutti gli autori di canzoni che conosco. Molti sono amici. C’è quello che ha pubblicato un disco per una major che però è diventata una cosa fine a se stessa e sembra aver elaborato il fatto, ma poi tra le pieghe dei discorsi scorgi che sotto sotto la brace è ancora vivissima, quello che pensa di essere un incompreso, il miglior autore in circolazione e continua a sfornare cd auto prodotti che nemmeno i suoi amici  ascoltano, quello che si appoggia al ricordo di un successo sfiorato, quello che quando riascolta i suoi vecchi demotape cerca di nascondere il pianto amaro dietro ad una risata auto ironica, quello che ha fatto parte di una cult band, che ancora vive come se fosse al culmine della sua esperienza e che parla di se stesso in terza persona. Siamo tutti simili, tutti pensiamo che le nostre canzoni fossero (e siano) potenzialmente dei successi “ah, se solo…”

Chissà, forse non è così, o forse sì, fatto sta che non riusciamo a sganciarci dalla cosa, a metterci il cuore in pace. Quando riascolti i demotape o le registrazioni casalinghe relative alle canzoni che scrivesti e registrasti tanti anni fa insieme al tuo partner musicale di allora, rimani stupefatto, irretito. Magari non eravate BATTISTI, DE GREGORI, DE ANDRE’, JAGGER-RICHARDS, LENNON-MACCA, ma paiono così graziose e migliori di tante, troppe, cose uscite in quegli anni in Italia. Quando poi durante i pochi concerti che fai con uno dei tuoi gruppi  proponi una delle tue ultime canzoni, quella a cui forse soei più legato, quella che chiami la tua TEN YEARS GONE (con le dovutissime proporzioni) e senti che a fine pezzo, qualcuno tra il pubblico ti grida “bravo Tim!” scuoti la testa e ti commuovi. Quando poi, invi la stessa registrazione live ad un amico giornalista musicale per farti dare un parere e questi ti scrive ““Ti faccio i sinceri complimenti per QUEL CHE CANTAI, rubacchia la solita scala in minore, ma è tremendamente bella, anche le parole, e il tuo assolo è davvero molto bello”, ecco che poi ti senti peggio del solito. Perché è chiaro che se scrivi dei pezzi vuoi solo sentirti dire che sono belli, ma se li fai sentire a gente selezionata – per capire da fuori come possono sembrare, per sapere se sei tu suggestionato da te stesso o se qualcosa di un qualche valore riesci davvero a scriverlo – e il ritorno è positivo… beh i rimpianti aumentano.

Durante una recente chiacchierata un tuo amico ti ha detto “il Rock è una passione e basta“. Tu vuoi bene a questo tuo amico ma in fondo che ne sa, lui è avvocato e non si è mai cimentato col songwriting, lui fruisce il tutto da fan, da amante della musica, e va benissimo, fortunato lui ti viene da dire, ma non riesce ad immaginare il tormento interiore e il baccano che fa quel cassetto strapieno di canzoni che non ne vogliono sapere di mettersi a dormire.

Così, continui la tua esistenza miserella, e ogni mattina in macchina mentre vai al lavoro, quando senti che divaghi e naufraghi tra le tue canzoni, ti dici “Piedi per terra Tim Tirelli, non sei MICK RALPHS, you’re NOT THE HOOPLE”.

Centro Musica ott96-gen97257

Tim – studio daze 1996

Addio a Johan Cruijff

25 Mar

Brian, Keith Emerson e adesso anche Johan Cruijff. Certo che di questo passo di miei eroi in giro ne resteranno pochi. Non è capitata all’improvviso questa, Johan era da tempo ammalato e il cancro ai polmoni se lo è portato via a quasi 69 anni.

Per quelli della mia generazione l’OLANDA degli anni settanta è stata una squadra da ammirare e da amare. In finale ai mondiali sia nel 1974 che ne 1978, non è mai riuscita ad alzare la coppa del mondo, e anche questo fa parte della sua leggenda dalle tinte blues.

 Johan Cruijff

 

Cruijff è stato il mio primo eroe, chissà cosa colpì il bambino che ero … il colore arancio della maglia della nazionale, la maglietta bianca con striscia centrale rossa dell’AJAX,  nome che riportava a quello di un noto detersivo (nessuno sapeva allora che il nome della squadra derivava dalla figura mitologica di AIACE TELAMONIO, valoroso condottiero), il fatto che un giornalista italiano cominciò a chiamarlo i Lancieri per via del simbolo della squadra…

Ajax_Amsterdam

Chissà… mia sorella mi dice che nel 1974 ero ossessionato, compravo persino i ghiaccioli arancioni in onore della maglietta olandese di Cruijff. Ricordo l’eccitazione durante il mondiale del 1974, mi vedo ancora correre intorno a casa tra l’intervallo del primo e secondo tempo in quel pomeriggio del 7 luglio 1974 (la partita si disputò alle 16), l’estate… gli anni settanta… il futuro davanti… il Rock non era ancora arrivato e così erano le moto da cross, l’Inter e Johan Cruijff a farmi sentire vivo.

München
7 luglio 1974, ore 16:00

Paesi Bassi Paesi Bassi 1 – 2 Germania Ovest Germania O

Final1974_GER-HOL
Un paio di anni più tardi il PROFETA DEL GOAL, film documentario del 1976 di Sandro Ciotti. Arrivò anche al Cinema Astoria di Nonantola.

10 anni all’AJAX, 5 al BARCELLONA, poi America, di nuovo Spagna, ancora America e infine AJAX e FEYENOORD, poi da allenatore 3 anni all’AJAX e 8 al BARCELLONA. Tre volte pallone d’oro, 8 campionati vinti con l’AJAX, 1 col FEYENOORD, 1 col BARCELLONA, 3 coppe campioni vinte con l’AJAX, diverse altre coppette. Da allenatore 4 campionati e 1 coppa campioni col BARÇA più coppette varie. E’ stato il più importante footballer degli anni settanta.

Ho sempre pensato fosse il JIMMY PAGE del calcio, stesso impulso visionario, stesso lignaggio artistico, stesse doti attitudinali, stessa fighinaggine, stesso spessore intellettuale, stesso atteggiamento rivoluzionario. Due stelle di prima grandezza nei loro relativi campi, entrambe ad illuminare il decennio degli anni settanta.

Stanno finendo tutti i numeri uno, e per me Cruijff era il numero uno del calcio. Certo, Maradona, Ronaldo (Luís Nazário de Lima), Recoba, Messi, ma per me il numero uno tra tutti i numeri uno era lui.

Addio Johan, è stato bellissimo guardarti giocare a football.

12088182_1689389471315143_2744855727298522738_n

 

I NUOVI HIPPY SUONANO NELLA FORESTA di Massimo Bonelli

24 Mar
Di ritorno da uno dei suoi innumerevoli viaggi in Brasile, Massimo Bonelli ci parla delle nuove comunità hippy. C’è anche un riferimento a Jimmy Page, in caso qualcuno ne sentisse la mancanza.

“Chiunque può e dovrebbe suonare,  non è necessario conoscere le note,  è sufficiente avere passione e ritmo. La musica percepirà il tuo entusiasmo e ti seguirà” Tiago De Oliveira Gusmao, musicista.

Gli hippy che troverete a Woodstock o a Goa, in India, sono il ricordo remoto di quel movimento nato negli anni ’60. Invecchiati ed imbolsiti, alcuni cercano di mantenere l’aspetto di quell’epoca lontana, rischiando talvolta di risultare un po’ patetici.

IMG_5921

Per ritrovarvi nelle nuove comunità collegate alla filosofia del “peace and love” dovete prendere l’aereo e sbarcare a Salvador de Bahia, Brasile. Da qui prendere l’Omnibus che in otto ore vi porterà a Palmeiras, nella Chapada Diamantina, antico territorio dei cercatori di pietre preziose e, più tardi, di piantagioni di caffè. Sosterete qualche minuto nella stazione di Lencois, villaggio dove il chitarrista dei Led Zeppelin, Jimmy Page, visse un breve periodo e si sposò con l’argentina Jimena. Ancora un’ora di macchina sulle turbolente strade della Vale do Capao e raggiungerete la Vila do Capao.

Il piccolo villaggio è circondato da una fitta foresta  dalla quale spuntano imponenti ed inquietanti montagne dalla cima piatta, che danno origine a splendide cascate d’acqua alla cui base si formano spumeggianti piscine naturali. Le aquile volteggiano silenziose nel cielo mentre nella mata (bosco) potete incrociare scimmie, lucertoloni, uccelli e farfalle dai colori più svariati e, molto più raramente, serpenti, puma e giaguari.

IMG_0940

In questo luogo, isolato dalla più effimera civiltà moderna, oltre ai nativi, vivono numerose comunità hippy. In comune tra loro vi è una profonda spiritualità, incoraggiata dalla magia del posto, un immenso amore per la natura e per la musica. Sono arrivati qui da tutto il Brasile, ma anche dall’Italia, Argentina, Venezuela, Cile, Giappone, Francia e chissà da dove ancora.

In onore al motto “peace and love”, hanno preso alla lettera soprattutto la seconda parola, fecondando riccamente la generazione del futuro. I bimbi sono tanti quanto gli adulti e, come i genitori, hanno già confidenza con la natura e con la musica. Sì, qui nel Capao tutti suonano, cantano e ballano in un clima da “All You Need Is Love”. Tutti conoscono l’uso di uno strumento, qualcuno anche più di uno.

IMG_5988

Tiago De Oliveira Gusmao, dotato di orecchio assoluto, li suona bene quasi tutti: chitarra, mandolino, armonica, fisarmonica, violino, flauto ed ogni tipo di percussione. Probabilmente avrebbe potuto incidere da solo una versione brasiliana di “Tubular Bells”. La sua compagna, Carolina, italiana trasferitasi grazie ad una borsa di studio in quel Paese e, dopo aver a lungo vagato, stabilitasi in quella magica valle,  completa il cerchio musicale cantando, suonando, ballando e percuotendo ad un ritmo superbo tamburi e tamburelli. Chiunque passi per la loro accogliente casa, rigorosamente realizzata in argilla, raccoglie uno strumento e si unisce alla coinvolgente cerimonia.

IMG_6133

La coppia anima vari progetti musicali insieme e separatamente: “Enarmonia”, musica organica ispirata ai suoni della natura, “Cià das Estreias”, fusione di musiche e danze arabo-mediterranee presentate con lo spettacolo “Perfume Cigano”, “Bando Passarim” proposte di musica afro-brasiliana. Inoltre, Tiago, oltre ad insegnare musica, è impegnato in due formazioni di Forrò, musica popolare del nordeste brasiliano e nel Grupo Instrumental do Capao, formazione che miscela il ritmo brasiliano ad un jazz ipnotico e nella quale milita un altro musicista italiano, il pianista Stefano Cortese che, come fece Fitzcarraldo con la barca, ha fatto trasportare il suo pianoforte nella foresta del Capao.

IMG_6143

Carolina, la cui voce ricorda la dolcezza di Joan Baez e la potenza di Grace Slick, oltre alle formazioni già segnalate, partecipa al gruppo di canti sciamanici “Sweet Eagle Tribe” e al gruppo corale “Dancas da Paz Universal”. Quando la coppia si sposta, con i due meravigliosi e biondissimi bimbi, ha con se più borse della principessa Kate, solo che nelle loro ci sono solo strumenti musicali. Lavorare e guadagnare con la musica non è facile, ma in Brasile è più semplice che altrove. Ad esempio, il governo della Bahia finanzia progetti di educazione  e di diffusione del patrimonio culturale musicale. Non è poco. Nel piccolo villaggio si svolgono importanti Festival di Jazz, Raggae ed altri ancora.

60

La domenica, nella piazza della Vila do Capao, si tiene il mercato. Tra le bancarelle di ortaggi e frutta, cibo fondamentale per una popolazione principalmente vegetariana, oltre i nativi, sfilano giovani con il classico abbigliamento hippy. Il clima della festa è contagioso, ragazze e ragazzi arrivano dalle loro piccole case sparse nella mata e si abbracciano con affetto. Tutti si conoscono. Anche in quell’occasione, spontaneamente, nasce la musica, mentre decine di bimbi ballano divertiti.

Le giornate sono sempre uguali nella loro semplicità. La musica è sempre diversa nella sua unicità. Se vuoi cambiare la tua vita, se desideri immergerti nella leggerezza della natura, se vuoi allontanarti dai falsi valori, se desideri essere libero … la strada te l’ho indicata. Mia figlia Carolina l’ha percorsa ed è felice.

IMG_6115

 

 

Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.
pubblicato il 22/3/2016 su http://www.spettakolo.it/

THE EQUINOX Live at HARRIS PUB, Scandiano (RE) Italy 18/03/2016

23 Mar

L’Harris Pub prima si chiamava Dickinson, non è dunque difficile intuire il tenore musicale del locale e quindi degli avventori, per questo decidiamo di togliere dalla scaletta KASHMIR, I’M GONNA CRAWL e FOOL IN THE RAIN e inserire altro piombo Zeppelin: IMMIGRANT SONG, NOBODY’S FAULT BUT MINE, THE OCEAN.

Riesco a prendermi un giorno di ferie in questo venerdì di marzo e quindi posso fare le cose con calma. Non è così fortunata Saura, che arriverà a sera trafelata e non esattamente in forma per il concerto. Ad ogni modo riusciamo a caricare la blues mobile nelle tempistiche previste e a partire. Alle 18 siamo bloccati nel crosstown traffic della Via Emilia. A fatica raggiungiamo il locale. L’Harris ha un palco piuttosto spazioso e una sala concerto altrettanto adeguata.

Il blues del montaggio e del soundcheck anche stavolta è ben presente: ci siamo dimenticati di portare la spia di Saura, i monitor del palco sono collegati tra loro e dunque non è possibile regolarli individualmente così aggiungiamo il piccolo mixer di Saura per ovviare al problema. Proviamo un paio di pezzi: FOOL IN THE RAIN e THE OCEAN. Il suono è confuso col locale vuoto, io non sono amplificato e non ho nessuna spia, mi reggo solo sul Marshall Bluesbreaker. Il suono che ho mi infastidisce. Ogni chitarrista non è mai contento del proprio sound e passa la vita a regolare l’amplificatore, la pedaliera degli effetti e la chitarra nella speranza di trovare il suono che da sempre ha in testa e che non riesce mai a raggiungere. Di questo sono conscio e perciò rassegnato, ma stasera dall’ampli esce uno stridio che mi deprime più del dovuto. Agisco sui comandi, abbasso di un bel po’ i medi e alzo i bassi. Uhm, decisamente meglio. Sono le 20. Il soundcheck finisce.

20160318_192222

Prima di cena vado a cambiarmi nello sgabuzzino adibito alla cosa. Sono circondato da fusti di birra, non va neanche tanto male, il più delle volte dobbiamo cambiarci nei bagni o in angoli bui. Ah come sarebbe bello avere uno straccio di camerino vero e proprio ogni tanto. Ceniamo. Iniziano ad arrivare gli amici, alcuni illuminati del blues, Riff, Francesco e Mario (& company), altri che non vedo da tempo, gli aficionados degli EQUINOX tra cui GIO, colui che decenni fa inconsapevolmente mi mise sulla retta via:

https://timtirelli.com/2012/06/21/la-prima-volta-i-led-zeppelin/

Verso le 22 il locale inizia a riempirsi, in breve non ci sono più tavoli liberi, constato con piacere che sono davvero tutti qui per noi. Avere un piccolo seguito, per un gruppo non professionista, è una gran soddisfazione.

THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 - photo Giorgia Malagoli

THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 – photo Giorgia Malagoli

Sono l’unico che non è già stanco, gli altri mi paiono in debito di energia. Finisce l’intro, Lele batte il quattro: IMMIGRANT SONG. Echi di grida vichinghe, sferragliamenti, guardo gli altri, mi sembra che ci siamo. Vedo Saura faticare, forse non è il pezzo migliore con cui partire. Con BLACK DOG inizia la carburazione e con HEARTBREAKER siamo già ad un quota soddisfacente. Sento che il gruppo rolla deciso, ormoni e testosterone ci spingono. E’ il momento dell’assolo, butto la mano e sia quel che sia. Mi sento abbastanza sciolto, il pubblico gradisce…

Suonare DAZED AND CONFUSED mi piace sempre parecchio, è uno dei pezzi simbolo dei primi LZ, hard rock psichedelico di gran lignaggio. Di nuovo sento il gruppo unito, anche stasera il quinto membro, ovvero quell’unità spirituale che ogni tante compare tra le pieghe dei gruppi, è qui con noi. Sono contento degli EQUINOX, mi sembra che si sia raggiunta una maturità espressiva mica da ridere, e se suoni i LZ è la conditio sine qua non per essere credibili e non diventare una macchietta. La leggiadra ferocia di Lele mi mette sempre di buon umore.

Saura si mette alle tastiere, MISTY MOUNTAIN HOP e quindi SIBLY, le suona benissimo, Pol risponde da par suo. THE SONG REMAINS THE SAME è sempre un gran divertimento, è come cavalcare un mustang selvaggio poco dopo che sei riuscito a domarlo, lo hai sotto controllo ma sembra sempre che stia per disarcionarti. Segue GALLOWS POLE e quindi NOBODY’S FAULT BUT MINE.

Quest’ultimo è un pezzo che facciamo raramente, non è esattamente popolarissimo tra i casual fan e in più è un pezzo ostico, ma è uno spasso suonarla. Ci sono parecchi stacchi da rispettare e il gioco ritmico di basso e batteria sullo stralunato riff di space-blues è piuttosto impegnativo. Da qualche mese Pol ha finalmente cominciato a suonare la armonica. Non sarà ancora Aleck “Rice” Miller (sì insomma, Sonny Boy Williamson II) ma inizia a cavarsela.

HOW MANY MORE TIMES non è un pezzo che amo più tanto, ma per Saura e Lele è imprescindibile, dunque eccolo di nuovo in scaletta. In questa sera marzolina rispolveriamo ALL MY LOVE. Sono anni che non la suoniamo più dal vivo, ma ora eccola qui. Mi avvicino al microfono e dato che ALL MY LOVE “in buona sostanza parla del girotondo della vita, la dedichiamo a due nostri eroi che recentemente hanno intrapreso il viaggio nelle profondità siderali: Brian e Keith Emerson… ” vogliamo dare la giusta enfasi così io, Saura e Pol alziamo tre cartelli raffiguranti immagini di Keith Emerson che avevo preparato. Il pubblico tributa a Emerson (o meglio, a tutti e due) un grande applauso. Qualcuno grida anche il nome di Brian. Mi commuovo.

Scrolliamo di dosso la malinconia con THE OCEAN. Come quasi tutti i batteristi di un certo tipo, Lele ci sguazza nell’oceano, segue dunque una versione alquanto su di giri, perché quando Lele va pazzo per qualcosa bisogna tenersi stretti. Penso a Saura: come farà ad andare dietro ad un indemoniato del genere?

THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 - photo Patrizia Ferri

THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 – photo Patrizia Ferri

Con STAIRWAY immancabilmente cala la piomba…sarà la doppio manico, chitarra non facile da domare, sarà che è il momento precedente la scarica finale, fatto sta che fatico sempre. Mi duole la schiena, perdo la concentrazione, mi faccio prendere dal to be a rock and not to roll blues… così mentre la suono mi dico “d’ora in poi non la facciamo più” oppure “la prossima volta la suono con la Les Paul“, ma poi come si fa ad essere il chitarrista di un tributo – seppur obliquo –  ai LZ, a possedere una doppiomanico e non suonare STAIRWAY nella versione dal vivo che anche solo dal punto visivo è un riferimento basilare, un’icona dell’immaginario collettivo?

Cambio chitarra, infilo di nuovo il Les Paul e introduco il riff di WHOLE LOTTA LOVE. Urla e schiamazzi, mi ripeto, lo so, ma in fondo la gente alla fine vuole WHOLE LOTTA LOVE. COMMUNICATION BREAKDOWN e ROCK AND ROLL chiudono la serata.

Le persone hanno modi diversi di venirti a salutare dopo lo show, chi ti dice “ciao” e non accenna minimamente al concerto (poi scopri che ad amici comuni si è detto entusiasta di come ha suonato la band e tu in particolare), chi sa confrontarsi con le persone solo scherzando e quindi viene a fare lo spiritoso quando tu hai nelle orecchie ancora il brusio dei ventimila del Madison Square Garden e lo guardi stranito, chi ti esprime in maniera sobria il suo apprezzamento (“Ti ho visto bene, vecchio”) e chi, vivvaddio (dunque vivvapage), si lascia andare e ti esprime le proprie emozioni. C’è la figa (mai vista prima) che tira in ballo JIMMY PAGE e che quando vede che ti schernisci ti dice in maniera risoluta, quasi incazzata:“Ma piantala, sei un artista anche tu!”. Qualcuno (chitarrista anch’egli) arriva e fra i tanti complimenti, ti dice che avevi un suono spettacolare … io un suono spettacolare? E chi lo avrebbe mai detto! (Grazie Gianluca F.)

E’ quasi l’una, il locale si svuota. Rimangono pochi avventori. Smontiamo, carichiamo e ci prepariamo a partire. Il titolare è soddisfatto: “Che dire. Strepitosi. Mi avete fatto ascoltare con piacere gli Zep che non ne vado di certo pazzo. Musicisti con otto palle e professionalità sopra i normali standard. Chapeau”. A parte che di palle ne abbiamo sei, Saura semmai ha le tette, non so se siamo stati davvero strepitosi, ma posso dire che abbiamo fatto del nostro meglio per portare in giro il Rock, quello che permette al padre dei quattro venti di gonfiare le tue vele e alle stelle di riempire i tuoi sogni. Scandiano, goodnight.

 

NEWS: RICH ROBINSON rimpiazzerà MICK RALPHS per il tour americano della BAD COMPANY

20 Mar

MICK RALPHS dice che non si sente pronto a viaggiare, così il tour estivo americano della BAD COMPANY vedrà alla chitarra RICH ROBINSON dei BLACK CROWES. Scelta molto interessante, sebbene sia, in quanto tale, discutibile, un po’ perché annunciarlo dopo che i biglietti sono stati messi in vendita non è il massimo, un po’ perché non si rimpiazza con tanta leggerezza uno dei fondatori – ancora in vita e tutto sommato in forma – di un gruppo. Era già capitato qualche anno fa in occasione di un tour giapponese che la band si presentasse senza RALPHS (che ricordiamolo, odia volare) e con il solo HOWARD LEESE (il chitarrista degli HEART e della PAUL RODGERS BAND che affianca MR nei tour recenti della BAD COMPANY). Dobbiamo tuttavia adeguarci a queste strambe formazioni, a questi giochetti a cui il Rock ci sta costringendo, lo spettacolo & il business prima di tutto.

Se non altro ROBINSON è uno di quei chitarristi  col “senso” giusto, uno cresciuto col Rock inglese degli anni settanta, uno che mette l’assolo e il lavoro di chitarra al servizio del pezzo, un fan dei FREE e di PAUL RODGERS, uno di noi insomma. Almeno non saremo costretti a vedere e sentire la BAD COMPANY corrotta da uno di quei chitarristi ormai insopportabili tipo Neil Schon (fu il chitarrista di RODGERS negli anna novanta, e fu capace di rovinare tutti i pezzi in scaletta con i soliti assoli velocissimi, tutti uguali e tendenti al metal).

Sentiremo dai primi bootleg come sarà questa nuova avventura live della nostra adorata (original) BAD COMPANY.

Rich Robinson - Mick Ralphs

Rich Robinson – Mick Ralphs

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

◊ ◊ ◊

NEWS: THE EQUINOX Live – Venerdi 18 marzo 2016 ore 22 – HARRIS PUB – Via Roma 17 – Scandiano (RE) Italy

16 Mar

Venerdi 18 marzo 2016 ore 22
HARRIS PUB – Via Roma 17 – Scandiano (RE) Italy

locandina HARRIS PUB 18-03-16

THE EQUINOX BIOGRAFIA

Il progetto tributo ai LED ZEPPELIN parte nel 1999 quando Tim Tirelli, grande appassionato di musica rock e dei Led Zeppelin in particolare, autore di una biografia di Jimmy Page e collaboratore di diverse riviste musicali nazionali, decide di mettere in piedi gli Zeppelin Express, con i quali per alcuni anni gira i locali di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.

Nel 2002 entra nel gruppo LELE MORSELLI alla batteria, nel 2003 SAURA TERENZIANI alle tastiere. Nel 2006 il gruppo si scioglie, ma TIM, LELE e SAURA (ora anche al basso e al mandolino) decidono di continuare l’avventura sotto nuovo nome e con l’arrivo del cantante POL MORIGI il progetto riprende un vigore insperato. Molto attivo nel biennio 2006-2007, dopo un periodo di ripensamenti, il gruppo oggiriprende quota ed è ora pronto per raccogliere nuove sfide.

Il concerto dei THE EQUINOX prevede la presentazione dai grandi cavalli di battaglia dei LED ZEPPELIN, da WHOLE LOTTA LOVE a STAIRWAY TO HEAVEN, da KASHMIR a SINCE I’VE BEEN LOVING YOU, da HEARTBREAKER a BABE I’M GONNA LEAVE YOU, senza tralasciare gli aspetti meno scontati del gruppo come GALLOWS POLE, CUSTARD PIE, NOBODY’S FAULT BUT MINE, FOOL IN THE RAIN, I’M GONNA CRAWL.

Il gruppo propone la classica formazione a quattro, con Saura Terenziani che agisce contemporaneamente sulla pedaliera basso nei pezzi con le tastiere, rispettando dunque in tutto e per tutto le dinamiche dei LED ZEPPELIN.

Il gruppo inoltre cerca di rispettare la tradizione del gruppo di Page utilizzando gli strumenti classici usati dai LZ stessi e quindi chitarre Gibson Les Paul, Gibson doppiomanico, Danelectro, basso Fender Jazz, batteria Ludwig.

THE EQUINOX:
Tim Tirelli – Chitarra
Paolo Morigi – Voce
Saura Terenziani – Basso/Tastiere/Mandolino
Lele Morselli – Batteria