L’Harris Pub prima si chiamava Dickinson, non è dunque difficile intuire il tenore musicale del locale e quindi degli avventori, per questo decidiamo di togliere dalla scaletta KASHMIR, I’M GONNA CRAWL e FOOL IN THE RAIN e inserire altro piombo Zeppelin: IMMIGRANT SONG, NOBODY’S FAULT BUT MINE, THE OCEAN.
Riesco a prendermi un giorno di ferie in questo venerdì di marzo e quindi posso fare le cose con calma. Non è così fortunata Saura, che arriverà a sera trafelata e non esattamente in forma per il concerto. Ad ogni modo riusciamo a caricare la blues mobile nelle tempistiche previste e a partire. Alle 18 siamo bloccati nel crosstown traffic della Via Emilia. A fatica raggiungiamo il locale. L’Harris ha un palco piuttosto spazioso e una sala concerto altrettanto adeguata.
Il blues del montaggio e del soundcheck anche stavolta è ben presente: ci siamo dimenticati di portare la spia di Saura, i monitor del palco sono collegati tra loro e dunque non è possibile regolarli individualmente così aggiungiamo il piccolo mixer di Saura per ovviare al problema. Proviamo un paio di pezzi: FOOL IN THE RAIN e THE OCEAN. Il suono è confuso col locale vuoto, io non sono amplificato e non ho nessuna spia, mi reggo solo sul Marshall Bluesbreaker. Il suono che ho mi infastidisce. Ogni chitarrista non è mai contento del proprio sound e passa la vita a regolare l’amplificatore, la pedaliera degli effetti e la chitarra nella speranza di trovare il suono che da sempre ha in testa e che non riesce mai a raggiungere. Di questo sono conscio e perciò rassegnato, ma stasera dall’ampli esce uno stridio che mi deprime più del dovuto. Agisco sui comandi, abbasso di un bel po’ i medi e alzo i bassi. Uhm, decisamente meglio. Sono le 20. Il soundcheck finisce.
Prima di cena vado a cambiarmi nello sgabuzzino adibito alla cosa. Sono circondato da fusti di birra, non va neanche tanto male, il più delle volte dobbiamo cambiarci nei bagni o in angoli bui. Ah come sarebbe bello avere uno straccio di camerino vero e proprio ogni tanto. Ceniamo. Iniziano ad arrivare gli amici, alcuni illuminati del blues, Riff, Francesco e Mario (& company), altri che non vedo da tempo, gli aficionados degli EQUINOX tra cui GIO, colui che decenni fa inconsapevolmente mi mise sulla retta via:
Verso le 22 il locale inizia a riempirsi, in breve non ci sono più tavoli liberi, constato con piacere che sono davvero tutti qui per noi. Avere un piccolo seguito, per un gruppo non professionista, è una gran soddisfazione.
THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 – photo Giorgia Malagoli
Sono l’unico che non è già stanco, gli altri mi paiono in debito di energia. Finisce l’intro, Lele batte il quattro: IMMIGRANT SONG. Echi di grida vichinghe, sferragliamenti, guardo gli altri, mi sembra che ci siamo. Vedo Saura faticare, forse non è il pezzo migliore con cui partire. Con BLACK DOG inizia la carburazione e con HEARTBREAKER siamo già ad un quota soddisfacente. Sento che il gruppo rolla deciso, ormoni e testosterone ci spingono. E’ il momento dell’assolo, butto la mano e sia quel che sia. Mi sento abbastanza sciolto, il pubblico gradisce…
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Suonare DAZED AND CONFUSED mi piace sempre parecchio, è uno dei pezzi simbolo dei primi LZ, hard rock psichedelico di gran lignaggio. Di nuovo sento il gruppo unito, anche stasera il quinto membro, ovvero quell’unità spirituale che ogni tante compare tra le pieghe dei gruppi, è qui con noi. Sono contento degli EQUINOX, mi sembra che si sia raggiunta una maturità espressiva mica da ridere, e se suoni i LZ è la conditio sine qua non per essere credibili e non diventare una macchietta. La leggiadra ferocia di Lele mi mette sempre di buon umore.
Saura si mette alle tastiere, MISTY MOUNTAIN HOP e quindi SIBLY, le suona benissimo, Pol risponde da par suo. THE SONG REMAINS THE SAME è sempre un gran divertimento, è come cavalcare un mustang selvaggio poco dopo che sei riuscito a domarlo, lo hai sotto controllo ma sembra sempre che stia per disarcionarti. Segue GALLOWS POLE e quindi NOBODY’S FAULT BUT MINE.
Quest’ultimo è un pezzo che facciamo raramente, non è esattamente popolarissimo tra i casual fan e in più è un pezzo ostico, ma è uno spasso suonarla. Ci sono parecchi stacchi da rispettare e il gioco ritmico di basso e batteria sullo stralunato riff di space-blues è piuttosto impegnativo. Da qualche mese Pol ha finalmente cominciato a suonare la armonica. Non sarà ancora Aleck “Rice” Miller (sì insomma, Sonny Boy Williamson II) ma inizia a cavarsela.
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HOW MANY MORE TIMES non è un pezzo che amo più tanto, ma per Saura e Lele è imprescindibile, dunque eccolo di nuovo in scaletta. In questa sera marzolina rispolveriamo ALL MY LOVE. Sono anni che non la suoniamo più dal vivo, ma ora eccola qui. Mi avvicino al microfono e dato che ALL MY LOVE “in buona sostanza parla del girotondo della vita, la dedichiamo a due nostri eroi che recentemente hanno intrapreso il viaggio nelle profondità siderali: Brian e Keith Emerson… ” vogliamo dare la giusta enfasi così io, Saura e Pol alziamo tre cartelli raffiguranti immagini di Keith Emerson che avevo preparato. Il pubblico tributa a Emerson (o meglio, a tutti e due) un grande applauso. Qualcuno grida anche il nome di Brian. Mi commuovo.
Scrolliamo di dosso la malinconia con THE OCEAN. Come quasi tutti i batteristi di un certo tipo, Lele ci sguazza nell’oceano, segue dunque una versione alquanto su di giri, perché quando Lele va pazzo per qualcosa bisogna tenersi stretti. Penso a Saura: come farà ad andare dietro ad un indemoniato del genere?
THE EQUINOX Harris Pub 18-3-2016 – photo Patrizia Ferri
Con STAIRWAY immancabilmente cala la piomba…sarà la doppio manico, chitarra non facile da domare, sarà che è il momento precedente la scarica finale, fatto sta che fatico sempre. Mi duole la schiena, perdo la concentrazione, mi faccio prendere dal to be a rock and not to roll blues… così mentre la suono mi dico “d’ora in poi non la facciamo più” oppure “la prossima volta la suono con la Les Paul“, ma poi come si fa ad essere il chitarrista di un tributo – seppur obliquo – ai LZ, a possedere una doppiomanico e non suonare STAIRWAY nella versione dal vivo che anche solo dal punto visivo è un riferimento basilare, un’icona dell’immaginario collettivo?
Cambio chitarra, infilo di nuovo il Les Paul e introduco il riff di WHOLE LOTTA LOVE. Urla e schiamazzi, mi ripeto, lo so, ma in fondo la gente alla fine vuole WHOLE LOTTA LOVE. COMMUNICATION BREAKDOWN e ROCK AND ROLL chiudono la serata.
Le persone hanno modi diversi di venirti a salutare dopo lo show, chi ti dice “ciao” e non accenna minimamente al concerto (poi scopri che ad amici comuni si è detto entusiasta di come ha suonato la band e tu in particolare), chi sa confrontarsi con le persone solo scherzando e quindi viene a fare lo spiritoso quando tu hai nelle orecchie ancora il brusio dei ventimila del Madison Square Garden e lo guardi stranito, chi ti esprime in maniera sobria il suo apprezzamento (“Ti ho visto bene, vecchio”) e chi, vivvaddio (dunque vivvapage), si lascia andare e ti esprime le proprie emozioni. C’è la figa (mai vista prima) che tira in ballo JIMMY PAGE e che quando vede che ti schernisci ti dice in maniera risoluta, quasi incazzata:“Ma piantala, sei un artista anche tu!”. Qualcuno (chitarrista anch’egli) arriva e fra i tanti complimenti, ti dice che avevi un suono spettacolare … io un suono spettacolare? E chi lo avrebbe mai detto! (Grazie Gianluca F.)
E’ quasi l’una, il locale si svuota. Rimangono pochi avventori. Smontiamo, carichiamo e ci prepariamo a partire. Il titolare è soddisfatto: “Che dire. Strepitosi. Mi avete fatto ascoltare con piacere gli Zep che non ne vado di certo pazzo. Musicisti con otto palle e professionalità sopra i normali standard. Chapeau”. A parte che di palle ne abbiamo sei, Saura semmai ha le tette, non so se siamo stati davvero strepitosi, ma posso dire che abbiamo fatto del nostro meglio per portare in giro il Rock, quello che permette al padre dei quattro venti di gonfiare le tue vele e alle stelle di riempire i tuoi sogni. Scandiano, goodnight.
MICK RALPHS dice che non si sente pronto a viaggiare, così il tour estivo americano della BAD COMPANY vedrà alla chitarra RICH ROBINSON dei BLACK CROWES. Scelta molto interessante, sebbene sia, in quanto tale, discutibile, un po’ perché annunciarlo dopo che i biglietti sono stati messi in vendita non è il massimo, un po’ perché non si rimpiazza con tanta leggerezza uno dei fondatori – ancora in vita e tutto sommato in forma – di un gruppo. Era già capitato qualche anno fa in occasione di un tour giapponese che la band si presentasse senza RALPHS (che ricordiamolo, odia volare) e con il solo HOWARD LEESE (il chitarrista degli HEART e della PAUL RODGERS BAND che affianca MR nei tour recenti della BAD COMPANY). Dobbiamo tuttavia adeguarci a queste strambe formazioni, a questi giochetti a cui il Rock ci sta costringendo, lo spettacolo & il business prima di tutto.
Se non altro ROBINSON è uno di quei chitarristi col “senso” giusto, uno cresciuto col Rock inglese degli anni settanta, uno che mette l’assolo e il lavoro di chitarra al servizio del pezzo, un fan dei FREE e di PAUL RODGERS, uno di noi insomma. Almeno non saremo costretti a vedere e sentire la BAD COMPANY corrotta da uno di quei chitarristi ormai insopportabili tipo Neil Schon (fu il chitarrista di RODGERS negli anna novanta, e fu capace di rovinare tutti i pezzi in scaletta con i soliti assoli velocissimi, tutti uguali e tendenti al metal).
Sentiremo dai primi bootleg come sarà questa nuova avventura live della nostra adorata (original) BAD COMPANY.
Venerdi 18 marzo 2016 ore 22 HARRIS PUB – Via Roma 17 – Scandiano (RE) Italy
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THE EQUINOX BIOGRAFIA
Il progetto tributo ai LED ZEPPELIN parte nel 1999 quando Tim Tirelli, grande appassionato di musica rock e dei Led Zeppelin in particolare, autore di una biografia di Jimmy Page e collaboratore di diverse riviste musicali nazionali, decide di mettere in piedi gli Zeppelin Express, con i quali per alcuni anni gira i locali di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.
Nel 2002 entra nel gruppo LELE MORSELLI alla batteria, nel 2003 SAURA TERENZIANI alle tastiere. Nel 2006 il gruppo si scioglie, ma TIM, LELE e SAURA (ora anche al basso e al mandolino) decidono di continuare l’avventura sotto nuovo nome e con l’arrivo del cantante POL MORIGI il progetto riprende un vigore insperato. Molto attivo nel biennio 2006-2007, dopo un periodo di ripensamenti, il gruppo oggiriprende quota ed è ora pronto per raccogliere nuove sfide.
Il concerto dei THE EQUINOX prevede la presentazione dai grandi cavalli di battaglia dei LED ZEPPELIN, da WHOLE LOTTA LOVE a STAIRWAY TO HEAVEN, da KASHMIR a SINCE I’VE BEEN LOVING YOU, da HEARTBREAKER a BABE I’M GONNA LEAVE YOU, senza tralasciare gli aspetti meno scontati del gruppo come GALLOWS POLE, CUSTARD PIE, NOBODY’S FAULT BUT MINE, FOOL IN THE RAIN, I’M GONNA CRAWL.
Il gruppo propone la classica formazione a quattro, con Saura Terenziani che agisce contemporaneamente sulla pedaliera basso nei pezzi con le tastiere, rispettando dunque in tutto e per tutto le dinamiche dei LED ZEPPELIN.
Il gruppo inoltre cerca di rispettare la tradizione del gruppo di Page utilizzando gli strumenti classici usati dai LZ stessi e quindi chitarre Gibson Les Paul, Gibson doppiomanico, Danelectro, basso Fender Jazz, batteria Ludwig.
THE EQUINOX:
Tim Tirelli – Chitarra
Paolo Morigi – Voce
Saura Terenziani – Basso/Tastiere/Mandolino
Lele Morselli – Batteria
Due riflessioni sulla scomparsa di KEITH EMERSON, in primis la mia e a seguire quella di BEPPE RIVA.
Giovedì sera, appartamento di Santa Monica, California. KEITH EMERSON non è in forma, bronchite e brutti pensieri. La sua compagna Mari Kawaguchi lo mette a letto, poi esce. Keith riflette con preoccupazione sui suoi prossimi concerti giapponesi. Sa già che non sarà all’altezza, ed è molto preoccupato. Le ultime sue uscite non sono state molto incoraggianti. Da anni soffre di una malattia degenerativa che gli compromette l’uso della mano e del braccio destro, rendendo le sue performance al piano incerte e discutibili, con conseguenti commenti poco piacevoli sui vari forum da parte di fan o di chi si interessa di musica. Sono perlomeno 10 anni che Emerson soffre di questa cosa, ma è fin dal 1977 che tende alla depressione. Già, sei stato una rock star a tutto tondo, sei stato un compositore straordinario, sei stato IL tastierista per eccellenza e piano piano vedi che la tua band non sta più insieme, che la gloria degli anni settanta passa, che tre serate consecutive al Madison Square Garden non riuscirai più a farle, che il mondo musicale sta cambiando e che tu, a 35 anni, sei già un vecchio, un dinosauro.
Programma del Madison Square Garden dell’estate del 1977
Negli anni ottanta Keith si arrabatta, abusa di certe sostanze, colonne sonore, un album solista, rifonda la band con un altro batterista il cui cognome inizia sempre per P, il successo però non è più lo stesso, ci riprova con i THREE ma i risultati commerciali non sono granché. Nel 1991/92 la reunion degli ELP originali che durerà – a pezzi e bocconi – sino al 1998; successo discreto ma distante dagli antichi fasti. Mette insieme una band, tutto più che dignitoso compreso il successo (sebbene si parli di numeri ben lontani dal passato). Ci riprova con Lake per un breve tour, poi nel 2010 l’ultimo concerto degli ELP all’High Voltage Festival a Londra, da cui è tratto un DVD che evidenza le magagne: una band imbolsita, aiutata da basi, con Emerson che fatica come un dannato con la mano destra. Qualche altro progetto, qualche altra apparizione (anche sulla RAI in uno di quei programmi di Carlo Conti dove ripropone, a fatica, un suo vecchio singolo che ebbe molto fortuna in Italia) fino a ieri l’altro. La sua compagna è uscita. Keith è in casa, l’angoscia si fa insostenibile, la depressione lo schiaccia verso il basso. Meglio farla finita. Va nel cassetto, prende la rivoltella che teneva per difesa personale e si spara un colpo in testa. Benvenuti amici miei, allo show che termina.
Questa è una ricostruzione personalissima, fatta in fretta e basata sulle ultime dichiarazioni della compagna di KE e di Greg Lake:
Keith Emerson & Mari Kawaguchi (Getty Image-Daily Mail).jpg
Venerdì sera: sono in sala prove con gli Equinox. Stiamo per iniziare, ricevo un messaggio da Picca: “I’m sorry mate” mi scrive e mi allega un link, dall’anteprima leggo che è qualcosa che riguarda KE e gli ELP, subito spero che sia l’annuncio relativo al ritiro dalle scene vista la malattia, poi capisco che è morto. Mi accascio sull’amplificatore. Saura e Pol sono sbigottiti quasi quanto me. Non so come, ma riesco a portare a termine le prove. Il gruppo stasera suona bene, abbiamo un concerto il prossimo venerdì, ma ci sono momenti in cui non riesco a concentrami e perdo dei colpi, Saura fa lo stesso.
Ritorno a casa, mi arrivano messaggi a mezzanotte inoltrata, Pigi (il mio primo contatto col rock è stato con ELP), mia sorella (“dicono si sia tolto la vita”), Liso (“Tim, così non va bene per niente, non sono pronto, mi manca la terra sotto i piedi, il mondo va in una direzione che non è più la mia”), Biccio (“Nooooo…”), Beppe Riva (“Mi ha telefonato ora un amico dicendomi che è morto Emerson, il mio eroe, non posso crederci…”), ancora Picca (“devastante”).
Mi preparo un thè, mi metto al computer, leggo che la polizia parla effettivamente di suicidio. Chi capisce qualcosa di musica riempie facebook con post a mo’ di tributo. Io sono sempre restio a farlo, in passato ho assistito infastidito alla marea di commenti a proposito della dipartita di alcuni personaggi musicali da parte di chi lo fa sempre e comunque, più che per rendere omaggio, per far vedere che si è sul pezzo. Stavolta però non posso e non voglio esimermi, KEITH EMERSON è uno dei miei pochissimi veri eroi, idoli, maestri, e non è morto di malattia o di cose relative all’età, cose di cui dovremmo non sorprenderci, ma è morto perché lo ha deciso lui stesso.
Penso a Keith e mi commuovo, fino alle lacrime. Certo, è un periodo con cui ho a che fare con la morte, poche settimane fa il vecchio Brian, l’altro giorno un suo caro amico, sono in modalità “walking side by side with death” dunque,ma la dipartita di Keith è davvero troppo per riuscire a trattenermi. Scopro così che un cuore ed una anima ce li ho, sebbene non mi piaccia Jeff Buckley (già, leggo en passant su facebook un post di un mio conoscente che recita “Conosco persone a cui non piaceva Jeff Buckley. Ho poi scoperto che non avevano un cuore. E probabilmente nemmeno un’anima.”).
1976/1977: sono un ragazzino, sto per incontrare la chitarra, in casa c’è da sempre un pianoforte, lo suonano mia madre e mia sorella, sono dunque abituato allo strumento e alla musica classica, mia madre poi mi instilla l’amore per George Gershwin e Glenn Miller, nell’infanzia i programmi della Tv dei ragazzi hanno sigle tipo A SALTY DOG dei PROCOL HARUM e SHE CAME IN THROUGH THE BATHROOM WINDOW versione JOE COCKER. Forse è grazie a questo background che quasi mi capovolgo quando ascolto per la prima volta la sigla di ODEON TUTTO QUANTO FA SPETTACOLO.
(da WIKIPEDIA: rotocalco televisivo a cadenza settimanale Rai del TG2, creato dai giornalisti Brando Giordani ed Emilio Ravel, dapprima inserto del notiziario, poi programma del mercoledì in prima serata. La trasmissione ha avuto due edizioni con una rispettiva pausa estiva, dall’8 dicembre1976 al 4 aprile 1978. Il programma, il cui motto era “Fare informazione sullo spettacolo facendo spettacolo”, trattava di una serie di servizi dal mondo, scanditi con un ritmo serrato, riguardanti lo spettacolo ed il tempo libero, il cui sommario spettava a Laura D’Angelo. La sigla di testa e di coda erano animazioni di Piero Gratton, accompagnati dai brani Big Shot di Simon Park e l’indimenticabile Honky Tonk Train Blues, un boogie-woogie degli anni trenta rielaborato dalla rock star Keith Emerson, successivamente sostituita da un video con il musicista al piano. La rock star inglese torna nell’edizione successiva con Odeon Rag, arrangiamento del brano ragtime Maple Leaf Rag di Scott Joplin).
La sigla è basata su un video girato da Emerson dove si cerca di ricreare uno di quei locali americani tipo barrell house dove si suonava il rag time, il blues e l’honky tonk. Keith con camicia e gilet che suona un piano a muro e una sezione fiati. Il video mi colpisce così tanto che dal punto di vista visivo KE diventerà il mio riferimentol. Modello di riferimento scalfito solo dall’arrivo, nel mio mondo, poco più tardi, di JIMMY PAGE. Ancora oggi quando riguardo il video ho i brividi…
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Il KEITH EMERSON del 1976/77 per me è sinonimo di figaggine estrema:
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HONKY TONK TRAIN BLUES viene pubblicato come singolo in Italia, la settimana del 5/2/77 esordisce in seconda posizione, la settimana successiva conferma il risultato mentre la settimana del 19/02/1977 arriva al primo posto. Stiamo parlando di un pezzo strumentale, seppur abbordabile, che arriva in vetta. Incredibile. Le due settimane successive torna al secondo posto (scavalcato da Furia di Mal dei Primitives), ma poi il 26/03/1977 torna al primo posto, e lo fa per tre settimane consecutive. Poi per altre sei poi si conferma al secondo posto. Diventa il quarto singolo più venduto del 1977 in Italia. Successo strepitoso.
La stagione successiva la sigla diventa MAPLE LEAF RAG (da Works Volume II del 1977) ribattezzato ODEON RAG. Raggiunge il 16esimo posto della classifica italiana. KEITH EMERSON diventa un nome conosciuto anche al pubblico di bocca buona. Vengono persino stampati gli spartiti. Mia sorella porterà MAPLE LEAF RAG / ODEON RAG al saggio (per pianoforte) di fine anno; a fine esibizione un’autentica ovazione… al di là della bella prova della Lalli, questo dimostra quanto erano conosciuti i pezzi di Keith in quegli anni.
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Nel 1980 la RAI sostituisce ODEON con VARIETY, e affida la sigla (finale) di nuovo a Keith; SALTY CAT.
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SALTY CAT sarà presente sull’album HONKY del 1981, registrato alle Bahamas e pubblicato solo in Italia (e solo successivamente distribuito in tutto il mondo).
Poco dopo i singoli di HONKY TONK TRAIN BLUES e MAPLE LEAF RAG/ODEON RAG inizio ad addentrami con convinzione nelle profondità siderali della musica rock, uno dei primi LP che mi capitano in mano è BRAIN SALAD SURGERY, degli EMERSON LAKE & PALMER uscito pochi anni prima, la copertina (di HR Giger) mi dà i brividi, la musica mi rapisce.
ELP BSS 1973
ELP BSS 1973
Il live THE SONG REMAINS THE SAME dei LZ è appena uscito, qualcuno me lo fa ascoltare e da quei momenti non ci sono moto da cross o ragazzine che tengano, per me ci sono solo KEITH EMERSON e JIMMY PAGE. Da lì in poi sarà una scoperta continua di dischi inimmaginabili, tra cui quelli degli ELP, il primo, TRILOGY, PICTURES, BSS, il triplo live WELCOME BACK MY FRIENDS TO THE SHOW THAT NEVER ENDS, WORKS I e IN CONCERT. Più tardi arriveranno anche TARKUS (album seminale che però mi ha sempre lasciato freddino), WORKS II e LOVE BEACH.
La voce bella, piena, profonda di GREG LAKE e il piano di KEITH EMERSON mi portarono verso viaggi fondamentali per la maturazione della mia giovane anima. La potenza elegante e sperimentale degli ELP…
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Il maestrale portato dalle date tour del 1977 fatte insieme all’orchestra…
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Le folli PIANO IMPROVISATIONS di Keith…
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Ci lascia dunque il più grande tastierista Rock di tutti i tempi, e non me ne vogliano i fan di WAKEMAN, di BANKS e di JOHN LORD, Emerson è stato il primo con i suoi NICE a portare il ruolo di tastierista alla ribalta, il primo a cristallizzare nell’immaginario collettivo il suono del Moog nel 1970 con l’assolo finale di LUCKY MAN dal primo album degli ELP, il primo a portare in scena una personalità debordante, sfavillante, creativa, il primo a reinventare la musica classica meno scontata attraverso il Rock, il primo a innestare in un gruppo di musica prettamente europea (gli Emerson Lake & Palmer appunto) la grande musica americana, quella di AARON COPLAND e quella dei grandi musicisti neri che potremmo chiamare generalizzando un po’ musica classica blues. A livello tecnico se la giocava solo con Wakeman e infatti i referendum dei lettori degli anni settanta del MELODY MAKER (la rivista musicale di riferimento di quegli anni) vedevano nelle prime due posizioni alternarsi sempre quei due nomi, ma se Wakeman doveva slittare sulla carriera solista per potersi esprimere liberamente (troppe le personalità strumentali negli YES), Keith poteva librarsi in libertà all’interno degli ELP, essendone la forza portante, senza nulla togliere all’altro gigante GREG LAKE e a CARL PALMER.
Non starò a pontificare troppo sulla sua scelta, niente morbosità a proposito del suicidio su questo blog, dirò solo che la rispetto, non la giustifico né l’avallo, ma registro che se ne è andato, pur in preda a profondissimi blues, come ha vissuto.
Il mio amico Paolino Lisoni ha postato su facebook una semplice frase: “Tutti in piedi.” Ecco, non c’è bisogno di dire altro.
Best keyboards player ever, rock god, composer. We salute you, Keith Noel Emerson! (2 November 1944 – 10 March 2016).
(Tim Tirelli 2016)
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Keith Emerson: una riflessione sulla sua scomparsa
di Beppe Riva
Non esistono morti più o meno importanti, ma quando a lasciarci è colui che consideri il tuo “eroe” musicale, ti senti veramente colpito al cuore, riconosci che se ne è andato un pezzo della tua storia, con tutte le impagabili emozioni che ha saputo offrirti. Sono convinto che molti appassionati, come chi scrive, si siano sentiti in un mondo diverso e certamente più povero, alla notizia della scomparsa di Keith Emerson in questo già funesto 2016.
Proprio la sera prima, giovedi 10 marzo, alle porte della mia città si esibiva Carl Palmer, il batterista che completava il leggendario triumvirato fondato da Emerson con Greg Lake, e la sua è stata una stupefacente dimostrazione di acrobatica potenza che mai avrei immaginato tuttora di tale intensità. Tanto meno si poteva ipotizzare che lo stesso Carl, il giorno dopo, sarebbe stato portavoce della tragica dipartita del compagno di gloriose avventure musicali.
Keith Emerson sicuramente ha lasciato un segno indelebile nel mio modo di avvicinare ed amare il rock; quando nel 1970 ascoltai l’album d’esordio degli ELP, ero già affascinato dai Nice, ma l’architettura del suono da cattedrale gotica proiettato nel futuro di “Barbarian” e di “Knife Edge”, mi ha letteralmente conquistato.
Per fortuna non ero il solo, perché gli ELP avrebbero spalancato le porte al successo di massa del rock progressivo. Ed il fiammeggiante leader di un trio di fuoriclasse era proprio lui, Keith Emerson, innalzato al rango di “Jimi Hendrix delle tastiere”, profeta di un’eresia che all’epoca sembrò persino plausibile, ossia poter sfidare l’egemonia della chitarra elettrica nel rock suonando a velocità supersonica l’organo Hammond ed il piano, ed inaugurando da assoluto pioniere l’era dei sintetizzatori…Emo era questo ed altro: soprattutto alle sue sperimentali contaminazioni fra rock, musica classica e jazz fin dal debutto dei Nice (1967), si deve l’invenzione del rock progressivo. E poco importa se i critici con la C maiuscola storcevano il naso verso gli “eccessi spettacolari” del nostro, preferendo inchinarsi di fronte alla figura da intellettuale un po’…così di Robert Fripp.
A me piace conservare un numero di Q Magazine (in copertina i Beatles, nientemeno) che riconosce a Keith e ai Nice una sorta di primogenitura, storicamente fondata, sulle origini del prog-rock. Dunque i Nice come il prototipo, gli ELP come il trionfo di questo genere di musica, con Keith in qualità di inarrivabile comun denominatore.
Ma dai vertici raggiunti, la caduta può esser ancora più fragorosa…ELP non erano solo rock’n’roll e “non piacevano” (un eufemismo) a chi predicava il ritorno alle origini, all’essenziale aggressione sonika, in altri termini, alla generazione punk.
Come e più di tanti loro contemporanei, ELP diventavano “dinosauri”, simbolo di un’epoca da cancellare. Dagli ’80 in poi, Emerson si allontanava dai fasti del successo, continuando però a professare un’inalienabile passione per la sua musica.
“Io mi sento innanzitutto un compositore”, rivelava in una recente intervista esclusiva a Prog Magazine, e lo diceva con la fierezza di chi crede prioritariamente nella sua vocazione artistica.
In quest’ottica, il solo ed unico Keith Emerson chiudeva il cerchio nel 2011 con il meraviglioso “The Three Fates Project”, autentico festival sinfonico registrato con un’orchestra classica di 70 elementi (uscito su etichetta Varese Sarabande, 2012) che idealmente tornava all’epoca d’oro dei Nice di “Five Bridges”.
Posso immaginare che per un musicista come lui, capace di strepitosi zenit virtuosistici nella sua carriera, gli insormontabili problemi alle articolazioni delle mani e in generale di salute, siano stati un ostacolo oltremodo frustrante da superare, ma non aggiungo altro sull’argomento.
Questo mio rapido quanto gravoso scritto vuol solo esprimere eterna gratitudine a colui che ritengo sia stato il più grande e visionario tastierista del rock. Scusatemi se posso essermi ripetuto su cose già dette…ma si tratta di una perdita incommensurabile, perché non è retorica dire che non ci sarà mai più un altro Keith Emerson!
Ci sentiamo davvero privati improvvisamente di un personaggio che con la sua inventiva è andato ben oltre i confini definiti della cultura pop, diventando protagonista assoluto di un’epoca dove pure il germoglio della creatività non era certo merce rara.
Piccolo formato, poco più di cento pagine, lettura sorprendentemente scorrevole (viste le tematiche). Donato riflette sul periodo storico dei GENESIS, quello con PETER GABRIEL, quello che va dal 1970 al 1975, sei anni densi di dischi stupefacenti e di momenti visivi teatrali e profondi.
L’autore (sì insomma, il nostro DONATO ZOPPO) come sempre raggiunge l’argomento grazie ad una perfetta introduzione, analizzando la crescita della musica Rock, l’onda che parte da lontano e che arriva fin sulle spiagge della teatralità, connubio che GABRIEL e i GENESIS in quei pochi anni hanno espresso come forse nessun altro.
Donato, per permetterci di comprendere a pieno l’evoluzione e il significato del Rock, scrive cosette tipo “La cultura Rock, un blocco condiviso di valori musicali, artistici, sociali, culturali e comportamentali consolidatosi tra 1965 e 1967, nasce dalla disponibilità onnivora dei giovani musicisti ad accogliere qualsiasi spunto estraneo al Rock e alla musica stessa (poesia, esoterismo, narrativa, etc) e soprattutto dal desiderio insopprimibile di affermare anche con il concerto la propria identità , che nasce dalla consapevolezza dell’alterità generazionale e dal conflitto con l’universo di valori genitoriali.”
DZ ci guida quindi alle prime sorgenti degli anni sessanta per poi condurci finalmente alle sponde della vecchia Britannia, dove questo manipolo di rampolli della borghesia inglese, usciti dalle scuole private, mette in scena il loro Rock, che chiameremo poi ” progressivo”, su cui il cantante, proto-leader e anima inquieta, disegnerà le proprie mappe teatrali.
TRESPASS, NURSERY CRIME, FOXTROT, SELLING ENGLAND, THE LAMB … album che fanno parte del nostro DNA, album di cui pensavamo di conoscere ogni sfumatura, ma che con questo nuovo approfondimento di Donato ci accorgiamo di poterli ancora approcciare con spirito candido e assetato. Credo che proprio questo faccia di questo lavoro un libro da avere assolutamente, oltre alla maestria di DONATO nel condurre in porto in modo lineare, comprensibile e cronologico (per chi scrive qualità fondamentali) un aspetto del Rock spesso preso sotto gamba. In molto casi la teatralità nel Rock non è null’altro che qualche pulsione superficiale e kitsch, ma nel caso dei Genesis e di Gabriel in particolare, rappresenta significati profondi, magari a volte anche ingenui, ma carichi di suggestioni metafisiche e/o comunque artistiche.
DONATO ZOPPO si rivela una volta di più una delle penne più ispirate del giornalismo musicale italiano. Giù il cappello.
Cosa succede dopo che hai perso un genitore? Beh, dopo che sei passato attraverso quell’anomalia temporale dei quattro giorni che seguono la dipartita di tuo padre e la gestione della veglia, del funerale, degli amici e dei parenti, inizi a prendere atto dell’assenza. In alcuni momenti non ti sembra possibile, non ti sembra vero, pare una cosa davvero troppo grande per essere reale, ma poi ti tocca fare i conti con la realtà.
Così affronti gli impicci legati alle inevitabili faccende burocratiche: la nuova lapide, il rogito per la nuova concessione del loculo, la puntata al Caaf per sapere cosa fare esattamente per la questione dell’Inps (la pensione insomma), un nuovo breve momento insieme ai famigliari per la tumulazione dell’urna con la polvere di stelle di tua madre che hai dovuto fare cremare per far posto alla bara di tuo padre e sciocchezzuole di questo genere.
Uno dei passaggi più difficili è tornare nella struttura in cui Brian era ospite, dapprima per ritirare i suoi effetti personali poi, dopo la cernita, per lasciare i suoi vestiti più dignitosi. Ne aggiungi anche dei tuoi, tanto non metterai mai più i capi che giudichi passati, lei dice che ormai sei diventato un fighetto come Mancini. La struttura accetta volentieri i vestiti ancora belli, alcuni ospiti non hanno parenti che li vengono a trovare dunque nessuno che compri loro qualcosa in caso di bisogno, altri hanno i famigliari ma sono così tirati a livello economico che non possono permettersi nulla. In caso rimanga qualcosa o che certi maglioni siano troppo “moderni”, l’abbigliamento in surplus viene dato alla chiesa lì a fianco gestita da Don Sergio, fondatore della struttura: ogni settimana c’è la fila di gente (stranieri e non) in difficoltà a chiedere cose da indossare.
Entrare nella struttura è dunque difficile, le persone che fino al giorno prima frequentavi e vedevi un giorno sì e uno no, di colpo escono dalla tua vita, e quando torni per sistemare le ultime cose vedi che loro, pur con dolcezza, sono già passati oltre mentre tu sei rimasto cristallizzato ai giorni in cui tuo padre era ancora ospite della struttura. Il personale ti accoglie con simpatia e affetto, ma non sei più un famigliare di un loro ospite, non sei più un loro “cliente”, piccole differenze che noti all’istante. Non è facile tornare in quel posto, rivedi il pergolato dove in primavera e in estate portavi Brian per la sua ora d’aria, rivedi gli ospiti che facevano parte del giro di tuo padre (e alcuni non se lo ricordano già più), rivivi i tanti momenti passati negli ultimi quindici mesi come solo un uomo di blues come te può fare, e quando esci non puoi fare altro che infilarti i Ray ban.
In macchina ascolti cose tipo JONI MITCHELL e STANLEY CLARKE. Provi a metter su la musica in cui di solito ti rifugi quando hai bisogno di sicurezze ma non riesci ad ascoltarla. Provi col bootleg FOR BADGE HOLDERS ONLY (LA Forum 23/6/77), uno dei capisaldi delle registrazioni non ufficiali del tuo gruppo preferito, i LED ZEPPELIN, ma dopo un minuto devi toglierlo, provi col secondo di JOHN MILES ma dopo qualche secondo l’impulso è lo stesso, BAD COMPANY nemmeno a pensarci, ELP, FREE, JOHNNY & EDGAR WINTER , AEROSMITH neanche, quasi ci fosse un bisogno di tenere separata la musica che ti ha modellato al dolore della perdita di colui che ti ha creato. Resti allora su cose che comunque ami molto ma più neutre.
STANLEY CLARKE…
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e JONI MITCHELL…
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Per diversi anni ti sei preso cura di Brian in tutto e per tutto e quando la cosa finisce vai incontro ad un vuoto che ti disorienta. Speri così che passino in fretta un po’ di settimane, il tempo necessario per elaborare meglio la cosa e per lenire il dolore. Riprendi ad andare a concerti, a fare le prove col tuo gruppo, a vivere e ad amare. Ti illudi d’ iniziare a trovare un poco di equilibrio, ma sotto la cenere non ci sono braci, ci sono tizzoni ardenti. Così, una volta rimessoti perlomeno in piedi, ti metti alla ricerca di Brian, dei tuoi ricordi con lui, mentre senti che la vita torna a scorrere e nello lettore della blues mobile iniziano ad arrivare i tuoi dischi, SANTANA III ad esempio…
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FOXTROT…
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Per quanto doloroso senti che è un passo che devi fare quello di tornare sui suoi passi. Indugiare nella tristezza non è mai salutare, ma ognuno si arrangia come può per elaborare certe perdite.
Passi davanti al palazzo in cui Brian ha abitato gli ultimi due o tre lustri, volgi lo sguardo alla finestra della cucina, la finestra da cui si affacciava i sabati mattina in attesa che tu arrivassi, passi davanti al Conad del New Tower e del bar di Chen il cinese dove andavate a fare la spesa e a prendere un caffè, vai a mangiare una pizza con tua sorella nella pizzeria lì vicino, uno degli ultimi ristoranti in cui siete stati con Brian, e poi vai a Ninentyland, il tuo paesello natio, dove il vecchio ha passato almeno quarant’anni della sua vita. Ti fai un bel giro a piedi, ricordi lontani ti rapiscono e ti riportano in quel tempo in cui tutto ti sembrava andasse bene, in cui la tua era una famiglia felice, in cui sulla vita e sul futuro il sol dell’avvenire avrebbe sempre dominato.
Ti fermi nel bar dove gli ultimi anni portavi Brian, ti bevi un crodino in suo onore, il barista ti chiama Tirelli, ti fa le condoglianze e ti chiede notizie, tu ti concentri su quell’ermatorre che sempre cara ti fu per cercare un appiglio nel tempo e nello spazio…
NNT, Torre dei Modenesi detta torre dell’orologio.
Mentre al mattino vai al lavoro, nelle giornate limpide, t’imbatti nel bel panorama del Monte Cusna innevato e ogni volta ti sembra di essere trasportato dalle note di APPALACHIAN SPRING di AARON COPLAND…
Monte Cusna – panorama dalla pianura
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Poi col passare del tempo ti sembra di iniziare ad assorbire la botta, quasi ti sorprendi della cosa fino a che inciampi in piccoli episodi che ti fan capire che in fin dei conti ci sei ancora dentro, e probabilmente lo sarai sempre. Dopo averli lavati e stirati lei ti appoggia sul como’ quei pochi maglioni di Brian che hai tenuto per ricordo, tu li prendi e li porti nell’armadio su in soffitta, mentre lo fai li stringi a te e un fiotto di lacrime ti annebbia la vista.
Ti ricomponi, ti butti sotto la doccia, Radio Capital passa FATHER AND SON di CAT STEVENS e in mezzo secondo ci ricaschi. Meno male che lo scroscio d’acqua confonde le lacrime.
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Finisci anche per comprare il primo numero con annesso modellino di una nuova collana dedicata agli autobus, Brian era un autista di corriere e così ti sembra logico avere quel pullman blu sopra alla mensola della sala.
Brian e la corriera
Una volta chiedesti ad un amico tuo coetaneo come stesse suo padre il quale aveva appena perso la vecchissima madre. Il tuo amico ti rispose una cosa del tipo ” è ancora lì che tribola per la faccenda di sua madre, mah”, quasi incredulo della cosa. Magari gli esserei umani hanno reazioni diverse davanti a queste cose, magari uno non capisce e non immagina cosa possa significare una perdita del genere fino a che non ne affronta una. Tutte cose inevitabili, è uno dei misteri insondabile della vita, ma è buffo vedere che nonostante siano milioni di anni che gli esseri umani (in forma primitiva o evoluta) affrontino queste perdite ancora le vivano con tanto patema, perché come ti ha scritto in un telegramma il padre del tuo amico in questione “quando se ne vanno è sempre troppo presto” … già.
Nonostante questi pensieri ti chiedi se un uomo della tua età debba commuoversi così, debba piegarsi al volere di questo sentimentalismo da strapazzo…ne sei conscio, lo capisci, ma non puoi farci nulla. E intanto è già passato un mese.
Avevo avuto una imbeccata qualche tempo fa circa possibili nuovi tre progetti della (Original) BAD COMPANY previsti per quest’anno. Oltre alle prevedibili due nuove uscite delle edizioni speciali del terzo e quarto album, sognavo che facessero finalmente uscire un album dal vivo registrato negli anni settanta. Mi sono sempre chiesto perché all’epoca non fu mai pubblicato nulla, immaginando che il gruppo avesse registrazioni multitraccia di qualche buon concerto.
Ed ora eccolo qui: Bad Company Live In Concert 1977 & 1979, composto da registrazioni prese dal concerto di HOUSTON del 23 maggio 1977 e di LONDRA del 9 marzo 1979. Ad esse si aggiunge la registrazione di HEY JOE presa dai nastri di WASHINGTON 1979 (già apparso su bootleg).
L’album verrà pubblicato dalla RHINO il 29 aprile.
AGGIORNAMENTO del 09/03/2016: entrambi i concerti sono purtroppo incompleti, questo per far stare il tutto su due cd. La qualità sonora sembra sia ottima, in particolare quella relativa allo show di Londra, registrato all’epoca da Martin Birch, sembra sia stupefacente. I nastri non sono stati ritoccati, dunque quello che sentiremo è esattamente quello fu registrato all’epoca. I nastri sono stati per decenni negli archivi della Swan Song in stato di abbandono.”
CD1
Burnin’ Sky
Too Bad
Ready For Love
Heartbeat
Morning Sun
Man Needs Woman
Leaving You
Shooting Star
Simple Man
Movin’ On
Like Water
i. Live For The Music
ii. Drum Solo
Good Lovin’ Gone Bad
Feel Like Makin’ Love
BAD COMPANY: Boz Burrell / Mick Ralphs / Paul Rodgers / Simon Kirke
CD2
Bad Company
Gone, Gone, Gone
Shooting Star
Rhythm Machine
Oh, Atlanta
She Brings Me Love
Run With The Pack
i. Evil Wind
ii. Drum Solo
Honey Child
Rock Steady
Rock‘n’Roll Fantasy
Hey Joe (Live in Washington, June 1979)
Feel Like Makin’ Love
Can’t Get Enough
Il gruppo inoltre partirà per una tournée americana (insieme a Joe Walsh):
JOE WALSH & BAD COMPANY TOUR DATES:
5/12/2016 – Dallas, TX @ Gexa Energy Pavilion
5/15/2016 – Morrison, CO @ Red Rocks Amphitheatre
5/17/2016 – Concord, CA @ Concord Pavilion
5/18/2016 – Chula Vista, CA @ Sleep Train Amphitheatre
5/20/2016 – Los Angeles, CA @ The Forum
5/22/2016 – Phoenix, AZ @ AK-Chin Pavilion
5/24/2016 – The Woodlands, TX @ The Cynthia Woods Mitchell Pavilion
5/26/2016 – New Orleans, LA @ Bold Sphere Music at Champions Square
5/28/2016 – Tampa, FL @ MidFlorida Credit Union Amphitheatre
5/29/2016 – W. Palm Beach, FL @ Cruzan Amphitheatre
6/7/2016 – Darien Center, NY @ Darien Lake Performing Arts Center
6/9/2016 – Mansfield, MA @ Xfinity Center
6/11/2016 – Holmdel, NJ @ PNC Bank Arts Center
6/12/2016 – Camden, NJ @ BB&T Pavillion
6/14/2016 – Wantagh, NY @ Nikon At Jones Beach Theater
6/16/2016 – Noblesville, IN @ Klipsch Music Center
6/18/2016 – St Louis, MO @ Hollywood Casino Amphitheatre
6/20/2016 – Kansas City, MO @ Starlight Theatre
6/22/2016 – Clarkston, MI @ DTE Energy Music Theatre
6/23/2016 – Chicago, IL @ FirstMerit Bank Pavilion
6/26/2016 – Cuyahoga Falls, OH @ Blossom Music Center
6/28/2016 – Pittsburgh, PA @ First Niagara Pavilion
6/30/2016 – Charlotte, NC @ PNC Music Pavillion
7/3/2016 – Nashville, TN @ Carl Black Chevy Woods Amphitheatre
Domenica sera eravamo in tre sul divano: io, Picca e Mario. Fuori la bufera, dentro il segnale satellitare che andava e veniva causa il maltempo e noi tre delusi, amareggiati, rassegnati davanti all’ennesima prova deludente della nostra amata squadra contro l’avversario (o meglio, il nemico) di sempre. Un secondo tempo così indolente e pieno d’accidia che ci spingeva nell’abisso della disperazione calcistica. 2 a 0 al Conat Stadium sotto un diluvio di prese in giro (eufemismo). Il peggio che possa capitare, parlando di football, ad un tifoso dell’INTER.
Mercoledì sera: ci ritroviamo in due, io e Mario. Ci siamo accordati all’ultimo, non è bello restar soli nei momenti di difficoltà. Mentre lo aspetto ripenso alle partite viste insieme. Io e Mario siamo amici dal 1990. Eravamo colleghi alla Panini Spa e benché nel 2000 io abbia poi preso un’altra strada siamo sempre rimasti in contatto. Prima ci ritrovavamo per le partite di Coppa trasmesse in chiaro e poi da quando ho Sky (2004), guardare insieme le partite (campionato o Champions league) è diventato un piacevolissimo rito. Mario arriva. Porta del Franciacorta con cui aperitiviamo e due pregiate bocce di vino rosso. La groupie ci prepara un risotto con gli asparagi e scaloppine al limone. Chiudiamo con una macedonia di frutta fresca. Palmiro è sul frigo che dorme. Ci trasferiamo in sala.
Abituati a Sky, davanti alle miserie delle telecronache Rai ci deprimiamo un po’, ma il tutto è dovuto anche alla pessima forma della squadra che negli ultimi due mesi ha buttato nella toilette il capitale messo da parte nel girone d’andata. Non sappiamo cosa aspettarci. Certo, fantastichiamo di rimonte impossibili (all’andata abbiamo perso 3 a 0), ma fare quattro goal alla J**e non è esattamente automatico. Guardo la maglietta che indossa Mario: è quella del 2010 con cuciti gli stemmi dello scudetto, della coppa Italia, della coppa del mondo per club. Sospiro.
I commentatori ripetono più volt che la J**e gioca in formazione rimaneggiata, leggo i nomi: ci saranno anche quelli che considerano seconde linee, ma la formazione fa comunque impressione. A noi mancano MURILLO, MIRANDA, ICARDI. Beh, allora anche noi giochiamo con le riserve.
Passano i primi minuti, non dico nulla, ma scambio occhiate con Mario. Mai visto in questa stagione un inizio così brillante. Passa il tempo ma la cosa non cambia: sembriamo dei forsennati. Decisi, determinati, bravi, tonici, dinamici, cazzuti, ordinati, coraggiosi, audaci. La squadra nemica non riesce ad uscire dalla propria metà campo. BROZO fa goal. Io e Mario iniziamo a scaldarci. Scrivo qualcosa sul INTERISTA SOCIAL CLUB,( https://www.facebook.com/groups/641284235974678/) il gruppo facebook che ho creato qualche tempo fa:
“22 minuti che giochiamo a calcio e vinciamo 1 a 0 con la Juve. Non ci vuole tanto.”
Poco dopoaggiungo :“Miglior primo tempo della stagione.”
KONDOGBIA giganteggia, ed è un vero peccato che debba uscire dopo aver preso una botta in testa.
La cosa si fa interessante. Io e Mario allentiamo la tensione con una grappa. Parte il secondo tempo, l’umore della squadra non cambia. Giochiamo benissimo. Io e Mario siamo basiti, giocatori che sino a tre giorni fa sembravano morti ora sembrano tigri indemoniate. MEDEL, EDER, PERISIC, BROZOVIC sembrano giocatori in lista per il pallone d’oro. Tutti gli altri appena fuori la Top 20. Azione devastante e PERISIC fa il 2 a 0. Scatto, urlo “Barcellona Barcellona”. La groupie corre in sala a calmarmi. Poco dopo rigore per noi: 3 a 0.
Inter Juve 3-0 (foto Corriere della Sera)
Dominiamo la J**e per 90 minuti. E’ dal maggio 2010 (sigh) che non vedo un ‘Inter così. Continuo a scrivere su INTERISTA SOCIAL CLUB:
“Ma stiamo guardando l’Inter o il Barcellona? Che Inter!”
“Una grappa , un rum … sono già in chiara. Che Inter ragazzi che Inter.”
“No ma …3 a 0…”
“Miglior squadra di tutti i tempi? Va beh prima forse c’è l’Olanda 1974-1978 ma siamo lì…”
Lottiamo fino alla fine per il 4 a 0, ci andiamo vicinissimi in un paio di occasioni. Nella Juve entra Pogba. Si vede subito. Zaza colpisce il palo, e la squadra bianconera inizia a soffrire assai meno. Penso: se avessimo uno così al posto di, che so, FELIPE MELO (che per fortuna resta in panchina).
I supplementari finiscono zero a zero, una giocatore della J**e e due dell’Inter sono malconci, zoppicano, stanno in campo solo perché le sostituzioni sono finite.
Lo so sin da subito, me lo sento, ai rigori non passeremo. Infatti PALACIO colpisce la traversa col suo tiro. La J**e non ne sbaglia uno. E va in finale.
Uno fa presto a dire “L’importante era dare un segnale forte a tifosi, società, allenatore”, ” E’ già stata una impresa rimontare i tre goal”, ma poi ci si rimane male ugualmente.
L’equazione più gnocca da fare è “ci voleva tanto giocare così o quasi così durante gli ultimi mesi? ” Rifletto su dove potremmo essere se avessimo avuto questo amor proprio nel cuore, ci staremmo giocando il campionato con J**e e Roma, non saremmo impantanati al 5° posto, a 13 punti dalla prima, a 5 dal terzo posto e col Milan dietro a un punto (dopo che lo avevamo distanziato di 13 lunghezze).
Aver visto l’Inter giocare così bene mi fa capire che, va bene che siamo una squadra “pazza”, ma qualità ce ne è, anche in squadra senza fuoriclasse, che l’allenatore tutto sommato sa far giocare la squadra, e che la questione “testa” è la principale responsabile del nostro misero campionato. Sì perché, pensiamoci bene, abbiamo dato tre goal alla Juventus, che per quanto ci dispiaccia scriverlo, è una delle corazzate europee.
Sono ormai due anni che parlo di GREG ILES qui sul blog, autore che ho scoperto tardi e che amo con tutto me stesso. I suoi romanzi thriller sono tutti dei capolavori. UN GIOCO QUIETO è del 1999, ed è arrivato in Italia nel 2004 grazie alla PIEMME. E’ il primo capitolo della saga di PENN CAGE, saga di cui sono un fervente seguace. Nelle precedenti recensioni ho già detto delle doti di ILES, non starò a ripetermi, aggiungo solo che anche questo è un libro stupendo.
Per Penn Cage, ex procuratore distrettuale diventato un famoso romanziere, il ritorno a casa, a Natchez in Mississippi, è qualcosa di sacro. Il punto di partenza per ricostruirsi una vita dopo la morte straziante della moglie e diciotto anni d’assenza. Ma la placida cittadina in cui Penn è cresciuto non è più quella che ricordava. Tra i campi di cotone e dietro le eleganti facciate delle ville del Sud si annidano lotte intestine, segreti e passioni mai sopite. Così, quando la madre confida a Penn di temere che il padre sia vittima di un vile ricatto, il velo di omertà che avvolge la comunità si squarcia e dalle ombre del passato riemerge un delitto sepolto da trent’anni. Quando Penn riapre il caso, comprende che saranno in molti a ostacolarlo nella sua battaglia per dare voce a decenni di silenzi e smascherare nemici invisibili disposti a tutto pur di non rinunciare all’enorme potere che si sono costruiti. “Un autore di thriller come ce ne sono pochi, capace di creare una suspense straordinaria, che ti divora come un fuoco” Stephen King.
Greg Iles
Nato nel 1960 in Germania, è cresciuto a Natchez, Mississippi, dove vive tuttora e dove ha ambientato molti dei suoi romanzi.
Appassionato di musica, suona con i Rock Bottom Remainders: una band formata da soli scrittori, tra cui Scott Turow e Stephen King.
I suoi thriller, amati da colleghi illustri come John Grisham, Clive Cussler e Dan Brown, sono bestseller tradotti in oltre dodici lingue e pubblicati in più di venti paesi. Presso Piemme sono usciti: Ore di terrore, L’uomo che rubava la morte, Un gioco quieto, Il progetto Trinity, La regola del buio, La memoria del fiume, Il pianto dell’angelo, Il sorriso dei demoni e Una faccenda privata. La notte non è un posto sicuro è a oggi il romanzo con cui Greg Iles ha ottenuto il maggior successo di vendite e ha raggiunto le posizioni più alte nelle classifiche americane.
STANLEY CLARKE, bassista dei RETURN TO FOREVER, formazione straordinaria dedita al jazz/rock anni settanta. ROMANTIC WARRIOR è una album che tutti gli amanti della musica di valore dovrebbero avere.
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Ma Clarke è anche un artista solista interessante e poliedrico. Questo cofanetto raccoglie i suoi album relativi anni settanta per la EPIC (il LIVE 1976-77 uscì nel 1991).
STANLEY CLARKE (1974) TTT½: buon primo album (il secondo in realtà dopo il precedente registrato per la Polydor), non ancora rotondo e maturo ma pieno di ottime premesse. VULCAN PRINCESS, LOPSY LU e LIFE SUITE PT 4 su tutte.
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JOURNEY TO LOVE (1975) TTTT: con questo disco Clarke raggiunge uno dei punti più alti della sua carriera solista. Il basso Alembic di Stanley fa meraviglie E’ bene ricordare che album jazz/rock del genere arrivarono al 34esimo posto della Billboard 200 (la classifica generale, quella che conta, non la classifica jazz o sottoclassifiche simili). SILLY PUTTY è un esercizietto basso/batteria (STEVE GADD) dalle venature funk. JOURNEY TO LOVE è sognante e rimane un bel momento malgrado l’uso criminale delle tastiere, quell’uso tipico della metà anni settanta, uso trasversale che ammantò di pattume sdolcinato certo JAZZ/ROCK, la discomusic e altre cosucce tipo gli ultimi album degli EAGLES. Il Jeff di HELLO JEFF è naturalmente Beck. Il brano parte come una sorta di hard rock sperimentale per poi trovare dimensioni tutte sue. SONG TO JOHN PT I e PART II è scritta e suonata insieme a CHICK COREA, ed è arricchita dalla chitarra acustica di JOHN MCLAUGHLIN. La PART I è squisitamente spirituale mentre la seconda si butta nel jazz più puro. CONCERTO FOR JAZZ/ROCK ORCHESTRA è un maestoso affresco jazz/rock appunto. Gran disco.
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SCHOOL DAYS (1976) TTTT½:
Altro album a raggiungere la Top 40 di Billboard 200. Probabilmente il suo album più riuscito. Dal punto di vista del basso questo è un lavoro incredibile, alcune prove lasciano a bocca aperta, il tutto senza diventare tediose e fine a se stesse e anzi rispettando quasi sempre il fine supremo della musica. SCHOOL DAYS si basa su un riff che deve molto al rock, riff che poi a gettarsi in un mare di splendide improvvisazioni. Con QUIET AFTERNOON i toni si quietano un poco, torna Steve Gadd alla batteria e fa capolino il bel moog di DAVID SANCIOUS. Accenti sudamericani per THE DANCER mentre per DESERT SONG si torna a ricerche spirituali sotto forma di aria sonora. CLARKE, JOHN McLAUGHLIN e il percussionista MILTON HOLLAND per un momento intimo e al contempo pieno di lussuria virtuosistica. Quasi sette minuti di estasi. HOT FUN si dà a un ritmo quasi danzereccio mentre LIFE IS JUST A GAME ha BILLY COBHAM alla batteria come motore per quello che potremmo definire il festival del jazz/rock. Ottima prova.
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MODERN MAN (1978) TTT : il sei questo album se lo porta a casa solo per ROCK AND ROLL JELLY, un bel pezzo rock suonato insieme a quel bel delinquente di JEFF BECK e a quel meraviglioso uomo kitsch di CARMINE APPICE. Hard Rock strumentale con riflessi vagamente jazzati. Forse sono troppo DarkLordcentrico ma questo pezzo mi ricorda certi momenti di DEATH WISH II. Il resto del disco è piuttosto deludente, musica commerciale, cantata così così, stucchevole. Suonata bene certo (nel primo pezzo Clarke suona il basso divinamente…niente sleghi da virtuoso solo un eccellente bassista al servizio della canzone) ma davvero mediocre. I due dischi precedenti finiti al 34esimo posto della classifica generale USA diedero probabilmente alla testa a Clarke.
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I WANNA PLAY FOR YOU (1979) TTT : disco non proprio riuscito, un mix di pezzi da studio e dal vivo, l’esperienza d’ascolto quindi ne risente. La produzione è discutibile, compressione fastidiosa, suono del basso poco naturale, gli anni ottanta sono dietro l’angolo. Alcuni pezzi da studio vertono pericolosamente verso la discomusic o verso musichetta nera commerciale. ALL ABOUT non è male, JAMAICAN BOY ha JEFF BECK alla chitarra, reggae giamaicano che se non avesse EL BECKO non ascolterei. I pezzi dal vivo non convincono del tutto. Si tratta di roba suonata bene, intendiamoci, ma sembra manchi una direzione precisa, così non rimane che ripararci tra le battute familiari di BLUES FOR MINGUS
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LIVE 1976-1977 (1991) TTT½ : è il disco che secondo me SC avrebbe dovuto far uscire al posto del precedente, invece di pubblicarlo nel 1991 con una copertina orribile tipica dei tardi anni ottanta e con una produzione troppo anni novanta che finisce per penalizzare i pezzi registrati appunto tra il 1976 e il 1977. DAYRIDE e THE MAGICIAN sono riletture di brani dei RETURN TO FOREVER. 8 pezzi dal vivo e una outtake tratta dalla session di SCHOOL DAYS, la suadente DESERT SONG con JOHN McLAUGHLIN all’acustica. Momento sublime.
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Buon box set dunque, con fondamentale libretto interno.
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