CATTIVA COMPAGNIA Stones Café 20/03/2015

24 Mar

L’ho già scritto, fare pochi concerti rende ognuno di essi un piccolo evento per la mia vita blues, e lo è anche questo che tengo al prestigioso STONES CAFE’. Prestigioso sì, perché è uno dei pochi locali in cui anche un musico miserello come me si senta, per un sera, realizzato, locale dove vieni preso sul serio, locale dove passano musicisti di peso (ultimamente il chitarrista di ROD STEWART, no, tanto per dire). Col gruppo ci prepariamo al concerto con un paio di prove. Non sono tante, ma la vita, il lavoro, le situazioni non permettono altro. Di solito proviamo al Little Piggery (il Porciletto, insomma) di Lele, ma causa inagibilità una delle due sere ci troviamo in una sala prova in zona. La serata si trasforma ben presto in una delle peggiori prove con gruppo che abbia mai fatto. Ambiente poco ospitale, sala prove che spegne il suono, amplificatori per chitarra orrendi. Il mood del gruppo si affloscia, suoniamo male e abbiamo dei suoni così malamente distorti che suonare diventa un supplizio. Tornando a casa uno pensa solo a smettere definitivamente. La volta successiva alla Little Piggery Rehearsal Room, le cose vanno meglio, ci riappropriamo dei nostri suoni, delle nostre vibrazioni, dei nostri umori elettrici. Venerdì venti, alle 18,45 mi ritrovo allo STONES. Mike Bravo, commentatore pilastro di questo blog e amico di lunga data è già lì, Bonònia la dotta dista giusto qualche km. Poco dopo arrivano Lele, Lorenz e Pol. Sistemiamo le nostre cose sul Palco, Frank (il titolare, già chitarrista dei ROLLS DOLLS) ci dà una mano e poi partiamo col soundcheck.

CC Stones Café 20-3-2015 - soundcheck  - foto Simon Neganti

CC Stones Café 20-3-2015 – soundcheck – foto Simon Neganti

Una volta finito, inizia ad arrivare la gente, tra cui una parte degli Illuminati del Blues, le Stonecity girls e amici vari. E’ bello vedere tante facce amiche. Ceniamo, un veloce servizio fotografico con Sarwooda ed è ora di salire sul palco. Mentre lo faccio non posso non pensare che stasera è l’equinozio di primavera, che oggi è il giorno dell’eclissi di sole e che io faccio un concerto… un segno del blues. Si apre il sipario, Lele batte il quattro (o meglio, il tre) e WAR PIGS apre le danze.

CC Stones Café 20-3-2015   - foto Simon Neganti

CC Stones Café 20-3-2015 – foto Simon Neganti

L’inizio vola via veloce dopo di che, come ogni tanto accade, arriva la botta di stanchezza dove paghi i travagli e le tensioni della settimana lavorativa. A Lele prima di salire sul palco cola sangue dal naso, e adesso quando mi avvicino per chiedergli se è tutto okay mi dice che non si sente bene, gli dico di bere molta acqua, lui mi risponde in puro stile John Bonham “Sé, ma po’ am pès adòs!” (Lele suonerà il miglior concerto di sempre da quando è con me, dal 2002 dunque). Mentre son lì che suono e ascolto quello che fa, a volte mi scappa da ridere, sarà anche senza energie ma la Tigre della Sacca stasera spacca il culo…

LELE - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

LELE – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Controllo Saura, è stranamente statica, con la faccia un po’ sofferente. Mi dice che è spossata, e che tiene le energie per restare concentrata sul basso e sui cori. Nel pomeriggio le avevo detto di mettersi un’ora sul divano e riposarsi, ma la Wonder Woman di Borgo Massenzio non ha tempo per queste cose, è una super eroina a tempo pieno dopotutto (Saura sarà quella che alla fine riceverà più complimenti di tutti). La guardo la reggiana dagli occhi di ghiaccio, la settima moglie di Enrico VIIIla nostra superfiga… non posso che esserne orgoglioso.

SAURA - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

SAURA – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

L’usignolo Pol se ne sta lì in mezzo a cinguettare, ogni tanto mi avvicino ma non ho idea di come stia vivendo il concerto… però sento che il Brad Delp di Correggio, lo stallone reggiano, ci dà dentro.

Pol - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

Pol – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Dall’altra parte del palco osservo il mio fratello di blues, il Rick Derringer di Vignola, l’uomo che non ha bisogno di presentazioni, l’ineguagliabile, l’inarrivabile, l’inspiegabile LORENZ. Mi basta incrociare lo sguardo con lui per sentirmi a posto. Lor potrebbe letteralmente essere mio figlio, ma quando l’Hard Rock Blues ti lega in quel modo, la differenza di età è una quisquilia. Marshall, Gibson Les Paul, Ray Ban, Johnny Winter… di cos’altro ha bisogno un’amicizia?

LORENZ - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

LORENZ – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

E poi, all’altra chitarrina ci sono io, lo smilzo di Nonantola, Tim Tirelli, oh yeah baby, that’s what I am. E’ buffo come uno cerchi di stare in controllo, di dire okay adesso c’è lo stacco, oppure i giri del riff in La sono quattro o ancora ecco c’è l’assolo e pigio il pedalino del booster ma poi quasi come per un disegno beffardo del demonio, lo stacco non lo fai, di giri del riff in La ne fai solo tre e invece del booster pigi un pedale sbagliato, meglio allora inserire il pilota automatico, gettare la mano, lasciare che l’eclissi batta sul tuo viso e seguire la corrente.

TIM - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

TIM – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

E bello suonare certe cover, non mi sembra ci siano tante band qui in giro che suonino i BLUE OYSTER CULT, i MOTT THE HOOPLE e la BAD COMPANY, ma io sono qua per i quattro nostri pezzi originali.

CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Sì, lo so che durante i nostri brani la gente magari va in bagno o fa una capatina al bar, ma per un songwriter è una cosa di vitale importanza. BELLEZZA D’ARIA PURA, LA SVEGLIA, QUEL CHE CANTAI, PIOVE STAMATTINA sono il motivo per cui mi trovo qui, sul palco dello Stones Café Music Club.

SAURA & TIM - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

SAURA & TIM – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Per CAN’T GET ENOUGH chiamiamo sul palco Picca. E’ dai tempi del WIENNA (music club storico di Mutina) che non divido un palco con lui, qualcosa come 23 anni fa. Farlo poi mentre siamo alle prese con un pezzo del mio eroe MICK RALPHS, è bellissimo. Thank you Pike.

PICCA - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

PICCA – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Lo sprint finale è una accelerazione mica male: ROCK AND ROLL, LET THERE BE ROCK, TRAIN KEEP A-ROLLIN’, WHOLE LOTTA LOVE (con la coda di STARSHIP TROOPER che funge da base per la presentazione e dove Saura può finalmente liberare i suoi pruriti Squireiani e far vedere che razza di gran bassista sia) e i due bis THE OCEAN e HEARTBREAKER. Suonare allo Stones significa anche che dopo lo show Frank ti fa portare da bere e un piatto di frutta ben tagliata nel backstage. Sono quelle piccole cose che ti rimettono a posto, che spazzano via i blues. Saluto poi gli amici che sono venuti e che devono andare, è un peccato essere stato un po’ sfuggente e non avergli dedicato più tempo, ma fra una cosa e l’altra non riesci a seguire tutto. Poi d’un tratto entro nella dimensione astratta, fisicamente sono lì ma il mio spirito vaga per le blue highway cosmiche. Mi getto sul divano del backstage. Arriva l’amico Jaypee e poi arriva Flash, il batterista degli STICKY FINGERS LTD. Flash lo conosco da alcuni anni, ma non abbiamo mai approfondito l’amicizia. Mi fa i complimenti per il concerto e poi si sofferma sui nostri pezzi. Inizia a parlarne e man mano che va avanti scopro quanto lui sia interessato alla cosa, fa una veloce analisi, qualche paragone e poi riassume il tutto – a proposito dello stile compositivo – con “un leggero riffetto e un velo di malinconia”. La descrizione non fa una grinzaE chi se lo immaginava Flash così interessato alle canzoni Rock cantate in italiano? Gianluca, presente in sala con sua moglie, scrive un messaggio su facebook: “Io non capisco una fava di musica ma per me i Cattiva Compagnia dovrebbero suonare tutti i weekend. Bravo Tim, bravi tutti, splendida serata.” Ora, non sono certo qui per cantarmela e suonarmela da solo, ma Gianluca è uno che di musica ne mastica parecchia, e che scriva una cosa del genere mi colpisce molto. Sarwooda mi confessa che quando abbiamo fatto QUEL CHE CANTAI, il nostro pezzo, ha dovuto interrompere di far foto e sedersi perché si era emozionata. Lorenzo Stevens mi riassume con precisione i punti caldi dello spettacolo, punti che non sto riportare perché poi davvero finirei per lodare indirettamente il mio gruppo, ma tra quei punti c’è anche questo: ” la grintosa LA SVEGLIA, molto apprezzata anche da Laura, rock all’italiana che dà 10 a zero a Ligabue”. E così il mio status di autore almeno per stasera si solleva un po’ da terra. E’ difficile lasciare lo Stones Cafè stanotte, quando entri nelle ore piccole tutto si fa più sfumato e tenero. Abbraccio i miei compari, abbraccio forte FRANK e REINZ, saluto lo staff del locale, prendo la groupie e salgo sulla blues mobile. Esco da Vignola e inizio ad attraversare quella fetta di pianura che mi separa da Regium Lepidi. La notte, le luci dei semafori e dei lampioni, le stelle in cielo. Sono quasi le tre, la blues mobile rolla placida sulle strade deserte, la groupie dorme. Entro in autostrada, osservo gli autotreni che mangiano chilometri e che sicuramente vanno molto lontano. Penso al fatto che se non ci saranno impedimenti dell’ultima ora, tra pochi giorni partirò per Cuba. Primo viaggio dopo sette lunghi anni. Non so se me lo merito come continuano a dirmi gli amici, ma cercherò di godermelo tutto. E’ anche il primo viaggio che faccio con la groupie, chissà come sarà la Wakeman woman fuori dai confini italici. Nemmeno il tempo di finire il pensiero ed è ora di uscire. Campogallo sonnecchia, un pezzo di campagna nera e mi ritrovo di nuovo nel posto in riva al mondo. Faccio salire la groupie, io scarico l’armamentario. Sono le 3,30, due macchine arrivano nella casa lì poco lontano, sono i due vaccari che iniziano il turno nella grande stalla lì vicino. Respiro la notte, faccio un giro dietro casa, da lontano l’eco delle poche auto che sfrecciano sull’autostrada che a circa un km da me taglia in due la campagna. Mi godo questa bolla notturna di pace. Salgo in casa. La groupie è crollata. Io non ho sonno, il rock and roll è ancora in circolo, sarebbe il momento del party post concerto. Invece mi infilo sotto le coperte, prendo in mano l’ennesimo libro di GREG ILES che sto leggendo. Spengo la luce alle cinque meno dieci. Socchiudo gli occhi, le luci del Richfield Coliseum si stanno spegnendo, sono su una limousine, il manager si assicura di chiudere le sicurezze delle portiere, le luci della città brillano così forte mentre le attraversiamo, le attraversiamo, le attraversiamo… Cleveland, goodnight.

Richfield Coliseum

Richfield Coliseum

MOJO magazine n.257 april 2015 LED ZEPPELIN cover

23 Mar

Ci ho provato a leggere la chiacchierata che MOJO ha avuto con PAGE, spalmata sulle 13 pagine dell’articolo. Non ce l’ho fatta, mi sono arreso dopo poco. Le storielle raccontate le ho lette troppe volte e l’atteggiamento che ha PAGE è il solito, le frasi usate le solite, gli episodi e i riferimenti i soliti; un tempo avrei ucciso per avere il nuovo numero di una rivista (mi tornano alla mente i GUITAR WORLD degli anni ottanta) contenente una nuova intervista a PAGE, ma oggi lo trovo quasi insopportabile. PAGE sembra sempre e solo rivolto al suo glorioso passato (e fin qui tutto normale, è un po’ così per tutti), ma pretende che questo venga rappresentato solo nella sua essenza più mitologica, tralasciando i lati oscuri, i temi che possano intaccare la sua figura, il succo della vita insomma … e questo ci allontana da lui.

MOJO-257-Led-Zeppelin-cover

Non avrei comprato la rivista non ci fosse stato il CD con le rilettura dei pezzi di PG, queste cose mi piacciono parecchio, e anche in questa occasione non sono rimasto deluso.

CUSTARD PIE dei WHITE DENIM è simile all’originale ma più acida. Poco dopo la metà fa capolino il riff discendente di KASHMIR e tutto si fa più astratto e psichedelico. Di THE ROVER dei BLACKBERRY SMOKE ne abbiamo già parlato in occasione della recente ristampa di PHYSICAL GRAFFITI. Di solito le versioni così vicine all’originale non hanno molto senso e dunque non mi piacciono tanto ma lo stile, il buon gusto, le qualità dei BLACKBERRY SMOKE me la fanno apprezzare. IN MY TIME OF DYING dei MIRACULOUS MULE parte per la tangente e si sgancia dalla struttura guidata dalla slide della versione conosciuta. E’ vicina a WHEN THE LEVEE BREAKS e anche a certi lamenti blues anni venti. HOTH dei TEMPERANCE MOVEMENT percorre i canoni classici, l’atteggiamento però è garage o punk blues alternativo. TRAMPLED UNDERFOOT di SON LITTLE mi piace … lenta, ipnotica, suadente.

 KASHMIR di SONGHOY BLUES di KASHMIR non ha quasi nulla. Sì, il riff ogni tanto c’è così come qualche altro ricamo ma il brano non c’entra nulla, trattasi di un pezzo proveniente dal Mali, niente male ma non vedo il nesso, la rilettura. I SYD ARTHUR rifanno IN THE LIGHT in modo non troppo dissimile dai LZ. Sono una band di jazz psichedelico e affrontano il tutto con le loro inflessioni. LAURA MARLING suona BRON Y AUR e, a parte l’inizio, si allontana dalle melodie scritte da Page. DOWN BY THE SEASIDE è affidata ad un singer songwriter americano, tal MAX JURY. Versione delicata e obliqua. Molto bella.

MICHAEL KIWANUKA, cantante chitarrista britannico di origini ugandesi. La sua TEN YEARS GONE è un lamento emozionante, asciutto e senza fronzoli. La mia canzone preferita con un vestito diverso.

Il cd si chiude con versioni alquanto personali e distanti dai cinque originali relativi. Versioni dove melodia e corpo della canzone vengono quasi ignorate:

DUKE GARWOOD NIGHT FLIGHT / ROSE WINDOWS THE WANTON SONG / KITTY, DAISY & LEWIS BOOGIE WITH YOU / HISS GOLDEN MESSENGER BLACK COUNTRY WOMAN / SUN KILL MOON SICK AGAIN

Non voglio dire che non siano fruibili, ma almeno quattro episodi sono così distanti che il senso dell’operazione pare dissolto.

Cd comunque da ascoltare.

NEWS: RICK WAKEMAN Piano Solo VENERDI’ 24 APRILE 2015 ore 21.00 Teatro OLIMPICO di VICENZA

22 Mar

 

http://www.schiolife.com
RICK WAKEMAN
Piano Solo
VENERDI’ 24 APRILE 2015 ore 21.00
Teatro OLIMPICO di VICENZA

Dopo il concerto straordinario di sabato scorso di Eugenio Finardi, ora si avvicina il momento di RICK WAKEMAN al Teatro Olimpico di Vicenza. Un appuntamento con la storia perchè – lo so siamo ripetitivi – ma sarà il primo rappresentante della musica Rock a tenere un concerto in questo teatro che in molti definiscono “il più bello del mondo”.

A questo link puoi gustarti la video-intervista di Stefano Rossi a questo grande uomo che dimostra una volta ancora la sua umanità e il carisma immutato > www.youtube.com/watch

La musica-che-non-si-ferma al suo apice con il mago delle tastiere “Lunga chioma bionda”
Biglietti numerati di PLATEA e GRADINATA ► Euro 45,00
In prevendita:
► sul nostro sito: http://www.schiolife.com/prenotazione-posto_lit_68_262.asp?id_concerto=40► on-line Vivaticket con scelta del posto: http://www.vivaticket.it/index.php?nvpg%5Bsell%5D&cmd=tabellaPrezzi&pcode=3593222&tcode=tl016920

DISCOVERY – Schio, Galleria Conte – tel. 347 4522668

TEATRO COMUNALE – Vicenza, Viale Mazzini – tel. 0444 324442

► e su tutto circuito VIVATICKET www.vivaticket.it/index.php

A breve dettagli anche per il concerto dei CARAVAN a Schio.
Keep moving to be stable, ciao
Claudio Canova
SchioLife

 

Record collection blues

19 Mar

Con il 2015 è arrivato forte, potente, il “record collection blues”. Ho esitato a parlarne sino ad oggi, ma il trend è ormai costante, la linea tracciata: udite, udite, Tim Tirelli sta smantellando la sua collezione di dischi (e non solo). Che poi non è esatto perché non sono mai stato un collezionista. Non ho mai speso cifre folli per 45 girio rari, non ho mai avuto (in LP) tutte le sei copertine di ITTOD, non ho mai comprato t-shirt della mia band preferita per poi riporle imbustate nei cassetti, no, io ho sempre “vissuto” quello che compravo, certo, non sono nemmeno il casual fan, ho sempre ricercato la versione definitiva dei dischi che mi hanno formato ( Julia diceva che io ricerco sempre “il bello, la perfezione”), in alcuni momenti della mia vita le deluxe edition e i cofanetti di CD hanno avuto la priorità su quasi tutto, ma ora no. Oh, li compro ancora, ho ancora tanti vuoti della mia esistenza da colmare, ma sono molto più selettivo.

le sei cover di ITTOD

le sei cover di ITTOD

Ho iniziato con la cosa più facile: i bootleg dei LZ. Quasi tutti non sono originali, ma copie in cdr, scaricati in qualità lossless da internet, con tanto di copertina e stampa sul dischetto. Che me ne faccio di più versioni dello stesso concerto? Prima uscita soundboard, remaster a cura di soiamè, matrix (ovvero soundboard miscelato con la fonte audience), secondo remaster a cura di un altro soiamè…ne tengo una e sono a posto. Quindi ho tagliato i bootleg audience di qualità audio mediocre, tanto non li avrei mai più ascoltati. Certo, non è stato facile, a volte cadi ancora nel giochetto di “ma se poi devo scrivere il libro definitivo dei LZ, mi servono quanti più riferimenti possibili, non posso darli via”, ma poi rinsavisci e ti dici “ma quando mai qualcuno ti commissionerà il libro definitivo sui LZ?”. Ed è così che ho iniziato il primo passo. decine e decine di bootleg dei LZ regalati ad un amico.

Secondo step: bootleg (sempre non originali) di altri artisti. Ho tenuto solo quelli di qualità molto buona di gruppi a me cari, dunque ELP, BAD CO, FREE, JOHNNY WINTER, EDGAR WINTER e poi JEFF BECK, EAGLES , GENESIS, PFM, FRANK MARINO, PINK FLOYD e così via.

Terzo step: cd originali jewel case. Ma sì, due cd dei PENTAGLE che non ascolterà mai, CONCERT FOR GROUP & ORCHESTA dei DEEP PURPLE che mi ha sempre annoiato, tutti i dischi post 1979 dei FLEETWOOD MAC, i bootleg ufficiali dei LYNYRD SKYNYRD, dei MARILLION me ne basta uno, FUGAZI lo regalo a Biccio, FOREVER e MADE IN HEAVEN dei QUEEN, dischi inutilI che non infilerò mai nel lettore, album di oscuri bluesman neri anni 20/30/40…meglio darli a Riff, GOOD TO BE BAD e FOREVERMORE degli Whitesnake sono così brutti che è meglio gettarli nel cestino direttamente.

Arrivato a quel punto, sei quasi preda di una furia iconoclasta. Inizi a pensare alla tua età, alla percezione del limite, al fatto che non hai figli a cui affidare la tua legacy, ma poi, se anche li avessi, conterebbe qualcosa? Confrontandomi con amici, italiani ed americani, che hanno figli, ho scoperto che pure loro fanno di questi pensieri, che i loro figli in massima parte non sono interessati alla cosa, amici che immaginano che un giorno che non ci saranno più tutto verrà impacchettato e venduto, regalato, gettato (d’altra parte io non ho appena fatto lo stesso con le cose di mio padre e di mia madre?).

E allora, in quel momento di debolezza e incazzatura, posi lo sguardo addirittura sullo scaffale delle DELUXE EDITION e delle confezioni DIGIPACK e inizi a tirar fuori la zavorra:

il LIVE con l’orchestra del 1972 versione giapponese K2-HD dei PROCOL HARUM (noioso), il bootleg ufficiale degli ELF, il disco deglli AFFINITY con JOHN PAUL JONES (preso durante una fiera del disco di Modena nello stand del toscano specializzato in prog di seconda fascia, folk inglese inzio settanta e blues psichedelico, ascoltato una volta e riposto nel mobile) i dischi di BONAMASSA che mi annoia a morte, SF SORROW dei PRETTY THING che per me è un disco lofi, LIVE IN THE SHADOW OF THE BLUES e LIVE AT DONINGTON 1990 degli WHITESNAKE che sono due live inutili e dannosi.

Ho dato agli amici sporte di roba, ma il numero di Cd è ancora ad un livello intollerabile: 2700. Devo farmi forza e arrivare a 1000. Ce la farò? Chissà.

Intanto ho già iniziato a guardar male alcuni cofanetti, presto voleranno dalla finestra. Ittod* sta prendendo il sopravvento su Stefano*e Tim* ormai non reagisce nemmeno più.

Se non altro sono riuscito a compattare quasi tutto in quattro scaffali e mezzo (tranne quei maledetti box set grossi come un baule, tipe le prime tre maledette superdeluxe edition dei LZ che non stanno da nessuna parte, il cofanetto di RAM di Macca, La radiona dei CLASH, e gli scatoloni di BURT BACHARACH, AEROMISTH, JEFF BECK, ROBERT JOHNSON, DARK SIDE OF THE MOON e qualcos’altro)…

Gli scaffali di Tim dopo la sfuriata di Ittod

Gli scaffali di Tim dopo la sfuriata di Ittod

Ho fatto lo stesso con i dvd musicali, e l’altra settimana ho iniziato con i libri sui LZ. Per il momento sono riuscito a toglierne una decina, spero di avere la forza di continuare.

Il problema ora è, che farne? Dovrei metterli su ebay, ma chi ha voglia di star dietro alla cosa e poi di andare in posta a spedirli una volta venduti?

Va mo là che diventare un uomo di blues di una incerta età è un bel problema.

* https://timtirelli.com/2014/11/13/limpulso-irrefrenabile-di-disfarsi-di-certi-cd/

ADDIO AD ANDY FRASER

18 Mar

Andy Fraser, bassista dei FREE, se ne è andato lunedì. Le cause di morte non sono state rese note, ma Andy aveva l’Aids e non è difficile immaginare cosa sia successo. Andy è stato precocissimo: a 15 conosce la figlia di ALEXIS KORNER, quest’ultimo lo suggerisce a JOHN MAYALL che, a quella tenera età, lo prende nella band. L’anno dopo, a 16 anni, insieme a KOSSOFF, RODGERS e KIRKE, forma i FREE uno dei gruppi Rock più intensi e leggendari, di cui si dichiara leader. A nemmeno 18 anni raggiunge la fama internazionale grazie al singolo ALL RIGHT NOW, di cui è coautore, e al relativo album FIRE AND WATER. Nel giugno del 1972 lascia definitivamente il gruppo. Non ha nemmeno 20 anni. Là, fine: la storia del Rock fatta entro i 19 anni. Dopo i FREE arrivano progetti di seconda e  terza fascia, gli SHARKS, i TOBY e la ANDY FRASER BAND. Andy Fraser Negli anni ottanta si trasfeisce in California, pubblica un album solista e diviene un autore per altri artisti (ROBERT PALMER, PAUL YOUNG, ROD STEWART, JOE COCKER). Negli anni novanta accetta apertamente la sua omosessualità latente, lascia a malincuore moglie e figlie e diventa gay a tutti gli effetti. Contrae l’Aids e più tardi il sarcoma di Kaposi, un forma di cancro collegata all’Aids. Ho saputo della sua morte ieri sera, prima di correre alle prove, e per un’ora mi sono sentito stordito. In questi ultimi tempi la gente su facebook tende a divenatare isterica ad ogni morte di musicista. Tutti lì a maledire il destino, ad incazzarsi…è una cosa che trovo insopportabile. A parte che commentare ogni morte di ogni musicista mi sembra fuori luogo (possibile che si sia fan di tutti i musicisti della terra?), io credo che le dipartite di queste ex (rock)star sia una cosa molto naturale e tutto sommato logica. La gente muore, musici o no, e lo fa a tutte le età. Figuriamoci personaggi che per decenni hanno abusato dei piaceri (?) della vita. Certo dispiace, e molto in alcuni casi, ma perché parlare di “strage”, di “ecatombe”, di “destino crudele”?. Questa è la vita. In più si tratta di musicisti che hanno già dato il meglio di sé decenni fa e che non contribuiscono più da tempo a dare ossigeno alla musa che tanto amiamo. Io sono colpito dalla morte di gente come ANDY FRASER perché era membro di una delle cinque band che mi hanno creato, ed è dunque come perdere una luce guida, una persona cara, un punto di riferimento. Chi mi conosce sa quanto io ami e abbia amato i FREE, per questo la dipartita di FRASER mi scombussola. Aver perso in diretta BONHAM 32enne, fa si che nessuna di questa morti mi sconvolga completamente, ma perdere ANDY, BOZ BURRELL e JOHNNY WINTER, al di là della loro importanza storica, lascia ferite che saranno sempre ben visibili sulla mia anima. andy fraser Riguardando certi video dei FREE, constato una volta di più la grandezza della band e del Fraser bassista. Certo, si può sorridere nel riguardare il video ufficiale di HEALING HANDS, quello in cui ANDY fa coming out, ma tutto sommato fa parte anch’esso della sua personalità complessa e problematica. Spero che il viaggio verso l’ignoto sia poco tribolato, ANDY, grazie per i tuoi magnifici anni con i FREE. Riposa in pace. AndyFraser

Martin Popoff “SAIL AWAY – Whitesnake’s fantastic voyage” (Soundchecks Books 2015) – TT½

17 Mar

Questo è praticamente un libro della serie IN THEIR OWN WORDS, basato com’è su interviste e dichiarazioni di ex membri (e discografici) del gruppo. In giro libri sugli WHITESNAKE quasi non ce ne sono, dunque alla fine si legge volentieri, ma non è una biografia, è una semplice raccolta di spezzoni di interviste (alcune vecchie più di dieci anni) e qualche riflessione dell’autore priva di valore.

Pochissime le chiacchierate recenti, solo quattro e avvenute nel 2014: NEIL MURRAY, BERNIE MARSDEN, JOHN KALODNER, ADRAIN VANDENBERG. Di nessun interesse quella fatta con quest’ultimo, divertenti e piene di aneddoti quelle degli altri tre. Tramite KALODNER si approfondisce il periodo d’oro (commercialmente parlando) della band di COVERDALE e le politiche del vender dischi in America negli anni ottanta. In parte son cose che si sapevano già, in parte no, ma il tutto è istruttivo se si è interessati all’argomento. Divertente anche vedere il profilo di JOHN SYKES messo a nudo (uno che a un certo punto era pronto a sostituire lo stesso COVERDALE), e leggere del periodo COVERDALE PAGE. MARSDEN e MURRAY se la giocano principalmente sui primi tempi, ricordando faccende di quando la band era squisitamente naif e, da un certo punto di vista, pura.

Come ha constatato il mio amico FIL, “è evidentemente un libro fatto in fretta e furia e su commissione di questa casa editrice inglese e con pochissimo budget e ricavato da vecchie interviste di Popoff fatte per altri dischi anni addietro. Per me il vero peccato sugli anni “metal” è l’inaccessibilità a/di John Sykes, inutile intervistare Appice per un libro sui Whitesnake (che c’entra???) mentre molto interessanti i contributi di Kalodner e Keith Olsen, vedi il fatto che molte parti di basso su 1987 specie Here I go again risuonate al synth bass da Bill Cuomo (e si SENTE di brutto, ascolta sotto) e niente Neil Murray! Oltre al fatto che molte chitarre sullo stessa canzone sonodi Dann Huff e non Sykes, inadatto a suoni commerciali…..Olsen rivela che il 90% delle chitarre di Sykes erano out of tune a causa di troppo harmonizer, insomma la preproduzione di Mike Stone un disastro….. Inoltre il fatto che finalmente Olsen riveli che Vandenberg non suona su “Slip…” in quanto ehm troppo scarso!”

Sì, l’apporto di KEITH OLSEN è gustoso e succoso e lascia intendere che “1987” non è affatto un disco di una band, ma un album costruito a tavolino intorno alla figura di una cantante carismatico

Ho amato molto gli WHITESNAKE 1978/1984 (un po’ meno quelli versione metal 1987/1989, per nulla quelli di questi ultimi anni), dunque leggere qualcosa sul gruppo è sempre un’emozione, ma mi aspettavo una biografia che seguisse una architettura precisa, uno straccio di costrutto, qualche dettaglio tecnico da fan e studioso della band, e magari qualche pensiero illuminato da parte dell’autore, e invece no, questo è una semplice accozzaglia di stralci di interviste. Ripeto: se sei un fan te le leggi volentieri, ma non è così che si scrivono i libri Rock, per dio.

Whitesnake sail away book

Traslocando

16 Mar

Dopo parecchie telefonate, il fondo che gestisce l’appartamento dove ha vissuto Brian gli ultimi 12 anni, si degna finalmente di darci una risposta, riusciamo così a trovare un accordo per restituirlo nelle prossime settimane senza continuare a pagare l’affitto fino all’estate. Un sollievo da una parte e un ulteriore sforzo dall’altra: svuotare i rimasugli della famiglia Tirelli, spiritualmente, non è cosa facile.

Non tante le cose da tenere, qualche mobile, qualche servizio di cristallo o ceramica ricevuto da miei in regalo il giorno delle loro nozze, e quei piccoli oggetti che riportano alla mente l’infanzia, l’adolescenza, l’idea di famiglia felice. Diligentemente divido il tutto con mia sorella e nel farlo un groppo alla gola mi fa compagnia. Il ricordo di mia madre è sempre vivissimo anche dopo 22 anni.

Mother Mary 1958

Mother Mary 1958

Per il trasloco ci accordiamo con una coppia del sud titolari di una azienda traslochi/vendita mobili usati. Il tipo mi ricorda Filo Sganga, il gallo antropomorfo dell’universo Disney Italia, rigattiere sempre in cerca del migliore affare…

Filo Sganga

Filo Sganga

In questi tardi pomeriggi ogni tanto vado nell’appartamento a sistemare le ultime cose. Tra scatoloni, piatti, cianfrusaglie e vecchi vestiti da buttare mi do da fare in modalità “indaffarato”, poi d’un tratto mi fermo, e soppeso il momento. Guardo la vasca dove mille volte ho fatto il bagno a Brian, la camera dove la domenica sera lo mettevo a letto, il divano dove le domeniche pomeriggio ci mettevamo a guardare un film su Rai Movie o un documentario su Rai 5. Non sono legato a questo appartamento, non abbiamo un casa di famiglia di proprietà a cui legare tutte le fasi della nostra vita, ne abbiamo cambiate diverse di case, eppure mi prende la nostalgia per queste misere mura che sono state l’ultima idea di focolaio per Brian.

Va bene essere un uomo di blues e dunque incline alla malinconia e alla nostalgia, ma mi pare di iniziare a commuovermi per un nonnulla. Il fatto è che sono tutte fasi della vita che si chiudono che ti fanno riflettere, che mettono sempre più in evidenza la percezione del limite (© Julia). Mi asciugo gli occhi, per oggi ho già bluseggiato abbastanza. Salgo in macchina. Sono in uno di quei momenti in cui nessun cd mi va bene. Slitto su Radio Capital, DALLA canta MILANO. Ecco ci voleva solo quello. DALLA mi piace molto ma mi mette sempre in un mood bluesy, un po’ come il DE GREGORI dal 78 in poi e il BATTISTI di PERCHE’ NO…

Finisce il pezzo e poco dopo parte ELTON JOHN con DON’T LET THE SUN GO DOWN ON ME, proprio mentre esco dalla città e, a rilento nel traffico della tangenziale, un velo di nubi incornicia uno di quei tramonti insipidi da fine inverno.

Quando posso mi fermo da Brian, lo trovo in forma, un po’ spernigato ed arruffato ma in forma. Sì, il vecchio si è ripreso, parla a tutto spiano, la sintassi da alzheimer non è di facile comprensione, ma mi basta guardarlo negli occhi per capirlo…

Brian e Tim - Marzo 2015

Brian e Tim – Marzo 2015

Il giorno del trasloco vero e proprio arriva pallido e senza fiato; Filo Sganga e i suoi scagnozzi si danno da fare mentre io faccio su e giù con i sacchetti che vanno nel pattume indifferenziato. Porto anche sei o sette grandi sacchi di vecchie lenzuola, vecchi asciugamani e cose simili al contenitore dei vestiti usati della Caritas. Tutte cose tenute da mia madre per decenni e che ora prendono il volo in un batter d’occhio. Fotografo l’appartamento e qualche vecchio mobile, per avere uno straccio di ricordo, poi,  nel tardo pomeriggio, tutto finisce. Ritorno dopo un paio di giorni per controllare che la signora delle pulizie abbia fatto il suo dovere, per prendere le ultime cose,  dopo di che consegno le chiavi a mia sorella, lancio uno sguardo veloce all’appartamento ed esco. Goodbye Brian’s flat.

Venerdì, la sera in cui gli EQUINOX fanno le prime prove dopo sette anni con le tastiere. Già, era dal 2007 che non suonavamo pezzi come KASHMIR, STAIRWAY, SIBLY e MMHOP. Saura ha impiegato più di mese per rimettersi in onda, per sincronizzare mani e piedi rispettivamente su tastiera e pedaliera basso. Il risultato non è male, a tratti sembrava che si sia mai smesso. Mentre suoniamo e cerchiamo di riappropriarci di certi automatismi, osservo Saura, tutta intenta a suonare contemporaneamente piano e pedaliera basso. Che brava, che musicista! Pol in Kashmir parte morbido, ma una volta scaldato molla gli ormeggi, lo sento arrivare alle vette altissime di MMHOP: che razza di ugola d’oro che ha. Lele poi è sempre il mio batterista preferito. Ad un certo punto, per scherzare, Saura parte con l’intro di I’M GONNA CRAWL.

Lele è un po’ spiazzato, non se la ricorda, mentre l’intro di tastiere prosegue provo a canticchiarli il tempo, Lele intuisce al volo e al mio via parte con il tempo di quel pop blues che tutti i fan dei LZ portano nel cuore. Non è che sia un tempo difficile da tenere, è un blues alla Bonham, ma bisogna sapergli dare il senso giusto, la vibrazione corretta, la dinamica perfetta, e in questo Lele è insuperabile. Mentre mi aggrego con la chitarra alla jam session, provo forti emozioni… I’M GONNA CRAWL è uno dei “miei” pezzi.

Riprendere in mano la doppio manico non è facilissimo, troppo tempo che non la suono, così tendo ad incespicare sul manico con le corde doppie, ma indossarla – sebbene sia una chitarra scomoda – è sempre una bella sensazione.

Tim's guitars

Tim’s guitars

La sensazione è meno bella quando bisogna smontare, caricare, montare, smontare e scaricare tutto l’armamentario sulla e dalla blues mobile. Ah, vita da operaio (precario) del Rock!

Il giorno dopo è sabato, vado a trovare Brian. Mentre mi faccio il solito pezzo di pianura mi ascoto JONI MITCHELL. Con lei ho un rapporto controverso. Non ho la stessa fascinazione che avevano per lei JIMMY e ROBERT, la “regina che canta e che suona la chitarra” di GOING TO CALIFORNIA. Un paio di suoi album però li amo e in più sono legato ai due che comprai in diretta, MINGUS e WILD THINGS RUN FAST, ma c’è qualcosa che mi tiene distante da lei. In primis il fatto che poco più che ventenne abbandonò sua figlia e la diede in adozione. Capisco che possa aver avuto delle difficoltà, ma la faccenda va ad inficiare la sua proposta musicale e i suoi testi. Mi sembra una che abbia sempre e comunque messo sè stessa davanti a tutto, e a me questo individualismo spinto non piace per niente. Alla mia leggera antipatia immagino contribuisca anche il fatto che i suoi dischi erano una must tra le ragazze della mia generazione che ancora subivano qualche influenza dall’epoca fricchettoniana, quelle femministe (senza, poi alla fine, essere di sinistra), quelle che “intellettualizzi sempre tutto anche i baci che mi dai” (© Tommy Togni).

Ma in questo sabato mattina neutro e senza pretese Roberta Joan Anderson (sì, JONI MITCHELL insomma) ci sta a pennello.

I am on a lonely road and I am traveling
Traveling, traveling, traveling…

METAL SHOCK n.103 settembre 1991 (PAUL RODGERS)

11 Mar

Estate del 1991, dalla redazione mi giunge la richiesta di un veloce riassunto su PAUL RODGERS; da qualche mese immerso in un nuovo progetto (poco soddisfacente) insieme a KENNY JONES, THE LAW. Come succede spesso, rileggere questi vecchi articoli è un po’ imbarazzante, ad ogni modo eccolo qui.

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metal shock 103

BLACKBERRY SMOKE “Holding All The Roses” (Earace Records 2015) – TTTT

9 Mar

E’ un paio d’anni che di questi BLACKBERRY SMOKE si parla parecchio nei circuiti del Rock classico, io ci sono arrivato un po’ tardi perché ogni volta che leggevo qualcosa su di loro venivano descritti come i nuovi Lynyrd Skynyrd e la cosa non è che mi facesse girare la testa; a me i Lynyrd piacciono, ma fino ad un certo punto (a pensarci bene alla fine amo solo STREET SURVIVORS, perché è un gran album, e NUTHIN’ FANCY perchè sembra un disco dei FREE). Piano piano poi mi sono dovuto adattare, dopotutto non è che ci siano tutte ‘ste cose nuove da sentire e così mi sono avvicinato, dapprima con THE WHIPOORWILL, che è del 2012, e ora col nuovo HOLDING ALL THE ROSES.

Tutti ormai ne parlano benissimo, la rivista MOJO addirittura li descrive come la migliore band di Hard Rock del pianeta. I ragazzi ci sanno fare, non c’è dubbio, l’atmosfera è quella giusta, le trame musicali ricche e suggestive, le prove dei musicisti ottime, forse manca il guizzo compositivo di gran lignaggio.

Checché se ne dica, il riferimento principale è uno solo: BLACK CROWES. Certo, già questi ultimi erano un distillato di influenze varie, ma la cosa mi pare chiarissima. Poi, se vogliamo, ci sono anche i Lynyrd, insieme a echi della musica popolare americana, e io ci sento anche gli ALLMAN e il JIMMY PAGE di PHYSICAL GRAFFITI.

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LET ME HELP YOU apre l’album e dichiara subito le intenzioni: Rock corposo dal sound a metà tra ROLLING STONES e BLACK CROWES.  Seguito dal country blues frenetico di HOLDING ALL THE ROSES. In LIVING IN THE SONG fa capolino TOM PETTY.

Arriva poi ROCK AND ROLL AGAIN, una delle mie preferite. Niente di nuovo, giusto un nuovo quadretto di good time music, per me irresistibile….

 WOMAN IN THE MOON è dipinta sullo sfondo di quei tramonti che solo ad Atlanta forse hanno.

Country blues un po’ etereo  in TOO HIGH, (hard) Rock in WISH IN ONE HAND, ricami acustici per RANDOLPH COUNTY FAREWELL.

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PAYBACK’S A BITCH sembra stare tra i BLACK CROWES e certe cosucce dei LED ZEPPELIN. Quell’organo in LAY IT ALL FOR ME a volte è tutto quello di cui abbiamo bisogno. Scampoli di Honky Tonk e buonissime vibrazioni. Sono poi gli inizi tipo quello di NO WAY BACK TO EDEN che mi fanno stare attaccato a questa band…

L’album si chiude con FIRE IN THE HOLE, un tempo medio che rolla a tempo di Rock, con quelle aperture un po’ ALLMAN che fanno bene al cuore e con l’assolo di chitarra che proviene dritto dritto da PHYSICAL GRAFFITI. Non è un caso forse che il gruppo è presente sul cd allegato all’ultimo numero di MOJO dedicato appunto al sesto disco dei LZ…

Tornando a noi, questo è un disco giusto per chi frequenta questo blog, per chi viaggia lungo le blues highway della propria anima, per chi è alla ricerca del proprio nido di stelle.

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METAL SHOCK n.50 luglio 1989 (RITCHIE BLACKMORE)

4 Mar

Luglio 1989, dentro METAL SHOCK il mio articolo su RITCHIE BLACKMORE. Nulla di speciale, considerazioni un po’ sopra le righe del Tim anni ottanta. Interessante però (per l’epoca) la parte finale dell’articolo, basata su notizie avuta da amici del giro BLACKMORE.

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METAL SHOCK 50

METAL SHOCK 50