Record collection blues

19 Mar

Con il 2015 è arrivato forte, potente, il “record collection blues”. Ho esitato a parlarne sino ad oggi, ma il trend è ormai costante, la linea tracciata: udite, udite, Tim Tirelli sta smantellando la sua collezione di dischi (e non solo). Che poi non è esatto perché non sono mai stato un collezionista. Non ho mai speso cifre folli per 45 girio rari, non ho mai avuto (in LP) tutte le sei copertine di ITTOD, non ho mai comprato t-shirt della mia band preferita per poi riporle imbustate nei cassetti, no, io ho sempre “vissuto” quello che compravo, certo, non sono nemmeno il casual fan, ho sempre ricercato la versione definitiva dei dischi che mi hanno formato ( Julia diceva che io ricerco sempre “il bello, la perfezione”), in alcuni momenti della mia vita le deluxe edition e i cofanetti di CD hanno avuto la priorità su quasi tutto, ma ora no. Oh, li compro ancora, ho ancora tanti vuoti della mia esistenza da colmare, ma sono molto più selettivo.

le sei cover di ITTOD

le sei cover di ITTOD

Ho iniziato con la cosa più facile: i bootleg dei LZ. Quasi tutti non sono originali, ma copie in cdr, scaricati in qualità lossless da internet, con tanto di copertina e stampa sul dischetto. Che me ne faccio di più versioni dello stesso concerto? Prima uscita soundboard, remaster a cura di soiamè, matrix (ovvero soundboard miscelato con la fonte audience), secondo remaster a cura di un altro soiamè…ne tengo una e sono a posto. Quindi ho tagliato i bootleg audience di qualità audio mediocre, tanto non li avrei mai più ascoltati. Certo, non è stato facile, a volte cadi ancora nel giochetto di “ma se poi devo scrivere il libro definitivo dei LZ, mi servono quanti più riferimenti possibili, non posso darli via”, ma poi rinsavisci e ti dici “ma quando mai qualcuno ti commissionerà il libro definitivo sui LZ?”. Ed è così che ho iniziato il primo passo. decine e decine di bootleg dei LZ regalati ad un amico.

Secondo step: bootleg (sempre non originali) di altri artisti. Ho tenuto solo quelli di qualità molto buona di gruppi a me cari, dunque ELP, BAD CO, FREE, JOHNNY WINTER, EDGAR WINTER e poi JEFF BECK, EAGLES , GENESIS, PFM, FRANK MARINO, PINK FLOYD e così via.

Terzo step: cd originali jewel case. Ma sì, due cd dei PENTAGLE che non ascolterà mai, CONCERT FOR GROUP & ORCHESTA dei DEEP PURPLE che mi ha sempre annoiato, tutti i dischi post 1979 dei FLEETWOOD MAC, i bootleg ufficiali dei LYNYRD SKYNYRD, dei MARILLION me ne basta uno, FUGAZI lo regalo a Biccio, FOREVER e MADE IN HEAVEN dei QUEEN, dischi inutilI che non infilerò mai nel lettore, album di oscuri bluesman neri anni 20/30/40…meglio darli a Riff, GOOD TO BE BAD e FOREVERMORE degli Whitesnake sono così brutti che è meglio gettarli nel cestino direttamente.

Arrivato a quel punto, sei quasi preda di una furia iconoclasta. Inizi a pensare alla tua età, alla percezione del limite, al fatto che non hai figli a cui affidare la tua legacy, ma poi, se anche li avessi, conterebbe qualcosa? Confrontandomi con amici, italiani ed americani, che hanno figli, ho scoperto che pure loro fanno di questi pensieri, che i loro figli in massima parte non sono interessati alla cosa, amici che immaginano che un giorno che non ci saranno più tutto verrà impacchettato e venduto, regalato, gettato (d’altra parte io non ho appena fatto lo stesso con le cose di mio padre e di mia madre?).

E allora, in quel momento di debolezza e incazzatura, posi lo sguardo addirittura sullo scaffale delle DELUXE EDITION e delle confezioni DIGIPACK e inizi a tirar fuori la zavorra:

il LIVE con l’orchestra del 1972 versione giapponese K2-HD dei PROCOL HARUM (noioso), il bootleg ufficiale degli ELF, il disco deglli AFFINITY con JOHN PAUL JONES (preso durante una fiera del disco di Modena nello stand del toscano specializzato in prog di seconda fascia, folk inglese inzio settanta e blues psichedelico, ascoltato una volta e riposto nel mobile) i dischi di BONAMASSA che mi annoia a morte, SF SORROW dei PRETTY THING che per me è un disco lofi, LIVE IN THE SHADOW OF THE BLUES e LIVE AT DONINGTON 1990 degli WHITESNAKE che sono due live inutili e dannosi.

Ho dato agli amici sporte di roba, ma il numero di Cd è ancora ad un livello intollerabile: 2700. Devo farmi forza e arrivare a 1000. Ce la farò? Chissà.

Intanto ho già iniziato a guardar male alcuni cofanetti, presto voleranno dalla finestra. Ittod* sta prendendo il sopravvento su Stefano*e Tim* ormai non reagisce nemmeno più.

Se non altro sono riuscito a compattare quasi tutto in quattro scaffali e mezzo (tranne quei maledetti box set grossi come un baule, tipe le prime tre maledette superdeluxe edition dei LZ che non stanno da nessuna parte, il cofanetto di RAM di Macca, La radiona dei CLASH, e gli scatoloni di BURT BACHARACH, AEROMISTH, JEFF BECK, ROBERT JOHNSON, DARK SIDE OF THE MOON e qualcos’altro)…

Gli scaffali di Tim dopo la sfuriata di Ittod

Gli scaffali di Tim dopo la sfuriata di Ittod

Ho fatto lo stesso con i dvd musicali, e l’altra settimana ho iniziato con i libri sui LZ. Per il momento sono riuscito a toglierne una decina, spero di avere la forza di continuare.

Il problema ora è, che farne? Dovrei metterli su ebay, ma chi ha voglia di star dietro alla cosa e poi di andare in posta a spedirli una volta venduti?

Va mo là che diventare un uomo di blues di una incerta età è un bel problema.

* https://timtirelli.com/2014/11/13/limpulso-irrefrenabile-di-disfarsi-di-certi-cd/

ADDIO AD ANDY FRASER

18 Mar

Andy Fraser, bassista dei FREE, se ne è andato lunedì. Le cause di morte non sono state rese note, ma Andy aveva l’Aids e non è difficile immaginare cosa sia successo. Andy è stato precocissimo: a 15 conosce la figlia di ALEXIS KORNER, quest’ultimo lo suggerisce a JOHN MAYALL che, a quella tenera età, lo prende nella band. L’anno dopo, a 16 anni, insieme a KOSSOFF, RODGERS e KIRKE, forma i FREE uno dei gruppi Rock più intensi e leggendari, di cui si dichiara leader. A nemmeno 18 anni raggiunge la fama internazionale grazie al singolo ALL RIGHT NOW, di cui è coautore, e al relativo album FIRE AND WATER. Nel giugno del 1972 lascia definitivamente il gruppo. Non ha nemmeno 20 anni. Là, fine: la storia del Rock fatta entro i 19 anni. Dopo i FREE arrivano progetti di seconda e  terza fascia, gli SHARKS, i TOBY e la ANDY FRASER BAND. Andy Fraser Negli anni ottanta si trasfeisce in California, pubblica un album solista e diviene un autore per altri artisti (ROBERT PALMER, PAUL YOUNG, ROD STEWART, JOE COCKER). Negli anni novanta accetta apertamente la sua omosessualità latente, lascia a malincuore moglie e figlie e diventa gay a tutti gli effetti. Contrae l’Aids e più tardi il sarcoma di Kaposi, un forma di cancro collegata all’Aids. Ho saputo della sua morte ieri sera, prima di correre alle prove, e per un’ora mi sono sentito stordito. In questi ultimi tempi la gente su facebook tende a divenatare isterica ad ogni morte di musicista. Tutti lì a maledire il destino, ad incazzarsi…è una cosa che trovo insopportabile. A parte che commentare ogni morte di ogni musicista mi sembra fuori luogo (possibile che si sia fan di tutti i musicisti della terra?), io credo che le dipartite di queste ex (rock)star sia una cosa molto naturale e tutto sommato logica. La gente muore, musici o no, e lo fa a tutte le età. Figuriamoci personaggi che per decenni hanno abusato dei piaceri (?) della vita. Certo dispiace, e molto in alcuni casi, ma perché parlare di “strage”, di “ecatombe”, di “destino crudele”?. Questa è la vita. In più si tratta di musicisti che hanno già dato il meglio di sé decenni fa e che non contribuiscono più da tempo a dare ossigeno alla musa che tanto amiamo. Io sono colpito dalla morte di gente come ANDY FRASER perché era membro di una delle cinque band che mi hanno creato, ed è dunque come perdere una luce guida, una persona cara, un punto di riferimento. Chi mi conosce sa quanto io ami e abbia amato i FREE, per questo la dipartita di FRASER mi scombussola. Aver perso in diretta BONHAM 32enne, fa si che nessuna di questa morti mi sconvolga completamente, ma perdere ANDY, BOZ BURRELL e JOHNNY WINTER, al di là della loro importanza storica, lascia ferite che saranno sempre ben visibili sulla mia anima. andy fraser Riguardando certi video dei FREE, constato una volta di più la grandezza della band e del Fraser bassista. Certo, si può sorridere nel riguardare il video ufficiale di HEALING HANDS, quello in cui ANDY fa coming out, ma tutto sommato fa parte anch’esso della sua personalità complessa e problematica. Spero che il viaggio verso l’ignoto sia poco tribolato, ANDY, grazie per i tuoi magnifici anni con i FREE. Riposa in pace. AndyFraser

Martin Popoff “SAIL AWAY – Whitesnake’s fantastic voyage” (Soundchecks Books 2015) – TT½

17 Mar

Questo è praticamente un libro della serie IN THEIR OWN WORDS, basato com’è su interviste e dichiarazioni di ex membri (e discografici) del gruppo. In giro libri sugli WHITESNAKE quasi non ce ne sono, dunque alla fine si legge volentieri, ma non è una biografia, è una semplice raccolta di spezzoni di interviste (alcune vecchie più di dieci anni) e qualche riflessione dell’autore priva di valore.

Pochissime le chiacchierate recenti, solo quattro e avvenute nel 2014: NEIL MURRAY, BERNIE MARSDEN, JOHN KALODNER, ADRAIN VANDENBERG. Di nessun interesse quella fatta con quest’ultimo, divertenti e piene di aneddoti quelle degli altri tre. Tramite KALODNER si approfondisce il periodo d’oro (commercialmente parlando) della band di COVERDALE e le politiche del vender dischi in America negli anni ottanta. In parte son cose che si sapevano già, in parte no, ma il tutto è istruttivo se si è interessati all’argomento. Divertente anche vedere il profilo di JOHN SYKES messo a nudo (uno che a un certo punto era pronto a sostituire lo stesso COVERDALE), e leggere del periodo COVERDALE PAGE. MARSDEN e MURRAY se la giocano principalmente sui primi tempi, ricordando faccende di quando la band era squisitamente naif e, da un certo punto di vista, pura.

Come ha constatato il mio amico FIL, “è evidentemente un libro fatto in fretta e furia e su commissione di questa casa editrice inglese e con pochissimo budget e ricavato da vecchie interviste di Popoff fatte per altri dischi anni addietro. Per me il vero peccato sugli anni “metal” è l’inaccessibilità a/di John Sykes, inutile intervistare Appice per un libro sui Whitesnake (che c’entra???) mentre molto interessanti i contributi di Kalodner e Keith Olsen, vedi il fatto che molte parti di basso su 1987 specie Here I go again risuonate al synth bass da Bill Cuomo (e si SENTE di brutto, ascolta sotto) e niente Neil Murray! Oltre al fatto che molte chitarre sullo stessa canzone sonodi Dann Huff e non Sykes, inadatto a suoni commerciali…..Olsen rivela che il 90% delle chitarre di Sykes erano out of tune a causa di troppo harmonizer, insomma la preproduzione di Mike Stone un disastro….. Inoltre il fatto che finalmente Olsen riveli che Vandenberg non suona su “Slip…” in quanto ehm troppo scarso!”

Sì, l’apporto di KEITH OLSEN è gustoso e succoso e lascia intendere che “1987” non è affatto un disco di una band, ma un album costruito a tavolino intorno alla figura di una cantante carismatico

Ho amato molto gli WHITESNAKE 1978/1984 (un po’ meno quelli versione metal 1987/1989, per nulla quelli di questi ultimi anni), dunque leggere qualcosa sul gruppo è sempre un’emozione, ma mi aspettavo una biografia che seguisse una architettura precisa, uno straccio di costrutto, qualche dettaglio tecnico da fan e studioso della band, e magari qualche pensiero illuminato da parte dell’autore, e invece no, questo è una semplice accozzaglia di stralci di interviste. Ripeto: se sei un fan te le leggi volentieri, ma non è così che si scrivono i libri Rock, per dio.

Whitesnake sail away book

Traslocando

16 Mar

Dopo parecchie telefonate, il fondo che gestisce l’appartamento dove ha vissuto Brian gli ultimi 12 anni, si degna finalmente di darci una risposta, riusciamo così a trovare un accordo per restituirlo nelle prossime settimane senza continuare a pagare l’affitto fino all’estate. Un sollievo da una parte e un ulteriore sforzo dall’altra: svuotare i rimasugli della famiglia Tirelli, spiritualmente, non è cosa facile.

Non tante le cose da tenere, qualche mobile, qualche servizio di cristallo o ceramica ricevuto da miei in regalo il giorno delle loro nozze, e quei piccoli oggetti che riportano alla mente l’infanzia, l’adolescenza, l’idea di famiglia felice. Diligentemente divido il tutto con mia sorella e nel farlo un groppo alla gola mi fa compagnia. Il ricordo di mia madre è sempre vivissimo anche dopo 22 anni.

Mother Mary 1958

Mother Mary 1958

Per il trasloco ci accordiamo con una coppia del sud titolari di una azienda traslochi/vendita mobili usati. Il tipo mi ricorda Filo Sganga, il gallo antropomorfo dell’universo Disney Italia, rigattiere sempre in cerca del migliore affare…

Filo Sganga

Filo Sganga

In questi tardi pomeriggi ogni tanto vado nell’appartamento a sistemare le ultime cose. Tra scatoloni, piatti, cianfrusaglie e vecchi vestiti da buttare mi do da fare in modalità “indaffarato”, poi d’un tratto mi fermo, e soppeso il momento. Guardo la vasca dove mille volte ho fatto il bagno a Brian, la camera dove la domenica sera lo mettevo a letto, il divano dove le domeniche pomeriggio ci mettevamo a guardare un film su Rai Movie o un documentario su Rai 5. Non sono legato a questo appartamento, non abbiamo un casa di famiglia di proprietà a cui legare tutte le fasi della nostra vita, ne abbiamo cambiate diverse di case, eppure mi prende la nostalgia per queste misere mura che sono state l’ultima idea di focolaio per Brian.

Va bene essere un uomo di blues e dunque incline alla malinconia e alla nostalgia, ma mi pare di iniziare a commuovermi per un nonnulla. Il fatto è che sono tutte fasi della vita che si chiudono che ti fanno riflettere, che mettono sempre più in evidenza la percezione del limite (© Julia). Mi asciugo gli occhi, per oggi ho già bluseggiato abbastanza. Salgo in macchina. Sono in uno di quei momenti in cui nessun cd mi va bene. Slitto su Radio Capital, DALLA canta MILANO. Ecco ci voleva solo quello. DALLA mi piace molto ma mi mette sempre in un mood bluesy, un po’ come il DE GREGORI dal 78 in poi e il BATTISTI di PERCHE’ NO…

Finisce il pezzo e poco dopo parte ELTON JOHN con DON’T LET THE SUN GO DOWN ON ME, proprio mentre esco dalla città e, a rilento nel traffico della tangenziale, un velo di nubi incornicia uno di quei tramonti insipidi da fine inverno.

Quando posso mi fermo da Brian, lo trovo in forma, un po’ spernigato ed arruffato ma in forma. Sì, il vecchio si è ripreso, parla a tutto spiano, la sintassi da alzheimer non è di facile comprensione, ma mi basta guardarlo negli occhi per capirlo…

Brian e Tim - Marzo 2015

Brian e Tim – Marzo 2015

Il giorno del trasloco vero e proprio arriva pallido e senza fiato; Filo Sganga e i suoi scagnozzi si danno da fare mentre io faccio su e giù con i sacchetti che vanno nel pattume indifferenziato. Porto anche sei o sette grandi sacchi di vecchie lenzuola, vecchi asciugamani e cose simili al contenitore dei vestiti usati della Caritas. Tutte cose tenute da mia madre per decenni e che ora prendono il volo in un batter d’occhio. Fotografo l’appartamento e qualche vecchio mobile, per avere uno straccio di ricordo, poi,  nel tardo pomeriggio, tutto finisce. Ritorno dopo un paio di giorni per controllare che la signora delle pulizie abbia fatto il suo dovere, per prendere le ultime cose,  dopo di che consegno le chiavi a mia sorella, lancio uno sguardo veloce all’appartamento ed esco. Goodbye Brian’s flat.

Venerdì, la sera in cui gli EQUINOX fanno le prime prove dopo sette anni con le tastiere. Già, era dal 2007 che non suonavamo pezzi come KASHMIR, STAIRWAY, SIBLY e MMHOP. Saura ha impiegato più di mese per rimettersi in onda, per sincronizzare mani e piedi rispettivamente su tastiera e pedaliera basso. Il risultato non è male, a tratti sembrava che si sia mai smesso. Mentre suoniamo e cerchiamo di riappropriarci di certi automatismi, osservo Saura, tutta intenta a suonare contemporaneamente piano e pedaliera basso. Che brava, che musicista! Pol in Kashmir parte morbido, ma una volta scaldato molla gli ormeggi, lo sento arrivare alle vette altissime di MMHOP: che razza di ugola d’oro che ha. Lele poi è sempre il mio batterista preferito. Ad un certo punto, per scherzare, Saura parte con l’intro di I’M GONNA CRAWL.

Lele è un po’ spiazzato, non se la ricorda, mentre l’intro di tastiere prosegue provo a canticchiarli il tempo, Lele intuisce al volo e al mio via parte con il tempo di quel pop blues che tutti i fan dei LZ portano nel cuore. Non è che sia un tempo difficile da tenere, è un blues alla Bonham, ma bisogna sapergli dare il senso giusto, la vibrazione corretta, la dinamica perfetta, e in questo Lele è insuperabile. Mentre mi aggrego con la chitarra alla jam session, provo forti emozioni… I’M GONNA CRAWL è uno dei “miei” pezzi.

Riprendere in mano la doppio manico non è facilissimo, troppo tempo che non la suono, così tendo ad incespicare sul manico con le corde doppie, ma indossarla – sebbene sia una chitarra scomoda – è sempre una bella sensazione.

Tim's guitars

Tim’s guitars

La sensazione è meno bella quando bisogna smontare, caricare, montare, smontare e scaricare tutto l’armamentario sulla e dalla blues mobile. Ah, vita da operaio (precario) del Rock!

Il giorno dopo è sabato, vado a trovare Brian. Mentre mi faccio il solito pezzo di pianura mi ascoto JONI MITCHELL. Con lei ho un rapporto controverso. Non ho la stessa fascinazione che avevano per lei JIMMY e ROBERT, la “regina che canta e che suona la chitarra” di GOING TO CALIFORNIA. Un paio di suoi album però li amo e in più sono legato ai due che comprai in diretta, MINGUS e WILD THINGS RUN FAST, ma c’è qualcosa che mi tiene distante da lei. In primis il fatto che poco più che ventenne abbandonò sua figlia e la diede in adozione. Capisco che possa aver avuto delle difficoltà, ma la faccenda va ad inficiare la sua proposta musicale e i suoi testi. Mi sembra una che abbia sempre e comunque messo sè stessa davanti a tutto, e a me questo individualismo spinto non piace per niente. Alla mia leggera antipatia immagino contribuisca anche il fatto che i suoi dischi erano una must tra le ragazze della mia generazione che ancora subivano qualche influenza dall’epoca fricchettoniana, quelle femministe (senza, poi alla fine, essere di sinistra), quelle che “intellettualizzi sempre tutto anche i baci che mi dai” (© Tommy Togni).

Ma in questo sabato mattina neutro e senza pretese Roberta Joan Anderson (sì, JONI MITCHELL insomma) ci sta a pennello.

I am on a lonely road and I am traveling
Traveling, traveling, traveling…

METAL SHOCK n.103 settembre 1991 (PAUL RODGERS)

11 Mar

Estate del 1991, dalla redazione mi giunge la richiesta di un veloce riassunto su PAUL RODGERS; da qualche mese immerso in un nuovo progetto (poco soddisfacente) insieme a KENNY JONES, THE LAW. Come succede spesso, rileggere questi vecchi articoli è un po’ imbarazzante, ad ogni modo eccolo qui.

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METAL SHOCK 103 040

metal shock 103

BLACKBERRY SMOKE “Holding All The Roses” (Earace Records 2015) – TTTT

9 Mar

E’ un paio d’anni che di questi BLACKBERRY SMOKE si parla parecchio nei circuiti del Rock classico, io ci sono arrivato un po’ tardi perché ogni volta che leggevo qualcosa su di loro venivano descritti come i nuovi Lynyrd Skynyrd e la cosa non è che mi facesse girare la testa; a me i Lynyrd piacciono, ma fino ad un certo punto (a pensarci bene alla fine amo solo STREET SURVIVORS, perché è un gran album, e NUTHIN’ FANCY perchè sembra un disco dei FREE). Piano piano poi mi sono dovuto adattare, dopotutto non è che ci siano tutte ‘ste cose nuove da sentire e così mi sono avvicinato, dapprima con THE WHIPOORWILL, che è del 2012, e ora col nuovo HOLDING ALL THE ROSES.

Tutti ormai ne parlano benissimo, la rivista MOJO addirittura li descrive come la migliore band di Hard Rock del pianeta. I ragazzi ci sanno fare, non c’è dubbio, l’atmosfera è quella giusta, le trame musicali ricche e suggestive, le prove dei musicisti ottime, forse manca il guizzo compositivo di gran lignaggio.

Checché se ne dica, il riferimento principale è uno solo: BLACK CROWES. Certo, già questi ultimi erano un distillato di influenze varie, ma la cosa mi pare chiarissima. Poi, se vogliamo, ci sono anche i Lynyrd, insieme a echi della musica popolare americana, e io ci sento anche gli ALLMAN e il JIMMY PAGE di PHYSICAL GRAFFITI.

Blackberry Smoke Holding All The Roses 027

LET ME HELP YOU apre l’album e dichiara subito le intenzioni: Rock corposo dal sound a metà tra ROLLING STONES e BLACK CROWES.  Seguito dal country blues frenetico di HOLDING ALL THE ROSES. In LIVING IN THE SONG fa capolino TOM PETTY.

Arriva poi ROCK AND ROLL AGAIN, una delle mie preferite. Niente di nuovo, giusto un nuovo quadretto di good time music, per me irresistibile….

 WOMAN IN THE MOON è dipinta sullo sfondo di quei tramonti che solo ad Atlanta forse hanno.

Country blues un po’ etereo  in TOO HIGH, (hard) Rock in WISH IN ONE HAND, ricami acustici per RANDOLPH COUNTY FAREWELL.

Blackberry Smoke Holding All The Roses 028

PAYBACK’S A BITCH sembra stare tra i BLACK CROWES e certe cosucce dei LED ZEPPELIN. Quell’organo in LAY IT ALL FOR ME a volte è tutto quello di cui abbiamo bisogno. Scampoli di Honky Tonk e buonissime vibrazioni. Sono poi gli inizi tipo quello di NO WAY BACK TO EDEN che mi fanno stare attaccato a questa band…

L’album si chiude con FIRE IN THE HOLE, un tempo medio che rolla a tempo di Rock, con quelle aperture un po’ ALLMAN che fanno bene al cuore e con l’assolo di chitarra che proviene dritto dritto da PHYSICAL GRAFFITI. Non è un caso forse che il gruppo è presente sul cd allegato all’ultimo numero di MOJO dedicato appunto al sesto disco dei LZ…

Tornando a noi, questo è un disco giusto per chi frequenta questo blog, per chi viaggia lungo le blues highway della propria anima, per chi è alla ricerca del proprio nido di stelle.

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METAL SHOCK n.50 luglio 1989 (RITCHIE BLACKMORE)

4 Mar

Luglio 1989, dentro METAL SHOCK il mio articolo su RITCHIE BLACKMORE. Nulla di speciale, considerazioni un po’ sopra le righe del Tim anni ottanta. Interessante però (per l’epoca) la parte finale dell’articolo, basata su notizie avuta da amici del giro BLACKMORE.

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METAL SHOCK 50

METAL SHOCK 50

News: equinozio di primavera in CATTIVA COMPAGNIA allo Stones Cafè di Vignola (MO) 20 marzo 2015

2 Mar

Locandina Stones cafè 2015

Il fattore Y

2 Mar

Notte tra venerdì e sabato. Palmiro mi sveglia alle 5. Di solito tiro due madonne e poi mi giro dall’altra parte. In quest’alba livida e vivida no. Mi giro e mi rigiro tra le lenzuola per un po’ e poi mi alzo. Mi preparo un caffè, una spremuta e mi metto davanti al PC. Scorgo la notizia del nuovo cofanetto di un gruppo il cui nome inizia per ipsilon. E’ cosa fresca, internet ne accenna appena, faccio un po’ di ricerche e poi decido di parlarne sul blog. Il gruppo in questione è uno dei nomi che amiamo, il cofanetto mi sembra molto interessante, butto giù due considerazioni e clicco su “pubblica”. Un paio d’ore più tardi l’amazzone che vive con me legge il post e gira il link su un paio di gruppi facebook dedicati al complesso di cui stiamo parlando.

La sera usciamo, andiamo al pub l’Artista di Levizzano, locale e paesino splendidi appoggiati al primo dolce declivio delle colline modenesi. Suonano i Fivesnake, tribute band del Serpente Bianco. Il tastierista è un amico della reggiana dagli occhi di ghiaccio che ho accanto. Lemonsoda e pizza per lei, hamburger e pinta di weiss per me (due anni esatti senza dispepsia, me la godo alla grande). Il concerto si snoda attraverso i classici del 1987, con qualche concessione al 1984 e al 1978. Mi sorprendo a canticchiare diverse canzoni, citando i testi quasi per intero, evidentemente David Coverdale ha inciso parecchio sulla mia formazione.

Weiss al Pu l'Artista di Levizzano.-foto di TT

Weiss al Pub l’Artista di Levizzano.-foto di TT

Rincasiamo verso le 2. Prima di infilarmi nel letto do un’occhiata al blog. Record di visite: 982. Il precedente, di uno o due anni fa, era di 776. Sono sbalordito. Domenica mattina: la fan numero uno di Valentino Rossi mi fa leggere alcuni commenti in uno dei gruppi di facebook di cui sopra. Inizio a comprendere che il mio articolino nella sezione notizie è una delle poche cose visibili sull’argomento. Me ne stupisco, d’altra parte ne sta parlando un noto forum di discussione musicale americano, e la grande catena che vende dischi compatti online ha già pubblicato la cosa. Stranezze della globalizzazione penso. A metà mattina scendo a sistemare un po’ il giardino dopo la grande nevicata di un mese fa…

I danni della nevicata alla Domus Saurea (foto di TT)

I danni della nevicata alla Domus Saurea (foto di TT)

Non è una giornata mite, e nemmeno soleggiata, ma scorgo le prime timide margheritine…

Timide margherite nel posto in riva al mondo (foto di TT)

Timide margherite nel posto in riva al mondo (foto di TT)

Risalgo in casa, mi metto sul divano a guardare un filmato del gruppo La Ditta girato il nove dicembre del 1984 al teatro coperto del quartiere Martellaio della capitale della Terra degli Angli. Un bip sul cellulino, mi è arrivata una email. E’ di quello che suonava le tastiere con il gruppo il cui nome inizia per ipsilon. Sì, avete capito bene, proprio lui, la luce guida della badessa con cui condivido il monastero blues in cui vivo. L’uomo mi chiede conto del mio post, lui non ne sapeva nulla, in copia anche i suoi avvocati e ragionieri. Rispondo in modo deferente e compìto ma il succo è “Ehi stella della musica che rotola e dondola, caspiterina, ho solo ripreso una notizia apparsa su un forum americano di appassionati di musica, se il gruppo con cui suonavi e la casa discografica non ti telefonano quando ci sono nuove uscite d’archivio non è colpa mia, non prendertela con me che ho già abbastanza problemi con l’Inter”. 

Intanto il blog esplode:  alle 22 le visite del blog sono più di 2300. Inizio a preoccuparmi. Sto stendendo questo sciocco articoletto e il timore mi suggerisce di essere il più criptico possibile. Stanno parlando di me sui gruppi facebook di cui parlavo all’inizio, inizio ad aver paura “e’ un po’ come finire su un volantino dell’isis” mi scrive il mio amico P con cui sto chattando circa questa cosa.

Sprango la porta e vado a dormire. Se non mi sentite più, sappiate che vi ho voluto bene. Viva l’Inter, viva i Firm, viva il sol dell’avvenire.

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EPILOGO:

Lunedì mattina. Mi alzo dal letto con una forza che dall’alto mi spinge verso il basso, ho faticato ad addormentarmi, troppi pensieri per la testa (ma non relativi al gruppo che inizia per ipsilon); prima di coricarmi mi son letto un fumetto di Julia e due delle recenti ristampe di Alano* Guardiaparco (sì insomma, Ken Parker), ho spento la luce alle 2,30. Tre ore dopo di nuovo a sacramentare dopo che Palmiro, il diavolo nero(azzurro) della tasmania emiliana, in preda a pruriti primaverili, con precisione fa cadere dal comodino, uno ad uno, tutti i libri. Mi guardo allo specchio, dimostro tutti i miei anni.

Do un’occhiata al cellulino. La settima moglie di Enrico ottavo mi ha inviato un link, il sito ufficiale del gruppo il cui nome inizia per ipsilon annuncia finalmente l’uscita del cofanetto. Controllo la posta. Uh, mi ha risposto quello che suonava le tastiere con il gruppo il cui nome iniziava per … beh, avete capito. Il tono mi pare molto conciliante. Mi dice di non preoccuparmi e che il mio post non lo ha turbato, che cercherà di chiarire la faccenda con la casa discografica, mi ringrazia per il mio sostegno e per la cortese risposta al suo primo messaggio di posta elettronica. Mi augura tutto il meglio. Controllo il numero delle visite di ieri: 2433. Come direbbe Peter Griffin “Oh stracacchio|!”; alla fin fine passare le domeniche a scambiarsi email con il secondo miglior tastierista della musica Rock non è niente male.

* (da wikipedia): Kenneth può avere una duplice origine, come forma anglicizzata tanto di Coinneach quanto di Cináed: il primo è un nome scozzese derivato dal gaelico caoin, “bello”, “attraente”, mentre il secondo significa “nato dal fuoco” ed è in uso sia in scozzese che in irlandese. Nel primo caso, è analogo per significato al nome Alano.

Missouri (another Brian’s tale)

1 Mar

Giovedì. Alle 17,15 esco dell’ufficio, faccio un salto da Brian. Vista l’ora so che Brian sarà in camera, da un paio di mesi il vecchio consuma i pasti nella sua stanza. Arrivo. Brian, sulla sedia a rotelle, sta guardando un film. Mi sorride, ma è chiaro che è un po’ confuso, non mi riconosce.  Aspetto cinque minuti che il cervello esca dallo stand by, ma il processo è più lungo del previsto. Lo bacio, lo accarezzo, Brian capisce che c’è qualcosa tra di noi, che sono una figura a lui legata, ma ancora non collega. Gli ricordo che sono Tim, suo figlio, lui sorride. Come sempre gli chiedo se si ricorda come si chiamava suo padre, l’unico nominativo che di solito pronuncia senza esitazioni, ma oggi quel nome non esce. Non insisto, non voglio metterlo in difficoltà, non voglio che si offenda e si adombri vedendo che non riesce a rispondere a domande così banali.

Arriva la cena, una scodella di pastina in brodo con un po’ di carne frullata, un piatto con stracchino e purè e una mousse di frutta. Dico alla operatrice che assisto io mio padre durante la cena. Inizio ad imboccare Brian. Dopo poco arriva Caterina, la capo nucleo. Due chiacchiere  circa la situazione generale del vecchio quindi mi invita a lasciare che mio padre provi a mangiare da solo. Obbedisco. Brian anche e noto che l’operazione procede in modo più o meno fluido, tanto che Caterina mi dice che, se continua così, tra non molto inizierà a consumare i pasti nel refettorio insieme agli altri ospiti. Con Kate (Caterina insomma) concordo poi di comprare altri due pigiami speciali per mio padre. Sì, perché per anziani con patologie particolari tipo l’alzheimer servono pigiami-tute con la apertura all’altezza della schiena. Mi servo da CONFEZIONI EMY, il tutto online. Mi chiedo se si sia mai visto JOHNNY WINTER acquistare pigiami da CONFEZIONI EMY.

Mentre Brian consuma lentamente il pasto io do un’occhiata al tablet. Brian mi dice qualcosa ma io sono perso a leggere una cosa su internet, allora lui per attirare la mia attenzione mi tocca il braccio e mi chiama “Stefano!”. Lo guardo e gli sorrido, “bentornato Brian”.

Finita la cena, l’uomo da Villa Bagno ritrova la sua voglia di parlare, e inizia a raccontarmi cose che non riesco più a seguire, la scelta delle parole segue una sequenza random. Qualcosa comunque afferro, interpreto e traduco, così cerco di rispondere a tono e quando faccio centro Brian si infervora e nello sguardo compare un guizzo di incredibile vitalità. Ecco poi che torna uno dei punti a cui si aggrappa, suo padre. “Me pèder, Ettore, l’era nè in Missouri”. Sorrido, l’amore di Brian per gli Stati Uniti trapela sempre. Lo correggo “no Brian, tuo padre Ettore era nato al ‘misoun”. Al ‘misoun in dialetto sta per LEMIZZONE, frazione di CORREGGIO. “sè sè, et ghe ragiòn, al ‘misoun, mia in Missouri”. 

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Lemizzone, Missouri (foto di supercalifragili)

Lemizzone, Missouri (foto di supercalifragili)

Mi soffermo a contemplare quest’uomo che chiamo Brian, questo padre che mi è capitato. Da miei diciotto anni in poi non è che siamo andati d’accordissimo, da quando poi quasi 23 anni fa se ne andò mia madre la situazione peggiorò. Mi sorprendo a pensare a quanto io sia stato spietato con lui, alla fredda logica del rinfacciare cose con un rigore da ragioniere scrupoloso. Magari avevo anche ragione, ma infierire su di un anziano rimasto vedovo ed incapace di prendere la vita di petto, come avrei voluto, mi fa sentire piccolo piccolo.

E ora eccomi qui a guardarlo con tutto l’amore possibile, a sondare il suo sguardo appannato, a tenergli la mano, a chiedergli dieci, cento, mille volte se si ricorda chi sono e se mi vuole bene. Stasera non riesco a lasciarlo. Lo faccio alle 19 all’arrivo delle due operatrici che lo preparano per la notte. Lo bacio, lo accarezzo e gli dico che ci vediamo domani. “Va ben a fòm acsé, ciao piròn” mi dice col suo accento reggiano. Mi commuovo, cosa questa ormai automatica. Non ho i Ray ban con me…speriamo che tornino in fretta le giornate di sole.

Brian, sitting and thinking (foto TT)

Brian, sitting and thinking (foto TT)

 

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