Fortunati i fan degli YES, il 19 maggio l’Atlantic farà uscire un cofanetto di 14 cd contenente 7 concerti del gruppo registrati durante il tour del 1972.
La azienda CP Cases era quella che forniva i flight case (le custodie per strumenti ed impianti) al gruppo per i loro tour. Quando gli Yes si sciolsero, la maggior parte dell’equipaggiamento tecnico e i relativi contenitori tornarono alla CP Cases che li immagazzinò . Nel 1998 uno degli impiegati della azienda, Peter Ross, spacchettò parte dell’equipaggiamento e trovò i nastri in questioni, nastri che furono presentati direttamente alla band durante un concerto all’Hammersmith Odeon.
I 7 concerti sono i seguenti *
31 Oct 1972: Maple Leaf Gardens, Toronto, Ontario, Canada 01 Nov 1972: National Arts Centre English Theatre, Ottawa, Ontario, Canada 11 Nov 1972: Duke University, Durham, North Carolina, USA 12 Nov 1972: Greensboro Coliseum, Greensboro, North Carolina, USA 14 Nov 1972: University Of Georgia, Athens, Georgia, USA 15 Nov 1972: Knoxville Civic Auditorium, Knoxville, Tennessee, USA 20 Nov 1972: Nassau Veterans Memorial Coliseum, Uniondale, New York, USA
Alcuni pezzi di queste date dovrebbero essere finiti sul live YESSONGS pubblicato nel 1973. Al momento non si sa ancora se si tratta di registrazioni multitraccia o di semplici soundboard, ad ogni modo rimane il fatto che, dal punto di vista del fan, questo è un cofanetto imperdibile. No, meglio non fare nessun collegamento con la nostra band preferita, tanto per quanto riguarda noi una cosa del genere non succederà mai.
* elenco aggiornato il 2/03/2015 dopo che la notizia è finaemente apparsa anche sul sito ufficiale degli YES:
Nei momenti di incazzatura più feroce mi ero ripromesso di non parlare più di queste riedizioni degli album dei LZ curate da PAGE, ma come vedete non riseco sottrarmi alla faccenda. Fino ad oggi il materiale bonus è risibile, quasi una comica, ma per quanto uno possa scuotere la testa e pensare che PAGE sia sempre più isolato (e circondato da yes men) nella sua torre d’avorio, bisogna tener conto che si sta parlando degli album della nostra vista, di pilastri della storia del Rock, di coordinate precise che permettono alla nostra anima blues di non perdere la bussola lungo le blue highway cosmiche.
PHYSICAL è stato l’album dei LZ che più ho faticato ad amare. Ero un ragazzino e durante i primissimi anni della mia profonda storia d’amore con il gruppo, come ho già scritto, non riuscivo a trovare la chiave di volta. Non ero aiutato nemmeno dai miei amici amanti della musica, nessuno citava mai PG. Ricordo che l’unico pezzo che mi piaceva era THE ROVER. PG era troppo complesso, non aveva al suo interno un brano dal riff riconducibile ai primi lavori della band che facesse da ponte, non possedeva l’immediatezza degli altri album. Il giovane Tim però era un fan appassionato dei LED ZEPPELIN e quando si mise ad ascoltarlo sul serio iniziò ben presto a sentire il sole battere sul viso e le stelle riempire i suoi sogni.
Già, mi ci volle un po’, ma poi arrivo l’estasi mistica, estasi che ancora oggi mi torna in mente e che mi fa venir la pelle d’oca, ripensando alle sensazioni che provai in alcune circostanze mentre scoprivo questo monumento alla musica Rock. Otto i pezzi scritti dalla band nel 1974 per il nuovo album (CUSTARD PIE, IN MY TIME OF DYING, TRAMPLED, KASHMIR, IN THE LIGHT, TEN YEARS GONE, WANTON SONG, SICK AGAIN), sette quelli recuperati dalle session degli album precedenti periodo 1970/72. Si dice che PAGE decise di ripescare le vecchie cose per dare una continuità con il passato alle performance vocali di PLANT; il biondo di Birmingham aveva smesso di essere quello dell’immaginario collettivo già nell’estate/autunno del 1972, nel 1973 il suo cantato si fece più rauco, meno incline a spingere e a raggiungere le vette del passato. Tra il 1973 e il 1974 si dice anche che sia stato operato alle corde vocali. Io però non sono sicuro delle intenzioni di PAGE; negli otto nuovi pezzi PLANT canta molto bene, magari non urla come in passato (ma questo è un bene) e non raggiunge le tonalità impossibili di un tempo, ma la voce si fa tonda, vissuta, bluesy. Per il sottoscritto, uno spettacolo.
CUSTARD PIE è manifesto dell’hard rock metà anni settanta dei LZ, riferimenti blues, allusioni sessuali marcatissime (avrebbero fatto prima ad intitolarla LA FIGA), il clavicordo che risponde alla chitarra, il Rock che parla direttamente alla pancia. THE ROVER è del 1972, Hard Rock dalle aperture melodiche di splendida fattura. IN MY TIME OF DYING un heavy blues dipinto di slide con una prova d’insieme da brividi. Qualcuno ogni tanto riporta in vita con accenno ironico una dichiarazione di JONES al tempo di LZ IV “Dopo questo disco, nessuno ci paragonerà più ai Black Sabbath!”. In parecchi se la prendono con JONESY per questa sciocchezza, o con PAGE quando in passato denigrò GRAND FUNK RAILROAD. Io credo che dal punto di vista di un musicista del loro stampo (e non solo) sia una cosa inevitabile da pensare, e basta ascoltare IN MY TIME OF DYING per capire che, a livello di Rock band, qui siamo su un altro pianeta, distante anni luce dalle ritmiche grossolane di CHILDREN OF THE GRAVE e dagli arrangiamenti infantili dei GRAN FUNK. Il testo proviene da un vecchio blues, tematiche grevi (ma sempre sul limite dell’ironia blues) spezzate da ROBERT che dopo aver invocato Gesù (Oh my Jesus. Oh my Jesus. Oh my Jesus.) si mette a supplicare GEORGINA (Oh Georgina. Oh Georgina. Oh Georgina.), una ragazzotta dalle grandi tette apparsa in quel tempo sulla copertina di Playboy.
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HOUSES OF THE HOLY doveva essere la title track dell’album omonimo, infatti è un pezzo solare, gioioso, irresistibile. Giocato sullo stesso giro, senza strofa o ritornello, alza il livello del mood, esalta le cromie, profuma di primavera. TRAMPLED UNDERFOOT nel testo è un omaggio a ROBERT JOHNSON (tutti in ginocchio!) e alla sua TERRAPLANE BLUES, la musica invece è un vorticoso e sinistro funk. Da ragazzo andavo spesso alla birreria DA NUBE a Spilamberto, nel modenese, il locale era adagiato sulle rive del fiume Panàro e nel juke box di NUBE era presente, tra gli altri, il 45 giri di TRAMPLED UNDERFOOT/BLACK COUNTRY WOMAN. La cosa mi stupiva ogni volta, come poteva un gruppo fare uscire un singolo con due pezzi così particolari?
KASHMIR è Kashmir, c’è poco da dire. A me non è mai piaciuta troppo, o meglio KASHMIR mi piace meno di quello che penso. E’ bello suonarla col gruppo perché ti senti padrone dell’universo, ma alla lunga mi annoia un pochetto. Credo che con una strofa in meno (la quarta) sarebbe stato un pezzo migliore. Ad ogni modo KASHMIR è il template che ha dato la stura, soprattutto in ambito Hard Rock e Metal, ad una serie infinita di imitazioni. Dopo di esso quasi ogni gruppo si è cimentato almeno una volta col compitino di epic-eastern Rock. Credo siano stati i QUEEN col pezzo INNUENDO i soli a raggiungere le vette dei LZ.
IN THE LIGHT è un altro pezzo alla LED ZEPPELIN versione mid seventies. Esoterico, misterioso e poi luminoso e messaggero di speranza. La coda finale è una meraviglia, con le frasette melodiche di PAGE che rincorrono le parole di PLANT.
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BRON Y AUR proviene dalla session di LZ III ed è uno degli incantevoli quadretti acustici di PAGE. Suonato in accordatura aperta di DO, profuma di antica Britannia e fa il verso alle malinconie ancestrali dell’essere umano. Con DOWN BY THE SEASIDE siamo nel periodo LZ IV, 1971 dunque, e come tutti sanno qui siamo sotto l’influenza di NEIL YOUNG. Io ce la sento, ma chissà perché mi viene sempre in mente il NEIL YOUNG di ON THE BEACH, che però è un album del 1974. A un mio caro, caro, caro amico, amante anch’egli dei LZ, il ROBERT PLANT di DOWN BY THE SEA SIDE non risulta credibile, a me invece piace un sacco. La canzone è piena di buone vibrazioni e ogni volta che la sento vedo le barche a vela sul filo dell’orizzonte che ammiravo da bambino quando in vacanza i miei mi portavano ai lidi ferraresi. Lele, il mio batterista, dice che è la canzone della felicità. Credo abbia ragione. TEN YEARS GONE è la mia canzone preferita in assoluto. Andamento malinconico, intrecci di chitarre di lignaggio supremo, testo senza tempo, sviluppo ricco e profondo, assolo di chitarra che dice tante, tante, tante cose. Mi basta scriverne per avere gli occhi lucidi. I LED ZEPPELIN, cazzo!
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NIGHT FLIGHT deriva anch’essa dalle registrazioni fatte per LZ IV. Altro momento giocoso e positivo. PLANT tocca vertici irragiungibili. Con THE WANTON SONG si torna all’hard rock dissoluto e licenzioso. Riff giocato sull’ottava di SOL, simile a quello di IMMIGRANT SONG (che però è in FA#-) ma con gli accenti spostati, su cui si innesta una sezione ritmica come sempre inarrivabile e irrefrenabile. In puro stile Zeppelin, l’apertura di preparazione all’assolo è sorprendente e ricca di musica. BOOGIE WITH STU è un divertissement che deriva dalla session di LZ IV. IAN “STU” STEWART, il sesto Stones, si stava occupando del Rolling Stones Mobile Studio mentre il gruppo registrava, un giorno finì per mettersi al piano e tutti insieme si misero a giochicchiare sul tema di OH MY HEAD di Ritchie Valens. Il risultato fu BOOGIE WITH STU, piacevole momento di svago. (by the way, STU suona anche il piano su ROCK AND ROLL). BLACK COUNTRY WOMAN è un ulteriore episodio ludico giocato sulla accordatura aperta di SOL. Memorabile l’entrata in scena di BONHAM. SICK AGAIN chiude il disco, Hard Rock per nulla banale ma che non ho mai trovato attraente.
Una volta, in visita a Roma, parlando con Polbi nel bel mezzo delle TERME DI CARACALLA, le paragonai a PHYSICAL GRAFFITI; il senso di grandiosità appartiene ad entrambe le opere, opere che per quanto seriose e atte a tratti ad incutere timore, sono state create per il benessere degli esseri umani. Per lustri interi il mio album dei LZ preferito è stato il III, poi per qualche anno il IV, e in questa prima fetta degli anni dieci credo sia PHYSICAL GRAFFITI (se escludiamo i momenti in cui ITTOD, il mio alter ego, prende il sopravvento ed è IN THROUGHT THE OUT DOOR a diventare il mio prediletto).
Il nuovo remaster, come ho già avuto modo di dire riguardo ai precedenti, mi pare ottimo. Mi sembra di non aver mai sentito così bene il clavicordo (si, insomma, il clavinet) di JONES in CUSTARD PIE sul canale sx. In IN MY TIME OF DYNG la voce mi sembra si senta meglio rispetto alle versioni precedenti mentre in TRAMPLED UNDERFOOT sento (più o meno distintamente) la chitarra funk col wah wah di PAGE poco prima dell’assolo, cosa che forse non avevo mai notato prima. Forse sono suggestioni…
COMPANION DISC:
solo sette i pezzi previsti nel materiale bonus, altra scelta da mentecatti. Anche volendo tenere la confezione a 3 cd, in termini di spazio il companion disc avrebbe potuto contenere almeno altrettanti brani. BRANDY & COKE è un rough mix di TRAMPLED UNDERFOOT, la voce è meno effettata e quindi più chiara e le tastiere sono più in evidenza. Niente assolo. IN MY TIME OF DYING ha la voce più su nel mix e la punteggiatura leggermente cambiata. Non c’è l’overdub di chitarra quindi l’assolo (al minuto 5:00) è diverso. HOUSES OF THE HOLY: il campanaccio (la cowbell insomma) è più alto nel mix, c’è una spiccata armonia vocale all’altezza di “Let the music be your master”, manca l’assolo finale. BOOGIE WITH STU ha il mandolino anche all’inizio ma e DRIVING TO KASHMIR è praticamente la stessa dell’originale, forse qui non cambia proprio nulla. Dei sette pezzi, dunque, cinque sono mix leggermente diversi da quelli pubblicati all’epoca. Ditemi voi il significato di una cosa del genere.
SICK AGAIN: early version di un paio di minuti, curiosità che può avere un senso. Basso, batteria e un paio di chitarre che si appuntano le varie sezioni del pezzo. Per un fan è robetta interessante. Al basso ci dovrebbe essere JIMMY PAGE. La versione è la stessa apparsa nel 1997 sul bootleg TANGIBLE VANDALISM, seppur con un mix diverso e con una minor durata (che on realtà era di 3,40 minuti).
EVERYBODY MAKES IT THROUGH: versione alternativa di IN THE LIGHT con inizio diverso da quanto pubblicato nel 1975. L’intro e la strofa infatti sono appannaggio di un ottimo lavoro di clavicembalo, l’atmosfera è sinistra e malinconica, a me piace molto. Il tutto poi si sviluppa sugli stessi canoni di IN THE LIGHT. Nella registrazione manca il basso. Episodio dunque di valore, peccato che fosse apparso (seppur non in questa qualità) su bootleg già dal1997. Peccato inoltre che PAGE sul finale ne abbia tagliato un pezzettino: un cantato di Plant “light light light, in the light” e quattro guitar riff. Mah.
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Anche in questo caso mancano inediti già apparsi su bootleg (SWAN SONG ad esempio, poi apparsa sul primo dei FIRM col titolo MIDNIGHT MOONLIGHT) e gli inediti veri e propri che sappiamo esistere.
Proprio ieri PHYSICAL GRAFFITI ha debuttato al primo posto nella classifica inglese, immagino arriverà nei primi posti anche di quella americana. E’ un album pubblicato esattamente 40 anni fa.
PHYSICAL GRAFFITI DELUXE di Paolo Barone
Physical Graffiti e’ il disco piu’ affascinante, vario e misterioso di tutta la storia del Rock.
Vertice della creativita’ Zeppeliniana, grezzo, pieno di lati oscuri, non ammaestrabile, Physical Graffiti non ti fa sentire a casa, non ti da l’Hard Blues dei primi dischi o la perfezione totale dei due precedenti. Ti spiazza e ti avvolge nella sua dimensione, ci vogliono anni di ascolti per districarsi nei suoi labirinti sonori.
Credo sia il disco che ho ascoltato di piu’ in vita mia. Ci arrivai che ero gia’ un fan della band, mi ero costruito un immagine di loro e del loro mondo con i primi cinque album e il film, per cui ascoltare Physical fu come scoprire un inesauribile fonte di segreti. Tutti pezzi bellissimi ma di non facile presa, mi perdevo nella maestosita’ di Kashmir e Ten Years Gone, ma le sensazioni che mi arrivavano erano diversissime da Whole Lotta Love o Stairway. Il suono del disco era diverso, meno pulito e diretto, meno scintillante ma piu’ profondo e misterioso. Black Country Woman con le sue voci in presa diretta che mi sembrava di essere in giardino con loro, la forza di Custard Pie, The Rover e Wanton Song. Ma poi ascoltavo In the Light, Down by the Seaside, Houses, Night Fly e mi chiedevo che razza di musica fosse questa. Non gli sapevo dare un nome, e specie da ragazzi abbiamo bisogno di dare un nome alle cose, di classificarle per sentirci piu’ tranquilli. Tutti i miei amici parlavano dei Led Zeppelin come di una band Hard, ma su PG di Hard, per lo meno per come lo intendevano loro, ne sentivo ben poco. E poi la copertina. Bellissima, forse la piu’ bella in assoluto, con quel palazzo cosi gotico e tutte quelle scene surreali alle finestre, completamente scollegate da ogni filo logico ma perfette nel loro insieme, proprio come la musica che contenevano. Quanto tempo ho passato a guardarle una per una, a trovare significati e messaggi nascosti. Non aveva proprio nulla a che fare con la grafica dei primi tre album o i simbolismi Hippie dei due precedenti. L’inserto addirittura anticipava un estetica Punk con le lettere ritagliate tutto in bianco e nero, ed e’ strano pensare che il palazzo di Physical Graffiti e’ a pochissimi passi da dove New York Dolls, Ramones e Patti Smith Group usavano ritrovarsi proprio in quel periodo. Nel corso degli anni pensare a questo disco mi ha sempre evocato l’immagine della rock band isolata dal resto del mondo, in una casa grande e decadente con uno studio mobile di registrazione a disposizione, libera di esprimere la propria creativita’ senza limiti e costrizioni, un po’ come Exile on Main Street disco gemello per molti versi. Un immagine molto forte e piena di suggestioni.
E’ un opera monumentale PG, fatta pero’ di mille piccole sfumature che hanno resistito benissimo al passare dei decenni, grazie anche alla relativa esposizione mediatica. Kashmir a parte, e’ un disco che non ha subito abuso di ascolti come il quarto ad esempio, e riesco ancora oggi a goderne pienamente, l’isola sulla quale ancora naufrago felice quando nessun esplorazione sonora riesce a portarmi via.
Con questi presupposti come potevo restare indifferente a tutta questa storia della riedizione in occasione del quarantesimo anniversario. Come non metterci una carica emotiva personale. Impossibile, per fortuna impossibile.
Sono quindi molto contento per gli effetti generati da questa uscita discografica.
A detta di Page, se non ho capito male, l’ulteriore remasterizzazione dovrebbe rendere l’ascolto via Mp3, streaming e formati digitali vari, molto meglio di prima. Mi sembra un ottima cosa. Se qualcuno non avesse ancora in casa una copia in cd o vinile, questa riedizione in versione normale e’ molto ben fatta e a prezzi ragionevoli. Se poi uno vuole spendere di piu’ e portarsi a casa un qualcosa di veramente celebrativo, allora la Super De Luxe fa la sua figura. Una confezione veramente bella e curata.
Purtroppo pero’, con l’edizione De Luxe, quella con il Companion cd che ho comprato io, qualche problema esiste ed e’ abbastanza evidente.
Ok, abbiamo capito ormai che da queste riedizioni Zeppeliniane non c’e’ da aspettarsi nulla in termini di materiale inedito, ma solo mix alternativi, versioni strumentali e poco, poco di piu’. Personalmente, dopo un breve momento di delusione iniziale, non ne ho fatto un dramma e mi sono goduto la cosa per quello che e’, ne’ piu’ e ne’ meno. Ma per Physical Graffiti si sarebbe veramente dovuto e potuto fare di piu’, e invece si e’ riusciti addirittura a fare di meno…
Va benissimo la versione alternativa di In the Light, va bene un mix un pochino diverso di Trampled, In my Time of Dying e di Houses…Sick Again strumentale….andavamo pure bene cosi…e invece no. Kashmir e Boogie with Stu suonano praticamente identiche (perlomeno alle mie rozze orecchie di subacqueo!), e il Companion cd finisce qui. Tutti gli altri fantastici brani? Spariti. Custard Pie, The Rover, Ten Years Gone, Night Flight, Wanton Song, Black Country Woman, Down by the Sea Side, Bron-Yr-Aur…Praticamente il cuore di Physical Graffiti saltato a pie’ pari. Noi e queste canzoni non abbiamo meritato nemmeno il contentino dei rough mix. Peccato, sarebbe stato piu’ onesto ed elegante almeno completare l’opera, anche solo per una forma di rispetto verso un disco cosi importante.
Ma io ho voglia e bisogno di sogni e magia, non mi lascio rovinare la festa dalla rozza miopia delle major discografiche, quindi mi unisco felicemente alla celebrazione planetaria di Physical Graffiti che queste riedizioni hanno generato. Godendomi l’ascolto dei vinili originali, dei Bootleg soundboard tour ’75, della marea di inediti e work in progress disponibile in rete, e…ma si, dai, in fin dei conti…passato il fastidio iniziale, anche del Companion disc 2015.
Original Album – LZ Fan PPPPP+ Casual Fan – PPPPP Bonus LZ Fan – PPP Casual Fan – PP Packaging – Super De Luxe PPPPP Normale e De luxe PPPP
L’articolo del NYDAILYNEWS è molto interessante, riflette sugli ultimi dati di NIELSEN-SOUNDSCAN, il sistema di tracciatura e informazioni sulle vendita dei dischi probabilmente più accurato. Saltano fuori cifre molto lusinghiere per la musica che amiamo, sua maestà il Rock.
Benché le classifiche di Billboard cerchino di trarre in inganno, l’anno scorso le vendite di dischi ef ormati vari di musica Rock negli USA sono stati il 29% del totale. 17% per R&B/Hip Hop. 14,9% per il Pop, 11,2% per il country.
Il CLASSIC ROCK rappresenta il 60% delle vendite del genere Rock, percentuale costituita in buona parte dalla vendita del catalogo, già… le edizioni del vecchi dischi hanno superato le vendite dei nuovi dischi (sempre nell’ambito Rock).
Nel 2014 in America i BEATLES hanno venduto più di un 1.000.000 di album, i LED ZEPPELIN 800.000, i FLEETWOOD MAC 441.000, i PINK FLOYD 350.000. Il solo THE DARK SIDE OF THE MOON (uscito nel 1973) l’hanno scorso negli USA ha venduto altre 185.000 copie.
Il presidente della RHINO, Mark Pinkus: “Il Rock degli anni sessanta e settanta è così buono che sta attraendo nuove generazioni di ragazzi. Ogni album è come un greatest hits”.
Malgrado siano dischi di vari decenni fa, se uno giovinetto o una ragazzina con l’anima giusta sente per caso un pezzo dei LZ, dei ROLLING, dei PINK FLOYD rimane incantato e corre a procurarsi l’album o il file.
Questo la dice lunga sul valore effettivo del Rock contemporaneo, ma poi forse nemmeno tanto, il fatto è che in quei tre lustri la musica fiorì in modo così naturale, brillante, definitivo che chiunque ami questa forma d’arte non può prescindere da quei dischi meravigliosi.
Numero niente male. L’articolone (17 pagine) sui Sabbath alla fine non è gran cosa, basato come è su varie dichiarazioni dei quattro membri e di vari collaboratori, cose già risapute.
Ho comprato questo numero per l’articolo sulla HIPGNOSIS, agenzia di comunicazione che nei settanta fu il faro visual per molti dei nostri artisti preferiti. Molte della copertine dei dischi che amiamo è opera loro. AUBREY POWELL (cofondatore insieme allo scomparso STORM THORGERSON) racconta alcuni aneddoti divertenti. 1979, PETER GRANT lo chiama per organizzare qualche scatto fotografico promozionale in occasione del ritorno di KNEBWORTH e dell’uscita di ITTOD. Si ritrovano nei campi di KNEBWORTH appunto, il mood non è granché, ROBERT è cambiato parecchio, non va d’accordo con JIMMY, BONHAM è fisicamente spento. Non esattamente l’atmosfera migliore per scattare foto promozionali di un gruppo superstar, così POWELL porta con sé una spogliarellista, questa inizia il suo lavoro, e ben presto i Led Zep si ritrovano sorridenti ad applaudirla. Da lì in poi la session fotografica diventa assai meno impegnativa.
Gustoso anche l’episodio sulla BAD COMPANY.
Per i fan di ROBERT PLANT segnalo le cinque pagine su SKIP SPENCE, fondatore dei MOBY GRAPE, gruppo culto per il biondo di Birmingham.
Inoltre 4 pagine sui JETHRO TULL e 5 sugli SCORPIONS. Tra le recensioni anche quella della deluxe edition di PHYSICAL GRAFFITI.
Questo è il terzo romanzo di Iles che affronto brevemente qui sul blog, lo faccio col solito entusiasmo, quello che ho da quando ho scoperto questo gran autore di thriller. Il libro è uscito nel 2007, ed è stato pubblicato dalla Piemme nella collana bestseller nel 2011. Anche questo è ambientato in una cittadina dello stato del Mississippi, Athens Point, l’atmosfera dunque è cara alle donne e agli uomini di blues che seguono questo blog. Trama tutto sommato comune, che si sviluppa in un sol giorno, una di quelle storie di ordinaria follia quotidiana che può straripare all’improvviso nella vita di qualsiasi famiglia (beh, più o meno); il tutto però è portato avanti con la consueta maestria di Iles, maestria che ti tiene incollato al libro e che alla sera prima di dormire ti fa dire “dai, ancora un capitolo” anche se stai crollando dal sonno. Bel libro dunque, e il mio carrello Feltrinelli è già pronto per un nuovo ordine.
SINOSSI:
Al ritorno dal lavoro Laurel trova la macchina di Warren, suo marito, già parcheggiata nel vialetto. È arrivato prima del solito, in casa la accoglie un silenzio pesante, minaccioso. Di Warren nessuna traccia. In cucina solo un odore di cibo bruciato. Poi il grande soggiorno illuminato si apre di fronte a lei e Warren è lì, seduto, pallido,sconvolto, gli occhi scavati dalla paura, con indosso gli stessi vestiti del giorno prima. In mano una pistola e sul tavolino accanto a lui una lettera. Laurel conosce bene quella lettera, gliel’ha scritta Danny, il suo amante, firmandola semplicemente “Io”. E Laurel capisce. Quello che Warren stava cercando quella stessa mattina tra i libri del soggiorno non erano i documenti comprovanti la frode fiscale della clinica dove lavora, in cui è coinvolto, ma le prove del suo tradimento. Ha così inizio il giorno più terribile del loro matrimonio. Mentre fra le mura di casa un vortice di tensione travolge marito e moglie, fuori la polizia cerca di organizzare un’irruzione per arrestare Warren, che nel frattempo si è reso colpevole anche dell’omicidio di un poliziotto e che, ormai impazzito, ha deciso di non liberare la moglie finché non avrà scoperto l’identità del suo amante. Ma quando finalmente la scopre, prima che l’assedio finisca, il dramma tra i coniugi è ormai precipitato in una spirale di follia, in cui a devastare Warren, più ancora della cieca gelosia, è la sofferenza per un segreto che non ha mai confidato e che lo porterà a fare i conti con il proprio destino.
Messaggio di Polbi: “Sentila e se puoi cerca il testo su internet”. Eseguo. Mi perdo nel semplice arpeggio, nella triste melodia, nel testo, nell’approccio bluesy. Mark Kozelek uno di noi.
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Sun Kil Moon – I Watched The Film The Song Remains The Same
released on 11 February 2014 on Caldo Verde Records.
I watched the film ‘The Song Remains the Same’
At the midnight movies when I was a kid
At a Canton, Oh mall with friends
One warm summer weekend
Jimmy Page stood tall on screen
I was mesmerized by everything
The Peter Grant and John Paul Jones dream sequence scenes
The close-up of the mahogany Double SG
And though I loved the sound of the roaring Les Paul
What spoke to me most was ‘Rain Song’ and ‘Bron-Yr-Aur’
And I loved the thunder of Jon Bonham’s drums
But even more I like ‘No Quarter’s low Fender Rhodes’ hum
I don’t know what happened or what anyone did
From my earliest memories I was a very melancholic kid
When anything close to me at all in the world died
To my heart, forever, it would be tied
Like when my friend was thrown from his moped
When some kind of a big truck back-ended him
And when the girl who sat in front of me in remedial
Was killed in an accident one weekend and quickly forgot about at school
And when we got the call that my grandmother passed
The nervous tension I’d been feeling for months broke
And strangely I laughed
Then I went to my bedroom and I laid down
And in my tears and in the heaviness of everything I drowned
Though I kept to myself and for the most part was pretty coy
I once got baited and had to clock some underserving boy
Out on the elementary school playground
I threw a punch that caught him off-guard and knocked him down
And when I walked away the kids were cheering
And though I grinned deep inside, I was hurting
But not nearly as much as I hurt him
He stood up, his glassed broken and his face was red
And i was never a schoolyard bully
It was only one incident
And it has always eaten at me
I was never the young schoolyard bully
And wherever you are, that poor kid, I’m so sorry
And when I grew older I learned to play guitar
While everyone else was throwing around a football
Wearing bright colors the school issued them
Parroting passed down phrases and cheerleading
I got a recording contract in 1992
From there my name, my band and my audience grew
And since that time so much has happened to me
But I discovered I cannot shake melancholy
For 46 years now I cannot break the spell
I’ll carry it through my life and probably carry it down
I’ll go to my grave with my melancholy
And my ghost will echo my sentiments for all eternity
And now when I watch ‘The Song Remains the Same’
The same things speak to me that spoke to me then
Except that now the scenes with Peter Grant and Jon Bonham
Are different when I think of the deaths that fell upon them
I got a friend who lives in the desert outside Santa Fe
I’m going to visit him this Saturday
Between my travels and his divorce and our time not being what it was
It’s been 15 years since I last saw him
He’s the man who signed me back in 1992
And I’m going to go there and tell him face-to-face – ’thank you’
For discovering my talent so early
For helping me along in this beautiful musical world I was meant to be in
Quattro anni … perbacco, mica male eh? E chi l’avrebbe creso, come direbbe MINGARDI?
I primi due anni sono passati veloci ed intensi come le fasi tipiche dell’innamoramento, il terzo è stato l’anno dell’assestamento e questo appena passato è quello dell’inizio della stabilità, nella speranza che il rapporto sia ancora lungo e duraturo. Io e il blog stiamo iniziando a conoscerci meglio, a lasciarci lo spazio necessario per non rendere la relazione asfissiante; ogni tanto ci ignoriamo, io leggo un libro, lui fischietta, io ascolto i FIRM, lui sonnecchia, io mi annullo davanti a SKY SPORT 24, lui si mette in stand by. Poi, d’un tratto, ci ritroviamo l’uno davanti all’altro, e non riusciamo più a staccarci. Ci raccontiamo in modo profondo, ce la ridiamo, ce la piangiamo, ce la spassiamo. Lui ascolta paziente i miei blues, li dipana, li mette in fila e quando me li rilegge mi fa ridere e mi commuove.
Paziente e tollerante, mi ascolta quando parlo per l’ennesima volta dei LED ZEPPELIN, dell’INTER , delle mie paturnie e di tutte le sciocchezze che mi compaiono nell’animo. Il blog a volte assomiglia a JULIA: lei cercava di non mostrarsi troppo annoiata ed infastidita quando in certi momenti sopra le righe le dicevo che mi sarebbe piaciuto andare a pisciare contro i portoni delle chiese, come certi personaggi di SEPULVEDA. Il blog a sua volta cerca di non levare troppo lo schermo al cielo quando finisco per parlare di gente che interessa solo a me (JOHN MILES, la BAD COMPANY, i LOUSIANA LEROUX, i DETECTIVE, i VIRGINIA WOLF, RICK DERRINGER, etc etc).
Naturalmente è un rapporto aperto, perché poi ci siete voi, donne e uomini di blues, a formare una comunità che, come dico sempre, è davvero sorprendente. Alcune centinaia di anime che insieme riflettono sugli aspetti più blues della vita, siano comici o tragici, e sulla musica che tanto, tanto amiamo.
La comunità del TTBlog. Sullo sfondo la Domus Saurea
Non vi ringrazierò mai abbastanza della pazienza, affetto e bluesitudine. Buon anniversario. I really love you.
Il mio amico Fil mi aggiorna sul contenuto delle due deluxe edition dei primi due album della BAD COMPANY. Ad un primo esame mi pare una cosa fatta come si deve: qualche versione demo di alcuni pezzi, versioni alternative di altri, inediti, b side. Il tutto in una confezione da 2 CD. E’ così che si fa! Jimmy Page dovrebbe imparare.BAD COMPANY: Little Miss Fortune e Easy On My Soul (pezzo dei Free) sono due “inediti” che vennero pubblicati come side B dei primo singoli del gruppo. Superstar Woman è un altro “inedito”. Ho aggiunto le virgolette perché tutti e tre i pezzi sono apparsi nella antologia di 2 cd del 1999. Così a naso direi che il materiale del disco 2 è tutto quello che esiste in più del primo album.STRAIGHT SHOOTER: Whiskey Bottle era apparsa anch’essa sulla antologia del 1999. I See The Light e Can’t Slow Down non le ho mai sentite, immagino siano due inediti, e sono eccitatissimo. Sono molto interessato anche alle versioni alternative dei pezzi noti, soprattutto per quanto riguarda la slow version di Weep No More, la alternate take di Call On Me, e Good Lovin’ Gone Bad con alternate vocals & guitar.Lo so, sono uno sciocco, ma ho i brividi.
“Bad Company” Deluxe and “Straight Shooter” by Bad Company. The pre-order price are outrageous at the moment but we know these will drop as we approach release date.Both will have secondary discs. Very, very excited for these! .Product Description: Deluxe edition of “Bad Company” and “Straight Shooter” from Bad Company includes original tracks featuring the latest remastering. Disc 2 includes alternate versions/mixes based on original multi-track tape(s) found from 2013 through 2014. Comes with a description and lyrics.Bonus tracks from a Japanese web-site (subject to change)
For “Bad Company”
DISC 2: Bonus Tracks (“New mix or another version / mix that is based on the original multi-track tape was discovered in 2013-14 years”)
“Unreleased 8 songs! (01-07,09: unreleased)”
Can’t Get Enough “(Take 1)” Little Miss Fortune “(demo reel 1)” The Way I Choose “(demo reel 1)” Bad Company “(session reel 2)” The Way I Choose “(version 1 ink F / S)” Easy On My Soul “(Long version)” Bad Company “(session reel 8)” Conversation In The Studio Superstar Woman “(Long version)” Can’t Get Enough “(Single Edit)” Little Miss Fortune “(B-side version)” Easy On My Soul “(B-side version)”
For “Straight Shooter”
“Unreleased 13 songs! (01-13: unreleased)”
Good Lovin’ (“Gone Bad” – ed.) “(Alternate Vocal & Guitar)” Feel Like Makin Love “(Take-before-master)” Weep No More “(Early Slow Version)” Shooting Star “(Alternate Take)” Deal With The Preacher “(Early version)” Anna “(Alternate Vocal)” Call On Me “(Alternate Take)” Easy On My Soul “(slow version)” Whiskey Bottle “(Early Slow Version)” I See The Light Can’t Slow Down Wild Fire Woman “(Alternate Vocal & Guitar)” Feel Like Makin Love “(Take-before-master) harmonica version)” Whiskey Bottle “(B-side version)”
Quando si tratta di musica a me piace rischiare. Una delle cose piu’ belle che si possano fare e’ comprare un disco solo perche’ attratti dalla copertina, andare a un concerto cosi, al buio, buttarsi e vedere cosa ne esce fuori. Si rischia qualche euro, niente di piu’, e male che vada ritentiamo la prossima volta. Ma alle volte capita il colpo di fortuna che vale mille, la scoperta che ti cambia (perlomeno) la giornata. Per me e’ sempre stato cosi, e in un certo qual modo continua ad esserlo anche oggi ai tempi di youtube e spotify che tutto si ascolta al volo senza muovere il culo da casa. All’inizio ci sono caduto pure io in questa cosa, ho dato uno sguardo alle band su internet prima di andare a vederle live e il risultato e’ stato che spesso sono rimasto a casa. E ho fatto male. Per fortuna l’ho capito abbastanza presto che questo sistema di valutazione preventiva in rete non fa per me, e sono tornato, solo o in compagnia, a vedere i concerti senza “preview”.
Con questo spirito qualche giorno fa sono andato insieme ad una amica rocker a vedere gli Earth, all’Init di Roma.
Ci siamo spinti fuori di casa in una serata freddina e piena di pioggia sottile, abbiamo fatto mille giri di tutti i palazzi per cercare parcheggio, ma alla fine eravamo all’Init giusto in tempo. E qui due parole sul valore aggiunto di andare a vedere un concerto all’Init o al Circolo degli Artisti a Roma bisogna che le dico. Questi due club praticamente incollati, un po’ piu’ piccolo e underground il primo, piu’ famoso il secondo, si trovano sotto, ma dico proprio sotto, un grande acquedotto romano. Per cui, mentre sei li’ in fila per il biglietto oppure nello spazio all’aperto del club, alzi la testa e sei sormontato da duemila anni di storia architettonica. Ma ditemi voi se non a Roma dove?! Mah! Magie continue della mia citta’… Comunque, rapimento estetico-storico a parte, dopo un pochino di fila siamo entrati in un Init molto pieno. Prima sorpresa della serata, non me lo aspettavo, ormai mi sto abituando a Detroit dove per un concerto come questo se ci ritroviamo in quindici e’ una seratona. Sul palco suonano i Black Spiritual, jazz rock psichedelico un po’ prevedibile, e noi approfittiamo per guardarci in giro.
Il locale e’ veramente molto pieno, la scena Heavypsych romana e’ molto viva a quanto pare. Eta’ media sulla trentina con qualche picco molto piu’ in su e poco piu’ in giu’, moderatissimo consumo di alcolici, lunghe barbe quasi obbligatorie per i maschietti. Al banco di magliette e dischi splendono le copertine dei vinili degli Earth e i poster fatti da Malleus per la data del giorno prima a Milano. Prezzi ragionevoli, qualcuno compra anche prima del concerto, i membri della band girano in sala piuttosto divertiti. Finalmente i Black Spiritual si arrendono e noi ci sistemiamo in piedi su delle strategicissime panchine ai lati della sala, con una visione rialzata perfetta.
Pochi minuti e gli Earth sono sul palco. Basso, chitarra e batteria, niente microfoni per la voce. Il bassista chiede che non si usino falsh per fare le foto, e il concerto inizia. La musica parte, fa pochi passi, e si ferma in un eterno moto circolare. Tutto gira su se stesso, accordo dopo accordo sempre uguale, lento ed inesorabile. Passano i minuti, e nulla cambia, la musica degli Earth continua nella sua danza immobile e il pubblico resta incantato a seguirla. Io e la mia compagna di avventura musicale ci guardiamo un po’ perplessi, siamo figli di altri suoni e questa dimensione live ci coglie impreparati. Parte, dopo buoni 15 minuti, un secondo brano. Stessa cosa, una volta impostati gli accordi iniziali tutto diventa un mantra infinito. A questo punto inizio a guardarmi intorno, un po’ distratto dalla mia indole rock and roll…Niente, sono quasi tutti persi nella musica. Perlomeno la stragrande maggioranza del pubblico lo e’, con qualche fan che inizia ad andare in un suo mondo interiore accompagnato dal suono che esce dalle casse. E’ come essere in un concerto dei Black Sabbath senza Ozzy, e con tutti i musicisti imbottiti di tranquillanti.
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Cerco di ragionarci, di capire un po’ meglio questa cosa….non mi sto “divertendo” ma sento che c’e’ qualcosa…sento molta comunicazione fra musicisti e pubblico…e’una proposta diversa e coraggiosa questa degli Earth, un modo molto personale e differente di essere nel mondo Hard & Heavy. Alla lunga pero’ non riesco ad entrare veramente nel concerto, ne resto fuori e anche piuttosto annoiato. La mia amica senza tante seghe mentali guarda speranzosa verso il bar e l’uscita…
L’Init ha anche questo di buono, puoi andare al bar rimanendo di fatto nella sala del concerto ma in maniera molto piu’ distante e distaccata. Ci passiamo qualche minuto in questa zona franca, e poi decidiamo di tornare a riveder le stelle e l’acquedotto maestoso nella notte di Roma.
Passano i giorni e il ricordo del concerto non mi lascia. Ci penso e ci ripenso, rivedo la batterista dare quei pochi colpi lenti e prcisi con un fare molto teatrale…Il chitarrista al centro del palco…alla fine mi decido per dare agli Earth un altra possibilita’, quella dell’ascolto casalingo sereno e rilassato. Ormai so cosa aspettarmi, e mi metto comodo cuffie in testa ad ascoltare un paio di loro dischi in streaming.
Bastano pochi minuti, e vengo beatamente intrappolato dalle spire dei loro suoni.
Lontani dalla dimensione live, in un ambito piu’ comodo e intimo, riesco anche io ad entrare nella loro musica ed e’ una bella scoperta. Sento ancora i Sabbath, ma non solo, anzi, sempre meno. In qualche strano modo mi fanno pensare alle colonne sonore di Morricone ma anche a Link Wray, ai suoi suoni di chitarra lenti e dilatati su ‘Rumble”…E in breve diventano una piacevole colonna sonora dei miei pensieri. Una bella scoperta alla fine gli Earth, diversissimi da tutto e tutti, credo che resteranno con me nei momenti giusti, accompagnandomi in qualche esplorazione interiore, con il lento incedere del loro infinito mantra elettrico.
Aprile 1989, su Metal Shock 43 il mio articolo su Jimi Hendrix. Mi basta rileggere la introduzione all’articolo per andare a vergognarmi dietro alla porta: “Jimi era un angelo nero sceso in terra per donarci il Rock…”. Mamma mia, che demagogia ridondante. Banale anche il pensiero “cosa avrebbe potuto fare Jimi una sezione ritmica come si deve, tipo quella dei LZ o dei Cream”. Oggi è insostenibile leggere una cosa del genere, 25 anni fa forse la cosa era meno grave, ma resta una magra consolazione. Va beh, ad ogni modo questo è il mio articolo sul nero di Seattle.
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