Maggio 1989, su METAL SHOCK esce un mio articolo su JOHNNY WINTER. Grafica piuttosto basic, foto non certo bellissime, prosa di sicuro non cristallina, ma erano gli anni ottanta …
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Maggio 1989, su METAL SHOCK esce un mio articolo su JOHNNY WINTER. Grafica piuttosto basic, foto non certo bellissime, prosa di sicuro non cristallina, ma erano gli anni ottanta …
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Da Detroit Polbi ci manda una delle sue storie, questa volta piena di disperazione, di vessazione, di insopportabile arroganza, una storia dove i diritti dell’uomo nero sono terribilmente calpestati, una storia americana, insomma.
Detroit, novembre 2014.
Il mio amico Bill e’ una persona che sa fare un po’ di tutto, e sbarca il lunario aiutando tutti noi del vicinato con le mille piccole incombenze di queste case americane costruite negli anni ’20 e bisognose di continue manutenzioni. E’ un quarantenne afroamericano, sposato con una donna bianca e con tre figli. Parliamo di quello che e’ successo a Ferguson, della difficolta’ di essere parte di una coppia mista e di tante altre cose. A un certo punto Bill mi dice che purtroppo non puo’ votare. Non puo’ farlo da molti anni ormai. Sono sorpreso, e gli chiedo se ha voglia di dirmi qualcosa di piu’. E cosi mi racconta questa incredibile storia. Tutto inizio’ sedici anni fa, quando venne al mondo la sua prima figlia, nata prematuramente e bisognosa quindi di un periodo di supporto medico in una struttura ospedaliera. “Era cosi piccolina che entrava nel palmo della mia mano…” Bill e la sua compagna andarono a trovarla giorno per giorno, per mesi, fin quando un giorno finalmente poterono tornare tutt’e tre a casa. Ma insieme alla bimba c’era anche un foglio di carta dell’ospedale. Diceva che Bill doveva pagare le spese di questo lungo ricovero, ben settantacinquemila dollari, e doveva farlo subito. Ovviamente non aveva una cifra del genere e nemmeno poteva recuperarla in alcun modo, al tempo viveva con la sua compagna a casa dei genitori di lei e lavorava come e quando poteva.
Provo’ a farlo presente all’amministrazione dell’ospedale ma non sentirono ragioni. Poco dopo fu convocato ufficialmente in un aula di tribunale, dove un giudice zelante gli disse che non solo doveva pagare subito il suo debito, ma che il suo comportamento irresponsabile lo metteva a rischio di essere condannato per non aver supportato le esigenze di sua figlia! Gli davano un paio di mesi di tempo, durante i quali il debito aumentava degli interessi, e poi sarebbe dovuto tornare in tribunale per essere sottoposto a un nuovo giudizio. Disperato, Bill tento’ qualsiasi strada per rimediare almeno parte dei soldi che l’ospedale esigeva. Ma non ci fu nulla da fare, e nella sua seconda convocazione in tribunale venne condannato sia per non aver pagato il conto ospedaliero che per aver negato il “Child Support” a sua figlia. Effetto della condanna, Bill non poteva piu’ avere un lavoro regolare senza che la busta paga venisse direttamente consegnata all’amministrazione dell’ospedale. Ammesso poi che lo potesse trovare un lavoro, avendo una condanna penale in corso. Il passaporto era sospeso, cosi come il diritto di voto. Non solo. Da allora Bill deve trascorrere due mesi in prigione piu’ o meno ogni anno e mezzo. Per sempre, o perlomeno finche’ non paga il debito, diventato ormai di proporzioni mostruose. “ Mi vengono a prendere senza preavviso. Bussano alla porta e io devo mollare tutto e seguirli in galera. Mi mettono le manette ai polsi davanti ai miei figli, mi sbattono in macchina a sirene spiegate e io sparisco per un paio di mesi. In prigione non posso portare assolutamente nulla di personale, nemmeno un giornale, un libro o un calzino. Mi spogliano di tutto, mi danno la divisa arancione e gli unici contatti che riesco ad avere con il mondo esterno sono tramite delle brevi e costosissime telefonate con mia moglie e qualche sua visita. I miei figli preferisco non vederli, non voglio che vengano in questo posto orribile…”
Come se non bastasse, la situazione puo’ aggravarsi in qualsiasi momento se Bill viene sorpreso a commettere qualsiasi illegalita’, fosse anche solo una multa. Ecco che il mio amico, colpevole di aver avuto una bimba nata prematuramente, non e’ piu’ un cittadino libero. Non puo’ lavorare se non in nero, non puo’ votare, non puo’ lasciare il paese, viene periodicamente incarcerato, e la situazione puo’ peggiorare da un momento all’altro a discrezione del giudice di turno. Da quindici anni a questa parte, Bill non e’ un cittadino americano a tutti gli effetti, ma un esempio vivente di una nuova categoria sociale, uno schiavo del nostro tempo, nato nel paese piu’ ricco del mondo.
Gli chiedo se pensa che il colore della sua pelle abbia un ruolo in tutto questo. “ Are you fuckin’ kidding?! stai scherzando vero?! “ Mi risponde. “Certo che si! Fossi stato bianco una mediazione, una qualche soluzione che almeno mi evitasse la galera si sarebbe trovata, poco ma sicuro.” Si, e’ vero per Bill ed e’ vero anche per il ragazzo di Ferguson, che se fosse stato bianco non sarebbe stato fucilato sul posto per aver rubato una scatola di sigari.
(Paolo Barone ©2014)
Stamattina osservavo Palmiro che guardava dalla finestra la pioggia che bagnava la campagna; il mood era quello malinconico di un novembre ormai agli sgoccioli, in sottofondo COMBATTI O CADI della MAGRA LISETTA.
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… After all this time
I tell-a tell-a myself that I’m
Just passing through time …
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Non me lo aspettavo un disco così dal VASCO ROSSI odierno, dopo 36 anni di carriera continua e costante, dopo aver detto ormai tutto, dopo che uno a quell’età e con quella storia alle spalle non può più pensare di sperare in ulteriori fiotti della vena creativa… e invece eccola qua la zampata del vecchio leone. Chi non lo segue se non distrattamente da ciò che passa la radio potrà non notare differenze, ma chi invece guarda con una certa attenzione al cantautore di Zocca non potrà non accorgersi che qui VASCO ROSSI c’è e non ci fa. Sì, qui sta il nocciolo della questione, in questo album VASCO ROSSI è VASCO ROSSI e dunque non fa il VASCO ROSSI. C’è la sua bella differenza, sebbene non sia automatico scoprirla al primo ascolto (ma a me è capitato). Ci sono meno testi default, quelli “alla Vasco Rossi”, quelli pieni di “sì … dai … non so … però …”, c’è più sostanza e c’è una sorta di ritorno al cantautorato fine anni settanta, quegli anni irripetibili pieni di canzoni d’autore di gran lignaggio, ma non è un ritorno fine a sé stesso, perché è in qualche modo ancorato ai tempi che corrono.
Non c’è solo quello naturalmente, perché SONO INNOCENTE mette in mostra anche un bel po’ di Rock duro, metallico, contemporaneo, grigiastro come i tempi in cui viviamo; lo sapete, pur amando alla follia l’Hard Rock, non è che il metal sia esattamente roba che fa per me…quelle batterie così geometriche, il doppio pedale, quei tamburi che suonano freddi e appunto metallici, per uno come me innamorato del suono caldo della Ludwig di JOHN BONHAM (uno che suonava con un solo “tom”) non è che sia proprio il massimo, ma capisco che il tutto ci stia nel concetto del disco e della musica che oggi offre Vasco. E’ molto bello poi constatare come VASCO sia rimasto un’anima Rock, che rifiuti di conformarsi al trend in cui tanti colleghi della sua età sembrano prigionieri, e cioè di proporre cose “alternative”, quelle che scivolano sull’acustico, sulla world music, sul jazz, persino su influenze balcaniche, orientali e il castamazzo della Cesira, tipico di chi non sa più che pesci pigliare e cerca di reinventarsi in qualche modo. Vasco no, Vasco rimane un puro, schietto e sincero come la sua (e mia) terra.
Quanto tempo è passato da quando lo ascoltavo su PUNTO RADIO, una delle primissime radio libere qui in Italia, per noi modenesi un punto di riferimento assoluto. Mi bastava alzare gli occhi dalla pianura della mia Nonantola e volgere lo sguardo là, “lontano oltre le colline” verso la sua Zocca per sentire un comune denominatore.
Ho amato moltissimo il primo VASCO, i suoi primi cinque dischi sono per me essenziali. Dopo è arrivato il successo, il grande successo, l’inimmaginabile successo e, pur continuando a a seguirlo, il mio interesse si è un po’ rarefatto, ma in ogni suo album successivo ho sempre trovato qualcosa che mi faceva rimanere legato a lui, perché VASCO secondo me ha un senso Rock innato, quasi inconsapevole, candido. GUIDO ELMI, suo manager e produttore, è uno che sembra sia interessato più al Rock diciamo così “non contenutistico”, uno a cui piace roba tipo BAD ENGLISH, questo ovviamente si riflette anche sulla musica (e sulla vita) di VASCO, a volte il suo Rock è tout court, i suoi atteggiamenti pure, ma c’è qualcosa in lui che ti fa capire che sa benissimo che c’è qualcosa d’altro oltre le chitarre distorte, il giubbotto di pelle e la bandana, che il Rock non è solo un genere musicale, un atteggiamento.
A differenza poi di altri suoi colleghi e conterranei, VASCO si fa aiutare da altri autori, e la cosa è f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-e dopo tanti anni di carriera, solo così la tua musica rimane viva, le melodie hanno uno sviluppo interessante, il tuo essere cantautore ha un senso, perché se pensi di poter scrivere tutto da solo dopo aver pubblicato tanti album sei uno sprovveduto, sei uno destinato a rattrappirti, a ripiegarti su te stesso.
L’apertura del disco è durissima, SONO INNOCENTE è pieno di chitarre distorte, con qualche passaggio vagamente dissonante che guarda un po’ ad est e che potrebbe anche far ricordare i LED ZEPPELIN. Buon inizio.
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DURO INCONTRO mantiene l’umore metallico e aggiunge una dose massiccia di tastiere, queste – come in altre episodi del disco – vagano tra i territori elettronici contemporanei e quelli battuti da BOWIE nel suo periodo berlinese.
Arriva poi il primo singolo, COME VORREI, un lento dal sentimento un po’ spaesato, alla VASCO ROSSI insomma, ma che a me piace sempre tanto. Con GUAI salta fuori il cantautore con la chitarra acustica che poi torna subito a rivestirsi di metallo con LO VEDI. ASPETTAMI è uno dei momenti che preferisco dell’album, ironico e commovente il testo. DANNATE NUVOLE batte sentieri più canonici, la parte Rock usa giri già ascoltati tante volte, sapori AOR, mi ricorda ANGEL degli AEROSMITH del 1987.
IL BLUES DELLA CHITARRA SOLA di blues non ha granché se non l’intenzione e forse qualcosa nella solista, potrebbe essere un piccolo classico da balera, da liscio emiliano, da canzone popolare tragicomica da cantare in compagnia. Mi piace un sacco.
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ACCIDENTI COME SEI BELLA è un rock melodico dilatato, carino e riuscito. QUANTE VOLTE è invece di maniera e risulta un po’ stanco. CAMBIA-MENTI, singolo uscito tempo fa, è VASCO che fa il verso a DEDICATO di IVANO FOSSATI, lo schema è lo stesso, il ritmo anche, ma il pezzo è comunque gradevole. ROCK STAR è uno strumentale che corre di nuovo sui binari metal, scortato da tastiere dissolute. L’UOMO PIU SEMPLICE usci l’anno scorso ed è riproposto anche qui. A me non dice nulla.
Gli ultimi due brani sono fantastici, l’APE REGINA sembra provenire dal primo album di VASCO (MA COSA VUOI CHE SIA UNA CANZONE 1978) e si sviluppa attraverso trame molto anni settanta, anche nel (bel) testo. MARTA PIANGE ANCORA è il brano che preferisco. VASCO racconta il dolore con una maestria sbalorditiva, parla di sofferenze d’amore, quelle che ti stendono, con una leggerezza esemplare. Grandissimo, cazzo.
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Molto bravi i musicisti che accompagnano VASCO tra i solchi di questo disco, non esattamente il tipo che sceglierei io, ma si sente in certi piccoli particolari, al di là di certe boutade, che i ragazzi ci sanno fare. Ci sono un paio di ospiti americani, i batteristi GLEN SOBEL (Alice Cooper) e Vinnie Colaiuta, ma anche il resto della truppa sarebbe da citare (purtroppo sono davvero troppi), così, magari banalmente, spendo le ultime parole per segnalare come sempre la grande prova di STEF BURNS, guitarist extraordinarie.
Ad ogni modo, gran disco. Bravo Vasco.
ITALIAN
Vederlo così, in PDF, il numero non rende, ma averlo tra le mani mi fa esclamare “però!”. La carta con una grammatura più sostanziosa, l’impaginato grafico (ricordate che siamo nel 1989) a cura del caro DOM GIARDINI, gli articoli a firma di fan competenti e svegli. Mica male davvero. Al mio inglese assai modesto si contrappone quello dei collaboratori americani e inglesi. SUSAN HEDRICK che segue l’OUTRIDER tour, STEVE JONES (quello di Manchester) che recensisce il libro LED ZEPPELIN HM PHOTO BOOK, SHARON THOMAS (della FIRM fanzine) che ci presenta i testi di PRESENCE (e come dico ogni volta, per quegli anni non erano cose da poco), ADALBERTO COLTELLUCCIO che ci parla da par suo di LITTLE GAMES, CHRISTIAN PERUZZA che ci racconta (in francese) delle peripezie di un fan dei LZ a Parigi, ancora SHARON THOMAS con riflessioni sul suo anno passato nel nome del Rock, di nuovo SUSAN alle prese con i bootleg, BOB BARLOW che medita sull’OUTRIDER tour.
Mi rendo conto che c’è poco italiano, ma per sopravvivere la fanzine dovette aprirsi ad altri mercati. Giugno 1989, OH JIMMY 15, oh yes.
(broken) ENGLISH
If I look to it, in a PDF file, the issue does not shine, but having it in my hands makes me exclaim “not bad at all”. The type of the paper, the graphic computer work (remember that we are in 1989) courtesy of old dear DOM GARDINI, the articles written by competent fans. Not bad, really. My very modest English and the one of the American and British collaborators. SUSAN HEDRICK who follows the OUTRIDER tour, STEVE JONES (to Manchester) who reviews the LED ZEPPELIN HM PHOTO BOOK, SHARON THOMAS (of the FIRM fanzine) who presents the lyrics of PRESENCE (and as I say every time, for those years printed lyrics were important here in Italy), ADALBERTO COLTELLUCCIO who tells us his view of LITTLE GAMES, CHRISTIAN Peruzza who tells us (in French) the adventures of a LZ fan in Paris, SHARON THOMAS again with her reflections on her year in the name of Rock , SUSAN with the news about bootleg, BOB BARLOW who meditates about the OUTRIDER tour.
I realize that there is little written in Italian, but the fanzine had to open up to other markets to survive. June 1989 15 JIMMY OH, oh yes.
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Davanti agli scaffali dei CD, io in compagnia degli altri due; sì perché io sono tre uomini diversi: Stefano, Ittod e Tim, appunto.
Stefano è quello riflessivo, equilibrato, che cataloga i CD e li trascrive su fogli excel dove indica titolo, artista, data di acquisto, quanti cd ci sono nella confezione, se la stessa è standard, digipack, versione box set o deluxe edition, se i cd sono rimasterizzati e se hanno particolarità (tipo SHM-CD o K2HD). Stefano è quello che vorrebbe conservare intatta la collezione di dischi, ampliarla, tenerla a portata di mano perché non si sa mai. Quello che si commuove solo per il fatto di avere nella sua discoteca album dei LOUISIANA LEROUX, HACKENSACK, ELF e MIDNIGHT FLYER (anche se questi ultimi sono lofi).
Ittod invece è guidato da furia iconoclasta, è quello che preferisce LOVE BEACH a TARKUS, quello che “il miglior album dei LED ZEPPELIN è IN THROUGH THE OUT DOOR“, quello che a JIMI HENDRIX preferisce MICK RALPHS, quello che “non ci bastano le solite emozioni vogliamo bruciare”, quello che vorrebbe tenere solo 250/300 album, quelli che alla fine si ascoltano veramente sempre e comunque, così da buttare la mano tra gli scaffali sicuro di scegliere un album della madonna da ascoltare, quello che butterebbe giù una lista strampalata tipo questa:
… 9 dei LZ, i 6 della BAD COMPANY, 7 dei FREE, 9 degli ELP, 6 dei GENESIS, 4 degli YES, 6 della PFM, 3 di CSN (con e senza YOUNG), 6 di NEIL YOUNG, 2 dei FIRM, 1 dei VIRGINA WOLF, 2 di DYLAN, 2 dei MAHOGANY RUSH, I primi 3 di AL DI MEOLA, CARAVANSERAI-FESTIVAL-MOONFLOWER di SANTANA, 10 dei ROLLING, ABBEY ROAD-THE WHITE ALBUM-SGT PEPPER dei BEATLES, 5 di JOHNNY WINTER, 4 di EDGAR WINTER, 2 degli ALLMAN, STREET SURVIVOR dei LYNYRD, MARAUDER dei BLACKFOOT, il primo dei TISHMINGO, 4 degli WINGS, 5 di JEFF BECK, 3 dei FLEETWOOD MAC, 1 degli AC/DC, 6 degli AEROSMITH, 3 dei BLACK SABBATH, 5 dei DEEP PURPLE, 8 degli WHITESNAKE, 2 di COVERDALE, 1 di COVERDALE-PAGE, 1 di PAUL RODGERS, 1 di MICK RALPHS, 2 di SPRINGSTEEN, 4 dei CREAM, 4 di CLAPTON, 4 dei CHICAGO, 5 di MUDDY WATERS, 2 di ROBERT JOHNSON, 2 di ETTA JAMES, 2 di JOHN MAYALL, 3 di ELVIS, 2 di MASON RUFFNER, 6 dei MOTT THE HOOPLE, 2 degli ELF, 2 della ELO, 4 degli WHO, 5 degli UFO, 2 del MSG, 3 dei RAINBOW, 2 dei PROCUL HARUM, DAMN THE TORPEDOS di TOM PETTY, 5 di RY COODER, 2 dei POLICE, 2 dei CLASH, 1 dei DAMNED, 1 di NINA HAGEN, 3 dei LITTLE FEAT, 1 dei KING CRIMSON, 1 degli EMERSON LAKE & POWELL, 2 di RICK WAKEMAN, 3 di KEITH EMERSON, 3 di BILLY JOEL, 5 di ELTON, 5 dei QUEEN, HUMAN CONDITION dei CANNED HEAT, 1 di KEITH JARRETT, 1 DI JOHN MCCLAUGHLIN, 1 della MAHAVISHNU, 3 dei BOC, 5 dei PINK FLOYD, 5 dei MOTT THE HOOPLE, 6 dei VAN HALEN, 2 di DAVID LEE ROTH, 3 dei GAMMA, PAPER MONEY-WB PRESENTS dei MONTROSE, 3 di JOHN MILES, 3 di HENDRIX, 3 degli HEART, 1 dei FOREIGNER, 1 degli AIRRACE, 2 degli ASIA, 2 di BENNATO, 5 di VASCO, 3 di FOSSATI, 1 di PIERO MARRAS, 5 di DE GREGORI, RIMINI-L’INDIANO-LIVE VOL 1 CON LA PFM di DE ANDRE’, 2 degli AREA, 3 del BANCO, 5 di ZUCCHERO, 1 dei ROCKING CHAIRS, 1 di STEFANO PICCAGLIANI, 1 di FORTIS, 2 della BERTE’, 3 di DALLA, 2 di BRANDUARDI, 5 di GRAZIANI e così via…
E poi ci sono io, Tim, quello che sta in mezzo a questi due estremi. Il mio lavoro consiste nel gettare o regalare a qualcuno cd non proprio essenziali che Stefano accumula, e salvare cd che finirebbero al macero sotto i colpi furia distruttrice di Ittod.
…. Ma si che sono io
Tre uomini diversi
Uno non sono io
E gli altri due son persi…
Mantenere l’equilibrio non è semplice, soprattutto quando la sera o al mattino cerco cd da ascoltare in macchina durante il tragitto Borgo Massenzioa-Stonecity e finisco per non trovare nulla che mi soddisfi. Inizio dalla A e mi metto a spulciare gli scaffali, arrivo alla Z e ricomincio, niente… sembra che nulla mi vada bene. Mi sposto sullo scaffale dei digipack e delle deluxe edition, negativo… provo allora in quello dedicato alla musica italiana, nisba. In uno stato di prostrazione profonda cerco la salvezza nel reparto LZ & Related. Niente da fare. Affranto e scazzato mi getto sul divano. Passa la groupie, scuote la testa ed esclama “3000 cd e nemmeno uno che vada bene, mah!“. E’ in quei momenti di frustrazione che anche io, Tim, mi faccio prendere la mano e la voglia di veder volare cd dalla finestra diventa fortissima, così mio dico “quando mai ad esempio mi ascolterò il digipack della Repertoire degli AFFINITY, pur con la presenza di JOHN PAUL JONES?”, oppure “E il bootleg ufficiale degli ELF che nulla aggiunge al bootleg vero e proprio esistente?” … ancora “che me faccio dei dischi di JOE BONAMASSA, uno che fa uscire qualcosa ogni quattro mesi e che, sì, sa suonare la chitarra ma mi annoia da matti?”. Insisto “E’ proprio necessario avere la discografia completa dei KANSAS? “
Da lì al valutare i cd dal punto di vista del visual il passo è breve. Confezioni digipack un po’ consunte, confezioni jewel case con la custodia segnata o rotta, confezioni cd con alcuni dei dentini della rotellina incastra dischetto ormai andati, cd con copertine oggettivamente obbrobriose…
Come può ad esempio uno sano di mente tenere nella sua discoteca una raccolta del BANCO (versione easy prog) con questa copertina?
Stiamo parlando del BANCO e della SONY MUSIC, non del duo di liscio di Cadelbosco Sopra “Orchestra da ballo Omar & Sabrina” e della Vai Col Liscio Records, porca madosca!
Allora Ittod prende il sopravvento e nel giro di mezz’ora seleziona almeno 50 cd da buttare; magari è mezzanotte e Tim decide di andare a dormire. Nemmeno 15 minuti sotto le coperte e Stefano si alza e ripone negli scaffali la maggior parte dei cd tolti da Ittod. Ed è così, quasi tutti i giorni. Oh mamma mia.
Oh father of the four winds, blow away my bipolar blues.
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Giugno 1989, su METAL SHOCK esce un mio articolo sui cantanti Hard&Heavy; lo stile del TT di allora è parecchio anni ottanta, riletto oggi mi procura – come sempre – qualche imbarazzo, ma tant’è …
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Periodo di sollievo: tecnicamente un periodo di massimo tre mesi all’anno in cui puoi ricoverare un genitore anziano con problemi presso strutture convenzionate con il Comune di residenza, in cui quest’ultimo ti dà una mano a pagare la retta mensile.
Domanda fatta ad agosto. Dopo un paio di settimane ci chiamano, si inizia a settembre. Pur grati della cosa e del vedere che certe cose ancora funzionano qui in Emilia, prendiamo tempo: per quanto sfiniti e spossati, non è un passo facile da affrontare. Ci richiamano per l’inizio di ottobre, stiamo per accettare quando, parlando con l’operatrice veniamo a sapere che ad inizio novembre si libera un posto nella struttura nella quale abbiamo fatto domanda anche come privati, la Casa della Gioia e del Sole, appunto. Non esitiamo, appuntamento al tre novembre dunque.
Inizia un mese strano, condito da un sentimento misto, angoscia e trepidazione … lo smarrimento al solo pensiero di smollare Brian in una struttura, il sollievo per il riprendere possesso, almeno in parte, delle nostre vite, dopo anni di gestione continua del nostro vecchio.
Domenica 26 ottobre – presumibilmente l’ultima domenica che ho a che fare completamente con la gestione Brian. Lo porto a Borgo Massenzio. Prima ci fermiamo al cimitero di San Martin On The River dove Brian ha l’occasione di salutare (per l’ultima volta?) sua moglie, mia madre. Rimane a contemplare la lapide per un po’, poi prima di andarsene le lancia un “ciao Mara” dolcissimo. Gli occhi mi si inumidiscono, mi infilo i Ray ban.
Alla Domus Saurea lascio che Brian faccia un’ultima sgambata … il sole, il verde delle campagna…all’aria aperta Brian sembra più in forma che mai.
Per pranzo la groupie ci fa il brodo e il bollito, a cui aggiungiamo un buon lambrusco, il tutto finisce per essere un inno alla nostra terra e Brian apprezza molto. Passiamo un pomeriggio lieto, Palmiro è dell’umore giusto e si accoccola vicino al vecchio. Alle 18 guardiamo insieme l’INTER che (stranamente) vince. Alle 20,30 siamo già a Mutina. Lavaggio e messa a letto. Non riesco a staccarmi da lui pensando che potrebbe essere l’ultima domenica che passiamo completamente insieme e una delle ultime sere in cui dorme nel suo letto. La settimana seguente passa, in pausa pranzo corro da lui e ogni volta che lo lascio ho gli occhi umidi.
Sabato primo novembre, sveglia, bagno e poi ultimo valzer a Ninetyland. Ci fermiamo a fare colazione al Mini Bar, poi facciamo un giretto in centro. Ci fermiamo su una di quelle panchine dove si riunivano i pensionati a parlare e che oggi sono spesso appannaggio degli stranieri senza lavoro. Brian mi guarda incuriosito, credo percepisca che c’è qualcosa di strano in me. Non riesco a decidere di alzarmi, me ne sto lì, mesto, abbracciato al mio vecchio nel paese dove son nato e dove lui ha vissuto 42 anni.
Con mio padre ho avuto un rapporto tutt’altro che facile, spesso gli ho rinfacciato di non essere il padre che avrei voluto che fosse, spesso gli ho sottolineato con cinico computo tutti gli errori da lui commessi, spesso non ho tenuto conto del suo essere e della sua fragilità. Ora, però, mi accorgo di avere risolto il mio rapporto con lui, non l’avrei mai pensato eppure… d’altra parte Julia me lo diceva che sarebbe toccato a me risolverlo per entrambi, aveva ragione, ma allora non lo ritenevo fattibile.
In colpa per il passo che stiamo per affrontare, rileggo l’email che mi ha inviato Polbi, il Michigan boy:
“La situazione di Brian deve essere pesantissima. Sappi che lo stai accompagnando in questa difficile fase della sua vita con una forza e un umanità uniche. Puoi veramente essere orgoglioso di te stesso. Di queste cose ho una certa esperienza, e mi piacerebbe poter dire di me stesso le stesse cose ma non posso. E’ normale e giusto che tutto questo ti riempia di tristezza, ma ricordati sempre che non e’ umanamente possibile fare meglio di quello che stai facendo. E’ un percorso naturale, non lo puoi cambiare più di così. Siamo tutti in questa fase della nostra vita, e tu mi sembra che sei quello che la sta gestendo con più dignità ed efficacia.”
Gli rispondo con un grazie, secco, tondo, definitivo.
Domenica 2 novembre sono libero, cerco di pensare ad altro. Scendo, gioco a fare lo sfrondarello …
…contemplo l’autunno, anzi l’avtunno come direbbe Brian, e mi perdo tra colori caldi e colori pastello che si fondono…
Accompagno Lucy & Dante (groupie’s parents) per cimiteri. La cosa può sembrare poco appropriata ma la groupie’s legacy mi interessa molto e poi i cimiteri ormai sono l’ultima banca dati dei tratti caratteristici di paesi (soprattutto) e città. Certi cognomi che si ripetono con frequenza disarmante sulle lapidi, certi nomi ormai in disuso, tutto questo mi affascina. Nel bellissimo cimiteri di CARPI faccio finalmente conoscenza col bisnonno materno della groupie, PIETRO GANASSI, il capostipite della emilianità rossa fino al midollo che la famiglia della groupie si porta dentro, e con lui i suoi figli alcuni dei quali finirono in gattabuia (insieme a Sandro Pertini) come prigionieri politici o scapparono da treni diretti in Germania sui quali erano finiti sempre come prigionieri politici.
Visto il tema, la groupie ci guida all’ex campo di concentramento di FOSSOLI. Solo una parte del campo è sopravvissuta, e lo stato in cui versa è fatiscente, ma in questa soleggiata domenica di inizio novembre passeggiare in quel luogo ti fa immaginare in modo assai chiaro come doveva essere. C’è molto silenzio e ciò ti aiuta a riflettere, a fare un lunghissimo minuto di raccoglimento in memoria delle vittime, a percepire tutto il dolore, le atrocità, i soprusi passati tra quelle mura.
Lunedì 3 novembre, è il giorno. Vado da Brian, lo prepariamo e partiamo. Prima di arrivare alla house of the rising sundown ci fermiamo dal suo medico di base per ritirare una paio di impegnative. Entra mia sorella, io e Brian rimaniamo cinque minuti in macchina. Lo tengo per mano, gli ripeto che lo stiamo portando in un centro anziani e che lo facciamo solo perché non vogliamo che rimanga solo; gli chiedo poi per l’ennesima volta “chi sono io Brian?” e lui “sei il mio Tim”. Torno ad infilarmi i Ray ban.
Alle 10,30 entriamo. Ci accoglie l’animatrice e poi una delle responsabili dei vari nuclei. Andiamo nella sua cameretta, sistemiamo le ultime cose, parliamo con l’infermiere, espletiamo le ultime formalità. Ritorniamo nel salone, prima di darlo in consegna all’animatrice gli do un bacio. Mi faccio indietro, mi appoggio ad un muro, guardo Brian che si presenta, che si siede e, tutto eccitato, spalanca gli occhi e sorride…non gli par vero di ricevere tutte quelle attenzioni e di stare in mezzo a così tanta gente. Do un’occhiata in giro: circa 75 ospiti, molti dei quali donne, circa la metà e oltre sulla sedia a rotelle. La statua a grandezza naturale della madonna mi fissa. Usciamo, accompagno mia sorella a casa e mi dirigo al lavoro.
Torniamo al pomeriggio e tornerò tutti i giorni seguenti. Sono giornate difficili per me, soprattutto quando mi accorgo che sto perdendo il controllo su Brian, sembra sia già ben integrato nella struttura; ogni volta che me ne vado e che lo lascio in custodia ad una assistente del centro mi sembra di accompagnarlo verso un fiume, di abbandonarlo alla corrente che lo allontana da me.
Credo che ci sia dell’altro, non è solo il senso di colpa di avere messo il proprio vecchio in una struttura per anziani, penso sia anche l’inconsapevole elaborazione del pensiero che un pezzo della mia vita sta terminando, che il genitore che mi è rimasto sta andando a dissolversi in cometa, e visto che non ho messo in piedi una famiglia – diciamo così – tradizionale, la cosa mi fa sentire più solo e sperduto.
Cerco di tenermi a galla mentre viaggio sull’asse Regium Lepidi-Stonecity-Mutina con la versione di due cd di POSITIVE VIBRATIONS dei TEN YEARS AFTER e TALING TIMBUKTU di ALI FARKA TOURE wiyh RYCOODER.
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Quando sale il blues più profondo allora mi rintano nel ventre dei dischi che sono carne della mia carne … STRAIGHT SHOOTER e RUN WITH PACK della BAD COMPANY.
La parola giusta per descrivere Brian nei primi due giorni è “eccitato”, dalla novità, da tutte le attenzioni che riceve, dall’avere sempre gente intorno. Poi pian piano il termine giusto diventa”spaesato”. Ogni volta mi dice che si trova molto bene, ma quando me ne vado fatica a capire che lui deve rimanere lì, in “quell’albergo per anziani”. Mi chiede “ma davvero tu vai e io rimango qui?”. Lo dice con quell’aria da allegra malinconia che gli regala l’alzheimer. Io sul momento rido, ma poi in macchina mi infilo i Ray ban anche se è sera.
Dal punto di vista pratico sono molto contento, il personale della casa è molto disponibile, gentile, attento, Brian ha una cameretta tutta sua con bagno annesso, una mattina sono arrivato che stava facendo ginnastica su di un lettino giù in palestra con una fisiatra tutta per lui. Brian mi teneva la mano mentre eseguiva diligentemente i suoi esercizi e mentre io parlavo a fondo con la dottoressa. Un pomeriggio stava giocando a tombola, arrivo, gli chiedo se viene con me nella saletta a parlare un po’ e lui mi fa “No, Tim, non posso, devo stare qui a giocare”. C’è voluto un po’ a convincerlo.
Brian si è fatto molte amiche, tutte s’ illuminano quando presto loro attenzione, quando le saluto, quando stringo mani così loro dicono a Brian “tu hai vinto alla lotteria ad avere un figlio così”; imbarazzato porto Brian a fare due chiacchiere nella saletta. In questi giorni ho avuto modo di conoscere altre storie, altra gente… la signora un po’ altezzosa che viene a trovare la madre e che si lamenta di tutto, il modenese un po’ rompiscatole che viene a trovare sua madre, uno di quelli che non stan mai zitti e che parla a voce alta, il marito che viene a trovare sua moglie anch’ella vittima dell’alzheimer, si tengono per mano, lui le racconta la sua vita, lei presente ma con lo sguardo un po’ perso. Si salutano teneramente chiamandosi per nome. Sabato mattina è voluta venire anche Lasimo a trovare il vecchio Brian. Lasimo è una che prende in mano la situazione, appena arrivata ha letto tutte le info della casa, il cartello delle attività, ha trovato tre sedie nell’affollata saletta, e ha fatto amicizia con Mauro, 89nne ospite della casa per sua scelta. Solo, senza famiglia, un anno e mezzo fa decide di affittare il suo appartamento e di venire a stare lì. Lo viene a trovare ogni due giorni il suo vecchio socio Franco. Conosciamo anche lui. Erano imbianchini, ditta di 7 addetti, hanno imbiancato mezza Modena, comprese le case di Pavarotti e Enzo Ferrari. Franco ci racconta aneddoti spassosi. Arriva l’ora di pranzo e salutiamo tutti. Usciamo, la spavalderia de Lasimo si fa meno decisa, la guardo…ha gli occhi rossi. Poco dopo mi scrive un messaggio “Avete fatto la scelta giusta, sarà dura i primi tempi ma per Lino stare in compagnia è fondamentale”. So che ha ragione, tra l’altro anche se sono passati solo pochi giorni Brian è più tonico, più reattivo fisicamente; la ginnastica e le varie attività lo tengono in allenamento.
Anche se questa settimana sono andato da lui tutti i giorni, per me è cambiata molto; saperlo al sicuro, accudito e coccolato significa tanto, il non dover correre il sabato mattina a fare la spesa e a lavarlo già è stato un cambiamento epocale, avere la domenica libera, il non dover precipitarmi da lui in pausa pranzo ed assisterlo nei bisogni quotidiani … anche se per i primi tempi so che mi mancheranno i lunghi momenti insieme, il nostro giro a Ninetyland il sabato mattina, le telefonate. Per il momento tutto piuttosto bene dunque; rimane la tristezza, quando risalgo in macchina e mi ributto sulla strada…
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Bel numero questo, e non solo per le numerose pagine dedicate a JIMMY POIGE. L’intervista al Dark Lord si dipana su dieci pagine e alcune delle domande non sono affatto male, le risposte relative chiariscono alcuni degli aneddoti che per anni sono stati luoghi comuni citati un po’ da tutti. La foto di copertina è molto bella, o meglio, lo è il soggetto, un settantenne badass pieno di fascino e stile. Se solo suonasse ancora la chitarra sarebbe davvero ancora il nostri dio. Interessanti le intervistine a corredo a JOHN CARTER e JOHN MILES.
Tre pagine poi per il grande TAJ MAHAL, sei per PRINCE che non è esattamente my cup of tea ma resta un tipetto interessante nonché chitarrista dotatissimo. Cinque pagine per i RAINBOW del mio periodo preferito, quello con GRAHAM BONNET, quattro per SUZIE QUATRO a cui sono legato più che per il valore della sua proposta musicale per i ricordi legati alla mia adolescenza che rimanda.
Nelle recensioni dedicate alle ristampe ci sono quelle delle deluxe edition del IV e di HOUSES OF THE HOLY; voti ai companion disc: 9 per IV, 8 per HOTH. La recensione è di Tim Batcup, uno che evidentemente sa scodinzolare bene. Nella rubrichetta LIVE mezza paginetta per PAUL RODGERS.
Il cd allegato come spesso capita è proprio brutto. Anyway, bel numero.
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