Era un po’ che Polbi mi scriveva di come si stesse appassionando al libro di Mick Wall che stava leggendo; l’altro giorno mi arriva una sua email con un allegato:
PB “Mi permetto di mandarti alcune mie riflessioni sul libro di Wall. Prendile per quello che sono e non necessariamente per il blog, dove l’argomento Zeps e’ coperto da te a livelli per me inavvicinabili. Mi andava comunque di condividere questa cosa con te. Non ho idea se tu vorrai passarla sul blog o meno. Ora vado che mi devo comprare Presence in vinile originale americano che qui non ho e ora come ora muoio dalla voglia di risentirlo!”
Leggo l’articolo e gli rispondo:
TT “Spesso quando leggo i tuoi articoli rimango sorpreso…sorpreso dal fatto che tu sia un giornalista musicale della madonna. Ti conosco ormai da vent’anni, so che mente intellettuale hai, so che gran subacqueo sei, so che gran amante della musica rock sei…ma sono arrivato alla conclusione che prima di tutto ciò sei un giornalista musicale straordinario. Questo è uno dei migliori (se non il migliore) articolo dei LZ che io abbia mai letto. Lucidità, passione, prosa superba, incanto e disincanto, intelligenza narrativa… io, Polbi, mi inginocchio davanti a te. (Non sto scherzando). Grazie! Poter pubblicare roba simile sul blog è una sciccheria. Michigan Boy number one !”
Donne e uomini di blues del blog di Tim Tirelli, please welcome… from Detroit, Michigan… Paul Baron!
Devo ammetterlo, sono da sempre un fan dei Led Zeppelin, su questo non ci piove. Ma lo sono a modo mio. Io e la band abbiamo un rapporto molto stretto ma anche un po’ conflittuale e a volte ci dobbiamo prendere i nostri spazi.
Amo la loro musica, la storia, i personaggi coinvolti, i luoghi, i suoni, le vicende, i colori, il loro tempo, tutto. Ho fatto i miei pellegrinaggi in giro per concerti degli ex membri della band, ho collezionato bootleg, riviste, libri, dischi, foto ecc. Ma poi, spesso ho sentito il bisogno di allontanarmi, e negli ultimi anni ho sicuramente frequentato di piu’, tanto per dire, Stooges, Ash Ra Tempel, Hawkwind, Black Mountain, Stones che Zeps. Si, qualche bootleg di tanto in tanto, qualche disco in studio, qualche cassetta in macchina, Celebration Day al cinema…ma niente di piu’. Sono passati a pochi minuti da casa mia Plant con Alison Krauss e Jason con la cover band, ma non mi e’ venuta nessuna voglia di andarli a vedere, quando un tempo avrei fatto chilometri. E quindi sono anni che non leggevo nessun libro che li riguardava, pensando che ormai di quella storia conoscessi gia’ tutto.
Bene, mi rendo adesso conto che stavo per fare una solenne e immane cazzata.
Mi hanno regalato When Giants Walk the Earth di Mick Wall, e tutto questo si e’ totalmente ribaltato. Ho scoperto un sacco di piccole e grandi cose, in una lettura affascinante e molto dettagliata. Per quanto mi riguarda il libro piu’ completo che ho letto finora, e anche forse quello scritto meglio sulla storia dei Led Zeppelin. Dopo la mia lunga assenza dalla band e’ stato un piacere tornare a farne parte. Sono ripartito con loro nei lunghi e folli tour americani, mi sono esaltato al Boston Tea Party, ho conosciuto personaggi strani, passato giorni scomodi ed eccitanti a Bron Y Aur, giocato con un cane chiamato Stryder, ritrovato le fantastiche Pamela, Lori e Bebe, mi sono ubriacato al Rainbow con Cole e mi sono andato a riprendere sulla terrazza dell’ Hyatt House. Giorno dopo giorno o conosciuto meglio Peter Grant, gli uffici della Swan Song, sono andato in visita a Boleskine e in giro per Headley Grange. Insomma, una rimpatriata fra vecchi amici, piena di gioia ed energia. Almeno fino a un certo punto, poi la storia ha preso una piega altrettanto affascinante ma decisamente meno allegra… e devo dire non ero del tutto pronto alla profondita’ di questo cambiamento, sapevo in linea di massima come si erano messe le cose, ma non ero mai veramente entrato nei dettagli. Nessuno mi aveva mai accompagnato come Mick Wall a vedere certe cose da vicino e non e’ stato piacevole, se pur interessante e direi determinante per capire in pieno la storia di questa band.
E siccome queste cose per noi non finiscono mai cosi, semplicemente, una volta chiuso il libro mi sono anche ritrovato coinvolto in mille riflessioni che forse non avevo mai realmente considerato finora.
La sensazione piu’ forte che mi e’ restata addosso a fine lettura e’ quella del cuore di tenebra, della pesantezza che la storia della band si porta appresso. Una senso di oppressione crescente accompagna buona meta’ del racconto, per arrivare al suo apice con i giorni della morte di Bonham e lo sprofondarsi delle esistenze di Page e Grant. E’ una cosa veramente forte, un disagio che ti accompagna anche dopo che hai chiuso il libro e ti sei messo a fare altro. Nessuno fino ad ora era entrato cosi nei dettagli dell’abbattimento dello Zeppelin. Mick Wall lo fa, e lo fa scrivendo con estrema maestria, lasciandoti incollato a girare le pagine col groppo in gola, come se non sapessi gia’ come va a finire questa storia. Ti porta dentro le dinamiche della band, di quegli anni, servendosi di molte testimonianze di chi in quei momenti c’era, ma al tempo stesso facendo un ottimo lavoro di narrazione. Dalle esperienze gioiose dei primi anni settanta, passando per il delirio del settantasette fino alle morti dell’ottanta, la parabola discendente della band di fatto si lega a quella della sua generazione e dei suoi sogni.
E’ una cosa strana, che non avevo mai intuito prima, che non avevo mai valutato nella sua ambivalenza. Da un lato gli atteggiamenti, le vite dei protagonisti del libro, si sganciano dal resto del mondo, creando una distanza infinita e incolmabile. Reclusi in torri d’avorio esistenziali, lussuose e decadenti quanto tristi e aride, sono anni luce dai ragazzi che lavorano saltuariamente, che si sbattono come possono, che sognano con i loro dischi, che si mettono in fila per ore e giorni ai concerti. Sono anni luce dai loro fan. Ma poi, superate le apparenze, se guardiamo l’essenza delle cose, non mi sento piu sicuro che sia proprio cosi. Molti di questi ragazzi, quelli che mi passavano i dischi degli Zeppelin nei primi anni ottanta, seguiranno un percorso simile. Proprio loro, non tanto i punk, indaffarati fra fanzine e concerti, o i pischelli metallari con le loro mode borchiate. No, erano quelli un po’ piu grandi, era la generazione dei loro fan che vedevo falcidiata dall’eroina. Sepolti nelle macerie dei loro sogni andati a male, come Bonzo, Grant, Cole, Page. Erano loro che avevano toccato il cielo pochi anni prima, che si erano presi le citta’ riempiendole di musica e colori, e che ora nel mondo degli anni ottanta non ci sapevano piu’ stare.
Il senso di morte che segna la storia della band dal 75 in poi, come tutti sappiamo, cade pesantemente sulle spalle di Plant. Ne condiziona le scelte artistiche ed esistenziali all’epoca, e di fatto la sua lunga ombra arriva fino al giorno d’oggi. Wall ci restituisce pagina dopo pagina la figura del cantante per quello che era e per come poi e’ diventata, andando in profondita’, dove gli altri si erano quasi sempre limitati alle banalita’ del golden god. Scava nel dolore senza tirarsi indietro, l’incidente in auto, la difficile convalescenza, la morte del figlio, quella del suo amico, il deteriorarsi dei rapporti umani. Perche’ quando in un gruppo, in una famiglia, entra la tragedia non necessariamente se ne esce piu’ uniti, anzi.
E il tempo alle volte non serve a guarire, ma rende certe spaccature ancora piu’ profonde e insanabili. lo avevamo sempre saputo che Presence e In Through the Out Door fossero dischi nati in circostanze difficili. Riascoltando questi dischi oggi che ho appena finito di leggere il libro, i momenti magici sono ancora li, intatti. Ma il carico di sofferenza che la band, e Plant in primo luogo, si portava appresso emerge con forza. E’ nei solchi neri di Tea for One, In the Evening, Carouselambra, Nobody’s fault but Mine, e’ qui che si sente il blues dei Led Zeppelin, quello vero vissuto sulla loro pelle, che mette paura e che ha segnato per sempre le loro anime. E’ ancora tutto li’, inciso per sempre in quelle canzoni.
Sappiamo che Wall ha potuto raccogliere tantissimo materiale sulla band, grazie alla sua personale amicizia con Page, che a quanto pare si e’ disintegrata alla pubblicazione del libro. In fin dei conti non poteva andare diversamente. E’ successa la stessa identica cosa a un mio amico, Jim McDonough, che dopo una lunga amicizia con Neil Young e’ stato trascinato in tribunale dallo stesso, all’indomani dell’uscita di Shakey la bellissima biografia scritta da Jim. C’e’ poco da fare, la figura di Page esce piuttosto malconcia dalle pagine di questo libro.Il genio assoluto del dirigibile si dissolve velocemente, nel corso di una manciata di anni, in un fiume di eroina e autocompiacimento. Viene da pensare a come in piu’ di un occasione la strada di Page si incrocia con quella di un altro gigante della musica e degli eccessi, Keith Richards, e a prima vista i due hanno molto in comune. Ma poi la differenza di approccio appare enorme. Keith viveva le sue debolezze come un punto di forza, le esibiva senza paura, creando quel personaggio piratesco e anti estabilishment ma sempre con i piedi per terra, che bene o male tutti amiamo, la quint’essenza del ribelle rock and roll. Page invece ha sempre nascosto il suo lato piu’ fragile e volendo anche piu’ umano, dietro un alone di mistero e altera ambiguita’.
Si vestiva con i dragoni di seta, viveva fuori dalla legge, ma poi si nascondeva nei suoi castelli e contribuiva ad eleggere Margaret Tacher primo ministro conservatore. Passati gli anni di punta con la band nulla sara’ piu’ come prima, e per una serie di motivi non riuscira’ mai a tornare ad essere pienamente se stesso. E’ una storia molto singolare la sua, prigioniero di un mito che ha costruito e non e’ piu’ capace a vivere, fatica a ripartire sul serio e trovare una sua personale dimensione artistica. La grandezza del suo lavoro con la band e‘ impressionante, risalta sempre piu forte con il passare del tempo. Chitarrista, compositore, songwriter, produttore, showman, tutto questo e piu’. Ricominciare da capo dopo aver raggiunto certe vette, purtroppo anche accompagnate da altrettanti abissi, non e’ forse umanamente possibile. Ecco che dopo una serie di collaborazioni e proggetti nemmeno lontanamente all’altezza del mito, e una parenetsi con Plant bruscamente interrotta, Page finisce oggi per fare la parte di se stesso, senza quasi piu suonare la chitarra, in una girandola di eventi sociali e mediatici. Probabilmente, alla luce di tutto quello che e’ successo, possiamo pure considerarlo un buon finale, se di finale si tratta.
Mick Wall si addentra nel personaggio facendone un ritratto molto complesso.
Per la prima volta forse, tenta di raccontare in maniera credibile della sua passione per la spiritualita’, l’occulto, le antiche culture e l’ossessione per Aleister Crowley, senza naufragare sulle solite banalita’ colorate di satanismo e improbabili messe nere. Molti hanno avuto da ridire in merito allo spazio che l’autore dedica all’argomento. Dimenticando forse quanto l’opera di Page sia impregnata di queste cose, e quanto tutto questo abbia contribuito a creare l’essenza stessa della band. Era invece forse giunto il momento di parlarne inquadrando il tutto nella giusta prospettiva. Per quanto sia un argomento spinoso e difficile da trattare, Wall se la cava benissimo, senza eccessi e sempre inserendolo in un contesto coerente. lo so, a tanti da fastidio leggere di queste cose, forse un po’ anche a me, che non ho mai e poi mai speso un minuto appresso a maghi, oroscopi, misticismi e rituali vari. Ma, ripeto, questo anche sono stati i Led Zeppelin. Non si puo’ far finta di niente. Non era solo rock and roll, che ci piaccia o meno.
Cosi come non si puo’ far finta che fossero brave persone, che siccome hanno scritto musiche fantastiche tutto possa essere cancellato con un assolo di chitarra.
Certo, lo sapevamo gia’, non e’ una scoperta che l’entourage della band agisse ai limiti della decenza umana, superandoli spesso e volentieri. Cosi come sapevamo che Bonham era tanto un batterista grandioso, inarrivabile, quanto un uomo insicuro e violento. Hai voglia che per anni abbiamo cercato di credere alla frustrazione del povero Bonzo padre di famiglia in tour lontano da casa… Il libro ci racconta la verita’ che gia’ sapevamo, arricchita di episodi inediti e determinanti.
Tutti avremmo voluto John Bonham come batterista, ma sicuramente non ci saremmo voluti uscire insieme dopo il concerto. E non avremmo mai e poi mai voluto andare in giro con i ceffi che loro si portavano appresso in tour, caricati a bordo da un Peter Grant ossessionato dalla mania di potenza e controllo, responsabile pricipale insieme a Page dell’ascesa si, ma anche della caduta del dirigibile. Povero Grant, passato in pochi anni da essere il manager piu’ famoso della scena rock mondiale, alla semi reclusione in casa, ossessionato dai suoi fantasmi e dalla tossicodipendenza. Sono pagine molto tristi quelle che lo raccontano negli anni post zeppelin, tristi e intense.
Mi sono ritrovato, finita la lettura, a rivedere i filmati dei concerti, soprattutto Knebworth con il suo carico di leggenda. Il dietro le quinte ancora una volta non e’ proprio fatto di buone vibrazioni, pensando a quello che hanno passato gli organizzatori dell’evento, a come tutto sia stato pesantemente condizionato dai deliri di Grant. Rivedo le immagini, le luci, il pubblico, Achilles Last Stand. Ed ecco che tutto mi appare uguale ma diverso al tempo stesso. Piu’ profondo, piu’ vero.
In un certo qual modo il libro di Wall restituisce definitivamente ai Led Zeppelin un elemento di umanita’ che prima forse non avevano pienamente avuto. Che non avevo veramente percepito. Me li avvicina perche’ li fa sentire imperfetti e reali, dandogli quel qualcosa in piu’che nessuna rimasterizzazione potrebbe mai dare. Erano giganti, non ci sono dubbi. Ma anche loro, insieme a noi, sono caduti, si sono rialzati e hanno camminato, come potevano, su questa terra.
Paolo Barone ©2014






























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