Dei 4 Stephen Stills è il mio preferito. I più idolatrano Crosby e Young, ma io mi trovo più a mio agio con le cose di Stefanino Silenzi. Non potevo dunque lasciar passare inosservato il nuovo cofanetto a lui dedicato e non potevo non chiedere al nostro Picca – molto preparato in materia – di scrivere due righe. Nel farlo, Picca tocca anche l’argomento circa il senso di questi cofanetti celebrativi, il mio punto di vista è il suo…operazioni discutibili se fatte come di solito vengono fatte. In ogni modo, siamo qui a parlarne.
In nuovo box set Rhino dedicato a Stephen Stills, che andrà ad incastrarsi perfettamente con gli altri due dedicati a Crosby e Nash, ripropone un vecchio dilemma che concerne i cofanetti celebrativi dedicati a illustri carriere. In soldoni: troppo ridondanti come ‘greatest hits’ per il fan non esattamente sfegatato e nello stesso tempo poco incisivi e, in qualche misura, banali per l’appassionato cultore. Sono del’ utopistico parere che questo tipo di operazioni andrebbe curato dai fans (ci sono alcuni Stillsologi on line che potrebbero svolgere un lavoro eccellente) per ciò che riguarda scelta di outtakes, alternate versions, brani live inediti eccetera. Purtroppo Carry On è stato compilato da Graham Nash il quale ha evidentemente cercato di compiacere un disinteressato Stills nell’ offrire un’ antologia che racconti il viaggio artistico del, forse, meno amato e meno compreso del quartetto CSN&Y. Il fan deve quindi rinunciare a gustarsi in ottimo audio svariate gemme del’ apogeo di Stills, che dal ’67 al ’73 è stato protagonista di un quinquennio straordinario con pochissimi epigoni nella storia del rock, in favore di vaccate varie da carriera in bollitura perenne a partire almeno dagli anni ’80, decennio terrificante per quasi tutti i classic rockers in balìa di drum machines e sintetizzatori Roland e Yamaha da galera.
Il grande Steve poi è uno che è invecchiato decisamente male, ha compiuto passi falsi clamorosi massacrandosi il consenso sia di pubblico che di critica a partire almeno almeno dal ’77 quando, al contrario del furbissimo Neil Young, invece di flirtare con le avanguardie smollò al mondo intero un disco, Thoroughfare Gap, in cui faceva lingua in bocca col blue eyed soul da discoteca dei Bee Gees (un disco comunque che suona meglio oggi di allora).
Quindi i primi due CD di Carry On sono da urlo, seppur smunti di reali chicche che rimarranno, vacca d’un cane, solo su orrendi bootlegs o scalcinati mp3, mentre i dischetti 3 e 4 raccontano un declino creativo e vocale davvero inesorabile.
Altra magagna mica facile da mandar giù al cospetto del box set è l’ assenza, ingiustificata se non dall’ ignavia imperdonabile di Stills (un bipolare arrogante segnato da contraddittoria mancanza di autostima), dei polposi e saporiti commenti track-by-track che aveva piacevolmente contraddistinto i boxes di Crosby e Nash: qui ci si limita a elencazioni di musicisti e date di registrazione (con numerose smaronate, tra l’altro).
Ma se il fan che s’accontenta è quello che gode, allora segnalo una bellissima So Begins The Task, scarna e acustica, una sorprendente Lee Shore di Crosby eseguita come demo-guida dal nostro SS, un paio di remix piacevoli e una Crossroads/You Can’t Catch Me che ci fa capire però cosa ci stiamo perdendo data la pochezza di brani inediti live presenti su Carry On.
Curiosa e nulla più la No Name Jam (editata con virulenza) in compagnia di Jimi Hendrix, registrata nel 1970 con sovraincisioni del 2012.
Nell’orribile 50/50, un brano dell’ 84 maciullato da un arrangiamento criminale tratto dal nadir Right By You, è presente anche Jimmy Page, buon amico di Stills, e la traccia Welfare Blues (una scoreggina inedita messa per allungare il brodo) è registrata ai Sol Studios allora di proprietà del Dark Lord in persona.
Inqualificabili le assenze della versione lunga di Bluebird dei Buffalo Springfield (ma tutto ciò che in qualche modo riguarda Neil Young è sistematicamente bloccato dai legali del canadese), di brani live degli eccellenti Manassas e di altre tracce dell’ abortita reunion CSN&Y del ’74 (probabilmente Neil ha inchiodato tutto in vista dei nuovi volumi dei suoi Archives).
…comunque di Stills avrei comprato anche un quadruplo con 75 versioni di Can’t Get No Booty, eccheccazzo…
Dal nostro inviato a Chicago e Detroit, un po’ di considerazioni interessanti…
Carissimo Tim, ti scrivo di ritorno da Chicago dove ho passato un intero week end. E’ sempre un piacere stare nella windy city, temperatura a parte, del tipo che venerdi notte ha nevicato, ho detto tutto.
Chicago
Sabato 20 e’ stato il Record Store Day, e ho potuto partecipare anche io a questa bellissima festa internazionale. In citta’ ci sono piu’ di venti negozi di dischi indipendenti, e per l’occasione sono stati aperti ininterrottamente dalle nove di mattina alle dieci e passa di sera, ospitando le esibizioni live di oltre cinquanta band ed artisti locali. Io ho passato un po’ di tempo a Reckless Records, un negozio storico che gia’ conoscevo, e l’ho trovato letteralmente preso d’assalto. Ci si muoveva a fatica fra gli scaffali che ospitano ormai un buon 70% di dischi vecchi e nuovi in vinile ed un restante 30% di cd e dvd in lenta ma inesorabile riduzione. Per completare i festeggiamenti, la pizzeria di fronte offriva tranci di american pizza e caffe’ gratis per chiunque partecipasse all’evento, e stiamo parlando di centinaia di persone, di ogni eta’ e tipologia sociale. Una cosa impressionante, facevamo tutti allegramente la fila per vedere di rimediare qualche disco, felici e sorridenti per essere cosi tanti, per una volta accomunati dalla passione per la musica oltre i generi e i gusti personali. Io ho provato a scorrere la lista delle uscite speciali che sono state stampate per l’occasione, in vendita solo nei negozi di dischi indipendenti in quantita’ limitate. C’era di tutto: dai tuoi ELP con un edizione picture cd dei primi cinque album in cofanetto, agli Stones in vinile, passando per decine e decine di band…Ma quando ho passato le mie richieste al bancone mi hanno detto che era praticamente andato tutto esaurito nelle prime tre ore di apertura! E cosi mi sono preso un vecchio vinile degli Hawkwind, The Xenon Codex, con una copertina apribile bellissima, e il nuovo Black Angels.
Reckless Records Chicago
Nel frattempo una band Metal aveva iniziato il suo live set, rendendo la situazione ancora piu’ caotica e divertente. Da quanto mi hanno detto alcuni amici la cosa e’ andata bene anche a Roma e a Londra, dove alcuni dei live sono stati cosi partecipati da rendere necessario lo spostamento in strada di strumenti e musicisti.
Insomma, per quanto ora vogliano mandarci tutti a sentire la musica su internet e negli Iphone, sembra che un numeroso zoccolo duro di appassionati stia facendo sempre piu’ proseliti, pero’ mica male questa cosa…Il Record Store Day non e’ stato solo una festa, ma anche un occasione di rilfessione sui meccanismi del consumo di musica al giorno d’oggi. Sia per quanto riguarda il diverso rapporto che si viene a creare fra ascoltatore e musica, quando la stessa e’ veicolata da un supporto materiale, cd o vinile che sia, o quando passa dal computer in quella che molti chiamano musica liquida. Sia per quanto riguarda la grandissima distribuzione online, amazon in testa, che se da una parte offre a prezzi vantaggiosi un catalogo praticamente infinito anche a chi abita su un isola deserta, allo stesso tempo falcidia migliaia di posti di lavoro. Soprattutto fra le piccolissime realta’ culturali come i negozi di dischi e le librerie indipendenti, che erano (e sono) non dei semplici negozi, ma dei punti di incontro e produzione di cultura e socialita’ di primaria importanza. Per non parlare delle condizioni di lavoro imposte a chi ci deve recapitare dischi e libri a tempi record e costi ridotti. Per quanto mi riguarda, la cosa merita anche piu’ di una riflessione, e da un po’ di tempo a questa parte ho deciso di comprare su amazon solo quando, per un motivo o per un altro, l’opzione negozio non sia ragionevolmente praticabile.
Ti dicevo dei Black Angels. Oltre ad aver preso l’ultimo album, li ho anche visti live qui a Detroit. E sono rimasto sorpreso. Il posto era praticamente sold out, eta’ media sotto i trenta, entusiasmo di band e pubblico alle stelle. Loro dal vivo hanno un impatto molto potente, con il loro rock psichedelico, classico ma al tempo stesso (finalmente!) anche molto personale. E poi avevano un light show bellissimo, che avvolgeva il palco e la stessa sala in maniera veramente spettacolare. Li avevo iniziati a seguire un paio di anni fa, complice il pezzo Enter Song e le recensioni delle riviste Italiane, ritrovarli ora in questo stato di forma e maturazione mi ha dato veramente una bella sensazione. Pensa che non sono riuscito a prendere il disco al concerto per la fila pazzesca di ragazzi al banco di vendita. Nel frattempo i nostri sono anche fra i promotori dell’ Austin Psych Festival che si svolgera’ in Texas a fine aprile. Ci sono in cartellone alcune delle band piu’ interessanti in giro in questo momento, peccato non poterci andare, ma quella puo’ essere una buona lista per partire con future esplorazioni. Niente da fare, non mi stanco mai di cercare…
Presto partiremo per NYC, quando arrivo da quelle parti in genere il mio umore si sintonizza su frequenze positive, seguendo l’energia della citta’.
Sono felice che ti sia piaciuto Anvil, secondo me e’ un documento rock di assoluto valore e vedo che ha toccato anche le tue corde. Non poteva essere diversamente.
Polbi mi manda questa sua riflessione; la pubblico volentieri perché, come spesso capita con lui, contiene ragionamenti mica da ridere. Li ricordo anche io quei primissimi anni ottanta, quando ad un certo punto arrivarono i MARILLION. Ebbero da subito un seguito rilevante anche qui in Italia. Nel 1983/84 a Milano nacque PAPERLATE, una fanzine sul progressive da cui poco dopo prese vita REAL TO READ, uno spin off dedicato interamente ai MARILLION. Io rimasi colpito dalla cosa: che in piena era new wave/post punk nascesse una pubblicazione – seppur amatoriale – dedicata al progressive era una faccenda sorprendente! Rimasi poi disorientato nel vedere la veloce ascesa dei MARILLION. Guardavo le loro foto live con FISH che replicava pari pari il visual dei GENESIS 1972/73 e mi chiedevo come fosse possibile che il gruppo fosse preso sul serio. Eppure, passati i pruriti Gabrieliani, FISH e il gruppo riuscirono a ritagliarsi uno spazio più personale, tanto che – sebbene con un front man diverso – i ragazzi sono in giro ancora oggi. Vi lascio allo scritto di Polbi.
Nei primi anni ’80, in piena new wave, arrivarono i Marillion.
Marillion 1982
Ricordo che restammo tutti sorpresi dallo stile di questa band. Non suonavano cover in senso stretto, ma riproponevano il sound dei Genesis era Gabriel al cento per cento. Questa cosa, all’epoca inaudita, infastidi’ diverse persone, me incluso, ma al tempo stesso riusci’ a trovare un buon seguito di pubblico fra i giovani nostalgici del prog, che con i suoni a loro contemporanei si sentivano proprio a disagio. Anche in ambito piu’ “underground” arrivava in quel periodo la riscoperta dello stile garage psichedelico anni ’60, con tanto di vestiti vecchio stile (ancora non si usava la parola vintage) e tutto quanto. Faceva un certo effetto vedere ragazzi con la cresta, metallari borchiati, darkettoni con il rossetto nero e… tipi vestiti come Syd Barrett ai tempi dell’UFO!
A me invece, questa cosa di suonare ispirandosi in maniera cosi totale, spudorata, all’opera di altre band mi sembrava un tradimento dello spirito del rock.
Marillion – Live – Bournemouth – 27.03.1983
Pensavo, pensavamo, che la nostra musica fosse qualcosa sempre in divenire, da creare e scoprire ogni giorno, in maniera avventurosa ed imprevedibile. Certo, anche a me la New Wave imperante non mi entusiasmava piu’ di tanto, e stesso dicasi per il Metal o il Punk Hard Core. Anzi, la maggior parte del tempo la passavo fra i vinili degli anni ’70, non avendo ancora maturato una sensibilita’ di ascolto che mi permettesse di apprezzare le produzioni dei sessanta o il blues e il rock and roll delle radici. Al tempo stesso pero’, mi accorgevo che una generazione di musicisti rock stava cercando di trovare nuove strade, spesso in maniera coraggiosa, un po’ pasticciona, ma estremamente personale. Cure, Tuxedo Moon, Wall of Voodoo, Soft Cell, i primi Metallica, persino gli allora non famosi U2, i Black Flag, il tenebroso Metal europeo…C’era un gran fermento in quegli anni.
Cosa c’entrava risuonare la musica dei Genesis e dei Pretty Things?!? Che senso aveva?!? Poi, un po’ alla volta, iniziarono a fiorire le reunion. Non ne sono sicuro, la memoria potrebbe ingannarmi, ma la prima che ricordo fu quella dei Deep Purple. Tornarono insieme con la formazione dei tempi d’oro, sfornando un buon disco e un tour molto seguito. Da quel momento in poi, il rock del passato ha iniziato a viaggiare in una corsia parallela al presente, sia con le riunioni di band storiche piu’ o meno importanti, che con la riedizione di vecchi dischi in nuovi formati. Questa cosa alle volte ha preso delle pieghe inaspettate e divertenti: abbiamo scoperto gemme sonore sepolte negli archivi, qualcuno si e’ visto finalmente riconoscere il giusto posto nella storia del rock, e ci siamo anche goduti qualche bel ritorno di musicisti un po’ in la’ con gli anni ma in splendida forma.
Deep Purple 1984
Il rock contemporaneo pero’, ha iniziato una lenta ed inesorabile resa. Ancora nei novanta, spalancati dalla forza d’urto dei Nirvana e dei Jane’s Addiction, si e’ cercato, pubblico e musicisti, di esplorare strade nuove. Magari portandosi appresso le mappe della storia, ma solo come punto di partenza per entrare in territori alieni. Lo Stoner, il Punk Blues, Il Crossover sono solo alcuni dei tanti percorsi del rock in quegli anni. E poi? Poi, un passo alla volta…hanno vinto i Marillion. O almeno, a me sembra. Da un po’ di tempo a questa parte, le migliori cose che abbiamo ascoltato sono totalmente riprese dai suoni del passato. Tanto per dire, tutta la scena neo hard rock scandinava, il nuovo Soul o le band punk rock americane…tutte cose piacevoli per carita’,magari ci passo anche del tempo, mi compro i dischi, mi diverto, vado ai concerti, leggo gli articoli…ma una voce mi continua a sussurrare nelle orecchie “Marillion! Marillion!”…possibile che debba finire cosi?! Che non ci sia piu’ una musica che abbia voglia di stupire, di mettere in discussione le mie/nostre certezze, che sia una sfida, un gesto di rottura. Un taglio nella tela, uno scatto in avanti…possibile che noi pubblico e voi musicisti, insieme, non vogliamo piu’ rischiare?!? Cosa e’ successo in questi ultimi anni? Eppure vedo le sale prove, i concerti, i negozi di dischi, i social network, sono tutti pieni di ragazzi fra i venti e i trentacinque anni…Possibile che non gli venga voglia di creare il loro suono, il loro specifico ritmo generazionale?! Stiamo parlando di migliaia e migliaia di band sparse per il mondo… Giro, mi muovo, cerco come un ossesso su youtube, sulle riviste, nei club….niente, non riesco a trovare nulla di veramente valido che non suoni come una riedizione del passato! Forse e’ ora che mi rassegni e impari a godermi le giovani band, che suonano, anche in maniera molto coinvolgente, come un mix di Sabbath, Airplane e Free, senza dare troppo retta alla vocina che continua a ripetere…”Marillion! Marillion!”
P.S. Queste riflessioni mi girano in mente ormai da un po’ di tempo, e so perfettamente di non essere il solo. Ultimamente pero’ una cosa mi ha stimolato ad andare un po’ piu’ a fondo in questo senso: ho ascoltato un intervista fatta agli Area dopo un loro concerto ai tempi di “Maledetti”. Il pubblico li aveva pesantemente contestati perche’ si aspettava Settembre Nero e tutte le altre canzoni, mentre loro si erano presentati sul palco con due jazzisti e si erano lasciati andare alle sperimentazioni piu’ estreme. Bene, intervistati appena scesi dal palco, gli Area dicevano che era ora che il pubblico mettesse in discussione il proprio modo di sentire la musica e i musicisti stessi. I fischi andavano bene, no problem, loro li avevano messi in conto, facevano parte del gioco, non per questo avrebbero cambiato direzione. Il tutto facendosi delle grandi risate.
Francesco è un mio amico romano che vive in Emilia, non troppo distante da me. Amante del rock, di quello americano in particolare, uomo di blues, interista. Grazie a lui, a Polbi e agli altri special guests, il blog può permettersi di prendere qualche sentiero che altrimenti batterebbe solo occasionalmente. Francesco (1°, quello vero) questa volta ci racconta GRAM PARSONS, anch’egli uomo di blues. Buona lettura.
“Ho cominciato così giovane
Praticamente in ogni cosa
Tutti i piaceri e tutti i rischi
Che altro potrebbe portarmi la vita?”
“Bello, bravo e maledetto”, “eccaallà”, si direbbe a Roma, la solita definizione retorica, vecchia e stereotipata che si costruisce intorno alle rockstar, meglio se passate da giovani a miglior vita dopo un’esistenza terrena fatta di eccessi e abusi, alcool, sesso droga e – appunto – Rock’n Roll. Ebbene, nulla di quanto sopra è retorico, né vecchio e tantomeno stereotipato se applicato alla vita (alla leggenda?) dell’Angelo triste Gram Parsons. Bello era bello, bravo non ne parliamo neanche, maledetto, purtroppo, pure. Non mi voglio soffermare troppo sulla sua biografia, per quella Wikipedia resta sempre un valido punto di partenza, ma alcune cose vanno dette. La gavetta, tanto per cominciare, quella vera, suonare in posti squallidi per pochi soldi, dove la gente a malapena si accorge di te perché in tutt’altre faccende affaccendata: i Beatles ne sanno qualcosa, e i locali del quartiere a luci rosse di Amburgo anche, così gli Stones – che ritroveremo più avanti – e gli Hawks al seguito di tale Ronnie Hawkind (ah, già, più tardi sarebbero diventati famosi come “The Band”). Ecco, la gavetta di Gram Parsons semplicemente non c’è mai stata, non nel senso pieno del termine. Questo ragazzo nasce da una ricchissima famiglia di proprietari terrieri e dal 1958 (lui era nato nel 1946, ha quindi 12 anni) riceve un vitalizio annuo che gli dà il privilegio di non doversi preoccupare del futuro e di potersi dedicare a tempo pieno alla musica.
Che fortuna, vero? Beh, non proprio, perché il padre si suicida appena un anno dopo. La madre trova un nuovo compagno, Robert Parsons, dal quale il ragazzo erediterà il nome – era nato Cecil Ingram Connors – ma le cose non vanno così bene. La vedova Connors morirà alcolizzata di lì a poco – che sia vera ‘sta faccenda che i soldi non fanno la felicità? – e la stessa sorte toccherà al patrigno Robert, che con il ragazzo, a quanto se ne sa, ha sempre avuto un buon rapporto.
“La musica mi ha salvato la vita!” Dai, quante volte l’abbiamo sentita questa frase, è ancora retorica? Certo, ma anche no, almeno per ora, perché il ragazzo sembra superare questi gravi lutti familiari tuffandosi nella musica, appunto. Inizialmente R’n’R leggero – siamo alla fine degli anni 50, Elvis impazza – con piccoli gruppi come i Pacers e i Legends, poi la scoperta del folk nei primi 60, quando sta cominciando a dettar legge un ragazzo apparentemente goffo e impacciato giunto a New York da Duluth, Minnesota. Suona dapprima in trio con Jim Stafford e Kent Lavoie, poi forma un gruppo denominato “The Shilohs”, la prima formazione della quale esiste documentazione sonora (“The Early Years 1963-1965”, raccolta pubblicata nel 1979, bluegrass e musica folk tradizionale, in cui Parsons nel cantato si diverte a “imitare” il tono profondo e sensuale di Elvis).
Ancora robetta, d’accordo, ma il primo – piccolo – “botto” arriva nell’ottobre del 1965, quando Parsons forma la “International Submarine Band”, il cui unico disco, “Safe at home” non riscuote un grosso successo di pubblico e, all’epoca, neanche di critica, salvo venire rivalutato in seguito (capita…) e indicato come il primo album Country-Rock della storia: per la prima volta Parsons incide alcune sue composizioni, fra le quali quella “Luxury Liner” che Emmylou Harris riprenderà nel 1977 e che darà il titolo al suo album forse più famoso.
Qualcuno si è nel frattempo accorto del ragazzo e del suo genio, e guarda caso si tratta di un gruppo che, sulla scia del tipo di Duluth di cui si diceva poc’anzi, ha già elettrificato il folk, e allora perché non provare con il Country, musica più strettamente e tradizionalmente americana? “Sweetheart of the Rodeo” dei Byrds esce nel 1968, ed è leggenda. La nascita del “Country-Rock” viene ufficializzata, da qui prenderanno le mosse un’infinità di gruppi, cantautori e musicisti che non basterebbe un’enciclopedia per menzionarli tutti, anche se tutto sommato si tratta “solo” di un disco di cover (Dylan e Woody Guthrie fra gli altri) con tre soli originali.
Tutto bello? Non proprio: la personalità, fragile ma forte di Parsons, si scontra con quella del leader Roger McGuinn; a ciò aggiungiamo che Gram, durante un tour europeo, manifesta il suo rifiuto netto di suonare in Sud Africa, quale forma di protesta nei confronti del regime razzista di Pretoria. Così al ritorno negli States la rottura è definitiva: non solo, anche Chris Hillman decise di andarsene e di seguire Parsons (della formazione originale dei Byrds resta così il solo McGuinn). Il mondo del Rock è pronto per la nuova creatura: Ladies and Gentleman, the “Flying Burrito Brothers”! Parsons e Hillman portano all’estremo la loro visione musicale: country suonato con attitudine rock, non è solo l’elettrificazione degli strumenti ma proprio il “piglio” e, appunto, l’attitudine a caratterizzare questo nuovo tipo di musica: due album, due capolavori, “The Gilded Palace of Sin” e “Burrito Deluxe”, 1969 e 1970.
Gram finalmente pacificato e avviato a una luminosa carriera con il suo nuovo gruppo? Macché! I rapporti con Hillman si incrinano e Parsons decide di lasciare. Nel frattempo si era avvicinato ai Rolling Stones, stringendo amicizia in particolare con Keith Richards (la versione di “Wild Horses” in “Burrito Deluxe”, pubblicata prima di quella degli Stones, dà “una pista” alla versione di Jagger & soci). Richards gradirebbe il ragazzo nel gruppo (c’è da sostituire il defunto Brian Jones), ma Jagger non è d’accordo e Parsons neanche. La frequentazione di Richards, che probabilmente aveva avuto un primo approccio nel tour europeo dei Byrds di cui si è detto prima, diviene assidua a Los Angeles durante le sedute di registrazione di “Let it bleed”: “Cacchio, so una sola cosa, io amo i Rolling Stones e Keith Richards” confida a Stanley Booth una sera, fuori dal locale in cui aveva appena suonato con i Burritos, aggiungendo: “…tutto quello che dobbiamo avere, al mondo, è più amore o che ci lascino più in pace.” E come dargli torto? E come non cogliere, in questa frase, la struggente sensibilità di un artista – ma soprattutto di un ragazzo – che la vita ha reso maledettamente fragile. Sto divagando, lo so, fatto sta che l’amicizia fraterna con Richards porta in seguito Parsons dapprima a Londra e poi in Francia, durante le sedute di registrazione di “Exile on Main Street”, altro capolavoro la cui principale caratteristica è la varietà di stili e fonti di ispirazione, e voi credete che a tutto ciò Gram sia estraneo? Ma non pensateci neppure!
Keith Richards & Gram Parsons
Nel 1972 è di nuovo in America, inizia una nuova avventura musicale, stavolta da solista, con una nuova compagna, sul palco e nella vita, la bellissima Emmylou Harris.
GramParsons e Emmylou Harris
“GP” vede la luce mel 1973, disco di una bellezza da far stare male, fra riletture di brani altrui e pezzi autografi: il piglio rock si è leggermente attenuato, se proprio vogliamo dare definizioni, possiamo parlare di una straordinaria sintesi tra Country, Folk e Soul. E il pezzo dedicato alla madre, “A Song for You”, beh, si fa fatica a parlarne tanto è struggente: chi riesce ad ascoltarlo senza commuoversi dovrebbe vergognarsi.
Valore aggiunto, in tutto l’album, la splendida voce della Harris. Particolare: nei credits del disco c’è un ringraziamento speciale a tale Philip Clark Kaufman, lo ritroveremo più avanti. 1974: l’atto finale è “Grievous Angel”, testamento musicale e spirituale di Gram, romantiche ballate fra Country, Folk, Honky Tonk e (poco) Rock, inquiete, struggenti (quante volte l’ho già usato questo aggettivo?) e vulnerabili come raramente prima – e dopo, e sempre – nella musica popolare.
Peccato che il disco sia uscito postumo: pochi mesi prima, 19 settembre del 1973, il corpo senza vita di Gram era stato trovato in una stanza dell’hotel Joshua Tree Inn, all’interno del parco nazionale del Joshua Tree, in California: l’Angelo triste aveva abbandonato la vita terrena per volare lontano. I referti ufficiali parlano, senza troppa convinzione, di overdose da morfina e alcool.
Il corpo viene ricomposto, e si trova su una rampa per il trasporto bagagli all’aeroporto di Los Angeles, in attesa di essere trasferito a New Orleans per i funerali di famiglia: i parenti non vogliono nessuno che provenga dal mondo della musica, forse perché ritengono l’ambiente responsabile della sua perdizione. E’ qui che Philip Clark Kaufman, insieme a un altro amico di Gram, lo trafugano, lo portano nel deserto e lo bruciano, secondo quelle che erano state le disposizioni funerarie dello stesso Parsons. I due si costituiranno il 5 novembre 1973, giorno del ventisettesimo compleanno di Parsons: non esistendo ancora una legge per la sottrazione di cadavere, saranno condannati solo al pagamento di una multa per il furto della bara. I resti non carbonizzati di Gram verranno successivamente trasportati in Louisiana e seppelliti nel Garden of Memories di Metarie.
La parabola di Gram Parsons si chiude qui, ma la sua influenza sulla musica americana a venire sarà fondamentale: a lui dedicheranno pezzi i Poco (“Crazy Eyes”) e gli Eagles (“Good Day in Hell” e “My Man”), e nel 1993 un album dall’esplicito titolo “Commemorativo” con la partecipazione di Steve Wynn, Uncle Tupelo, Bob Mould, Vic Chesnutt e gli italiani Flor de Mal. La versione di “Juanita” di questi ultimi verrà giudicata da “Rolling Stone” il pezzo migliore dell’album, e questo a parere di chi scrive non fa che testimoniare ancora una volta l’universalità della musica di Parsons.
Gram Parsons
Appendice: Kaufman, amico fraterno nonché road manager di Parsons e factotum per gli Stones durante la loro permanenza a Los Angeles, qualche anno prima aveva scontato una condanna per possesso di droga a San Pedro, California; in cella con lui un tizio che rispondeva al nome di Charles Manson: ma questa, come si suol dire, è decisamente tutta un’altra storia.
In questi giorni un folletto si aggira per l’Europa. L’altra sera e’ venuto a Roma.
Si chiama Damo Suzuki, e’ giapponese, vive da tempo in germania ma passa molto tempo viaggiando per il mondo. E’ stato il cantante dei CAN, una band straordinaria, che occupa un posto di primissimo piano nella storia della musica rock e non solo. Con loro ha registrato dischi immortali come Tago Mago, Ege Bamyasi, Future Days. Oggi e’ l’anima del progetto Damo Suzuki’s Network.
Che fosse ancora in giro a suonare lo sapevo. Avevo anche incontrato, anni fa a Colonia, dei tipi che avevano suonato con lui per un concerto. Mi dissero della loro sorpresa quando, emozionati, chiesero come e quando si sarebbero dovuti incontrare per le prove. La risposta fu che non ci sarebbero state prove, ma si sarebbero visti direttamente sul palco la sera del concerto. A ben pensarci i conti tornano: Damo Suzuki prima di unirsi ai CAN faceva il musicista di strada, e suono’ con loro la sera stessa del primo incontro senza conoscere nessun brano. Questo e’ il suo modo di operare, lo chiama “Instant Composing”. Da anni ormai, lui va in giro per il mondo suonando ogni sera con una band diversa, senza alcun tipo di prove e bandendo del tutto cover di qualsiasi genere. Lui, la band e il pubblico, si lanciano in un vortice di improvvisazione, che puo’ decollare o schiantarsi in ogni momento, senza rete di protezione, senza alcuna pianificazione di tempi o altro.
Sapevo che era passato da Roma un anno fa o giu di li’, e per l’occasione si era messa in piedi una band all star del poprock nazionale. Gli avevano chiesto di vedersi almeno per un oretta di soundcheck, lui ha risposto che si, si sarebbero visti tutti insieme qualche ora prima del concerto, ma non al club, bensi al ristorante per cenare insieme e presentarsi.
Questa volta invece, avrebbe suonato con una band romana, i Sonic Jesus, una realta’ totalmente underground. Non mi sarei perso questa opportunita’ per niente al mondo.
Nessuno dei miei amici era in condizioni di venire al concerto, e cosi mi sono incamminato da solo verso il Circolo degli Artisti .
Arrivato sul posto, prima sorpresa: Il biglietto e’ una sottoscrizione volontaria, puoi pagare quello che vuoi. Una volta dentro, un centinaio di persone divise fra zona palco, dove una band sta finendo il suo set, bar e patio.
Strana e inusuale sensazione per me quella di andare ad un concerto da solo. Mi ritrovo un po’ spaesato, non so bene cosa fare…Ma poi mi perdo a vedere una coppia di artisti che fra una band e l’altra disegnano e dipingono in uno spazio illuminato a lato del palco. Quanti talenti ci sono nelle nostre citta’, quante persone con un mondo di cose da dire, troppo spesso oscurate dalle nuvole dei protagonisti del nulla quotidiano…
Mah, che ci possiamo fare… Mi riprendo dalle mie riflessioni esistenziali giusto in tempo per piazzarmi sotto al palco. I Sonic Jesus entrano in scena, e la musica per le successive due ore occupa totalmente lo spazio del locale e dei miei pensieri.
Questa band e’ sorprendente, per me una bellissima sorpresa. Si presentano sul palco con due chitarre, duemila pedali, organo Farfisa, batteria, basso e un tamburo piazzato al centro del palco in posizione arretrata. Il loro suono e’ psichedelico, denso, pesante. Le chitarre si fanno sentire, cosi come le percussioni, creando un sound molto particolare. L’onda sonica, specie sotto il palco, e’ veramente notevole, mi guardo intorno e siamo in molti ad esserene coinvolti. I pezzi si susseguono, ognuno con la sua diversa personalita’ creando atmosfere e sensazioni molto intense. Qualcuno balla, altri rimangono fermi sul posto rapiti dai suoni.
Poi, in un momento di pausa, appare sul palco Damo Suzuki.
Damo Suzuki (foto di Claudia Mammucari)
Non veste piu’ gli abiti psichedelici che usava all’epoca dei CAN, ma in compenso mantiene una forma fisica invidiabile. I capelli lunghissimi, lo sguardo penetrante, si piazza al centro del palco e comincia a cantare. Prima con una voce gutturale, e poi via via andando sempre piu’ verso i suoi toni usuali. La band e’ un po’ spiazzata, e per i primi minuti sembra non riuscire a trovare il modo giusto per seguire i vocalizzi del giapponese. La situazione si fa un po’ complicata, le cose non decollano nel verso giusto, ma Suzuki non si scompone, anzi, sembra quasi voler rilanciare il livello della sfida alzando di tono e volume la sua presenza vocale.
Si aggrappa al microfono, ondeggia ad occhi chiusi, spingendo band e pubblico a seguirlo in territori sconosciuti. Ad un tratto uno dei chitarristi decide di lasciar perdere il proprio strumento e si mette a suonare il tamburo a centro palco, supportando e rilanciando il suono della batteria. E’ l’inizio della magia. Da quel momento in poi i vari musicisti entrano in sintonia con lo sciamano cantante e fra di loro, seguendo l’ispirazione del momento. Le improvvisazioni si susseguono sempre piu’ potenti, incisive, con batterista e seconda chitarra a scambiarsi di ruolo, mentre le tastiere mandano lampi elettrici e il basso a tenere insieme il tutto, in perfetto e precario equilibrio.
Damo Suzuki (foto di Claudia Mammucari)
E’ un momento molto bello, di quelli che non capitano spesso. Mi guardo intorno e ora molti nel pubblico stanno ballando, mentre un tipo al centro della sala sta registrando il tutto con apparecchiature dall’aria professionale. Vicino a me, proprio sotto il palco, qualcuno scatta fotografie e riprende filmati, mentre io mi lascio trasportare dalla musica, sempre piu’ ritmata, percussiva, quasi tribale.
Sono passate ormai due ore e vedo il personale del locale salire sul palco in posizione laterale a chiedere ai musicisti di fermarsi. Credo che se non fosse stato per quello, saremmo tutti andati avanti ancora molto.
I Sonic Jesus e Damo Suzuki rallentano per poi spegnersi in un mare di applausi.
Damo Suzuki 2 (foto di Claudia Mammucari)
A questo punto e’ ora di andare, mi fermo un momento a chiedere ad una ragazza che sta con i Sonic se potro’ avere alcune delle sue foto della serata, e lei gentilissima mi lascia un biglietto con la sua email. Vado verso l’uscita quando al banchetto del merchandising vedo Damo. Se ne sta li’ da solo, aspettando che qualcuno magari voglia comprare un cd o un vinile dei suoi spettacoli live. Mi avvicino, gli faccio i complimenti per lo show e ci mettiamo a fare due chiacchiere. Mi dice che gira in tour da solo, ogni sera una band diversa e domani ripartira’ per Oslo, poi altre date in Europa e in primavera in Giappone. Mi sembra molto sereno e contento, gli chiedo quale dei dischi live mi consiglia di comprare e lui dopo un attimo di indecisione mi guarda e dice che forse, per me, il concerto di melbourne – Holy Soul, Dead man has no 2nd chance – e’ il piu’ adatto. Me lo da, non prima di aver scritto una dedica illegibile e piena di disegnetti. Purtroppo ha solo sette euro in tasca e dobbiamo trafficare un po‘ per trovare il resto…Mi dice che questa serata gli e‘ piaciuta tantissimo, era la prima del tour e spera di proseguire su questi livelli. Qualcuno si avvicina per comprare qualcosa e io decido di lasciarlo in pace. Mi incammino, ma poi arrivato sulla soglia del locale mi volto a guardarlo. Quest’uomo dovrebbe avere un eta‘ compresa fra i 60 e i 70 anni, ha suonato con una delle band piu‘ innovative ed influenti della storia del rock. Tuttora, in questi ultimi mesi, hanno pubblicato una raccolta di inediti, e le riviste internazionali (e Italiane) l’ hanno inserita fra le migliori uscite dell’anno appena passato. Rischia ogni sera salendo sul palco con musicisti che non conosce, gira il mondo da solo, e sicuramente non si arricchisce facendo tutto questo, anzi.
Damo Suzuki 3 (foto di Cluadia Mammucari)
Mi volto e l’ultima immagine di lui e‘ quella di un folletto sorridente, in pace con se stesso e il suo mondo.
L’altra sera io e Margaret siamo andati a vedere Jon Spencer Blues Explosion.
Eravamo molto contenti, io perche’ non li avevo mai visti dal vivo e Margaret perche’ essendo stati in tour insieme un paio di volte, sono da tempo buoni amici, e questa era un occasione per salutarli. Quando sei lontano dal tuo paese e qualcuno che conosci passa dalle tue parti e’ una bella sensazione, io ne so qualcosa.
Jon Spencer Blues Explosion
E cosi siamo arrivati al club che li ospitava con un po’ di anticipo… Ma purtroppo non abbastanza: i biglietti sono finiti, il concerto e’ sold out!
Siamo in molti in fila al botteghino sperando che decidano di lasciare entrare qualcun altro una volta che il concerto e’ iniziato, ma niente da fare. Non c’e’ proprio piu’ posto. Se ne vanno tutti sconsolati, qualcuno era anche arrivato da fuori Roma, e nessuno si aspettava un tutto esaurito, oltretutto considerando che il loro tour italiano e’ piuttosto lungo e che questa era una data infrasettimanale in un locale di buona capienza.
Io, da uomo del sud, ovviamente non demordo. Aspetto che la situazione al botteghino torni ad essere tranquilla e poi riprovo…Cerco di far valere il fatto che Margaret li conosce, lei si mette a parlare in inglese con uno dei ragazzi alla porta, e come speravo riusciamo ad avere due biglietti. Bene, rincuorati ci incamminiamo verso l’entrata principale. Ma la situazione all’interno del locale e’ veramente pazzesca. Sono tutti pressati come sardine, non sappiamo proprio come fare ad entrare!
Io questo posto lo conosco bene, ci sfiliamo dalla bolgia e tentiamo di entrare da una porta laterale che magari non tutti sanno essere aperta. Qui le cose si fanno nettamente piu’ ragionevoli, e nel giro di qualche minuto, spingendo e sculettando un po’, ci ritroviamo in una postazione decente. Finalmente mi posso rilassare e godermi lo show.
La Blues Explosion stasera e’ in gran forma, anche Margaret che li ha visti molte volte mi dice che non li ha mai sentiti suonare cosi. Jon e Judah si scambiano di ruolo fra solista e ritmica, la voce e’ potente e ricca di effetti, la batteria di Russell e’ semplice ma efficacissima, il sound che viene dal palco e’ veramente un qualcosa di unico. Il volume e’ altissimo e il pubblico rilancia ondate di entusiasmo verso la band. Era tanto tempo che non vedevo un concerto cosi pieno e cosi partecipato. E pensare che davano la Blues Explosion per spacciata qualche annetto fa, altri erano i gruppi che pur ricalcando il loro stile ricevevano trattamenti da star….Ennesima lezione che le mode passano ma la passione, quando c’e’, resta. Eccome se resta.
Jon Spencer non si risparmia, balla, salta, aggredisce la chitarra e gli ampli, coinvolge il pubblico, fa fischiare il theremin come un Jimmy Page anfetaminico, un energia travolgente lo attraversa. Pur aspettandomelo da lui, rimango sorpreso. Pero’ il nostro, e pensare che ormai la cinquantina dovrebbe essere passata, che carica questo New York City Rocker. Poi ad un tratto, durante l’ultimo pezzo, si ferma, guarda verso di noi (che non siamo vicinissimi al palco) e dice Hey! Ma quella e’ Margaret! Come diavolo ha fatto a vederla in quella bolgia di corpi e’ incredibile. La chiama al microfono, la vuole sul palco. Lei non se lo fa ripetere due volte, e in pochi secondi facendosi largo nel casino arriva in scena, lanciandosi in un r’n’r’ totalmente improvvisato. Io, nel mio piccolo, scatto qualche foto per l’album di famiglia.
(al minuto 1:09:49 Blues X Man w/ Margaret Doll Rod – nella descrizione del video su youtube ci sono i vari link per arrivare direttamete ai varii pezzi)
Poi il concerto finisce, e noi aspettiamo un po’ per salutarli. Qualcuno si ferma a parlare con Margaret, io mi metto a curiosare nel banchetto del merchandising. Vinili, poster, magliette, qualche cd, hanno molta roba e devo dire anche molto bella. Ma ecco che arriva Judah e ci dice di andare nel backstage. Lui sembra che non abbia nemmeno suonato per quanto e’ fresco e rilassato, Russell il batterista e’ un po’ piu’ provato ma nenche troppo, Jon e’ distrutto.
Mi chiedo come faccia a tenere un ritmo cosi serrato ogni sera, pensando poi anche ai lunghi spostamenti in furgone, le soste pranzo in autogrill, le poche ore di sonno, la fatica in genere dello stare in tour per un lungo periodo. Mi complimento con loro, e poi li lascio parlare in pace con Margaret. Nel frattempo si presenta il loro tour manager italiano, un tipo molto simpatico e ci mettiamo a fare due chiacchiere. Dice che il tour sta andando alla grande, grazie anche al successo dell’ultimo disco Meat & Bones, che ha ricevuto ottimi riscontri ovunque. In effetti e’ un ottimo lavoro, al livello delle loro cose migliori, e dal vivo le canzoni rendono anche meglio.
La Blues Explosion e’ una band che sul palco tira fuori una marcia in piu’, hanno quel graffio, quella zampata da gatto selvatico che fa la differenza ed emoziona. Nei camerini ci sono birre e Jack Daniels ovunque ma nemmeno una bottiglia aperta, stiamo tutti vergognosamente bevendo acqua minerale, e non gira neanche una Camel light. Mi sono fatto l’idea che nel rock, arrivato ad una certa eta’, o decidi di strafarti tutte le sere lasciando che gli altri si prendano cura di te e sperando che il fisico regga, oppure (molto piu’ frequentemente credo) stai molto attento ad essere nella migliore forma possibile. Specialmente quando sei in tour.
John Spencer Blues Explosion
Il manager mi dice che finito il giro con loro, ripartira’ subito con Mike Watts, attuale bassista di Iggy and the Stooges, per una manciata di date in piccoli club. Chiedo notizie degli Stooges, mi dice che saranno a Roma in luglio. Ormai sono delle superstar e per un concerto prendono centocinquantamila euro, non e’ il tipo di lavoro per gente come lui. Fra una cosa e l’altra si e’ fatto tardi, loro devono andare e noi li salutiamo un ultima volta. Fuori c’e’ ancora qualcuno che aspetta per una foto e per farsi firmare dei dischi. Mentre andiamo via vedo la band fermarsi ancora un po’ con i fans all’uscita. Torniamo a casa contenti, sia per la splendida serata che per questa seconda giovinezza della Blues Explosion, ennesima dimostrazione che nonostante tutto c’e’ ancora tanta voglia di buona musica in giro. Anche nel nostro paese.
Quelli come noi, che spesso si trovano a viaggiare nel cosmo, per diletto o per necessita’ esistenziale che sia, sanno che lassu’ fra stelle galassie e buchi neri, la musica rock e’ di casa. Infinita la lista di chi ha frequentato, per un po’ o per sempre, lo spazio profondo. Gia’ negli anni ’50 non erano in pochi i rockers persi fra le stelle seguendo la scia della Jimmi Haskell Orchestra e qualcuno diceva che gente come Elvis e Roy Orbison venisse proprio da li’.
Poi nei ’60 i viaggi astrali si fecero via via piu’ frequenti da e per il nostro pianeta. Fino alle esperienze di Jimi Hendrix, che confesso’ di essere un extraterrestre o dei Pink Floyd, prima avventurieri dei domini astronomici e poi traghettatori del turismo di massa interstellare, manco fossero una compagnia di crociere. Mr. Bowie al suo esordio si perse fra strane stelle con il maggiore Tom, per poi tornare fra noi con un fantastico gruppo di ragni marziani, mentre i Rolling Stones non si sentirono molto a loro agio a duemila anni luce da casa e chiesero a Brian Jones di riportarli a Londra il prima possibile.
Anche da noi qualcuno come Finardi aspettava un passaggio da un alieno, dopo aver visto che le porte del cosmo stavano effettivamente su in Germania. Qualcun altro invece partiva come un cammelliere seguendo la carovana del navigatore astrale Tim Buckley, ma poi sentiva la nostalgia di Napoli e tornava sulla terra scoprendo che siamo tutti figli delle stelle.
Certo, i tedeschi in questo senso erano proprio imbattibili. Sia che si trattasse dei Corrieri Cosmici, o dei mappatori dell’iperspazio come Tangerine Dream o Klause Schulze, i teutonici son quelli che si son spinti piu’ in la’ di tutti, fino alle regioni piu’ estreme ed inesplorate delle galassie. Anche dalla California sono partiti viaggi stellari niente male, soprattutto da San Francisco, che per un po’ e’ stata una sorta di Cape Canaveral lisergica: le avventure dei Quicksilver Messanger Service e la scoperta della Dark Star dei Grateful Dead rimarranno sempre nei nostri cuori di giovani esploratori galattici. Qualcuno ha visitato lo spazio per poco tempo preso dall’entusiasmo della gioventu’, come i primi UFO, riportati con i piedi per terra dal pragmatico Shenker, altri ci sono rimasti piu’ a lungo, l’elenco potrebbe essere infinito. Ma se in tanti hanno contribuito alla nostra colonna sonora cosmica, un solo gruppo ha attraversato e continua dopo tanti anni ad attraversare le stelle a bordo di una nave pirata: gli Hawkwind di capitan Dave Brock.
Hawkwind 1972
Una vera e propria ciurma di pirati piu’ che una band, questo gruppo unico nella storia del rock si forma nei primi anni ’70 nel giro degli squatters e dei fricchettoni piu’ sballati del regno unito. Si son sempre considerati parte della scena libertaria ed antagonista inglese, e non hanno mai smesso di esserlo, suonando quando ne avevano voglia, con o senza guadagno, sia agli inizi che dopo esser diventati famosi. I cambi di formazione sono stati un modo di essere per gli Hawkwind, arrivando a cambiare piu’ volte line up, persino durante lo stesso tour! Dave Brock, da vero capitano pirata ha sempre mantenuto salda la rotta, tirando a bordo dell’astronave corsara personaggi di ogni risma. I quali a loro volta hanno spesso dato un contributo determinante alla creazione del suono e del mondo Hawkwind.
Dave Brock
Nick Turner, con i suoi sax e flauti stralunati e i mille travestimenti, forse piu’ di tutti ha contribuito alla causa, scrivendo anche brani memorabili ed immortali. Cosi’ come Del Dettmar e Dick Mik hanno creato un tappeto sonoro dalla forza d’urto devastante fatto di sintetizzatori e diavolerie elettroniche fuori controllo. Non sono mai stati dei grandi strumentisti gli Hawkwind, e questo secondo me li ha aiutati dal rifugiarsi nei porti del virtuosismo, quando le acque si facevano tempestose. No, loro rimanevano al loro posto cavalcando un onda ritmica possente e primitiva, generata dai tamburi di Simon King, Terry Ollis o anche, per una volta, Ginger Baker. Unici in tutto, hanno avuto per anni uno scrittore di fantascienza, Michael Moorcock, e un musicista poeta Bob Calvert, che hanno creato insieme a Brock e Turner, un piccolo universo letterario che di volta in volta si andava a dispiegare nelle ricchissime copertine dei loro dischi, e nei concerti.
Parliamo di qualcosa di veramente articolato e speciale, tanto da meritarsi il prestigioso premio internazionale Victor Hugo per la fantascienza…E chi lo avrebbe mai detto, di questa comune di pazzi! Parlavamo dei concerti, beh, questo e’ stato e resta un altro punto di forza della band. I loro light show sono sempre stati molto suggestivi ed originali, anche quando le spese si facevano sostenute e gli incassi scarseggiavano, gli Hawkwind hanno sempre allestito dei concerti di grande impatto visivo. E poi come non ricordare Stacia, una giunonica ballerina che si esibiva nuda o con strepitosi costumi spaziali durante i loro live, diventando un po’ simbolo della band, fino ad essere rappresentata sulla copertina di Space Ritual, doppio live, sicuramente il loro disco piu’ famoso. Un giorno li vide suonare dal vivo da qualche parte in Europa, ne rimase affascinata, si tolse tutti i vestiti e si mise a ballare, e cosi rimase con la band per un bel po’ degli anni a venire.
Stacia – Hawkwind
Possiamo immaginare le reazioni del pubblico di casa nostra, quando nel ’72 si presentarono al festival pop di Villa Pamphili a Roma. Da noi andavano forte i Genesis di Gabriel e Tony Banks ( a dire il vero anche i meno accomodanti Van Der Graaf…), e questa ciurma di sballati gli esplose in piena faccia con le tette di Stacia e l’attacco sonico della band…Che avrei dato per esserci! Tanto per completare il quadro, in quel periodo faceva parte del collettivo anche Lemmy che prendera’ poi il nome dei suoi Motorhead proprio da una canzone scritta per la band.
Nella loro lunghissima carriera gli Hawkwind hanno suonato nei posti piu’ impensabili. Raduni di ravers e travellers, importanti festival rock, teatri, arene, a Stonehenge, all’isola di Wight (gratis, fuori dall’area del famosissimo festival), case occupate, piazze, centri sociali e comuni di mezzo mondo. Qualche anno fa, tentarono addirittura di affittare una nave per andare a suonare al circolo polare artico durante l’aurora boreale! Un attitudine questa di suonare un po’ ovunque, sostenuta dal capitano Brock, che prima di formare la band, si guadagnava da vivere facendo il musicista di strada. Nel corso degli anni questa combriccola di matti ha raccolto intorno a se un esercito di fan, un po’ come i Grateful Dead, che si identificano molto con la band, animano siti internet, creano piccolissime label.
Io odio gli armadi. Se per armadi si intendono quei muri colorati ed impiallacciati che possono contenere una vita. Facilmente. Li odio perché sono brutti, perché occupano uno spazio eccessivo, a mio parere ingiustificato, li odio perché sono comodi, ma a modo loro. Li apri e scorrono, sono pieni di cassetti, cassettini, ganci speciali, appendiabiti di ogni genere: possono davvero contenere di tutto. E più sono utili, meno mi piacciono. Preferisco gli armadi d’un tempo, quelli che non prevedevano più di un paio di cassetti e spesso neppure quelli, perché non c’era un gran ché da porvi all’interno. Erano piccoli, in legno robusto, con una stecca di traverso dove appendere l’abito o due che riuscivi a possedere e che ti sarebbero comunque bastati per ogni occasione. Erano intagliati talvolta rozzamente, con qualche fronzolo fatto a mano all’esterno: erano bellissimi. In casa mia ci sono solo quelli. Già, ma dove la piazzi tutta la tua roba, i diecimila vestiti di Barbara, le cose che sai che non ti stanno e non ti staranno mai più ma che non butti via perché “non si sa mai” oppure perché sei comunque convinto che prima o poi ti verrà il coraggio di fare quella dieta speciale che ti farà buttar giù venti chili mangiando quanto vuoi e quello che vuoi? Non lo so, da qualche parte la metterò.
Già, perché a pensarci bene la vita è un armadio. E la vita di un musicofilo – avevamo deciso di chiamarci così, no? – è esattamente un armadio, un armadio con troppi cassetti. Ed ho appena specificato che io, i cassetti, proprio non li sopporto. Anche se mi rendo perfettamente conto di quanto siano utili e pratici. E così tento un parallelo azzardato, tra uno di noi che si trova a dover riporre un paio di sacchi di vestiti, ed un altro di noi che ha deciso di spiegare a qualcun altro che-magari-proprio-non-ne-ha-necessità le meraviglie di un disco, di un gruppo musicale. Ecco, è lì, in quel preciso momento, che i cassetti tornano comodi. Perché dato che resto convinto che scrivere di musica sia come “ballare di architettura” – nel pisano direbbero: “Sta come il culo alle quarant’ore!” ed un giorno ve lo tradurrò – i cassettini, le definizioni, i generi musicali, paiono fatti apposta per tagliar corto sulle spiegazioni, ma solo su quelle. Per favorire la digestione direbbe qualcun altro.
M’è accaduto un milione di volte, in questa vita, di leggere le acrobatiche descrizioni di certi scrivani che danzavano sul filo del rasoio per tentare di portare il lettore a vedere l’oggetto del disquisire con i loro occhi di esperti. Mezzo milione di volte senza andarci neppure vicino. Noooo…non per colpa loro, tutti bravisssssimi…ma perché ogni orecchio è semplicemente diverso dall’altro, così come ogni umore, ogni vita, ogni speranza. E l’ascolto della medesima cosa non sarà quasi mai identico a quello del vicino; a meno che non si tratti di un vicino che non possiede alcun giudizio personale ed attende che qualcuno glielo serva su di un piatto ben cotto e confezionato. Ma qui si va a finire in un terreno minato, dove nessuno ammetterà mai niente e dove i pentiti ed i delatori non esistono. Ed ecco che, tornando allo scritto che ci stava spiegando come suona un disco o un artista, tornano comodissimi i cassetti, gli armadi multifunzione, i gancetti per cravatte e cintole. Non c’è bisogno di saper scrivere e descrivere, di aiutare a chiudere gli occhi e favorire l’immaginazione: basta un cassetto, o due. Pratico e veloce e chissenefrega.
Il guaio è quando di cassetti se ne usano quattro o cinque insieme. Ecco, lì, la visione si confonde e tutto diventa complicato, invece di chiarirsi. Perché se in un impeto dialettico, un prodotto ti viene descritto – non scherzo, lo giuro! – come un “bellissimo esempio di Hard Dark Progressivo Occulto”, scusatemi, ma io non ci capisco più un cazzo. Maledetti cassetti. Così vado e frugo dentro ad ognuno per capire….dunque “hard”, per me erano hard gli Zeppelin, i Purple, i Cream…
Deep Purple
già, ma gli Zeppelin di “LZ II” o del terzo? No, quelli non sono hard, sono più folk e acustici…vabbè…diciamo che grosso modo ci dovremmo essere. “Dark”…e qui scivoliamo ancor più in basso. Dark potrebbero essere i Cure o i Sabbath…no, quelli li definivano heavy metal, qualcuno Doom…che fare? Ricorrere alla ben poco affidabile Wikipedia? Figurati! Alla voce “dark” propone otto cassettini con una dozzina di sottogeneri…Con ”Progressive” mi sento più sicuro: i Genesis, E.L. & P., i Crimson, i Tull, gli Yes…
Genesis
già, ma c’è anche il cassettino del Progressive Metal e se vai a leggere trovi che “High Tide hanno tracciato le basi del progressive metal, fondendo elementi di progenitori come Cream, Blue Cheer e Jeff Beck Group”…metal i Cream e Jeff Beck? A questo punto rinuncio persino a individuare le fonti dell’”Occulto”. Per me occulta resta una messa nera, il sacrificio di un animale a scopo rituale, il posto dove ho messo le chiavi del lucchetto della bicicletta che non trovo più da due anni.
Chiudo gli occhi e mi immagino, ci provo, un gruppo rock figlio della fusione di Deep Purple, Cure, King Crimson e del mio mazzo di chiavi. Sinceramente non so se mi piacerebbe. Ci rinuncio. Non li ascolterò mai, neppure a gratis su Youtube. E maledico la necessità di trovare uno spazio per tutto. Ecco perché inizio ad odiare chi prova a convincermi di qualcosa che solo io potrò capire. Lo so, è un po’ come ammettere una sconfitta: non essere riusciti a sdoganare il nostro modo di scrivere dalla necessità di doverlo per forza di cose inquadrare in qualche modo e di essere diventati schiavi di etichette che poi, a ben guardare, non definiscono proprio niente e non aiutano nessuno. Al massimo scorciano di una ventina di righe ogni recensione.
Trombetti’s lost keyring
E mi ricordo dei bei tempi in cui i cassettini erano due o tre, anche se i gruppi erano già migliaia, e stava al tuo buonsenso riuscire a catalogarli nella tua personale teca mentale che non condividevi con nessuno se non con chi aveva acquistato il medesimo disco. Anche se nell’altra casa stava accanto a tutt’altra merce…Bei tempi! Quando psichedelia era una immensa fascia che andava dai Floyd all’altra parte dell’oceano, in quella Costa Ovest che non avresti mai visto com’era veramente ma di cui eri certo di aver capito tutto. O quasi, o niente, ma che importava? Tanto, l’unica definizione che davvero ti era piaciuta era quella tra musica buona e quella cattiva. E quella buona era esattamente corrispondente a quella che ascoltavi tu.
Ho da poco finito di leggere un libro molto interessante: Bootleg the secret history of the other record industry di Clinton Heylin. L’autore ha fatto un grosso lavoro di ricerca storica sui Bootleg, dai tempi delle prime registrazioni fino all’era del cd. Ha intervistato tantissime persone coinvolte nella produzione e nel collezionismo, artisti, giornalisti e avvocati. Ne viene fuori un quadro interessante con uno sviluppo riguardante America, Asia e Europa.
Un certo spazio viene anche dato alle produzioni Italiane, a quanto pare discretamente famose nel mondo e agevolate da alcune nostre lacune legislative in materia, con parecchie interviste a chi nel nostro paese ha prodotto e distribuito dischi di materiale inedito e live non ufficiale. Ovviamente il libro si addentra nei meandri del copyright e delle sue diverse interpretazioni ed evoluzioni, nel tempo e nei diversi paesi. Cosi’ come si cerca una volta per tutte di far chiarezza fra le produzioni Bootleg e il mercato delle copie pirata, spesso stupidamente equiparati. Ci sono mille storie divertenti e sorprendenti su come i concerti venivano registrati, su come si realizzavano le copertine, su quali criteri guidavano la scelta del materiale da pubblicare, sulla rete delle etichette storiche e tante tante altre cose. Non ultimo di come alle volte la mafia ha tentato di entrare nel giro pensando che ci fossero chissa’ quali affari da fare, confondendo anche lei i Bootleg con la pura e semplice pirateria!
Si racconta anche delle reazioni degli artisti, alcuni (pochi) come Patti Smith che hanno sempre amato e supportato la cosa, passando per chi come gli Stones non ha mai esplicitamente incoraggiato, ma sempre tollerato (e collezionato), fino alle reazioni piu’ infastidite di Dylan o addirittura procedendo per vie legali come Springsteen. O anche come i Grateful Dead, che aiutavano i fan a registrare i concerti per scambiarli gratuitamente, invitando pero’ a stare alla larga da chi cercava di farne un business. Il libro sottolinea, giustamente, come l’industria discografica si sia quasi sempre disinteressata alla vera valenza storica, culturale ed artistica delle registrazioni, pensando solo a fare cassa con quello che aveva sottomano. In particolare infischiandosene totalmente di preservare nastri originali, archivi e quant’altro, per poi spesso dover ricorrere all’aiuto dei tanto odiati e demonizzati Bootleggers, che mossi in primo luogo da una vera passione, hanno sempre conservato e preservato i loro tesori dall’attacco del tempo e delle mode.
Clamoroso in questo senso, scoprire cosa e’ avvenuto nel disastroso passaggio dal vinile al cd, e di come l’industria discografica si sia mossa senza il minimo rispetto per la musica, gli artisti e i fans che avrebbero sborsato i denari. Insomma, una lettura veramente interessante e consigliata per chi legge in inglese con la speranza che magari qualcuno decida di tradurre una versione in Italiano, magari aggiornandola al tempo presente. Perche’ per motivi temporali ( il libro e’ stato pubblicato nel 1995 ) manca completamente il mondo dei Bootleg su internet. Cosa che oggi logicamente non puo’ piu’ essere ignorata. Heylin chiude il libro con un utile glossario, e una personale lista dei top cento Bootlegs.
Come spesso accade dopo la lettura di un buon libro, si fanno delle scoperte, si trovano delle risposte e…si aprono tante nuove domande….
Cosa e’ il mondo dei Bootleg oggi? Come e’ stato trasformato da internet? E’ ancora un mondo di appassionati o e’ anche un business? E l’aspetto grafico, oggi e’ cambiato?
Mille domande che vorrei girare a Tim e a tutti gli appassionati di Bootlegs che bazzicano il Blog….Infondo l’industria discografica segreta ci ha regalato tante emozioni, forse vale la pena parlarne un po’!
Tempo fa, trovandomi a Chicago per vari motivi, ho deciso di andare a visitare i famosi studi della Chess Records.
Facendo una piccola ricerca su internet, ho scoperto che la fondazione Willie Dixon, creata in onore del grande bluesman scomparso, aveva acquisito i locali trasformandoli in un museo del blues. Aperto al pubblico quattro ore al giorno cinque giorni su sette, e per qualche strana coincidenza a non piu’ di dieci minuti dalla casa dove alloggio quando sono a Chicago. Non mi restava che salire in macchina ed andare…
Dopo un brevissimo traggitto, mi sono ritrovato davanti alla palazzina che ospitava i mitici studi. Un piccolo fabbricato su due piani con ingresso su strada in una zona a sud del centro.
La Chess – foto di Paolo Barone
Poca gente in giro, poco traffico, questa parte della citta’ ha sicuramente vissuto tempi migliori. Ho parcheggiato davanti alla porta di ingresso, messo i soldi nel parchimetro, e mentre stavo per entrare vedo che sulla destra dell’edificio una piccola area verde e’ stata recintata e attrezzata con panchine e aiuole, e sui muri hanno dipinto delle note musicali e i ritratti di qualche stella del blues. Vado per entrare, ma la porta e’ chiusa. Dopo qualche goffo tentativo di sbirciare attraverso la porta a vetri per vedere se ci fosse qualcuno all’interno, mi accorgo di un campanello. Suono, e una ragazza afroamericana viene ad aprirmi, mi da il benvenuto e mi chiede se sono venuto per “il Tour”. Ovviamente rispondo di si, e lei si avvia sulle scale che conducono al piano superiore. Gli ambienti in cui ci muoviamo, una volta uffici e studi di registrazione della Chess, sono sorprendentemente piccoli e in un precario stato di conservazione. Arrivati in cima alla rampa di scale, entriamo nel locale che veniva utilizzato per suonare, con la cabina di registrazione adiacente, comunicante tramite una grande vetrata. Mi rendo conto di essere l’unico visitatore.
Chess: sala registrazione – foto di Paolo Barone
Vedo esposto sul muro il disco di Winter, Waters & Cotton con dedica e firme di tutti e tre i musicisti, qualche locandina, un pianoforte, delle sedie, e proprio di fronte a quello che era il vetro della regia un grande televisore.
Chess – disco Muddy Waters e Johnny Winter – foto di Paolo Barone
La ragazza lo accende e mi dice di mettermi comodo per la visione del filmato. Obbedisco, mentre lei traffica con un vecchio vhs e relativa cassetta. Dopo pochi secondi il video parte, e lei mi lascia solo, in quella che, deduco, una volta era la sala dove suonavano i musicisti della Chess, augurandomi buona visione.
Il nastro e’ molto usato, la visione risulta quindi a dir poco imperfetta…Pero’, dico io, potevano pure provare a passarlo in dvd, mah, misteri del blues.
Il filmato e’ interessantissimo: Riprese d’epoca della scena blues elettrica di Chicago, gente che balla e suona in mezzo alla strada, piccoli locali, chitarre scordate, facce da galera. E poi tante interviste. Tutto il firmamento delle stelle del blues, Jagger, Chuck Berry, Mr. Chess. Raccontano tante storie mentre i minuti passano. Sonny Boy Williamson che entrava in studio senza mai niente di pronto e mezzo ubriaco, Muddy Waters che al contrario teneva il controllo totale della situazione. Gli Stones che mentre provano un pezzo di Berry, vengono a sapere che il vecchio Chuck sta salendo le scale per sentirli suonare…Mille strorie, tante interviste, il documentario e’ veramente ben fatto. Mr. Chess racconta che una volta finito un pezzo, quello che facevano era andare al piano di sotto, mettere un altoparlante sul marciapiede e vedere le reazioni dei passanti. Se la gente si fermava a chiedere cosa fosse, avevano fatto centro. Il filmato si chiude con un esibizione live di Muddy Waters in un festival all’aperto. Il pubblico e’ fatto in prevalenza di bianchi ormai, e lui, che di solito suonava seduto serio e compassato, si scatena in una danza divertentissima.
La cassetta finisce, nessuno si fa vedere, dopo qualche minuto spengo il televisore e mi metto a girovagare per le stanze del piano superiore.
Trovo un po’ di memorabilia, niente di che: dischi, qualche strumento, un paio di abiti di scena, qualcosa relativo alla registrazione degli Stones. Entro in quella che era la cabina di regia, un locale piuttosto piccolo con due grandi vetrate, una su strada e l’altra verso i musicisti. Ci sono un paio di di apparecchiature, qualche scatolone, barattoli di vernice. E’ come se questo posto fosse stato abbandonato per un lungo periodo, e poi ristrutturato. Ma verso la fine dei lavori devono avere finito l’entusiasmo, e le cose sono rimaste un po’ cosi, come dire, incompiute…
Chess: recorder – foto di Paolo Barone
Scendo le scale, girovago in quelli che erano gli uffici della Chess, e oggi lo sono della fondazione Blues Heaven. La ragazza mi sente, apre la porta mi chiede se ho bisogno di qualcosa, se mi e’ piaciuto il filmato, e mi dice di visitare anche i locali sul retro degli uffici. Poi chiude la porta e si rimette a farsi i fatti suoi.
Nel retro trovo un altra stanza piuttosto grande, non ho idea a cosa servisse ne’ ci sono indicazioni di sorta. Al momento ospita un altro po’ di memorabilia, fra cui i costumi di scena di Bo Diddley e Koko Taylor. Molto belli. Continuo a camminare, e trovo una parete blu totalmente tappezzata di maschere bianche. Sono i calchi del volto di tantissimi bluesman. Una cosa strana, un po’ surreale.
Chess: Maschere – foto di Paolo Barone
Torno verso l’ingresso, c’e’ un piccolo spazio per la vendita di cd e cartoline, ma niente che valga la pena di comprare. Prima di andarmene mi fermo alla base delle scale, nel piu’ assoluto silenzio, cercando di immaginare come dovesse essere stato questo posto nei suoi anni d’oro. Quanta musica, quanti personaggi, quante storie sono passate da queste stanze…
Apro la porta e me ne vado senza disturbare. Salgo in macchina e mentre mi infilo nel traffico di Chicago, rifletto fra me e me su questa piccola esperienza appena conclusa. Non ho ben capito perche’, ma la comunita’ afroamericana sembra non avere un buon rapporto con la storia della musica blues. Non la ascoltano piu’, non la suonano piu’, non gli importa piu’ di tanto. E’ come se l’avessero data ai bianchi a fine anni sessanta e buona sera. Certo, se andiamo a vedere le cose nello specifico, ci sono ancora molti neri che amano il blues e che lo suonano, ma in genere mi sembra che sia andata cosi. Paragono nella mia mente questa visita alla Chess, con quelle che ho fatto negli ultimi anni alla Motown. Nella casa del Soul e’ tutto un via vai di gente, comitive, visite guidate, tutto ben organizzato e perfettamente conservato. Qui nella citta’ del vento, mi e’ sembrato che volessero lasciar perdere tutto da un momento all’altro. E sarebbe un peccato, visto quanto la nostra cultura, la nostra musica, deve a questi piccoli locali che si trovano a 2120 South Michigan Avenue, Chicago Illinois.
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