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Working Man Blues – di Picca

25 Gen

Working Man Blues
Protagonisti del rock and roll che hanno fatto lavori normali dopo il successo:

ALEX CHILTON (Big Star/Box Tops) ha lavato piatti a New Orleans ad
inizio anni ’80.

COLIN BLUNSTONE (Zombies) vendeva assicurazioni.

COLIN MOULDING /XTC) vetraio installatore

DAVE GREGORY (XTC) consegne mobili d’antiquariato.

BO DIDDLEY – sceriffo a Los Lunas, New Mexico nel ’71

DALLAS TAYOR (batterista CSN&Y) consulente sulle droghe (e ti credo…)

Dallas Taylor

Dallas Taylor

MARTHA REEVES (Martha & The Vandellas) consigliera comunale a Detroit
(giusto Polbi?)

MO TUCKER (Velvet Underground) commessa a Wal Mart

NORMAN GREENBAUM (Spirit In The Sky) ristoratore

JANI LANE (Warrant) commerciante auto usate

ALAN GRATZER (REO Speedwagon) ristoratore

RICHIE FURAY (Buffalo Springfield/Poco)  pastore cristiano

Ritchie Furay

Ritchie Furay

JEFF SKUNK BAXTER (Steely Dan/Doobie Brothers) consulente del Ministro
della Difeasa USA

MICK ABRAHAMS (Jethro Tull/Blodwyn Pig) ragioniere

MickAbrahams

MickAbrahams

RON STRYKART (Men At Work) insegnante

SONNY BONO (Sonny & Cher) Sindaco di Palm Springs

GLENN CORNICK (Jethro Tull) commerciante cibo per animali domestici

FRAN SHEEHAN (Boston) ristoratore

ROY WOOD (Move/Wizzard/E.L.O.) proprietario di Pub

CHRIS FARLOWE (Colosseum) commerciante di cimeli militari

Chris Farlowe

KLAUS VOORMAN (Bassista area Beatles) proprietario di albergo

JOHN EVAN (Jethro Tull) decoratore d’interni

REG PRESLEY (Troggs) ufologo (!!!)

KEN HENSLEY (Uriah Heep) direttore vendite St. Louis Music

CHRIS DEGARMO (Queensryche) pilota charter

LEE DORSEY (New Orleans Soulman) meccanico auto

DOUG YULE (Velvet Underground) liutaio

SAL VALENTINO (Beau Brummels/Stoneground) bigliettaio gare di automobilismo

HOUSES OF THE SNOWY: neve sul rifugio di Trombetti

24 Gen

No, cioè, scusate, guardate un po’ gli effetti del blog: due dei più importanti giornalisti musicali italiani che si danno pensiero per allietarmi con un quadretto nevoso. La mia passione per la neve è tale che, anche involontariamente, contagia un po’ tutti. Che spettacolo questo blog. Il borghetto dove abita John Carl Trumpets è delizioso, la sua casa è al centro della foto, seminascosta. Speriamo davvero che un giorno possa accogliere l’headquarters dell TTBlog. Nel frattempo godiamocela in questa bella “cartolina. Se qualcuno volesse inviare un foto della casa in cui vive sotto la neve, si senta libero di farlo…non mi dispiacerebbe allungare questa poteenziale rubrichetta fino all’arrivo della primavera.

PS: Giancarlo, Beppe: I love you (in senso virile, s’intende).

Snow on Trombetti 's hideaway -  Sassi 14.1.2013 - Foto courtesy of  GCT

Snow on Trombetti ‘s hideaway – Sassi 14.1.2013 – Foto courtesy of GCT

…Beppe mi dice: “Sarebbe carino inviare a Tim una foto di casetta tua sotto la neve; Tim spesso pubblica foto di situazioni atmosferiche estreme.” Giancarlo risponde: “Sì, Beppe, ma sarei in imbarazzo: a chi potrebbe fregare vedere – o non vedere data la situazione – casa mia in campagna coperta da 50 affascinanti centimetri di neve?”.  Così ci rifletto e decido per il no. Ma davvero a chi minchia potrebbe fregare di vedere una foto della Rock House sotto un cielo che poco bene promette?

Ecco, stamani, amico Tim, ci ho ripensato. E ti invio una foto della Rocca ariostesca che sovrasta la mia casa insieme ad una manciata di poche altre, sotto una nevicata robusta ed a un passo dall’accoglierne un’altra. Perché? No, non per mostrarti fiero il luogo dove hanno ricovero i miei dischi, il posto dove il Trumpets ed il Joe Shore (Beppe Riva, ndTim) hanno chiacchierato a giornate di musica, giornaletti e sfidato le leggi della digestione dopo qualche mangiatella occasionale, il luogo dove tutti i miei sudati risparmi sono finiti nel vero senso della parola; non certo per sfidare chicchessia a venirmi a trovare quando sono dedito al taglio dell’erba o alla sistemazione di muretti a sasso….Seppur un giorno, se ben ricordi Tim, avevamo anche previsto di organizzare una Green Mountain Side con una riunione di anziani appassionati musicofili più un paio di giovini associati al solo scopo di vomitarci addosso un po’ di pareri non richiesti. No, semplicemente ti invio una foto della mia neve degli scorsi giorni come evidente esempio di come un anziano salmastroso (sono nato e vivo sul mare, come ricordi) non dovrebbe mai e poi mai farsi emozionare dai fiocchi bianchi: belli a vedersi ma talvolta portatori di danno. E’ proprio di stamani una telefonata allarmata di un amico che mi ha detto, testualmente: ” Sul tuo tetto pare sia passato uno schiacciasassi! I coppi che stanno ancora lì sono tutti spaccati e una gran parte è finita con la neve a terra, tra la stalla e la casa.”.

Io non so cosa sia accaduto: sono sulla costa. Ma so che ho già telefonato di corsa ad un amico che mi ha restaurato le case e gli ho chiesto di capire che sia successo, anche se lo so già. L’accumulo di neve sul tetto è prima ghiacciato spaccando parte dei coppi e poi scivolato giù in massa con l’alzarsi improvviso della temperatura con lo scirocco. Bene, così imparo a emozionarmi. A Lino, l’amico, ho chiesto un intervento da pagarsi….”a babbo morto”. Altre soluzioni non vedo, purtroppo.  Quando la faremo ‘sta cena di riunione da farsi pagare ai neofiti ? Beppe freme… (Giancarlo Trombetti © 2013)

SIXTO RODRIGUEZ – La storiella natalizia di Paolo Barone

22 Dic

Il nostro Polbi a Detroit riesce a catturare echi che qui faticano ad arrivare. Questa è una delle sue storie, una di quelle fatte su misura per noi, che siamo uomini e donne di blues.

Questa e’ una storia pazzesca che parte da lontano e viaggia, viaggia attraverso gli anni fino ad arrivare ai giorni nostri. E’ una di quelle storie che devono essere raccontate perche’ hanno mille significati, ciascuno di noi puo’ trovarci dentro quello che vuole.

Tutto incomincia alla fine degli anni sessanta a Detroit.

Girava nelle notti gelate della Motorcity, con una chitarra e tante parole da cantare, un giovane americano di famiglia messicana. Si chiamava Sixto Rodriguez, e aveva un modo speciale di cantare e raccontare la realta’, di far diventare canzoni le storie di tutti i giorni. Lo facevano in tanti all’epoca sulla scia di Dylan e degli altri, e lo fanno ancora oggi in tanti, cantautori e cantastorie nel mondo, ma qualcuno con piu’ personalita’, ha quel qualcosa in piu’ che non so definire. Ecco, lui aveva quel qualcosa in piu’, quella sensibilita’ speciale che lo faceva entrare nel cuore delle persone e dei fatti, e il dono di creare ponti e connessioni fra l’anima di chi ascoltava e la sua che raccontava cantando.

sixto rodriguez

Suonava dove poteva, come tutti, fra piccoli bar malfamati e club fumosi lontani da qualsiasi pretesa di fama e successo. Ma, all’epoca, esisteva gente che girava in questi posti con le orecchie aperte, cercando talenti, artisti da registrare e promuovere. Sembra strano visto oggi, ma alla fine degli anni sessanta succedeva un po’ ovunque. E cosi, durante una notte come tante, due musicisti e produttori locali, gente di spessore che aveva lavorato tanto, incontrano il nostro che si esibisce in un bar, spalle verso il pubblico, avvolto da una nuvola di fumo. Ascoltano, e le parole di quelle canzoni colpiscono nel segno. Storie di spacciatori, vita dei quartieri poveri, riscatto sociale e amori strampalati, raccontate in un modo molto personale, da una voce particolare. La sera stessa gli propongono un accordo per delle registrazioni. Il risultato sara’ un disco bellissimo, “Cold Fact”, una raccolta di canzoni visionarie e reali al tempo stesso, piene di amarezza e speranza.

cold fact

Ad accompagnarlo in studio alcuni dei migliori musicisti del giro Motown, che rimasero molto colpiti dal valore di quel disco e mai se ne dimenticheranno. Le cose vengono fatte per bene, senza fretta, una bella copertina, le parole stampate, il mix finale fatto a New York, una certa promozione programmata, insomma ci sono tutti i presupposti per un successo internazionale. Invece no, il disco non va da nessuna parte.

Forse per un difetto di distribuzione, forse perche’ Rodriguez e’ messicano e non tutti sono pronti per un artista latino che canta in inglese, o forse altro ancora che non e’ dato sapere, fatto sta che il disco si risolve in un nulla di fatto pressoche’ totale, lasciando il nostro disilluso e un po’ amareggiato. Ma non demorde e torna a girare i locali, cercando di mettere insieme il pranzo con la cena, tanto piu’ che sta mettendo su famiglia. Nel frattempo Cold Fact finisce nelle mani di un produttore inglese che ha lavorato con i Pretty Things, P.J. Proby, Donovan e tanti altri. Canzoni come Sugar Man, I Wonder e Inner City Blues non possono lasciare indifferenti, cosi Steve Rowland, questo il nome del produttore, si mette in contatto con il nostro offrendogli la possibilita’ di fare un disco a Londra. Un offerta impossibile da rifiutare, Rodriguez e la moglie partono per l’Inghilterra dove resteranno un mesetto nella capitale, completamente assorbiti dalle registrazioni di “ Coming from Reality “.

Rodriguez - Coming From Reality

Nei ricordi di Rowland, la coppia viveva quest’esperienza londinese in modo molto serio, totalmente disinteressati dal lato mondano della swingin’ london, ma attenti invece a scoprirne angoli di umanita’ nascosta, a cercare animi affini nelle zone piu’ in ombra della metropoli. Ne verra’ fuori un disco altrettanto bello del precedente, diverso musicalmente, con meno chitarre elettriche e piu’ archi, ma con la stessa forza poetica del primo. Eppure, ancora una volta, niente di fatto, il disco seppur lodato dai pochi che lo ascoltano, non viene nemmeno sfiorato dal successo. A distanza di tanti anni Wess ancora non si capacita di come sia potuto accadere, di come questi due gioielli siano rimasti totalmente ignorati, in un mercato molto disponibile per questo tipo di proposta artistica e musicale. Con due fallimenti alle spalle e una famiglia in arrivo Rodriguez getta la spugna, continuera’ a suonare per se stesso e i pochi che vorranno sentirlo, laggiu’ nei bar della Detroit proletaria, ma bisogna darsi da fare, la chitarra viene appesa al chiodo e una vita difficile, fatta di mille lavori manuali, di fatica e poche certezze, diventa la realta’ quotidiana. Lavora duro Sixto rodriguez, specialmente come manovale nell’edilizia, un impiego duro a tutte le latitudini figuriamoci nel freddo del Michigan. Lavora ogni giorno, ma non smette di leggere, di studiare di avere una vita culturale ed intellettuale molto attiva. Si batte per i diritti dei piu’ deboli, si appassiona alle vicende politiche e sindacali del suo tempo, conquistandosi un grosso rispetto fra i compagni di lavoro, che poco o nulla sanno della sua vecchia passione per la musica. Il tempo passa, e questa storia, inaspettatamente, si trasferisce in Sud Africa negli anni del regime repressivo e conservatore della minoranza bianca razzista.

Qualcuno porta da quelle parti, nei primi anni settanta, i due dischi di Rodriguez, che trovano nella gioventu’ bianca sudafricana, insofferente alla repressione di stato, un pubblico finalmente disponibile. Anzi, molto di piu’, in breve tempo le sue canzoni diventano inni anti sistema amati e cantati ovunque nel paese. Partendo dalle poche copie originali, si stampano e ristampano questi dischi raggiungendo una diffusione impressionante. Stiamo parlando di un fenomeno di massa da quelle parti, al punto che il governo tenta inutilmente di bandire la messa in onda della musica di Rodriguez da radio e televisioni, ma ormai e’ troppo tardi, Cold Fact e Coming from Reality sono i dischi della ribellione giovanile sudafricana. Rodriguez e’ considerato un mito, piu’ famoso di Elvis e degli Stones, paragonabile solo ai Beatles! Ma c’e’ un piccolo particolare: Nessuno sa che fine abbia fatto. Non si sa nulla di lui, chi sia, da dove venga, come si chiami veramente, niente, zero assoluto. Gli americani in visita nel paese non lo hanno mai sentito nominare, stessa cosa gli inglesi e tutti gli altri europei. E’ come un fantasma, come se non fosse mai esistito. Famosissimo ma totalmente ignoto al tempo stesso. Vista la paradossale situazione dopo qualche anno iniziano ad affiorare storie incredibili, c’e’ chi dice che si sia suicidato sul palco, altri giurano che sia morto in un incidente, altri ancora che si sia dato fuoco, mille storie strane ma una sola certezza: Rodriguez e’, deve essere, morto.

Passano gli anni e il mito nel paese non diminuisce, i suoi due dischi costantemente ristampati, l’apartaid archiviato, Mandela presidente.

Finalmente, complice anche la diffusione di internet, nel ’97 un gruppo di appassionati si mette in moto alla ricerca della verita’. Vogliono scoprire a tutti i costi come sia morto il grande Rodriguez, chi sia veramente stato in vita, se sia veramente esistito, come siano andati i fatti e perche’ nessuno sappia niente di lui. Parte cosi una ricerca lunghissima, con mille deviazioni e punti morti, false piste e delusioni, finche’ un giorno qualcosa finalmente salta fuori. Da Detroit Michigan alcune persone coinvolte nelle registrazioni del primo album sembra sappiano qualcosa di concreto. Si mettono in contatto e vengono a sapere che…certo, Rodriguez esiste veramente, loro lo hanno visto ogni tanto in giro per i bar della citta’, non e’ affatto morto, e’ vivo e vegeto, ma…non hanno idea di come mettersi in contatto con lui, non sanno dove abita, non hanno un recapito telefonico, niente di niente. A questo punto la ricerca si fa febbrile, i nostri creano un sito internet dedicato alla faccenda con la faccia di Rodriguez ben stampata, come si fa sui cartoni del latte quando si cercano le persone scomparse, come da noi alla televisione a “chi lo ha visto”. I risultati, grazie anche ad un intensificarsi di telefonate verso Detroit, non tardano troppo ad arrivare, una ragazza chiama dagli States, e dice: Ho visto che cercate Sixto Rodriguez il cantante, ma veramente cercate mio padre?!? Vi interessa parlarci?!?

E nella notte sudafricana arriva una telefonata dal pomeriggio americano, una voce inconfondibile per chi con quelle canzoni e’ cresciuto dice semplicemente Sono io, Sixto Rodriguez. A questo punto la situazione diventa surreale, lui fa il manovale a Detroit, mentre per un intero paese e’ un eroe, una star. Non ne aveva la minima idea. Una tempesta di emozioni attraversa l’oceano sul filo di quella prima telefonata, poi altre ne seguiranno, e si decide di organizzare l’arrivo in sudafrica di Rodriguez e, per la prima volta, alcuni concerti. Sixto, anche se un po’ perplesso, si prende qualche giorno di ferie e parte con le figlie al seguito. All’arrivo trovano delle limousine e una ressa di giornalisti, telecamere e fotografi ad aspettarli, ma loro non ci possono credere, pensano siano li per qualcun’altro importante, non per loro, e si mettono di lato per non dare fastidio e lasciar passare. Ma quella folla e’ li’ per lui, che adesso comincia veramente a crederci. Li portano in albergo extra lusso, ma lui passa la notte sul divano pensando alla povera donna che avrebbe dovuto rifare la camera il giorno dopo! Arrivano le presentazioni, le interviste, le autorita’ e quant’altro. E’ una giostra, i giorni volano e si arriva al primo dei concerti, con una band di musicisti sudafricani ad accompagnarlo che conosce ogni singola nota di tutte le sue canzoni.  La spazio scelto dagli organizzatori e’ una arena da decine di migliaia di posti. le figlie raccontano di essere state veramente preoccupate a quel punto, non potevano credere che un posto del genere potesse riempirsi per lui, loro che lo avevano visto tutta la vita suonare per non piu’ di dieci persone alla volta. Ma succede veramente, tutti i concerti sono sold out, il pubblico in delirio che finalmente puo’ incontrare il suo idolo e cantare le canzoni di una vita. Sono scene di emozioni fortissime sul palco e sugli spalti, chi piange, chi urla il suo nome, chi canta, chi balla, una cosa pazzesca che coinvolge una nazione intera.

Sixto Rodriguez

Sixto Rodriguez

Una nazione che ha finalmente chiuso con il passato e ha trovato Rodriguez, il loro eroe con la chitarra, ad aspettarla dietro l’angolo. Ma il tempo passa, e per il nostro arriva il momento di ritornare a Detroit. Saluti solenni, promesse di ritornare, qualche soldo in tasca e il cuore pieno di gioia, un lungo volo sull’oceano e tutto torna come prima. Rodriguez riprende la vita di sempre, torna nella sua modestissima casa nella Detroit vecchia, riprende il suo solito lavoro di manovale edile. I soldi che ha guadagnato in sudafrica finiscono presto, divisi fra amici, parenti e piccole spese, rimangono solo i ritagli dei giornali africani, le foto e i video dei concerti. Lui fa vedere queste cose ai suoi compagni di lavoro, ma la cosa e’ talmente incredibile che in qualche modo e’ come se non fosse realmente accaduta. E’ il 1998 e da allora Sixto Rodriguez ha continuato a vivere la sua vita come se niente fosse, consapevole di essere una superstar in un paese lontano e assolutamente nessuno nel suo. I miei amici di qui mi dicono di averlo visto ogni tanto in giro per la citta’, con la sua andatura dinoccolata, i capelli lunghi e un cappello nero in testa. Avevano sentito dire che fosse famoso in qualche parte del mondo, ma nessuno aveva i suoi dischi. Qualcuno mi dice di averci anche suonato insieme qualche volta, in piccoli club per non piu’ di venti persone alla volta. Mi fanno vedere qualche foto di quei concerti, lui ormai ha settanta anni o giu’ di li’, ma e’ invecchiato benissimo, sembra un attore, e ha l’aria di una persona in pace con se stessa. Passano gli anni, e questa storia arriva ad un altro inatteso punto di svolta. Un giovane autore di documentari in giro per il mondo in cerca di cose da raccontare, mentre si trova in Sudafrica scopre la musica di Rodriguez e la sua storia straordinaria. Ne viene catturato, e con grande capacita’ cinematografica ne tira fuori un documentario, che la scorsa estate viene premiato in importanti festival internazionali. La pellicola e’ veramente bella, si chiama “Searching for Sugarman” e racconta questa vicenda con passione e sincerita’. Il Sudafrica pieno di sole, Detroit innevata e Rodriguez che cammina da solo nelle strade spazzate dal vento. Le scene dei concerti con tutta quella gente in delirio, e poi la dura vita di tutti i giorni. Una cosa veramente toccante. Il film incomincia a girare nei cinema americani e non, e finalmente dopo tutti questi anni Sixto Rodriguez, che ha inciso il suo ultimo disco nel 1971 ed ha fatto il manovale per tutta la vita, diventa una star. Roba da non credere, adesso tutti vogliono sentire la sua musica, i dischi sono ristampati, la colonna sonora del film va alla grande, la pellicola viene proiettata un po’ ovunque, se ne parla nei giornali di tutto il mondo. Lui reagisce inizialmente con un certo distacco, cosi come durante le interviste del documentario: Non si fa prendere troppo dal ruolo, ribadisce che lui e’ quello che e’, e che non ha nessuna intenzione di diventare una rockstar a settanta anni. Non vuole cambiare casa, sta bene nel suo piccolo appartamento nella citta’ vecchia, con i suoi amici e le persone del quartiere che lo conoscono da una vita. Certo, andra’ in tour perche’ ama ancora suonare la sua musica, e’ contento di questo e tutti i concerti sono sold out in prevendita. Presto sara’ in Europa, suonera’ un po’ ovunque nel mondo, ma poi tornera’ a casa. Dalle sue figlie e dai compagni di una vita, una vita vera: La sua, quella di Sixto Rodriguez.

…nonostante il vento gelido del Michigan: il FOUND SOUND di Detroit e le chiacchiere con TOM GELARDI, ex manager della Capitol Records – di Paolo Barone

13 Dic

Il nostro Polbi, una delle sue irresistibili avventure, il vento gelido del Michigan che soffia anche qui in Emilia. Buona lettura.

Negli ultimi dodici mesi hanno aperto due nuovi negozi di dischi vicino casa mia. Uno non e’ molto grande, ma in compenso e’ molto ben organizzato. Vende vinile nuovo e usato e una piccola selezione di cd. I prezzi sono ragionevoli, ha un bel reparto dedicato al progressive e al krautrock, cosi come uno dedicato alla psichedelia, al beat, alle band locali, al metal, punk, elettronica, country, indie, blues ecc. I dischi sono sempre in ottime condizioni, ben esposti, e il negozio e’ molto pulito e luminoso. Hanno anche un piccolo punto vendita biglietti per i concerti, e uno spazio per libri e riviste discretamente fornito. Mi dicono che gli affari vanno benone, e stanno pensando di ampliare i locali per avere anche uno spazio riservato all’Hi FI nuovo e usato.

L’altro negozio invece, quello proprio a due passi da casa mia, si chaima Found Sound e segue una politica diversa.  Dispone di spazi molto piu’ ampi e quindi ha una selezione di vinile differente, piu’ aperta a tutto, anche a quei dischi che (qui in america) si vendono per due o tre dollari. E’ un locale meno fichetto, sembra piu’ un negozio di dischi degli anni settanta, e con un po’ di pazienza e fortuna ci puoi trovare di tutto. Anche loro hanno una sezione vinile e cd nuovi, senza dubbio piu’ ampia dell’altro, due grandi vetrine su strada con poster promozionali vintage, e un televisore anni sessanta che trasmette vecchi filmati dei Beatles. Inoltre approfittano dello spazio a disposizione per organizzare piccoli concerti di band locali. Delle quali vendono ovviamente anche dischi e cd, con la speranza di diventare un punto di incontro per gli appassionati di musica della zona. Insomma, anche se con qualche nuova idea, e’ quello che una volta erano i negozi di dischi per chi come noi ci passava un bel po’ di tempo.

Found Sound - Detroit (foto di Paolo Barone)

Found Sound – Detroit (foto di Paolo Barone)

L’altro giorno, andando a fare la spesa, ho visto che esponevano una lavagna in vetrina: C’era scritto di un incontro che si sarebbe svolto il giorno dopo con Tom Gelardi, manager della Capitol Records dal 1956. Pero’, mi son detto, interessante questa cosa, e cosi il giorno dopo, sfidando un freddo polare, ci sono andato.

Eravamo una quindicina di persone dai venti ai sessanta anni, i proprietari del negozio hanno aperto un po’ di sedie vicino al bancone, ed e’ arrivato Mr. Gelardi.

E’ un signore di una settantina d’anni ben portati, piccolo di statura, pieno di entusiasmo e dai modi estremamente gentili. Non so perche’, ma mi ricorda vagamente Macario. Si presenta guardandoci uno ad uno negli occhi, e con un bel sorriso sereno ci dice di quanto sia contento che la gente si riunisca in un nuovo negozio di dischi a parlare di musica. Il suo lavoro e’ stato e,sorprendentemente per me, e’ ancora quello di promuovere gli artisti per conto delle case discografiche. Una volta lo faceva per la Capitol e altre grosse label, oggi deluso e arrabbiato dal loro totale disinteresse per la musica, continua a farlo per alcune piccole etichette indipendenti. Ci dice che lo fara’ finche’ ne avra’ l’energia e la voglia, perche’ questo per lui e’ il lavoro piu’ bello del mondo e si sente un privilegiato ad aver passato tutta la vita con artisti e musicisti di ogni tipo e natura. Secondo lui il mondo ha ancora tanto bisogno di due cose: canzoni e bravi autori. Tutta l’industria musicale dice, da sempre ruota intorno a queste due cose, e lui ha sempre fatto di tutto per sostenerle.

Tom Gelardi - foto di Ricardo Benavides

Tom Gelardi – foto di Ricardo Benavides

Racconta come per lui questo settore sia stato anche e sopratutto una scuola di vita. Nei suoi primi anni di attivita’ pensava di aver ormai imparato il mestiere, di essere diventato un esperto di dischi e di come promuoverli. Un giorno gli chiesero di partecipare a una riunione, la EMI inglese aveva scelto la Capitol Records per distribuire i dischi della loro nuova band negli States. Si trattava di organizzare la cosa, e per cominciare bisognava ascoltare questo 45….Si chiamava She loves You e il gruppo erano i Beatles. Lui lo ascolta insieme agli altri, poi lo toglie dal giradischi e lo lancia per aria urlando: Facciamo gia’ abbastanza fatica a promuovere i nostri artisti, adesso ci dobbiamo anche mettere perder tempo per vendere questa merda inglese?!?  Non possiamo trattenerci dal ridere, e Tom con noi. Nel mio lavoro da quel giorno, ci dice, ho imparato a non dare mai nulla per scontato, e ad avvicinarmi ai nuovi artisti sempre con una buona dose di umilta’ e la mente aperta.

Ha lavorato anche per la Motown Gelardi, nei tempi d’oro in cui sfornava un hit dietro l’altro. Un giorno una ragazza gli fa recapitare dei nastri da ascoltare. Lui li porta ai direttori artistici per valutare se ci sono delle possibilita’, ma le canzoni non reggono, la voce nemmeno, insomma, nulla da fare, la tipa proprio non e’ cosa. Lei ripassa speranzosa qualche giorno dopo dal suo ufficio e chiede notizie, e lui seccamante le dice che il nastro non e’ piaciuto a nessuno alla Motown, non va, se lo togliesse dalla testa. E lei scoppia a piangere. Piange disperata, ha il cuore spezzato da quella sentenza. Gilardi ci racconta che da quella volta non ha mai piu’ detto una cosa del genere in quei termini. Gli artisti, dice, sono individui molto sensibili, e anche se non sono riusciti a registrare del buon materiale, sicuramente hanno cercato di fare del proprio meglio, mettendoci cuore e anima. Nessuno puo’ permettersi il lusso di ferire i sentimenti di un altra persona, e ancora oggi non si perdona la mancanza di tatto avuta in quell’occasione.

E’ un fiume in piena Tom Gelardi, e ci tiene a racconatarci di quando promuoveva Bob Seger, ancora giovane e praticamente sconosciuto fuori dal Michigan. Si dannava mandando dischi a destra e manca, ma non riusciva a farlo sfondare. Eppure il ragazzo aveva stoffa, sia in studio che dal vivo. Un giorno che sapeva esserci in citta’ un pezzo grosso di un importante radio americana, ebbe un idea. Disse a Seger di prepararsi per un concerto il giorno dopo, di non fare troppe storie e darsi da fare con la band. Poi ando’ in un club che conosceva, pago’ di tasca sua e lo affitto’ per intero. La sera successiva ci porto’ il tipo, gli fece servire una buona cena e poi lo stese con un concerto di Bob Seger. Uscirono dal club tutti felici, mezzi ubriachi e con una pila di dischi da passare per radio. Un altra volta invece, un suo amico e collega gli chiese di aiutarlo a promuovere un artista giamaicano. Io, disse, non ne sapevo assolutamente nulla di quel genere di musica, ma non sapevo proprio come fare a dire di no. Fatto sta che andai a vedere il tipo in questione che suonava in un minuscolo teatro ad Ann Arbor. Credetemi, non avevo mai avuto una sensazione cosi forte di carisma e talento, sprigionati da una piccola persona. Era Bob Marley. La volta successiva lo incontrai a Detroit, aveva tre date di fila sold out e lui e la sua band si cucinavano da mangiare in albergo perche’ non si fidavano del cibo americano. Mi chiedo cosa avrebbe combinato se non fosse morto cosi presto, che artista gigantesco.

L'interno del Found Sound - foto di Paolo Barone

L’interno del Found Sound – foto di Paolo Barone

Quando parla Tom Gelardi si emoziona e spesso, con i suoi modi gentilissimi, si riferisce a noi del pubblico chiamandoci ladies and gentelman. Il tempo passa, e ci chiede se vogliamo fare qualche domanda. Siamo tutti un po’ imbarazzati, e lui rompe il ghiaccio dicendo, chiedetemi pure qualsiasi cosa nessuna domanda e’ mai stupida, ve lo dice un vecchio discografico che ha pensato i Beatles fossero una cazzata….Si puo’ mai al mondo essere piu’ fessi di me?! Ridiamo, e qualcuno gli chiede cosa ne pensa di amazon, ebay e tutto il settore delle vendite online. Dice che per lui vanno benissimo, specialmente per raggiungere un pubblico piu’ vasto, ma si dice fiducioso che uno zoccolo duro di negozi indipendenti rimarra’ sempre in piedi. Gli chiedono anche quale fosse l’artista con il quale piu’ gli e’ piaciuto lavorare. Risponde di essersi divertito con tutti, ma la classe, la professionalita’ e il talento di Frank Sinatra per lui rimangono insuperati. Una ragazza molto giovane che suona in una band locale gli chiede perche’ secondo lui alcuni dischi hanno un grande successo, e altri, magari altrettanto validi, rimangono per sempre nell’ombra. Non lo so, dice Gelardi, e chi dice di saperlo mente. In fin dei conti questo rimane uno dei piu’ affascinanti misteri del nostro lavoro. La serata volge al termine, e’ quasi ora di chiusura e mentre iniziamo ad alzarci, il nostro ci saluta uno per uno e ci dice ancora qualcosa. Ladies and gentelman e’ stato un piacere stare con voi stasera, e vorrei salutarvi con una raccomandazione: se vedete una band che vi piace suonare in qualche club, se ascoltate una nuova canzone che vi colpisce….beh, parlatene. Ditelo ai vostri amici, scrivetelo, fate qualche telefonata…supportate gli artisti e ricordatevi che abbiamo sempre bisogno di due cose, buone canzoni e gente capace di scriverle! Dopo un ultimo reciproco saluto ci avviamo, ma prima di uscire ho voglia di ringraziare i proprietari del negozio, e decido di farlo comprando un disco. Lo avevo visto entrando nel settore dedicato al blues: Hound Dog Taylor, Natural Boogie. E’ un bluesman di Chicago che incideva per la Alligator records, mi e’ sempre piaciuto ma non avevo ancora nulla, me lo porto via con dodici dollari. E mi incammino verso casa contento, nonostante il vento gelido del Michigan.

Paolo Barone © 2012

MIDWEST BLUES di Paolo Barone

26 Nov

Ho già scritto più volte come siano gustose le email che Polbi mi invia da Detroit, il problema è che poi non posso fare a meno di chiedergli il permesso di pubblicarle sul blog. Polbi subito rifiuta, a volte i suoi sono solo sfoghi, di quelli che fa uno con un amico, ma poi per cortesia cede. Io credo che un blog debba seguire l’istinto, se è l’istinto di persone illuminate, perché è senza tanti filtri che i contenuti gustosi saltano fuori. Ecco quindi una nuova puntata delle “LEZIONI AMERICANE” del nostro Paolino Barone.

POLBI 1°: Eccomi qui, che come sempre dopo un mesetto di america vengo preso da una crisi di rifiuto e la vengo a raccontare a te….dai poche righe di
pazienza che poi mi passa. Il midwest americano e’ un posto terribile, brutto di una bruttezza irrimediabile, definitiva e tragica.


Tutte ‘ste casette del cazzo, tutte uguali nella loro diversità apparente, nel loro mediocre benessere dai piedi di vetro, che tristezza…e poi i parcheggi, i centri commerciali, le freeway…hai presente il vuoto che ti comunicano i nostri outlet, quella sensazione di smarrimento interiore? Beh, qui e’ tutto così. Tutto tristemente semi nuovo, anonimo, senza anima. Tutti col culo incollato alle macchine che vanno, vanno, vanno, da un parcheggio all’altro, da un meganegozio all’altro. Una tragedia totale, una noia mortale. Poi si stupiscono che sono pieni di serial killer, alcolismo e suicidi di massa…

Dico io, ma lo vedete come cavolo vivete?!? No, non lo vedono e non lo sanno, non sanno nulla, pensano che tutto il mondo sia così, o aspiri ad esserlo! Bigotti, religiosi di una
religiosità infantile, superficiale e stupida. Come disse il mitico MARIO SOLDATI “ una nostra puttana e’ mille volte più religiosa di una bigotta americana

Tutti che fan finta di credere in qualcosa, la patria (bandiere ad ogni angolo che a me fanno venire l’orticaria) la famiglia, la costituzione, l’inno, i nostri ragazzi….Che disastro,
…mangiano cibo orribile ad orari assurdi in quantità impossibili, bevendo ettolitri di tutto tranne che acqua. Si gonfiano di un obesità per noi scandalosa, da circo, e continuano a trascinarsi come elefanti marini tragici tra un fast food e un altro.

Razzisti, odiano la cultura, gli intellettuali, i libri. Passano ore a guardare New York nei loro smisurati televisori con trecento e passa canali e un cazzo di buono da vedere. Madonna ragazzi che paese di merda…menomale che c’e’ il rock and roll altrimenti ero un uomo finito….Ok, m’e’ passata, mi sento meglio, ora sono apposto per un altro mesetto….
Grazie della pazienza!!!
M è a suonare in un club con una band di amici, io a casa con Cook (il cane ndtim) causa raffreddore americano (dieci volte più potente del nostro).

POLBI 2° (dopo la mia richiesta di pubblicazione): Ma no dai, e’ solo uno sfogo fra me e te, ovviamente le cose qui sono infinitamente più complesse e anche ricche di aspetti positivi…..No, ok, ricche e’ troppo, diciamo che anche nel midwest americano c’e’ del buono! Io a volte me la spasso, a volte mi girano le palle (come d’altronde in Italia) ed ecco che in quei giorni e momenti neri i lati negativi spiccano prepotentemente su tutto. Giorni fa eravamo a Chicago, un posto molto interessante, vivibile e ricco di storia. Così come Detroit vecchia, ne ho già parlato mille volte, e’ un posto estremamente affascinante. E’ tutto il resto, questo infinito paesone chiamato midwest che fa proprio…e va be’, non ricomincio.

(Chicago)

A proposito a Chicago ho preso Mojo di dicembre con LZ in copertina e lunghe interviste su  CLEBRATION DAY…Mi ha trasmesso una vaga sensazione di disagio e tristezza, specialmente Plant, ma anche gli altri. E’ la prima volta credo, che i LZ mi trasmettono questo tipo di sensazioni. Qui praticamente si vive immersi nel culto nazional popolare del dirigibile, la cosa credimi alla lunga stanca, domani sera JASON BONHAM suona con la sua Experience a cinque minuti da casa mia, costa pure poco, ma non mi viene proprio voglia di andare. Ho invece visto LEZ ZEPPELIN, queste fiche più o meno lesbiche che siano e mi sono (sorpresa!) divertito da matti. Mi son sembrate molto credibili e divertenti, si prendono sul serio ma sono anche strapiene di ironia come e’ giusto che sia. Tutto esaurito, pubblico in delirio, audio perfetto…insomma finalmente uno può permettersi di vedere Page/plant come due belle gnocche, scusa se e’ poco, dopo una vita a cantare come i tifosi della roma ” semo tutti froci dei lezzeppelin!!! ” e’ stata un esperienza in qualche modo liberatoria!

Il contrario di quello che traspare dalle pagine di Mojo. Mi viene da pensare che in fin dei conti questi ex ragazzi prima del dirigibile non avevano praticamente fatto nulla di rilevante e dopo il dirigibile ancora meno. Si, Page in studio….ma fosse stato tutto li’ sarebbe finito come Big Jim, che e’ morto un mesetto fa e non se lo ricorda quasi nessuno. Ok, Yardbirds: un gruppo fantastico che ha dato il meglio con Beck, ha fatto cose buone con Clapton e un disco ai limiti della decenza con Page. No, secondo me i nostri hanno fatto tutto in meno di 10 anni e passato il resto della vita a perdere tempo.

D’altronde, e’ un po’ il destino di tutti i grandi gruppi. Pero’ almeno non ricevono quel tipo di pressione per reunion e cazzate varie, la cosa e’ meno pesante. Con i LZ secondo me si e’ persa la misura. Vabbe’ dai, ste fesserie le vado dicendo da anni, divento ripetitivo e pedante!

Adoro leggere le avventure di Brian, non mi stanco di dirtelo.

Ok, passo e chiudo.

IN CONCERTO CON JON LORD di Massimo Avellone

22 Nov

Massimo Avellone, chitarrista dei FLOWER STONE, ci racconta la sua esperienza con JON LORD.

Nel  febbraio del 2011 apprendiamo che Jon Lord, fondatore e organista dei Deep Purple, è disposto a fare alcune tappe del suo tour europeo in Italia; gli organizzatori ci chiedono se vogliamo essere la sua band in esclusiva per le date italiane. è inutile dire che, sebbene il patto fra noi FlowerStone preveda di suonare (dal 1991) esclusivamente musica dei Led Zeppelin o di nostra composizione, interrompiamo tutto ciò a cui stiamo lavorando per buttarci a capofitto in questo evento.

Sappiamo che ci aspetta un duro lavoro perchè, oltre a brani dei dp sui quali siamo cresciuti, la scaletta prevede cose molto impegnative, soprattutto (ma non solo) “Concerto for Group and Orchestra”, opera per orchestra sinfonica e rock-band composta da Jon ed eseguita per la prima volta nel ’69 dai Deep Purple e la London Symphony orchestra. Con noi vengono scritturati Anna Phoebe, Kasia Laska ed i 90 elementi dell’orchestra “Franco Ferrara” diretta dal Maestro Carmelo Caruso.  Gli allestimenti audio-luci sono affidati ad AVL Produzioni (BB. King, AC-DC, Womad, San Remo e troppo altro), che conosciamo benissimo perchè da anni è il nostro service di fiducia. Il concerto sarà al teatro Golden di Palermo.

Per due mesi lavoriamo parecchio. Il Direttore deve far suonare insieme quasi 100 musicisti tra i quali noi quattro, che suoniamo in un altro modo ma essendo amplificati abbiamo lo stesso volume di tutti gli altri insieme; ancora oggi quest’opera è considerata rivoluzionaria. Qualche giorno prima dell’arrivo di Jon sembra finalmente tutto a posto, le ultime prove serviranno a definire maniacalmente i parecchi passaggi obbligati.

L’INCONTRO CON JON LORD

Appuntamento la mattina del 26 aprile 2011 in teatro alle 9.00. L’arrivo di Jon Lord è previsto per le 9.30; io arrivo in teatro alle 9,45,  terrorizzato all’idea di essere l’ultimo ad entrare in sala.  Corro giù per le scale con la chitarra e mi affaccio in platea:  sul palco i miei compagni FlowerStone, la cantante polacca Kasia Laska (da anni al seguito di Jon), i 90 dell’Orchestra Sinfonica “Ferrara” e i tecnici di AVL, ma per fortuna all’organo Hammond non c’è ancora nessuno.  Jon sta per arrivare per il primo dei tre giorni di prove. La mia attrezzatura è montata dal giorno prima, salgo sul palco e saluto tutti, accordo la chitarra e scambio due chiacchiere con i miei compagni di avventura. Siamo tutti un pò tesi, nonostante molti vantino collaborazioni internazionali di altissimo livello. Alcuni ripassano le parti più difficili, personalmente curo con i fonici gli ultimi dettagli del mio suono.  E’ inutile negarlo: Jon Lord ci ha sempre messo soggezione, fin da ragazzini, quando imparavamo a suonare sui vinili dei DP.

Appena jon entra in sala tutti lo accogliamo con un applauso entusiasta, e lui si presenta con una grazia ed un’umiltà disarmanti. Nessuno di noi si aspetta che quell’uomo, nei tre giorni seguenti, si dedicherà a noi quanto noi a lui.

Mi stringe la mano sorridendomi e dice: “è un vero piacere”; rispondo, abbastanza imbambolato, “è l’onore più grande della mia vita”, poi cominciamo a suonare.

La scaletta dello spettacolo sarà la seguente: primo tempo “Concerto for Group and Orchestra”, secondo tempo “Pictures of Home”, “Bouree”, “Sun will shine again”, “Pictured within”, “Telemann”, “Wait a while”, “Perfect Strangers”, “Soldier of Fortune” e “Child in Time”, in ordine.

Nel pomeriggio arriva anche Anna Phoebe (Jethro Tull, Aerosmith e molto altro), impressionante violinista anglo-tedesca dal suono particolarissimo. Essendo il più vicino a Jon ed Anna e parlando un buon inglese faccio anche da tramite fra lui e gli altri musicisti, come Andrea Marchello, il nostro bassista, anche lui lì vicino; Jon è subito entusiasta del suono d’insieme, dice di amare la potenza “italiana” dell’orchestra diretta dal Maestro Carmelo Caruso; addirittura durante “Bourèe” mi dice sorpreso: “è la prima volta che un Direttore capisce il tempo di questo brano”. Come inizio non c’è male. siamo tutti affascinati da questo pezzo di storia che dolcemente ci prende per mano e ci guida nell’esecuzione, rendendo tutto più facile. le prove filano via senza intoppi, le poche volte che qualcosa non funziona bastano poche sue “dritte” per passare avanti. L’indomani, durante la conferenza stampa, un incauto giornalista gli chiede come mai continui a suonare e comporre alle soglie dei settant’anni; sorridendo ironicamente jon risponde: “music is energy…”, e aggiunge che proprio la musica lo tiene vivo… Come sempre, finita la conferenza firma decine di autografi su decine di vecchi lp dei Deep Purple, ogni volta con grande affetto e gratitudine verso chi gli porge la reliquia da firmare.

In quei giorni nulla ci fa pensare che stia male. La furiosa gestualità sull’Hammond è quella di sempre, magari non lo sbatte sul palco come qualche anno fa, ma è pur vero che stiamo suonando un’opera di musica classica e alcuni brani Deep Purple riarrangiati per gruppo e orchestra, quindi il contesto è meno irruento. Mi sorprende moltissimo scoprire che non vuole sentire il suo organo dai monitor per ascoltare meglio gli altri musicisti, e credo di aver detto tutto sull’altruismo e la sensibilità musicale di questo artista gigantesco. Proviamo fino alla mattina del 28; il pomeriggio liberi, appuntamento in teatro alle 18.00 per finire il sound-check, lo spettacolo comincia alle 21.30.

IL CONCERTO

In teatro c’è il pienone. Il pubblico è sincero e ci accoglie con grande calore, ma appena entra Jon è il panico.

“Concerto for Group and Orchestra” occupa l’intero primo tempo, quasi un’ora. Appena iniziamo mi accorgo che nel mio suono c’è qualcosa che non va; non potendo armeggiare con i cavi durante lo spettacolo, a rischio di rumori osceni, continuo per tutto il primo tempo; ho saputo solo dopo che un orchestrale, entrando, aveva inciampato sulla mia pedaliera. Va comunque tutto bene, ma per il primo tempo sono costretto a tenere un volume un pò basso. L’opera si divide in tre movimenti ed è di grande impatto, il pubblico è entusiasta. Alla fine del primo tempo Jon esce dal palco accompagnato da un tifo da stadio.

Nel backstage si dice molto soddisfatto, poi si chiude in camerino; io sono costretto a rientrare sul palco cinque minuti prima per sostituire i cavi danneggiati, quindi è sembrato che stessimo rientrando tutti; c’è stato un forte applauso che si è spento a poco a poco, mi sono sentito un idiota. Rientrano tutti seguiti da Jon, e adesso siamo in un contesto che ci calza molto meglio. Suoneremo gli originali di Jon “Sun will shine again”, “Pictured within” e “Wait a while” (nelle quali io non suono perchè la chitarra non è prevista),  “The Telemann Experiment”, “Bouree”, e “Pictures of home”, “Perfect strangers”, “Soldier of fortune” e “Child in time” dei Deep Purple. Se devo dirlo in due parole il primo tempo è quello che ci ha insegnato di più, ma nel secondo si suonano i Deep Purple con Jon Lord. Jon diventa una specie di animale selvatico, adesso suona Il Rock. Rientriamo molto aggressivi, partiamo con grande energia e finiamo allo stesso modo. Adesso Jon interagisce molto più con noi, pur continuando a seguire anche l’orchestra con grande sensibilità. Si scalda molto, gli assolo durano parecchio e il linguaggio musicale è quello di sempre; l’uomo ha quasi 70 anni, ma le dita eseguono fedelmente le creazioni di uno spirito giovane e passionale. Verso il pubblico ha un atteggiamento meraviglioso, fra un pezzo e l’altro parla tantissimo, con uno humour ed un’eleganza, una disponibilità, che sono certo la gente senta come una grande carica affettiva.

(Jon Lord con alla chitarra Massimo Avellone)

Le esecuzioni che personalmente mi sono piaciute di più sono “Pictures of home” e “Perfect strangers”, ma soprattutto “Child in time” versione Made in Japan! qui tutto suona veramente Deep Purple. Jon è molto carico, il suono dell’Hammond diventa quello del ’72. Le sue improvvisazioni sono irruente, si scatena, anche la mimica è cambiata, adesso sta facendo un’altra cosa. L’ultimo pezzo è Child in Time, e alle prime tre note di organo il teatro esplode. il fatto che sia la versione ” Made in Japan ” ci rende molto felici. Negli altri brani gli assolo li avevo improvvisati, mentre in ” Child in Time ” non avevo scelta: sparare quello di Blackmore. Da quando eravamo ragazzini quella versione di Child in Time ci ha folgorato e insegnato a suonare, e comunque secondo me quell’album è il migliore che i Deep Purple abbiano mai fatto. I chiaro-scuri dell’Hammond sono quelli, passa repentinamente dal suono dolcissimo del tema per poi ruggire nelle parti pesanti. Faccio l’assolo originale e arrivo quasi alla fine, poi non essendo Blackmore ritengo opportuno chiudere un pò in anticipo e Jon riprende la “parola”. La chiusura del brano, e quindi del concerto, dà il via ad una standing ovation di un quarto d’ora, durante la quale Jon ci presenta uno ad uno (quelli della band, i solisti ed il Maestro Caruso, gli orchestrali erano 90) e si intrattiene per una decina di minuti per ringraziare ed esprimere il calore che ha sentito dal pubblico. credo che tutti i presenti, compreso Jon, vivano questi ultimi momenti come un addio reciproco e commosso.

Pubblico e musicisti perchè, pur non conoscendo la sua malattia, sanno che certamente non trascorreranno più una serata con lui; Jon perchè sa che fra 2 settimane inizierà un duro ciclo di cure dall’esito molto incerto. Morirà dopo un anno e mezzo, senza aver più suonato su un palco. Detto adesso che lui non c’è più sembra retorico, ma è stata la più umana delle star, vere o presunte, che abbia conosciuto personalmente. Mentre il pubblico continua ad applaudire usciamo dal palco, e appena dietro le quinte Jon mi dice: “peccato tu non abbia fatto altri 20/30 sec di assolo in Child in Time, era…” e stringe il pugno allargando le narici in un gesto di euforìa. Credendo di avere capito male gli chiedo: “ti è piaciuto il mio solo?” e lui dice:”sì,sì, dovevi farlo durare di più!”. Rimango 10 min frastornato: ho qualche buona collaborazione alle spalle, tipo glenn hughes nel 2007, generalmente ho avuto buoni consensi, ma questo me lo sta dando un dio. Subito inizia la “processione” di musicisti, giornalisti etc con i dischi Deep Purple da “consacrare”: nessuno va via senza autografo. Appena restiamo in pochi gli dico: “Jon, adesso tocca a me”, e gli spiego che per me quello è un giorno particolare,  perchè oltre ad avere suonato con lui è anche il mio compleanno. Gli porgo il vinile d’epoca “Deep Purple in Concert”  e lui ci scrive a pennarello indelebile:

“Happy birthday, Massimo  Jon Lord”

poi, già che l’avevo in mano, mi ha autografato anche “In Rock”. Questi due dischi non vedranno mai più la luce, potrebbe rovinarli. Poi jon saluta e ringrazia tutti e si ritira nel suo camerino.

Mi è spiaciuto che l’arrangiamento di “soldier of fortune” sia stato reso quasi del tutto orchestrale; io amo quel brano proprio per la sua semplicità e dolcezza. “Pictures of home” e “Perfect strangers” mi sono piaciute molto, ma suonare “Child in time” in quel contesto è stata un’emozione unica. Comincio ad essere vecchietto (classe ’68), e non avrei immaginato, in tutti questi anni e fino a che non ce l’hanno proposto, che mi sarebbe capitato questo. La mia era semplice passione, ho imparato suonando sugli LP, da solo nella mia stanzetta, e come tutti i musicisti della mia generazione ho consumato parecchi lp e puntine a forza di riascoltare solo le parti di assolo. Il musicista che ha davvero il maggior merito della buona riuscita è Fabrizio Forte, eccezionale organista e filologo di Jon Lord, che ha fatto le parti di Jon, coordinando tutti gli altri, per i due mesi di prove, con una conoscenza talmente profonda ed una tale perfezione esecutiva da metterci in condizione di arrivare all’ora X praticamente come se avessimo provato per due mesi con Jon. Altro personaggio che ha sorpreso per maturità musicale è stato  Andrea Marchello, che si trova ad avere in curriculum una cosa del genere a 26 anni! Ho sempre detto che il campione si vede entro i 20-25 anni; credo di poterlo definire tale (ovviamente escludo me stesso, quel giorno quarantatreenne, dalla categoria “campioni”). Il Leone ci ha lasciato qualche mese fa. Milioni di musicisti e appassionati in tutto il mondo gli devono parecchio, magari senza aver mai ascoltato nulla di suo, perchè è uno dei veri “padri” della musica moderna. E credo che in tutto il mondo si continuerà ad ascoltarlo e studiarlo per decenni o forse più al pari di Albinoni, mozart o puccini, con tutto il rispetto.

Qui trovate il servizio RAI sul concerto:

e qui il nostro sito: http://www.flowerstone.it/ . La Warner Bros. ci ha chiuso l’audio di “No Quarter”, ma c’è il solo di “Stairway to Heaven”.

(Massimo Avellone ©2012)

MOTORCITY BLUES di Paolo Barone

12 Nov

Il nostro Polbi, corrispondente del blog a Detroit, con un’altra delle sue irresistibili storielle americane.

Una cazzata al volo…ieri sera sala prove in una zona al limite con il ghetto. Per arrivarci bisogna fare un pezzo di Interstate 96 nel quale in questi giorni un tipo si diverte a sparare sulle macchine in transito. La polizia ha messo una taglia di 120.000$. Arriviamo sul posto, fa freddo, ci guardiamo intorno prima di uscire dalla macchina, tutto ok, andiamo. Bussiamo alla pesante porta di sicurezza, ci aprono i nostri amici, dentro un bel tepore, birre, pizza, e amenita’ varie. Dopo un po’ iniziano le prove, un fiume di feedback, punk rock, blues e r’n’r’. Alcuni musicisti coinvolti in questa session hanno una storia importante alle spalle, collaborazioni con Johnny Thunders, Rob Tyner degli MC5, roba di questo tipo. Altri, molto piu’ giovani, sono delle stelle dell’underground americano. Mi metto comodo e mi godo il tutto…come sai, musica per le mie orecchie!

(Detroit Up)

(Detroit down)

Poi, a un certo punto, mentre qualcuno sistema i pedali, qualcun altro va al bagno, insomma in un momento di veloce pausa fra una cosa e l’altra, il batterista ed uno dei chitarristi partono con un ritmo che conosco….tempo pochi secondi e parte Can’t get Enough dei Bad Company! Tutti si uniscono, cantando e suonando una versione praticamente identica all’originale! Finiscono, e il batterista dice  “I love Bad Company man”...risponde il chitarrista piu’ giovane “Are you kidding?!? I fuckin’ loove Bad Company!!! “E come se niente fosse, riprendono a suonare i loro pezzi, in vista del concerto in arrivo la prossima settimana…Prima ELP, ora i BC…il mistero si infittisce!

(Bad Company)

Nel frattempo ho visto il grande Roky Erickson, ti mandero’ qualche mia riflessione in merito; piu’ da un punto di vista umano che musicale, sono stato molto tempo con i nipoti, ho colorato, giocato, allacciato scarpe, andato in bici e monopattino, e via cosi. Ho anche visto il bar in cui si esibiva John Lee Hooker prima di diventare famoso, con gli stessi arredi, lo stesso bancone, lo stesso tutto, identico a come era allora. La canzone Boom Boom e’ legata al fatto che la proprietaria lo chiamava con questo nome, e siccome arrivava sempre tardi, dal bancone gli gridava Boom Boom you late again…Boom boom you late again! Ora e’ un posto assolutamente poco raccomandabile, in una zona spettrale e deserta, che se la vedi in un film pensi che sia una scenografia eccessiva. Invece e’ proprio cosi’, altro che film…Gia’ ti vedo a te, unico bianco nel bar, una serata di vento gelido come solo in Michigan a novembre…Southern Comfort nel bicchiere, perso nei tuoi blues che si mischiano a quelli che impregnano le mura di questo locale e le vite dei pochi altri avventori….Tu, proprio tu, Tim Tirelli, dovresti venire qui, a Detroit, altro che nell’America turistica da cartolina, la tua vera casa e’ qui in questa citta’ strana, dura, indefinibile, lontana anni luce dal sole della California e le vetrine di NYC...(Paolo Barone ©2012)

 

DETROIT TALES: “la rock and roll damnation e Trilogy che piace alle garage rock girls” di Paolo Barone

30 Ott

Il nostro Michigan Boy è solito mandarmi riflessioni che spesso mi solleticano. Cose tra me e lui, senza tanti filtri, constatazioni tra amici… ma si sa, mi piace quel che ha da raccontare Paolino Barone e così finisco per chiedergli se posso usare la cosa per il blog. Polbi è tollerante, tornisce il tutto, cancella i nomi e mi da l’ok. Che pazienza che ha il mio amico.

L’altra siamo andati a vedere un nostro caro amico canadese Bloodshot Bill, che presentava il suo one man show in un club rock di Detroit.

Mentre eravamo con lui a fare due chiacchiere nel patio esterno del club, (incredibile ma vero fa caldo qui in questi giorni) riconosco una mia cara amica seduta ad un tavolo in disparte, in una zona praticamente buia, illuminata solo dalla luce dei lampioni della strada. Vado a salutarla e la trovo in compagnia di altre tre ragazze: la sua compagna, la cantante di una band locale (che ha anche avuto un certo successo internazionale, si chiamano Detroit Cobras, se vi capita dategli uno sguardo), e un altra persona, totalmente in ombra, ma non so perche’ mi sembra di conoscerla. Dopo un caloroso saluto a lei e alle altre due, vengo presentato alla terza tipa, ora la riconosco senza dubbio: E’ la batterista di una band/duo molto, ma molto famosa. Anche mia moglie la conosce e scambiano un paio di battute, poi noi torniamo alle nostre cose e le tre ragazze vengono via con noi lasciando la drummer sola al tavolo, nella semi oscurita’.

Dove lei rimarra’ a lungo, fumando una sigaretta dopo l’altra, bevendo un paio di bicchieri, scrivendo cose sul suo smartphone, sola, triste, ingrassata, depressa.

Praticamente incapace di comunicare, di parlare per piu’ di un minuto.

Per poi a un certo punto sparire, lasciando un po’ a tutti una sensazione di disagio, mitigata soltanto dalla forza del nostro amico che ne frattempo suona un concerto infuocato, coinvolgendo tutti i presenti.

Una volta a casa mi viene spontanea una riflessione.

Ma e’ mai possibile che questo sia il prezzo da pagare per la fama ed il successo nel mondo del rock?!? Da sempre, Elvis, Stones, Beatles, LZ, Pistols, Nirvana, J. Winter, un elenco infinito di anime in pena divorate da mille problemi, infelici, depressi, spesso finiti male, anzi, quasi sempre finiti male.

In fondo la band in cui suonava questa ragazza e’ stata  l’ultima band rock ad avere un successo di massa internazionale, lei e’ giovane, ha un pacco di soldi, potrebbe fare quello che cazzo vuole, o semplicemente godersi il successo raggiunto….no, me la ritrovo in un club di Detroit all’una di notte in quelle condizioni. No alle hawaii a godersi la vita….Ma perche???

Esiste una rock & roll damnation, una maledizione da scontare in cambio del successo e della fama???

Il mo amico Bill gira il mondo da solo con lachitarra, suonando dove capita e racimolando qualche soldo. Ha inciso diversi dischi che si vende da solo ai concerti. A casa ha una bimba di sette mesi, una moglie carina, dei genitori anziani, una vita non comoda. Ma e’, per quanto possibile, felice. Anzi, e’ una delle persone piu’ felici che conosco. Successo a dir poco di nicchia, soldi zero, fama sottozero, ma contento…Gli auguro dal cuore di restare cosi, il diventare una stella, a quanto pare, ha un prezzo troppo alto da pagare.

Ieri in macchina sulla I-75 stremato dalle solite banalita’ classic rock fm americane ( suonano sempre le stesse cose, da incubo! ) ho messo Trilogy. Mia moglie (ricordo che la moglie di Polbi e la leader dei DEMOLITION DOLL ROD ndtim) si e’ svegliata e pensavo che lo tirasse dal finestrino, ma invece mi dice, “bello questo disco, ma chi sono? ” “ELP”  rispondo io. “Ah”, dice lei, che ti assicuro non ha la minima idea di chi siano. “Mi piace sembra un incontro fra Frank Zappa ed Ennio Morricone, potrebbe essere una bella colonna sonora per un film….e’ proprio un disco particolare”. Mah, vai a capire i misteri…

Ho anche scoperto che ama cantare a palla con la radio in macchina una canzone della ELO, una un po’ rock, non mi ricordo come cazzo si chiama…!
Per il resto passo i miei giorni fra computer, malinconie in salsa Big Star, nipoti, parenti vari, halloween, e viaggi cosmici sulla nave pirata Hawkwind…
Hanno aperto un nuovo, enorme, negozio di dischi a cento metri da casa mia, 90% vinile il resto cd in via di esaurimento scorte. ieri ho preso master of reality del 71 con poster originale incluso a 26 dollari…non male dai.

Nei prossimi giorni dovrei andare a vedere Rocky Erickson e forse riesco a beccare anche Rodriguez. Del quale forse non hai sentito mai parlare (Peppe videtti lungo articolo su repubblica a luglio) ma poi spero di raccontarti qualcosa io….Un altro dei miei bellissimi perdenti del rock.
E per finire volevo dirti che ho scovato un manuale di istruzioni per il synt korg degli anni 70 che Margaret ha in cantina/sala prove. Una specie di moog, dal quale mi diverto a tirare fuori suoni pazzeschi….Diventero’ anch’io un corriere cosmico da grande?!?!?!

LE FRASI STORICHE DI PICCA: “Se l’accezione del rock è ‘musicista sincero che propone musica scaturita dall’anima…”

17 Ott

TT Blog, 1 ottobre 2012, post “Gente insospettabile che pensa che MADONNA sia rock”, commento n.10…sono ormai due settimane che ho in testa quelle parole, soprattutto la descrizione del rock nella parte finale, che evidenzio in grassetto. Lo ripropongo perché poche altre volte mi è capitato di leggere o sentire una descrizione così azzeccata, che unisca  la fredda  logica alla musica con un cuore pulsante  per eccellenza. Sono dell’idea che questa frasetta meriti un post tutto suo e quindi il fatto di ritrovarla tra i nostri pensieri.  Hats off to Picca. 

… Il dibattito su cosa sia o meno rock mi pare un po’ sterile. Chi è che decide dove va posta l’asticella per dividere i campi? A me pare molti gruppi ‘rock’ estremamente popolari si limitino a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare pessima musica diretta a ‘simple minds’ a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano. Lenny Kravitz è un rocker o solo uno che ‘roccheggia’ di comodo? I Guns n’ Roses sono rock o solo una cover band da comic book che ha venduto milioni di dischi di una carnevalata? Il punto è: nel momento in cui il rock significa poco, quanto può essere credibile un rocker? Si tratta di ‘poseurs’ o di gente sincera? E’ possibile riconoscere la sincerità? Ed è così importante? In fondo vogliono tutti diventare ricchi, famosi e giganteschi scopatori, da sempre. Qual’è e dov’è il semino etico che distingue il ‘reale’ dal ‘farlocco’.

Se l’accezione del rock è ‘musicista sincero che propone musica scaturita dall’anima suonata con strumenti in variabile distorsione con sezione ritmica prevalentemente in 4/4, che ha forgiato il suo look, il suo sound e la sua ‘attitude’ su modelli riconducibili al blues elettrico e alla prima ondata di rock ‘n’ roll poi sviluppato da Stones, Who e Zeppelin’…beh, allora possiamo cominciare a potare il 75 per cento della gente che dice di suonare rock.

50 anni di ROLLING STONES

25 Set

I Rolling, insieme ai Bad Company e se vogliamo agli Elp, sono stati gli unici che per alcuni giorni hanno fatto traballare il primato dei Led Zeppelin nel mio cuore. Per 48/72 ore ho davvero meditato se dedicarmi completamente o meno al rock and roll, quello vero e autentico, al rock puro insomma… quello che non ha bisogno di nessun altro aggettivo, termine o ghirigoro che lo preceda (hard, progressive, punk, dark, funk, jazz etc etc). Quando sentivo Mick e Keith duettare nel loro periodo migliore mi sembrava di essere rapito – nei sensi –  da un mondo e da un modo rock che mi pareva ineguagliabile. Finivo poi per tornare a casa da miei amati LZ, ma la bellezza del rock è che puoi amare tanto così tanti gruppi che alla fine non ti sembra vero. Quando Polbi mi ha chiesto se poteva scrivere qualcosa per il 50ennale dei Rolling non ho potuto fare a meno di entusiasmarmi: la penna di Mr Barone al servizio della Greatest Rock And Roll Band…che meraviglia! Lo scritto lo trovate qui sotto, mi sembra sia magnifico, Polbi ci sa fare. Come sempre io e lui la vediamo in modo leggermente diverso. E mica solo con lui, nel corso degli anni ho capito di essere un fan atipico della band: a me ad esempio Brian Jones non dice granché, non penso che i RS siano tali perché ci sono certi musicisti in formazione…dati Jagger e Richards si poteva aggiungere più o meno qualunque musicista inglese di quel periodo che sarebbe cambiato poco. Il concetto “gruppo” è fondamentale, sono questi ensemble di musicisti che hanno fatto la storia del Rock, ma il perno su cui i gruppi si arrotolano funge da caratteristica primaria. Sì certo, Charlie Watts, Wyman … persino Ron Wood ma per me i Rolling sono essenzialmente Mick & Keith, quelli dal 1968 al 1982, quelli di Tumbling Dice, Moonlight Mile, Winter, No Expectation, Silver Train, Coming Down Again, I Got The Blues, Faraway Eyes, Memory Motel, Waiting On A Friend…Il tour 1972/73 credo sia stato uno degli eventi live più alti della intera storia del rock e Brussels 1973 è uno dei migliori dischi live di musica rock di tutti i tempi. I Rolling Stones sono forse il capitolo più importante della storia del rock e della musica popolare contemporanea…non credo ci sia da aggiungere altro. (Tim Tirelli)

Il mio amico Roberto Calabro’, giornalista musicale del gruppo Repubblica –  L’Espresso e di infinite testate di settore, sta per partire un mese per Londra.  Ci siamo presi un caffe’ in un bel bar di Reggio Calabria e mi ha raccontato un po’ dei suoi programmi di lavoro londinesi. Lui e’ un grandissimo esperto di garage rock and roll, conosce milioni di band ed e’ una vera e propria autorita’ internazionale per il rock underground australiano. Non solo, ha anche scritto “ Eighties Colours “ un bellissimo librone illustrato sulla neopsichedelia italiana anni ’80. Insomma, non certo un appassionato di rock mainstream il mio amico…Ma, mi dice che in questo viaggio spera di coronare un suo sogno, intervistare Keith Richards, chitarra e anima della sua band preferita, gli Stones. E di loro continuiamo a parlare in un caldo pomeriggio calabrese.

Quante volte mi e’ successo, incontri persone molto distanti dal classic rock, gente che vive di musica ma non ama passare il tempo ad ascoltare nessuno dei grandi nomi, e poi ti dicono di essere fan terminali dei Rolling Stones.

Poi al tempo stesso mi viene in mente mia zia sessantenne, che di musica rock proprio non si interessa come la stragrande maggioranza degli italiani, ma sentendo Simpathy for the Devil alla radio mi dice, questi mi piacciono, devo anche avere un loro disco da qualche parte! Queste cose, penso, succedono solo con loro.

Solo gli Stones riescono a comunicare emozioni ad un pubblico cosi’ vasto. Sia a chi ascolta musica per sbaglio che al musico dipendente piu’ hard core. Da cinquant’anni. 50 tondi, tondi non so se mi spiego. Solo gli Stones. Solo loro sono riusciti nei decenni a costruirsi una credibilita’ e un rispetto assoluti che si basano sui loro successi quanto sui loro fallimenti. Perche’ in un viaggio lungo mezzo secolo ne hanno passate di tutti i colori, dalle stelle alle stalle, piu’ volte su’ e giu’, e noi con loro. Noi con le nostre vite cosi diverse e al tempo stesso cosi simili, noi che ci sentiamo un giorno Street Fighting Man e il giorno dopo sappiamo che non possiamo sempre avere quello che vogliamo. Noi che tutti insieme, da cinquanta anni a questa parte, andiamo in giro per il mondo come Charlie Watts e sognamo di vedere nello specchio Brian Jones. Noi che quando gli anni passano pensiamo a Keith e Mick, ancora Glimmer Twins in piena terza eta’, bellissimi, con le loro rughe le mani nodose e gli occhi da ragazzi.

Solo gli Stones ci hanno fatto passare ore a discutere su quale fosse il periodo migliore, quello con Brian, l’epoca di Mick Taylor o il regno di Ron Wood. Musicista eclettico il primo, con il suo look inarrivabile e la sua personalita’ umana ed artistica, e’ diventato un icona tragica degli anni ’60 e di tutta la cultura rock, lasciando un segno indelebile sulla band e su tutto che dura ancora oggi. Poi fu la volta di Taylor, con il fascino del ragazzino alla corte di satana, e la sua chitarra dai mille colori a rendere gli album di quel periodo forse i piu’ belli di sempre. Infine il giullare Ronnie, per certi versi spalla ideale di Keith, sul palco e nella vita piu’ che nei dischi, ha portato una ventata di allegria in una band che sembrava in ogni momento dover finire male. E invece, anche grazie a lui, eccoci qui che festeggiamo mezzo secolo di rock and roll.

E ancora, quante volte ci siamo ritrovati a fantasticare su chi avrebbe dovuto prendere il posto lasciato da Mick Taylor, e di come sarebbe potuto evolvere il suono della band. Magari con Beck o Johnny Winter al posto di Woody.

Con loro abbiamo scoperto il fascino e la bellezza di Anita Pallenberg, Marianne Faithfull, Bianca Perez, Jerry Hall, e ci fermiamo qui che basta e avanza a far girare la testa di chiunque, uomo o donna non importa…

(Anita Pallenberg)

Li abbiamo seguiti a Villa Nellcote in costa azzurra, magari nelle pagine ormai ingiallite del libro di Tony Sanchez, o nelle belle fotografie in bianco e nero di Dominique Tarle’. Ci siamo persi mille volte con loro,nei sotterranei della villa immaginando le registrazioni di Exile, nella piu’ completa decadenza r’n’r’ che si possa concepire, per poi venirne fuori con un fiume di canzoni immortali, fiori del male elettrici. O anche in un bar di Positano in tarda primavera con Mick, Marianne, Anita e Keith che scrivevano Wild Horses, oppure persi in una dolce vita psichedelica nei giardini di Villa Medici a Roma, dove qualcuno che conosco giura di averli incontrati.

Solo nei dischi degli Stones e alla loro corte abbiamo visto riuniti Bobby Keys, Nicky Hopkins, Ian “Stu” Stewart, Lisa Fischer, Jimmy Miller, Andy Jones, Billy Preston, Chuck Leavell, Darryl Jones, Nick Kent, Truman Capote, Ahmet Ertegun, Andrew Oldham, Mario Schifano, Andy Warhol, Bill Graham, Hells Angels, Martin Scorsese, Garam Parsons, Jimmy Page, Claudia Cardinale, Paul Getty, Kenneth Anger, i Marsigliesi… e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, tutti al tempo stesso mischiati a migliaia di fans, groupies, loschi figuri, spacciatori, giornalisti, fotografi. Il Jet Set e la feccia dell’umanita’ riunito dagli Stones, come in un grande Rock and Roll Circus, specchio del secolo scorso.

Ci siamo intristiti mille volte pensando alla parabola discendente di Brian, alla fine del suo sogno, annegato in una notte di mistero nella piscina maledetta di Winnie the Pooh.   Non ci abbiamo mai voluto credere che fosse stata solo colpa sua, ci siamo letti le inchieste abbiamo seguito gli sviluppi, abbiamo fatto anche noi mille congetture ed indagini, arrivando ognuno alla sua personale conclusione. Per anni siamo stati arrabbiati con gli altri della band per averlo allontanato in quel modo, per aver tenuto quello strano, bellissimo, show ad Hyde Park. Ma poi la vita ci ha posto di fronte a situazioni complesse, ci ha svelato lati di noi che non sapevamo di avere, e finalmente abbiamo capito che alle volte le strade degli umani si dividono. E non sempre e’ facile gestire il come e il quando, non sempre se ne esce bene.

Con loro siamo stati ad Altamont, in una notte di follia e violenza. Ci siamo impressionati e schifati, queste cose nel rock, nel nostro mondo, non dovevano succedere. Invece si, la realta’ oscura delle cose entrava anche nei nostri raduni, nelle nostre zone temporaneamente autonome, nei nostri spazi liberati. Ci siamo arresi e abbiamo lasciato a Keith l’ultima parola, quando ha detto che in fin dei conti ad Altamont una persona era morta ed un bimbo era nato, conto pari.

Con gli Stones abbiamo imparato il rispetto della cultura afroamericana, abbiamo riscoperto i veri bluesman, la Chess records, Chuck Berry, Ike & Tina. Ci siamo innamorati delle loro cover, per poi scoprire gli originali, e amarle ancora di piu’. Mick, Keith e Brian ci hanno portato per mano alla scoperta di questo immenso patrimonio culturale, abbattendo muri di razzismo mentre altri andavano allegramente in tour nel sudafrica dell’ aparthaid, vendendo la propria dignita’ per una manciata di dollari.

(Mick Jagger e Muddy Waters 1981)

E poi la musica, le canzoni. Ecco, con loro fare un elenco di canzoni memorabili non serve a niente per quante ne hanno fatte. Una cosa impressionante, solo con il materiale prodotto, tanto per dire, ai tempi di Aftermath, un altra band, anche di primissimo piano, avrebbe campato di rendita nei secoli dei secoli. Per loro e’ stato un passaggio. Beggars, Let it Bleed, Sticky Fingers…e via fino a Tattoo You tutto era ancora a venire. Solo gli Stones possono vantare venti anni di carriera discografica a questi livelli. Seguiti fino ai giorni nostri da una serie interminabile di concerti in stadi, arene, teatri, club, roba da restare a bocca aperta.

Sempre con grande onesta’, i problemi di convivenza nel gruppo, le liti, i dissapori, persino le malattie e i lutti personali sono sempre stati affrontati a viso aperto. Nessuno ha giocato alla grande famiglia felice quando non era il caso, e spesso il businness ha giocato un ruolo di collante quando le cose stavano andando veramente a rotoli. Non ne hanno mai fatto mistero, non si sono mai eletti ad anime belle, anzi.

Pero’ siamo sempre usciti dai loro concerti felici come bambini, noi quanto loro, su questo non ci piove.

Sono stati una scomoda spina del fianco per l’ordine costituito i Rolling Stones. Hanno liberato energie positive, sovversive, ma anche violente: Ai loro concerti ci furono i primi scontri fra polizia e pubblico del rock. Sono stati sperimentatori, consumatori e tossici di ogni droga possibile ed immaginabile. Hanno mischiato identita’ sessuale e rotto le regole, sono stati pedinati, arrestati, processati, condannati, schedati. Rifiutati alle frontiere, perquisiti, multati. Di fatto la terra promessa del rock, con loro, e’ diventata una repubblica pirata itinerante autonoma dal resto del mondo. Non penso abbiano mai realmente pensato di potere o volere cambiare il mondo, ma lo hanno fatto, eccome se lo hanno fatto, il loro e’ un contributo inestimabile alla controcultura del novecento e ai cambiamenti da essa determinati. Hanno ispirato mode, comportamenti e stili, mentre creavano un suono, che forse piu’ di ogni altro sarebbe diventato la colonna portante del rock a venire.

Buon compleanno Mick, Keith, Brian, Bill, Charlie, Mick, Ron…Buon compleanno a voi, a noi, e alle nostre emozioni… Quanto ci siamo divertiti!!!

Paolo Barone ©2012

(Rolling Stones dal vivo nel 1972)