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Interview with Stirling Silver: up front and behind the scenes – di Paolo Barone

20 Gen

Il nostro Polbi ha fatto due chiacchiere con un personaggio cardine della Detroit Rock City: Stirling Silver. Storielle imperdibili per chi vive di Rock. 

A volte mi appare piu’ chiaro che mai il fatto che la musica rock sia effettivamentel’espressione di una comunita’. Musicisti & pubblico, fotografi, roadies, discografici, promoter, Dj’s, groupies, alchimisti psicochimici, grafici devianti, proprietari di club, un elenco se vogliamo infinito di personaggi che ovunque nel mondo fanno esistere questa comunita’ che chiamiamo rock. Siamo gente piena di passione, che spende un mare di energie e risorse di ogni tipo, spesso vivendo storie che meritano di essere raccontate.

A Detroit c’e’ Stirling.

Alto, elegante, sofisticato. Un uomo di cultura nel mondo del rock and roll. Lo vedi sul palco che introduce le band, ai tavoli riservati dei grandi eventi, nei bar rock della citta’ vecchia, o indaffaratissimo dietro le quinte di una manifestazione artistica. Era da molto che ci volevo parlare, da quando avevo letto alcune sue riflessioni nel libro Detroit Rock City. Mi aveva colpito lo spessore dei suoi interventi, la sua capacita’ di un punto di vista alto nella descrizione della storia di questa strana citta’ e della sua musica.

Lo conosco da molti anni, e sapevo bene la stima di cui ha sempre goduto da queste parti, ma non avevo mai avuto modo di parlarci veramente. L’altro giorno pero’ ci sono finalmente riuscito, complice forse l’atmosfera rallentata natalizia, andandolo a trovare a casa sua nell’Indian Village, una delle zone piu’ affascinanti e antiche della citta’.

Stirling vive in una casa straordinaria, circondato dai frammenti di una vita rock, come in una mostra in costante aggiornamento. Non si puo’ entrare senza restare a bocca aperta: Foto di lui che festeggia con Rod Stewart,

Stirling & i Faces

Stirling & i Faces

che ride insieme a Ray Davis, con i New York Dolls o che guarda nell’obiettivo insieme a Tod Rundgren del quale sembra il fratello gemello piu fico.

Stirling & Todd Rundgren

Stirling & Todd Rundgren

Poster e dischi autografati da mezzo mondo, Jim Morrison, gli Who, Talking Heads, Iggy, Bowie. Sui mobili foto di fidanzate bellissime, bobine con interviste a Neil Young per Rolling Stone, cd appena usciti di band underground locali, la piu’ straordinaria collezione di biglietti di concerti che abbia visto in vita mia,

Stirling tickets

oggetti d’arte, tanti libri e una valanga di dischi ovunque.

“ Per me tutto e’ iniziato quando ero un ragazzino. Sono andato a un concerto alla Cobo Arena : Arthur Brown, James Cotton, The Doors. E’ stata come una rivelazione, un esplosione mentale, e tutto e’ cambiato per sempre! Ecco, questo e’ il piccolo volantino che pubblicizzava il concerto, dietro ci sono le firme dei Doors…Ma io un autografo di Morrison lo avevo gia’. Me lo aveva dato…mia nonna! Aveva condiviso con la band un breve volo di linea, e sapendo che mi piaceva la musica rock ando’ direttamente da Jim a chiedere il favore di fare un autografo per suo nipote. Lui fu gentilissimo, e mia nonna felice di portarmi questo ‘piccolo’ regalo. Lo incontrai ancora Morrison, insieme a Manzarek, un anno dopo in Canada al Live Peace in Toronto. Avevo detto ai miei che sarei andato a dormire da un mio amico, invece ce ne andammo al concerto in Canada! Ricordo Chuck Berry e Little Richard suonare a pochi metri da me. Poi trovai il modo di infilarmi il piu’ possibile vicino al backstage, e mi passarono accanto John Lennon e Yoko Ono. Diedero a me ed altri ragazzi che eravamo li questa foto di loro a Parigi. La sera stessa li vedemmo suonare con Clapton nella Plastic Ono Band. E io mi feci autografare il retro della foto da Morrison e Manzarek mentre stavano per salire sul palco…chissa’ oggi quanto puo’ valere!”

Ma come facevi ad avvicinare tutti questi musicisti famosissimi, gli chiedo.

“ Vedi, per un ragazzo che aveva il mio aspetto e un po’ di educazione, non era certo un problema a quel tempo. In un modo o nell’altro ho incontrato tutti quelli che mi interssava incontrare, senza particolari problemi. Come gli Who, che vennero qui alla Grande Ballroom a suonare la prima mondiale di Tommy. Noi conoscevamo solo un paio di canzoni, il disco non era ancora uscito, ma vedere Keith Moon e Pete che mulinava il braccio sulla chitarra era uno spettacolo entusiasmante in ogni caso! Sono le firme di loro quattro al completo fatte quella sera, che ora vedi su questa fotografia. “

Mentre parliamo ogni tanto Stirling va a cambiare disco, passa dagli amati Mott the Hoople live a Johnny Guitar Watson, e poi, sorprendendomi, mette su il primo degli Allman Brothers…

” Le prime note del loro primo disco per me sono una chiamata alle armi! “

mi dice con l’entusiasmo di un ragazzo, mentre suona una chitarra immaginaria seguendo la canzone…

” Li ho visti diverse volte, e ci tenevo molto ad incontrare Duane. Vennero all’ East Town Theater, e come tutti alloggiarono all’Holiday Inn, a due passi dal teatro. Un alberghetto senza pretese, ospitava spesso piu’ band nello stesso momento. Entrarvi non era difficile, bastava un po’ di tatto e cortesia, e le feste andavano avanti tutta la notte da un piano all’altro. Quella volta guardai dentro una camera con la porta semi chiusa. C’era Duane Allman steso sul letto, con tutti i vestiti e gli stivali addosso, da solo, con una tv in bianco e nero accesa. Gli chiesi se potevo entrare, e lui mi disse di si senza nemmeno chiedere chi fossi. Parlammo un po’, io seduto sul bordo del letto, lui sempre sdraiato. Poi vidi una grossa scatola con tantissimi dischi dentro, che Duane si portava in tour. Fra questi ne trovai uno di un bluesman di Detroit, One String Sam, e rimasi sorpreso, non era roba molto nota in giro o facile da reperire. Ne parlai con lui, e poi mi resi conto che voleva restare un po’ da solo. Il resto della band faceva casino nelle stanze del piano inferiore, e io cosi come ero arrivato me ne andai, con un semplice ciao, lasciandolo con la porta socchiusa.”

L’East Town Theater era un posto leggendario in citta’, ha ospitato buona parte della storia del rock, e dopo un lungo abbandono e’ stato demolito proprio pochi giorni fa.

“Ma a quel tempo avevo anche iniziato a lavorare in un negozio di dischi, assumendo un ruolo sempre piu’ attivo nella scena rock della motorcity. Praticamente ormai avevo libero accesso ad ogni backstage, ed iniziai a stabilire dei rapporti amichevoli con alcuni dei musicisti in tour da queste parti, oltre che con le band locali. Mi trovai molto con Rod Stewart e i Faces, come vedi nelle foto che ho qui sul muro, erano delle persone meravigliose. Si creo’ un rapporto di vera amicizia con loro e con Johnny Winter. Era uno dei ragazzi piu’ sinceri e veri che abbia conosciuto, ogni volta che veniva a Detroit lo andavo a vedere. Ho molti cari ricordi con lui, come quella volta che venne a pranzo a casa dei miei, e tutto il vicinato rimase incantato a vedere questo albino tutto vestito psichedelico…Era una visione aliena credimi, anche per la Detroit di quei tempi. Ricordo una sera tardi a casa di miei amici, con lui seduto su un amplificatore che suonava la sua meravigliosa chitarra e noi seduti a terra a sentirlo. Passai molto tempo sia con lui che con suo fratello Edgar.”

I ricordi arrivano veloci, pur essendo Stirling una persona molto legata al presente.

“ Pensa che una volta all’East Town ci fu un principio di incendio durante il concerto di Taj Mahal. Tutti corsero fuori, lui compreso, ci saranno state improvvisamente piu’ di mille persone per strada! Io pero’ uscii passando dal backstage e vidi la chitarra di Taj, quella della copertina del primo disco, con una bottiglia di JB di fianco. Presi al volo tutt’e due, e una volta fuori lo trovai e gliele diedi. Un po’ interdetto mi ringrazio’, poi mentre stavo per andare via mi sentii chiamare ‘Hey son!’ era lui che apriva la bottiglia e mi offriva un sorso dal tappo svitato. Me ne diede due, e bevemmo insieme festeggiando sul posto lo scampato pericolo!”

Stirling & l'uomo che non vuol essere menzionato

Stirling & l’uomo che non vuol essere menzionato

Negli anni successivi la presenza di Stirling si fa sempre piu’ importante per Detroit, organizza concerti, aiuta le band emergenti, e viaggia anche molto.

“ Passai dei lunghi periodi a New York, e strinsi un forte legame con i New York Dolls, allora semi sconosciuti. Li ho visti suonare tantissimo in quei mesi, e David Johansen mi fece un bell’autografo su questa mia foto scrivendo con il rossetto! Ed e’ proprio con Arthur Kane, il loro altissimo bassista che incontrai a NYC i Led Zeppelin per la seconda volta…Pensa, li ho incontrati due volte e non li ho mai visti suonare dal vivo! La prima volta avevano suonato a Detroit alla Cobo Hall. Non ero riuscito ad andare al concerto ma ci tenevo ad incontrarli, andai quindi all’albergo dove stavano, downtown. C’era un enorme tavolo circolare nei pressi del bar, e io mi presentai direttamente a Page e Plant che sedevano vicini. Dissi a Page che lo avevo apprezzato moltissimo anche nella sua era Yardbirds, e che consideravo i due pezzi registrati con Beck pura magia elettrica. Forse avevo trovato un canale di comunicazione speciale, o forse semplice reciproca simpatia, ma passammo molto tempo a parlare sia con lui che con Robert. Venne fuori che avrebbero chiuso il tour a New York negli stessi giorni in cui sarei stato li per i Dolls. Come fosse la cosa piu’ normale del mondo mi dissero che mi avrebbero messo nella loro lista per tutte le sere al Madison Square Garden e per poter poi andare a trovarli al Drake Hotel! Passarono un po’ di giorni, partii con la mia macchina e la sera del concerto ero a NYC ospite di Arthur Kane. Decisi di portarlo con me, ma per prepararci, fra vestiti capelli e tutto, ci mettemmo una vita e…il concerto era finito! Ma, si, poco male, li avrei visti il giorno dopo e mi aspettava il party al Drake! Ci presentammo alla reception dell’albergo, io tutto compito e formale “ Buonasera, sono Stirling Silver da Detroit, sono atteso dai Led Zeppelin, e il signore e’ con me…” Arthur era truccatissimo, in completa tenuta New York Dolls, e con le zeppe ai piedi sara’ stato alto almeno due metri! Ci accompagnarono al party e fummo ricevuti da un Plant particolarmente felice e su di giri. Era con una ragazza bellissima in vertiginosa minigonna, e mi disse di stringermi sul divano con loro mentre lui mi preparava un whiskey con ghiaccio…Kane era intimidito, e spalmo’ i suoi due metri di glam sul muro di fianco alla porta per restarci praticamente tutta la sera…Io non bevo superalcolici, ma come puoi dire di no a Robert Plant che ti prepara un drink?! Il posto era strapieno di gente e fumo, era luglio faceva un caldo pazzesco, e una ragazza mi chiese se la aiutavo ad aprire una finestra. Mentre ce ne stavamo a guardare le luci della citta’, mi resi conto che in qualche modo la conoscevo. Era Linda Blair, star dell’Esorcista, invitata al party dall Atlantic. Intanto io continuavo a bere e Plant mi disse di andare con lui che voleva farmi vedere una cosa. Entrammo in una stanza e c’era Bonham con un paio di persone, intente a fare non so cosa, ma per nulla presi dal clima della festa. Robert mi fece vedere un ritaglio della recensione dello show di Detroit uscita sul Detroit Free Press. Chissa’ perche’ ne era orgogliosissimo…Poi passammo in un altra stanza, e trovai Page con dei ragazzi che avevano portato un intero appendiabiti pieno di vestiti da scegliere…Tutti erano felici, continuavano a darmi da bere, ricordo Jimmy pagare i vestiti tirando fuori mazzi di banconote dalla tasca dei pantaloni…e poi… non ricordo piu’ nulla! Mi risvegliai il pomeriggio del giorno dopo a casa di Kane, totalmente fuori uso per i due giorni successivi!”

Gli orizzonti di Stirling pero’ erano destinati ad aprirsi oltre gli States e i backstage.

“Sono stato molte volte in Europa, girando in treno e in macchina. Ho visto il festival di Cannes, ero appassionato di cinema europeo, Bunnuel e Fellini su tutti. Ho girato la costa azzurra, Londra, le grandi capitali. Una volta sono capitato a Berlino proprio mentre Iggy e Bowie lavoravano in studio insieme. Uno registrava Low, l’altro Lust for Life e collaboravano spesso. Iggy era mio amico, e David lo avevo incontrato molte volte a Detroit, Cleveland e New York. Li sono andati a trovare in studio, c’era un atmosfera particolarissima. Ho amato la Berlino di quel tempo, drammatica e al tempo stesso piena di vita e creativita’. Le devo molto, mi ha cambiato e ha influenzato profondamente il mio stile personale.”

A fine settanta Stirling ha anche registrato un 45 giri,

Stirling & i Faces

Stirling & i Faces

ma poi nel corso degli anni ottanta ha dedicato molto di se alla scena dei club gay di Detroit. Sia per un senso di profonda solidarieta’ con chi in quegli anni dichiarava i propri diritti di persona libera, sia per la grande spinta libertaria e creativa che si esprimeva in quella scena. E cosi avanti negli anni, sempre fiancheggiando e ispirando i movimenti controculturali del momento. Uno dei suoi contributi piu’ importanti sara’ poi verso la fine degli anni novanta, nel momento di arrivo delle nuove band Detroitiane. Demolition Doll Rods, Detroit Cobras, Paybacks, Sights sono band che lui ha amato, e tantissimi altri hanno un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Ha organizzato, messo in contatto, supportato e incoraggiato sempre gli artisti in cui credeva, fino in alcuni casi ad agire da vero e proprio manager, cosa che ancora fa con Audra Kubat.

“Chi vive il Rock and Roll o muore giovane o non invecchia mai veramente. Lo spirito sara’ sempre quello di un ragazzo. Ho avuto delle fidanzate straordinarie, ma non ho mai messo su famiglia. Non ho mai voluto quel tipo di responsabilita’, anche dal punto di vista economico, che spesso per andare avanti ti costringe a fare un lavoro e una vita che non senti tue. Ho sempre lasciato che la mia passione per la musica fosse la mia vera compagna, e non mi ha mai deluso. E poi la mia famiglia e’ la’ fuori, nelle strade di Detroit. Ho centinaia di figli, tutti gli artisti che ho visto nascere e crescere li sento come tali!”

Stirling & Cat Power

Stirling & Cat Power

Dovrei andare via, si e’ fatto tardi ormai, ma non riesco, continuo a guardare dentro decine di scatoloni piene di dischi sparsi per casa. Ci sono cose da far perdere la testa ad ogni collezionista, prime edizioni mai aperte, centinaia di album rari, spesso in piu’ copie immacolate.

“ Ho appena comprato l’intera collezione di dischi di un mio amico che faceva il manager per la Sire Records. Aveva bisogno di una mano, e ora ho tutti questi dischi in condizioni perfette…hanno un valore commerciale enorme, ma per ora non ho intenzione di vendere nulla, nemmeno le copie multiple. E poi ho anche una grande collezione di musica classica, la ascolto molto quando ho bisogno di concentrazione, e’ una mia seconda passione.”

Stirling & Juliette Lewis (RD7)

Stirling & Juliette Lewis (RD7)

Prima di uscire gli chiedo se ha mai pensato di lasciare Detroit.

“ Me lo hanno chiesto piu’ volte e me lo sono chiesto ancheio. Ma la risposta e’ no. Qui sono io, e’ la mia citta’ e ho una liberta’ che non potrei mai avere da altre parti. Pensa ho incontrato tutti i sindaci degli ultimi venti e passa anni, alcuni mi chiamavano per nome! Amo la neve e amo Detroit, questo posto ha un anima fortissima e ancora tante cose da dire.”

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GRATEFUL DEAD’S Sunshine Daydream di Giancarlo Trombetti

3 Gen

Giancarlo Trombetti mi ha commosso con questo pezzo, i DEAD sono il mezzo, il fine è la nostra idea di Rock, quello che non è solo genere musicale. Il blog chiude e inizia bene l’anno con le firme di due special guest che ci onorano con la loro presenza, Barone e Trombetti appunto, nella speranza che anche gli altri due ci regalino qualcosa presto. Buona lettura.

Ci sono occasioni in cui riflettere di musica, della nostra musica, ci porta lontano. Molto di più di quanto vorremmo o spereremmo di fare se solo scegliessimo di intraprendere una riflessione comune su un argomento importante, condiviso.

A me, sarà l’età, saranno le situazioni, accade sempre più spesso quando sono solo, quando, anche occasionalmente, mi metto a seguire il filo di un ragionamento, talvolta vago, illogico e privo di un suo scopo preciso. Mi accade quando guido e ascolto la mia musica da solo, mentre mi scorre la strada sotto al sedere…un po’ come nell’ Illogica Allegria di Gaber, oppure mentre mi dedico ai lavoretti in campagna, o quando – tralasciato per un paio d’ore la perdita di tempo dei social, spenta la televisione, messo da parte il libro, scelto di non scrivere ulteriori sciocchezze per gli altri che tanto finiranno per non capirne il senso perché comprendersi è diventato sempre più difficile, mi sdraio sul mio divano e ascolto quello-che-ho-scelto-accuratamente-di-ascoltare. Ed è lì che la mia mente alla Homer Simpson mi parla, costringendomi, spesso, a prendere appunti per ricordare cosa mi stia dicendo, sperando nella mia attenzione.

Simpsons_Homer_Headphones_Yellow_Shirt

Noi musicofili siamo l’ultima frontiera della discografia. Siamo l’ultima speranza, l’ultimo target cui tentare di continuare a vendere quegli oggetti circolari; che siano neri o meno poco importa. Noi sbuffiamo, ci diciamo che siamo stufi, lo scriviamo e lo giuriamo ad amici e fidanzate. Poi, alla prima occasione, decidiamo di nuovo di trovare un budget ed uno spazio per l’ultimo oggetto. Che sappiamo benissimo che non sarà mai l’ultimo, almeno finché saremo in grado di stare in piedi da soli davanti a un banco-contenitore.

Avevo resistito per un paio d’anni, leggendone qua e là, anche perché pur essendone un appassionato estimatore, grazie a Dio non sono mai diventato un fanatico collezionista del live dei Grateful Dead. E meno male: avrei già dovuto fare a meno della mia auto solo per comprare i centoquaranta – dicono, ma secondo me è stima al difetto – live, box, cofanetti del gruppo di Garcia. Poi un amico mi manda una foto sul cellulare; l’interno di “Sunshine Daydream”, cofanetto di tre cd ed un dvd, uscito per la Rhino. All’interno una frase cui nessun appassionato avrebbe mai potuto resistere: “Veneta è senza dubbio, e di gran lunga, il concerto più richiesto di cui abbia mai sentito parlare – scrive l’estensore delle note. Ho ricevuto una quantità di email dai Dead Heads, con suggerimenti e richieste, ma le richieste del concerto del 27 agosto del 1972 sono costanti.”.  Segue accurata spiegazione.

Grateful Dead sunshine daydream

Ma sarebbe stato più che sufficiente questo a convincermi. Così mi sono ritrovato con quel box in mano e dedicato all’ascolto, ho compreso perché, effettivamente, ci fosse un qualcosa di speciale, in quella sera. Un Jerry Garcia particolarmente ispirato e molto spesso attaccato alla scatolina del wha-wha, una cosa non particolarmente comune; un Phil Lesh debordante, una ritmica veramente dedicata al cesello di supporto alla solista, la scelta delle canzoni… bello. Possiedo molte cose dal vivo dei Dead, ma questa, in effetti mi pareva e mi pare più che meritevole.

Ma non avevo mai avuto voglia di mettere su il dvd. La musica mi ha sempre più catturato delle immagini…anche quando ero io a farle produrre.

Errore gravissimo. Cui la mano fatata del destino ha deciso di por fine stamattina, in un momento di pioggia e di assoluta mancanza di voglia di fare qualsiasi altra cosa.

No, niente effetti speciali, nessuna regia creativa, nessuno di quei mille trucchi cui Scorsese o i registi più prossimi al rock ci hanno abituato. Esattamente il contrario. Un filmato che probabilmente nessuno di noi girerebbe mai con il suo telefonino sapendo fare di meglio, come inquadrature e qualità; una ripresa amatoriale di quello che, per la città di Veneta, Oregon, era probabilmente un avvenimento fuori da comune. Una grande band in un campo nel mezzo di un bosco in una calda sera d’estate.

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Ed è così che la semplicità di quei minuti iniziali mi strappano dalla freddezza della mia era e mi gettano a forza all’interno di una stringa temporale che mi circonda di quello che era l’America dell’inizio degli anni settanta. Una manciata di ragazzi a torso nudo, capelli lunghi, barbe e baffoni, segano, martellano, assemblano un palco quantomeno improbabile, un palco su cui nemmeno l’orchestrina di paese avrebbe il coraggio di montare. Un albero, quasi sicuramente un abete, viene trascinato insieme ad altri, per costituire l’ossatura di un tavolato che viene circondato da una rete da polli che separerà il gruppo dai 20.000 (…ma chi è stato lì a contarli? Si domandano i titoli di coda) ragazzi del pubblico. C’è voglia di Woodstock, ci sono bambini nudi che giocano con i cani, ragazze seminude e ragazzi decisamente nudi. Non c’è il fango del terzo giorno di tre anni prima, ma ci sono facce bellissime. Ci sono espressioni pulite, occhi vivi, speranze, desideri. C’è una gioventù meravigliosa, come adesso, a noi anziani, non capita più di vedere in giro. C’è semplicità e voglia di stare insieme, senza nessun dogma, nessuna bandiera, nessuna bugia. Ci sono ragazzi e ragazze che scoprono note che li tengono insieme e che sembrano promettergli che tutto quello che non va sta per essere sanato. Sì, certo, si vedono oggetti da fumo delle forme più svariate, soggetti visibilmente poco lucidi, c’è Ken Kesey che circola e ancora, forse, crede che negli acid tests siano nascoste le porte della percezione. Ci sono sei musicisti su un palco sgangherato che se solo scendessero in mezzo alla gente non si distinguerebbero dalla folla. Sono tutti uguali : un gruppo già al sesto anno di carriera e in crescita esponenziale e il suo pubblico. C’è la possibilità di capire, dopo pochi secondi, che quello che davvero contava – un mio vecchio discorso ricorrente, lo so – era “la Musica”. E con jeans e magliette non esisteva necessità di una uniforme.

Un telo in apparente plastica copre malamente la zona del piccolo palco e gente va e viene dal medesimo; una bambina dai capelli lunghissimi inclusa. Alle spalle del gruppo, appollaiato su un palo, un ragazzo completamente nudo balla tutte le canzoni e se ne stacca solo per applaudire. Nessun regista, nessun assistente a toglierlo dall’inquadratura.

Sembra di essere spettatore di riprese aliene, non di questa Terra. La certezza la si ha quando, in un piccolo contributo girato a bordo di un bus colorato con le bombolette, attraversiamo la città, diretti al bosco di Veneta…sa Iddio come controllato nelle entrate e negli accessi. La gente per strada, che si gira a metà tra disgusto e curiosità, è la tipica gente americana dei sessanta che non sono ancora spariti, laggiù nell’Oregon.

L’America dei film in bianco e nero, quella che noi…lo capiamo esattamente in quella visione, in quel momento, in quei pochi secondi rivelatori…non capiremo mai. Noi, di quella gente, di quella cultura, di quegli anni, è cosa certa, non capiremo mai niente, anche se guardando quei ragazzi avremmo assolutamente desiderato essere lì, nei nostri sedici, diciassette anni.

Avremmo voluto essere in mezzo a quella moltitudine di belle facce, bei fisici, non ancora obesi e sovrappeso come l’America degli anni a venire, avremmo voluto toglierci la maglietta e stare in piedi a guardare lo spettacolo della musica e di una generazione che ci ha mangiato la pappa in capo senza aver avuto un briciolo della cultura e del glorioso passato che noi abbiamo vantato. Una generazione che con nulla ha cambiato ANCHE il nostro mondo, anche se poi c’è stato chi, bravissimo, li ha cancellati vendendogli una libertà invendibile. Non particolarmente diversa dalla nostra, ottenuta con altri percorsi ma altrettanto fallimentare.

Avremmo pagato qualsiasi cosa per essere lì e capire la lezione della musica prima che il Grande Mercato ce la rivendesse, prima che cappellini, tagli di capelli, giacche e uniformi ci rendessero tutti uguali. Prima delle grandi amplificazioni, dei palchi da Guerre Stellari, prima delle luci, di quelle luci com-ple-ta-men-te assenti su quel palco, tant’è che la registrazione termina con l’arrivo del buio, quando il gruppo sarebbe andato avanti per altre due ore, ma lontano da quelle telecamerine amatoriali. L’ultimo brano del video ci mostra il tramonto, con la voce di Donna Jean che ci abbraccia e ci chiede cantando “Sing me back home”….un groppo alla gola.

Mentre dal palco volano note assolutamente affascinanti, suonate da sei ragazzi che sono quanto di più lontano possiamo immaginare da quella iconografia rock e dalle sue pose. Statici, attenti, sorridenti, sereni, come avremmo voluto essere noi, esattamente in quegli anni.

Ecco sia benedetta la passione di chi ha recuperato quel concerto e quell’oretta di immagini, tanto simili a Bethel e al tempo stesso così lontane. Testimoni di un’era temporale che non potremo mai più rivivere né comprendere.

Qualsiasi cazzata ci venga suggerito di leggere.

Giancarlo Trombetti©2016

 

Intervista con RAY HAYOSH del record store FOUND SOUND di Detroit – di Paolo Barone

27 Dic

Il nostro Polbi ci manda questa bella chiacchierata fatta col titolare di un gran negozio di dischi di DETROIT. Lunga vita ai supporti analogici.

In questi ultimi anni fra noi appassionati di musica si e’ parlato spesso del cambiamento dei negozi di dischi. Sembravano inevitabilmente condannati a morire sotto i colpi di internet, e invece ce li ritroviamo forse piu’ vivi che mai. C’e’ poco da fare, la vecchia generazione di negozi di dischi e cd con la quale la maggior parte di noi e’ cresciuta, e’ morta insieme al vecchio modo di intendere l’industria discografica. Ma dalle ceneri di quel falo’ qualcosa si e’ presto messo in movimento, e ora una nuova generazione di negozi di dischi e’ fra noi.

Ho approfittato in questi giorni detroitiani per fare qualche riflessione con Ray Hayosh, il titolare di Found Sound, uno dei negozi piu importanti dell’area metropolitana di Detroit e degli Stati Uniti di conseguenza.

– Vorresti racconatrci come e’ iniziata quest’avventura?

“Abbiamo aperto piu’ o meno tre anni fa, io prima lavoravo in un altro negozio di dischi, uno vecchio stile spazzato via nel 2011 dalla crisi del cd. Ho sempre amato l’idea stessa del negozio di dischi, e quindi appena ho visto la possibilita’ di prendere questo spazio mi ci sono buttato portandomi appresso tutta l’esperienza che avevo maturato nel tempo.”

– Qui ora avete molti dischi in vinile, credi che sia definitivamente conclusa l’epoca dei cd?

“ No, non credo proprio. Abbiamo una sezione cd, e continuiamo a venderli senzaproblemi, anzi a dire il vero io ho ripreso a comprare cd proprio ora che il vinile e’ tornato cosi tanto di moda! Il vinile la fa da padrone logicamente, ma vendiamo cd Rap, R&B, Pop. E anche Box Set, sicuramente piu in cd che in vinile.”

– Avete una grossa parte del negozio dedicata all’usato…

“ Si, diciamo che l’usato rappresenta il 70 per cento delle vendite e 30 per cento il nuovo.”

– Che tipo di dischi usati si vendono di piu? Roba da collezione, pezzi pregiati?

“ Si quelli ci sono e vanno, ma sorprendentemente quello che vendiamo di piu’ sono i dischi poprock da pochi dollari. Arrivano questi gruppi di ragazzi che spendono 30 dollari e si portano a casa un mucchio di vinili…Billy Idol, Carpenters, roba da 5 dollari a disco. Ecco, questo e’ quello che si vende di piu.”

RAY HAYOSH - FOUND SOUND -  Detroi

RAY HAYOSH – FOUND SOUND – Detroi

– Che tipo di clientela avete in questo periodo?

“ E’ molto variegata. Il sabato pomeriggio arrivano gruppetti di adolescenti con qualche dollaro da spendere, e poi magari entra il vero collezionista. E’ molto bello vedere questa diversita’ di approccio! C’e’ anche un sacco di gente che semplicemente ha in casa un giradischi e avranno in tutto una quindicina di dischi. Si comprano qualcosa e poi lo ascoltano ma senza una particolare passione, semplice divertimento! Alcuni ci chiedono cosa vogliono, altri semplicemente si guardano in giro…Comunque per me e’entusiasmante vedere che c’e’ ancora molta gente che compra dei supporti musicali, per un po’ avevo paura che non potesse più accadere. Adesso invece arriva natale e vengono un sacco di genitori che vogliono regalare dischi ai loro ragazzi…e ragazzi che li comprano per i loro genitori! Chi lo avrebbe mai detto…“

– Vendete anche on line?

“ Adesso si, ma per i primi due anni abbiamo deciso di non farlo. Non volevamo che la gente pensasse ‘se posso prenderlo on line che ci vado a fare al negozio?!’ Questo e’ stato uno degli errori della vecchia generazione di negozi, una volta scoperto la vendita in rete hanno messo li’ tutte le cose migliori che avevano.”

– Ho visto che avete anche una sezione molto ricca di libri musicali sia nuovi che usati, oltre a magliette, video e riviste.

“ Certo, abbiamo molti libri e in questo caso ne vendiamo soprattutto di nuovi. Questo spazio e’ anche aperto ad incontri con personaggi del mondo musicale, cosi come ai concerti. Prima ne ospitavamo un paio al mese, ora ci stiamo orientando verso quattro o cinque show all’anno ma veramente speciali. E’ importante che il negozio di dischi sviluppi intorno a se una comunita’ di appassionati, e’ importante da molti punti di vista secondo me.”

– Quale e’ stato il primo disco che hai comprato in vita tua?

“ Il primo supporto musicale che ho acquistato e’ stato Dangerous di Michael Jackson in cassetta! Ma il disco che mi ha cambiato la vita e’ stato Love Gun dei Kiss…ero un appassionato di fumetti, e i Kiss erano anche quello oltre la musica, i miei due mondi si venivano ad unire…Poi e’ stata una valanga, Aerosmith, Guns & Roses…Motorhead…epoi il Punk rock…Cramps, Bad Religion, Stiff Little Fingers…e’ stato un crescendo che mi ha portato sempre piu’ dentro la musica…”

– Metal, Hard Core, Pop…qui c’e’ un po’ di tutto, ma che genere vende di piu’?

“ I classici Beatles, Stones, Zeppelin e Rush sono sempre una certezza. Vendiamo anche parecchio Jazz, ogni settimana ordiniamo due o tre copie di Kind of Blue e A Love Supreme, sono dischi che tutti vogliono avere. Vendiamo molto Indie e Punk, mentre non molto Metal nuovo, ma Metallica, Slayer e Sabbath si vendono di continuo. Abbiamo anche un buon settore di vendita dedicato alle band locali, tante ci portano i loro dischi direttamente in negozio.”

– Che mi dici della musica italiana, conosci qualcosa?

“ Qualcosa, non molto…la prima band che mi viene in mente sono i Raw Power, ma oltre loro so soltanto che avete una scena Prog molto interessante. Ho iniziato a scoprire qualcosa negli ultimi anni, prima ero troppo preso dall’estetica Punk rock e non avrei mai ascoltato nulla che avesse un synth, ma le cose cambiano…anzi, dammi tu una lista di gruppi Prog italiani da ascoltare!”

RAY HAYOSH - FOUND SOUND - Detroit

RAY HAYOSH – FOUND SOUND – Detroit

– Con cosa ascolta i dischi la gente che frequenta questo negozio?

“ La stragrande maggioranza con vecchi sterei che si sono ritrovati in casa, magari roba dei loro genitori. Spesso ci chiedono dove poter riparare i vecchi giradischi, molti non hanno la disponibilita’ o la voglia di spendere per delle cose nuove.”

– In quanti siete a lavorare in questo negozio attualmente?

“ Ora siamo in sei.”

– Avete rapporti con gli altri negozi?

“ Senza dubbio. Abbiamo anche fatto un opuscolo tutti insieme che elenca i negozi di dischi indipendenti in Michigan. Era un idea che girava da tempo, ma la vecchia scuola non era mai riuscita a realizzare una vera collaborazione, si aveva una concezione molto individualista di come fare questo mestiere. Ora finalmente hanno tutti capito che combattiamo le stesse battaglie. Collaborare e’ essenziale.”

– Quale e’ il disco piu’ costoso che avete venduto qui?

“ Direi una copia originale del primo delle Supremes, Meet the Supremes, lo abbiamo dato via per 475 dollari. Ora abbiamo un cofanetto in vinile, in versione speciale per audiofili, degli Stones dell’85 che costa 1000 dollari…non credo che lo venderemo facilmente…”

– Vanno ancora i ’45?

“Si, soprattutto per gente che ha a casa un jukebox, ce li chiedono spesso!”

– E le cassette?

“ Beh, forse lo sai anche tu, ma ora abbiamo anche un ‘Cassette Store Day’! Credo sia iniziato per scherzo in qualche negozio di dischi a Brooklyn, poi qualcuno probabilmente in Inghilterra, ha rilanciato sul serio questa cosa e ora va avanti da tre anni! Abbiamo partecipato anche noi e ogni volta abbiamo la fila alla porta, pazzesco! In fin dei conti e’ solo la voglia di avere qualcosa di musica nelle tue mani, qualunque cosa sia che possa darti quella sensazione magica.”

– Qual’e’ il prezzo medio di un nuovo disco in vinile oggi?

“ E’ difficile dirlo, dipende da molte cose, comunque compreso fra i 17 e i 45 dollari.”

– Un ultima domanda: Costa piu’ un disco oggi o era piu’ caro negli anni settanta?

“ Ho fatto il calcolo proprio qualche giorno fa. Negli anni settanta il prezzo medio di un nuovo disco era l’equivalente di 22/23 dollari di oggi. Praticamente uguale ad oggi.”

Paolo Barone © dicembre 2015

Giovanni Rossi “ Led Zeppelin ’71- La notte del Vigorelli” (Tsunami Edizioni) – di Paolo Barone

8 Dic

Questo libro è riposto ormai da un anno nella pila dei libri che devo leggere. Non riesco quasi più a leggere libri sui LZ, in particolar modo quelli scritti da italiani; probabilmente è un riflesso snob, o forse è che avendo letto tanto a tal proposito in passato non riesco più ad appassionarmi. Meno male che il nostro Michigan boy mi mandato oggi queste sue riflessioni, perché snobbare su questo blog un libro sull’unico concerto fatto in Italia dai LZ sarebbe da fessi; inoltre Polbi lo si legge sempre, sempre, con molto interesse: anche stavolta le sue considerazioni sono assai preziose.

Caro Mio, come ti dicevo l’altro giorno per telefono, quando passo un periodo particolarmente difficile finisco sempre per usare le mie “coperte emotive”. Mi infilo nel caldo dei miei Led Zeppelin, Stones & Co. e lascio fuori solo la punta del naso…Ecco quindi che con questo stato d’animo sono finito fra le pagine di “ Led Zeppelin ’71- La notte del Vigorelli” di Giovanni Rossi, edito da Tsunami Edizioni.

Led-Zeppelin-71-La-notte-del-Vigorelli

Non sapevo che fosse uscito questo libro, ma mi e’ subito sembrata una buona idea. Avevo pensato anche io di indagare su quella strana notte milanese di tanti anni fa, conosco qualcuno che c’e’ stato e mi sembrava una storia da raccontare, come dire, da dentro, da un punto di vista italiano, nostro, oltre le testimonianze scontate che si leggono nei libri Zeppelin. Mi sono immerso nella lettura quindi con una forte curiosita’.

Ne sono riemerso parecchie pagine dopo con un misto di sensazioni. Una buona parte del libro vuole racconatre i Led Zeppelin dalla nascita al Vigorelli, e questa almeno per noi e’ la sezione piu’ banale, insieme alle pagine che raccontano del Cantagiro, che banali non sono ma forse troppe e non proprio necessarie. Doverosainvece, per quanto inevitabilmente superficiale, la parte che cerca di inquadrare ilperiodo storico italiano. Mentre molto interessanti e ben raccontate mi sembrano tutte le testimonianze di chi quella sera era presente ai fatti, dentro e fuori il Vigorelli. Storie diragazzi, di autostop, entusiasmo, passioni, poche lire in tasca, e tante altre cose. Neviene fuori un resoconto importante di un momento fondamentale della storia del rock nel nostro paese. Nonostante l’autore cerchi una difficile neutralita’ e dia l’impressione di voler dare un colpo al cerchio e uno alla botte, le gravi responsabilita’ della polizia emergono chiaramente nei racconti di tutti, band compresa. Oltre ad aver circondato l’area del concerto fin dalle prime ore del pomeriggio, aver assunto da subito un atteggiamento aggressivo nei confronti di chiunque, aver sistematicamente caricato ogni assembramento di giovani, da un certo punto in poi la polizia ha iniziato ad attaccare il concerto stesso con una pioggia di lacrimogeni lanciati direttamente dentro il Vigorelli.

Vigorelli-foto-storica

Le storie che ne escono valevano la pena di essere raccontate e valgono la pena di essere lette. Comprese le testimonianze del povero Morandi, dei New Trolls, e di David Zard secondo il quale la colpa di tutta quella violenza e’ da attribuire ai Led Zeppelin che hanno cominciato il concerto in anticipo (!). Colpisce particolarmente il ricordo di un gruppo di ragazzi che arrivati in zona Vigorelli, incontrano un tipo, probabilmente uno spettatore del Cantagiro, che grida “ Andatevene, qui stanno massacrando tutti!”, che in qualche modo potrebbe essere la frase che racconta tutta la serata.

Led Zeppelin Milano luglio 1971

Led Zeppelin Milano luglio 1971

Il libro si chiude con una rassegna stampa dei giorni successivi, ampia e ben fatta, molto utile per capire quali furono le reazioni a caldo e le analisi dell’epoca.

Una storia tutta italiana quella degli scontri ai concerti, della quale abbiamo gia’ accennato sul Blog e che meriterebbe una ricerca storica di ampio respiro. Si faceva sul serio da noi, la musica non era solo intrattenimento e con tutto il carico di emozioni e disagio esistenziale che si portava appresso, serate come quella del Vigorelli erano inevitabili. Almeno fino ai primi anni ottanta i concerti erano zone temporaneamente autonome, minuscole momentanee repubbliche pirata, dove il divismo non aveva fatto presa e gli artisti erano spesso messi in discussione. Lo spirito libertario e ribelle della San Francisco psichedelica, della New York Underground, del No Future londinese di Sex Pistols & Clash, da noi ha attraversato tutti gli anni settanta, fondendosi e rilanciandosi di volta in volta con il tumulto vitale che scuoteva l’Italia di quegli anni.

Led Zeppelin MIlano 5-7-1971

Led Zeppelin MIlano 5-7-1971

I Led Zeppelin del Vigorelli, Lou Reed al Palaeur nel ’73, gli Area a Parco Lambro, Patty Smith dei 50.000 a Firenze. Una storia tutta italiana, in nessun altro paese la musica rock ha visto dei momenti di conflittualita’ cosi alti, nemmeno nei paesi europei che come noi hanno avuto esperienze di forte scontro sociale e lotta armata (Germania,Francia, Spagna, Irlanda). Una storia tutta italiana che prima o poi verra’ messa a fuoco e riscoperta, e chiunque si trovera’ a farlo sono sicuro che passera’ anche dalle pagine di “Led Zeppelin ’71-La Notte del Vigorelli”.

Zep locandina Vigorelli 1971

Suoni e Rumori Made in Japan – di Massimo Bonelli

18 Nov

Una lettura un po’ psichedelica del recente viaggio in Giappone fatto dal nostro special guest MASSIMO BONELLI.

Corvo giallo non avrai il mio ascolto… Sì, tu uccellaccio insolente che irrompi con il tuo lamento nel magico suono che il vento provoca  tra le canne di bambù nella foresta. Non avrai la mia attenzione, tu che con il tuo gracchiare sovrasti il religioso batter di mani ed il tirar di corde che suonano percussioni e sorde campane nel tempio. Non avrai il mio udito, quando sorvoli minaccioso il silenzioso suono dell’acqua che cade delicatamente nel dolce giardino zen. Non avrai il mio rispetto, quando gareggi sonoramente con saggi ed eleganti gabbiani sulle coste frastagliate di un mare di pescatori devoti al loro silenzioso operare quotidiano.

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Tu, uccellaccio arrogante, che interrompi impertinente i suoni di una tradizione millenaria fatta di musica soave di archi e leggere vibrazioni, portata a conoscenza delle nuove generazioni da musicisti come i Kodò con il battito del cuore dei loro tamburi, dal minimalista Ryuichi Sakamoto, manifesto di un passaggio tra l’antico ed il moderno suono della musica etnica nipponica o dal grande Stomu Yamashta, che fiero della sua arte, allargò la conoscenza della cultura musicale giapponese a tutto il mondo con il suo Red Buddha Theatre.

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Tu, uccellaccio vile, che ti fermi alle porte della metropoli e fingi un silenzio che non è il tuo, per poi vincere la tua falsa timidezza di fronte a torri luminose e frastornanti nella loro risplendente corrazza di cemento e cristallo e ricominci il tuo volgare canto proprio lì dove si mescola con altri mille rumori. Ma è proprio nella metropoli che ti perdi fra tanta sonora concorrenza. Spavaldi semafori che musicano la partenza dei pedoni che si affrontano in due potenti eserciti opposti. Linee metropolitane che suonano la loro squillante sveglia ai sonnolenti viaggiatori immersi tra sogni e smartphone. Schermi mostruosi di un futuro presente che trasmettono voci e suoni dalle pareti riflettenti di infiniti grattacieli. Manga giganteschi che ti minacciano urlando che quella è l’anima del loro potere, tra le pagine di fumetti. Karaoke che richiamano un pubblico eccitato pari ai fedeli in coda alla Mecca. Geishe, d’ogni colore vestite e truccate con maschere di gesso, percuotono il terreno a piccoli passi con zoccoli vertiginosi. Treni, come robot di transformers, che perennemente sferragliano nelle immense e oscure viscere della città sotterranea. Ambulanti che richiamano il tuo favore verso le loro preziose offerte di nutrimento. Pescatori che gridano trionfanti d’entusiasmo di fronte alle vittime della loro battaglia, mentre carri elettrici trasportano rumorosamente queste salme nel ventre affamato della popolosa metropoli.

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Sì, uccellaccio replicante, come l’androide di Blade Runner verrai smascherato ed il tuo stupido verso sarà scimmiottato da schiere di piccoli fan soddisfatti dalla musica popolare più meschina. Si vestiranno a tua somiglianza e canteranno le tue note stonate con un potente megafono, pronti ad invadere con il teletrasporto ogni forma di comunicazione musicale, privandoci dell’antica e autentica storia artistica dell’arcipelago del sol levante.

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Corvo giallo non avrai il mio ascolto… Io resterò fedelmente affascinato e rapito dalla bellezza del dolce suono delle canne di bambù percosse dal vento gentile, dall’incedere delicato del cadere dell’acqua tra piccoli ciotoli disposti elegantemente nel giardino, dai suoni d’archi di un’antica storia che prosegue con forza e carattere millenari, grazie alla robusta cultura del suo popolo più saggio e rispettoso. No, tu non avrai la mia attenzione stupido volatile, non oscurerai la bellezza della grande montagna sacra, io lo so che fin lì non sai volare, ma io sì.

(http://www.spettakolo.it/2015/11/16)

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Massimo Bonelli

Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.

Sul costo dei dischi now and then… di Picca

7 Ott

Io e Picca fuori blog ci confrontiamo spesso, il nostro amore sconfinato per il Rock ci porta spesso su sentieri dove nevrosi, ossessioni, compulsioni sono di casa. Oggi, mentre sono qui in ufficio che cero di lavorare e di portare avanti questa esistenza blues e che in cuffia ascolto i TUDOR LODGE,

scambio considerazioni con lui sul messenger di Facebook a proposito del costo dei dischi di oggi e di ieri. La sensazione è che i dischi ieri costassero meno, così il Pike boy decide di fare una veloce verifica. Probabilmente di matematica ed economia capiamo poco entrambi, ma la novella che sgorga dalla maruga di Picca è troppo carina per dimenticarla ad asciugare nel backyard del messenger di FB. Così, signore e signori, diamo il benvenuto una volta di più su questi palchi al Polygram recording artist, Picca.

Nel 1979 il giovane Tim Tirelli ha 10’000 lire in tasca che bruciano. La nonna ha appena smollato la fragrante banconota  e Tim ha una chiara idea della destinazione finale del deca: è appena uscito In Through The Out Door dei Led Zeppelin, suo gruppo preferito. Il giovane Tim si reca come un nibbio in assetto bellico nel primo negozio di dischi che capiti a tiro.

 

Peecker Sound

Entra, estrae la diecimila, acquista il Graal del momento e riceve 2000 lire di resto. Va a casa e gode come un riccio. Nel 2015 l’ancora giovane Tim Tirelli vorrebbe acquistare la nuova ristampa in vinile 180 grammi di In Through The Out Door. Fa una capatina su Amazon e scopre che costa la bellezza di 23 dollari e 99 cents. “Porca paletta” – esclama – “ma è carissimo! Che due palle questo revival vinilitico. Il CD costa la metà ma io voglio il long-playing. 24 dollari per un disco?? Discografici di merda, che vadano a cagare…”

Ma poi un bel giorno, il suo amico Picca che non ha un cazzo da fare e si trastulla con scemenze legate al Classic Rock, smanettando un Calcolatore di Inflazione scopre, con massima sorpresa, che nel 1979 8’000 lire corrispondono, più o meno, a 31 euro e 50 centesimi, praticamente 35 dollari. Morale della favola: oggi i dischi, rispetto al 1978, costano molto meno. Per non parlare dei CD. Quando si acquista un doppio CD antologico da 9’90 (vedi Mothership ad esempio), teniamo bene a mente che nel 1979 sarebbe costato 2 mila lire, mentre un doppio lp in offerta all’epoca costava almeno 8000 lire. Sorpresa!

Stefano Piccagliani © 2015

 

 

Contro il proliferare di cofanetti ed edizioni speciali (another Tim & Picca Production)

2 Ott

Fino ad alcuni anni fa i cofanetti e le deluxe edition mi erano essenziali per continuare a vivere. In loro cercavo “il bello” assoluto, la versione definitiva di album che avevo amato. Certo, nell’atto dell’acquisto c’era anche la speranza inconscia di ritrovare le emozioni fortissime provate quando da giovinetto compravo e scoprivo gli album in questione, ma alla fin fine non era male l’idea di avere la registrazione ripulita e la confezione finale di dischi così importanti per me. Poi, si è iniziato a capire che i remaster non sempre erano meglio delle edizioni originali, che si stava cominciando a rimissare gli album (che come dice Picca è un po’ come pensare di sistemare la GIOCONDA con photoshop) e che le case discografiche ormai avevano in mente di ripubblicare tutto in versione deluxe sebbene di materiale aggiuntivo di valore ce ne fosse pochissimo.

Dopo un paio di anni di incertezza circa il da farsi (in cui comunque ho continuato ad acquistare cofanetti e edizioni di lusso) sono arrivato al punto di rottura, la cosa non è più sostenibile, il rigetto di cui sono vittima è fortissimo: non compro più box set, special-deluxe-legacy-il castamassodellcesira edition, non mi interessa più il materiale bonus (se non per quei 5 nomi di cui sono fan in senso strettissimo), quello che voglio è l’album originale senza fronzoli, senza zavorra, pulito, essenziale, nature.

Se mi soffermo a contemplare i miei scaffali contenenti cofanetti ed edizioni speciali non faccio altro che scuotere la testa; prendiamo LIVE AT LEEDS degli WHO.

Live At leeds

Esce nel 1970, primo album dal vivo di una delle più grandi Rock band mai esistite: 4 pezzi nel lato A, 2 pezzi nel lato B. 6 pezzi esplosivi, 40 minuti di cavalcate elettriche, testosteroniche, ancestrali, giovanili, selvagge, in parole povere di Rock, il Rock inteso come Rock. Nel 1995 esce la ristampa a cui vengono aggiunti altri 8 pezzi presi dal concerto, si arriva a 14 brani, compro l’edizione ma l’ascolto, seppur interessante, si fa già meno intrigante. 2001: esce la deluxe edition contenente il concerto completo…33 brani su due cd, il secondo dedicato alla riproposizione di TOMMY. Sì, bello, ma io non lo reggo… vuoi metter con i 40 minuti sensazionali della prima edizione?

CHEAP TRICK AT BUDOKAN, album uscito nel 1978 (in Giappone, e nel 1979 negli Usa) che comprai all’epoca e che amai moltissimo, LP d’importazione giapponese col booklet interno (già allora), una goduria. 10 irresistibili canzoni Rock orecchiabili, grezze, vere, a mio parere bellissime. Uno degli album dal vivo che più amo.

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Già nel 1994 uscì BUDOKAN II con il resto delle canzoni registrate in quei due giorni di fine aprile 1978 con l’aggiunta di tre pezzi presi dal tour del 1979, poi nel 1998 AT BUDOKAN The Complete Recording, 19 pezzi spalmati su due cd. Carino certo, un paio di pezzi sono addirittura all’altezza dei 10 scelti in origine, ma il resto non regge il confronto e se prima ti ascoltavi AT BUDOKAN tutto d’un fiato, adesso non riesci ad arrivare alla fine.

Veniamo poi a quello che considero il più grande live album di sempre, THE SONG REMAINS THE SAME dei LED ZEPPELIN. Pur nella sua imperfezione, la versione originale del 1976 è quella che ci ha svezzati, quella con cui siamo diventati gli uomini che siamo. L’album contiene alcune delle esecuzioni più ardite mai sentite in campo Rock. THE SONG REMAINS THE SAME (il brano), THE RAIN SONG, DAZED AND CONFUSED, NO QUARTER, STAIRWAY e la sezione BOOGIE MAMA di WHOLE LOTTA LOVE sono quanto di più adorabilmente intricato eppur fruibile mai sentito da un gruppo Rock. Evito di sperticarmi di complimenti per l’ennesima volta a proposito di questo gruppo e di questo album, ma senza dubbio le registrazioni di quei tre giorni di fine luglio del 1973 su cui si basa il disco furono l’apice del gruppo di Page e di certo Rock in generale.

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Nel 2007 esce la versione expanded, 6 ulteriori pezzi aggiunti; letta la notizia tutti a festeggiare, i sei pezzi in più sono altrettanti classici non episodi minori magari un po’ invisi ai più, ma poi vai a sentire la nuova edizione rimasterizzata e qualcosa non torna. Alla chitarra di PAGE è stato aggiunto un effetto per renderla evidentemente più morbida, effetto però innaturale visto che nelle registrazioni del 1973 e dunque nella versione originale dell’album del 1976 non c’è, ed inoltre in alcuni dei brani presenti sulla versione precedente ci sono edit e e aggiunte di brevi pezzetti non presenti in origine. Per un fan nato e cresciuto col disco originale è una cosa inconcepibile. E’ poi saltato fuori che PAGE insieme all’ingegnere del suono KEVIN SHIRLEY ha dovuto chiudere in fretta e furia la lavorazione quando dalla WARNER è arrivato un aut aut: terminate il tutto, è finito il budget. E’ finito il budget per un album dei LED ZEPPELIN? Una delle cinque (se non tre) band che più hanno fatto e fanno guadagnare al mondo? Non avevate i soldi per far stare due persone in studio una settimana in più per chiudere il lavoro dignitosamente? Risultato: nel circoli degli appassionati di musica la versione del 2007 è considerata da evitare quasi come la peste. Così uno va da Mediaworld, o meglio, in uno dei pochi veri negozi di dischi ancora aperti, come ade sempio DISCHINPIAZZA A MODENA (piazza Mazzini), vuole un live dei LZ, vede la copertina nera di TSRTS, legge l’adesivo, “versione del 2007 rimasterizzata da Jimmy Page con sei pezzi in più”, lo compra pensando di avere la versione da vero intenditore e invece si becca la versione farlocca.

Mi si posa lo sguardo poi su SKYDOG, il cofanetto di DUANE ALLMAN. E’ un bell’oggetto, ma di difficile utilizzo, le varie epoche e le session sono spalmate in modo complicato, mi viene mal di testa, non me lo godo come avrei voluto.

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E MACHINE HEAD dei DEEP PURPLE versione 40th anniversary edition? 5 dischetti di cui 4 inutili. La fuffa ci sta inondando.

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CD1: Machine Head (2012 Remaster)

CD2: Machine Head (Roger Glover’s 1997 Mixes)

CD3: Machine Head (Quad SQ Stereo)

CD4: In Concert ’72 (buona parte del materiale preso – seppur rimixato – da IN CONCERT pubblicato nel 1980, e ripubblicato poi succesivamente in varie vesti).

DVD: Machine Head (Audio Only DVD) Original Album 2012 Remaster (96/24 LPCM Stereo) + Original Album Quad Mix (Quad to 4.1:DTS 96/24 & Dolby Digital) + Bonus 5.1 Mixes (5.1 DTS 96/24 & Dolby Digital)

Potrei fare qualche altra decina di esempi, ma di questo blues ne abbiamo trattato anche in passato, meglio fermarsi.

Certo, poi ci sono anche delle cose carine e ben fatte, come ad esempio la versione 3 cd di COOK/LIVE IN USA della PFM:

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in un pratico cofanetto il disco originale (basato sui due concerti di Toronto e NY del 1974) e il concerto intero di New York. Prezzo abbordabile, piccolo formato, materiale bonus di valore.

La tendenza però è quella di pubblicare tutto e di più in confezione speciale. Immagino che al cd puro e semplice ormai siano interessati in pochi e che si punti a prodotti di valore che ingolosiscano quella fetta di appassionati che hanno sempre comprato dischi e che sono in quella fascia d’età che va dai 35 ai 65 anni e oltre. Io però come ho detto non ce la faccio più, si sta scivolando nel feticismo estremo, nel vortice morboso e insano del comprare queste cose per riempire i vuoti della nostra esistenza, con l’illusione di rivivere la nostra gioventù.

Come definire altrimenti l’idea della Sony relativa alla pubblicazione di un cofanetto contenente ogni nota registrata in studio da Dylan tra il 1965 e il 1966, comprese le false partenze e ogni singolo paciugo? Nessuno discute il valore di DYLAN, ma non è un po’ troppo?

Di questo soggetto ne discuto di frequente con Picca, tramite il messenger di Facebook. Tra ironia e amara consapevolezza ciò che ne scaturisce a volte è divertente. Riporto qui sotto alcuni dei nostri scambi avvenuti negli ultimi tre mesi.

♠ ♠ ♠

PICCA: “Tim, allora cosa facciamo…? Lo compriamo o no l’imminente OTTANTUPLO dei Grateful Dead?
Adesso chiamo Robby di dischinpiazza e me ne faccio mettere via un paio…”
PICCA: “Lo prendiamo il nuovo box set con 33 singoli delle Bananarama?
TIM: “Pike questo è per feticisti…ma io mi chiedo, c’è gente che compra certe deluxe edition o i cofanetti della Bananarama? Quanti ne venderanno? Sono arrivato al punto di pensare che ci sia gente che compra queste cose a prescindere di chi sia l’arista…sono i cofanett buyers…”
PICCA: Il cofano delle Banana è un mistero. Scusa, dimenticavo… box con 28 cd singoli di Belinda Carlisle”
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TIM: “Domani sera dobbiamo parlarne…qui va tutto in malora…”
PICCA: “Probabilmente fare un box costa tipo 9 euro”
TIM: “Mah, io so che la cartotecnica costa…cofanetto + 28 custodie in cartoncino per i cd il tutto stampato a colori + più la masterizzazione dei diversi cd… immagino che oggi i prezzi siano più abbordabili, ma un minimo di copie dovranno pur venderle per rientrare nei costi…e chi compra un cofanetto con 28 singoli della Carlise a 150 euro?”
PICCA: “Meno male che hanno ristampato con i bonus i primi 4 album dei Bucks Fizz…
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 TIM “diocanta era ora, solo la cover vale il prezzo. Che ne dici del disco solista di KEITH?
PICCA: “Il disco di Richards lo compro e non lo ascolto, anche perché ha detto che è entrato in studio senza lo straccio di una canzone…mah…”
TIM “Ciao Pike, avevo letto ieri. Sono basito. Se da un punto di vista è un buon segnale (il vagliare materiale d’archivio post LZ per possibili nuove pubblicazioni) dall’altra è quantomeno discutibile (avrà altre scuse per non suonare proprio più la chitarra proprio più, e non mi pare si tratti di materiale degno di essere pubblicato…a meno che con i nastri multitrack non si riesca ad assemblare un prodotto soddisfacente…magari ci sono altre cose oltre i 4 pezzi che circolano da decenni…ma sentiti su bootleg non è certo materiale memorabile). Ci sentiamo per domenica sera. Do what thou wilt shall be the whole of the Law. Love is the law, love under will”
TIM: “Comunque ONCE UPON A TIME dei Simple Minds esce in versione 6 disc, non 4 come dicevamo!”
PICCA: “Meno male. Aspetto la super deluxe edition di Right BY You” (discaccio di S.Stills del 1984 a cui partecipò anche Page. ndTim)
PICCA: “In realtà il box da comprare è questo degli Showaddywaddy (????) di 33 cd!”
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TIM: “Stiamo diventando tutti matti”
 – break dedicato al nuoto sincronizzato –

 PICCA: “Però, carino. Gli Zep rendono bello anche il nuoto sincronizzato:

 – fine del break dedicato al nuoto sincronizzato –

 ♠

 TIM: “Non c’è niente da fare, Il Dark lord sapeva il fatto suo. Oggi ripensavo a LZIV, ma esiste un disco più Rock di quello? PS: comunque sono ormai giorni che sono nel buraccione Bob Dylan…”
PICCA: “Allora adesso ti devi comprare il diciottuplo con le false start”
TIM: “No, basta. Vorrei avere la forza di vendere tutti i miei cofanetti… Vorrei tenere i miei 500 dischi favoriti in edizione normale, senza bonus e reference mix del cazzo. Back to basics. E gettare tutto il resto. Sono in una fase terribile. Amo il Rock e contemporaneamente non sopporto più nulla di musicale. Help me if you can I’m feeling down…”
– break calcistico: dopo i quattro goal presi dall’INTER dalla FIORENTINA –
 TIM: “Basito”
PICCA: “Ritorno sulla terra”
TIM: “Ma zio Cagnone… però Handanovic…”
PICCA: “Disastrovic
TIM: “Sono un straccio gettato sul divano”
PICCA: “Metti su il Prelude e afflosciati del tutto.”
TIM: “No, ho indossato la maglietta dell’Inter…”
PICCA: “E’ come avere la maglia dei Led Zeppelin all’A.R.M.S. concert”
TIM: “È come vedere i LZ a Zurigo 80 pensando di vedere quelli di TSRTS”
PICCA Tipo Live Aid”
TIM: “O Atlantic 88″
– fine del break calcistico –
 PICCA: “Sei pronto? Esce un box di 22 cd di Steve Hillage”
TIM: “22 cd quando forse sarebbe bastata una 2/3 cd compilation. Poi ripenso alla Sony che fa uscire ogni nota registrata di Dylan tra il 1965 e 66… siamo al feticismo, non è più amore per la musica… è spaventoso. Ogni volta che guardo SKYDOG il cofanetto di Duane mi viene voglia di buttarlo di sotto, non posso perché è un regalo della groupie… Picca voglio tornare nel 1978… aiuto!”
PICCA: Ti capisco. Siamo vittime della special edition.”
TIM: “Sì ma invece di fregarmene e passare oltre io ci sto male…sono alla frutta”
PICCA “Skydog è inascoltabile, ingestibile, inutile. Ogni bonus track uscita negli ultimi 25 anni ha inquinato la purezza dei dischi ai quali siamo affezionati. Dobbiamo farci largo in una foresta intricata di cazzate e ritrovare l’essenza. Forse è questo il perché del successo del vinile (che comunque è una mania nevrotica anche quella).
Oggi sentivo dei brani dal nuovo Paris dei Supertramp (Deluxe edition). Mi pare ci siano delle microdifferenze fastidiosissime, delle stonature del cazzo che in Paris 1979 non c’erano, delle sporcizie mai udite prima. Mi è venuto il nervoso. Adesso devo fare una comparazione. Il dubbio è: hanno messo brani registrati ‘nature’ mentre nel vecchio doppio live li avevano aggiustati in studio o sono io che essendo alle prese con una ‘special edition’ sento delle cose che non avevo mai sentito?’.
Stessa cosa con la nuova versione di Rock Of Ages della Band (Academy Of Music). Quel pazzo di Robbie Robertson ha rimixato tutto abbassando i fiati. Meno male che me lo regalò Riff e non ho speso un cazzo. Quando l’ho ascoltato ho detto ‘ma dove cazzo sono i fiati???  Adesso si trova in solaio a raccattare polvere.
Fiati arrangiati da Allen Toussaint, tra l’altro…”

CARRELLO DEI BOLLITI: Tim & Picca chattano a proposito degli ultimi album di alcuni grandi vecchi …

25 Set

Giovedì sera spompo di settembre. Dovrei suonare ma non ne ho troppa voglia. Con la bassista preferita provicchiamo WHEN THE LEVEE BREAKS, ma dopo poco lasciamo stare. Sono indeciso sul da farsi quando sul messenger di facebook mi arriva un messaggio di Picca: è disponibile l’ultimo di DON HENLEY (in uscita domani). Entrambi amiamo DON HENLEY, lo consideriamo un gran cantante. Mi dunque metto in chat con il Pike boy a parlare degli ultimi dischi di HENLEY appunto e di un altro paio di vecchie glorie e dei blues relativi alla nostra (ex) passione.

PICCA: “Don Henley – Cass County (2015) [Deluxe Edition]”

TIM: “Procedo immediatamente. Grazie. Sebbene io ormai non abbia più voglia di comprare nulla… sono prigioniero di un rigetto pericolosissimo…”

PICCA: “Beh un po’ anche io. La musica mi fa orrore. Dai 100 dischi da conservare sto passando alle 50 canzoni…”

TIM: “Come siamo messi! Per fortuna c’è l’Inter”

PICCA: “Recensiamo il disco prima di averlo sentito: allora, disco country con qualche duetto. Suoni perfetti dei quali ci dimenticheremo dopo dieci minuti. Chitarre suonate da dio da session men meravigliosi dei quali non ci fregherà mai un cazzo. Lui canta divinamente ma ci farà soltanto venire voglia di ascoltare On The Border”

dON HENLEY CASS COUNTY

Leggo la recensione e rido a crepapelle. Picca è un genio.

TIM “Zio can che ridere… per fortuna che sono tuo amico…  PS: replichiamo per INTER-JUVE tra tre settimane?”

PICCA: “E’ bella la bazza di fare la recensione prima di avere il disco in mano…ok per la Rube”

TIM: “Avviso Biccio”

PICCA: “E quel bollito di Clapton che fa uscire un nuovo live con Cocaine, Layla e Wonderful Tonight? L’altro giorno ero davanti al disco di quel furbastro di Keith Richards e….l’ho lasciato lì.”

Eric Clapton live album SLOWHAND70

Keith Richards Crosseyed heart

TIM: “Clapton fa uscire un nuovo live? Ma porca madosca non si vergogna? Quanti ne ha fatti, duemila? Keith Richards lo vorrei prendere ma poi so che lo ascolterò mezzo e quindi lo userò come sottobicchiere. Sai che quasi quasi preferisco Page che non fa un cazzo se non il modello e il compratore di vinili dei LZ…”

PICCA “Esatto. Jimmy ha capito tutto. Quante Cocaine può reggere un umano? Meglio vivere di – bei – ricordi. Ho senticchiato il disco di Gilmour e mi sembra una fetenzìa”

TIM: “Io ce l’ho ma devo ancora ascoltarlo… Domani faccio un post con questa chiacchierata… che titolo uso?”

PICCA : “Carrello dei bolliti.”

Quattro chiacchere con FABRIZIO CANALE, l’Howlin’ Wolf di Reggio Calabria – di Paolo Barone

21 Set

Mi chiama Polbi, mi parla di un bluesman reggino, è entusiasta e mi dice che mi manderà una mini intervista e due considerazioni. Mi documento, guardo qualche video; la prima cosa che mi viene in mente è HOWLIN’ WOLF. Fabrizio Canale sembra avere l’atteggiamento simile, mette tutto se stesso nel proporre il blues, nel coinvolgere, nell’intrattenere. Anche dal punto di vista tecnico e stilistico è vicino a Chester Burnett, punta sull’essenziale, sulle soluzioni primordiali del blues, sul feeling. A tratti sembra andare sopra le righe, ma il sentimento pare sincero. Non mi sorprende che sia piaciuto al nostro Michigan boy, da Charlie Patton e Skip James Canale salta direttamente a Jon Spencer (blues explosion). Nel suo vero e proprio cd d’esordio ci sono anche pezzi suonati con una band come brevemente svelato nel teaser…

ma non hanno la stessa intensità dei pezzi proposti come one man band, anzi rischiano – a mio modo di vedere s’intende – di diventare episodi di quel blues che lo stesso Fabrizio tende a non amare. Io credo che se suoni blues con una band (bianca o nera che sia) al giorno d’oggi devi trovare sentieri diversi, percorsi che aggiungano davvero qualcosa di tuo, una prospettiva obliqua, altrimenti diventa inevitabilmente blues suonato con camicina e pulloverino. Resta il fatto che FC, come one man band, sa il fatto suo, e al giorno d’oggi non è davvero poco. Qui sotto, dunque, le riflessioni di Polbi. 

Ero ormai sicuro che il Blues fosse morto.

Da anni ormai lo sentivo svuotato, senza senso, riproposto da mille cover band di pelle bianca e anima trasparente.

Lo avevo cercato nei locali di Detroit, Chicago, Los Angeles. Nei club di Roma, nei tristissimi incontri delle Blues Society in Michigan, insomma ovunque fossi andato, ma niente, zero assoluto. Avevo sempre trovato musicisti bravini nel loro compitino, assoli di chitarre noiosi e prevedibili, emozioni finte e riciclate. Insomma, dall’ultima fiammata Blues Punk degli anni 90 questo genere musicale tutto fatto di feeling e vita mi sembrava fosse irrimediabilemte inaridito. Avevo decretato morte certa.

Invece poi, inaspettatamente, ho scoperto Fabrizio Canale.

Fabrizio Canale

 

Ero a Detroit perso appresso a mille cose e dalla mia Scilla, dall’ultimo meraviglioso lembo di Calabria, mi arrivano le telefonate dei miei amici. Sono increduli, c’e’ un ragazzo che praticamente solo con chitarra e armonica sta rivoltando la serata a colpi di Blues, roba da non credere, dovresti esserci, mi divcevano per telefono. Poi, dopo qualche ora arriva qualche video fatto con il telefonino…e io comincio ad aprire occhi e orecchie….si, senza dubbio, qui c’e’ qualcosa di diverso…c’e’ vita, passione, attitudine…Ma da dove esce fuori questo tipo?!!? Vivo a Scilla, o forse sarebbe meglio dire nel Mare di Scilla, per quattro mesi ogni anno e questo non lo avevo mai sentito?! Io?! Non e’ possibile….ci deve essere un trucco….

Mi metto subito in cerca di video in rete e mi rendo conto che e’ tutto vero.

Esiste un ragazzo, fra Reggio Calabria e Torino, che spesso da solo come One man Band, e a volte in compagnia di altri fra cui un grandioso suonatore di armonica, sta tirando fuori un suo Blues originale e vivissimo. Palpitante, vero, senza pose e assolutamente irresistibile, Fabrizio Canale gira per l’Italia e non solo, suonando ovunque. Festival Blues, Locali, Club, ma anche e tanto per strada, dove capita, coinvolgendo chiunque nel suo Blues frenetico. Una forza, una carica vitale come non ne vedevo da tempo esce fuori da questo ragazzo poco piu’ che ventenne mentre suona questa musica secolare. Verrebbe quasi da credere nella reincarnazione, in qualche strano sortilegio voodoo avvenuto fra un incrocio polveroso del sud degli States e gli incantesimi di Scilla & Cariddi.

Lo vado finalmente a trovare, in una serata caldissima di fine estate, in occasione di uno show in riva al Mare della Bad Chili blues band.

Facciamo due chiacchiere sulla battigia, con le luci della Sicilia sullo sfondo e l’aria di Scirocco che ci incasina i pensieri.

Nella musica Blues ci sono letteralmente cresciuto dentro. Mio padre, armonicista e cantante di questa band, e’ un bluesman da sempre e questo e’ il risultato…Ho ascoltato tutto…il rock blues di Zeppelin, Cream e Stones…il poprock degli anni settanta…o anche il rock italiano della mia generazione…ma nulla mi ha coinvolto veramente, nulla mi ha preso dentro come il blues…e non parlo tanto di quello elettrico, Muddy Waters, Chicago ecc…ma proprio del blues del delta, di Charlie Patton, Son House, Sonny Boy Williamson, Skip James, tutti questi musicisti incredibili, gente che con una chitarra in mano sapeva far ballare, divertire, piangere e emozionare le persone che andavano a sentirli…ecco, quel blues e’ una musica assolutamente Invincibile!”

Parla a ruota Fabrizio, con un entusiasmo contagioso, e a noi si unisce anche suo padre Domenico. “ Quando era piccolo gli regalai un basso e un amplificatore…lui ascoltava e rifaceva i pezzi della nostra band…poi un giorno il nostro bassista non era reperibile e mi sembro’ logico provare a chiedere a Fabrizio…Sono Prontissimo!!! Mi rispose carico a mille…E cosi poco dopo si ritrovo’ a soli quattordici anni ad aprire il concerto di Bonamassa in Sicilia…”

Sono molto uniti i Canale, suonano insieme, parlano di musica, girano in tour, hanno un energia in comune molto profonda.

“Non sopporto chi suona il blues come un esercizio di stile” riprende Fabrizio “Devi farlo tuo, deve tirare fuori quello che hai dentro veramente e tu devi essere capace di ridarlo alle persone che ti ascoltano, devi rimandarla tutta fuori questa energia blues, anche a costo di sfinirti…Hai un microfono, e’ un arma potentissima, la gente ascolta sempre chi usa un microfono, ne sanno qualcosa i dittatori di tutto il mondo…Io tiro fuori quello che ho da dire, provoco reazioni, coinvolgo e sfido anche gli indifferenti, sento di avere un messaggio da portare ma anche una grossa responsabilita’ in questo senso…Il blues ti insegna tante cose, e una delle sue lezioni piu’ forti e’ quella di essere nel presente, di fottertene di tutto ed essere nel momento presente che stai vivendo, altro che tradizione e stile….Si, il blues nasce anche dalla tristezza e dalle difficolta’, ma noi crediamo che sia una musica liberatoria che ti insegna a reagire, a vedere le cose con ironia e ripartire sempre con un attitudine positiva…”

Il concerto ormai sta per iniziare, e la nostra piccola intervista si chiude pensando ai pezzi che suoneranno stasera. Ci sara’ un po’ di tutto, Blues logicamente, ma anche Soul e Rock and Roll, per un pubblico estivo distratto e casuale, sicuramente poco incline a farsi coinvolgere da queste cose.

Ma la forza della musica e l’energia dei musicisti compie il piccolo miracolo, e alla fine Fabrizio suonera’ il basso fra il pubblico mentre balla come posseduto, coinvolgendo tutto e tutti nel suo vortice sonoro.

Torno a casa pensando a come tutto questo sia anni luce lontano dalle noiosissime blues band che ho visto ultimamente, e di quanto abbiamo bisogno di musicisti come Fabrizio e Domenico Canale, e di tutti quelli che come loro ci credono davvero e vivono in prima persona le emozioni che suonano e raccontano.

Fabrizio Canale e’ spessissimo in giro per concerti, ha una pagina facebook ed ha appena scritto e prodotto un disco.

Non perdetelo per nessuna ragione al mondo se passa dalle vostre parti.

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15/09/2015 – di Giancarlo Trombetti

18 Set

Giancarlo Trombetti era presente al ritorno in Italia di David Gilmour, queste le sue impressioni.

A Firenze ho donato cinque anni della mia vita. La conosco benino. Ma anche se sai che Le Cascine “sono da quella parte lì”, ti rendi conto che a Firenze si risparmia sui cartelli stradali. Mi affido a una signora che mi dice: “mi venga dietro”. E arrivo. L’ippodromo è esattamente davanti al Parco dove qualche vita fa vidi Lou Reed farmi due coglioni notevoli nel tour di Growing Up InPublic. Mi pare si chiamasse Parco delle Cornacchie, ma non ci giurerei.

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)

Le file, già alle cinque sono almeno tre, nessuna con una indicazione, quindi ci si accoda a caso. Giusto per scoprire dopo dieci minuti che si è dalla parte sbagliata; pare che lì si vendano biglietti, là nemmeno si sa. Un altro amico, Claudio, è in fila dall’altra parte dell’Ippodromo. Ci sentiamo per telefono e gli suggerisco di informarsi. Anche lui in coda dalla parte sbagliata. Verso le sei, a file ferme chiediamo se i biglietti, acquistati quasi sette mesi fa, rispetteranno le priorità e ci saranno i famosi posti numerati, quelli per cui avevo scritto una decina di volte alla Live Nationdopo lo spostamento da un teatro a un ippodromo senza, logicamente, ottenere uno straccio dirisposta. E diamo subito un senso a questo straziante quesito : perché chi ottiene da appassionati fessi con sette mesi di anticipo il denaro per un concerto su cui gravano mille incognite – in sette mesi può accadere di tutto al mondo ­ e che infarcisce di succosi “diritti di prevendita” come se donare il proprio denaro in assoluto anticipo, invece di un trattamento di favore meriti un aggravio di spesa , non si pregia di emanare un banale comunicato stampa che informi, semplicemente, il fedele acquirente ? Risposta. A causa di un vezzo tutto italiano : la maleducazione e la mancanza di professionalità.

E’ così che un giovanotto fiorentino ci dice, stupito : “…non capisco perché abbiate tutta questa fretta di entrare che tanto i biglietti sono tutti numerati e si può accedere al proprio posto anche cinque minuti prima del concerto”. Andiamo bellamente in culo alla fila e iniziamo a girovagare per le Cascine in cerca di cibo. Verso le otto, dopo aver pagato un euro a pisciata nei locali gabinetti pubblici…il fratello di Claudio, con due ragazzi al seguito, paga tre euro per tre pisciate… ci indirizziamo ai tornelli come mucche al pascolo.

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)

Umidità all’80 per cento, misurata con accuratezza dai miei capelli fradici come se fossi appena uscito dalla doccia, non piove, maledico la mia paura di avere freddo e il conseguente fastidio del maglione legato in vita. Si starebbe bene in calzoni corti e canotta. Bello il palco, dove spicca sullo sfondo il famoso cerchio che i Pink Floyd crearono nel 1967 proiettandovi immagini “psichedeliche” in tono con la musica e che da allora è un marchio di fabbrica delle loro produzioni. Lo so, siamo a un concerto di Gilmour, ma oggi come oggi, andare a vedere David è quanto di più prossimo a un concerto dei Floyd e la gente è lì esattamente per quello. La voglia di Pink Floyd si taglia con il coltello e stupido, nei nostri commenti, ci appare l’atteggiamento masochista e presuntuoso di quel “Assassing” ­ come lo definirebbe Fish dei Marillion ­ di amici che è Roger Waters. Uno che della presunzione e dell’auto­gratificazione ha fatto una regola di vita. Uno che crede di valere, da solo, quanto tutto il resto del gruppo. Tutti vorrebbero i Floyd, qui e altrove. Tranne lui. E di conseguenza tranne Gilmour. Ci accontenteremo, anche se il mio feeling non è del tutto in “modalità positiva”: ho visto negli anni i Floyd quattro volte, è la mia prima volta con Gilmour solista e temo di uscirne deluso.

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)

Nell’entrare ci siamo sbrancati. Ma siamo nell’era dei telefonini e recuperarsi tutti e sei non è un problema. La tecnologia ha i suoi vantaggi. Tecnologia che pare non sfiorare i chioschi, che per spillare birra impiegano ore, tra un moccolo e l’altro di chi sta in fila, tutti moccoli espressi in rigoroso, variopinto dialetto di varie regioni. No, io no…sono lì per una Lemonsoda, ma la fila me la puppo lo stesso. E’ così che 5 A.M. una intro strumentale, e Rattle that lock, il primo singolo dal nuovo disco, me li seguo bestemmiando in coda davanti al chioschetto. Ci pensa Claudia, con una fila di cortesi solleciti urlati in toscano con un tono superiore al volume dell’amplificazione, a sbloccare la situazione. La signorina comprende e serve, velocemente. Per Faces of stone siamo finalmente a sedere.

Prima nota: dal vivo, Rattle that lock, un pezzo che mi era sembrato al limite del conato sentito su Spotify, suona benissimo, bello, gradevole, ben arrangiato. La stessa impressione, anticipo subito, l’avrò di tutti i nuovi brani, tranne un brano jazzato che non è brutto in sé, ma che risulta così lontano dalle atmosfere di Gilmour che proprio non riesco a digerirlo.

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)

DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)

Seconda impressione. Il suono della chitarra cambia radicalmente a ogni cambio. Metallico e old fashioned quando viene utilizzata una Telecaster consumatissima nel corpo superiore, classico e impossibile da non riconoscere quando si imbraccia una Gibson nera. Ho sempre pensato che alcuni musicisti abbiano creato un proprio suono, forse ancor più che un proprio stile, e che tra questi Gilmour fosse uno dei più riconoscibili. Un brevissimo suo solo su un brano di Bryan Ferry, colonna sonora di un buon film degli ottanta, Is your love strong enough, al primo ascolto ricordo perfettamente che rese assolutamente evidente che ci fosse lui, per dieci secondi, alla chitarra. E che oggi siano di moda tecniche di esecuzione dove la velocità ricopre l’emozione, non fa che rendere ancor più evidente il fatto incontestabile che quel suono, quella chitarra, facciano parte di quel film del rock and roll che rivediamo ogni giorno davanti ai nostri occhi aperti mentre facciamo al spesa o guidiamo l’auto. E grazie a Dio che sarà sempre così, meravigliosamente così. Ho visto i Pink Floyd più volte e non ho mai sentito Gilmour parlare, introdurre brani, dialogare con il pubblico, uscire dagli schemi della scaletta e….sembrare umano. Tutto, nei Floyd doveva essere incentrato sulla musica e sulle immagini, come se gli esecutori fossero solo una fastidiosa presenza. Il culmine di questa scelta venne un tempo cristallizzata dalla follia di Waters che volle, per il tour di The Wall, addirittura fa scomparire il gruppo dietro un muro per parte del concerto, cosa che, le cronache riportano, David non riuscì mai a digerire.

Stasera Gilmour parla per due volte, con un accento che più londinese non potrebbe essere, anche per uno nato a Cambridge. Maglietta nera e calzoni grigi, barbetta bianca rada, arriva persino ad accennare alcuni passi di danza mentre passa dalla chitarra acustica alla Telecaster nel corso del recupero di Fat Old Sun, eseguito in una versione luminosa, con un solo inedito, vintage e aggressivo, in coda. Potrei dire che “quelli” siano i miei Floyd, ma sarebbe ridicolo legarsi al recupero di questa e Interstellar Overdrive. In quasi cinquant’anni evolvere e mutare è doveroso. Il palco è sicuramente una sorpresa per chi non abbia mai visto i PF dal vivo; un po’ meno per chi ricorda quanto più eccessivi e invadenti fossero i mille trucchi di quelle produzioni. Ma il caro vecchio telone circolare infarcito di luci ed effetti laser rende emozionante anche questa esperienza “minore”. Mi manca e mi mancherà per sempre, temo, il gigantesco fiore luminoso che usciva dal retropalco nel solo finale di Comfortably Numb, una delle sequenze armoniche in crescendo più indimenticabili del rock and roll, ma ad occhi chiusi, riesco a godermela tutta lo stesso, nel finale.

Abbiamo detto che sia questa l’esperienza più prossima a un concerto dei Floyd; David lo sa e cadenza il ritmo della scaletta con i classici che siamo lì per ascoltare. Wish you were here viene eseguita come terzo brano, poi Money, Us and Them, High Hopes e , dopo un intervallo di quindici minuti, Shine on you crazy diamond, Coming back to life, Sorrow, Run Like hell e la micidiale sequenza finale Time/Breathe/Numb… è impossibile non uscire soddisfatti, nonostante, la Live Nation, nonostante un coglione in piedi sulla seggiola nel bis davanti a me, nonostante la voglia di vederli ancora tutti insieme.

set list gilmour Firenze 2015

set list Gilmour Firenze 2015

Nonostante Waters. Bello, perché no? In fondo il rock è oramai cosa per vecchi, e alla faccia dei feticisti che godono a recuperare dischi ignoti di cui nemmeno più gliesecutori ricordano aver contribuito all’incisione, il mercato stesso ti spinge a non dimenticare chi, la storia che tanto amiamo, ha creato. E che stasera fossimo davanti a un pezzo di storia, era indubbio. Tutto perfetto, quindi ? Beh… il dispiacere di vedere Phil Manzanera, oramai un pezzo inscindibile del lavoro di Gilmour, relegato a fare da mezza spalla, presentato, sì, come a Living Legend, ma trattato come un mediocre sideman e cui viene lasciato un unico assolo, a due, per eseguire il quale deve persino cambiare la chitarra…nove i musicisti sul palco, di cui due tastieristi, cosa che fa riflettere su quanto David facesse conto del lavoro di Wright.

Il concerto è lui, quindi, poco spazio ad altro e forse non saprei dire se chi era lì avrebbe desiderato altrimenti. I telefonini hanno sostituito gli accendini e i quindici minuti di intervallo sono serviti più ai frequentatori di social a pubblicare in tempo reale la propria presenza che, forse, al gruppo a bersi qualcosa di fresco, nel retropalco.

Se lo rivedrei ? Sì, subito, stasera. Nonostante la Live Nation. Perché sono un romantico, perché prima vengono le basi, la memoria, le emozioni, e poi tutto il resto. Grazie, Davide. Mi ricorderò di te quando andrò a frugare tra i miei dischi per cercarmi qualcosa da ascoltare. Ancora una volta.

Giancarlo Trombetti©2015