Prospettiva Gramsci

2 Set

Mutina, un giorno qualunque di fine estate. Un bar in una zona obliqua della città, Viale Gramsci. Sul tavolino, al fresco della veranda esterna avvolta nell’ombra prodotta dalle frasche degli alberi, una Brùton bianca.

Guardo il viale nella sua interezza, ne giudico la prospettiva …

vViale Gramsci - Modena

Viale Gramsci – Modena

e chissà perché mi viene in mente il “corso della Neva” di Leningrado, la strada principale di quella città.

Leningrado, Prospettiva Nevski

Rifletto su alcune cose su cui mi è caduto l’occhio negli ultimi giorni:

IL GIORNALISMO MUSICALE OGGI vs ANGIE/SILVER TRAIN by Nick Kent:

Rispunta un trafiletto dal passato tratto da una pagina del 1973 del New Musical Express, rivista britannica, relativo alla recensione molto tranchant di quello che allora era il nuovo singolo dei Rolling Stones. Mi stupisco della cazzimma di Nick Kent e mi dico che era bello quando i giornalisti osavano e non avevano paura di “ritorsioni” da parte dei gruppi.

Qui sul blog abbiamo discusso più volte su Lester Bangs e se fossero opportuni certi suoi giudizi, articoli e recensioni, e sì, lo abbiamo in parte criticato, ma sono sicuro che fosse preferibile quel tipo di giornalismo a quello odierno. Già, oggi il giornalismo musicale (soprattutto italiano) è diventato agiografico. In primis il giornalismo hard & heavy che è ormai privo di qualsivoglia forma critica, ogni disco è un capolavoro, ogni gruppo ha motivo di essere considerato leggendario. Non che gli altri generi abbiano scriba più illuminati. Su due degli ultimi numeri di UNCUT e MOJO (riviste musicali del Regno Unito) la stragrande maggioranza delle recensioni riporta votazioni alte: 4 stelle su 5, o voti che stanno tra l’8 e il 9 su 10. Nell’ultimo MOJO nessuna recensione ha meno di 3 stelle su 5. Su UNCUT nell’ultimo mese c’è una sola insufficienza. Tutti prendono minimo 7, moltissimi 8 e ci saranno 100 recensioni. Ma come capperi è possibile? 

BLOG/ARAMIS: “Complimenti per il blog, lascia perdere però la sequel di …. rodrigo… si intitolava cosi’ ?” 

Mi arriva questo whatsapp a proposito di (almeno credo) “Le Avventure di Aramis Reinhardt”, il tentativo di romanzo che sto pubblicando a episodi su questo blog. Certo, questo spazio è pubblico, chiunque può leggere e dire la sua delle sciocchezzuole che scrivo, ma è anche uno spazio gratuito e, dico io, se uno non è interessato a certe cose può non leggerle e andare oltre, soprattutto se è qualcuno che frequenta il TTB già da tanto tempo e dunque sa quanto importante sia per me pubblicare i miei scritti. Anche perché ho altri lettori che hanno apprezzato.

Una nuova lettrice ad esempio mi scrive:

Buongiorno. Ho letto tutti e 4 i capitoli…. si leggono molto bene…. sono scritti molto bene…. il IV è quello che ho preferito perché si capiscono meglio certe dinamiche, in alcuni degli altri tre è come se tu sapessi già (ovvio che sì) da dove vengono i personaggi e cosa han fatto e cosa faranno nell’economia del tutto (nel piano dell’opera che tu conosci e noi no) e noi dovessimo invece attendere degli spin off, dei capitoli monografici su ognuno di loro che ce ne diano una caratterizzazione più marcata per farci capire – sul serio – con chi interagisce il protagonista, quasi a farceli vedere non solo con i suoi occhi ma con occhi fintamente oggettivi dall’alto…ma onestamente, magari su certi caratteri non ci tornerai affatto: tu solo sai quale è la modalità! Il IV capitolo l’ho trovato completo, interessante, coinvolgente….”

Un altro lettore aggiunge: “coinvolgente, mi è piaciuto anche per i tecnicismi sulla strumentazione e la filosofia dell’atteggiamento rock”

Dunque Le Avventure di Aramis Reinhardt qualcuno le trova se non altro degne di essere lette, quindi continuerò a pubblicarle, a meno che non vi sia una sollevazione popolare nella comunità del blog contro il povero Aramis, nel qual caso chiuderò questo spazio una volta per tutte.

DUSTY HILLS / CHARLIE WATTS: il bassista degli ZZ TOP e il batterista dei ROLLING STONES se ne vanno, tra i tanti commenti scritti (per quanto mi riguarda a sproposito) me ne colpiscono alcuni, entrambi di persone a me care:

(Dusty) Uno dei più grandi musicisti, compositori e cantanti del rock, quando suonava era pesante e solido come un treno merci, la sua musica è stata molto importante per me, che brutta notizia. Onore a te Dusty.

(Charlie) Non ci sono parole per commentare la perdita di questo grande musicista, ha fatto la storia del rock e non solo, semplicemente immenso.

(Charlie) Ciao caro, sei stato uno dei migliori batteristi, e chi dice di no, non capisce un cazzo di rock.

Ora, io capisco l’enfasi del momento, so perfettamente che il Rock non è una scienza esatta e che dunque non è detto che i bravi musicisti sappiano suonare il Rock, ma (Dusty) “ Uno dei più grandi musicisti, compositori e cantanti del rock“? (Charlie) “uno dei migliori batteristi, e chi dice di no, non capisce un cazzo di rock” ?

Insomma che Charlie abbia fatto parte di una delle più grandi rock and roll band i tutti i tempi è vero, che col suo stile un po’ sghembo sia riuscito a trovare la sua dimensione è vero, che sia una figura storica a cui abbiamo voluto bene è vero … ma andrebbe aggiunto che, come altri musicisti che hanno fatto la storia del rock, sia stato anche un pochetto fortunato nel trovarsi nel posto giusto, al momento giusto, con le persone giuste (in questo caso Jagger e Richards). Che poi nel buraccione dei Rolling Stones il suo drumming abbia avuto un senso può anche essere vero.

Non so, forse sono io, forse davvero non so “un cazzo di rock“, ma mi sembra che si stia perdendo un poco la prospettiva.

THE PAPERBACK WRITERIl caso non esiste, ne sono convinta!” verga sula sua bacheca facebook una scrittrice che seguivo, e che ora non seguo più.

THE BEST GUITAR PLAYER OF THE LONG (AND NARROW) WINDING ROAD. L’altra sera, sintonizzati su Sky Arte, ennesimo documentario sui Queen, stavolta a proposito di A Night At The Opera. Guardiamo Brian che spiega la creazione del magnifico assolo di Good Company.

Ad un certo punto la pollastrella dichiara:

“Che bravo Brian May. Io voglio tanto bene a Brian May, è il mio secondo chitarrista preferito …anzi no, il terzo”

Sapendo chi è il primo (The Dark Lord) io le rispondo con una domanda di cui penso di sapere la risposta: “Chi è il secondo, Steve Howe?.”

No, il secondo sei tu.” mi dice con un tono poco scherzoso. Rimango di stucco. Ora, so perfettamente che è una boutade e che se proprio proprio … a lei piace il “senso” che a suo modo di vedere ho e le cose originali (nel senso di mie) che scrivo, ma quella donna è pazza.

WALKING THE DOG IN SHORTS

L’altro giorno, in macchina. Sono le otto del mattino, i gradi sono 17. Mentre percorro le mie solite country roads noto che una giovane donna in braghette corte e maglietta sta portando a passeggio il cagnolino. Ha quel tipo di shorts cortissimi dalla foggia leggermente anni settanta, giusti per coprire il pube e poco più e una maglietta anch’essa assolutamente minimal. Cosce e braccia completamente nude, seno pesante e labbra rosse. La donna, sui vent’anni, è in carne, potrei anche aggiungere piuttosto in carne, eppure porta in giro il suo essere donna e le sue abbondanze con una semplicità e noncuranza disarmante. Il che la fa apparire decisamente sexy.

Ha le cuffiette e mi interrogo circa il tipo di musica che predilige. Accosto, abbasso il finestrino:

“Mi scusi, non vorrei essere indiscreto, ma che musica sta ascoltando”

“Come? E perché le interessa? Comunque sto ascoltando su Spotify una playlist di rap italiano”.

“Ah, okay, Grazie. Era solo per curiosità”.

Riparto, non le degno nemmeno uno sguardo dal retrovisore, ora non mi appare più sexy.

◊ ◊ ◊

Dopo aver bevuto un’altra blanche, decido che quello che ho in testa è tutta spazzatura, così clicco il tasto destro del mouse virtuale del mio corpicino, seleziono Elimina e getto tutto nel cestino. 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -IV- Codeluppi & Reinhardt

28 Ago

di Tim Tirelli

Dalla finestra osservo Milano, mi pare sempre la stessa sebbene si dica che sia in continuo cambiamento. Dovrei seguire con maggior attenzione la riunione a cui sto partecipando, ma visti gli ultimi avvenimenti della mia vita sembra non importarmi più un cazzo di nulla. Io sono costituito da tre uomini diversi: Stefano il più riflessivo, Ittod quello guidato dalla furia iconoclasta e Aramis il giusto compromesso tra i due. Da quando ho rotto con Michela, Ittod è spesso al timone.

Sono nella sala riunioni dell’etichetta per cui incido, insieme a Fabio Codeluppi, cantante Hard Rock di Reggio Emilia, e la mia avvocata e advisor (va beh, la mia consigliera) Bianca Baraldi. L’etichetta se ne è uscita con l’idea di mettere insieme me e Fabio e farci fare un disco in inglese di un rock alla Led Zeppelin con relativo tour europeo (che per quelli del nostro livello significa in massima parte qualche data in festival di seconda fascia in cittadine di nazioni spesso periferiche). Conosco Fabio da tempo, è un cantante che apprezzo molto, mi sono sempre trovato bene con lui, ma un conto è una ospitata ogni tanto ai concerti dell’uno o dell’altro, un conto è lavorarci insieme, dopotutto è un cantante e non bisogna aspettarsi mai troppo.

Non appena il progetto ci è stato prospettato ho voluto capire se dal punto di vista compositivo e comunicativo potevamo davvero lavorare insieme, così ci siamo trovati da me alcune volte e la cosa è andata meglio del previsto. Avevo già pronti riff e sequenze d’accordi e su quelli abbiamo lavorato, è così che i pezzi si sono materializzati. Abbiamo dovuto lavorare di cesello sui testi, usando l’inglese è facile sorvolare sull’accuratezza della lingua e sul contenuto degli stessi, sebbene il progetto sia stato messo in piedi a tavolino non voglio in nessun modo produrre un lavoro che non sia pienamente soddisfacente.

L’offerta fattaci è allettante, non tanto dal punto di vista musicale quanto da quello economico, e con lo stato d’animo con cui convivo da settimane della purezza d’intenti me ne sbatto. E’ stato difficile comunicare a Penny e a Giovanni che per sei mesi dovremo mettere in stand by il nostro trio, non l’hanno presa benissimo, ma nel fango spirituale in cui mi ritrovo alla fin fine è solo una delle tante spine conficcate nell’animo.

Il presidente dell’etichetta insiste sulla bontà dell’operazione e benché si stia parlando di musica spesso l’aziendalese prende il sopravvento, i termini schedulato (pianificare, programmare) e mandatorio (nel senso di obbligatorio) sono pugni nello stomaco, l’uso spropositato di parole inglesi è insopportabile, il fastidio cresce, fatico a restare zitto, ma devo, perché poi mi rendo conto che anche noi musicisti o appassionati di musica Rock utilizziamo in gran quantità vocaboli inglesi: riff, groove, lick, delay, chorus, refrain, etc etc. Tengo duro fino a quando non ci fanno vedere i video dei due musicisti da affiancarci a cui avrebbero pensato: due pseudo session man del giro metal della bassa Lombardia.

“Scusate, se siamo qui a parlare di questa cosa è perché alla fin fine interessa a tutti, ma per quanto mi riguarda ci sono limiti che non voglio oltrepassare. Un bassista con un Warwick a 5 corde chiaramente influenzato dal metal e dal funky e un percussionista con una batteria con il doppio pedale, quattro tom, il piatto china e ammennicoli vari con l’Hard Rock che intendo io non c’entrano nulla. Se la strada deve essere questa non vi faccio perdere altro tempo, lasciamo stare perché per quanto mi riguarda non è la visione corretta delle cose”.

Fabio sorprendentemente interviene subito con il fermo proposito di mostrarsi accondiscendente con il mio pensiero e di stemperare eventuali frizioni con l’etichetta. È chiaro che è molto interessato al progetto e felice di questo connubio.

“Va bene Aramis, immagino tu abbia nomi da proporre…” dice il presidente dell’etichetta.

“Scartati la Bondavalli e Ferrari per ovvie ragioni, ho in testa tre musicisti delle nostre parti: Ellade Giusti al basso Fender Jazz, Martino Costa alla batteria Premier a due Tom anche se vorrei usasse una Ludwig a un tom e Federico Corradi alle tastiere Nord Stage. Prima che interveniate vi dico subito che sono tutti amici miei, ma sono convinto che siano i musicisti adatti per creare un gruppo degno di questo nome”.

“Facciamo così” mi dice Fumagalli, presidente della casa discografica ”fate qualche prova con questi tre, magari preparate i pezzi che dite di avere già, poi affittiamo per una sera uno studio o un locale della vostra zona e vengo a sentire, magari insieme ad un produttore”.

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Sono le 23,30, io, Ellade, Martino e Federico siamo in una sala prove di San Faustino di Rubiera ancora in attesa di Fabio. Avevamo appuntamento alle 21, tengo Ittod a distanza, lascio che Aramis e Stefano conducano la cosa, altrimenti rischio di mandare tutto a ramengo. Sapevo che avere a che fare con i cantanti è problematico, ma mi era sembrato che Codeluppi fosse molto preso dalla cosa e di conseguenza pensavo si sarebbe presentato puntuale. Per evitare perdite di tempo con gli altri provo i primi due pezzi e un paio di cover tanto per dare un senso alla serata, brani che noi quattro avevamo già affrontato durante le prime sedute informali a casa mia. Alle 23,50 arriva Fabio, in moto e accompagnato da una ragazza. Ittod scalpita, vorrebbe mandarlo a fare in culo, ma Stefano prende il sopravvento e fa in modo che almeno per un’oretta si possa provare e capire se siamo davvero fatti gli uni per gli altri.

All’una capisco che potenzialmente siamo un signor gruppo Rock. Somebody To Love e Innuendo dei Queen mi colpiscono, a parte qualche cosetta da sistemare paiono già pronte per essere proposte dal vivo. Mica roba da tutti.

Proviamo anche Whole Lotta Love, senza tastiere, e il risultato è doppiamente soddisfacente: non sembriamo affatto la solita band di metallari che approccia il pezzo con sonorità, intenzioni e parti sbagliate. Rifare brani dei Led Zeppelin è difficilissimo, non solo per le parti strumentali in sé e per il cantato, ma anche e soprattutto per il senso generale che i quattro britannici seppero dare alla loro musica rock. Ricreare in studio o dal vivo quell’intenzione, quel groove, quella magia è davvero complicato, questa è una delle mie ossessioni, non voglio assolutamente diventare uno di quei gruppi macchietta dai suoni e dagli approcci sballati.

I primi due pezzi nostri poi, The Garden e The Front Door, mi entusiasmano. Fabio li canta molto bene, Ella e Marti sono entrami bravi nel costruire la giusta corrente ritmica e Fede è magistrale nel creare gli abbellimenti che caratterizzano i pezzi.

Fede proviene dalla classica e da quello che oggi viene chiamato prog, non è uno da tappeti musicali che, come sappiamo, sono da evitare come la peste, e capisce perfettamente il ruolo che deve avere all’interno di un progetto Rock in senso stretto. Ci conosciamo sin da quando eravamo bimbetti, la nostra sintonia è totale, Fede è carne della mia carne, siamo diversi ma complementari.

Prima di lasciarci Ittod spinge Aramis a dire due cosette a Fabio: “Vecchio, la prossima volta puntuale, altrimenti non avremo un gran futuro. Ok Fab?” “Ok Ari, Ricevuto!”

Seguono due settimane di prove serrate, qualche scazzo, qualche insofferenza da parte mia, ma Fede, Marti e Ellade sopportano con stile, sanno come sono i chitarristi della mia specie. Fabio è uno che ne ha viste di tutti i colori nell’ambiente del Rock e dunque non si scompone più di tanto davanti a certe mie idiosincrasie rispuntate fuori da quando Michela è diventata un buco nero nella mia testa.

Fumagalli – venuto già tre volte a controllare la situazione – quasi ogni giorno mi sottolinea la sua soddisfazione. Avendo a che fare con gruppi e artisti di livello più alto del nostro (parlando di mero successo di vendite) si è sorpreso che anche in questo caso come già accaduto con gli ARA, il gruppo sia – a detta sua – micidiale. Fumagalli è un discografico e un imprenditore, deve restare focalizzato sull’aspetto “finance” della sua azienda, ma è uno che sa cosa è il Rock e come va suonato e prodotto. Nella sua scuderia diversi sono i nomi di successo che, come direbbe il mio amico Riccadonna, “rockeggiano di comodo e si limitano a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare musichetta diretta a un certo tipo di pubblico a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano”, Fumagalli li coccola e li fa sentire importanti visti i risultati in termini di profitti che portano a casa, ma è perfettamente conscio che il Rock dovrebbe andare al di là di certi luoghi comuni.

Fabio forse metterebbe più enfasi nel nostro progetto, ma io sono risoluto nel seguire il bon ton musicale che da sempre cerco di mantenere.

Decidiamo di registrare all’Esagono di Rubiera, siamo tutti della zona, i costi di trasferta si annullano, lo studio ha un’ottima nomea e conosco uno dei soci avendo già usato questa struttura in passato.

Il primo giorno la noia ha il sopravvento, come al solito; si sistemano gli strumenti, si ricercano i suoni giusti, si prova ad entrare in sintonia con lo studio e i tecnici. Regolare la batteria è sempre la cosa più pesante, tempo che sembra infinito viene speso a picchiare sui singoli tamburi nell’illusione di trovare il giusto sound. Registriamo in diretta, perlomeno chitarra ritmica, basso e batteria; cantato, tastiere e le altre chitarre verranno aggiunte in un secondo momento.

Quattro giorni e le basic track sono pronte, altri otto per il resto. Nella prima seduta giornaliera che lo prevede in pista Fabio si scalda la voce canticchiando scale maggiori, vocalizzi che mi fanno scuotere la testa, il producer scelto da Fumagalli perché ci affianchi nella produzione ridacchia in silenzio ogni volta che vede le mie espressioni facciali. Ci sono momenti magici, come l’improvvisazione finale di Rum Service tra me, Ellade e Martino, la perfetta sintonia tra la mia chitarra acustica e la voce di Fabio in Copenhagen Rain, la maestria di Fede in Blue Mill, le grasse risate durante le ore piccole, sebbene in definitiva io non riesca ad entrare nel mood scherzoso che spesso hanno gli altri. Le session comunque giungono alla fine, dodici giorni in totale, a cui si aggiungono altri quattro giorni per il missaggio e un’altra giornata per il mastering. Durante questa ultima fase Fede e Martino fanno capolino raramente. Ellade, io, Fabio, Ferra (il responsabile dello studio) e il produttore siamo invece sempre presenti. Probabilmente avremmo potuto impiegare meno tempo, ma Fumagalli ha preferito spendere qualcosa in più per avere un missaggio molto professionale.

Finito il mastering, consegniamo il master alla casa discografica su vecchi nastri digitali sulla cui etichetta frontale sono riportati i titoli delle canzoni nella giusta sequenza:

The Ouverture

The Garden

Wanton Woman

Rum Service

The Front Door

Blue Mill

Last Night In New Orleans

Copenhagen Rain

Due giorni dopo siamo tutti presenti allo shooting fotografico nelle campagne intorno a Castellazzo, qualche chilometro a est di Reggio Emilia. Il nostro amico Athos Bottazzi, fotografo rinomato della zona, ci riprende in mezzo a prati d’erba lunga, l’effetto è un po’ foto promo dei Led Zeppelin a Knebworth e temo sia tutto voluto. Il più degli scatti ritraggono me e Fabio, alcuni altri tutti e cinque. Peccato che Athos non abbia portato una spogliarellista per allietarci come successe nel 1979 nei campi di Knebworth. Gli chiedo di fare qualche scatto anche ai vecchi edifici nei dintorni: barchesse, caselli, vecchie corti di campagna.

Arriva il giorno dello Showcase al Voodoo Cabinet di Bologna. Ci sono i nostri discografici, giornalisti musicali, fotografi, qualche amico e i soliti imbucati.

Benché non si sia mai suonato dal vivo, siamo tirati a lucido, pronti e con la giusta cazzimma. Poco meno di un’ora passata a proporre gli otto brani dell’album, le due cover dei Queen e Think About It degli Yardbirds (versione Aerosmith).

Fumagalli viene a farci i complimenti, poi porta me e Fabio a rispondere a qualche domanda dei giornalisti e a farci fotografare dai pochi fotografi presenti. Qualche battuta anche per una televisione locale.

Segue rinfresco… prosecco, tartine, frutta. La gente ride, beve, corteggia.

Giovanni e Penelope sono voluti venire a vedere la mia nuova band, mi fanno i complimenti per la proposta, a Penny è piaciuta particolarmente. Mentre parlo con loro inizio a sentirmi strano, sento dentro di me ondate che salgono dai piedi alla testa, avverto un peso sul petto, il viso mi formicola. Provo a bere acqua, a ingoiare un po’ di zuccheri, a cercare di capire se è un malessere passeggero, ma l’orribile turbamento persiste. Prendo la mia bassista da una parte: “Penny portami a casa, non mi sento bene”. “Cosa? Ma sei sicuro? Che hai?” “Penny, portami a casa!”.

In macchina, Penny guida veloce in direzione Milano, io sono sul sedile accanto a lei. Dietro, Giovanni ci segue con la sua auto. All’altezza di Modena chiedo a Penny di chiamarlo e di dirgli che vada a casa, che la crisi è passata.  Non è vero. Mentre ci avviciniamo a Reggio chiedo a Penny di puntare verso il pronto soccorso. E’ una donna tosta, mantiene i nervi saldi, aumenta la velocità, e dire che già sfrecciamo sulla tangenziale. Sono le due di notte, entriamo in città, io ho la faccia fuori dal finestrino, fatico a respirare, provo una sensazione di morte, il cuore batte come un tamburo, quella che penso essere la pressione sanguigna provoca una burrasca dentro di me, non mi sono mai sentito così, l’ansia e l’angoscia pervadono il mio spirito, il raziocinio è ancora in funzione, ma è offuscato, ho dei mancamenti a cui però resisto.

Davanti al desk del pronto soccorso descrivo per sommi capi quello che mi sta capitando. La giovane infermiera mi fa accomodare in uno stanzino lì accanto per il triage. Dopo la rapida valutazione della condizione clinica mi fa stendere su una barella e mi parcheggiano in una sorta di sala d’attesa. Penny mi è accanto. “Scusa, ti faccio perdere la nottata” le dico.

Verso le 3:30 mi vengono a prendere e mi portano in un ambulatorio. La dottoressa guarda gli esami, mi visita, mi espone tutto con chiarezza, si è trattato di un attacco di panico o di qualcosa di simile e mi liquida con un perentorio: “Signor Rinaldi, non deve farsi prendere dal panico, dall’ansia, la vita va affrontata in maniera decisa”. La sua è quasi una ramanzina.

Vorrei dirle due cosette a tal proposito, in una circostanza diversa non avrei accettato una reprimenda del genere ma sento che il suo discorsetto mi fa bene, dunque annuisco ed esco sollevato.

Una volta a casa Penny mi chiede se preferisco che rimanga a dormire da me. “Avviso Stefano, se ti senti più sicuro rimango, non farti problemi”. Stefano è il suo compagno, sa che tipo di rapporto abbiamo e sono sicuro che non farebbe problemi, ma la ho già disturbata abbastanza. “Vai pure Penny, grazie mille. Il peggio è passato, era solo panico, adesso mi metto tranquillo. Domani chiamo il mio medico, tutto è sotto controllo ormai”

La fine della storia con Michela ha riportato a galla un lungo e doloroso blues proveniente dalla mia vita passata, echi di ciò che ci si insegnano sin da piccoli, un rapporto duraturo, un matrimonio, figli, una famiglia tradizionale … peccato che io non sia mai stato un tipo da quel genere di cose, sebbene un paio di volte ci avessi creduto; la fine di quelle storie risale e mette scompiglio, ferite che pensavo rimarginate si riaprono all’improvviso, rigurgito blues su blues, cado in ginocchio e rifletto tutto sulla figura di Michela. Senza di lei sembra proprio io non riesca andare avanti. E’ la idealizzazione di una figura femminile che non esiste, di rapporti che non sono mai stati così, ma ai quali ogni tanto si torna a pensare, esattamente come canta Vasco Rossi in alcune sue canzoni, soprattutto nei primi album, una figura femminile o perlomeno un concetto di donna da cui ancora il mio conterraneo non riesce a sganciarsi del tutto.

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E’ mattino, scendo in campagna, mi sento rinfrancato ma sono stanchissimo, la crisi di ieri mi ha lasciato quasi senza forze. Il fresco di questa mattina d’inizio settembre mi ritempra, il medico mi ha detto di non preoccuparmi, valori ed esami sono pressoché perfetti, mi ha consigliato di prendermi qualche giorno di vacanza e mi ha prescritto il Lexotan in caso sentissi arrivare altri momenti di difficoltà, soprattutto durante l’imminente tour. Preso dalla fustinella prenoto una mini vacanza di cinque giorni alle Baleari, a Minorca, vengono con me Penny, Stefano, Giovanni e Sonia (non c’è niente da fare, il trio ARA è davvero compatto). All’ultimo minuto si aggiunge anche Ellade.

Qualche giorno prima di partire mi accorgo che verso sera un animale entra ed esce dalla finestrella del garage spiccando salti notevoli, dapprima non capisco cosa sia, ha una andatura strana, sembra molto agile, deve essere senza dubbio un gatto ma ha qualcosa di particolare. La terza sera si affaccia alla finestrella, ha il manto a più colori, dunque è una gattina, deve avere sei, sette mesi, ha la coda mozzata. Come fatto le due sere precedenti le riempio la ciotola col cibo che mi sono procurato, questa volta non scappa, freme dalla voglia di avere un legame, è indecisa, impaurita, ma sembra sapere che se trova l’umano giusto per lei è fatta. Mi avvicino alla finestrella, lei si fa avanti da dietro la tenda e finalmente viene a fare sturlino con me e appoggia con forza il suo muso al mio. Contatto. Inizia le fusa ma poi scappa via. Prima di partire chiedo alla mia vicina di darle da mangiare e da bere nei giorni in cui non ci sarò.

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I giorni passano lieti, aeroporti organizzati, hotel sulla spiaggia, mare bellissimo, spiagge attrezzate e tranquille, mojito sorseggiati al tramonto, un balsamo per l’anima.

Il penultimo giorno della mia breve vacanza, Michela mi manda un messaggio per chiedermi se può andare a ritirare le sue cose a casa mia. Verso sera le scrivo un messaggio per sincerarmi della cosa;

“Hai fatto? Trovato tutto?”

“Sì, sono venuta stamattina, fatto tutto, ma sono ancora qui …” mi risponde.

“Qualcosa non va?”

“No, tutto a posto, sto passeggiando per i campi, mi sto preparando ad abbandonare con gli occhi Roncadella …”

Una lancia mi arriva nel costato.

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Rientro a casa il giorno successivo, mi pare di sentire ancora il profumo di Michela nelle stanze. Scendo in cortile, la gattina mi corre intorno e si ferma ad un metro da me, poi salta sul davanzale della finestrella e resta lì in attesa. Le vado vicino, si strofina contro la mia faccia, è fatta, mi ha riconosciuto. Si lascia prendere, mi guarda con occhi sbalorditi mentre la porto in casa. Entra titubante, le preparo una ciotola d’acqua e una di cibo, sistemo la lettiera e mi preoccupo bene di farle capire dove è posizionata. Ha una struttura inusuale, sembra un felino portato per l’atletica, dopo una veloce ricerca in internet capisco che è una gattina tortoiseshell (a guscio di tartaruga), gatte (molto raramente sono maschi) con colorazioni di pelo assai particolari, questa lo ha di una miscela crema, blu, fulvo e lilla. Alcuni individui di questo tipo di gatti mostrano un’agilità molto marcata, ed è proprio il caso di Minnie, che chiamo così visto che sono appena tornato da Minorca.

Inizia il tour, tre date warm up in Lombardia e poi apparizioni in festival rock (o meglio, metal) europei: Repubblica Ceca, Fiandre, Germania, Danimarca, Finlandia, Estonia, Russia, Austria, Croazia, Spagna e Portogallo.

L’ufficio Media dell’etichetta sembra aver fatto un gran lavoro, l’album viene reclamizzato su molte riviste del settore, tra cui un paio di famosi magazine inglesi le cui recensioni sono fin troppo generose: quattro stelle e quattro stelle e mezzo su cinque. Questo genera un buon interesse intorno al progetto CodRei, Codeluppi-Reinhardt.

Ci si sposta con un tour bus Iveco New Car da diciotto posti, in cui riusciamo a fare stare sia le nostre valige che l’attrezzatura e la strumentazione. Oltre a noi cinque, l’autista, il nostro referente della casa discografica, Teresa (fonica/tour manager), un tecnico da palco tuttofare e il mio amico Mino Scopelliti, assistente del gruppo e figura fondamentale per tour di questo livello.

L’Over Europe Tour, come ho richiesto fosse battezzarlo, dura tre settimane, si suona ogni due giorni, si viaggia dalle sei alle otto ore al dì, poi albergo, cena, di nuovo albergo. Il giorno seguente ci si reca sul posto del concerto di buonora per dare in consegna all’organizzazione del festival la nostra strumentazione, un veloce soundcheck e, a seconda dell’ora della nostra esibizione, ritorno in albergo o giro nella città più vicina. Nei trasferimenti gli autogrill diventano posti dove si passa parecchio tempo ed è da quelli che capisci di essere davvero on the road.

Essere uno dei tanti nomi dei festival non è il massimo dal punto di vista della logistica, ma in nord Europa sembrano tutti molto organizzati e con l’aiuto di Teresa, che è una forza della natura con grande competenza e grande spessore umano, tutto fila via senza grandi impicci. Anche Mino si rivela figura basilare per tour di questo tipo, lui e Teresa hanno una lunga esperienza, uno viene da Roma, l’altra dalla Sicilia, hanno lavorato persino negli Stati Uniti, sanno cavarsela in qualunque situazione.

The Garden è il brano su cui ha puntato la casa discografica e infatti quando lo suoniamo il pubblico sembra riconoscerlo. Il nostro set deve durare 45 minuti e dunque proponiamo sei nostri pezzi e due cover da scegliere di volta in volta dal materiale che abbiamo preparato. Per quanto riguarda le cover di solito abbiniamo Think About It a Innuendo e Somebody To Love a Whole Lotta Love. Ci vengono richiesti altri pezzi dei Led Zeppelin, ma non mi voglio trasformare in una tribute band, così resistiamo il più possibile e solo verso metà tour finiamo per aggiungere alla scaletta Shapes Of Things degli Yardbirds (ma nota anche per le versioni di Jeff Beck e Gary Moore) e In The Evening dei Led Zeppelin.

Dopo i concerti, mentre si ritorna verso il bus, di solito alcuni spettatori vengono a chiedere di fare una foto insieme, io non mi rifiuto mai anche perché noi non siamo nessuno in Europa e inoltre non voglio fare l’altezzoso. Qualche anno fa vidi a Milano gli UFO, dopo il concerto mi intrattenni con Andy Parker, il batterista, mentre gli altri non si fecero vedere; notai tuttavia che Paul Raymond, il tastierista, era uscito dal locale e stava giusto tornando nel backstage così lo chiamai, mi sarebbe piaciuto stringergli la mano e dirgli quanto gli album Lights Out e Strangers In The Night fossero importante per me. Paul si voltò un istante, gettò un’occhiata e con fare snob corse a chiudersi in camerino. Ora, magari era girato male e avrà avuto i suoi motivi, ma avrebbe dovuto ricordarsi che sì, aveva appena fatto un buon concerto, ma davanti a 175 paganti.

In alcune occasioni partecipiamo a dei party semi improvvisati con altri gruppi in scaletta, in massima parte sono musicisti del mondo metal e dunque non ho modo di interagire davvero, dato che provengo da un background  differente. Fabio invece in quel giro ci sguazza, a tal punto che quasi ogni sera si porta in albergo una ragazza diversa. Avrei un paio di occasioni anche io, ma rinuncio senza troppa fatica.

Farsi l’Europa in lungo e in largo su un bus è stancante ma in qualche modo gratificante, vorrei essere in un mood diverso e godermi il tutto con più leggerezza, ma vista la situazione vado avanti come meglio posso.

Il tour sembra scivolarmi addosso, cerco di dare tutto me stesso ma nulla mi rimane davvero nell’anima. Tuttavia sono contento del risultato, nonostante sia un progetto nato a tavolino lo spettacolo che proponiamo penso non sia davvero male e in più tutto fila liscio, o quasi. In Russia abbiamo qualche battibecco con i tecnici del palco dell’organizzazione, in Repubblica Ceca e in Spagna con un paio di altre band in scaletta, ma Teresa e Mino ci tengono lontani dal casino, volano spintoni e parolacce, Fabio rischia di venire coinvolto e di fare a botte, ma poi tutto si placa.

Le recensioni che leggo in internet sono positive, dai filmati che vengono caricati su youtube noto che le nostre performance sono ottime e che ci si distingue dalla cascata di metallo che gli altri gruppi propongono. Fumagalli mi chiama quasi ogni giorno e mi informa che il disco si vende bene, a tal punto che anche la seconda ristampa è quasi esaurita e che non si aspettava numeri del genere in così poco tempo. Sono contento, ma non mi faccio prendere dall’euforia, stiamo parlando perlopiù di paesi in cui arrivi al disco d’oro con cifre bassissime; sono ormai lustri che di dischi se ne vendono pochi, ma il fatto che ci sia ancora un mercato (per quanto ci riguarda diviso a metà tra compact disc e long playing) che porti a stampare 50.000 copie di un album di una nuova band (benché i due membri principali siano conosciuti in Italia e in Svizzera) è un risultato notevole.

Torniamo in Italia, una settimana di riposo e poi la parte di tour che copre lo Stivale e Svizzera. Mino e Teresa tornano al sud, ci si rivedrà tra sei giorni per il nuovo rendez vouz.

Non appena Minnie mi vede mi corre incontro e si butta a terra per farsi coccolare. Meno male che ho lei, restare nella grande casa da solo sarebbe stato insopportabile. Dopo la doccia un salto alla Coop per fare un po’ di spesa e di nuovo a Roncadella per il meritato relax. Le campagne non sono silenziose, le vendemmiatrici automatiche sono all’opera, ed è una sofferenza per me vedere i battitori delle macchine che scuotono le piante fino a seicento volte al minuto e che lasciano le viti in pessime condizioni. Certo, è il progresso, vendemmiare a mano oggi ha costi diversi, ma la poetica della vendemmia che ho vissuto da bambino proprio su questi terreni è ancora parte di me, non posso farci nulla.

Anche Penny abita in campagna e cenare da lei nell’aia mentre il sole va giù è una benedizione per il mio animo. Con noi naturalmente anche Stefano, i gatti che vivono con loro, Giovanni e Sonia. Non vedo l’ora di terminare il tour di CodRei e di ripartire con gli ARA. Chiedo loro come va il progetto in cui li ho coinvolti, ovvero suonare con il mio protégé Tanglewood Talent Boy Ascari, il giovane chitarrista pieno di talento che ho scoperto lo scorso gennaio e che dopo avermi conosciuto si è in qualche modo dato al blues, ha cambiato nome d’arte e viene spesso da me per farsi raccontare questa musica rurale e conoscere nuovi nomi tra i vecchi esponenti del blues del Delta degli anni venti e trenta del secolo scorso, genere che prima non seguiva e che ora ha iniziato a riconsiderare e a studiare. Lui viene dal Jazz con tanto di laurea triennale in chitarra, arrangiamenti e composizione conseguita al Conservatorio Statale di Musica Frescobaldi di Ferrara e per di più predilige la musica acustica solare tipo west coast californiana, il soul moderno, oppure pop del tipo Alicia Keys, ma essendo stato folgorato dal senso del blues che sfoggiai in un concerto degli ARA, volle conoscermi, frequentarmi ed ora si definisce mio discepolo. L’idea sarebbe di produrre artisticamente un suo album e far sì che le sue influenze si intersechino sul cammino blues che sembra aver intrapreso, dunque di non fargli fare né il solito blues bianco ormai consunto, né il solito Jazz, né il solito pop. La mia idea sarebbe quella di fargli suonare con una Gibson Les Paul Traditional collegata ad un Marshall Bluesbreaker, attrezzature a lui apparentemente distanti, una miscela delle influenze di entrambi. Alcuni brani originali scritti a quattro mani (o meglio alcune sue cose risistemate da me), un paio di cover arrangiate in modo particolare di Con Il Nastro Rosa di Battisti e di Musica Musica di Pino Daniele e cose del genere, insomma musica italiana al contempo verace e raffinata, passionale e ben prodotta. In attesa che prenda corpo la possibilità di registrare un disco, ho “prestato” Penny e Giovanni a Talent Boy per un mini tour in locali della nostra regione. Penny e Gio si dicono soddisfatti, il mix di canzoni d’autore, pop e bluesrock suonato col Marshall sembra funzionare.

Ritorno a casa, una doccia e mi metto a letto. Minnie, rientrata con me, salta sul mio petto, struscia più volte il muso sul mio mostrando gratitudine e affetto, poi viene a sdraiarsi di fianco a me, la testa appoggiata al mio petto e le fusa in modalità on. L’interazione tra due mammiferi di specie diverse sperduti su un pianeta sito nel buco del culo del mondo è una faccenda davvero speciale.

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Sono seduto ad un tavolo nella mia pizzeria preferita, il Pizzikotto di Viale Gramsci a Reggio Emilia, medito sui soliti blues in attesa che mi portino la pizza Regina e la nove luppoli bianca che ho ordinato. Sono di casa qui, Antonio e Giuditta – due delle figure della pizzeria con cui sono più in confidenza- si accertano che tutto vada bene e che sia okay il fatto che un paio di ragazzi siano venuti a chiedere di farsi un selfie con me. Non sono cose che capitano spesso, giusto ogni tanto e sono sempre disposto a farlo, anche quando sono di malumore. Il tavolo in cui sono è in posizione centrale, accanto alle fioriere che dividono in due parti la grande veranda e di fronte alla porta che dal locale interno porta alla veranda appunto. Alzo leggermente lo sguardo dal cellulare e vedo entrare due lunghe gambe infilate in stivali di camoscio greige, mi si ferma il cuore, alzo lo sguardo e incrocio quello di Michela che sta entrando insieme a due amiche.

Un po’ in imbarazzo si ferma un momento “Ciao Ste, come va?”

“Bene, bene. Tu sei a posto?” le chiedo. Sorride in maniera enigmatica. Altri due convenevoli e va a sedersi nella tavolata di amiche alla mia destra. Mi impongo di non guardarla, metto via il cellulare e apro il libro che ho con me. Poco dopo torna al mio tavolo.

“Uh, George Orwell, La Fattoria degli Animali … sempre letture poco impegnative le tue” dice sperando di essere simpatica e di rompere il ghiaccio, ma in serate come queste non sono esattamente propenso alla conversazione, figuriamoci poi con lei. “Come stai Ste, ti vedo di malumore. Ho chiesto un po’ in giro ai tuoi amici ma nessuno mi dice niente. Lo so che non ti importa più nulla, ma mi dispiace… mi dispiace tantissimo.”. La guardo negli occhi un momento e sento un’onda di emozioni che mi travolge e mi scuote con forza … per fortuna arriva la pizza.

“Le cose accadono Michela, e noi non possiamo che adeguarci.”

“Avrei bisogno di parlare con te ma so che non capiterà, quindi … magari non è una buona idea farlo ora, ma vorrei dirti che Giorgia mi ha poi confermato che quella sera non ho fatto tanto, che ero parecchio brilla e che oltre qualche interazione con lei e poco altro non sono andata. Ecco volevo tu lo sapessi.”

Non abbassa gli occhi, sembra costernata ma non vuole la parte di Maria pentita.

“Come mai sei qui stasera?”

“Esco spesso con le amiche adesso, non ho nessuno e …”

“Sì, ma perché proprio qui, sai che è uno dei miei posti …”

“Perché speravo di incontrarti, vengo quasi tutte le settimane… va beh, ci hanno portato le pizze, vado al tavolo. Ciao.”

Chiedo la crema catalana e un sorbetto al mandarino. Scambio due battute con Antonio, sempre gentilissimo e attento ai desideri del cliente, e mi godo come sempre i suoi lineari motti di spirito e il suo accento partenopeo. Nemmeno il tempo di alzarmi per andare a pagare che Michela si avvicina accompagnata da una sua amica.

“Scusa Ste, Ilaria chiede se è possibile fare una foto con te. Ha due dei tuoi album …”

“Ma certo. Ciao Ilaria.”

“Ciao Aramis, scusa il disturbo ma ci tenevo ad avere una foto con te e a dirti che Quel Che Cantai è una canzone bellissima e che tutte le mattine canticchio La Sveglia.”

“Se molto cara, non sai che piacere mi faccia sentirlo, le mie canzoni sono tutto per me”.

Michela scatta, Ilaria si stringe a me, il risultato è una foto che ritrae due persone in intimità.

“Perfetta, così posso far intendere che ti conosco bene” e conclude la frase con una bella risata.

Michela mi stringe un braccio, io faccio il mio solito ghigno alzando e stringendo il lato destro della bocca e vado alla cassa.

Il Tour Italiano e Svizzero si protrae per altre tre settimane, quello che mi colpisce è la mancanza di spinta emotiva, sul palco cerco di dare tutto quello che ho, ma una volta sceso fatico a godermi il momento. Fumagalli mi ha già prospettato un secondo album, ma non credo di essere dell’idea, malgrado Ellade, Fede e gli altri siano amici con cui mi trovo bene, voglio tornare alle mie canzoni in italiano, al mio trio, voglio essere libero di sgattaiolare tra i generi, di fare pezzi di Johnny Winter, dei Bad Company e di chi cavolo mi pare, ma intanto devo finire il tour di CodRei con tutte le sue storielle di ordinaria Rockeria.

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Rimango in un angolo della grande stanza adibita a camerino unico, passano di qui tutti i gruppi che si susseguono al Festival di Levizzano che si tiene al castello. La location è suggestiva, la serata di fine estate è fresca. C’è un che di cameratismo tra tutti i musicisti che entrano ed escono dalla stanza, sembriamo tutti compagni d’arme. Ci sono musicisti che, accompagnati dalle loro mogli o ragazze, mi vengono a salutare e a chiedere una foto insieme, alle loro donne sembrano piacere le canzoni degli ARA. Cerco di sorridere e di apparire decente nelle foto che magari conserveranno o pubblicheranno sui social. Due di questi musicisti, una volta riaccompagnate le loro partner al loro posto nella platea davanti al palco, li vedo tramare e scomparire in un ripostiglio con un paio di ragazze, e mi chiedo che senso abbia tutto questo.

Decido di cambiarmi, al nostro ingresso manca ancora un po’ ma come sempre voglio prepararmi per tempo. Faccio per entrare in quel cavolo di sgabuzzino che c’è nel ramo più nascosto del corridoio che porta alla grande sala, che mi imbatto in una ragazza che sta praticando la fellatio a Fabio.

“Oh vecchio, è occupato come vedi…” e fa una risata delle sue. Decido di cambiarmi in bagno. Esco a vedere la situazione. Il gruppo sul palco propone un rock alla Mott The Hoople. Poco dopo mi raggiunge Fabio, sorridente e appagato. “Scusa per prima ma non potevo mica interrompere” mi dice con una mezza risata. “Ma chi è?” gli chiedo. “Una mia amica, quella che mi manda queste foto” e mi mostra alcuni scatti di un culo in primo piano con in bella vista il buco che vi è al centro. Fabio è un cantante, c’è poco da fare.

La tipa poi esce da una toilette, va incontro ad un uomo e lo bacia appassionatamente.

“E quello chi è?” chiedo a Fabio. “Il suo ragazzo”.

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Fumagalli insiste, sa che una proposta come quella dei CodRei ha un mercato più ampio, la lingua inglese rende naturalmente tutto più semplice, così mi invia il report delle vendite del disco: 7.500 CH, 17.000 D, 5.000 N, 8.000 FIN, 4.000 DK, 3.000 B, 1500 NL, 4.000 F, 4.000 RU, 7.500 P (disco d’oro), 18.000 I.

Al giorno d’oggi 75.000 copie in Europa sono un gran successo per un gruppo del nostro livello, senza contare che alcune decine di esemplari sono finiti anche in Giappone, in Nord America e in Brasile.

Fumagalli mi dice anche che vorrebbe organizzare i festeggiamenti per il disco d’oro in Portogallo.

“Alberto, ti sembra il caso? Capisco che faccia effetto ricevere un disco d’oro, ma sono 7500 copie. Già mi è sembrato surreale quando Zucchero ha pubblicamente festeggiato il disco d’oro di uno dei suoi ultimi album per aver venduto 25.000 copie qui in Italia. Capisco che faccia curriculum, ma un artista del suo livello abituato a ben altre cifre avrebbe dovuto sorvolare secondo me. Dai meglio di no, cerca di capire”.

Quattro le date in Svizzera pianificate insieme a quelle del Nord Italia, poi centro, sud e infine l’Emilia Romagna. Qualche concerto fatto con gruppi spalla suggeriti dalla etichetta, genere Prog o Metal, mentre in Emilia in due date apre i concerti un gruppo che fa musica anni novanta, un misto tra grunge, indie, brit pop e cose del genere.

Dopo il secondo concerto con loro l’etichetta organizza un piccolo party per i due gruppi, presenti backstage anche Penny, Giovanni, Talent Boy e tutta la combriccola dei miei amici. Siamo nell’arena della Festa Provinciale dell’Unità di Modena, nel backstage sono stati allestiti alcuni tendoni, sotto uno di questi si dipana la festicciola: prosecco, lambrusco, tartine e pasticcini, the same old blues.

Sono lì che parlo con Fumagalli, Ellade e Lizn, uno dei miei amici, quando si avvicinano un paio di membri del gruppo spalla che non ho mai considerato perché non mi stanno simpatici e hanno atteggiamenti che non reggo, ma a dire il vero in questo periodo è poca la gente che sopporto. I due fenomeni si inseriscono nella discussione senza il minimo bon ton, interagiscono con Fumagalli per poi lanciare qualche allusione malevola, in modo apparentemente scherzoso, circa l’hard rock che facciamo, apostrofandolo come musica del passato. Dovrei lasciar perdere ma, si sa, sono mesi che sono girato male e non tollero che musicisti e, soprattutto, autori di canzoni mediocri vengano a pestarmi i piedi.

“ Veh cos” lo apostrofo “ ognuno suona e ascolta quello che gli pare, ma non permetterti di venire a fare la morale a me, pensi di fare musica attuale tu? La vostra è ormai roba vecchia quanto la nostra, quindi evita di rompere le palle a me. Inoltre a parte di un paio di pezzi originali non fate altro che proporre medley su medley, accenni ai ritornelli anni novanta più ruffiani includendo di tutto, senza un minimo di coerenza e di rispettabilità musicale, con una gamma espressiva ridotta e per questo fastidiosa. Se siete contenti buon per voi, ma non venire a tediarmi con i tuoi giudizi non richiesti. Vai a fare in culo te e la musica anni novanta, anche perché mi risulta che del vostro album non stiate vendendo un cazzo.”

Ellade continua a sorseggiare il suo prosecchino, mi conosce e non fa una piega alla mia reazione, Lizn sorride sorpreso, Fumagalli cerca di sdrammatizzare ma il tipo continua.

“Ah, ti senti punto sul vivo eh Rinaldi? Immagino che invece voi stiate avendo un successone” dice con scherno.

Prendo dal tavolo quello che mi stava consegnandoci Fumagalli:

“Testa di cazzo, lo vedi questo? E’ il riconoscimento che ci ha appena dato Fumagalli, il nostro album è diventato disco d’oro in Portogallo. Quindi chiudi il becco e vai a farti le seghe con bittersweet symphony”.

 

Stefano Tirelli – © 2021

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LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT SUL BLOG

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Brian May “Back To The Light (1992) – (2021 reissue – Universal Music) – TTT+

22 Ago

Ricordo bene questo album di Brian, uscì in piena Queenmania a un anno di distanza dalla morte di Freddie e qualche mese dopo il celebre concerto tributo a lui dedicato. In quel momento in Europa (e in buona parte del mondo – nord America escluso) non si ascoltava altro, pareva non ci fossero che i Queen. Avevo molte aspettative per Back To The Light, nel 1989 ero tornato a seguire il gruppo con passione e speravo che il disco di May potesse essere all’altezza. Ho amato parecchio i Queen, ma in un loro periodo ben preciso, diciamo dal 1975 al 1980 perché a differenza dei veri fan non ho mai avuto un attaccamento speciale per i primi tre dischi e quelli usciti dopo The Game mi mandarono in confusione. Flash (dicembre 1980) e Hot Space (1982) furono delusioni mica da ridere. Tornai a frequentarli con The Works (1984) che fu un album non incredibile ma importante per la mia vita (insieme a Slide It In degli Whitesnake fu la mia colonna sonora di quell’anno). A Kind Of Magic e The Miracle non mi convinsero del tutto, d’altra parte conobbi i Queen con A Day At The Race (1976) e News Of The World (1977) e dunque non potevo che pretendere maggiore qualità. Poi, nel gennaio del 1991 ascoltai per radio l’anteprima del singolo Innuendo. Ero in un albergo a una stella a Milano, in un contesto urbano e spirituale molto, molto blues, prima di prendere sonno in quella umida e squallida stanza accesi la radio e il dj passò quello che era il nuovissimo singolo del gruppo. Mi colpì molto e ancora oggi ritengo sia l’unico pezzo epico degno di Kashmir dei LZ. Accadde poi l’inevitabile, a cui seguì il Freddie Mercury Tribute Concert, evento teletrasmesso live in tutto il mondo che contribuì a spedire i Queen nell’iperspazio. 

Il singolo Driven By You mi piacque, benché provenisse dagli spot pubblicitari che May scrisse per la casa automobilistica Ford, come mi piacque il fatto che Cozy Powell fosse della partita, ma poi gli entusiasmi si affievolirono, gli album solisti di membri dei grandi gruppi non hanno mai retto il confronto con quelli dei gruppi di provenienza.

Back To The Light è riproposto adesso in versione superdeluxe.

Brian May Back to The Light reissue

The Dark funge da introduzione, Back To The Light (Powell alla batteria) è brillante, sospesa com’è tra momenti di dolcezza e sfuriate elettriche, buono l’assolo di chitarra.

Con Love Token (Powell alla batteria) ci si dà all’Hard Rock velato di Rock Blues,  peccato abbia certe parti melodiche uguali a Headlong dei Queen, inoltre io ci sento echi degli Eurorhytmics e di Robert Palmer.

Resurrection (Powell alla batteria) è un pezzo da centurioni, costruzione scontata, tempo di batteria da gruppo teutonico pronto per il Rockpalast. Ci si sono messi in tre per scrivere questa brodaglia metallica. Tastiere banali, arrangiamenti dozzinali, assolo tra hammers on e tapping da dimenticare. Pezzo sopra le righe che sconfina nel kitsch.

Too Much Love Will Kill You la ascoltai la prima volta al Freddy Mercury Tribute e già allora mi parve una canzoncina caruccia ma nulla più. Risentirla oggi non mi fa cambiare idea. Magari ci sono momenti della vita in cui ci si può far cullare dalla retorica contenuta nel testo e dalla melodia gradevole (ma comune), però temo non sia un capolavoro sebbene in alcuni momenti l’uomo di blues che sono si commuove.

backtothelight reissue Brian May

Driven By You è altrettanto ruffiana, giretto armonico usatissimo, chitarrone distorte, approccio alla Bryan Adams, assolo alla Brian May. Canzoncina da ascoltare il sabato mattina mentre si è intenti a riassettare casa.

Nothin’ But Blue (Powell alla batteria / John Deacon al basso) è una sorta di pop blues in minore su cui la solista di May cerca di suonare qualcosa di ispirato, e a tratti riesce nell’intento.

I’m Scared (Powell alla batteria) è un altro brano di Hard Rock, questa volta forse più riuscito ma sempre sopra le righe. A questo punto temo sia stata l’influenza esercitata da Cozy Powell a rendere centurioniche le canzoni di Brian. Last Horizon è uno strumentale alla Beppe Maniglia (https://it.wikipedia.org/wiki/Beppe_Maniglia), a me oggi fa scappare da ridere (proprio come Prelude di Jimmy Page, intendiamoci) ma magari qualcuno lo trova fruibile. Let Your Heart Rule Your Head è imbarazzante, che senso ha una copia carbone di ’39 dei Queen? Mah! L’assolo in stile country però ha il suo perché. Just One Life è un momento riflessivo, un poco enfatico e senza una melodia particolare ma fa parte di quel tipo di canzoni che fregano gli uomini come me.  Rollin’ Over è una cover degli Small Faces che riporta un po’ di brio.

Il bonus disc offre versioni differenti (in massima parte con l’aggiunta della solista), un’ alternate take e cosette registrate dal vivo. Nulla di memorabile.

Quando fai parte di un gruppo che ha vari compositori al suo interno sei costretto a scegliere i migliori due o tre pezzi che hai scritto in un dato periodo per avere chances che vengano approvati dalla band e messi sul nuovo album, quando invece sei in veste di solista pensi che tutto quello che hai prodotto sia degno di pubblicazione così dai alle stampe un disco annacquato, soprattutto se la vena compositiva (che dura tra i 5 e i 10 anni) si è ormai esaurita.

I dischi solisti dei musicisti di grandi band sono – tranne rarissime eccezioni – cose per fan, e Back To The Light non si discosta da questo assunto. Magari assumono un grande valore nella vita delle persone, ma se messi in prospettiva paiono insignificanti per la storia del Rock.

  • CD 1 – Back to the Light
    1. The Dark
    2. Back To The Light
    3. Love Token
    4. Resurrection
    5. Too Much Love Will Kill You
    6. Driven By You
    7. Nothin’ But Blue
    8. I’m Scared (Justin’s Mix ’92)
    9. Last Horizon
    10. Let Your Heart Rule Your Head
    11. Just One Life
    12. Rollin’ Over
  • CD 2 – Out of the Light
    1. Nothin’ But Blue – Guitar Version
    2. Too Much Love Will Kill You – Guitar Version
    3. Just One Life – Guitar Version
    4. Driven By You Two
    5. Driven By You – Ford Ad Version
    6. Tie Your Mother Down – Live Version
    7. Too Much Love Will Kill You – Live Version
    8. ’39 / Let Your Heart Rule Your Head – Live Version
    9. Last Horizon – Live Version
    10. We Will Rock You – Live Version
    11. Driven By You – Cozy and Neil Version ’93
  • Vinyl LP – Back to the Light
    1. The Dark
    2. Back To The Light
    3. Love Token
    4. Resurrection
    5. Too Much Love Will Kill You
    6. Driven By You
    7. Nothin’ But Blue
    8. I’m Scared (Justin’s Mix ’92)
    9. Last Horizon
    10. Let Your Heart Rule Your Head
    11. Just One Life
    12. Rollin’ Over

Feriae Timothei Blues

21 Ago

Feriae Augusti (riposo di Augusto) fu istituito dall’omonimo imperatore per dare un po’ di riposo alle genti dopo i lavori agricoli dei mesi precedenti e si andava ad aggiungere alle altre festività che gli antichi romani avevano già previsto nello stesso mese.

Gaius Iulius Caesar Augustus

Gaius Iulius Caesar Augustus

Feriae Timothei (il riposo di Tim) è stato istituito per dare un po’ di riposo a me stesso dopo gli sforzi immani compiuti nei mesi precedenti per contrastare i blues.

Tim - late seventies

Gaius Iulius Stephanus Timotheus – tardi anni settanta AC

Una settimana di ferie dunque, passata alla Domus Saurea nella vana speranza di trovare un po’ di pace tra l’inquietudine che da sempre pervade la mia anima. Sono riuscito nell’intento? Naturalmente no. D’altra parte sono uno che non è riuscito a realizzare nulla di ciò che aveva in mente. Già, in questa settimana di apparente riposo sono stato spesso preda del fastidio interiore, il culmine nella giornata di ieri dove pareva non vi fosse nessun angolo adatto a me in questo misero mondo. Giunti ad una incerta età si è portati a fare continuamente bilanci e in giornate come quella di ieri ad esempio vedo solo risultati insignificanti.

Che Timotheus – colui che onora (un) dio – faccia parte delle mie generalità è divertente e mette in evidenza la spiritosaggine del Caos Universale, lo stato di disordine che regola questa follia in cui siamo chiamati a vivere. Proprio così, pur governati da leggi deterministiche l’empirica casualità nell’evoluzione delle variabili dinamiche è sotto gli occhi di tutti (beh, di tutti di no, ma di chi perlomeno si pone qualche domanda che non sia “che cazzo mangiamo stasera?)

E allora per dare un senso al significato di Timotheus meglio che mi inventi un dio anche io:

The Dark Lord (Tokyo Train Station 1971)

The Dark Lord (Tokyo Train Station 1971)

Per sfuggire a quello stato di inadeguatezza spirituale passo un giorno a Little Houses (of the Holy), una frazione del mio paesello natale. Là vivono un paio di amici, Gio & Maura, sempre pronti ad ospitarmi nel momento del bisogno.

Sdraiato sull’erba all’ombra di un grosso acero contemplo il cielo …

Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

Poi mi tuffo nel blu della piscina dei miei amici …

Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

Nel chiosco da giardino che hanno trovo l’angolino di pace che tanto bramavo. Spuntino con pizzette, gnocco e salame, abbondantemente annaffiati con belgian blanche e Campari. Si comincia a ragionare.

Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

La donna che ho accanto mi tiene d’occhio, scruta e sopporta le mie paturnie con una maturità e una concretezza che le invidio.

Motorcycle Mama - Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Motorcycle Mama – Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

Little Houses Place - agosto 2021 - foto TT

Little Houses Place – agosto 2021 – foto TT

L’indomani faccio colazione nel bar della chiesa (altra incongruenza) con gli unici cugini – da parte di Mother Mary – che frequento e poi la sera sono fuori a cena con uno dei dirigenti dell’azienda in cui lavoro, uno degli uomini più incredibili che abbia mai conosciuto, una delle menti più luminose con cui mi sia mai intrattenuto. Mi sento lusingato che abbia voluto passare una serata di mezza estate con me. Tra l’altro mi porta in dono un volume del 1969 rarissimo – stampato in 100 copie – sui testi del Blues. Volume trovato in una libreria specializzata pazzesca di Boca Raton (Florida) arrivato a lui tramite un’ ulteriore libreria qualificatissima del Kent (UK).

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The Blues Line - book 1969

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Osservo la Stricchi che sonnecchia sul dondolo, ed invidio la sua condizione data più o meno esclusivamente da bisogno primari… mangiare, dormire, fare la cacca, rincorrere le lucertole, farsi accarezzare dal suo umano.

Strichetto - Agosto 2021 Domus Saurea - Foto TT

Strichetto – Agosto 2021 Domus Saurea – Foto TT

Strichetto - Agosto 2021 Domus Saurea - Foto TT

Strichetto – Agosto 2021 Domus Saurea – Foto TT

Ma il blues spinge, la giornata di ieri la passo in uno stato di prostrazione assoluta, the day of my discontent non mi lascia respiro. Verso sera sono pronto a lasciare tutto, a partire per altre città, ad iniziare una nuova vita. Arrivo persino a vestirmi di tutto punto, con tanto di camicia fru fru, gilet e le immancabili scarpe Adidas. Con uno sforzo smisurato mi obbligo a svestirmi e a non far cazzate. Finisco per vagare in braghette corte ed in infradito tra le campagne nel buio della notte.

Night view from Domus Saurea - agosto 2021 - foto TT

Night view from Domus Saurea – agosto 2021 – foto TT

Arriva la giornata di oggi, il sabato prima del ritorno in ufficio. Colazione, spesa alla Coop, e il pensiero rivolto a stasera, la prima partita dell’Inter della nuova stagione, cena con mia sorella e un paio di cugini (stavolta dalla parte del vecchio Brian).

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Cerco di intrattenermi con i soliti vecchi dischi …

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Niente, quel senso di oppressione spirituale rimane, ma poi  in un fiotto di razionalità data dal rigore scientifico che mi sono imposto riesco improvvisamente a pormi le domande retoriche che finiscono per placare l’inquietudine e l’accidia. Sì perché, davvero sarebbe stato così importante se fossi riuscito a vivere delle mie canzoni e dei miei scritti? Se avessi messo insieme una famiglia tradizionale? Se avessi contribuito al bene comune impegnandomi in politica? Se avessi avuto una casa di mia proprietà magari con 5 biolche di terra su cui coltivare la vite? Perché in quest’ultimo caso poi mi sarei scontrato col transitorio concetto di proprietà privata: da chi avrei acquistato la casa e il terreno, da un altro essere umano? Aspetta un momento, avrei acquistato una fetta di questo pianeta da un essere umano? Ma che senso avrebbe avuto, a che titolo me la avrebbe venduta? Se per assurdo esistesse un creatore, un dio (sì lo so è un paradosso, non c’è nessun essere invisibile lassù … sorry baby) allora sì che potrei andare da lui con un po’ di euro e dire:

“buongiorno dio della Terra, mi darebbe 5 biolche di terreno in provincia di Reggio Emilia?”

“Ecco qui signor Tirelli, sono 5 biolche un po’ abbondanti, che faccio lascio?”

Così, ripreso il controllo di me stesso, rimesso la mente in carreggiata e dunque ritornando a formulare l’unica verità possibile ovvero che la vita non ha alcun senso, mi dico che dopotutto è sufficiente ascoltare le perdute sedute di registrazione avvenute nel 1973 negli Studi Tridente di Londinium dell’Orchestra Del Grande Vishnu. Come dico sempre, immaginare – grazie a quei flussi di aria sonora – di viaggiare nelle profondità cosmiche è uno dei piaceri che può placare il senso di vuoto che dà  questa effimera esistenza.

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Il drowse della settimana prima di ferragosto

14 Ago

Venerdì, ultimo giorno feriale prima di ferragosto … il cielo tra il velato e il nuvoloso, 26 gradi di prima mattina, tutto che rallenta, le fabbriche chiuse, gli uffici semideserti, le strade sgombre, sembra di essere in una bolla temporale sospesa a mezz’aria, ed è così da almeno una settimana.

I presenti in azienda si contano sulle dita di una mano, io sono uno di quelli, la piccola vedetta reggiana che imperterrita scruta l’orizzonte. Come ogni mattina percorro i 30 km che separano le due città in cui vivo e in cui lavoro, le due città che sono il simbolo della mia esistenza, una di qua e una al di là del Secchia river, il cuore pulsante dell’Emilia profonda, il dualismo tra demonio e santità, tra un lontano passato ancora tangibile e un futuro ipertecnologico che è già realtà.

cielo nuvoloso a ferragosto

Lungo il tragitto in località l’Osteriola noto asciugamani con raffigurati cani da caccia messi ad asciugare sull’aia di una vecchia casa di campagna, osservo poi un salice che si sta seccando a bordo di uno dei tanti fossi delle nostre campagne, il tutto mentre lentamente sorpasso un trattore che traina un carro pieno di pomodori. I girasoli nei campi sono ormai pronti per essere raccolti, hanno il capo reclinato verso il basso e il marrone scuro è ormai diventato il colore dominante.

A Campogalliano un camion, in attesa di essere scaricato, attende il suo turno, l’autista è sdraiato sul sedile di guida e ha i piedi appoggiati sul finestrino completamente abbassato.

Veleggio in modalità blues on, una leggera depression mi scolora l’animo meditabondo che mi ritrovo, l’umore vira verso il blu grigiastro mentre soppeso il nonsense dell’esistenza.

Dalla chiavetta Ivan Graziani mi toglie dall’impasse perché in fondo meglio una grassa contadina a un’esaurita come te perché il suo regno è la cucina, mi tratterebbe come un re, non sai tirare neanche il collo a un vecchio pollo come me amore mio, amore shame, shame, shame shame non puoi, cucinare tu non sai. 

La chiavetta ci mette poi il carico da 11 quando passa Little Village di Rice Miller (va beh, Sonny Boy Williamson II) e i suoi 11 minuti veraci, dove tra le varie take del brano sono inseriti gli irresistibili e schietti scambi tra Leonard Chess (il discografico) e Williamson, appunto. E’ tutto un fiorire di “Motherfucker” e “Goddamnit”. Sono queste cosucce che mi sistemano l’esistenza.

Se poi arrivano pure i miei amati Free, ecco che mi sento come un assetato geranio dimenticato sul balcone a cui una buona anima ha dato acqua in abbondanza.

La chiavetta insiste, è decisa a rendermi la giornata migliore, ladies and chesterfields welcome in Bad Company.

Si chiude con il boogie woogie che preferisco in assoluto

Ivan, Sonny Boy, Free, Bad Co, Led Zep e le solite e insopportabili paturnie cosmiche vanno sfumando verso l’orizzonte. Che portento la musica Rock, il blues e la musica italiana di un certo tipo.

Buon ferragosto donne e uomini di blues che seguite questo blog…let the sun beat down upon our faces
and stars fill our dreams.

 

 

 

 

 

The 1969 Memphis Country Blues Festival | Full Documentary

10 Ago

Qualche giorno fa la Fat Possum Records ha pubblicato su Youtube il documentario sul Memphis Country Blues Festival del 1969, non potevo dunque che scrivere due righe a tal proposito; è vero che per noi il termine Uomo di Blues ha una valenza più ampia e dunque non solo musicale, ma è indubbio che il Blues è la musica (almeno nella sua versione rurale) che più inquieta le nostre anime.

memphis country blues festival 1969

Diversi i nomi poco noti e accanto a questi giganti come Bukka White, Mississippi Fred McDowell e Johnny Winter. Riguardo quest’ultimo devo dire che mi ha un po’ sorpreso la versione di Memory Pain suonata senza la Gibson Les Paul. Il brano comparve sull’album Second Winter uscito alla fine d’ottobre del 1969 e registrato in otto giorni tra luglio e agosto dello stesso anno, e si contraddistinse per il suono pieno e caldo della chitarra Les Paul, appunto.

Sentirgliela fare al Memphis Country Blues Festival nel giugno del 1969 con una chitarra diversa e dal suono pulito mi ha meravigliato, l’attacco non è ovviamente lo stesso, ma per uno come me vedere un filmato fino ad oggi inedito di Johnny Winter nel 1969 è sempre un evento.

Ad ogni modo è un documentario davvero notevole.


03:14
Rufus Thomas with The Bar-Kays

08:01 Bukka White

09:58 Nathan Beauregard

12:01 Sleepy John Estes & Yank Rachell

14:00 Jo Ann Kelly & “Backwards” Sam Firk

17:20 Son Thomas 20:20 Sleepy John Estes & Yank Rachell

22:07 Lum Guffin

23:21 Rev. Robert Wilkins & Family

26:09 John Fahey

28:56 Sid Selvidge with Moloch

30:53 John D. Loudermilk

35:43 Furry Lewis

42:35 Bukka White

43:53 Piano Red

47:05 Jefferson Street Jug Band with John Fahey and Robert Palmer

50:26 Insect Trust

52:25 Moloch

56:22 Johnny Winter

01:02:40 The Salem Harmonizers

01:05:34 Mississippi Fred McDowell

https://www.fatpossum.com/

La domanda “ma sei un musicista?” and other assorted blues songs (Lukaku, Valentino, Keith e questo cavolo di porca vita)

8 Ago

Non riesco nemmeno a terminare la prima call del mattino (non ci credo che pure sono finito nel buraccione delle call)  che il fornitore con cui ho appuntamento si presenta. Dopo i primi convenevoli passiamo al tu, ma la cosa rimane giustamente un minimo formale, ho parecchie faccende da sbrigare e non vorrei dilungarmi. In modo schietto gli spiego meglio il perché del nostro incontro e le nostre esigenze. Lo accompagno in un veloce giro esplorativo dell’azienda, gli chiedo consigli, pareri, punti di vista. Terminato il giro gli offro un caffè nell’ampia e ultramoderna cucina aziendale.

“Però!” mi dice. The Kitchen fa sempre un certo effetto.

Sorseggia il caffè e poi mi chiede di botto: “ma … sei un musicista?”.

La domanda mi sorprende. Sono vestito in modo più sobrio del solito, non ho una delle mie solite (e famose qui in azienda) camicie fru fru (come direbbe la pollastrella), certo una camicia color violetto con pallini bianchi non è roba da commercialisti, saranno i capelli un po’ lunghi o forse quello che frega è il foulard. Già, questo accessorio che ormai fa parte di me da quando avevo vent’anni, vezzo acuitosi avendo come riferimento il Dark Lord, anch’egli gran appassionato di questi fazzoletti, di seta o d’altro tessuto, da collo (per uomo o per donna).

E dire che ho usato la mia personalità ufficiale (Stefano, yes I am) ed evitato qualsiasi argomento esterno al lavoro. 

Ma questa cosa è capitata e capita piuttosto spesso, gente sconosciuta che non sa nulla di me che mi chiede se sono un musicista (e adesso mi torna in mente che mio zio Onillo – fratello di Mother Mary – mi chiamava poeta).

Io credo sia la mia faccia blues, ma ad ogni modo fa ovviamente piacere pensare che la gente mi veda così, sebbene i musicisti siano troppo sopravvalutati, e poi io non so nemmeno se lo sono, ma meglio non stare troppo a sottilizzare e sorridere di questa misera aurea che sembro avere.

LUKAKU ADDIO

Io questa cosa non riesco a mandarla giù. Stavo iniziando a riprendermi dall’abbandono di Conte e dalla vendita di Hakimi (e da quello successo al Principe di Danimarca), leggevo di possibili buoni acquisti (Nandex e Dumfries) e quindi obtorto collo mi ero già messo in riga per il prossimo campionato, ma questa notizia come si fa a digerirla?

Come faccio a mantenere l’abbonamento a DAZN (per la Serie A) e a SKY (per la Champions) se l’Inter si ridimensiona così, se Suning conferma la debacle che tutti temevano ma che non ci saremmo mai aspettati? C’è chi ci consiglia di essere realisti, che la situazione è cambiata, che la crisi del calcio è profonda, che dobbiamo adeguarci … beh, io non ci riesco, dopo essere tornati nel posto che ci spetta un downgrade del genere non è accettabile, Suning non può continuare a comportarsi così, non mi farebbe piacere finire in mano ad un fondo americano, a sauditi o realtà del genere ma la proprietà deve vendere senza pretendere cifre che oggi non sono ipotizzabili. Come dice il mio amico Francesco Losurdo “noi siamo pronti ad invadere Pechino”. Cazzo!

Ma come potrò fare senza Big Rom, senza il mio Lukakone, senza quest’uomo che pareva cervello e anima ed essere ultra felice di essere diventato Re di Milano. Perché il tifoso dell’Inter deve essere condannato a sofferenze e drammi esistenziali simili?

Oggi sulla Gazza Andrea di Caro conclude il suo pezzo così:

L’Inter che sta passando velocemente dalla gloria al ridimensionamento, non è solo di chi l’ha comprata e di chi la gestisce. Ma un patrimonio del calcio italiano e dei suoi tifosi. Non va mai dimenticato.

Già, non va dimenticato, quindi mi si permetta perlomeno di chiudermi nella mia cameretta a piangere.

Tu quoque, Romelu, fili mi!

 

SUL VALE DEL TRAMONTO

Valentino Rossi annuncia il ritiro alla fine di questo Motomondiale, ed è giusto così; forse avrebbe potuto farlo prima, ma per fuoriclasse del genere non sono decisioni facili né uscite agevoli. Il mio interesse per le moto (da Cross) svanì intorno ai 16 anni, quando il Rock irruppe definitivamente nella mia vita, ma ho seguito Vale per tutta la sua carriera e avendo poi incontrato la pollastrella (fan scatenata di The Doctor) l’interesse per Rossi si è fatto più intenso. E’ stato il più grande, no doubt about it, quindi nel mio piccolo, su questo blog miserello, gli rendo onore.

WE SALUTE YOU VALENTINO!

KEITH RICHARDS BLUES

Scambio di messaggio whattsapp di un sabato mattina qualunque:

[08:34, 7/8/2021] Polbi Cell: Stones in tour senza Charlie Watss ….mah. Toglietemi anche le minime certezze che mi restano, ecco.
[11:09, 7/8/2021] Tim Tirelli: Io e Picca abbiamo fatto la stessa considerazione… poi avessero scelto che so Mick Fkeetwood , Aynsley Dunbar o simili, no, Steve Jordan … ma porca zozza…
[11:47, 7/8/2021] Polbi Cell: Scelta di Keith ne sono sicuro
[11:48, 7/8/2021] Tim Tirelli: Infatti Keith di musica non capisce un cazzo
[12:22, 7/8/2021] Polbi Cell: You made my day! 😂😂😂😂😂😂😂✊✊✊✊✊
[12:29, 7/8/2021] Tim Tirelli: It’s true. Cosa ascolta Keith? Oscuro blues rurale, gli AC/DC meno mainstream, gruppi sconosciuti di reggae giamaicano … di musica (blues a parte) non sa nulla. Poi chissenefrega, lo adoro, però è la verità.
[12:30, 7/8/2021] Polbi Cell: Pezzo sul blog subito

MUTINA BLUES

Nel caldo scriteriato dei primi giorni di agosto cammino per Mutina e l’occhio mi cade sempre su edifici, architetture, e dettagli blues. A volte mi sembra di essere continuamente alla ricerca di luoghi in stato di squallido abbandono …

“Mutina blues” agosto 2021 – foto TT

ESTATE – pubblicità & progresso

PALMIRO got the blues

Quando gli prende il blues finisce per andare a nascondersi nel contenitore dei miei foulard …

Palmiro e miei foulard – Domus Saurea – Luglio 2021 – foto TT

OUTRO

L’estate è in fase post sbocciatura, i petali iniziano a cadere, i vecchi iniziano a dire che dopo ferragosto il tempo comincerà a cambiare ma questa pseudo saggezza dell’Emilia che fu non ha tanto senso al tempo dei cambiamenti climatici. Vedremo un po’ quello che ci riserverà il nulla cosmico onnipotente, nel frattempo noi proveremo a gestire questa porca vita cercando modi per arrivare in altri universi.

 

Tim Tirelli’s School Of Rock – episode 2

31 Lug

A tre settimane di distanza dalla prima ecco che, nell’azienda per cui lavoro da quasi sette mesi, va in scena il secondo episodio della School Of Rock di TT. L’AD questa volta ha voluto quella sui Led Zeppelin. Nonostante sia un argomento che conosco benino, come faccio di solito, mi preparo a dovere, alla fine il file di word dove ho annotato appunti e riflessioni è di 29 pagine! Ovviamente devo condensarlo, ma anche così in 90 minuti di incontro riesco ad arrivare solo a LZ IV, quindi al 1971.

Si erano prenotate 50 persone, quindi oltre l’80% del personale dell’azienda, a cui si sono aggiunti Saura, il nostro Lollo Stevens e la mea domina LC, advisor extraordinaire dell’azienda.

Dico subito che non è stato un incontro che mi ha soddisfatto, non sono riuscito a far salire in cattedra ITTOD, la ciambella insomma non è riuscita col buco, ed è curioso che sia successo con il gruppo a cui sono più legato, ma non è scattata la scintilla che di solito mi aiuta a partire per l’iperspazio.

Tuttavia in molti mi hanno ringraziato e fatto i soliti complimenti, sono tutti molto generosi con me, ma da alcuni commenti ho capito che anche una serata non proprio speciale è riuscita comunque a comunicare suggestioni ed emozioni.

Vedere il sorriso pieno di beatitudine del nostro AD (fan dei LZ anch’egli) una volta che, prima dell’incontro, ha indossato la doppiomanico, mi ha comunque ripagato completamente.

TT – School Of Rock 28-7-2021 – foto Saura T.

Oltre a declamare le mie solite riflessioni a proposito della cosmic energy e degli spiritual graffiti che la musica rock e quella dei LZ in particolare riescono a farci arrivare, ho mostrato ai miei colleghi sul grande schermo aziendale alcuni filmati del nostri gruppo di riferimenti che direi hanno colpito nel segno.

Come sempre ho portato qualche chitarra e un po’ di altra strumentazione, molto interesse hanno suscitato la Doubleneck e il Theremin. Ho suonicchiato qualche frase dell’assolo di I Cant Quit You Baby, di Dazed And Confused e di Heartbreaker, quindi mediante il Theremin ho fatto il verso ai lamenti di blues cosmico che ci arrivano dall’universo, e ho mostrato sulla chitarra a due manici le varie parti di Stairway To Heaven.

Qualche commento arrivatomi nei due giorni successivi lascia intendere che ad ogni modo il messaggio è arrivato (tralascio quelli troppo entusiastici e troppo generosi che mi sono giunti sotto forma di iperbole)

THE ROSESPRING BOY (Jazz lover & musician): Grazie Tim, lezione interessantissima. Si è vista passione autentica e tanto chilometraggio! 

TOMGAL: “Grande serata ieri sera Tim. Oggi in ufficio io e SimSca ci siamo messi a cantare i Led Zeppelin. Volevo anche dirti che ho sistemato il vecchio giradischi di mio padre. Adesso la sera con mia moglie ci prendiamo 10 minuti, mettiamo su un LP e ci ascoltiamo un paio di pezzi. Ed è tutta roba di quest’anno, tutto nato dalle conversazioni che ho avuto con te. Grazie Tim”

Entra un esterno che ha un appuntamento col presidente; dopo gli scambi di rito mi dice: “Ho sentito parlare dei tuoi talk, so che sono una eccellenza e che sei un chitarrista meraviglioso.” Scuoto la testa, non è così, ma il fatto che la Scuola di Rock di Tim Tirelli varchi anche i confini dell’azienda è incredibile.

LITTLEWOODLUKE: “Tim, l’altra sera mi è piaciuto un sacco, è stato elettrizzante, sei un mito, e te lo dice uno che non ascolta musica e proprio per questo mi sono chiesto “ma cosa mi sono perso in questi 25 anni?”.

Che questi bislacchi incontri sul rock stimolino riflessioni nei giovani uomini che ho per colleghi è davvero entusiasmante. GioT mi scrive cosette che mi lasciano a bocca aperta, che si metta a pensare sulla faccenda del rock contenutistico e rock da intrattenimento mi fa impazzire:

” … ho elaborato meglio il concetto dopo la nostra conversazione: per me il rock vero è quello che evoca le immagini mentali/sensoriali della “rivoluzione rock”! E poi chissenefrega se l’etichetta indie non era indie o se il pantalone di pelle era obbligato dal produttore o se chi suona fa concerti da 1929283 persone o 15. Ed è universale perché tutti noi abbiamo questo meccanismo interno di suggestione per immagini, ma non tutte le forme di rock attivano quelle giuste! Il rock è primordiale, cavolo con quella lezione ci hai dato tanto di quel materiale da post elaborare che non è semplice, specialmente se di musica non si capisce molto come me, però ho “vibrato” troppo per non rifletterci!

​… e quale linguaggio più universale della musica per bypassare la parte astratta della mente, quella delle parole, e arrivare direttamente “alla pancia”, là dove stanno le emozioni e le immagini che ci spingono ad essere quello che siamo e a comportarci come ci comportiamo! Il rock è simboli, e i simboli sono il rimando sensoriale delle immagini che abbiamo dentro, delle nostre aspirazioni, frustrazioni, sogni! Il rock giusto ha i simboli giusti per attivare le immagini(–>emozioni) giuste! Ma questo è un piccolo assaggio del delirio che ci aspetta alla prossima birra – laugh – scusa il wall of text ma mi gaso sempre per queste cose.

GioT poi ha voluto il cd del mio gruppo, sul quale mi scrive:

Tim!! Sono due giorni che ho il tuo disco in cuffia e mi fa impazzire. Il mix con il dialetto parla al cuore e le parole sono stupende! Ma poi è bellissimo perché si ascoltano sia concentrandosi e godendosi i testi sia mettendolo in sottofondo e facendo altro! Mi sto segnando alcune frasi che mi colpiscono, sapere che le hai scritte tu è magico. No cazzo ma devi esibirti in full, ora che ho “sentito con mano” davvero capisco che abisso blues tu abbia dentro. È un bell’abisso Tim, è un bell’abisso! – still, an Abisso heart. Me ne vado con “la ragazola ed l’osteriola”.

…Tim veramente sono contentissimo di poter avere queste conversazioni, alzo il calice alle prossime, dobbiamo scavare in profondità di questo universo simbolico! Cazzo e tu sei equipaggiato di una pala emotivo-emozionale grossa come una casa! Grande, complimenti giganti di nuovo!! A prestissimo (a stasera alla peggio! non vedo l’ora!). Tim numero 1!!! Che figata che posso ascoltarle quando voglio.

◊ ◊ ◊

Lasciamo stare i complimenti che il mio geniale collega mi fa (che comunque, è ovvio, fanno tanto piacere, soprattutto quando parla delle mie canzoni), il focus è: ma cosa scatena la musica Rock nella gente che magari ne sa poco ma che, se è pronta e predisposta intellettualmente e fisicamente, poi riceve in cambio una valanga di emozioni? Che meraviglia di musica!

Antonio Manzini “Rien Ne Va Plus” (Sellerio 2018) – TTTT

27 Lug

Questo episodio è in pratica il prosieguo di Fate Il Vostro Gioco del 2018, valida seconda parte di una storia costruita intorno la Casinò di Saint Vincent dunque. Schiavone sembra sempre più Schiavone, con l’avanzare dei romanzi e dell’età, al personaggio creato da Manzini sembra non importargliene più nulla, un uomo che cerca a fatica di restare a galla in un mondo in cui è costretto a dare ordine.

Antonio Manzini Rien Ne Va Plus (Sellerio 2018)

PAG 143: A Rocco non piacevano gli uomini in tuta. Andava bene per i carcerati e per chi lavora nello sport. Usato come abito di tutti i giorni gli dava il voltastomaco. Se alla tuta poi venivano abbinate le ciabatte di plastica von il fascione e il calzino bianco, l’orrore diventava insostenibile.

PAG:159: “Che Dio accoglie per rispondere a chi sa ascoltare”. Il patologo scosse la testa: “Mi dispiace, io sono un positivista razionale scientifico”.

Baldi si slacciò il giubbotto: “Allora secondo lei i fenomeni che lei studia, gli esseri viventi, la natura sulla quale concentra i suoi sforzi, chi li ha creati?” 

“Il caso. E’ stata una serie di coincidenze che ha portato la vita su questo pianeta. Vento solare ha bombardato meteoriti polverizzati sul pianeta dando vita alla formazione di centinaia di composti organici complessi … tutta roba alla base del DNA”.

 

Sinossi

https://sellerio.it/it/catalogo/Rien-Ne-Va-Plus/Manzini/11137

https://sellerio.it/it/catalogo/Rien-Ne-Va-Plus/Manzini/11137

Scompare, letteralmente nel nulla, un furgone portavalori. Era carico di quasi tre milioni, le entrate del casinò di Saint-Vincent. Le dichiarazioni di una delle guardie, lasciata stordita sul terreno, mettono in moto delle indagini abbastanza rutinarie per rapina. Ma nell’intuizione del vicequestore Rocco Schiavone c’è qualcosa – lui la chiama «odore» – che non si incastra, qualcosa che a sorpresa collega tutto a un caso precedente che continua a rodergli dentro. «Doveva ricominciare daccapo, l’omicidio del ragioniere Favre aspettava ancora un mandante e forse c’era un dettaglio, un odore che non aveva percepito». Contro il parere dei capi della questura e della procura che vorrebbero libero il campo per un’inchiesta più altisonante, inizia così a macinare indizi verso una verità che come al solito nella sua esperienza pone interrogativi esistenziali pesanti. Il suo metodo è molto oltre l’ortodossia di un funzionario ben pettinato, e la sua vita è piena di complicazioni e contraddizioni. Forse per un represso desiderio di paternità, il rapporto con il giovane Gabriele, suo vicino di casa solitario, è sempre più vincolante. Lupa «la cucciolona» si è installata stabilmente nella sua giornata. Ma le ombre del passato si addensano sempre più minacciose: la morte del killer Baiocchi, assassino della moglie Marina, e il suo cadavere mai ritrovato; la precisa, verificata sensazione di essere sotto la lente dei servizi, per motivi ignoti.
Sembra che in questo romanzo molti nodi vengano al pettine, i segreti e i misteri; ed in effetti, intrecciate al filone principale, varie storie si svolgono. Così come si articolano le vicende personali (amori, vizi, sogni) che sfaccettano tutti gli sgarrupati collaboratori in questura di Rocco. Una complessità e una ricchezza che danno la prova che Antonio Manzini si proietta oltre il romanzo poliziesco, verso una più universale rappresentazione della vita sociale e soprattutto di quella psicologica e morale. Ed è così che il personaggio Rocco Schiavone, con il suo modo contorto di essere appassionato, con il suo modo di soffrire, di chiedere affetto, è destinato a restare impresso nella memoria dei suoi lettori.

Rocco Schiavone sul blog:

https://timtirelli.com/2021/05/21/antonio-manzini-fate-il-vostro-gioco-sellerio-2018-ttttt/

https://timtirelli.com/2021/02/14/antonio-manzini-pulvis-et-umbra-sellerio-2017-ttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2020/11/06/antonio-manzini-7-7-2007-sellerio-2016-ttttt/

https://timtirelli.com/2020/09/15/antonio-manzini-era-di-maggio-sellerio-2015/

https://timtirelli.com/2019/10/05/antonio-manzini-non-e-stagione-sellerio-2015-2018-tttt/

https://timtirelli.com/2019/05/16/antonio-manzini-la-costola-di-adamo-sellerio-2014-2018/

https://timtirelli.com/2019/04/21/antonio-manzini-pista-nera-sellerio-2013-2018/

 

Alla DERIVA sotto l’influsso della TOSKÀ

23 Lug

E così dopo un paio di settimane trasportato dalle vibrazioni del rock, ricado nel mood riflessivo e inquieto. De Gregori torna ad avere il controllo del car stereo e io già di prima mattina vado a rinchiudermi nel bersò fantasticando di solite e immaginarie blue highway. 

Bersò alla Domus - luglio 2021 - Foto TT

Bersò alla Domus – luglio 2021 – Foto TT

Diretto al lavoro il sentimento è quello prossimo al concetto di deriva e mentre la corrente del blues mi trasporta verso il mare aperto ripenso alla mia vita, alle persone che hanno fatto parte della mia esistenza e che in un modo o nell’altro ne sono uscite, persone a cui non dubito di aver voluto bene ma che ora sembrano e sono così lontane. Ma davvero dovunque io sarò, dovunque lei sarà, sarà al mio fianco?

Ci sono sere in cui, a casa da solo, sorseggio il vino della mia terra; il lambrusco scende nella gola mentre a galla ritornano sapori e odori di questa terra piatta, questa pianura che con i suoi spazi aperti pare lasciarti respirare a pieni polmoni. E mi ributto sui soliti temi con cui affliggo me stesso, gli amici, i lettori di questo misero blog. Mentre sono in questo stato un’amica mi manda, guarda caso, questo messaggio preso da qualche parte:

Toska

aggiungendo: “mentre il mio amico tim tirelli lo chiama…”

“... Blues, naturalmente”, le rispondo.

Ecco, io credo che nel blues la componente dell’inquietudine sia determinante, senza per questo tralasciare tutte le altre sfumature. Ma è intrigante questo termine russo … il giornalista brasiliano Siân, che ha vissuto e lavorato in Russia per 5 anni, scrive: 

Quello di toskà (l’accento cade sulla a finale, e quindi la parola si pronuncia [taskà]) è un concetto sfuggente: può essere tradotto in vari modi, a seconda del contesto. A mio avviso è una malinconia apatica, una tristezza senza una causa specifica, o un attacco di angoscia. Può anche significare nostalgia o nostalgia di casa, forse simile alla saudade in portoghese: uno struggimento interiore per un posto lontano, o un tempo passato.

“…uno struggimento interiore per un posto lontano, o un tempo passato”, già, questo mi rappresenta a dovere.

E allora in questa calda notte scura scendo in pianura (cioè, faccio i 20 gradini che mi separano dal suolo), e col lambrusco in corpo vago per le campagne qui intorno …

“Ho fatto il pieno e cammino di notte come uno scemo … ho fatto il pieno, ho perso il treno di quei treni che non passano più”

Di nuovo mattina, di nuovo Mutina bound. Stamattina nella stradina lunga e tortuosa di Borgo Massenzio a bordo dei fossi gonfi d’acqua per l’irrigazione dei campi ci sono parecchi uccelli bianchi …

The long and winding road & the white birds – Borgo Massenzio – Luglio 2021 – foto TT

FDG spinge di nuovo …

“Sarà come sarà se sarà vero sarà come sarà, sarà che inciamperò da qualche parte e poi ripartirò da zero però… ti leggo nel pensiero …”

Guardo questa fetta di pianura che mi accompagna da sempre, questa terra che è stata sospesa tra demonio e santità, tra l’idea di un certo comunismo e l’inevitabile influenza della chiesa cattolica…

Osteriola countryside d - Luglio 2021 - Foto TT

Osteriola countryside – Luglio 2021 – Foto TT

vecchie case da contadini che cedono davanti all’incedere del tempo …

Osteriola countryside c - Luglio 2021 - Foto TT

Osteriola countryside – Luglio 2021 – Foto TT

alberi solitari che si stagliano all’orizzonte …

Osteriola countryside b - Luglio 2021 - Foto TT

Osteriola countryside – Luglio 2021 – Foto TT

girasoli che paiono un esercito pacifico in attesa di chissà che,

Osteriola countryside - sunflowers - Luglio 2021 - Foto TT

Osteriola countryside – sunflowers – Luglio 2021 – Foto TT

e campi di grano che tranquillizzano l’animo.

Osteriola countryside - campi di grano - Luglio 2021 - Foto TT

Osteriola countryside – campi di grano – Luglio 2021 – Foto TT

Insomma, la solita estate alla Tim Tirelli spesa in Valpadana.

GATTI ALLA DOMUS

Ozzy, il gatto randagio di colore nero, ormai assoggettato al Rais Palmiro, a questo punto vive con noi. Entra persino in casa, per mangiare. Sta sempre sul chi va là, ma si lascia accarezzare e ormai ha capito che qui alla Domus Saurea un pasto lo trova sempre.

Stray cat Ozzy finds a shelter - Domus Saurea luglio 2021 - foto TT

Stray cat Ozzy finds a shelter – Domus Saurea luglio 2021 – foto TT

La vita è meno facile per Rossignol, randagio anch’esso, visto che Palmiro lo tiene marcato e spesso finiscono per azzuffarsi, evidentemente non vuol saperne di riconoscere la supremazia della Pantera Nera di Borgo Massenzio.

Stray cat Rossignol finds a shelter - Domus Saurea luglio 2021 - foto TT

Stray cat Rossignol finds a shelter – Domus Saurea luglio 2021 – foto TT

Stricchi fa la sua vita, come sempre, sa di essere all’interno di una colonia ma spesso pare avulsa da essa, d’altra parte avendo avuto una infanzia difficile è un pochino disturbata nel carattere. Ma essendo molto bella finisce per farsi perdonare il suo essere scontrosa. La cosa buffa è che fa tanto la sgrausa, come diciamo qui, ma poi quando a tarda sera scendo a camminare nel buio della notte mi segue come fosse una cagnolina, non mi molla un attimo, e quando mi fermo si sdraia per terra affinché le gratti la pancia.  Dopotutto interagire col suo umano non è poi così male.

Streaky - Pussycat in the recycling bins - Domus Saura luglio 2021 - foto TT

Streaky – Pussycat in the recycling bins – Domus Saura luglio 2021 – foto TT

TACCHINI SELVAGGIO 30TH ANNIVERSARY

I Tacchini Selvaggi, gruppo Country / Southern Rock della zona, compiono 30 anni. Saura suona con loro da 15, non potevo dunque mancare all’appuntamento della celebrazione. Conosco il chitarrista/cantante Suto (The Gibson man …anch’egli grandissimo fan dei LZ) da trent’anni appunto.

Ci troviamo al Beer Stop di Maranello, di fianco al museo Ferrari, uno dei pochi locali rimasti a fare musica di un certo tipo dal vivo. Al tavolo siamo io, qualche confratello del Blues e qualche amica.

Il genere non è esattamente my cup of tea, ma il concerto è gradevole e fluido. Quando suona Saura la mia attenzione cade essenzialmente sul suo basso, c’è una forza misteriosa che mi spinge a seguire le sue linee, i suoi giri, la sua predisposizione allo strumento e alla musica. Credo sia ora di inserirla tra i miei bassisti preferiti: John Paul Jones, John Deacon, Randy Jo Hobbs, Stanley Clarke, Ron Carter e Saura Terenziani.

E ad ogni modo: happy anniversary Wild Turkeys.

Tacchini Selvaggi - Beer Stop - Maranello - luglio 2021 - foto TT

Tacchini Selvaggi – Beer Stop – Maranello – luglio 2021 – foto TT

VILLA BAGNO BLUES

Ogni tanto passo le domeniche cercando di seguire gli antichi sentieri di Brian. Stavolta raggiungo quella che fu la casa della sua adolescenza durante la seconda guerra mondiale. A pochi metri la ferrovia, quella ferrovia dove quasi 76 anni fa – a poche decine di metri dalla sua abitazione – deragliò un treno che trasportava anche animali di un circo. I leoni che fuggirono fecero vittime tra i vicini di mio padre.

“Il 30 Novembre 1945 un treno merci in viaggio da Bologna a Parma viene deviato, all’altezza di Villa Bagno, su un binario interrotto, per consentire il passaggio di un altro convoglio. Il macchinista, forse per un errore di comunicazione, non arresta il treno, che prosegue la marcia, finendo nel cratere aperto da una bomba e deragliando. Ha inizio una notte da incubo. Al treno sono infatti agganciati alcuni vagoni che trasportano il Circo Togni: l’urto violento provoca l’apertura di alcune gabbie e scimmie, serpenti e, soprattutto, nove leoni, probabilmente impauriti, sicuramente affamati, iniziano a vagare nella campagna, seminando terrore. Quattro i morti: il fuochista sul treno, un domatore e due contadini che furono sbranati dai leoni.”

Ecco qui davanti, a poca distanza da me, la ferrovia e subito dopo la casa (la parte vecchia) dove abitò il mio vecchio.

Villa Bagno – dove deragliò il treno nel nov 1945 – Foto TT

Alle mie spalle una casa d’altri tempi da contadini diroccata, la osservo in questa quieta domenica emiliana, ne valuto le sfumature blues e gli echi delle vite vissute in quel podere.

Derelict farm house in Villa Bagno - luglio 2021 - foto TT

Derelict farm house in Villa Bagno – luglio 2021 – foto TT

Derelict farm house in Villa Bagno b- luglio 2021 - foto TT

Derelict farm house in Villa Bagno – luglio 2021 – foto TT

Questo rapporto carnale che ho con la mia terra mi fa sempre piangere e sospirare, meglio quindi tornare alla Domus e cercare di scrollarsi di dosso le rimembranze, un birra fresca saprà rinfrancarmi il morale, anche perché il prossimo mercoledì è già tempo della School of Rock episodio 2: Led Zeppelin, e devo iniziare a scaldare i motori.

Birra alla Domus - luglio 2021 - Foto TT

Birra alla Domus – luglio 2021 – Foto TT