ROBERT PLANT “DIGGING DEEP: SUBTERRANEA” (Es Paranza / Warner 2020) – TTT

2 Nov

Nuova raccolta per il biondo di Birmingham, un doppio cd che contiene alcuni suoi “classici” pezzi del periodo migliore della sua carriera solista (1982 – 1993), brani del periodo successivo, e tre inediti. Copertina standard, nessuno sforzo creativo e realizzativo particolare.

Apre Rainbow, che fa parte dell’ultimo periodo del Golden God, il periodo che critici e molti fan apprezzano, il periodo che fa scrivere frasi già lette mille volte su come RP ricerchi strade nuove, su come non abbia dormito sugli allori, su come sia sempre riuscito sempre a rimettersi in gioco. Tutto vero, noi però non riusciamo ad esaltiamo troppo per gli ultimi album di Percy; certo non avremmo voluto vederlo – come ad esempio Gillan, Coverdale e parecchi altri – perpetuare il ruolo di cantante hard rock perché quando fisico e voce finiscono per tradirti ti mettono ovviamente in grande imbarazzo, ma non siamo nemmeno pronti a sostenere a cuore aperto quel miscuglio di americana-space-afro-rock alternativo.

Sono i pezzi dei primi lustri post Zeppelin a risplendere: Hurting Kind, buon brano rock tirato e scevro dai luoghi comuni del rock duro,

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e la delicata meraviglia di Ship of Fools ad esempio.

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Il mai pubblicato prima Nothing Takes the Place of You (Alan Robinson / Toussaint McCall) è in perfetta sintonia con le ultime voglie di Robert, traccia che proviene dalla colonna sonora del film del 2013 “Winter In The Blood

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Per Heaven Knows (comprensivo di un bell’assolo con lo stringbender di Jimmy Page) e In The Mood vale il discorso fatto in precedenza, due grandi brani del primo periodo da solista

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In Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) (Giovino/Miller/Robert Plant), secondo inedito, Plant torna alle radici del blues, lo fa in maniera meno scontata di tanta altra gente, ma secondo noi aggiunge poco.

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Altri classici del passato più remoto: Like I’ve Never Been Gone, splendida ballata del 1982 con Cozy Powell alla batteria e I Believe del 1993, commovente secondo omaggio a Karac, il figlio che perse nel 1977.

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Notevole anche la versione acustica di Great Spirit registrata nel 1993 insieme all’indimenticato Rainer Ptacek e alla sua chitarra National. Blues tenebroso e intenso.

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La solenne Anniversary (1990) ha ancora il suo perchè

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così come la frizzante Fat Lip del 1982

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e il gran singolo del 1993: 29 Palms

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Agli appassionati del genere americana piacerà l’inedito Too Much Alike (Feat. Patty Griffin).

Finale lasciato a due bei brani rock del 1993 venati di blues e di piombo Zeppelin e al contempo moderni come Memory Song (Hello Hello) e Promised Land, prima di essi però non poteva mancare probabilmente il singolo più riuscito di Robert Plant, l’evocativa Big Log: atmosfera superlativa, gran testo perfetto e videoclip d’accompagnamento pressoché perfetto.

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Una raccolta molto articolata (di diversi brani abbiamo scelto di non parlare), forse pure troppo, che spazia tra i bei classici e le ottime deep cut anni ottanta e novanta e le prove – a nostro giudizio non proprio indimenticabili – degli ultimi due decenni. Detto questo, riascoltare certi pezzi di Robert Plant è sempre un’emozione.

CD1

  1. Rainbow
  2. Hurting Kind
  3. Shine It All Around
  4. Ship of Fools
  5. Nothing Takes the Place of You *
  6. Darkness, Darkness
  7. Heaven Knows
  8. In the Mood
  9. Charlie Patton Highway (Turn It Up – Part 1) *
  10. New World
  11. Like I’ve Never Been Gone
  12. I Believe
  13. Dance with You Tonight
  14. Satan Your Kingdom Must Come Down
  15. Great Spirit (Acoustic) 

CD2

  1. Angel Dance
  2. Takamba
  3. Anniversary
  4. Wreckless Love
  5. White Clean & Neat
  6. Silver Rider
  7. Fat Lip
  8. 29 Palms
  9. Last Time I Saw Her
  10. Embrace Another Fall
  11. Too Much Alike (Feat. Patty Griffin) *
  12. Big Log
  13. Falling in Love Again
  14. Memory Song (Hello Hello)
  15. Promised Land

* Previously Unreleased

Joe Bonamassa – Royal Tea (Provogue Records 2020) – TTT

1 Nov

Joe Bonamassa, bravissimo chitarrista americano nato nel 1977 fortemente influenzato dal blues rock inglese fine sessanta / inizio settanta, e guidato dal suo tutor personale Kevin Shirley (produttore, ingegnere del suono, etc etc) che ancora lo spinge verso quel mondo musicale. In quest’album infatti il team di compositori è allargato all’autore di testi Pete Brown (a suo tempo collaboratore dei Cream) e a Bernie Marsden (abile chitarrista/compositore già con Ufo, Cozy Powell, Paice Ashton Lord , Whitesnake, Alaska).

In vent’anni Joe ha pubblicato qualcosa come 14 album da studio e 17 album dal vivo (più 15 video), senza contare i 4 album registrati con i Black Country Communion, tutto questo in un periodo in cui dischi non si vendono più (o meglio, le vendite ormai sono attestate – tranne RARISSIMI casi – su quantità risibili). Fisiologico dunque che con tutte queste produzioni il livello qualitativo delle stesse (ovvero il valore delle canzoni) possa livellarsi verso il basso.

When One Door Opens si fa aiutare dall’orchestra e potrebbe essere un buon pezzo per uno dei nuovi film di 007. Avrò anche le orecchie molto sensibili per quanto riguarda i LZ, ma mi sembra di sentire chiari echi dello stringbender suonato da Page in All My Love. Il problema di questo pezzo è la parte centrale dedicata ai riferimenti: al primo ascolto sembra sia il bolero di Ravel ripreso dai Deep Purple di Child In Time ma poi ad una ascolto più accurato si capisce che ad essere rifatto è il bolero ripreso dai Led Zeppelin in How Many More Times (lo si evince anche dal riff successivo, molto simile a quello dei LZ). E’ un peccato perché i primi minuti e gli ultimi del brano sono delicati e suggestivi.

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Royal Tea avvicenda consunti riff blues ad aperture apprezzabili. Assolo prevedibile. Di nuovo una citazione, stavolta è I Ain’t Superstitious di Jeff Beck. In Why Does It Takes So Long To Say Goodbye c’è la mano di Bernie Marsden, una ballatona blues alla Gary Moore;

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Lookout Man invece è tutta un ostinato riffaccio hard rock blues su cui si affaccia l’armonica. High Class Girl è noioso: giro blues usatissimo, uno di quelli che al giorno d’oggi non si riesce proprio più ad ascoltare, su cui si intravedono Green Onions di Booker T. & the M.G.’s. e l’immortale The Hunter (versione Free).

A Conversation With Alice è scritta insieme a Marsden e non dispiace, buon rock frizzante con una bella slide guitar.

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Uso frenetico del wah wah in I Didn’t Think She Would Do It, con Hendrix che fa capolino qua e là. Behind The Silence è l’unico pezzo scritto dal solo Bonamassa, brano musicalmente riflessivo. Lonely Boy è uno swing scritto insieme a Jools Stewart e Dave Stewart, nessun brivido particolare (a me pare che voglia fare il verso a Brian Setzer e alla sua Orchestra). Il genere americana è quello su cui Savannah si sdraia. Chitarre acustiche e mandolino, molto carino.

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Se Bonamassa (a proposito, cognome italiano, direi calabrese) continua a fare dischi e tour con tale frequenza significa che alla fine il suo blues rock revival paga; immagino ci sia un pubblico che non voglia altro che sentire questo tipo di classic rock basato sul blues. Personalmente batto sempre sullo stesso tasto: occorre fare sforzi maggiori per quanto riguarda il songwriting, se vogliamo tenere in vita il blues è necessario fare degli innesti e avere alte capacità compositive. A me non basta un bravo chitarrista, una produzione di rilievo e una buon gruppo, serve un po’ di magia, di tensione compositiva, di emozioni forti. Qui è tutto troppo calcolato.

So che in una recensione parlare dei riferimenti è la cosa più ovvia e sicuramente noiosa, ma sembra impossibile evitare di parlare dei richiami che i pezzi di Bonamassa riportano alla mente. Chiedo scusa a chi troverà i miei rilievi ridondanti. Chiaro comunque che dopo due o tre ascolti il disco sembri migliore di quel che è e che i vari riferimenti tendano a sfumare, tuttavia a caldo rimangono validi i ragionamento fatti.

Per finire, apprezzo il fatto che contenga solo dieci pezzi (troppo spesso i cd sono TROPPO lunghi), ma il disco per me rimane interlocutorio, è suonato e confezionato bene, ma come accennato manca il fremito, il batticuore, il pezzo che ti fa restare con la bocca aperta…

BOOTLEGS: Led Zeppelin Los Angeles Forum, June 21 1977 (Mike Millard Master Tapes via JEMS) – TTTTT

30 Ott

Mike Millard Legacy intro

Di Mike Millard su questo blog ne abbiamo parlato più volte, amante del rock proveniente dalla west coast americana, dal 1973 al 1992 registrò parecchi concerti tenutisi in quell’area. Lo fece con una strumentazione di qualità, per quei tempi davvero notevole, portandola all’interno delle arene in questione usando diversi stratagemmi (a volte anche fingendosi disabile e quindi su una sedia a rotelle). Le sue sono dunque registrazioni audience, cioè prese dal pubblico, ma di una qualità micidiale; non è un un caso che ancora oggi – tra il giro di appassionati – siano considerate tra i documenti migliori per quanto riguarda l’epoca d’oro della musica rock. Sì perché con le registrazione audience si ha l’idea esatta di cosa fosse andare ad un concerto rock, la performance dell’artista catturato nella sua essenza più pura: l’umore e le scosse emotive del pubblico, la musica messa su nastro senza artifici (e dunque senza le modifiche e i trucchetti presenti nei dischi dal vivo ufficiali), i commenti dei fans che a tratti finivano sul nastro. La fortuna ha voluto che i LZ fossero tra i suoi gruppi preferiti e, ad esempio, le sue registrazione di alcuni dei sei concerti tenuti nel 1977 a Los Angeles sono per tutti noi testimonianze preziosissime. Nel 1994 Millard decise di togliersi la vita, decisione che non ci permettiamo di giudicare e quindi tralasciamo di commentare gli abissi di dolore a cui deve essere andato incontro. Per moltissimo tempo le sue cassette rimasero archiviate nella sua stanza a casa di sua madre, le registrazioni che circolavano provenivano infatti da copie che lo stesso Millard aveva fatto per amici e altri collezionisti. Successe poi che sua madre finalmente affidò ad amici intimi di suo figlio le tante cassette (si parla di 280 concerti registrati) in modo che potessero essere trasferite e quindi salvate su DAT. Sotto all’articolo riporto (oltre al testo che accompagna la registrazione di RP di cui tra poco parleremo) tutta la lunga storia in caso qualcuno fosse interessato. Per chiudere questo breve riassunto, quando si pensava che i master originali di Millard fossero andati persi, ecco che vengono ritrovati, rimasterizzati e messi gratuitamente in circolo da generosi collezionisti e amanti del rock come noi. E’ dunque doveroso mandare un pensiero a Mike Millard perché grazie ai suoi nastri il rock si mantiene vivo e noi possiamo ancora illuderci di vivere in prima persona i momenti più esaltanti della musica che amiamo.

Live Recording reflections: Led Zeppelin, The Forum, Los Angeles, CA, June 21, 1977

Tra tutti i concerti registrati dal grande Mike Millard, questo è di sicuro quello più famoso, la prima data dei sei concerti tenuti al Forum di L.A. dai LZ bel 1977. Di questo show sono stati stampati decine di bootleg e fatte innumerevoli versioni rimasterizzate, questa dovrebbe essere la migliore dal punto di vista qualitativo dato che proviene direttamente dal master di Millard. Nella piccola parte mancante di Ten Years Gone – dovuta al cambio cassetta al momento della registrazione – il team JEM ha usato parte della registrazioni fatta al tempo da un altro fan, un certo GaryB. Millard registrò quattro delle sei date dei LZ al Forum, questa – insieme a quella del 23 – cattura il gruppo nel momento migliore del tour del 1977, tour come sappiamo di enorme (!) successo ma corrotto dallo stato del chitarrista e del management, tutti sotto la forte influenza di sostanze chimiche. Anche Bonham lo era, ma le sue performance fortunatamente non ne risentirono, solo una volta suonò male, successe a San Diego, il 19 giugno 1977; il batterista ebbe problemi di stomaco dovuti ad una intossicazione alimentare che minò la sua esibizione ma una volta ristabilitosi decise di riprendersi la scena alla prima occasione, ovvero al concerto successivo che guarda caso è quello di cui parliamo oggi.

I concerti al Forum si sarebbero dovuti tenere in marzo (cinque le date previste in origine) ma, è cosa nota, poco prima di partire per il tour Robert Plant ebbe una forte tonsillite che costrinse lo spostamento di tutto il tour. Le date di Los Angeles furono spostate a giugno, ne fu aggiunta una vista le continue richieste di biglietti. Sei concerti di fila al Forum, e due settimane prima sei concerti di fila al Madison Square Garden … nel 1977 nessuno come i LZ!

Los Angeles, 1977 © David Swift

Qualche anno dopo uno del giro dei dischi pirata entrò in possesso di questa registrazione di Millard e ne fece un primo bootleg dal titolo “Listen To This Eddie” (ascolta questo Eddie). Si dice che il titolo fosse riferito a Eddie Van Halen e ad alcune sue affermazioni circa certe discutibili esibizioni live di Page. Io queste dichiarazioni di Van Halen non le ricordo, quel che so per certo è che Edward fu un po’ critico con Page e con i LZ subito dopo l’uscita di In Throught The Out Door, visto il massiccio uso di tastiere presenti nel album del 1979 (cosa oggi divertente visto che da lì a qualche anno anche il grandissimo Edward Van Halen si mise a fare un gran uso di tastiere nei dischi del suo gruppo). Recentemente è emersa anche la teoria secondo cui il titolo potrebbe essere diretto all’ingegnere del suono Eddie Kramer (colui che registrò le tre date al Madison Square Garden di New York nel luglio del 1973 da cui fu tratto il primo album dal vivo ufficiale del gruppo uscito nel 1976).

Per portare all’interno del Forum il suo equipaggiamento, Millard si finse invalido su sedia a rotelle facendosi accompagnare dal suo amico Jim R.

Aerial view of the Forum in the 1970s.

Come accennato John Bonham vuole rimediare alla sua performance sfasata di due giorni prima e quel che suona in The Song Remains The Same è semplicemente incredibile. Una carica così non la si era mai sentita, il richiamo della foresta versione rock. Mai sentito un batterista rock suonare in questo modo. La qualità audio è ovviamente audience, ma come quasi tutte le registrazioni di Millard è una meraviglia, la sensazione è quella di essere in seconda fila al Forum di Los Angeles ad ascoltare i LZ – decadenti ma sempre meravigliosi – del 1977. Qualche battuta di The Rover quindi inizia Sick Again – dove ad un certo punto la chitarra di Page viene scollegata. Il gruppo sembra fermarsi un attimo ma poi Page torna e il rock del gruppo torna a volare alto. Page pasticcia nel primo assolo, ma la versione del brano nel suo insieme è solida e convincente.

RP: Well good evening. I mean, good evening! Well we finally did it. Haven’t seen you since, uh, anybody here when we played with Bad Company? That was the first time that we ever managed to get back on stage again. So tonight, oh, sweet smell, tonight no beating around the bush. We’re just gonna play cause that’s what we’re here for.

L’inizio con la chitarra effettata di Nobody’s Fault But Mine non sempre convince del tutto dal vivo ma qui al Forum il suono è pieno, potente, cosmico. Robert canta benissimo e il gruppo rockeggia alla grande.

RP: Thank you very much, ta. It is indeed, uh, our great pleasure to be back in California, for many many reasons. Among those it’s very hard to see the sun in a place bigger than New York. This is a song about, um, well it’s not even worth telling you what it’s about, you know.

Over The Hills And Far Away fila via liscia, l’assolo di Page è da sottolineare: Jones e Bonham offrono una base ritmica corposa e dinamica mentre the master of the guitar è ispiratissimo.

RP: Well that was a song that, uh. That was a song that speaks for itself. This is a song that comes from what you might call the urban blues of the United Kingdom. It’s a song that you probably already know, but it’s a song that is very close to all of us in the band from time to time, and things like that.

La Since I’ve Been Loving You del 1977 mantiene la grande carica drammatica della (stellare) versione live del 1973 ma aggiunge l’alone di decadenza tipico di questo tour. Qui il gruppo è semplicemente magnifico immerso com’è in quel sentimento al contempo pesante e leggero da orizzonti perduti. Bonham semplicemente maestoso, Jones impeccabile, Robert Plant favoloso e Jimmy Page degno del suo nome. Sentirla in cuffia a buon volume cambia la vita. Dopo le parole di Robert a proposito di Jimmy il pubblico esplode in un boato.

RTP: ah it’s starting to cook. We’d like to welcome back to the world John Bonham who had a terrible, uh, fit of food poisoning. Welcome back, John Bonham. He ate far too many rhinestones. That, by the way, featured Jimmy Page on guitar. How ‘bout then? It’s really nice to be back in the sun. So, if all we gotta do to go down well is say Jimmy, Jimmy. Something a little harder then. We’re gonna feature a very, uh, very warm friend of ours who’s often playing with the band these days. John Paul Jones on keyboards. ‘No Quarter.’

Lo stesso boato si protrae una volta che JPJ inizia No Quarter, quanto amore incondizionato aveva Los Amgeles per i Led Zeppelin! La qualità audio è sensazionale (come sempre dico, va tenuto presente che trattasi di registrazione audience, ovvero presa dal pubblico), perfetta per perdersi tra le profondità di pezzi come questo. Il gruppo è molto coeso, Bonham è di nuovo uno spettacolo, un suono di batteria così in campo rock non lo si sarebbe mai più sentito. L’assolo di John Paul Jones è ricco di ricami sia cupi che sfavillanti, ricami che poi virano sul blues, per andare a formare quindi la solita bluesjam – a mio parere sempre un po’ fuori luogo in una brano come questo. Durante l’assolo di chitarra Page sembra ispirato a sufficienza, certo siamo distanti dall’eccellenza raggiunta nello stesso assolo del 1973; la stesura della sua improvvisazione non avviene infatti in maniera organica, sembra piuttosto un collage un po’ disgiunto di frasi alla Jimmy Page. Gli va comunque dato il merito di cercare sempre nuove soluzioni, di buttarsi a vita persa nell’intento di raggiungere l’estasi musicale. Durante questo assolo di chitarra John Bonham è irrefrenabile, io una cosa così in un contesto Rock non l’ho mai sentita. Ecco, se la versione di No Quarter del 1973 contenuta nell’album dal vivo The Song Remains The Same è di un perfezione assoluta, questa del 21 giugno 1977 va ascritta nell’albo dei capisaldi solenni dei LZ: dilatata, epica, sgranata, cosmica, mastodontica, Bonhamesca. 29 minuti di musica universale.

RP: John Paul Jones, grand piano. Oh boy, that certainly moved along a little bit. So, uh, we found ourselves in a, hang on a tic, we found ourselves in a position of, some-what, forced, uh, stalemate for about two years. A sort of physical stalemate which was not very, you know, it was a bit frustrating. So, when we started to rehearse with a view to travelling the world and seeing many hotels we thought, hah, we thought what we’d do is we’d look back through some of the old material and some of the material that we ha, hang on, hold it, wait a minute, I didn’t say Jimmy. Through some of the, uh, material that we, we’d had to ignore because of the, the fact that we’re a four piece band, and Jonesy most kindly went out and bought a three-necked instrument which has since then has often hurt his back in many a hotel. So with the aid of Jonesy’s three-necked instrument we’re gonna try a thing from Physical Graffiti called ‘Ten Years Gone.’

Ten Years Gone è probabilmente il mio pezzo preferito dei Led Zeppelin ed è sempre per me un’ emozione particolare riascoltarlo nella variante live, sebbene sia un brano complesso da riproporre davanti ad un pubblico con solo tre strumentisti. Le molte chitarre dell’originale sono impossibili da replicare dal vivo, il gruppo – noto per la sua temerarietà – ci prova ugualmente con Page che cerca di fare del suo meglio nell’arrangiare il tessuto chitarristico per una chitarra sola (la Fender Telecaster con lo Stringbender), aiutato da Jones che suona contemporaneamente la chitarra acustica 12 corde e la pedaliera basso. Il risultato è comunque sorprendente, se teniamo presente appunto le complessità che deve affrontare Page e lo stato in cui versava in quegli anni il nostri chitarrista preferito. Il Dark Lord infatti ogni tanto incespica durante gli assoli (soprattutto nelle frasette a bicordi) ma personalmente starei ore a sentirlo improvvisare così con l’uso particolare che fa dello stringbender. La sensibilità dei Led Zeppelin pur sostenuta da una ritmica sempre maschia era una cosa stupefacente. “I’m never gonna leave you, “I’m never gonna leave you, I’m never, I’m never, I’m never, I’m never ooh yeah” finale toccante.

RP: Well that’s, thank you very much, ta. As senility creeps in and we reach the age of twenty-five, we decided to do something that we haven’t done for years and years. You know what I mean, Bonzo? Way back in 1971, when we came to Los Angeles, we used to sit down and play some of the stuff that we, um, we found came around from our dealings in the Welsh mountains and the Scottish highlands, and it was called an acoustic set, and this brings a rather warm vibe, and it brings a man who had a very bad stomach complaint to the front of the stage, John Bonham, John Henry Bonham. Come on! The rhinestone cowgirl. I guess he’s, he’s the cowgirl in the sand.

Il set acustico del 1977 parte con The Battle Of Evermore, Page al mandolino, Jones alla chitarra e Bonham al tamburello. Mi sono sempre chiesto perché non fosse John Bonham a fare i coretti a Robert Plant, Jones infatti non brilla certo per doti vocali mentre il thunder boy di Redditch non era davvero niente male. Suggestiva la prova di Plant.

RP: Sorry, just discussing some arabic. Um, this next song, uh, I guess we should dedicate to a lot of good friends that we’ve met along the way. Some are going back to New York tomorrow. Dear Danny, we’ll miss you so much. You and your American Express card. Ha ha! Um, lots of good people that we’ve met, especially the people who made us write this song. Wow. …. Fortunately the guy who tunes Jimmy’s guitars comes from Scotland, and he always tends to tune them in Scottish, which is, uh, alright for some.

Robert inizia a cantare Going To California e il pubblico californiano – come sempre – esplode. Plant la canta molto bene, pur non essendo più il cantante memorabile del triennio 1970-71-72, rimane un vocalist formidabile. Qui Page suona la chitarra acustica mentre Jones è al mandolino. Finito il pezzo si sente un fan, evidentemente vicino a Mike Millard, urlare “Heartbreaker”. Che stonati che c’erano in giro…sei lì sprofondato in un bel momento delicato con il gruppo alle prese con strumenti acustici e tu gridi Heartbreaker. Mah.

RP: (Sometimes it’s terribly hard.) I wonder if she still lives there. (Hang man, hang man. Hold it a little while.) To be continued.

Black Country Woman è ridotta ad un paio di strofe, sufficienti comunque per godersi Bohnam e Jones (al contrabbasso). Bron-Y-Aur Stomp coinvolge il pubblico, il battimani generale trasforma tutto in una divertente festa campagnola. Il lavoro di Page sull’acustica è notevole, quello che fa con la mano destra è superlativo, pennate dinamiche che sanno di flamenco.

Di nuovo gente che grida “Heartbreaker” e “Rock And Roll”.

Gli intricati e lunghi arpeggi di White Summer(include Swan Song)/Black Mountain Side portano a Kashmir. Tutto molto bello.

RP: Uh, that was called ‘Kashmir.’ Ahh. Let me take you there. Trouble with the musical equipment up here. Right now, the man who fought, the man who fought against the elements. The man. The man who, who fought food poisoning. The man who drinks Heineken. The man who doesn’t get out of bed. The man who hasn’t got a cymbal. The man who’s having a chat with his man who knows the man who tunes Jimmy’s guitar who comes from Scotland, and doesn’t know the man they call Tim, but does know Audrey from Dallas. Thank you. Shh, hang on. The man who now learns how to construct his own drum kit. The man who’s not very professional. Shut up, wait a bit, shhh. The man who said he could go back to a building site anytime, and we all agreed. The man who’s holding up the show. The rhinestone cowgirl. Come on, Bonzo, get on with it. That’s what the quaalude stagger is. The man who played the Los Angeles Aztecs and beat them 10-1 by himself. The man who, one wonders, is he worth waiting for, and doesn’t really realize there’s a curfew here. A childhood friend. A man who many people once said, never heard of him, John Bonham. Over the Top!

Out On The Tiles intro > Moby Dick è lo spazio lasciato a John Henry Bonham e alla sua batteria. 15 minuti di spettacolari peripezie ritmiche.

RP: John Bonham! John Bonham!! John Henry Bonham. John Bonham! Come on!

Parte Heartbreaker e il pubblico diventa matto, al di là di tutto il piombo zeppelin è sempre parte fondamentale del successo del gruppo. La versione è buona, l’assolo senza accompagnamento parte in maniera incerta e prosegue più o meno con lo stesso astratto costrutto. Vi sono momenti riusciti e altri meno, lo stesso dicasi per il prolungamento dello stesso suonato insieme a Jones e Bonham, ma nel complesso Heartbreaker è ampiamente sopra la sufficienza.

Il Guitar Solo (include Star Spangled Banner e Dixie) del 1977, preludio a Achilles Last Stand, lascia come sempre qualche perplessità. Chi assistette al tour di solito lo ricorda come un momento riuscito, chi lo ha ascoltato solo dalle registrazione non può che chiedersi che senso avesse. Chitarra effettata come non mai, strani effetti sonori a cui si aggiunge l’uso del Theremin e dell’archetto di violino. Sì certo, Page che dialoga con le forze oscure dell’universo, ma a me la prima parte è sempre sembrata fine a se stessa. Una curiosità: intorno al minuto 8:00 Page usa effetto e fraseggi simili a quelli che avrebbe usato Edward Van Halen per la parte introduttiva a Dancing In The Street, la cover rifatta dai VH presente sull’album Diver Down del 1982.
Achilles Last Stand è uno di quei pezzi da suonare dal vivo solo se i musicisti sono in ottime condizioni (soprattutto il chitarrista visto il gran numero di chitarre presenti nella versione da studio) perché è un brano impegnativo, non è un caso che siano rare le versioni dal vivo davvero convincenti. Il Page annebbiato dalle sostanze chimiche non ha quasi mai reso giustizia alla magniloquenza del pezzo. Anche qui, in questa prima serata a Los Angeles, difetta di precisione. L’inizio dell’assolo è imbarazzante e il prosieguo non incanta di certo. E’ un peccato perché Bonham, Jones e Plant sono spettacolari. Mi si dirà che sono sempre troppo critico col Dark Lord, ma il fatto è che se ti chiami Jimmy Page devi essere all’altezza della tua fama.

RP: Achillies Last Stand’, at least we thought. We seem to be going through mic stands at an amazing rate. Showco’s, uh, Plastic Mic Stands Incorporated. It’s very nice to see some friends just arrive from England, Mr Phil Carson. A man who’s played bass in Japan with Dusty Springfield a long time ago. You see, we know all the oldies. All the push, …, ha ha! Well there’s no doubt you picked up by the atmosphere at least on stage tonight, it’s, it’s like sort of the highpoint of the whole tour to be back here. And that’s, maybe after six nights it will not be so easy to say that, but at the moment, we’d like to, uh, uh, we give you this song.

La versione di Stairway To Heaven invece è di buon livello anche da parte di Page, certo vi è il tocco della decadenza che contraddistingue gli ultimi anni dei Led Zeppelin, ma sono dettagli. Jones e Bonham durante l’assolo di Page si danno al reggae, Bonham in particolare in alcuni punti fa di tutto per distruggere il tempo e ricostruirlo seguendo un istinto tutto suo.

RP: LA! Thank you very much. You’ve been extremely nice. Good night.

Quello che succedeva nei camerini durante le lunghe pause dove solo un membro del gruppo restava sul palco a suonare e nei momento tra la fine del concerto è i bis e facile intuirlo. Il gruppo – Page in primis – tornava on stage in condizioni spesso assai discutibili. Whole Lotta Love >Rock And Roll stavolta non sono male e chiudono bene questo gran concerto.

RP: Oh? Just like a good woman. Good night.

Registrazione e remaster dunque da avere assolutamente. Il solo modo per capire cosa è stato essere a Los Angele nel 1977 a vedere i Led Zeppelin è avere questa live recording e ascoltarla in cuffia.

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Led Zeppelin
The Forum
Los Angeles, CA
June 21, 1977
Mike Millard Master Tapes via JEMS
Mastered Edition
The Lost and Found Mike the MICrophone Tapes Volume 50

Recording Gear: AKG 451E Microphones (CK-1 cardioid capsules) > Nakamichi 550 Cassette Recorder

Transfer: Mike Millard Master Cassettes > Yamaha KX-W592 Cassette Deck > Sony R-500 DAT > Analog Master DAT Clone > Focusrite Scarlett 6i6 > Sound Forge Audio Studio 13.0 capture > Adobe Audition > iZotope RX8 > iZotope Ozone 8 > Audacity > TLH > FLAC

01 The Song Remains The Same (omitted as it is officially released on the LZ DVD)
02 Rover intro > Sick Again
03 Nobody’s Fault But Mine
04 Over The Hills And Far Away
05 Since I’ve Been Loving You
06 No Quarter
07 Ten Years Gone
08 The Battle Of Evermore
09 Going To California
10 Black Country Woman
11 Bron-Y-AUr Stomp
12 White Summer/Black Mountain Side >
13 Kashmir
14 Out On The Tiles intro > Moby Dick
15 Heartbreaker
16 Guitar Solo
17 Achilles Last Stand
18 Stairway To Heaven
19 Whole Lotta Love >
20 Rock And Roll

Known Faults:
-Tape flip in “Ten Years Gone” patched with GaryB master tape second source

Introduction to the Lost and Found Mike the MICrophone Series

Welcome to JEMS’ Lost and Found Mike the MICrophone series presenting recordings made by legendary taper Mike Millard, AKA Mike the MICrophone, best known for his masters of Led Zeppelin done in and around Los Angeles circa 1975-77. For the complete details on how tapes in this series came to be lost and found again, as well as JEMS’ long history with Mike Millard, please refer to the notes in Vol. One: http://www.dimeadozen.org/torrents-details.php?id=500680.

Until 2020, the Lost and Found series presented fresh transfers of previously unavailable first-generation copies made by Mike himself for friends like Stan Gutoski of JEMS, Jim R, Bill C. and Barry G. These sources were upgrades to circulating copies and in most instances marked the only time verified first generation Millard sources had been directly digitized in the torrent era.

That all changed with the discovery of many of Mike Millard’s original master tapes.

Yes, you read that correctly, Mike Millard’s master cassettes, long rumored to be destroyed or lost, have been found. Not all of them but many, and with them a much more complete picture has emerged of what Millard recorded between his first show in late 1973 and his last in early 1992.

The reason the rediscovery of his master tapes is such a revelation is that we’ve been told for decades they were gone. Internet myths suggest Millard destroyed his master tapes before taking his own life, an imprudent detail likely concocted based on the assumption that because his master tapes never surfaced and Mike’s mental state was troubled he would do something rash WITH HIS LIFE’S WORK. There’s also a version of the story where Mike’s family dumps the tapes after he dies. Why would they do that?

The truth is Mike’s masters remained in his bedroom for many years after his death in 1994. We know at least a few of Millard’s friends and acquaintances contacted his mother Lia inquiring about the tapes at the time to no avail. But in the early 2000s, longtime Millard friend Rob S was the one she knew and trusted enough to preserve Mike’s work.

Led Zeppelin, The Forum, Los Angeles, CA, June 21, 1977

As we approached the Vol. 50 milestone in our Millard recording series, it seemed appropriate to reach for something truly special to mark the occasion. But what show should it be?

There is little debate as to Mike the Mike’s most famous recordings, but choosing which one to celebrate for the big 5-0 proved vexing. Then came a great idea: Release the 50th show Mike recorded. We started to count from show No. 1 (The Who, November 23, 1973) and low and behold, show No. 50 just so happened be what is undoubtedly Mike’s most famous recording of all: Led Zeppelin at the Forum, June 21, 1977. You may have first met it under its all-time great bootleg title, Listen To This Eddie.

Fate, ladies and gentleman.

So here it is, Mike’s best known recording, transferred by Rob S from the original master cassettes to DAT in the early 2000s. This show has been bootlegged dozens of times and there are many remasters in the world, notably the work of our ally Winston Remasters.

The underlying transfers used for the best circulating copies most likely come from two primary sources: first generation cassettes (including JEMS’ Dolby-decode transfer of unmarked tapes made by Millard himself) and a first-gen copy Millard made from his master tapes to VHS HiFi, which at the time was an inexpensive, high-resolution alternative to digital formats like DAT. The VHS HiFi first gen was then converted to DAT and spawned a lot of the versions before the JEMS “Dolby On” series appeared.

This release has a verified lineage of master cassettes to DAT and we believe it represents the highest quality transfer of Mike’s master recording available. We are presenting the recording in two versions: one a flat transfer, the second lightly mastered by JEMS to move the sound image a little closer and lift Jimmy and Robert up slightly in the mix. Our Mastered Edition also uses the second recording of the show by GaryB (which JEMS released a few years ago) to patch the missing piece of Ten Years Gone when Mike flipped his tape. The choice is yours.

The show itself was the opener of the band’s six-night stand at the Fabulous Forum, what most fans consider to be the high-water mark on the 1977 tour. Mike recorded four of the six shows, and if you’re wondering why he didn’t do the other two, money and ticket availability were practical considerations for Millard at the time. As Jim explains in his notes, the scalping around these shows reached unprecedented levels and Millard’s salary as a furniture truck driver (he wouldn’t become an AV clerk a the college until late 1979) meant he couldn’t afford the seats he wanted for every show.

The Forum stand was originally scheduled for five shows in March (opening night was meant to be March 9) and went on sale January 31. Robert Plant’s tonsillitis forced rescheduling, the announcement for which included the addition of a sixth and final show on June 27.

Any Led Zeppelin collector would do themselves a favor by obtaining a copy of Dave Lewis and Mike Tremaglio’s authoritative book Evenings With Led Zeppelin: The Complete Concert Chronicle. It is an encyclopedia of Zeppelin’s touring history, packed with details, reviews, contemporary newspaper clippings, photos, ticket stubs, known recordings and so much more. If JEMS had a book club, this would be one of our first selections.

The tome includes a fantastic section on the ’77 Forum run, calling the concerts “among the most highly acclaimed performances of Led Zeppelin’s career. Thankfully, taper Mike Millard captured four of the Forum shows in exceptional quality audience recordings on his Nakamichi cassette deck. Bootleggers got ahold of Millard’s opening night tape and pressed it on one of the most popular Zeppelin bootlegs ever- Listen To This Eddie.”

The legend surrounding the bootleg title is that it was in response to negative feedback about Page’s playing attributed to Eddie Van Halen, though the book offers a second theory that the title was aimed at Eddie Kramer, calling out his engineering and production on The Song Remains The Same soundtrack.

One of Millard’s friends recently told us that he showed him the Eddie bootleg CD when it was released in 1990 and Mike blew a gasket. He was frustrated by vinyl bootlegs before, but the CD release of 6/21/77 heightened his anger about bootleggers profiting from his work.

Lewis and Tremaglio go on to say Mike’s recording of 6/21/77, “is still held in high esteem and is perched atop the list of many Zeppelin fans’ all-time favorite bootlegs.”

With good reason. The recording is a marvel of clarity, proximity and power. There’s an on-going debate about the overall appeal of soundboard recordings vs. audience tapes, nowhere more so than in the Zeppelin fan community. There’s no denying the sharpness of a great soundboard, but they can also sound a little clinical and usually have little to no audience atmosphere.

It can be especially disorienting when a soundboard emerges of a show we have all heard in excellent quality via an audience tape for years. Being so familiar with the sound of a specific audience recording, at times it can feel like the soundboard source lost something vs. gained something.

To me, Millard’s 1977 recordings are THE sound of Led Zeppelin in this era, period. Even if a complete board tape were to emerge of an LA ’77 show, it could never supplant the musical memory of Mike’s recording that is now so deeply engrained in our synapses. History is written and Mike’s incredible master tapes are essential, primary documents of the Led Zeppelin live experience.

The only rain on the Vol. 50 parade is that we’ve had to omit the opening song of the night, “The Song Remains The Same,” because Mike’s own recording of the song was officially released on the Led Zeppelin DVD, buried in a submenu.

While JEMS rarely if ever posTs shows thaT require us to cut officially released songs, given the wiDe availability of this recording already and the historic value of the show, we’ve elected to post sans “TSRTS.” Checking your local listings for other theaters where it might be playing.

In another bit of kismet, this release comes one day after the 40th anniversary of John Bonham’s death and the end of Led Zeppelin as we knew them. He was only 32 when he died.

Here’s what Jim R recalled about the momentous opening night of Led Zeppelin at the Forum 1977:

I attended the June 21, 1977 Led Zeppelin concert at The Forum, the first of six nights. I pushed Mike in the wheelchair.

Getting tickets for this set of shows was an ordeal. To be one of the first in line required a marathon Box Office camp out that began eight days before tickets went on sale. In January, even LA was chilly enough to warrant down jackets at night. By the time the box office opened there were thousands in line. Several local ticket brokers had crews of kids queuing on their behalf to maximize ticket acquisition. Demand was HUGE and resulted in the first $100 scalper price for a rock concert in LA.

The box office limit was a strict six tickets. Some people were already talking in line about pocketing hundreds of dollars after selling their tickets, but Mike and I being fans were focused on the best seats for the most nights. I scored six front row center tickets. Mike scored 18 tickets by going to a box office window two extra times. We called this technique “bouncing,” as in bouncing from ticket window to ticket window. Bouncing was dangerous as getting caught resulted in security confiscating all of your tickets.

Opening night we sat second row on the floor, a third of the way over from center. After getting to our seats, the wheelchair was tucked away next to the stage, ironically near Peter Grant standing on the side. Taping from the second row is perilous, being so close to security and to Peter Grant and his brutal reputation for “handling” tapers. Stage lights would spill onto our location and light us up. Not Good. But we got away with it four times without incident, though not without a lot of frayed nerves.

Two days before, we attended the San Diego show where Bonham had food poisoning. This affected his playing and likely results in one of the worst shows on the tour. But this night they more than make up for it. June 21st is considered by many to be one the best Led Zeppelin shows ever.

Included are a handful of pictures I took sitting next to Mike in the 2nd row.

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JEMS is proud to partner with Rob, Jim R, Barry G and others to release Millard’s historic recordings and to help set the record straight about the man himself.

We can’t thank Rob enough for reconnecting with Jim and putting his trust in our Millard reissue campaign. He kept Mike’s precious tapes under wraps for two decades, but once Rob learned of our methods and stewardship, he agreed to contribute the Millard DATs and cassettes to the program. Our releases would not be nearly as compelling without Jim’s memories, photos and other background contributions. As many of you have noted, the stories offer an entertaining complement to Mike’s incredible audio documents.

On the thank you list again is Goody, for his pitch stamp of approval. And last but never least, mjk5510 for his post-production work that polishes key JEMS releases week in and week out.

Finally, cheers to the late, great Mike the MICrophone. His work never ceases to impress. May he rest in peace.

BK for JEMS

SERIE TV: “Rebellion” – TTTT

26 Ott

Rebellion di Colin Teevan e Aku Louhimies (Eire 2016)

Due stagioni, cinque episodi l’una, per questa bella serie ambientata a Dublino nel 1916 (e anni successivi) che parla della rivolta di Pasqua che diede il via a un lungo e sanguinoso conflitto tra le forze militari britanniche e i rivoluzionari irlandesi.

Alcuni protagonisti sono stati tratteggiati molto bene, altri forse un pelo meno, lo sviluppo mi sembra comunque ottimo; la società patriarcale, l’imperialismo britannico, l’universo femminile in quei tempi bui, la prima guerra mondiale in sottofondo e la necessità ancestrale di liberare la propria terra dal giogo inglese.

Consigliata.

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Robert Louis Stevenson “L’Isola Del Tesoro” (Feltrinelli 2016) – TTTTT

22 Ott

Rileggere certi libri in età adulta molto spesso significa riscoprire in toto certi capisaldi della letteratura umana, capita anche con l’Isola Del Tesoro, una delle opere più note di Stevenson. L’etichetta “romanzo d’avventura” deve essere vissuta come medaglia al valore e non come frettolosa archiviazione sotto la voce “libro per ragazzi”.

Tra le righe del romanzo ci sono naturalmente molte sfumature intellettuali, tuttavia per un volta ci piace restare legati in senso stretto alla storia e alla “fotografia”: l’Inghilterra del 1700, un paesello con tanto di porto sul mare, bettole, pirati dai nomi tipo Long John Silver, viaggio in mare – su una nave dal nome evocativo (Hispaniola) – alla ricerca di un isola su cui è stato nascosto un tesoro. In questo periodo di coprifuoco, lockdown e cautela sociale potersi immergere in una avventura simile è una meraviglia.

Come sempre magnifica l’edizione della Universale Economica Feltrinelli, spartana eppure ricca di una bella grafica, di una prefazione di Domenico Scarpa, e di nota bibliografica e breve biografia dell’autore. Traduzione di Lilla Maione.

SINOSSI:

https://www.lafeltrinelli.it/libri/robert-louis-stevenson/l-isola-tesoro/9788807901393

Il romanzo è ambientato in un paesino sul mare, nell’Inghilterra del Settecento: il giovane Jim Hawikins e sua madre, proprietaria della locanda “Ammiraglio Benbow”, scoprono nel baule di un marinaio morto la mappa di un tesoro nascosto su un’isola. Si tratta del tesoro di un famoso pirata, il capitano Flint. Jim, il dottor Livesey e il nobile Trelawney organizzano una spedizione a bordo della “Hispaniola” e portano con sé come cuoco di bordo un uomo dalla gamba di legno, Long John Silver, e il suo pappagallo. Inizia una grande avventura che per Jim sarà anche l’iniziazione alla vita adulta e la scoperta della malvagità umana. Silver infatti si rivela il capo dei pirati superstiti di Flint …

ATTRAVERSARE LA CITTA’ DI NOTTE ASCOLTANDO JOE JACKSON

18 Ott

Un giovedì sera qualunque, sotto una pioggia insistente che cade da tutto il giorno arrivo a Mutina. Percorro un paio delle arterie più importanti della città e senza troppa fatica arrivo all’appuntamento stabilito. Soliti convenevoli, abbracci virtuali, cena, chiacchiere che vertono sul passato dei presenti. Verso mezzanotte la compagnia si scioglie, ognuno torna nella propria dimora.

In giro ormai non c’è più nessuno, la città respira calma tra la bruma lasciata dalla pioggia, i semafori come luci dei treni persi, quelli che ahimè non tornano più. Rollando sulla blues mobile mi allontano dal centro, sullo stereo il “Gold” di Joe Jackson.

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D’un tratto mi sento cosi grato al padre dei quattro venti di essere un amante di certa musica perché è con essa che vado avanti, che cerco di dare un senso al nonsenso della vita. Se non fossi così appassionato, se fossi uno di quelli che ascoltano solo le radio (ormai fagocitate da speaker sempre più insopportabili) o chiavette piene di insulsa musica commerciale non riuscirei a percepire l’immensità della notte, a seguire la stella polare che guida la barchetta su cui navigo in questo vasto oceano tenebroso, a sentire il battito del pianeta su cui vivo.

E invece è sufficiente Joe Jackson poco dopo mezzanotte a far sì che la blues mobile su cui sono segua diligentemente la Emily Road che mi riporta nella derelitta casetta in cui ho trovato riparo.

ATTRAVERSARE LA VIA EMILIA DI NOTTE ASCOLTANDO JOE JACKSON – ottobre 2020 – foto TT

La sua musica sembra fatta apposta per notti come questa …

ATTRAVERSARE LA CITTA’ DI NOTTE ASCOLTANDO JOE JACKSON – ottobre 2020 – foto TT

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Con la sua faccia da papero, quella sua voce in cui l’inglese d’Inghilterra scivola così bene, quella sua sensibilità che apre la sua musica a sfumature impreviste, quel modo di scrivere così originale. Il rock stimolato dal punk dei primi due album del 1979, quindi la new wave del terzo del 1980, lo swing jazz del quarto nel 1981 e il grande successo di Night And Day nel 1982.

Sono sempre stato un fan, e sono ancora fiero di esserlo.

Troppo semplice in nottate come queste appoggiarsi solo ai motivetti del 1981 e 1982, meno banale scegliere brani dai primi due anni, anch’essi adatti a momenti come questo seppure forse meno immediati e noti.

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La macchina si infila in una breve galleria, per un momento spero che non ne esca mai …

ATTRAVERSARE LA CITTA’ DI NOTTE ASCOLTANDO JOE JACKSON – ottobre 2020 – foto TT

ma poi riemergo, i neon delle insegne dei bar sono contrappunti sul pentagramma d’asfalto, i fanali delle poche automobili che incontro lasciano lunghe sbavature di colori che vanno a perdersi in tanti rivoli a ridosso dell’universo.

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Nella stazione di servizio in cui mi fermo a mettere un po’ di diesel in pancia alla blues mobile c’è un Tir parcheggiato ordinatamente, di sicuro l’autista si starà godendo il meritato riposo prima di riprendere il lungo viaggio. Un altro disperato come me è intento a fare benzina, si guarda intorno, di giorno è un distributore trafficatissimo, ma di notte dà l’idea di essere un posto non del tutto sicuro. Sembra comunque un’isola in mezzo al mare in cui attraccare al bisogno, un stazione dei tempi andati dove cambiare i cavalli.

ATTRAVERSARE LA CITTA’ DI NOTTE ASCOLTANDO JOE JACKSON – ottobre 2020 – foto TT

Lascio la Via Emilia, ora un breve tratto in tangenziale, è ormai l’una, tempo per lo swing …

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Giusto il tempo di terminare la canzone e mi ritrovo nelle strade basse che mi riportano alla Domus e mi sembra d’ essere già in un altro mondo. Mentre percorro l’ultimo centinaio di metri della stradina lunga e tortuosa scorgo la Ragni – una dei felini che vivono con me – in riva ad un fosso. So che riconoscerà la macchina e correrà ad aspettarmi davanti alla porta.

Prima di mettere la macchina in garage apro la portiera e, nella notte nera accenno ad un balletto solitario sul marciapiede bagnato …

I stepped into
I stepped into
Into another
Into another
I stepped into
I stepped into
Into another
Into another world

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La Ragni che mi aspetta sulla porta di casa – ottobre 2020 – foto TT

All’improvviso, un’ombra nella notte.

15 Ott

Un mercoledì sera qualunque di metà ottobre, a cena nella mia pizzeria preferita di Regium Lepidi con Miss Sughi D’Uva, mia cugina Carrie e suo marito. Carrie è l’unica tra tutti i miei cugini dalla parte di Mother Mary che frequento, un po’ perché abita in una frazione vicina a quella dove vivo io, un po’ per un evidente legame affettivo speciale.

Due pizze Regina alte e due medie bianche a nove luppoli per me e Mr Bell, due pizze Bufala, coca e acqua per le ragazze. Luci soffuse, atmosfera e compagnia piacevoli, la giovane cameriera che scherza con Miss Sughi D’Uva circa il dolce che sceglierà … siamo clienti abituali, ormai ci conoscono bene. Dopo la pizza ci trasferiamo alla Domus Saurea, tra una caffè e un rum Matusalem 15 anni parliamo di Fire Stick di Amazon, di Netflix, di Greg Iles e Rocco Schiavone, di Delitto E Castigo di Dostoevskij, del mio canale Youtube, della mia doppiomanico e altre canzoni d’amore assortite. Le ore volano, verso mezzanotte Carrie e Mr Bell se ne vanno.

Io e Miss Sughi D’uva ci prepariamo per la notte, prima di addormentarci cantiamo l’Hare-Hare, balliamo l’Hoochie-Koo, con le luci della città che brillano forte mentre noi le attraversiamo scivolando.

Poco dopo mi alzo, c’è qualcosa che non va. Esco dalla porta che dà sul terrazzino a cui è collegata la scala che porta in cortile

Stairway To The Stars- Domus Saurea – ottobre 2020 – photo TT

Do un’occhiata in giro, la notte è buia e fa spavento

Notte buia alla Domus – ottobre 2020 – foto TT

ad un tratto scorgo un’ombra, una figura umana che si nasconde tra l’orto e le tirelle dell’unica vite che abbiamo, sono quasi bloccato dal terrore, a fatica riesco a gridare “Ehi, chi è là?” e subito l’ombra esce correndo dall’orto, percorre un pezzo di cortile e si inabissa nella notte. Noto che porta stivali di gomma gialli. Mi vesto, corro in garage, calzo gli stivali di gomma anch’ io e vado a vedere che succede. Mi infilo nella notte correndo, compare anche un mio vicino, un breve cenno d’intesa, prendiamo due direzioni diverse. Veloce attraverso vigne e circumnavigo campi immersi nella notte, non sento la fatica; lontano dalla Domus, arrivo ad un vecchio casolare abbandonato, circospetto ne attraverso il portico pericolante, per terra vi sono mucchi di mattoni spezzati, calce e vecchie porte rotte. Poco più in là scopro bidoni abbandonati nella campagna incolta, qualche centinaio di metri a nord vedo un furgone con tre persone intente a scaricarne altri; d’improvviso fari irrompono nell’oscurità, sono macchine della polizia municipale, i tre si arrendono, alzo le braccia in segno di vittoria, mi pervade una gran gioia dovuta allo scampato pericolo, mi dico addirittura “ne parlerò sul blog e metterò un titolo tipo “all’improvviso, un’ombra nella notte”, ma abbasso quasi subito le braccia, qualcuno o qualcosa mi sta osservando.

Scappo, corro verso casa. Sento passi di uomini dietro di me, sono sicuro ci sia anche una cane, arrivo al casolare, riesco a districarmi tra i rovi e i muri di quelle che un tempo furono stanze che – mi accorgo all’istante – mi paiono famigliari, quegli spazi assomigliano incredibilmente alla vecchia casa di mio nonno; sono in affanno e in preda al terrore ma mi trovo ormai vicino al portico oltre il quale mi pare di scorgere gente, i miei vicini? Devo solo oltrepassarlo e poi sarò in salvo mi dico ma ho ancora i cani dell’inferno alle calcagna e sono quasi sopraffatto dal panico.

Nel momento esatto in cui salvezza e sconfitta paiono in perfetto equilibrio mi sveglio di botto, mi tiro su ancora impaurito e mi guardo intorno, il gatto Palmiro e Miss Sughi D’Uva dormono al mio fianco, Minnie mi osserva dal comò. Guardo la sveglia, sono le 4,56.

Dopo un sogno del genere inutile rimettersi a dormire. Mi alzo che ho ancora il corpo indolenzito dalla paura, nell’oscurità del corridoio osservo il portoncino blindato che da sull’esterno …

Corridoio – Interno notte – Domus Saura – Ottobre 2020 – foto TT

Dalla finestra del bagno do un’occhiata fuori, piove a dirotto

Dalla finestra del bagno: Era una notte buia e tempestosa – Domus Saurea

Mi metto nello studiolo, Minnie è irrequieta

Minnie sul castello dei gatti – Domus Saurea ottobre 2020 – foto TT
Minnie – Domus Saurea ottobre 2020 – foto TT

Alle 5,45 si alza anche Miss Sughi D’Uva, è subissata dal lavoro, accende il pc e inizia – suo malgrado; finirà stasera dopo le 20. Va avanti così da settimane, io maledico lo smart working e il capitalismo odierno. Mi preparo un thé caldo, qualche biscotto, rifletto sulle guerre psichiche che vanno in scena nei miei sogni, apro un a nuova pagina del blog e inizio …

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Melancholia Autumnalis

12 Ott Vigne nei dintorni della Domus Saurea – photo TT

Autunno, stagione ben presente su questo blog, quando i colori delle viti e delle foglie s’infiammano, quando la luce del sole arriva in quelle basse e cariche cromie che sembrano falsate dai filtri di certe applicazioni, quando lo stato d’animo inizia a predisporsi per la stagione fredda che verrà. Lo viviamo come il mese della melancolia a dispetto del nome, che infatti deriva dal latino autumnus (o anche auctumnus), ed è formato da auctus (participio di augere: ‘aumentare, arricchire’) e dalla desinenza mnos (dal greco μένος: desinenza propria dei participi medi e passivi), a significare la stagione ricca di frutta che segue l’estate e aumenta la ricchezza dei contadini, proprio come ci spiega il grande Stefano Massini:

https://video.repubblica.it/rubriche/parole-in-corso/stefano-massini-parole-in-corso-perche-autunno-e-la-stagione-piu-ricca/366004/3665

L’autunno alla Domus Saurea passa più o meno sempre uguale, con i gatti che si godono le ultime sgambate nelle belle giornate d’ottobre, le vigne che  succhiano gli ultimi raggi di sole prima del letargo invernale e gli uomini di blues che sospirano cercando di lenire la consapevolezza della casualità della vita.

Stricchetto (alias Stricchi / Streaky) la reginetta. Domus Saurea ottobre 2020 - foto TT

Stricchetto (alias Stricchi / Streaky) la reginetta. Domus Saurea ottobre 2020 – foto TT

Palmiro – Domus Saurea ottobre 2020 – foto TT

Minnie – Domus Saurea ottobre 2020 – foto TT

Già le viti, questo rapporto carnale che ho con esse, non le posseggo eppure avendole tutt’intorno le se sento mie, le circumnavigo, le tocco, ne osservo le tirelle (e anche qui, naturalmente, visto il mio cognome, qualche spiegazione ancestrale dovrà pur esserci esserci), le foglie rossastre e gialle …

Vigne dietro alla Domus Saurea – ottobre 2020 – foto TT

purtroppo ormai sono quasi tutte coltivate a favore delle macchine vendemmiatrici (che lasciano le piante sfinite, ferite, imbruttite), ma ancora qui intorno, lungo la stradina stretta e tortuosa, vi sono vigne tradizionali che resistono, vigne dalle grandi arcate, maestose e magnifiche, vigne che sanno d’Emilia, vigne simili a quelle che aveva mio nonno Ettore Tirelli.

Vigne a Borgo Massenzio – ottobre 2020 – foto TT

Vigne nei dintorni della Domus Saurea – photo TT

Vigne nei dintorni della Domus Saurea – photo TT

E’ così che arriva una altro avtunno, con la v al posto della prima u, come si pronunciava qui in Emilia tra i contadini di una volta, come d’altra parte faceva anche il vecchio Brian.

E oggi è davvero autunno: vento, calo delle temperature, freddo, voglia di rimanere in casa a sorseggiare thè verde e guardare dalla finestra la melancolia autunnale che avvolge il mondo.

SUGHI D’UVA

Per diversi anni ho chiesto a Saura “Ma quando impari a fare i sughi d’uva? Sei una brava cuoca, sei figlia della Lucia, ti verrebbero buonissimi!”, oggi ha finalmente esaudito il mio desiderio. Per un uomo di blues legato al passato come sono, i sughi d’uva sono un’ode alla mia fanciullezza, dopo il periodo della vendemmia mia nonna li preparava e per me erano una leccornìa.

Nuntio vobis gaudium magnum quindi, la pollastrella si è decisa e ora mi prepara dei sughi d’va da leccarsi i baffi. Io vado alla cantina a comprare soquanti (dialettale per alcuni) litri di mosto di uva ancellotta, l’uva tipica di questi esatti territori

L’Ancellota è un vitigno che produce uva rossa, prevalentemente diffuso in Emilia-Romagna ma anche nel basso Trentino, in Val d’Adige, Toscana e nell’Oltrepò Pavese. La zona dove è maggiormente presente è sicuramente la provincia di Reggio-Emilia. Le uve prodotte dal vitigno Ancellotta sono utilizzate per miscelare diverse qualità vini regionali e anche alcuni vini in purezza. Il nome Ancellotta viene attribuito alla famiglia modenese dei Lancellotti infatti il vitigno è anche detto Lancellotta, o Ancellotta di Massenzatico originario della località di provenienza https://www.winepoint.it/blog/vitigno-ancellotta

e lei con buona lena e pazienza mi prepara uno dei miei cibi preferiti.

sughi d’uva

⌈L’autunno, un po’ in tutta Italia è la stagione – tra le altre bontà – del vino.
Una delle prelibatezze autunnali da assaggiare in quel dell’Emilia è sicuramente il sugo d’uva.
Si tratta di una specie di budino ottenuto dal mosto dell’uva appena pigiata.
Si prepara proprio in questi giorni, quando l’uva che darà vita al Lambrusco viene portata nelle cantine sociali.
C’è chi prepara i sughi anche con il mosto del vino bianco ma la bontà e la bellezza del colore di quello fatto con l’uva per il vino rosso è insuperabile. https://www.viedelgusto.it/ricetta-sugo-uva-emilia-romagna/

Saura prepara i sughi d’uva – ottobre 2020 – foto TT

Saura prepara i sughi d’uva – ottobre 2020 – foto TT

Saura prepara i sughi d’uva – ottobre 2020 – foto TT

Che donna, ragazzi, che donna.

FILM

Pinocchio (2019 I-F-GB) di Matteo Garrone  TTTTT

L’inizio è letteralmente un incanto, Benigni magnifico, come del resto tutti gli altri attori. Film splendido.

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Le Cose Che Verranno (L’avenir) (2016 F-D) di Mia Hansen-Løve – TTTT

Ho una passione per Isabelle Huppert così di solito non mi faccio scappare i film dove lei è protagonista. Storia di vita comune, delicata e onesta.

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La Grande Scommessa (The Big Short) (2015 USA) di Adam McKay – TTT½

Dal libro di Michael Lewis Il grande scoperto (The Big Short: Inside the Doomsday Machine) un film incentrato sulla grande crisi finanziaria del 2008, uno dei grandi crimini americani. Il finale usa When The Levee Breaks dei Led Zeppelin.

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Le Strade Del Male (The Devil All The Time) – (2020 USA) di Antonio Campos – TTTT

Pellicola tratta dal romanzo omonimo del 2011 di Donald Ray Pollock. Bel thriller psicologico che cavalca i temi del maligno, della religione e del potere che questi temi possono avere sulla mente umana, in questo caso nelle piccole cittadine rurali americane. Le sciocche superstizioni contenute nella bibbia generano i fanatismi descritti bene in questo film.

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Banat – Il viaggio (2015 Italia, Romania, Bulgaria, Macedonia) di Adriano Valerio  – TTTT

Trama apparentemente semplice, storia è obliqua, di quelle che piacciono a noi. Il film è denso di blues, in senso lato naturalmente.

⌈Ivo, agronomo di Brindisi e con nessuna opportunità lavorativa, accetta di trasferirsi nel Banat, regione della Romania, dove è stato appena assunto dagli agricoltori del luogo. Qui verrà raggiunto da Clara, restauratrice di barche, conosciuta appena prima di lasciare l’Italia. I due intraprenderanno un viaggio alla riscoperta di se stessi che li porterà a scoprire nuovi orizzonti.⌋

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Iris (2016 Francia) di Jalil Lespert – TTTT

Tratto dal thriller giapponese Chaos (2000 – Hideo Nakata)

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SERIE TV

Away (2020 USA-CND – Netflix) – TTT

Fantascienza, viaggi sulla Luna e quindi su Marte, tutto coincide con i miei gusti, eppure nulla più della sufficienza per quanto mi riguarda, serie troppo lenta che indugia su noiose beghe familiari dei protagonisti e piena di quella retorica americana che davvero non si riesce più a reggere. Vi risparmio il modo in cui sono tratteggiati gli astronauti cinesi, russi e inglesi che fanno parte della squadra comandata da Hilary Swank: Emma Green.

Nella colonna sonora: Elvis (Blue Xmas), Joni Mitchell (River), Grateful Dead (Ship Of Fools).

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Ratched (2020 USA – Netflix) – TTTT

Serie basata sul romanzo Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo di Ken Kesey. Tra drama e horror.

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Oktoberfest – Birra e Sangue (2020 Germania – Netflix) – TTTTT

Nella parte introduttiva compare la dicitura “basata su fatti reali”, ma non è dato sapere se sia vero o no. Quel che si sa è che gli organizzatori dell’ Oktoberfest si sono molto infuriati per la rappresentazione data, dunque magari un po’ di verità sotto c’è. Ad ogni modo è una serie molto cruda che svela il cinismo e la violenza di personaggi disposti a tutti pur di controllare o raggiungere il potere all’interno di quel mondo. L’ambientazione è Monaco di Baviera inizi novecento. Una serie da maschi direi (la pollastrella ad esempio dopo poco ha smesso di seguirla, e sappiamo che la pollastrella con cui vivo non è esattamente una gnocca fritta, come siamo soliti dire qui a Regium Lepidi), io ho guardato i sei episodi con molto gusto.

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BACK TO MY ROOTS

Giovedì mattina d’ottobre, decido di fare un salto a Nonatown, il mio paesello natale. Ci dividono circa 45 minuti di macchina, non tantissimi ma nemmeno pochi, ma quando possibile li affronto sempre volentieri, un tuffo nella cittadina in cui sono nato e vissuto per 48 anni (e tra l’altro dove risulto  ancora residente) mi riempie sempre l’animo di gioia. In verità le mie radici sarebbero altrove, come scritto più volte tutta la mia stirpe (genitori compresi) viene dalla contea di Regium Lepidi, ma essendo appunto nato a Nonatown (nella vecchia stazione dei treni) sento con essa un legame speciale.

Colazione al bar Oste Della Malora e poi passeggiata in solitaria: la vecchia via del macello che in pratica lambisce i luoghi dove un tempo sorgevano le mura …

Nonatown – via del Macello – ottobre 2020 – foto TT

la Rocca (detta anche Torre dei Bolognesi), una delle due antiche torri del paese

Nonatown – La Rocca / Torre dei Bolognesi – ottobre 2020 foto TT

il centro …

Nonatown – ottobre 2020 foto TT

e l’immancabile abbazia, sui cui due leoni all’ingresso avrò giocato mille volte da bambino.

Nonatown – Abbazia – ottobre 2020 foto TT

Respiro l’aria frizzante di questa bella mattina d’ottobre, mi spingo fino al mercato che si tiene ogni giovedì, c’è molta gente ma tutti hanno la mascherina e cercano di non stare troppo vicini. The Emilian way!

Poi in giro sotto ai portici, mi fermo in un vecchio negozio di tessuti e affini, la proprietaria non mi vede da decenni.

Chiedo informazioni circa un plaid, la signora dandomi del lei mi serve con la risolutezza emiliana.

“Mi riconosce signora? Eravamo vicini di casa …” le chiedo abbassandomi la mascherina.

“No … ma, aspetta bene …” cerca di associare un nome a tratti somatici che devono apparirle in qualche modo famigliari

“Sono Stefano Tirelli, il figlio della Mara.”

Per qualche momento ancora resta incerta, deve collegare fatti e persone di moltissimo tempo addietro, e poi finalmente tutto le torna in mente.

“E mo veh, certo che ti riconosco. Che peccato è appena andata via mia figlia, le avrebbe fatto tanto piacere vederti …”

Ci aggiorniamo a proposito degli sviluppi delle nostre vite, pago il plaid acquistato e la saluto. Mentre esco le do un’ultima occhiata, a 85 anni è ancora lì che manda avanti il negozio. Che tempra!

Salgo in macchina e torno verso il posto in cui vivo.

Squilla il cellulino, il vivavoce della blues mobile rimanda la voce di mia zia, è un po’ che non ci sentiamo e vuole sentire se va tutto bene. La zia ha solo 11 anni più di me, la vidi la prima volta che avevo 9/10 anni e lei 20 o poco più, ma a 9 anni una di 20 ti sempre appartenere al mondo degli adulti e quindi, benché quasi coetanei, lei è la adulta e io il cinno (il bambino, il ragazzino).

Infatti  termina la telefonata con “Va bene, allora ci vediamo presto, ciao nānō!

Quel nānō! mi fa sorridere, qui da noi è usato come vezzeggiativo per i più piccoli, intesi come bimbetti, giovinetti, per i figli e via dicendo. Viene anche usato nell’emiliano colloquiale tra amici (in modo scherzoso) o tra sconosciuti in frasi di rimprovero (a uno che ti urta mentre cammini, puoi dire – se sei girato male – “Veh nànō, sta piò atènti” (Ehi ciccio, stai più attento).

La parola deriva dal latino nanus, che a sua volta proviene dal greco νάνος, col significato di “piccolo nel suo genere” e dunque può avere un significato diverso da quello standard che ha oggi.

Si differenzia infatti dal termine nano dagli accenti e dalla lunghezza delle vocali. La a è infatti più corta e la sulla o vi è un accenno di accento che comunque accento non è. Non sapendo come scriverlo ho aggiunto un macron; mi perdonino eventuali lettori che siano eminenze dell’Accademia Della Crusca.

La zia dunque mi chiama così anche se sono ormai un uomo di una (in)certa età e se poco prima che mi chiamasse stessi ascoltando Fair Warning dei Van Halen e Right Off di Miles Davis con John McLaughlin, roba da cuori forti, mica mammolette.

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Riattraverso la mia fetta d’Emilia nel pigro sole d’ottobre, le fabbriche lasciano il posto alle campagne, le tangenziali alle stradine basse, Mclaughlin incornicia il tutto con la sua versione di Goodbye Porky Hat

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Due giorni dopo, sabato mattina, mi reco a Mutina per un matinèe con i ragazzi. Appuntamento in Piazza Matteotti (sì, i posti in cui ci ritroviamo hanno spesso chiari significati) con il Pike Boy, Liso e Lollo. Parcheggio al Parco Novi Sad (6 euro per 3 ore), arrivo al posto convenuto, Liso è al telefono, mentre aspetto gli altri due osservo la Ghirlandina che si erge tra gli antichi palazzi del centro.

Modena ottobre 2020 – foto TT

In piazza XX settembre vado sempre volentieri, essendo quello che sono, festeggio quella data sempre con gioia.

“Intorno alle 9 del mattino del 20 settembre 1870 l’artiglieria dell’esercito italiano guidata dal generale Raffaele Cadorna aprì una breccia larga trenta metri nelle mura di Roma a pochi passi da Porta Pia, dopo un cannoneggiamento di quattro ore. Un battaglione di fanteria e uno di bersaglieri entrarono nella città. Alle 10:35  lo Stato Pontificio dichiarò la propria resa e sventolò bandiere bianche dalla cupola di San Pietro e dalle mura di Castel Sant’Angelo. La data della presa di Roma, uno degli ultimi capitoli del Risorgimento, venne celebrata rinominando in molte città italiane una via centrale in via XX settembre; fu anche proclamata festa nazionale, prima di essere abolita nel 1929 dai Patti Lateranensi stipulati tra l’Italia fascista e la Santa Sede”. (https://www.ilpost.it/2018/09/20/20-settembre-xx-settembre-1870/

Fare colazione con gli amici intorno ad un tavolino nel bel mezzo della piazza, col sole tiepido che riscalda il cuore, è sempre bello. Croissant e cappuccino, le infinite discussioni sulla musica Rock, sul “chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando”. Sosta obbligatoria da Dischinpiazza, due chiacchiere con Robby il titolare, Lollo acquista l’ultimo album dei Blue Öyster Cult. Ci spostiamo poi da Feltrinelli dove Liso mi fa notare che fino a qualche giorno fa di copie dell’ultimo romanzo del grande Greg Iles (https://timtirelli.com/2020/09/27/greg-iles-cemetery-road-2020-harpercollins-ttttt/ ) di cui abbiamo parlato poco fa sul blog, il negozio ne aveva parecchie. Fa piacere notare che non sono l’unico a seguire e comprare un autore che tanto amo. Lollo e Liso, condizionati dalle mie lodi sperticate, finiscono per prenderne una copia ciascuno. Il mio status di influencer si eleva di un’altra spanna.

Greg Iles alla Libreria Feltrinelli Modena – ottobre 2020 – foto TT

Saliamo al piano superiore, dove il reparto musica (audio e libri) è in via di ristrutturazione. Quattro chiacchiere con l’addetto, a cui facciamo notare che la musichetta (!) jazz in sottofondo è di una noia mortale. Per quanto ami Feltrinelli, è dura constatare che i luoghi comuni sono duri a morire, che quella musichetta è roba da supermarket e non da negozio che si suppone specializzato e che strizza l’occhio ai radical chic. Se proprio volete andare di Jazz mettete Charles Mingus, i Return To Forever o Ron Carter per dio, non ‘sta brodaglia insipida e senza corpo.

E’ ormai la mezza, saluto Liso e Lollo, Pike mi accompagna fino alla macchina. Bello tornare in quella che considero la mia città, Mutina in certi tiepidi sabati mattina d’ottobre è proprio una meraviglia.

Finire sul libro ufficiale dei Bad Company

Mi arriva la copia del libro sui (Free e) Bad Company, operazione sponsorizzata dal gruppo basata sui ricordi di musicisti, addetti discografici, fan. Hanno incluso anche qualcosa di mio, tratto da ciò che scrissi qui sul blog 4 anni fa https://timtirelli.com/2016/11/07/the-glasgow-affair-bad-company-live-at-the-hydro-25-oct-2016/

Ovviamente è stato modificato (i rilievi meno positivi sono stati tagliati), e nella nuova versione mi pare sia diventata una cosetta un poco misera, ma va bene ugualmente, dopotutto sono finito sul libro dei Bad Company.

Timie’s crying

Non ho ancora elaborato la scomparsa di Edward Van Halen, l’ho sempre in mente, lo ascolto di continuo e mi manca davvero tanto. Abbiamo perso un musicista straordinario e un chitarrista sublime, e io ho perduto una figura con cui sono letteralmente cresciuto, cosa questa che mi rende l’umore crepuscolare. Che peccato, che perdita, che senso di vuoto.

Edward Van Halen

Edward Van Halen

Edward Van Halen

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Outro

Secondo il calendario rivoluzionario francese (1792) i mois d’automne (mesi d’autunno) erano Vendemmiaio,  Brumaio (da bruma) e Frimaio (da freddo, a volte asciutto, a volte umido, che si fa sentire da novembre a dicembre), definizioni che mi piacciono un sacco e che mi paiono davvero poetiche (Ah, le lingue romanze che meraviglia). Definizioni che dipingono perfettamente il periodo e i colori dell’animo dell’uomo di blues durante questa stagione. Accendiamo quindi le stufe, arrostiamo le castagne, bolliamo le patate dolci, prepariamo i sughi d’uva, mettiamo una coperta in più sul letto, ascoltiamo (buona) musica (magari con due dita di Southern Comfort in un bicchiere) e prepariamoci ai venti del nord. Come avrebbe detto il vecchio Brian: mille uomini!

Addio a Edward Van Halen

7 Ott

Ieri, 6 ottobre 2020, se ne è andato Edward Van Halen, musicista straordinario, innovatore, dio della chitarra, cuore di una delle più grandi hard rock band americane di ogni tempo. Aveva 65 anni, combatteva già da un po’ contro il cancro alla gola.

Pochi chitarristi in campo Rock possono dire di essere stati influenti quanto lui, il suo nome va accostato di diritto ai quattro cavalieri dell’apocalisse che sempre vengono citati (Clapton, Beck, Hendrix, Page).

Certo, dopo il suo avvento sono arrivati i super tecnici della chitarra, un’orda barbarica molto spesso votata unicamente alla tecnica, orda che per quanto ci riguarda ha snaturato e svilito la musica rock, ma resta il fatto che lui, King Edward, è stato figura cruciale per lo sviluppo della strumento e che il suo gruppo – anche grazie alla varietà di stili portati in dote da David Lee Roth – ha sfornato tra la fine dei settanta e l’inizio degli ottanta meravigliosi album di (big) rock americano. Belle canzoni, riff straordinari, un tocco magico che sulla chitarra aveva solo lui, physique du role e vagonate di talento musicale.

La dieta a base di fumo, alcol e cocaina durata tanti anni deve aver contribuito alla sua fine, ma Eddie ha vissuto come ha voluto ed oggi a noi non resta che piangere questo gigante della chitarra, quest’uomo che ha saputo regalarci tantissimi momenti belli.

Poi naturalmente la sua dipartita ha impatto anche sulle nostre vite, come spesso capita quando se ne vanno musicisti, artisti, scrittori e uomini che hanno influito pesantemente su di noi.

Da diverso tempo ho in mente di scrivere l’articolo “Van Halen according to TT”, a questo punto mi ci dovrò mettere davvero, per rendere un omaggio concreto – nel mio piccolo – a questo uomo che tanto mi ha dato. E’ vero, sono principalmente un fan dei Led Zeppelin, ma li ho vissuti sul finire della loro carriera mentre con i VH ci sono cresciuto, li ho “scoperti” quando in Italia ancora non erano certo un gruppo conosciuto, già … all’epoca non è che fosse di moda comprare dischi del genere, disco, punk e new wave sembravano avere tutte le attenzioni.

Leggere uno dei primi articoli su di loro su Ciao 2001, correre al Disco Club di Modena e chiedere il loro primo album, tornare a casa, metterlo sul piatto e rimanere imbambolato nell’ascoltare l’incredibile (per quegli anni era davvero roba da extraterrestri) ERUPTION e scoprire che bella musica sapessero proporre i Van Halen. No, non lo scorderò, come non scorderò VH II, FAIR WARNING, DIVER DOWN e 1984. Sì, anche WOMEN AND CHILDREN FIRST, ma per quanto ancora inesperto fossi mi era chiaro che fossero rimasti a corto di belle canzoni e che il disco ne soffrisse, benché la title track e qualche altro pezzo seppero comunque tenere alta la mia passione.

Van Halen

E’ dura perdere uno come lui, con EVH se ne vanno mille ricordi, e arriva una volta di più la consapevolezza che è tutto un giro di giostra, che la giovinezza è effimera e vola via in un batter d’occhio, così come la vita, ma perlomeno ci rimangono le canzoni a cui aggrapparci, stelle sonore che ci guidano lungo le profondità insondabili della vita stessa. Addio Eddie, mi mancherai moltissimo.

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PAROLE AL VENTO: la fine dell’aggettivo “distrutto” (e l’avvento del termine “devastato”)

5 Ott

Sono ormai molti mesi che l’aggettivo distrutto (e il verbo distruggere) è scomparso, al suo posto ormai si usa esclusivamente devastato (e il verbo devastare), ed è una cosa che non riesco a sopportare.

E’ vero che in qualche modo l’uno è sinonimo dell’altro, ma quando sento dire “sono devastato” mi si rizzano i peli, mi sale il vomito, mi si capovolge l’umore.

Perché dobbiamo sempre umiliare la lingua italiana, perché siamo sempre così pigri e stolti da soccombere irrimediabilmente all’inglese-americano e all’uso delle iperbole? Questo cambiamento infatti è dovuto alla sudditanza dall’inglese-americano (lingua che ci sembra ormai famigliare ma è esclusivamente per l’uso continuo che se ne fa, in realtà è lingua nordica gutturale impoverita ulteriormente dalle varie pronunce americane) – proviene – è ovvio – da “devastated” appunto e dalla uso immondo delle iperbole … non si è più distrutti, bensì devastati.

Un paese è devastato (da un terremoto, da un maremoto, da una alluvione), un uomo è distrutto (dalla fatica, da un lutto, da un evento negativo), per dio *!

Sia chiaro, su questo blog non siamo puristi, pure noi usiamo termini inglesi (sebbene sia stato specificato più volte che spesso l’uso è ironico e relativo al tema che stiamo trattando oggi), ma a tutto c’è un limite.

Non credo ci sia più speranza, persino Andrea Scanzi nelle sue dirette sui social usa devastato, termine che compare anche nella traduzione dell’ultimo libro di Greg Iles recensito su questo blog poco tempo fa.

Io sono distrutto dall’uso dell’aggettivo devastato.

Sì, lo so, John McLaughlin & The One Truth Band non c’entrano nulla con questo post, ma adesso occorre un po’ di pulizia dell’animo

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