Circa un anno fa scrissi che speravo che il tempo passasse in fretta, perché solo così pensavo fosse possibile lenire il dolore causato dalla perdita del vecchio Brian, ora che 12 mesi sono passati mi interrogo su come si sente un essere umano ad affrontare a freddo la perdita del proprio padre.
Ho riletto in questi giorni quanto scrissi sul blog un febbraio fa, ho rivissuto quel periodo in pieno, il ricordo è ancora vivissimo.
Ho notato che dopo qualche mese sembra che la elaborazione del lutto sia a buon punto, hai spurgato le tossine emotive date da anni di gestione del tuo vecchio genitore e il battito della vita torna farsi prepotente. Certo, hai sempre una malinconia di fondo, ma l’istinto è quello di risentire di nuovo il sole battere sul tuo viso, poi però piano piano, mano a mano che il primo anniversario si avvicina, ti accorgi che pensi al tuo vecchio sempre più spesso, che ricordi, coincidenze e lampi improvvisi ti squarciano l’animo.
Stai dando un occhiata al tuo tablet, per curiosità controlli quelle poche foto che contiene, le sfogli e quando all’improvviso ne trovi una degli ultimi anni di Brian senti un tuffo al cuore. Frughi dentro ad una scatola che non apri da tempo e ci trovi il portafoglio di Brian, lo apri e contempli la patente, la carta d’identità e il post it giallo su cui aveva scritto i numeri telefonici tuo e di tua sorella e subito ti viene alla mente il foglietto che aveva appiccicato sotto la foto di tua madre, sua moglie, con su scritto il nome, l’alzheimer lo stava aggredendo e non voleva dimenticarsi il nome Mara.
Sistemi la cartella di tuoi documenti vari del 2014, ordini le buste paga, i resoconti della Siae, le fatture di acquisti fatti, i biglietti dei concerti visti e ad un certo punto spunta un foglio, la lista della spesa che facevi scrivere a Brian affinché restasse in allenamento. Al di là del fisiologico errore nello scrivere crescentine solo con la s (siamo in Emilia dopo tutto), mi sorprende di come un vecchio affetto da alzheimer riuscisse ancora a scrivere in maniera chiara e dignitosa. Ricordo anche il siparietto finale:
Brian: ” Tim, cosa devo scrivere ancora?”
Tim (indaffarato e alle prese con i conti della settimana): “scrivi viva mio figlio Tim Tirelli”.
Brian: “ah, già, è vero.”
Lista della spesa di Brian – foto TT
Mi ritrovo inoltre alle prese con riflessi involontari che riconducano direttamente a lui. Mi trovo a passare nei dintorni della Crocetta e d’istinto mi viene da dirigermi nella struttura per anziani dove era ospite quell’ultimo anno, passo per via Per Albareto e controllo se per caso è affacciato alla finestra del terzo piano, al sabato mi sveglio e a volte il primo pensiero è ancora quello di “devo correre da Brian”, già… mi sorprendo del fatto che al sabato, alla domenica o nelle pause pranzo io non debba correre da lui.
Questa settimana poi è stata particolare, quasi tutto mi riconduce a lui. Giovedì ho fatto una salto dal commercialista, solito appuntamento di inizio mese, due chiacchiere col titolare e con chi ci segue e poi esco, mentre torno elaboro il fatto che è giovedì, esattamente come un anno fa, quando poi mi fermai alla Casa della Gioia e Del Sole e vidi per l’ultima volta il vecchio Brian. Sciocche coincidenze, senza peso e senza importanza, ma visto la mia condizioni di uomo di blues, anche queste piccolezze segnano l’animo.
Brian poi è presente di frequente nei miei sogni. L’altra notte ho addirittura sognato che ero a casa di Page, c’era anche Brian e aveva quei comportamenti dati dall’alzheimer, comportamenti che fortunatamente in pratica lui non ha mai avuto, così un po’ angosciato pregavo Saura e mia sorella di venire ad occuparsene così da non imbarazzare Page. D’accordo che in marzo tornerò a Londra e una visita alla Tower House mi toccherà farla, d’accordo che è il primo anniversario della morte di mio padre, ma a tutto il blues c’è un limite, possibile che debba sognare una lavoro del genere?
Al di là di tutto, la cosa principale è che mi manca molto; buffo come per decenni abbiamo avuto un rapporto burrascoso (sono stato un figlio molto esigente e lui un padre diverso da quello che avrei voluto) e la sua gestione sia stata totalizzante e dunque deprivante per la mia vita e come oggi lo ricordi con infinito affetto e riconoscenza, come gli ultimi anni abbiano risolto il nostro rapporto, di come quello che mi diceva Julia si sia compiuto…del fatto insomma che sarebbe toccato a me fare il percorso per tutti e due per sistemare il rapporto. Non mi sembrava possibile e invece…
Ricordo, come scrissi d’altra parte anche un anno fa, solo cose belle: anche delle lunghe e interminabili giornate passate a da lui a fargli da badante rammento solo gli episodi più divertenti, affettuosi, teneri. Gli anni in cui ho annullato la mia vita per dedicarli alla sua ora mi sembrano il minimo che potessi fare.
L’unico aspetto complicato è che piango ancora, lo faccio di nascosto, in macchina quando guardo il cielo e d’improvviso mi viene in mente lui (e mia madre), oppure mentre mi nascondo nelle campagne a far finta di cercar Palmiro quando il legame atavico che sento con la mia terra porta a galla il legame con la famiglia, infine quando sento le canzoni tristi…è un pianto che sgorga per un mix di sentimenti, la mancanza di Brian, la condizione di adulto senza più genitori, la percezione del limite, la solitudine dell’uomo di blues perso su di un piccolissimo pianeta che galleggia nell’infinito oceano del cosmo.
Brian era anche un punto importante per il blog, nel raccontare le sue peripezie nella valle dell’alzheimer, ci siamo confrontati su temi quali la vecchiaia, l’alzheimer appunto e la gestione di un genitore molto anziano, temi sempre più di attualità.
Un anno fa in molti mi avete scritto per farmi arrivare la vostra vicinanza, alcuni di voi stavano affrontando più o meno il mio stesso percorso. Mi chiedo come siano le vostre situazioni ora, in caso sappiate che ricambio con vigore la vicinanza. Rammento anche come il mio amico GCT mi esortava a tenere duro quando mi sentiva più teso del solito a proposito della gestione di mio padre, aveva da non molto perso il suo e il messaggio era “capisco tutto, ma stai con lui più che puoi perché poi non è più possibile”. Ora io faccio lo stesso con amici e amiche che hanno un genitore vecchio e si lamentano un po’ della situazione.
Chiudo questo post con un ricordo che mi fa sorridere … quando Brian veniva a pranzo alla Domus Saurea gli offrivo, anche se andava contro il protocollo, un dito di Southern Comfort. Se lo sparava con gran gusto poi mi gettava una occhiata complice e soddisfatta aggiungendo “Vacca, sl’è bon, Tim” “caspita, come è buono, Tim”.
E allora in questa domenica mattina piovosa me ne sto qui al riparo nel Priorato di Brian e anche se ho appena fatto soltanto colazione, due dita del mio, nostro, bourbon preferito me le sparo… alla tua papà. Mi manchi.
Dal 7 settembre 1968 (anche se abbiamo ne abbiamo le prove solo dal 30/12/1968) al 29 luglio 1973 i concerti dei Led Zeppelin sono, in un modo o nell’altro, quasi tutti spettacolari. Il gruppo era in palla, unito, tecnicamente al massimo, creativamente allo zenit, carico, risoluto,un’iradiddio insomma. All’interno di questi cinque anni favolosi ci sono periodi o date ancora più speciali e cosmiche che sono diventate famosissime tra gli appassionati. Il tour del 1971 in Giappone, il tour tedesco del 1973, il tour americano dell’estate del 1972, la data di Blueberry Hill (LA Forum 4/9/1970), la data di Three Days After (LA Forum 03/06/1973) e appunto la seconda data di Berkley del 1971.
Sta per uscire il IV, album che proietterà il gruppo ad altezze siderali, per una volta enorme successo e qualità della proposta vanno di pari passo. Bonham e Jones sono la miglior sezione ritmica rock in circolazione (sfido chiunque a dire il contrario), Plant canta come nessun’altro nel campo del rock di derivazione blues e Page suona da dio. Non ha ancora arricchito il suo chitarrismo con quei colori e con quel lessico tipici del periodo fine 1972/1973 (con quell’uso ancora oggi ineguagliato della scala blues interpolata con la scala minore) ma il 1971 è probabilmente l’anno perfetto del Page chitarrista in senso stretto. Completo controllo dello strumento, tecnica straordinaria, originalità, attacco da paura, sperimentazione.
Il bootleg “Going To California” è un must, se si è fan dei Led Zeppelin lo si deve avere, punto. Il bootleg in vinile uscì la prima volta 45 anni fa e oggi ne parliamo grazie alla rimasterizzazione di dadgad, famoso fan dei Led Zeppelin molto abile nel ripulire e sistemare vecchie registrazioni della band. La registrazione è audience, non è roba per tutti dunque, ma la qualità è piuttosto alta e il tutto dunque è godibile anche per i casual fan (a patto che siano in confidenza con il concetto bootleg).
Led Zep Going To Ca Berkeley 14-9-1971 DADGAD productions
TITLE: Led Zeppelin: “Going To California” September 14 1971 Berkeley, CA, Community Theatre
LABEL: dadgad remaster
TYPE: audience
SOUND QUALITY: TTT½
PERFORMANCE: TTTTT+
BAND MOOD: TTTTT
Led Zep Going To Ca Berkeley 14-9-1971 DADGAD productions
SET LIST:
Immigrant Song, Heartbreaker, Since I’ve Been Loving You, Black Dog, Dazed and Confused, Stairway to Heaven, That’s the Way, Going to California, Whole Lotta Love (medley incl. Let That Boy Boogie, Hello Mary Lou, My Baby Left Me, Mess of Blues, You Shook Me)
Il Berkley Community Theatre tiene 3500 posti, sebbene fossimo solo nel 1971 la capienza era troppo bassa per ospitare un concerto dei LZ, così furono due le date in cui il gruppo suonò ( 13 e 14 settembre).
The Berkeley Community Theatre
IMMIGRANT SONG irrompe con carica esplosiva, i Led Zeppelin sembrano controllare con grande professionalità la selvaggia irruenza che li contraddistingue nei pezzi di rock duro. Page arricchisce il brano con un assolo finale che fin da subito mette in chiaro che stasera non si scherza. Lo stop sul FA#, Jimmy che tira il sol sulla sesta corda e parte col riff di HEARTBREAKER. Durante le prime battute di questo pezzo la registrazione passa da mono a stereo e l’ascolto si fa subito più gradevole. Ascoltato in cuffia il concerto è una bomba. Bello l’assolo del nostro chitarrista preferito. Dapprima la torrenziale cascata elettrica, poi il siparietto bluesy con il pubblico che accompagna divertito e di nuovo la tempesta elettrica in puro stile Jimmy Page. Prima della parte veloce l’accenno strumentale al ragtime “The 59Th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy)” di Simon & Garfunkel e Bourreée di J.S. Bach. L’entrata di Jones e Bonham è spaventosa, una forza d’urto incredibile. Impossibile non usare iperbole. I Led Zeppelin nel 1971 sono irraggiungibili.
RP: ... You came then? You should of come last night. Last night there were, um, several bowler hatted beatniks. Uh, ‘Since I’ve Been Loving You.’ …. You remember the last album? Right.
C’è un breve taglio all’inizio di SIBLY, ma poco importa, la chiarezza del suono si fa avanti, il gruppo suona con una decisione sublime. Di nuovo la batteria di Bonham che travolge, Plant che nel 1971 era quello preciso preciso dell’immaginario collettivo. Jones all’organo e alla pedaliera basso e quel tono di chitarra che tanto ci ammalia. Nell’assolo Page parte piano, sperimenta un po’ e poi rientra nei ranghi del pezzo. Non siamo a livello delle versioni del luglio 1973 come espressività e qualità dell’assolo, ma sentirlo suonare così è una beatitudine. E’ una notte speciale, si sente. Mai udito un’altra band di (hard) rock suonare così.
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RP: Thank you… I think we should call this, uh, ‘Black Dog’
BLACK DOG era allora un pezzo sconosciuto al pubblico, come ho detto LZ IV ancora non era stato pubblicato. La prova dei quattro musicisti è superlativa. Nella registrazione audience tutto è bilanciato. Fa impressione sentire Plant cantare in quel modo.
RP: Good evening. There was a pollution alert today and I’ve lost my voice. This is one from millions and millions of, uh, years ago. Just when the good things started, uh, checking itself out.
Con DAZED AND CONFUSED la stregoneria entra in scena. Il basso e la batteria sono in primo piano mentre Page evoca le energie dei misteri del cosmo con quegli armonici che si dilatano nel wah wah. La qualità delle registrazioni audience non sono forse adatte a tutti, ma è così che ci gode un bootleg, l’atmosfera è catturata in pieno in questa. In cuffia ti sembra di essere nelle prime file e ancora una volta ti sorprendi di cosa fossero i LZ. Il brano non ha ancora la struttura sinfonica completa della DAZED AND CONFUSED del 1973, ma si intuisce che il work in progress sta progredendo benissimo. Page prende in mano l’archetto, inizia a creare l’armageddon sonoro che conosciamo e il pubblico in delirio lo segue passo passo. Uno stregone e le sue migliaia di seguaci. Sentirlo in cuffia ti scombina l’animo, ti trasporta tra gli universi paralleli del rock. Le sonorità che Page riesce a creare spaventano, obnubilano il cervello, ampliano le percezioni della mente. L’intermezzo di violin bow in questo concerto è particolarmente riuscito, una delle prove migliori di tutta la carriera del Page “violinista”. Il botta e risposta con Plant è altrettanto spettacolare. Page invoca demoni e paure primordiali, quelle che gli esseri umani nel corso di migliaia di anni si sono create nell’animo, e quando accenna Mars, The Bringer Of War di Gustav Holst, beh non ce ne è più per nessuno. Per una volta non bisogna saltare questa parte strumentale, qui a Berkley fu così efficace da irretire qualsiasi anima.
La cosa quasi incredibile di quegli anni è vedere come Page riesca a mantenere altissimo il livello delle improvvisazioni di chitarra anche verso la fine del pezzo, dopo 20 minuti di assoli e parti chitarristiche non dovresti più sapere cosa dire, lui no, anche dopo l’ultima strofa, prima della chiusura, invece di chiudere si mette ad improvvisare ancora con risultati sorprendenti. Purtroppo qui il finale termina bruscamente a causa di un taglio nella registrazione.
Intorno al minuto 15 Plant cerca di cantare BACK IN THE USA di Chuck Berry, il rock and roll classico su quelle intelaiature occulte sembra un ossimoro, l’effetto è curioso.
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Led Zeppelin, Berkeley sept 1971
Cerco di immaginare cosa significasse per il pubblico ascoltare per la prima volta STAIRWAY TO HEAVEN (il IV album sarebbe uscito in novembre). Ogni tanto durante i primi movimenti si sente qualcuno urlare, deve essere stata una emozione inattesa trovarsi davanti ad un pezzo sconosciuto così bello. Alla fine è comunque un’ovazione. Quando entra Bonham il pezzo acquista quella corposità così magnifica da commuovere. Anche in questo caso l’assolo non è finemente strutturato come quello del 1973, ma rimane ugualmente valido.
RP: John Paul Jones, piano
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STAIRWAY TO HEAVEN al momento è un pezzo come un’altro, il gruppo sa che è qualcosa di speciale ma lo posiziona nel mezzo della scaletta, ad esso segue il set acustico che inizia con THAT’S THE WAY.
RP: This is, uh, quite a moving night for me. And, uh, this is also another sitting down song, uh, and we don’t really like people squeaking too much, but it’s cool. This is, uh, this is a thing that got together, um, on a, I was gonna say the Scottish Highlands. I was gonna say the Welsh mountains. But I think it was something like, uh, The Gorham Hotel, West 37th Street, in New York. Here’s to the days when things were really, uh, nice and simple, and everything was far out all the time. It’s no good clapping, ha ha. And on that theme, it’s not a very good cup of tea you get up here. On that theme, this is, uh, something. Thank you. This is a little thing that goes something like, uh. This is called ‘Going To California,’ which is, uh, somewhere around here. (And the flowers in your hair.) Wish I had. Thank you.
Si prosegue con GOING TO CALIFORNIA. Il pubblico ascolta attento e in silenzio, è l’incanto dato da un concerto dei LED ZEPPELIN: rock durissimo, momenti acustici delicati. Un trionfo anche in questo senso.
RP: Thank you.
Alla fine arriva il piombo Zeppelin con WHIOLE LOTTA LOVE. Che differenza con il Page del 1977, qui il riff del pezzo è suonato come si deve. Di per sé non è difficile, ma va affrontato con i giusti accenti e convinzioni, qui presenti. Durante la sezione del Theremin si intravede ancora l’armageddon, sebbene qui tutto viri verso l’energia sessuale cosmica. Il medley è una meraviglia. Page e Plant da soli per BOOGIE CHILLUM e quindi raggiunti dalla band per una sfrenata versione di BOOGIE MAMA. L’assolo di Page durante quella sezione è uno dei miei momenti Zeppelin preferiti. Bonham e Jones (e che Jones!) che ci danno di swing e Page che mette in pratica tutto quello imparato da ragazzo. La rock and roll bonanza di HELLO MARY LOU, MY BABY LEFT ME (dovrei citare di nuovo tutti i componenti della band viste le magnifiche prove di ognuno) e MESS O’ BLUES, e quindi il possente blues inglese di YOU SHOOK ME con Page alla slide. La voce di Plant rimane potente, corposa e “altissima” anche alla fine di un concerto come questo. LEMON SONG non è altro che il proseguimento del blues di You Shook Me con parte del testo di TRAVELLING RIVERSIDE BLUES di Robert Johnson, quella dove si chiede ad una lei di spremere il limone sino a che il succo non scenda lungo la gamba. Il pezzo quindi chiude nell’approvazione generale. 24 minuti di rock, funk, sperimentazioni, blues, rock and roll. Fantastico!.
RP: Goodnight. Thank you
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Io sono da sempre un fanatico della data del 3 giugno 1973, ma qui forse siamo nel punto più alto della storie dei LED ZEPPELIN. In caso inventino la macchina del tempo due biglietti per Los Angeles 1973 e qui a Berkeley nel 1971 me li compro, a costo di vendere le chitarre. Led Zeppelin, the fucking numer one!
(broken) ENGLISH
From 7 September 1968 (although we do have the evidence only from 30/12/1968) to 29 July 1973 the concerts of Led Zeppelin are, in one way or another, almost all spectacular. The group was fit, united, technically at best, creatively at the zenith, psyched, determined, as we say in Italy an iradiddio, the god’s ire in short. Within these five fabulous years there are periods or single shows even more special and cosmic that have become famous among fans. The tour of 1971 in Japan, the German tour of 1973, the American tour of the summer of1972, the date of Blueberry Hill (LA Forum 04.09.1970), the date of Three Days After (LA Forum 03/06/1973) and in fact the second date of Berkley in 1971.
The fourth album is gonna be released soon, it will project the group to starry heights, for once huge success and quality of the proposal go hand in hand. Bonham and Jones are the best rock rhythm section in circulation (I challenge anyone to say otherwise), Plant sings like no other in the field of blues-derived rock and Page played like a god. He has not yet enriched his guitar playing with the colors and the typical vocabulary of the period of late 1972/1973 (with that use of the blues scale interpolated with the minor one still unmatched) but 1971 is probably the perfect year of Page as a guitarist in the strict sense. Complete control of the instrument, extraordinary technique, originality, scary attack, experimentation.
The bootleg “Going To California” is a must, if you are a fan sof Led Zeppelin you must have it, period. The vinyl bootleg came out the first time 45 years ago and today we talk about the remastered version of it by DADGAD, a famous italian fan of Led Zeppelin very skilled in cleaning and remastering the band’s old live recordings. The recording is audience, this is not for everyone then, but the quality is quite high and therefore everything is enjoyable even for the casual fans (provided they are confident with bootleg concept).
The Berkley Community Theatre holds 3500 seats, although we were only in 1971 the capacity was too low to accommodate a concert of LZ, so the band played two dates (13 and 14 September).
IMMIGRANT SONG bursts with explosive charge, Led Zeppelin seem to control with great professionalism the wild vehemence that distinguishes them in the hard rock songs. Page enriches the piece with a final solo and it immediately makes it clear that tonight they will take no prisoners. The stop on the F # low note, then Jimmy pulling the G note on the sixth string, and he starts the HEARTBREAKER riff. During the first few bars of this piece the recording changes from mono to stereo and the listening experience is immediately more pleasant. Listened through headphones, the concert is a bomb. Beautiful solo courtesy of our favorite guitarist. At first the torrential electric waterfall, then the bluesy entr’acte where the public accompanies amused the guitar player and again the electrical storm in pure Jimmy Page style. Before the fast part the instrumental reference to “The 59th Street Bridge Song (Feelin ‘Groovy)” by Simon & Garfunkel “and J.S. Bach’s Bourreée . The Jones and Bonham entry is frightening, they are an incredible force. I can’t help using hyperboles. Led Zeppelin in 1971 are uncatchable,.
RP: You came … then? You should of like last night. Last night there were, um, several bowler hatted beatniks. Uh, ‘Since I’ve Been Loving You.’ …. You remember the last album? Right.
There is a short cut at the beginning of Sibly, it does not mind sice the sound clarity through the blues is here, the group plays with a sublime decision. Bonham’s drums overwhelm, Plant in 1971 is precisely accurate the one of the collective imagination. Jones on organ and the bass pedal, plus the guitar tone that fascinates us so much. Page starts the solo in a slow way, he tries out a bit ‘and and then he comes back within the ranks. It’s not the same level of July 1973 versions as expressiveness and quality of the solo, but to hear him play in this way it is a bliss anyway. It’s a special night, you feel it. Never heard another (hard) rock band playing that well.
RP: Thank you … I Think We Should call this, uh, ‘Black Dog’
BLACK DOG was then an unknown piece to the public, as I said the fourth album had not yet been published. The work of the four musicians is superb. In the audience recording everything is balanced. It is impressive to hear Plant sings like that.
RP: Good evening. There was a pollution alert today and I’ve lost my voice. This is one from millions and millions of, uh, years ago. Just When the good things started, uh, checking itself out.
With DAZED AND CONFUSED the witchcraft comes into the picture. The bass and drums are in the foreground while Page evokes the energies of the mysteries of the cosmos with those harmonics that dilate into the wah wah. The quality of the audience recordings are perhaps not for everyone, but it is with them that we can enjoy a bootleg, the atmosphere is captured in full in this. If you wear the headphone it seems to be in the front row and once again you find yourself measuring what LZ were. The song has not the complete structure of the symphony of 1973 DAZED AND CONFUSED, but one senses that the work in progress is progressing very well. Page picks up the bow and began to create the armageddon sounds we all know and the mesmerized audience follows him step by step. A sorcerer and his thousands of followers. Hearing it with the headphones it messes up your mood and it push you thru’ parallel universes of rock. The sound that Page manages to creat scare, it obnubilatse the brain, it expands the perceptions of the mind. The violin bow interlude in this concert is particularly successful, one of the best of the “Page the violinist” whole career. The repartee with Plant is equally spectacular. Page invokes primal fears and demons, those that human beings have been created over thousands of years in their soul, and when he sketchess “Mars, The Bringer of War” by Gustav Holst well, there is no game. For once you should not skip this instrumental section, here in Berkley it was so effective that it ensnares any soul.
It’s almost incredible in all those years to see how Page manages to maintain a very high level of guitar improvisations even towards the end of the piece, after 20 minutes of solos and guitar parts he should no longer know what to say, instead even after ‘ last verse, before closing, he starts to improvise again with amazing results. Unfortunately, the finale here ends abruptly due to a cut in the recording.
At around 15:00 Plant tries to sing BACK IN THE USA by Chuck Berry, classic rock and roll on those hidden frames seems an oxymoron, the effect is curious.
I try to imagine what it meant for the public to hear for the first time STAIRWAY TO HEAVEN (the fourth album would be released in November). Every so often during the first few movements you hear someone yelling, it must have been an unexpected thrill being in front of an unknown piece so beautiful. In the end it is still an acclamation. When Bonham enters the piece acquires the magnificent fullness. Also in this case the solo is not finely structured like that of 1973, but remains equally valid.
RP: John Paul Jones, piano
STAIRWAY TO HEAVEN is at this time a piece with a “normal” status, the group knows it is something special but they put it in the middle of the setlist and after it the acoustic set begins with THAT’S THE WAY.
RP: This is, uh, quite a moving night for me. And, uh, this is another Also sitting down song, uh, and we do not really like people squeaking too much, but it’s cool. This is, uh, this is a thing that got together, um, on a, I was gonna say the Scottish Highlands. I was gonna say the Welsh mountains. But I think it was something like, uh, The Gorham Hotel, West 37th Street, in New York. Here’s to the days When things were really, uh, nice and simple, and everything was let out all the time. It’s no good clapping, ha ha. And On That theme, it’s not a very good cup of tea you get up here. On That theme, this is, uh, something. Thank you. This is a Little Thing That goes something like, uh. This is called ‘Going To California,’ which is, uh, somewhere around here. (And the flowers in your hair.) Wish I had. Thank you.
It continues with GOING TO CALIFORNIA. The audience listens carefully and quietly, the charm given by a concert of LED ZEPPELIN is all here: hard rock and gentle and acoustic moments. A triumph also in this sense.
RP: Thank you.
The lead Zeppelin arrives with WHOLE LOTTA LOVE. What difference with the 1977 Page, here the riff is played as it should. It is not difficult, but it must be tackled with the right accents and convictions, both things are present here. During the Theremin section you get another sight of Armageddon, although here all veers toward the cosmic sexual energy. The medley is a marvel. Page and Plant alone for BOOGIE CHILLUM and then joined by the band for a wild version of BOOGIE MAMA. The Page solo during this section is one of my favorite Zeppelin moments. Bonham and Jones punp up the swing whiel Page puts into practice what learned as a boy. The rock and roll bonanza with HELLO MARY LOU, MY BABY LEFT ME (I should mention again all the members of the band after considering the magnificent evidence of each) and MESS O ‘BLUES and then the mighty British blues of YOU SHOOK ME with Page on slide guitar . The Plant’s voice is powerful, full-bodied and “very high” even at the end of a concert like this. LEMON SONG is just the continuation of You Shook Me with some of the lyrics of Robert Johnson’s TRAVELLING RIVERSIDE BLUES, the part where you ask her to squeeze your lemon until the juice run down your leg. The piece then finally closes . 24 minutes of rock, funk, experimental, blues, rock and roll. Fantastic!.
RP: Goodnight. Thank you
I have always been a super fan of the gig of 3 June 1973, but here we have perhaps the highest point of the LED ZEPPELIN live history. If they invent the time machine I gotta buy myself two tickets: one for Los Angeles in june 1973 and one for Berkeley 14 sept 1971, I’d buy them anyway, at the cost of selling my guitars. Led Zeppelin, the fucking numer one!
Il nuovo numero di PROG (versione UK) contiene 14 pagine, oltre alla copertina, dedicate a Greg Lake. Il tributo è affettuoso, ma gli articoli non sono nulla di speciale. Si rende merito alla figura di Greg, ma non ci sono approfondimenti particolari, sono articoli generici che non aggiungono tanto. Questo accade sempre più spesso nel giornalismo musicale, nessuno rischia più nulla, vengono riportati sempre meno dati tecnici, nessuno cerca un punto di vista differente. Detto questo, vedere una rivista con Lake in copertina fa bene al cuore.
In questo numero sono riportati anche i vincitori del referendum dei lettori. Tutte (tutte!) le categorie sono vinte dai Marillion. Gruppo dell’anno / album dell’anno / miglior cantante / miglior bassista / miglior chitarrista / miglior tastierista / miglior batterista / evento dell’anno. Sono basito. Credo dunque che le copie vendute da Prog non siano poi tante e che la setta del fan club del gruppo si sia adoperata mica poco ad inviare voti. Giusto lo scorso giugno vidi i Marillion alla O2 di Londra, ne parlai – bene – anche qui sul blog ma il loro trionfo assoluto credo significhi che la musica prog qualche problemino ce l’abbia.
L’Intervista principale di questo numero è con Mike Oldfield. Ne segnalo anche una più breve a Fabrio Frizzi, compositore italiano di colonne sonore amante del prog.
Ci sono poi 49 (49!) recensioni di nuovi album ( e 15 recensioni di ristampe).
Nuovo cofanetto per l’etichetta Magic Bus, ennesima ristampa di concerti dei LZ tratti da registrazioni live già disponibili da decenni nel circolo degli appassionati. L’etichetta rispolvera il titolo oroginale di un vecchio bootleg, Alpha e Omega, dalla A alla Zeta insomma, difatti il box set in questione contiene il concerto più antico dei LZ ad essere disponibile su nastro (Spokane 30/12/19768) e gli ultimi due concerti del 1977 ad Oakland, dunque il primo (30/12/1968) e l’ultimo (24/7/1977) in terra americana.
I concerti sono proposti nella migliore qualità possibile (ricordiamo che sono tratti da registrazioni audience) e tratti da più fonti per garantire la completezza del concerto. Mi dicono (scrivo questo perché io ho la versione tratta dal download) che all’interno del cofanetto è presente un bel booklet con note e foto molto interessanti.
Second To The Last: Oakland 1977 1st Day (Magic Bus MB-04 A/B/C)
The Day On The Green, Oakland-Alameda County Coliseum, Oakland, CA – July 23, 1977
Disc 1 (68:08) Introduction, The Song Remains The Same, The Rover Intro / Sick Again, Nobody’s Fault But Mine, Over The Hills And Far Away, Since I’ve Been Loving You, No Quarter
Disc 2 (60:56) Ten Years Gone, The Battle Of Evermore, Going To California, Black Country Woman / Bron-Yr-Stomp, Trampled Underfoot, White Summer / Black Mountain Side, Kashmir
Disc 3 (44:47) Guitar Solo, Achilles Last Stand, Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Rock And Roll, Black Dog
Eccoli qui i LZ al DAY ON THE GREEN, concerti eventi organizzati da Bill Graham all’Alameda County Coliseum di Oakland. Concerti tenuti al pomeriggio, gruppi spalla Judas Priest e i Derringer. La qualità audio è scarsa, ma ascoltato in cuffia con la giusta propensione e passione per i LZ, il concerto si ascolta. Siamo nel 1977, per di più nel pomeriggio, chiaro che il gruppo ha qualche sbavatura, ma dalla registrazione audience quel che si percepisce è un sound potente, grosso, greve, pesante. TSRTS e SICK AGAIN tramortiscono, JOHN BONHAM nel 1977 era davvero una furia umana. Robert Plant saluta il pubblico con un”Good Afternoon” convinto. Anche al terzo pezzo non si può non notare Bonham: feroce, efficace, superbo. SIBLY si ascolta quasi con piacere, il pezzo come sappiamo lascia respirare la musica e l’ascolto ne giova, il fruscio disturba un po’ ma, tenendo conto della qualità non eccelsa della registrazione, il risultato non è niente male. NO QUARTER elettrizza il pubblico, sebbene sia un pezzo da atmosfera serale e notturna. Nel mezzo dell’assolo di Jones la fonte cambia, il fruscio sparisce e la qualità migliora almeno per qualche minuto.
TEN YEARS GONE è la mia canzone dei LZ preferita, peccato che il gruppo non sia quasi mai riuscito a presentarla dal vivo in maniera professionale. Jones alla chitarra acustica e alla pedaliera basso, Page con la Telecaster con B-Bender non sempre in controllo (come succede du solito nel periodo 1975-80). Fino al minuto 3:50 tutto bene, al momento dell’inizio dell’assolo di chitarra panico, Page si dimentica quel che deve suonare, Jones e Bonham per qualche secondo vanno nel pallone poi per fortuna i tre tornano in sintonia. Segue il set acustico, si inizia con THE BATTLE OF EVERMORE … ma non c’era proprio alternativa al controcanto di Jones? Mi sembra che Bonham cantasse assai meglio. GOING TO CALIFORNIA riceve una accoglienza calorosa, scontato…gioca in casa. Due strofette di BLACK COUNTRY WOMAN (con un super Bonham) e quindi BRON-YR-STOMP. TRAMPLED UNDERFOOT e quindi gli esercizietti di Page in accordatura aperta prima di KASHMIR.
Il solito delirio di effettistica prima di ACHILLES LAST STAND, visto il “buracchione” e la qualità audio difficile dire se la versione è buona o meno. Solita apoteosi una volta che Page comincia l’arpeggio di Stairway To Heaven. Come di consueto si termina con il medley WHOLE LOTTA LOVE-ROCK AND ROLL e quindi BLACK DOG come bis. Concerto dunque in media con lo standard del 1977, Plant con qualche problema alla voce, Page distratto da certe sostanze, ma gruppo avvolto nell’adorazione dei fan americani.
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A Fighting Finish: Oakland 1977 2nd Day
The Day On The Green, Oakland-Alameda County Coliseum, Oakland, CA – July 23, 1977
Disc 1 Introduction, The Song Remains The Same, The Rover Intro / Sick Again, Nobody’s Fault But Mine, Over The Hills And Far Away, Since I’ve Been Loving You, No Quarter
Disc 2 Ten Years Gone, The Battle Of Evermore, Going To California, Mystery Train, Black Country Woman / Bron-Yr-Stomp, Trampled Underfoot, White Summer / Black Mountain Side, Kashmir
Disc 3 Guitar Solo, Achilles Last Stand, Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Rock And Roll, Outodruction
Ultima concerto in terra d’America. Un paio di giorni dopo – a New Orleans -Plant avrebbe ricevuto la notizia della morte improvvisa del figlio Karac. Mesto ritorno in Inghilterra per Plant e Bonham, mentre Jones, Page rimasero in America. Il tour avrebbe dovuto continuare con le seguenti date:
30 July 1977 – New Orleans, Louisiana – Louisiana Superdome /2 August 1977 – Chicago, Illinois – Chicago Stadium / 3 August 1977 – Chicago, Illinois – Chicago Stadium / 6 August 1977 – Orchard Park, New York -Rich Stadium / 8 August 1977 – Buffalo, New York – Buffalo Memorial Auditorium / 9 August 1977 – Pittsburgh, Pennsylvania – Pittsburgh Civic Arena / 10 August 1977 – Pittsburgh, Pennsylvania – Pittsburgh Civic Arena /13 August 1977 – Philadelphia, Pennsylvania – John F. Kennedy Stadium.
La qualità audio è migliore rispetto a quella della sera precedente, la performance però non sembra seguire la stessa equazione. Il gruppo appare svogliato. Il tutto è dovuto forse anche all’incidente avvenuto il giorno prima tra il management dei LZ e gli uomini di Bill Graham. Uno di questi diede uno scappellotto al figlio di Peter Grant perché il ragazzino voleva una targhetta col nome Led Zeppelin posto su di una roulotte nel backstage. Bonham se ne accorse e corse a vendicare Grant junior. Quando lo venne a sapere, Peter Grant organizzò una ulteriore spedizione punitiva. Lui, John Bindom e Richard Cole picchiarono a sangue il responsabile. Per questo furono arrestati (insieme a Bonham). L’episodio è una delle pagine nere della storia dei Led Zeppelin. Troppa droga, troppo successo, troppi soldi, troppo potere. C’è da dire che i rapporti con Graham erano tesi già da alcuni anni, bastò un nonnulla per fare esplodere il tutto.
Struttura del concerto molto simile a quella della sera precedente. Unica novità l’improvvisazione (nel set acustico) di MISTERY TRAIN e la mancanza di Black Dog alla fine. Termina con questo concerto la avventura americana dei LZ.
Sounds Of The Underground: Spokane 1968 (Magic Bus MB-04 G)
John F. Kennedy Memorial Pavilion, GonzagaUniversity, Spokane, Washington – December 30, 1968
Disc 7 (56:53) The Train Kept A Rollin’, I Can’t Quit You Baby, As Long As I Have You / Fresh Garbage / Mockingbird, Dazed And Confused, White Summer, How Many More Times / The Hunter, Past’s Delight
Eccola qui la testimonianza live più remota del gruppo. Benché all’epoca avessero già fatto un tour in Scandinavia, alcune date in UK, e qualche data in USA questo è il nastro più vecchio che è giunto sino a noi. La qualità audio iniziale è terribile ma dopo i primi minuti la qualità migliora. Questa masterizzazione della Magic Bus sembra funzionare, è più godibile di quelle apparse sino ad ora. In queste primissime date i Led Zeppelin facevano da gruppo spalla ai Vanilla Fudge, non avevano dunque ancora quel minimo di equipaggiamento atto a permettergli tutta la potenza di fuoco di cui disponevano nel loro animo, lo si sente particolarmente nel suono della chitarra, piuttosto pulito e forse non all’altezza del volere di Page stesso. Il primo album doveva ancora uscire, il tour era iniziato solo qualche giorno prima (il 26 dicembre 1968 a Denver), ma l’idea del furore che avrebbe ammantato l’america era già percepibile. Train Kept A Rollin’ è quasi inascoltabile, il suono è troppo distorto, ma già dal secondo pezzo la qualità cambia e, se ascoltata in cuffia, diventa una registrazione senza troppi problemi. In Can’t Quit You Baby si intuisce che razza di gruppo fossero i LZ già nel 1968. Bonham è straordinario e questo a soli vent’anni. Jimmy accorda la chitarra, Plant saluta il pubblico: “Thank you very much. Good evening from Led Zeppelin. Um, you won’t believe this but, um, I don’t think either ourselves or the equipment is quite used to the temperature of the, uh. It’s taken about three hours of, um, gas stoves over the equipment before we could get it together. Let’s see whether we can keep things going. There’s a thing , can you hear that echo? Thing by Garnet Mimms, of all people, called ‘As Long As I Have You.'”
As Long As I Have You all’epoca era davvero interessante conteneva anche Fresh Garbage e accenni ad altre canzoni, parecchia sperimentazione e coraggio. Jimmy Page era conosciuto in USA per essere stato il chitarrista degli Yardbirds, Dazed And Confused (I’m Confused) faceva parte del repertorio dei Gallinacci, ma con Bonham, Jones e Plant è un’altra cosa. Superba, drammatica, potente. Segue una bella versione di White Summer.
Plant interviene sulle prime note di How Many More Times: “Jimmy Page. Jimmy Page there. At this point, um, although it’s not the end of the show completely, I’d like to introduce the group to you. On bass, John Paul Jones. On drums, John Bonham. Jimmy Page, lead guitar. And myself, Robert Plant.” Il biondo di Birminghamaddirittura accenna al testo originale del pezzo da cui trasse ispirazione per questo (How Many More Years, di Howlin’ Wolf). Il brano si sviluppa nella sua forma abituale del periodo e diventa contenitore per improvvisazioni riuscite e convincenti. Bell’assolo di Page (gran tocco), poi di nuovo l’archetto di violino (come in Dazed And Confused). Impressiona anche la voce di Plant. Che potenza, che spessore, che estensione.
Di nuovo Plant: “Thank you very much. Thank you, uh, seems we, uh. When we feel that we wanna get warmed up promptly, ya know, I mean, we’re the first act on, no bones about it, but, we think we’re warming up a bit more now. We gonna feature, uh, John Bonham on percussion. John Bonham on drums. This is one, uh, for all the women back over the sea far away, waiting for their men to return from the plain(?). Uh, I don’t know what they call it over here. I’ve been told it’s something to do with the twelve in, in England we have a rifle which is a twelve, um, a twelve what? This is, that’s John Bonham there in the middle, who just did that very well behind the drums. This is called ‘Pat’s Delight.'”
Pat’s Delight è il momento dedicato all’assolo di batteria, siparietto molto in voga in quegli anni. Molto divertente sentire Bonham giocare con gran talento con il pedale della gran cassa. Nel seguire il suo assolo mi chiedo cosa potesse pensare il pubblico americano di un batterista così. Non si era visto nulla del genere sino ad allora, forse nemmeno con i Cream e Ginger Baker e i Vanilla Fidge di Carmine Appice. Negli ultimi secondi la qualità torna quella dei minuti iniziali, ma la registrazione è ormai terminati dunque non ha grande importanza.
Gennaio è ormai finito, il nuovo anno mi trova tutto sommato in forma, senonché la mia maruga continua a girare a ritmo di blues. Ci deve essere un modo per smettere di lambiccarsi il cervello, di giocar con la mente e i suoi tarli , per vivere qualche ora serenamente … eppure io non lo trovo. Cerco di distrarmi ma raramente trovo un po’ di pace. Non troppo tempo fa, nei weekend, bastava una Peroni e un bicchierino di Southern Confort per allentare i morsi del blues e per sprofondare un paio d’ore in quel dolce crepuscolo in cui riesci a sbarazzarti di te stesso, ma a forza di farlo tutti i weekend, ormai quel piccolo accorgimento non basta più ed io, non volendo esagerare con i miei liquori inquinati, non vado oltre. Non mi resta così che convivere con i diavoletti azzurri che sin dal primo mattino mi danno il buongiorno.
I’M NOT IN LOVE WITH MY CAR
Di punto in bianco rammento la mattina di natale, sono in tangenziale a Mutina, passo a prendere mia sorella per il pranzo tradizionale alla Domus Saurea. Sono di buon umore, ho fatto una buona colazione con la groupie, ho scartato i regali e ora sono in macchina che mi ascolto il white album dei Beatles. Davanti a me una station wagon, parecchi pacchi natalizi nel bagagliaio, immagino che le tre persone a bordo stiano raggiungendo i famigliari, sui loro visi però un’espressione tutt’altro che felice. Nella corsia opposta una macchina in panne. L’auto è vecchiotta, le persone che le stanno intorno sono male in arnese. Hanno sguardi rassegnati, così a occhio la vita non gli deve venire facile. Vivere in un paese occidentale (o meglio, accidentale) ad andamento capitalista già non è facile di per sé, figurarsi per gli ultimi della fila. Mi sento a disagio, non sono certo un benestante, ma lì dentro alla (Aor) blues mobile con i sedili riscaldati, vestito di nuovo, dopo aver aperto tanti di quei regali che la testa ancora mi gira, mi sento in colpa. Mi torna in mente I Believe In Father Christmas di Greg Lake, la disillusione contenuta nel testo, la critica al consumismo che già nel 1975 si era impossessato del natale. Valuto per un momento se uscire dalla tangenziale e poi rientrare dall’altra parte per dargli una mano, ma subito dopo rinuncio e continuo a seguire il programma della giornata. Mi sento un po’ un pusillanime.
LINUS gennaio 2007 – BOYS DONT CRY
Linus è da tempo il mio settimanale preferito, mi sono perfino abbonato, e mi stupisco ogni mese della qualità degli articoli (e fumetti) in esso contenuti. Nel numero di gennaio – in particolare – ci sono due paginette di Antonio Pascale intitolate Boys Don’t Cry che ho trovato assai stimolanti. Qui sotto il pdf.
“Perché l’evoluzione non ha eliminato la depressione e l’ansia? Il modello modulare mostra che il nostro cervello moderno è in parte ancora al paleolitico: sei io provo ansia per un nonnulla sto attivando gli stessi meccanismi fisiologici che un cacciatore-raccoglitore attivava nel paleolitico, quando sfuggiva ad una tigre dai denti a sciabola”.
Qualche settimana fa è arrivata la notizia che le edizioni Team Rock sono in amministrazione controllata dopo soli tre/quattro anni dall’aver acquistato il pacchetto di pubblicazioni della Future Publishing. Stiamo parlando delle riviste Classic Rock Magazine (UK), Metal Hammer e compagnia. In sintesi, Team Rock paga più di 10 milioni di sterline a Future Publishing per l’acquisto e dopo quattro anni si ritrova in amministrazione controllata, tanto che Future Publishing corre a sua volta in soccorso. Non so bene a che punto sia la situazione oggi, ma così ad occhio e croce direi che il momento non sia brillantissimo. Classic Rock Magazine è, insieme a Mojo, la rivista rock di riferimento in Europa, da quel che so vende tra le 53.000 e le 57.000 copie. Non sono tante visto il bacino d’utenza, ma dato il declino della carta stampata non sono nemmeno poche. Ogni numero dovrebbe generare un fatturato di circa 650.000 euro, cifra più che interessante. Metal Hammer vende circa 20.000 copie, anche in questo caso cifra più che dignitosa. E allora cosa è successo? Cattiva gestione? Forse; non credo infatti che insistere sulle riviste BLUES e PROG sia poi così salutare. Quanto potranno vendere? Qualche migliaio di copie? Sono sufficienti per garantire lo sforzo? E poi, chi le compra? Probabilmente gli assatanati dei generi in questione, o gli appassionati del Rock come me quando in copertina c’è qualcuno come, che so, Johnny Winter o Greg Lake, ma a parte questi, chi se le fila? Davvero sono interessanti tutti quegli articoli e recensioni su band sconosciute arrivate sulle pagine di queste riviste spesso senza il filtro di una casa discografica vera o di una esperienza degna di nota? Un tempo i gruppi facevano dei demo-tape, dei provini, oggi si fanno direttamente i cd in casa con cui poi si inondando riviste e spazi dedicati alla musica senza che nessuno lasci davvero traccia. E’ questa la strada giusta? E’ davvero blues quello che viene proposto? La gente pensa che io sia un esperto di blues, ma sbaglia, me ne guardo bene. Il 95% del blues che mi capita di sentire non ha proprio senso. Stessa cosa nel Prog, quante sono le nuove band che valgono davvero? Quelle che sanno suonare, scrivere, arrangiare, cercare una strada loro? E’ sufficiente far vedere che si ha la capacità di mettere insieme un pezzo di sei minuti su cui infilare qualche passaggio strumentale complicato per essere un nuovo nome del Prog? Non sarebbe meglio ridurre e far uscire ogni sei mesi uno special sul blues o sul prog?
E d’altro canto, per quanto ancora le riviste come Classic Rock potranno scrivere dei vecchi nomi? Non è già stato detto tutto? Cos’altro si potrà aggiungere? Quanti sono quelli delle giovani generazioni a cui eventualmente gioverebbe trovare articoli sui vecchi leoni dei rock? Pochi, la stragrande maggioranza dei giovani non è interessata. L’epopea del rock è morta e sepolta, senza ricambio il rock si avvia a diventare un genere di nicchia, come la classica.
Mi basta guardare le classifiche del 2016. Secondo Dischinpiazza di Mutina, ad esempio, i migliori dischi del 2016 sono l’album di Bowie e Blue & Lonesome dei RS, e chi gestisce il negozio in questione è attentissimo alle nuove uscite, ai nuovi nomi. Bowie e i Rolling. Non è già una sconfitta questa? Blue & Lonesome è arrivato nella top ten italiana e americana. Un disco di cover di blues, suonate in maniera sgangherata da un gruppo di settantenni , arriva tra le prime dieci posizioni. Sì, certo, siamo tutti contenti, il blues, i Rolling Stones, ma ha senso?
E intanto Eddie Van Halen va a giocare a golf, fatto che non avrà lo stesso peso di quello che ha attaccato un adesivo dei Gratefull Dead sulla cadillac, come cantava Don Henley, però… Il Rock, come lo intendevamo noi (come fenomeno socio culturale), è morto da un pezzo.
L’ARABA FELICE
E’ successo, non lo avrei mai creduto, eppure…sono andato a mangiare il kebab in un ristorante arabo.
Colei che gestisce il ristorante, una donna araba nata immagino nella seconda metà dei settanta. è indaffarata, seria e al contempo ben disposta e serena. Dà l’impressione di essere contenta del suo lavoro e della sua vita. Sembra felice. Bello incontrare una persona così ogni tanto. Ci sono fin troppi timtirelli in giro.
Arabian dinner – foto TT
Ordino il “piatto del Pascià” e me lo gusto tutto.
Il piatto del Pascià – foto TT
La groupie prova un piatto vegetariano e rimane soddisfatta.
Groupie & kebab (vegetariano) – foto TT.
Esperienza positiva, vincere i preconcetti è sempre molto salutare. Non è perché vivo nella regione dove secondo il New York Times c’è la cucina migliore del mondo io debba poi snobbare il resto. Così devo dire che non è niente male la cucina araba, meglio ad esempio della cucina britannica (non che ci voglia molto a dir la verità). Prima di lasciare il posto noto che nella pizzeria/focacceria lì accanto siede a cena una coppia araba. Noi quì al kebab e loro lì. Buffo.
FILM & TV:
SULLY – TTTT
Al cinema UCI di Regium Lepidi il martedì i biglietti costano 3,5 euro. Non perdiamo l’occasione per andare a vedere Sully, il film tratto da quella storia vera relativa all’ammaraggio di un aeroplano sul fiume Hudson successa qualche annetto fa. Il film è bello, fatto bene e per nulla noioso. Un po’ di retorica americana nel finale ma nulla di grave. Clint Eastwood colpisce ancora.
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COLONIA – TTTT
Film acquistato su prima fila di Sky. Altra storia vera, questa ancora più allucinante. I fatti seguiti al colpo di stato del cile del 1973 mi interessano sempre molto, anche se l’indignazione cresce ogni volta di più. Il regno del terrore di pinochet (con la p minuscola) fu qualcosa di terribile, in questo film ne vengono a galla le nefandezze collegate alla “colonia” di paul schäfer (con le iniziali minuscole), un predicatore tedesco fuori di testa e fuori controllo.
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REMEMBER – TTTTT+
Film acquistato su prima fila di Sky. La sinossi di wikipedia: Zev è un anziano ebreo affetto da demenza senile che vive in un ospizio insieme al suo amico Max. Un giorno Max convince Zev a partire alla ricerca del nazista responsabile dell’uccisione delle loro famiglie ad Auschwitz; l’uomo vive in America sotto il falso nome di Rudy Kurlander, ma esistono altri tre uomini con lo stesso nome. Zev si imbarca quindi in un viaggio alla ricerca del vero Rudy Kurlander per vendicarsi.
Tra gli attori Christopher Plummer, Martin Landau e, uno dei miei preferiti, Bruno Ganz. Uno dei film più belli visti in questi ultimi anni. Da vedere a qualsiasi costo.
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THE AMERICANS – TTTTT
Quarta stagione di The Americans. Nonostante questa serie TV sia in giro da un po’ e non sia più una novità, la qualità resta elevata, e questa quarta stagione riesce ancora a sorprendere.
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FORTITUDE
Ieri sera è iniziata la second stagione di Fortitide. Brividi e misteri negli avamposti umani vicini al circolo polo artico. Sono diventato un fan di film e serie TV girati tra cittadine e posti sperduti tra i ghiacci, Speriamo che questi nuovi episodi mantengano un buon livello.
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FINO ALLA VITTORINA, SEMPRE
Ogni tanto mi capita di frequentare la Vittorina, l’unica zia rimasta alla groupie. Questa volta è capitato in occasione del pranzo di inizio anno a casa dei genitori della valentino rossi del rock and roll. Vittorina ha ottanta anni, li porta bene ed è ancora in gamba. Mi è molto simpatica e credo di esserle simpatico anche io, e mi piace molto parlare con lei. Fa parte della generazione che più identifico con il carattere della mia terra, e sto ad ascoltare divertito il suo eloquio che passa con una facilità disarmante dal dialetto emiliano all’italiano. Vittorina, che tutti chiamano la zia bionda, ha perso il marito qualche mese fa, ne parla con rassegnazione e dispiacere ma è possibile intravedere anche in lei la concretezza emiliana, concretezza che le permette di rimanere in piedi. Chiama il marito ancora per cognome, come ha sempre fatto, rendendo in dialetto e in una sillaba sola le due sillabe di cui il cognome (tipico delle nostre parti) sarebbe composto. Sono gli ultimi scampoli della emilianità di una volta, quella a cui sono così legato sentimentalmente, l’emilianità dei nonni, dei genitori, di una generazione ormai agli sgoccioli. Tra poco toccherà a noi prendere il testimone, ma la nostra preparazione non sarà all’altezza, tante sfumature della emilianità (e in generale delle culture ataviche delle varie regioni o zone d’Italia) andrà persa. Me ne dispiace, ma tutto cambia, nessuno può farci niente. Così cerco di godermi la zia bionda (e la madre della groupie).
Vittorina e Tim gennaio 2017 – foto Saura T.
HEAVY METAL TUNDRA
Per un paio di settimane viaggiamo sotto zero, dai -4 ai -8. Di nuovo l’effetto tundra. Peccato non sia venuta la neve. Sono pure circa tre mesi che non piove o quasi. Io a inverni così secchi fatico ad abituarmi.
Tundra alla Domus Saurea – foto TT
La terra soffre, lo sento.
Tundra alla Domus Saurea – foto TT
MISTY MOUNTAIN SHOP
Ci sono i saldi, vado un po’ in giro con la groupie. Fatico a trovare un negozio che mi si addica, la grande maggioranza vende zavagli, abbigliamento e scarpe di bassa qualità. Dopo un lungo peregrinare arrivo sulle sponde del Den Store, capisco subito che ho trovato il posto adatto a me. In breve acquisto due giubbotti, due maglioni, tre felpe, due pantaloni, un paio di guanti.
Al banco, la commessa accenna – contenta – allo shopping compulsivo che avrei appena portato a temine, non riesco a stare zitto. “No, guardi lo shopping compulsivo non c’entra, il fatto è che ho girato due grossi centri commerciali e ho constatato come siano pieni quasi esclusivamente di negozi che vendono capi economici e brutti. Anche catene una volta di un certo peso si sono vendute alla logica dell’outlet. Certo, ci sono anche un paio di negozi che vendono articoli costosissimi, ma prezzi folli a parte non è il mio stile. Il suo è l’unico negozio che ho trovato di mio gradimento. Roba di qualità, stile conforme all’uomo di blues che sono, prezzi abbordabili. So quello che mi serve, quello che mi piace, ergo compro. Tutto qui.”
In verità la groupie mi guarda con quell’espressione un po’ così che ha quando mi vede fare certe spese, tra un minuto mi dirà “sei un vogliosino”, chissà, forse è così, almeno in parte, ma tra noi due lo stylist sono io, dunque deve portare pazienza, venire con me, comprare quello che dico io ed evitare quei posti dove compri quasi tutto tra i 10 e i 20 euro. Perché poi se ci pensiamo bene, al di là del materiale scadente, per mantenere quei prezzi lì, usano schiavi o bambini. Sicuro, lo fanno anche le grandi marche, lo abbiamo visto, ma se non altro sono costrette dall’opinione pubblica ad un minimo di autocontrollo.
outlet – foto TT
Lo shopping serve anche a riempire certi vuoti esistenziali, inutile nasconderlo, ma più che con i vestiti veri e proprio lo faccio con articoli musicali o con abbigliamento particolare. Vado ad esempio sul sito dell’Inter e mi compro una felpa ed un pigiama che trovo irresistibile. Ne avevo bisogno? Forse no, o forse sì visto che ogni volta che lo indosso la notte sogno Milito che fa i due goal al Bayern nella finale di Champions del 2010 o Maurito che uccella la Juve, dunque dormo sereno e mi sveglio in forma.
Pigiama Inter
Oppure ci ricasco con Amazon. Dico sempre che smetto e poi…guarda qua, l’ennesimo libro in inglese sui Jimmy Poige (ma questo sembra ne valga la pena), il IV dei Mahogany Rush in versione digipack, l’ultimo dei Rolling, il primo degli Sky (roba per depravati, lo so), la colonna sonora rimasterizzata del film lo Squalo etc etc.
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CHINA CALDA ALLA PERLA
Venerdì sera, esco a cena con la groupie. 50 km per raggiungere quel localetto funk e blues che ci piace tanto. Stasera c’è il pienone. Ottima cena come sempre, una Weiss e un gruppo che suona. In uno dei tavoli si sta festeggiando un compleanno. Un ragazzo compie 26 anni. Lo osservo, è esuberante ma senza strafare, l’età è ancora quella dove tutto ti sembra possibile. Gli regalano una maglietta con su stampato il numero degli anni e tra parentesi la sigla cm … si scherza sulle misure del…beh, avete capito.
Faccio mente locale, dove ero io a 26 anni o giù di lì? Mi vedo là, sul finire degli anni ottanta, la fanzine che avevo iniziato da qualche anno, il mini studio 4 piste che avevo installato in casa, le canzoni che avo iniziato a scrivere e a registrare con Tommy, i primi articoli scritti per Metal Shock, le prime telefonate con Giancarlo Trombetti e Beppe Riva, l’Inter del Trap che si accingeva a vincere lo scudetto dei record, una groupie di cui il mio amico Pike dice ancora oggi che ricorda simpatica ma che io con gli occhi di adesso tutta quella simpatia non rammento, la musica che usciva e che mi avvolgeva in quegli anni…i Guns’n Roses, Outrider, Now And Zen, Permanent Vacation, Slippery When Wet e New Jersey, Hysteria, Talk Is Cheap, Nothing Shocking, The Mission, i Living Color, John Cougar Mellencamp, Whitesnake, Surfing With The Alien, Long Cold Winter e chissà cos’altro.
Ah, meglio non pensarci e andare andare a bere qualcosa. Ci trasferiamo nel locale del bancone del bar, chiedo all’Alda di prepararmi una china calda. Chiacchiero mezz’ora con Giorgia Jaded di Steven Tyler e Aerosmith e con Pelo di bassi e chitarre. Ho scrollato di dosso la nostalgia. Posso tornare verso il posto in riva al mondo.
made in china – foto Saura T
GATTI
ARTEMIO IS BACK
Con grande sorpresa Artemio, un gatto forestiero che era solito frequentare la Domus Saurea la scorsa estate, si è rifatto vivo. Con soddisfazione lo abbiano trovato in carne e in buone condizioni.
Artemio – gennaio 2017 – foto TT
Gli altri gatti lo hanno accettato da tempo, Artemio è un bonaccione, non importuna più di tanto le tre femmine che abbiamo e deve essere un gatto beta, perché è remissivo con Palmiro, che lo tollera senza problemi (o quasi).
Palmiro & Artemio – gennaio 2017 – foto TT
Ormai Artemio staziona sempre nei paraggi, non gli rifiutiamo mai una ciotola di cibo, acqua fresca e qualche coccola. L’altra sera è venuto addirittura in casa.
Artemio in the house – foto TT
E’ così legato a noi che non vuole più rinunciare alla posizione che ha acquisito, tanto che si ribella e combatte Maciste, l’altro gatto forestiero che bazzica da queste parti, quello che Palmir non può vedere e che scaccia sempre dal territorio con inseguimenti a perdifiato tra le vigne. Sono sempre curioso delle dinamiche feline, rimarrei a contemplare questi mammiferi per ore.
PALMIR E GLI INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO
Son lì che mi sto ascoltando la immersion edition di Dark Side Of The Moon (spero che scriverlo non mi metta in cattiva luce, sembra che adesso si debbano ascoltare solo i PF più esoterici, difficili e cupi) mentre mi mangio un pezzo di torta che recentemente ha fatto la groupie (non si direbbe, ma la groupie fa anche le torte). Mi beo ascoltando i PF a Wembley nel 1974, mi perdo nel tempo e nello spazio ma ad un certo punto trasalisco: “oh, ormai è buio, devo andare a cercare Palmiro!”. E’ un giorno feriale. sono a casa. Mi affaccio fuori dalla porta e chiamo il diavoletto nero della Tasmania reggiana. Di solito verso quest’ora è nei paraggi, basta chiamarlo che sale le scale di corsa. Ma stavolta niente da fare. Mi infilo scarpe e giubbotto e scendo. Chiamo ma lo stronzetto non risponde. Faccio un giro intorno a casa, batto palmo per palmo quel po’ di terra della Domus Saurea e quindi mi inoltro nelle vigne dei nostri vicini. Come al solito mi spingo fino alla casa diroccata. Palmir ne è ossessionato. E’ una vecchia casa da contadini che sta crollando, luogo ideale per topini, animaletti vari e anche fagiani. Lo chiamo ma non si fa vivo. Lo so che mi sente, ma è un gatto, risponde solo quando e se ne ha voglia. Torno a casa. Dopo un quarto dopo riscendo, non è ancora buio pesto, ma inizio a preoccuparmi. Giusto un anno fa abbiamo perso Pato, ucciso – dopo una lotta selvaggia – da una volpe (o da un lupo) mentre io cercavo di scendere nel viola profondo della mattina invernale per cercare di salvarlo. Ne ho parlato anche qui sul blog. Le urla e i lamenti di Pato ancora mi risuonano nell’animo. Ci sono diverse volpi qui in giro. Recentemente a tre chilometri da qui ne hanno uccisa una – dicono – grossa come un lupo. Chiamo la groupie. E’ ancora al lavoro. Torno in casa e poi torno giù di nuovo. Ora la sera è del color dell’inchiostro, nella nostra via non ci sono lampioni, giro con una torcia. Lo chiamo, ma niente. Dopo le sei arriva la groupie. Ci mettiamo in due a battere la zona. Freddo, buio, oscurità….temiamo per il nostro gatto. Ci facciamo un largo giro nella campagna, con la speranza di non cadere in fossi o buche. Niente. Rimaniamo calmi, ma è chiaro che siamo in apprensione. Torniamo verso la casa diroccata. Le torce illuminano la stradina e i dintorni. Vedo una macchia nera. E’ Palmir. Lo chiamo, cerco di avvicinarlo, ma è spaventato. Spegniamo le torce, non so come ma riesco a prenderlo, tenerlo tra le braccia però è un’impresa. Strano, Palmir non si ribella mai a noi. E’ paziente oltre ogni limite, sa perfettamente che ogni cosa che facciamo è per il suo bene. Riusciamo a portarlo in casa. E’ guardingo, ha i sensi all’erta, cammina col ventre che sfiora il pavimento. I giorni seguenti non esce e in casa mi sta costantemente attaccato. Solo una settimana dopo trova il coraggio di uscire, ma se ne sta sulla balconata o corre in garage, guardandosi costantemente intorno. Immaginiamo abbia avuto un incontro ravvicinato del terzo con qualcosa che lo ha spaventato. Una volpe, forse più di una, animali che forse sono fuggiti quando mi/ci hanno sentito avvicinare, così Palmir è riuscito lasciare il suo rifugio e a venire verso di noi. Chissà.
Non è una novità quella di andare a cercare Palmir, lo abbiamo sempre fatto e lo faremo ancora, ma adesso siamo ancora più attenti.
La Terry va a riprendere Palmir – foto Tyrrell
Palmir dal canto suo è diventato ancora più affettuoso. Quando gli scatta il sentimental mood cerca il contatto totale con noi in maniera ancora più incisiva. Son lì che guardo le partite dell’Inter e lui viene a sdraiarsi sopra di me. Scatto, salto, gioisco per un goal o una vittoria ( cosa sempre più frequente in questi ultimi due mesi)? Palmir pazientemente si sposta, si stira e poi torna a mettersi su di me. Stamattina me lo sono trovato accanto a me nel letto, la sua testina sul cuscino e il corpo sotto alle coperte. Come direbbe la Terry: “Patato!”. Sono 20 anni che vivo con i gatti, è un’esperienza davvero notevole.
Sleeping Palmir – foto Tyrrell
IL DECLINO DEGLI UOMINI DI BLUES OCCIDENTALI
Oltre a non riuscire ormai a fare a meno dei sedili riscaldati della Sigismonda (la mildly blues mobile insomma), adesso mi sono anche fissato con i dispensatori di essenze. Verso un po’ acqua nell’apparecchio, lascio cadere qualche goccia dell’essenza giusta, accendo il tutto e rimango incantato ad osservare la lampada cambiare tonalità e il filo dei vapori d’essenza che esce dal buchetto superiore. Respiro volentieri quegli aromi che sanno di fresco, e mi chiedo se non stia anche io scivolando nei trip new (p)age di quest’epoca, sì perché an s’è mai vest Johnny Winter con un lavòr dal gèner…non si è mai visto Johnny Winter con un diffusore d’essenze. Non vorrei trasformarmi da uomo di blues a metrosexual di blues, passare da Muddy Waters a Robert Cray o Keb’ Mo’, e finire in quei centri benessere dove ti mettono sassi caldi sulla schiena mentre nei locali vengono diffuse quelle musiche che non sono musiche, quelle melodie neutre suonate da finti zufoli infarcite di rumorini delle foreste. An s’un menga un fnoch! *
diffusore di essenze – foto TT
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La battuta “suona” omofoba, ma l’omofobia non c’entra, “fnoch” in questo caso ha il valore di effeminato, metrosexual, uomo metropolitano moderno lontano dalla mascolinità tutta d’un pezzo di certi tempi andati. Il tutto è (auto) ironico naturalmente. Qui giochiamo a far finta di avere come riferimenti dei mannish boys come Muddy Waters, Howlin’ Wolf o Johnny Winter appunto. Mi scuso se qualche lettore si è risentito.
Phil Collins alle prese con le sue memorie. Missione riuscita. Il libro si legge bene, tutto scorre, l’attenzione rimane sempre alta.
E’ interessante immergersi una volta di più nella Londra degli anni sessanta, capire come era la situazione in quel periodo e come un musicista poteva e riusciva a farsi strada. Divertenti le sue peripezie e curioso come sia diventato il batterista di un gruppo messo in piedi da tre fighetti benestanti incontratisi in una esclusiva scuola privata.
Phil racconta di come gli piacesse far parte dei Genesis dell’era di P. Gabriel, ma io continuo a non esserne certo. Collins non amava certo la musica che oggi chiamiamo prog e a vederlo nei filmati d’epoca le sue espressioni sono inequivocabili. E’ comunque intrigante leggere di quegli anni, avere la conferma di come Tony Banks fosse lontano dall’immagine che noi, negli anni settanta, avevamo di lui, seguire le avventure del gruppo – allora una cult band – in terra americana. Niente cronologie e ricordi particolari, solo le sincere (almeno sembra) impressioni del Collins di allora. Alla trasformazione del gruppo dopo l’addio di Peter Gabriel, con Collins nelle vesti di cantante, è dedicato sufficiente spazio, ma non quanto avrei voluto.
Buona parte del libro è invece dedicata alla fase dei Genesis alle prese con il gran successo degli anni ottanta e alla fortunatissima carriera solista di Collins. Personalmente avrei preferito diversamente ma inaspettatamente ho letto con piacere anche questa lunga parte.
Collins cade più volte nella trappola dell’autocommiserazione, dice di odiare il personaggio Phil Collins, quello degli anni ottanta, perché l’immagine riflessa sul palco non è quella corrispondente alla realtà, cerca di giustificare il fatto relativo ai tre matrimoni ed altrettanti divorzi, tre fallimenti che non avrebbe voluto; lo fa anche raccontando il suo periodo da alcolista, dai 55 anni in poi. E’ tutto molto umano, credo che Phil sia in qualche modo sincero quando si stupisce di queste faccende, ma dalla fin fine c’era lui in quei panni. La trasformazione dei Genesis è avvenuta anche grazie a lui, certo Banks voleva avere successo commerciale, ma Collins ha contribuito in maniera evidente. Io non sto a sindacare, a processare il gruppo per essersi spostato dalla magnifica musica proposta dal 1970 al 1978 alle produzioni commerciali degli anni ottanta, io dico solo che, a parte i singoli, gli album di quel decennio erano brutti. E’ questo che contesto a lui (a Banks e a Rutherford), ma in fondo io non sono nessuno mentre loro, con quegli album brutti, hanno avuto un successo planetario.
PhilCo si autocommisera anche per il fatto che era considerato il cantante da canzoni lente e tristi che parlavano di divorzi e della fine di rapporti sentimentali… beh, Phil, in tutta franchezza, non è così? La formuletta di te che canti al pianoforte una canzone strappalacrime con l’aiuto della batteria elettronica (e quindi della tua vera e propria) l’hai sfruttata mica poco, no? L’unica variante era il tuo pop-rhythm’n’blues di plastica messo nei dischi forse per evitare che chi acquistava i tuoi dischi si buttasse giù da un ponte dopo aver ascoltato tutta quella tristezza. Lo so che sei stato un gigante dal punto di vista del successo, sei uno dei tre soli artisti (insieme a McCartney e Michael Jackson) ad aver venduto più di 100 milioni di dischi sia col gruppo di appartenenza che come solista, alcuni tuoi singoli sono carini, ma la tua rimane musichetta perfetta per il sabato mattina quando si fanno le pulizie di casa, per i supermercati e per gli yuppies che giravano in BMW, suvvia.
Collins infine cerca il compatimento anche per quello che successe al Live Aid, nel luglio del 1985. E’ bene ricordare che in quegli anni PC era dappertutto, tra classifiche, produzioni e collaborazioni aveva una sovraesposizione esagerata, e lui che fece? Suonò nel concerto di Londra, prese il Concorde, volò in America e suonò anche nel concerto di Philadelphia, e adesso pretende che la gente non pensi che fosse andato sopra le righe. Dedica un discreto spazio alla sua performance insieme ai Led Zeppelin, e anche qui cerca di svignarsela, e di addossare le colpe a Robert Plant e a Jimmy Page per le loro prove opache. Io invece credo che la colpa fu sostanzialmente sua. Inizialmente lui e Plant pensarono di fare qualcosa insieme a Clapton, poi pian piano prese corpo la reunion dei Led Zeppelin, e lui che fece? Rifiutò di fare qualche prova. Io mi sorprendo sempre quando leggo queste cose. Voglio dire, siete degli artisti di grandissimo successo, avete grande esperienza, come potete pensare di trovarvi a suonare insieme in un evento di proporzioni enormi, per giunta trasmesso in tutto il mondo, senza prepararvi almeno un po’ ? Già l’avere tanti artisti sul palco renderà il tutto caotico, se ci si presenta anche in maniera improvvisata è la fine.
Ad ogni modo, i LZ – che non suonavano insieme da 5 anni e che a quel punto erano morti e sepolti – vista la impossibilità di fare un minimo di prove con Collins chiamarono Tony Thompson degli Chic (e Paul Martinez per la parte di basso di STH mentre Jones è alle tastiere), si dice fecero una prova di 90 minuti; ormai era comunque troppo tardi per disdire la presenza di Collins ed è così che si ritrovarono sul palco insieme. Il risultato non fu certo un granché, ma sono sicuro che se fossero saliti sul palco senza Collins la cosa sarebbe stata perlomeno dignitosa. Collins ovviamente racconta la sua versione dei fatti, giusta o sbagliata che sia, senza dubbio possiamo dire che perlomeno ha peccato di leggerezza.
Nonostante questo aspetto legato all’autocommiserazione, questa autobiografia è riuscita, Collins si racconta in modo candido, non tralascia gli aspetti più personali e le proprie debolezze. Dopo aver letto questo libro Phil mi è più simpatico, che piaccia o no l’artista c’è sincerità in lui, e credo che chiunque si fosse trovato alle prese con quel successo, con quelle pressioni, in quegli anni, avrebbe commesso degli errori.
Il libro è in inglese, ed è facilmente comprensibile a chi mastica la lingua della Britannia ed è appassionato di musica (Rock).
Nel 1971 BILL GRAHAM decise di chiudere i FILLMORE EAST e WEST, due spazi per concerti leggendari e fondanti per la musica Rock. Li chiuse perché iniziava a vedere che i gruppi, i musicisti e la scena Rock in generale iniziavano a diventare troppo corporate, troppo orientati al business, troppo distanti dallo spirito originario, pensate un po’… stiamo parlando del 1971! Così, per quanto riguarda il FILLMORE EAST, organizzò tre serate di chiusura nel giugno del 1971. Parte degli show fu trasmessa dalla radio WNEW-FM e dunque la registrazione relativa circola da parecchio tempo nel circuito degli appassionati di registrazioni live, in qualità “fm” (dunque compressa e lossy). Da qualche anno è entrata in circolo anche la registrazione “pre-fm”, cioè da fonte precedente alla messa in onda, il master da cui la radio trasmise il programma, di qualità naturalmente migliore della precedente.
Nel 2016 la Echoes (etichetta britannica) ha pubblicato un cofanetto di 4 cd tratto dalla fonte pre-fm. Questo piccolo box set è una di quelle uscite legali ma non esattamente autorizzata, quelle pubblicazioni sempre un po’ borderline dovute a leggi differenti delle varie nazioni sul diritto d’autore. In alcuni paesi d’Europa sembra che le trasmissioni radio di concerti non avvenuti in Europa siano di dominio pubblico. Ad ogni modo, non potevo perdere l’occasione di avere in un cofanetto unico la testimonianza live delle ultime tre notti al Fillmore EAST, non fosse altro per la partecipazione degli EDGAR WINTER’S WHITE TRASH. La qualità audio è buona, ma non bisogna aspettarsi il livello degli album da vivo ufficiali, qui non ci sono nastri multitraccia con cui potere miscelare il tutto a dovere, qui c’è solo il nastro stereo registrato direttamente dal mixer durante i concerti. I livelli degli strumenti non sempre sono corretti, l’audio non è esattamente cristallino ma è tuttavia godibilissimo. Disc: 1
1. Bill Graham Intro – ALBERT KING
2. Knock On Wood
3. Got To Be Some Changes
4. Nothing But The Blues
5. Crosscut Saw
6. Personal Manager
7. Bye Bye Blues 8. Bill Graham Intro – J. GEILS BAND
9. Sno-Cone
10. Wait
11. First I Look At The Purse
12. Whammer Jammer
13. Homework
14. Pack Fair And Square
15. Cruisin’ For A Love
16. Serves You Right To Suffer
17. Hard Drivin’ Man
Disc: 2
1. Bill Graham Intro – EDGAR WINTER’S WHITE TRASH
2. Where Would I Be (Without You)
3. Let’s Get It On
4. Tobacco Road
5. Turn On Your Love Light
6. Bill Graham Intro – MOUNTAIN
7. Never In My Life
8. Theme From An Imaginary Western
9. Roll Over Beethoven
10. Dreams Of Milk And Honey-Swan Theme
Disc: 3
1. Silver Paper
2. Mississippi Queen 3. Bill Graham Intro – THE BEACH BOYS
4. Heroes And Villains
5. Do It Again
6. Cotton Fields
7. Help Me, Rhonda
8. Wouldn’t It Be Nice
9. Your Song
10. Student Demonstration Time
11. Good Vibrations
12. California Girls
13. I Get Around
14. It’s About Time 15. Bill Graham Intro -COUNTRY JOE McDONALD
16. Kiss My Ass
17. Entertainment Is My Business
18. Fixin-To-Die-Rag
19. Rockin’ All Around The World
20. Hold On It’s Coming
Disc: 4 1. Bill Graham Intro – ALLMAN BROTHERS
2. Statesboro Blues
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. Done Somebody Wrong
5. One Way Out
6. In Memory Of Elizabeth Reed
7. Midnight Rider
8. Hot ‘Lanta
9. Whipping Post
10. You Don’t Love Me
ALBERT KING – TTTT
Visto il genere, la qualità audio del primo set è molto buona, il blues di solito è una musica che lascia respirare la musica, condizione necessaria per una fonte come quella in questione. L’unico KING di cui sono fan è FREDDIE, devo dire però che in questa occasione ALBERT KING si esprime molto bene. La versione strumentale di KNOCK ON WOOD non convince appieno, ma già con GOT TO BE SOME CHANGES le cose si mettono a posto. Il gruppo accompagna con il giusto vigore, i fiatai scaldano l’ambiente e la chitarra solista di KING fa il resto. L’andamento di NOTHING BUT THE BLUES non si discosta molto dal pezzo precedente, ma la performance rimane avvincente.
Albert King, Fillmore East june 1971 – foto Getty Images.
Per circa un paio di minuti ALBERT parla e spiega alcune cosette sul blues, ottimo eloquio, gran timbro di voce e bell’atteggiamento, il resto del brano è una improvvisazione strumentale. CROSSCUT SAW non è propriamente un pezzo che amo, è un blues da boscaioli, ma anche in questo caso ALBERT si distingue per un’intenzione davvero ammirevole … quando il blues non è tristezza ma una giocosa scenetta piena di doppi sensi. PERSONAL MANAGER è un blues lento e di maniera mentre BYE BYE BLUES è lo scatenato rhythm’n’blues che chiude l’esibizione di ALBERT KING.
J. GEILS BAND – TTTTT
Il successo vero e proprio per il gruppo arrivò tra il 1978 e 1981, nel 1971 i JGB erano una scatenata band di Boston dedita ad un Rock piuttosto deciso imbevuto di blues e rhythm and blues e con un solo album pubblicato. Uno strumentale eccitante per iniziare e a seguire WAIT e FIRST I LOOK AT THE PURSE. WHAMMER JAMMER è un brillante rock blues veloce creato per far brillare la inconfondibile armonica di MAGIC DICK. Che attacco ragazzi! HOMEWORK di Otis Rush e PACK FAIR AND SQUARE di Big Walter Price sono due scelte sintomatiche, le radici del gruppo sono tutte qui.
J. Geils Band
CRUSIN’ FOR A LOVE è un pezzo scritto da tutta la band ma potrebbe essere una delle qualsiasi cover che il gruppo era solito proporre. Con SERVES YOUR RIGHT TO SUFFER di John Lee Hooker si entra nel blues nero suonato da bianchi più canonico. PETER WOLF ha la giusta propensione nel cantare questo brano. HARD DRIVIN’ MAN chiude a dovere un set spettacolare.
EDGAR WINTER’S WHITE TRASH – TTTTT
La “Spazzatura Bianca” di EDGAR WINTER è uno dei miei gruppi super preferiti. Nel 1971 e 72 furono una band semplicemente F E N O M E N A L E. Batteria, basso, chitarra, tastiera, sezione fiati e due cantanti strabilianti per un misto di hard rock-blues-rhythm’n’blues-funk-soul imputanito. E’ sufficiente sentire come il magnifico JERRY LA CROIX canta WHERE WOULD I BE (WITHOUT YOU) per capire di pasta sono fatti gli EW’S WT. LET’S GET IT ON è un altro orgasmo musicale, testosterone sonoro lasciato libero. Ancora JERRY LA CROIX, assoli di tromba, di chitarra, di armonica, un tripudio di sesso e Rock.
Edgar Winter’s White Trash 1971
Dopo due pezzi originali si procede e si chiude con due cover. TOBACCO ROAD dura quasi 16 minuti, al canto EDGAR stesso, la band e la sezione fiati spingono sui primi due accordi del pezzo – ripetuti più volte… in pratica l’ossatura del pezzo – in modo pazzesco. L’assolo al sax di EDGAR è selvaggio oltre ogni limite. Gli strumenti a tratti vanno e vengono nel soundboard, nemmeno il mixer del FILLMORE EAST riesce a contenere tanta potenza d’animo. Il finale non è consigliato ai deboli di cuore. La versione di TURN ON YOUR LOVE LIGHT (il brano reso celebre da Bobby Bland e quindi dai Blues Brothers) è da strappamutande. Il gruppo porta il pubblico talmente in alto che ben presto ognuno è preda di una sorta di isteria collettiva. Non credo che si sia mai più sentito nulla del genere da un gruppo di bianchi (e di qualche meticcio). Per me tra i tre migliori gruppi americani di quei due anni.
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MOUNTAIN – TTTT½
In quegli anni il livello medio delle performance era molto alto, tutti (o quasi) suonavano bene, e i MOUNTAIN non facevano eccezione. NEVER IN MY LIFE parte subito alla grande col basso di PAPPALARDI in evidenza e con la inconfondibile batteria di CORKY LANG. THEME FROM AN IMAGINARY WESTERN ci porta nell’immaginario dei MOUNTAIN. Prima di ROLL OVER BEETHOVEN c’è un momento solo per LESLIE WEST poi si rocca e si rolla col classico del 1956 di CHUCK BERRY. Gran tocco, gran chitarrista Mr WEST.
Mountain al Fillmore East
DREAMS OF MILK AND HONEY-SWAN THEME è il contenitore per le improvvisazioni già apparso sul lato B dell’album del 1971 FLOWERS OF EVIL. Che i MOUNTAIN siano nati con il template dei CREAM in testa qui è molto evidente. Erano davvero un gran gruppo in quei primi due anni (1970-71), perdersi nell’ascolto di questa improvvisazione è sempre un’emozione. Gli anni settanta, ah! Lo spazio dedicato ai MOUNTAIN si chiude con SILVER PAPER e MISSISSIPPI QUEEN, entrambi dal loro primo album CLIMBING (1970).
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THE BEACH BOYS – TTTT
Niente male i BEACH BOYS negli anni settanta. Dopo HEROES AND VILLAINS, il rock and roll di DO IT AGAIN e il “country” di COTTON FIELDS. R’n’R e country trattati alla maniera dei BB, of course. Sulle stesse coordinate HELP ME RHONDA. WOULDN’T IT BE NICE non è riuscitissima. OUR SONG (Elton John) sembra un po’ pretenziosa. STUDENT DEMONSTRATION TIME è un rock blues quasi improvvisato. GOOD VIBRATIONS e CALIFORNIA GIRLS, i due grandi successi, dal vivo perdono un po’ di quella coralità che le rende sublimi nelle versioni da studio. I GET AROUND ha un po’ lo stesso problema. IT’S ABOUT TIME chiude il set dei BEACH BOYS.
Beach Boys Fillmore East 1971
COUNTRY JOE McDONALD – TTTTT
L’atteggiamento di Country Joe è sicuro e determinato, sono sufficienti la sua voce e la sua chitarra per infiammare la platea. Sono canzoni di protesta che in quegli anni non faticano a ricevere approvazione ma Joe è davvero un maestro nell’esibirsi. KISS MY ASS e ENTERTAINMENT IS MY BUSINESS scaldano il pubblico e FIXIN-TO-DIE-RAG lo trascina verso l’isteria. Grandissimo Country Joe. Seguono e chiudono ROCKIN’ ALL AROUND THE WORLD e HOLD ON IT’S COMING.
Country Joe McDonald.
ALLMAN BROTHERS – TTTTT
Gli ALLMAN sono forse il gruppo che nell’immaginario collettivo più sono riconducibili al Fillmore East, “…the finest contemporary music...” dice Bill Graham nella presentazione, non è troppo distante dal vero. Nel 1971 gli ALLMAN erano semplicemente meravigliosi. Questo set è lo stesso presente nel bonus disc della deluxe edition di EAT A PEACH e nel cofanetto FILLMORE EAST RECORDING, ma riascoltarlo ancora una volta è un imperativo. Cos’altro aggiungere a STATESBORO BLUES, Un pezzo di musica che descrive la nostra stessa essenza? In DON’T KEEP ME WONDERING l’attacco della voce di GREGG, la slide di DONE SOMEBODY WRONG, il cristallizzarsi del suono del gruppo in ONE WAY OUT. Il viaggio nelle profondità cosmiche di IN MEMORY OF ELIZABETH REED, il Rock di MIDNIGHT RIDER, le meraviglie chitarristiche di DICKEY BETTS e DUANE ALLMAN in HOT’LANTA, il blues stravolto e dilatato di WHIPPING POST, ed infine l’irresistibile YOU DON’T LOVE ME con momenti strabilianti lasciati alle chitarre.
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Bel cofanetto dunque, per chi si vuole immergersi per qualche oretta nel groove senza tempo del 1971. Long Live The Fillmore.
L’EMPRESS VALLEY ha pubblicato recentemente le due date all’Alexandra Palace del dicembre 1972. Niente di particolare, registrazioni in circolazione da moltissimi anni, se non che si tratta di versioni ben fatte e intelligentemente assemblate. La registrazioni per entrambi i concerti sono audience, dunque si tratta di materiale For Zeppelin Fans Only.
Il tour britannico del 1972/73 fu il più lungo tenuto dalla band nella perfida Albione, ed è interessante notare come certi brani raggiungano in questo contesto la loro forma più conosciuta; questo tour infatti sarà il template per il tour americano del 1973. L’Alexandra Palace non aveva un grande acustica, il suono quindi è confuso, in più era un posto piuttosto freddo e la band risentì non poco della gelida atmosfera, tuttavia sono due ottimi concerti.
La masterizzazione fatta dalla Empress Valley sembra ben fatta, il tutto pare miscelato a dovere. La confezione sembra carina (scrivo sembra perché ho la versione tratta dal download); curioso che per il box set abbiano scelto una pagina di un articolo preso da una rivista italiana.
Alexandria Palace, London, England – December 22, 1972
Disc 1 (53:11) Announcements, Rock And Roll, Over The Hills And Far Away, Black Dog, Misty Mountain Hop, Since I’ve Been Loving You, Dancing Days, Bron-YR-Stomp, The Song Remains The Same, The Rain Song
Disc 2 (66:09) Dazed And Confused, Stairway To Heaven, Whole Lotta Love
Disc 3 (21:54) Immigrant Song, Heartbreaker, Mellotron Solo, Thank You
L’Empress Valley per la prima data ha usato quasi esclusivamente la source 1, che è una registrazione audience niente male. La source 2 (quella del famoso bootleg RIOT HOUSE), di qualità superiore, è presentata per intero sul bonus cd allegato alla seconda data. Il gruppo parte bene, la transizione tra MM HOP e SIBLY è quella nota del film TSRTS (NY 1973), ma era già stata proposta nel tour giapponese di ottobre 1972. Bello l’assolo di PAGE, che da qualche mese aveva iniziato ad espandere ed arricchire il suo chitarrismo con quell’uso meraviglioso della scala minore. DANCIN’ DAYS nel 1972 era presentata spesso, pezzo particolare e per questo rinfrescante, una deep cut insomma. BRON-YR-AUR STOMP è l’unico momento acustico del tour. I brani di HOUSES OF THE HOLY tipo TSRTS e THE RAIN SONG sono presentati come parecchi mesi d’anticipo rispetto alla data d’uscita dell’album (maggio 1973) ma risultano già convincenti.
DAZED AND CONFUSED dura 29 minuti, ed ormai ha la veste definitiva, c’è pure già la sezione SAN FRANCISC, 29 minuti di stregoneria chitarristica, a quel tempo nessuno, nessuno, in campo Rock, era al livello di PAGE. STAIRWAY risplende nel buio e nel freddo dell’Alexandra Palace, sarà anche un pezzo ascoltato fin troppe volte, ma sentirlo dal vivo nel periodo 1971-1973 è sempre, sempre, una emozione fortissima. Bello scoprire come PAGE cerchi, al minuto 7,48, nuovi fraseggi sulle corde basse. Il pubblico si guadagna la razione di piombo Zeppelin con WHOLE LOTTA LOVE. 26 minuti di hard rock, di improvvisazioni e di pruriti rock and roll. Prima dell’iconico assolo c’è il tempo per EVERYBODY NEEDS SOMEBODY, dopodiché la BOOGIE CHILLUM bonanza ha inizio, e ben presto si trasforma in BOOGIE MAMA, l’irresistibile momento rock and roll caro a tutti noi fan del dirigibile di piombo. Io ogni volta che lo sento inizio a fremere. La leggera e dinamica potenza dei LED ZEPPELIN è davvero qualcosa di sublime. Seguono LET’S HAVE A PARTY, HEARTBREAK HOTEL,I CAN’T QUIT YOU BABY. I LED ZEPPELIN a questo punto della loro carriera sono invincibili.
Segue IMMIGRANT SONG, e mi chiedo come facesse PLANT a cantare un pezzo come questo alla fine di un concerto impegnativo come di solito erano quelli del gruppo; sebbene fu in questo periodo che si intravidero i primi problemi vocali, all’epoca ROBERT PLANT era stupefacente. HEARTBREAKER (gran assolo di PAGE) e THANK YOU (con tanto di intro di 3 minuti di JONES al Mellotron) chiudono il concerto. Trionfo.
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Alexandria Palace, London, England – December 23, 1972
Disc 1 (55:06) Rock And Roll, Over The Hills And Far Away, Black Dog, Misty Mountain Hop, Since I’ve Been Loving You, Dancing Days, Bron-YR-Stomp, The Song Remains The Same, The Rain Song
Disc 2 (75:29) Dazed And Confused, Stairway To Heaven (stopped), Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Heartbreaker
Anche per la seconda data la qualità audio della registrazione audience non è niente male. Una volta che ci si abitua alla dimensione bootleg il concerto scorre bene, ancora meglio se ascoltato in cuffia. Il freddo della sala concerti è presente ovviamente anche nella seconda serata, per i primi due pezzi i ragazzi soffrono la temperatura, PLANT ha qualche incertezza, ma una volta passati i primi minuti l’anima Zeppelin si ricompone. ROCK AND ROLL, OTHAFA, BLACK DOG fungono da apripista, con MM HOP si è già perfettamente in volo. In SIBLY dal minuto 5,25 JOHN PAUL JONES curiosamente passa all’organo. DANCING DAYS, TSRTS e THE RAIN SONG, essendo pezzi che all’epoca devono ancora essere pubblicati, sono accolti nel silenzio quasi assoluto. Il pubblico torna attivo per DAZED AND CONFUSED, durante la quale PAGE continua a provare nuove soluzione in attesa di arrivare alla formula definitiva del tour europeo e americano del 1973.
STAIRWAY TO HEAVEN viene interrotta dopo circa 30 secondi, PLANT chiede a tutti di darsi una calmata. La band quindi riparte dall’inizio. In WHOLE LOTTA LOVE dopo il secondo ritornello si lanciano in THE CRUNGE a cui segue una sezione funk rock improvvisata degna di nota. Il medley rock and roll blues è simile a quello della serata precedente. HEARTBREAKER chiude un altro concerto riuscitissimo.
Bonus Source first released on “Riot House” vinyl album Alexandria Palace, London, England – December 22, 1972
Bonus Disc (59:00) Stairway To Heaven, Whole Lotta Love, Immigrant Song, Heartbreaker, Mellotron Solo, Thank You
Il bonus disc è relativo alla source 2 del concerto della prima sera, per quanto riguarda la performance vale quanto scritto per gli ultimi 5 pezzi, se non che la qualità audio è un deciso passo avanti. E’ sempre una registrazione audience, ma di qualità ottima. Ci si gusta ancor di più i LED ZEPPELIN post solstizio d’inverno di 44 anni fa.
Non è semplice per me guardare programmi che non siano dal satellitare, sono ormai 12 anni che ho SKY e da allora non guardo altro. Ieri sera però verso le 21 mi sono sintonizzato su CANALE 5 in occasione della prima puntata del programma MUSIC, chiamato così in onore del capolavoro di JOHN MILES, musicista deputato ad aprire lo spettacolo.
Vederlo di nuovo in pista mi ha elettrizzato. Ben vestito, in forma, con l’atteggiamento di chi la sa lunga, ha dato prova di sé suonando e cantando come sa fare, e a quasi 68 anni non è da tutti. Non ho trovato particolarmente gradevole l’arrangiamento dell’orchestra, mi è parso ridondante e con un’enfasi moderna che non mi ha convinto. Non so poi cosa c’entrasse quel balletto, è sembrato poco adatto ad un brano del genere ma alla fin fine chi se ne importa, la mia attenzione era tutta rivolta a lui.
John Miles Italian TV January 2017 – photo TT
Ci sono certi musicisti che amo in modo inspiegabile. Al di là dei miei idoli noti a tutti (Jimmy Page, Keith Emerson, Paul Rodgers, Johnny Winter, Edgar Winter, Robert Johnson etc etc) ci sono alcune figure che amo con un fervore particolare, uno è MICK RALPHS e l’altro è JOHN MILES appunto.
Li vedo i sorrisetti di certi miei amici quando inizio a parlare di MILES, forse il lignaggio Rock e musicale del biondo di Jarrow non è sufficiente per talune persone, ma per me – pur mettendolo nella giusta prospettiva – rimane un gigante. Cantare e suonare le tastiere e la chitarra in quel modo, scrivere in maniera brillante e maestosa…che talento! MrJohn Errington, we salute you!
Non è il primo libro di Hawking che leggo, affronto sempre con piacere i suoi scritti. Mi interessano scienza e metafisica, sono un uomo di blues non posso farci niente, guardo le stelle e mi pongo ogni volta qualche centinaio di domande. Meglio specificare che questa non è una recensione, la sinossi qui sotto spiega già tutto, ma bensì una semplice e veloce riflessione su questo libro di quel gran genio di Stephen Hawking.
L’autore cerca di spiegare certi concetti in modo semplice e lineare, ma spesso sono sono così complessi che non è sempre facile seguirne il dipanarsi, tuttavia è eccitante cercare di capire e carpire certe leggi, certe intuizioni, certe teorie.
Sicuro, è un libro che va letto nelle ore diurne, se lo si affronta prima di dormire può provocare angosce esistenziali mica da ridere con conseguente caduta tra le grinfie del demone delle notti senza sonno, ma è un libro che vale la pena leggere sebbene interpellarsi su questioni così grandi, specie se si è uomini di una (in)certa età, può spaventare.
Qualche frasetta rubata qua è là:
“La concezione ingenua della realtà (che le cose siano come sembrano, così come sono percepite dai nostri sensi), non è compatibile con la fisica moderna”
“Perché c’è qualcosa invece di nulla? Perché esistiamo? Perché questo particolare insieme di leggi e non qualche altro?
“L’idea rivoluzionaria che siamo semplicemente abitanti ordinari dell’universo, e non esseri speciali contraddistinti dal fatto di vivere al suo centro, fu proposta per la prima volta da Aristarco (c.310-230 a.C.)…”
“…poi, nel 1929, Edwin Hubble pubblicò le sue osservazioni che dimostravano che l’universo è in espansione.”
“Le teorie fisiche fondamentali descrivono le forze della natura e il modo in cui i corpi vi rispondono. Le teorie classiche come quelle di Newton sono costruite su una base che riflette l’esperienza quotidiana… La fisica quantistica fornisce una struttura che consente di come la natura operi su scala atomica e subatomica…Così, sebbene i componenti dei corpi ordinari obbediscano alla fisica quantistica, le leggi di Newton costituiscono una teoria efficace che descrive con grande precisione il comportamento delle strutture composite che formano il nostro mondo di tutti i giorni.”
“..D’altra parte, l’universo non può avere molto più di 10 miliardi di anni, perché nel lontano futuro tutto il combustibile delle stelle si sarà esaurito, e noi abbiamo bisogno di stelle calde per il nostro sostentamento. Perciò l’universo deve avere circa 10 miliardi di anni. Questa non è una predizione estremamente precisa, ma è vera: secondo i dati attuali il big bang ebbe luogo circa 13,7 miliardi di anni fa”.
“Ma, risalendo a sufficienza all’indietro nel tempo, l’universo aveva dimensioni dell’ordine della lunghezza di Plack, pari a un miliardesimo di trilionesimo di trilionesimo di centimetro e su questa scala si deve per forza tener conto della teoria quantistica. Così, sebbene non disponiamo ancora di una teoria quantistica completa della gravità, sappiamo per certo che l’origine dell’universo fu un evento quantistico.”
Vi ho spaventato abbastanza? Niente paura baby, questo è il blues.
SINOSSI:
Nel “Grande disegno” il celebre astrofisico si cimenta con la sfida scientifica per eccellenza, affrontando la questione che da sempre divide filosofi, scienziati e teologi: l’origine del cosmo e della vita stessa. Insieme al fisico Léonard Mlodinow, Hawking ripercorre le più recenti scoperte della fisica spiegando come il cosmo, in base alla teoria quantistica, non abbia una sola esistenza, e come tutte le possibili storie dell’universo esistano simultaneamente. Approdiamo così alla teoria del “multiverso”, la coesistenza del nostro universo accanto a una moltitudine di universi apparsi spontaneamente dal nulla, ciascuno con proprie leggi di natura. Nel corso della storia della scienza si è scoperta una serie di teorie o modelli sempre migliori, da Platone alla teoria classica di Newton, fino alle moderne teorie quantistiche. E naturale chiedersi se si arriverà a una teoria dell’universo che non possa essere ulteriormente migliorata. Oggi disponiamo di una candidata alla teoria ultima del tutto: la “teoria M”. Se confermata, sarà la teoria unitaria di cui Einstein era alla ricerca, e il trionfo della ragione umana. Quanto a un presunto creatore del Grande disegno, la scienza dimostra che l’universo può crearsi dal nulla sulla base delle leggi della fisica. Un saggio scientifico che spiega con linguaggio accessibile e attraverso eleganti illustrazioni come l’astrofisica sia ormai vicina a comprendere i segreti più nascosti della materia.
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