Breve riflessione su ZEIT dei TANGERINE DREAM – di Paolo Barone

27 Feb

Io e Polbi, benché spesso ci separi un intero oceano o un intero stivale di terra, siamo sempre in contatto: telefono, messaggeria facebook, sms (whatsapp no perché Barone è uno dei due o tre esseri umani ancora senza smartphone). Ci scambiamo impressioni, timori, riflessioni su questa porca vita, sulla musa par excellence (la musica insomma, lo dice la parola stessa),  sul mistero in cui – in quanto particelle dell’umanità – siamo immersi (di calcio no, al Michigan Boy non interessa purtroppo). Siamo amici insomma, in senso stretto.

Led Zeppelin III, side one, track 2

Led Zeppelin III, side one, track 2

L’altra sera, perso nei miei blues più feroci, ricevo un messaggio dove mi dice che anche lui è rimasto molto colpito dalla scoperta dei sette esoplaneti del sistema TRAPPIST-1

http://www.repubblica.it/scienze/2017/02/23/news/spitzer_il_telescopio_che_ha_scoperto_i_sette_esopianeti-159039871/?ref=HRLV-23

Me lo scrive perché in un mio post a tal proposito, su facebook, mi dicevo allibito nel leggere commenti di amici a cui questa scoperta frega meno di niente. Ci mettiamo a commentare brevemente questa cosa, poi io includo il link a STAIRWAY TO THE STARS dei BLUE ÖYSTER CULT:

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Lui mi risponde con “Io mi perdo a pensare ad oceani sconosciuti persi nel vento delle stelle….Giuro, mi sono ascoltato 20 minuti da Zeit dei Tangerine Dream pensando a questa meravigliosa scoperta. Che roba. Si, apre futuri totalmente diversi.” e poco dopo, mi manda la riflessione che trovate qui sotto. Sì, lo so, è una space oddity questo post, ma io e Polbi oltre ad essere uomini di blues siamo anche due starmen, e quindi…

zeitfront

Per una volta scordatevi tutto. Lasciate perdere la musica, le canzoni, la vita su questo pianeta e partite in un viaggio astrale con Zeit dei Tangerine Dream. Zeit vuol dire Tempo ed e’ il disco, o per meglio dire il “mezzo”, piu’ cosmico che esseriumani abbiano mai fatto. Un immersione totale nelle profondita’ piu’ remote dello spazio profondo, un esperienza ultraterrena.

Prendete una copia in cd per ascoltarlo senza dover fare cambio di astronave fra una facciata e l’altra, e poi magari procuratevi anche il vinile per godervi la splendiada copertina fatta dallo stesso Forese. Ascoltatelo come vi pare, sullo stereo ad alto volume sprofondati nel suono, oppure in macchina o mentre fate le faccende per casa, non ha nessuna importanza il come, sara’ sempre un esperienza pazzesca.

Preparatevi a 70 e passa minuti di paesaggio interstellare, costellazioni oscure e minacciose, lande desolate e tramonti in galassie inesplorate. Zero musica, nessuna melodia, ma i suoni dello spazio profondo registrati con l’ecoscandaglio astronomico dei Tangerine con synth, organi e archi. Nell’equipaggio all’inizio e’ imbarcato anche Florian Fricke dei Popol Vuh con il suo gigantesco Moog preistorico. Ci spalanca le porte di un buco nero nel brano iniziale, e poi sparisce per sempre insieme a un misterioso quartetto d’archi extraterrestre, per lasciarci proseguire da soli con i tre Forese, Baumann e Franke ormai fuori da ogni mappa cosmica.

Nei momenti giusti i piu’ coraggiosi psiconauti hanno affrontato Zeit in un unico lungo viaggio senza soste, ma potete anche fermarvi fra i quattro lunghi brani che lo compongono e riprendere il volo in un altro momento. Potete leggere mentre guardate pianeti giganteschi passarvi accanto dal finestrino, oppure dormire un po’ cullati dalle pulsazioni soniche. O restare incollati ai comandi dell’astronave che ormai viaggia senza controllo, sospinta dal vento delle stelle verso un naufragio omerico.

Potete fare quello che volete con Zeit, tanto e’ un disco che non si riuscira’ mai ad esplorarlo davvero, nemmeno dopo anni. E poi i titoli dei brani: Birth of Liquid Plejades; Nebulous Dawn; Origin of Supernatural Probabilities; Zeit…Non c’e’ un cazzo da fare, questo non e’ un disco ma un universo a se’ che solo Dieter Dierks poteva registrare nel suo leggendario studio di Colonia.

Probabilmente il disco(?) piu’ singolare e misterioso che ho ascoltato e posseduto in tutti questi anni.

Paolo Barone©2017

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Andare a Genova a (ri)vedere il film THE SONG REMAINS THE SAME

24 Feb

Cosa mi porti ad andare a Genova un martedì pomeriggio per vedere il film dei Led Zeppelin THE SONG REMAINS THE SAME proprio non so. Certo, mi incontrerò con alcun fan assai noti del nord Italia, il cinema lo gestisce uno di loro, magari risentirò il brivido che provavo laggiù fine anni settanta/inizio ottanta le volte che era in cartellone nei cineforum e lo andavo a vedere in qualche cinema di provincia, ma credo ci sia qualcosa in più. Temo sia il mio bisogno di distrazioni, di costruirmi il mio misero sogno on the road, di non rassegnarmi all’avanzare dell’età e di passare le serate davanti a Sky.

E’ con questo umore un po’ sghembo che salgo sulla mildly blues mobile direzione Genova insieme alla groupie. Ad oltre metà percorso, sull’autostrada della Cisa, ci fermiamo in un autogrill;  ci sono pullman di tifosi napoletani – scortati dalla polizia –  che vanno a Madrid per la partita di Champions League. L’autogrill è imballato, la determinazione (chiamiamola così) dei partenopei è evidente. Il flusso per entrare nella toilette degli uomini è costante. Gente in ciabatte, canne esibite senza nessun timore, voci alte, saluti e abbracci in un idioma molto lontano dal mio. Poco rispetto per gli altri avventori. Far la fila alla cassa non se ne parla nemmeno. Meglio salire in macchina e trovare un altro posto per pisciare.

Entrare a Genova è un sport estremo. Strade strette, palazzi costruiti uno sull’altro, il poco spazio a disposizione tutto occupato. Non deve essere facile spostarsi in una città del genere. Arriviamo in zona Cinema dei Cappuccini, non ci sono parcheggi liberi, trovo un buco per pura fortuna. Parcheggio a pagamento. 25 centesimi ogni sei minuti. Alla faccia! Infilo 5 euro di monete e mi incammino verso il cinema. Il posto è molto carino, accogliente, elegantemente blues.

https://www.cinemacappuccini.com

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Amduscia mi accoglie con un abbraccio. Sono ormai alcuni anni che siamo in contatto, finalmente ci si incontra di persona. Do un’occhiata alla esposizione di bootleg dei LZ relativi al tour americano del 1973. Amduscia è un collezionista, si vede. Le confezioni sono una meraviglia.

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova - 14 feb 2017

Cinema Cappuccini Genova – 14 feb 2017

Poco dopo arrivano anche i milanesi: Dadgad, Alberto LG, Alber M. Alberto LG ormai lo conosco bene, è uno dei collezionisti italiani di memorabilia più rinomati. E’ la prima volta che incontro dal vivo Dadgad, una istituzione mondiale nel giro del mondo Zeppelin. Mi presentano anche l’altro Alberto. Curioso, siamo tutti fan dei LZ e Interisti sfegatati.

Trovare un posto dove cenare non è semplice, è San Valentino, ma alla fine riusciamo ad imbucarci in un ristorante lì vicino.  Sussurro alla groupie: “Povera te,  ti faccio passare la sera di San Valentino insieme a delle Led-Head a guardare The Song Remains The Same”.

Chiedo ai ragazzi quale è il loro concerto preferito dei LZ. Per Dadgad è la sera del 27/4/69 al Fillmore West, per Alberto LG una data del tour estivo americano del 1972, per Alberto M lo show alla Royal Albert Hall del 9/1/70. Io rimango fedele al L.A. Forum 3/6/1973.

Di nuovo al cinema. Incredibilmente la sala si riempie. Sono basito. Quasi 150 persone che un martedì sera di febbraio, nella giorno di San Valentino, vengono a vedere un vecchio “polpettone” (così lo recensì Renzo Arbore) relativo a tre concerti del 1973 dei LZ a New York.

Pensavo di annoiarmi, e invece…quante volte avrò visto il film? Almeno 13 nei cinema 35/40 anni fa, e altre decine grazie alla VHS, al DVD, al blu ray, eppure non tolgo mai gli occhi dallo schermo. La mente corre al tempo passato, quando questo film era tutto quello che avevamo, quando andare a vederlo al cinema era come andare ad un concerto, con i pubblico che applaudiva qualche passaggio particolare o alla fine dei brani.

TSRTS al Cinema Cappuccini - Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

Per un momento raggiungo l’estasi. Succede in DAZED AND CONFUSED, un paio di minuti di quelle improvvisazioni furibonde di Page dopo la sezione con l’archetto di violino mi catapultano nelle profondità siderali. Mi sorprendo di questa cosa e me ne compiaccio: che dopo 40 anni di amore io riesca a provare brividi così intensi è una cosa sublime. Che razza di chitarrista era Jimmy Page! Allora non ce ne era davvero per nessuno. La capacità di improvvisare in quel modo era davvero unica.

TSRTS al Cinema Cappuccini - Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

TSRTS al Cinema Cappuccini – Genova 14/2/2017 (foto Alberto Marini)

Termina il film e il pubblico applaude. Incredibile. Non si tratta dei ragazzini di 40 anni fa, ma di adulti di 40/50/60 anni, eppure il battimani sgorga spontaneo. Mentre passano i titoli di coda con la versione da studio di STH in sottofondo e le immagini dei quattro che salgono sul loro Boeing personale,  chiamo la groupie all’ordine, meglio andare, ci aspettano un sacco di km; lei non ne vuole sapere, vuole godersi il tutto fine all’ultimo. Lo schermo si spegne, le luci si accendono, ora possiamo andare.

Abbraccio i ragazzi. It’s been great. Genoa, goodnight!

Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG - Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)

Amduscia, SlimTim, Dadgad, Alberto LG – Cinema cappuccini Genova 14/2/2017 (foto saura T)

In autostrada, la groupie si appisola. Io  penso alla dose di autodisciplina che ci vuole per affrontare un’ avventura del genere. Constato ancora una volta che la mia forza di volontà è ancora tanta, malgrado qualche scricchiolio. Forzare un po’ la mano serve per tenere l’animo in tiro, per capire di essere ancora in grado di compiere qualche piccola pazzia, per far si che Forever Young non sia soltanto una canzone.

Arriviamo alla Domus Saurea verso le 2. Prima di addormentarmi leggo qualche pagina del libro che ho iniziato qualche sera fa; dopo poco mi sovviene un pensiero, guardo la copertina e penso: dunque, mi sono appena fatto 470 km in giornata per andare a vedere il film The Song Remains The Same, sono le quasi le 3, domattina devo essere in ufficio presto e sono qui a leggere la nuova biografia (di 700 pagine) in inglese (!) di Jimmy Page, scritta da Martin Power! Domani, dopo il lavoro, meglio che mi iscriva ad un centro di zeppelinisti anonimi. Come diceva il mio amico Tommy, incapace di interrompere la visione del film in questione, “non riesco a staccarmi, ma cosa c’è lì dentro, la droga?”.

 

Blue note blues: gli effetti che certe canzoni hanno sugli uomini di blues di una (in)certa età – di GC

23 Feb

Il nostro GC riflette sugli effetti che certi canzoni, certi testi, certi assolo hanno su di noi, e mentre lo fa non può che riconoscere che as time goes by il nostro animo tende spesso sempre più alla tenerezza. Sì, questo un il blog per l’uomo di blues, avevate qualche dubbio?

 

Con una frase tanto scontata quanto banale, potrei dire che… “il rock and roll mi ha salvato la vita”. Una passione bruciante, un deliquio giovanile, trasformato negli anni in una parvenza di lavoro professionale. Un modo come un altro di vivere. Un lavoro improvvisato, che non ha avuto maestri, che mi sono inventato da solo, con tanta faccia tosta e una notevole dose di culo. Perché le sliding doors, i casi della vita, esistono. Sono quelli che fanno sì che uno studente universitario abbia la possibilità di lavorare in strutture dove solo i qualificati, o i raccomandati, riescono ad arrivare. Ed io non ero, non sono, né l’uno, né l’altro. Un uomo fortunato, un abile truffatore, un mestierante astuto in mezzo a una pletora di capre ignoranti, cascate lì per velleità o desiderio di fama. O presunzione, millantatori sfacciati dalla doppia vita : una reale ed una cui aggrapparsi per credere di essere ciò che non si sarà mai. E in mezzo alle capre, anche un pollo può fare la sua figura. Non importa esattamente quale sia l’ambiente, non è di questo che vorrei parlare. Penso solo, molto spesso, che fine avrei fatto se non avessi amato quelle note, se non mi fossi inventato un modo di sopravvivere…chissà. Ma neppure questo è importante. Vorrei riflettere d’altro. Come se davvero fossi da solo, come sono davvero in questo momento.

alone

Non sto effettivamente scrivendo, sto solo cercando di fissare i miei pensieri su uno schermo con la speranza di capire cosa mi stia succedendo, per realizzare se sia l’unico ad avere certe…reazioni. Forse mi accade perché parlo sempre meno. Anche di musica. Perché trovo sempre più superfluo scriverne. Perché non ho contraddittorio o perché ho sempre avuto difficoltà a esprimere i miei sentimenti, qualunque essi fossero. O perché con il tempo le reazioni cambiano, si raffinano, diventano come piccoli bisturi che sezionano i tuoi pensieri, specialmente quando provi a raccontarli, a voce, a qualcuno. Chiunque esso sia. La verità è che mi riesce sempre più arduo, raccontare anche i miei più banali perché al mio interlocutore. Non riesco più a dire quel che provo senza scivolare, perdere equilibrio, senza trovarmi un nodo alla gola che imbarazza me e chi mi ascolta.

C’è stato un tempo in cui mi succedeva quando ero solo. Ascoltavo un brano che amavo in modo particolare e ad occhi chiusi, muovendo le mani, inventando assolo immaginari con le mie mani, sentivo letteralmente alzarsi i peli delle braccia, un brivido lungo la schiena, una frazione di secondo mi scuoteva mentre davanti agli occhi mi passavano dozzine di frame, di frasi dette e dimenticate, di episodi quasi non vissuti. Ma reali. Ma ero solo, potevo. Certamente, mi domandavo se quei micro-orgasmi acustici fossero comuni ad altri, se tanti, come me, vivessero certe sonorità come una esperienza letteralmente fisica. E per assecondarmi mi dicevo sempre di sì. Sono sempre stato rassicurante con me stesso. Era sempre e solo il potere della Musica.

potere-della-musica

Adesso, però, l’asticella si è alzata. Posso solo dire che non mi accada sempre, ma la frequenza con cui mi trovo a combattere con il Mostro Cattivo che mi vuole veder balbettare è sempre più ravvicinata. No, non riesco più a spiegare, a raccontare, a descrivere certe cose senza trovarmi a lottare con un groppo alla gola. La voce si spezza, tossisco per camuffare, sento le lacrime negli occhi, sono costretto a evitare le parole che sarebbero adatte e a ricorrere invece a futili banalità, asciocche perifrasi per descrivere quello che, al contrario, vorrei far risaltare. Quello che per me, merita di essere compreso, assimilato in tutta la sua bellezza. Mi commuovo, insomma. Vengo assalito da una avvolgente nostalgia, dalla paura di esprimermi, fatico ad andare avanti…come descrive Gaber nel suo “L’anarchico”… “A un certo punto ho sentito una sporca dolcezza, una schifosa pietà prendermi alla nuca e anche alle gambe”…ma mentre lui, l’Anarchico, sviene, io resto in piedi, con il mio imbarazzo.

 

La prima volta fu alcuni anni fa, quando, ascoltando “Wish you were here” e sentendola descrivere come la canzone della mancanza, tentai di spiegare che, per me, era invece il brano del disastro esistenziale, del fallimento assoluto, della rovina psicologica, del racconto di chi non aveva saputo dire le parole giuste e le cercava quando era ormai troppo tardi. E ricordo perfettamente che la mia emozione venne scambiata per uno specifico ricordo personale. Comodo, ma forse non era proprio così.

Mi accadde ancora, e ancora, con testi e musiche più disparate… Mina, Dylan, Young. Cento altri. Ricordo ancora che un giorno, qualche anno fa, attraversando il cimitero dove riposano i miei, capitai per caso davanti alla tomba di un poeta e chansonnier locale, uno bravo. Non mi angosciano i cimiteri, anzi, a volte, quando ho tempo, li attraverso, cercando qualche amico, qualche volto che ho incontrato negli anni. Ma quando lessi l’iscrizione sulla lapide, una frase checon mio padre avevo ascoltato cento volte, in viaggio in auto, scappai via per non perdere l’equilibrio. Ma c’è di peggio. Pochi giorni or sono, traducendo per caso la introduzione di “Got to give it up” dei Lizzy fui costretto a chiudermi in bagno, per pochi secondi, prima di tornare a raccontare che, sì, quella canzone era l’ammissione della resa, la speranza di una sopravvivenza che non ci sarebbe stata, la sfida alla propria guerra personale. Persa. Avevo somatizzato una battaglia non mia.

Ma è durissimo. E difficile sapere di potersi trovare, in un attimo, con quel rospo in gola che ti assale e ti lascia lucidissimo, ma altrettanto debole. Indifeso e trasparente. Come se in quel momento i ricordi e le memorie di una vita, senza manifestarsi, decidessero, tutte insieme, di venir fuori lasciandoti nudo come un verme davanti al giudizio altrui. No, non riesco più, in certi giorni, ad ascoltare l’assolo di Watermelon e spiegarne l’essenza del contenuto a chi ho davanti,

o ad affrontare quello di Confortably Numb; non ce la faccio a sentire Page che schiaccia il pedale o ascoltare Rory che dipinge il suo bar vuoto, con la chitarra. Sono diventato… “un caruso debole”, come direbbe un mio amico siciliano e non è sempre possibile mostrarsi per ciò che si è. O si è divenuti.

Cerco di giustificarmi, di dare una spiegazione razionale a tutto questo. La razionalità è sempre nemica delle emozioni. E mi dico che è il trascorrere del tempo, l’invecchiare, che ci fa venire a galla quei ricordi che non aspettano altro di aggredirti non appena mostri il fianco. Ma in questi ultimi tempi mi accorgo di emozionarmi anche per…un film, una frase, una fotografia, un oggetto che riemerge da un cassetto, un brandello di vita che, chissà perché e chissà come, sbuca dalla fossa del nulla dei ricordi e ti si aggrappa alla gola.

Mi sforzo di capire perché, ad esempio, parlando con una amica del rapporto che legava Dylan alla Baez e poi alla moglie Sara, scivolo sul testo di “Diamonds and rust” e mi blocco, non riesco a spiegare come e perché per me quei ricordi della Baez siano la cristallizzazione del dolore assoluto, della perdita della persona più amata, quella per cui “moriresti lì ed in quel momento”…semplicemente ricordando una passeggiata al freddo. Così deglutisco e faccio uno sforzo immane per non chiudere gli occhi, pieni di lacrime che mi sembrano sempre più incomprensibili.

O forse no. Forse sono scampoli di vita che chissà come e perché si sono legati a note, parole emozioni aliene e che sono divenute, per qualche scherzo inconsapevole del destino, elementi scatenanti di ricordi che credevi di aver rimosso : la musica come archivio subliminale della tua stessa vita. Forse è solo perché ti rendi conto che ti sta volando via sotto il sedere anche se ti senti ancora un ragazzino. Così scelgo di non provare più a commentare quello che ascolto, di non spiegare più a nessun estraneo il come ed il perché di una storia che per me ha avuto, ed ha sempre più, un ruolo importante in quel mosaico casuale che è la mia esistenza. Tengo tutto per me, nascondo, fingo di dimenticare, mi sforzo di non riflettere. Ed esattamente come “l’Anarchico” di Gaber gioco con la mia finta cattiveria, divenuta infine una tenera pietà, truffando ancora una volta me stesso. Ed ancor più precisamente, proprio come il personaggio di “If you see her say hello” di Dylan, rivivo il mio passato, attraverso la musica, avendone nel cuore ogni immagine, che è volata via troppo velocemente. Ha ragione il Bob : “Non mi sono mai abituato, ho solo imparato a nasconderlo… al tempo stesso sono troppo sensibile o sto diventando tenero”…ecco…un’altra canzone di cui sarà bene non trovarmi mai a parlare in pubblico… Cercherò di convivere con questa piccola maledizione, con questa schifosa tenerezza che sta diventando la mia compagna di ogni giorno e, lo giuro, ascolterò e farò ascoltare ai miei ospiti occasionali solo dozzinali ritmiche, toste e prive di qualsiasi appiglio alla vita che purtroppo ci rende così stupidamente trasparenti e aggredibili con il suo profumo di nostalgia irripetibile. Continuerò a commuovermi da solo, davanti a quella inevitabile consapevolezza della semplicità delle nostre vite che la stupidità della gioventù mi aveva nascosto. Senza sapere se tutto questo accada anche ad altri. Non importa. O forse sì.

GC©2017

The Lunatics: storie, bizzarrie e fasi lunari dei PINK FLOYD di Paolo Barone

20 Feb

Una riflessione del nostro Polbi sul lavoro dei THE LUNATICS a proposito dei PINK FLOYD.

Tutti i paesaggi pongono la stessa domanda con lo stesso sussurro: Io sto guardando te – tu ti riconosci in me? ( Laurence Durrell)

Ho incontrato i Lunatics per la prima volta a Roma, all’Auditorium della Conciliazione, in una serata che loro e Guido Bellachioma avevano organizzato per celebrare Atom Heart Mother. Ero rimasto molto colpito dalla mostra che avevano allestito nel salone dell’Auditorium e in particolar modo ancora ricordo una copia originale del poster di 14th Hours Technicolor Dream, una meraviglia che non avevo visto mai, nemmeno nella esibizione ufficiale dei Pink Floyd a Parigi. Scambiai poche parole complimentandomi con loro e acquistai il loro primo libro, Storie e Segreti.

The Lunatics Pink Floyd Storie e Segreti

The Lunatics Pink Floyd Storie e Segreti

Leggerlo fu una sorpresa,  per certi versi il libro piu’ interessante che avessi mai letto sulla Band. Ricchissimo di approfondimenti sulle molte vicende Italiane dei Pink Floyd, ma anche in grado di seguire una cronologia fatta di piccole scoperte e storie poco note, il tutto corredato da foto e interviste mai banali, capaci a loro volta di aprire altrettante strade e riflessioni nel mondo Floydiano. Insomma, un inaspettato capolavoro, che per quanto ne so e’ anche il frutto di un anomalia nel panorama dell’editoria Rock. Non mi viene in mente nessun lavoro collettivo portato avanti da un gruppo di appassionati, che abbia prodotto risultati di questo livello e spessore.

Non un classico fanclub, ma un piccolo gruppo di collezionisti, esperti e studiosi del Fluido Rosa i Lunatics sono Nino Gatti, Stefano Girolami, Danilo Steffanina, Stefano Tarquini e Riccardo Verani. Ormai una vera autorita’ internazionale nel campo, hanno realizzato molte mostre, convegni, interviste, trasmissioni radio e concerti, ma soprattutto hanno pubblicato per Giunti tre volumi fondamentali. Lo splendido Storie e Segreti di cui sopra, Il Fiume Infinito – un analisi accurata di ogni brano prodotto dai Pink Floyd dalla nascita ad oggi, e ora il loro ultimo lavoro: Pink Floyd a Pompei – Una Storia fuori dal Tempo.

The Lunatics Pink Floyd A Pompei

E’ un libro riuscitissimo che ogni appassionato di musica Rock e/o Arte contemporanea dovrebbe leggere.

Perche’ il film Pink Floyd at Pompeii e’ a tutti gli effetti uno splendido lavoro di arte contemporanea piu’ di ogni altra cosa. Pensato, realizzato e fortemente voluto dal regista Adrian Maben, si colloca molto piu’ logicamente fra le opere di Christo o le pellicole piu’ anomale di Herzog che nell’ambito dei film Rock.

I Lunatics riescono a raccontare insieme allo stesso Maben di quest’opera senza tempo, attraverso quasi duecento pagine che ci accompagnano nei momenti piu’ famosi e negli angoli piu’ nascosti e affascinanti di questa storia. Si viaggia nel tempo, il principale protagonista di questo lavoro, e ci si sposta fra Italia, Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti, seguendo le avventurose vicende di questa pellicola che pur essendo un opera di Maben, non sarebbe mai potuta nascere senza il determinante contributo di moltissime persone sparse per il mondo. Il libro ce le racconta in prima persona, con interviste e schede biografiche, ci racconta delle loro storie e di come Live at Pompeii abbia attraversato e cambiato le loro vite professionali e umane.

Un opera in continuo mutamento ed evoluzione Live at Pompeii, che per ammissione dello stesso Maben non sappiamo ancora se abbia raggiunto uno stato definitivo con il Director’s Cut, o se verra’ ancora ritoccata nel prossimo futuro, rivendicando da parte del regista il diritto di ogni artista a tornare a lavorare sulle sue cose, in ogni modo e tutte le volte che ne senta il bisogno.

Ma questa oltre che una vicenda di umani e’ anche e molto una storia di un luogo sospeso nel tempo, Pompei. “ Tutti i paesaggi pongono la stessa domanda con lo stesso sussurro ‘ io sto guardando te – tu ti riconosci in me?’ .

Seguendo il senso di questa frase di Lawrence Durrell, catturata in un appunto del regista Adrian Maben nella sua casa nel cuore di Parigi, i Lunatics ci aiutano a vedere come Pompei stessa oltre ad essere la naturale protagonista del film, abbia accolto i suoni dei Pink Floyd e ne sia stata poi a sua volta in parte cambiata, e proiettata in una dimensione differente che ancora oggi risuona nelle pietre del suo anfiteatro.

C’e’ molto amore in queste pagine, e lo si percepisce in ogni frase. Non ci sono elenchi noiosi, schede tecniche e riflessioni distaccate. E’ un lavoro emotivo dall’inizio alla fine, e forse questo oltre al gigantesco lavoro di ricerca e’ il suo vero punto di forza.

Ci si riconosce in questo libro, forse diventato un paesaggio anche lui; si segue un percorso con dei passaggi e delle sensazioni nostre, e ci si ritrova davanti a molte suggestioni che tutti abbiamo provato vedendo questo film, visitando Pompei, o anche soltanto, a volte, ascoltando il silenzio, il suono del vento in qualche posto particolare.

E’ bello leggerlo e poi guardare il Dvd che avevamo a casa, con uno sguardo ora inevitabilmente diverso.

I Lunatics hanno un sito internet thelunatics.it e una pagina Facebook molto attiva.

I loro libri pubblicati da Giunti sono facilmente reperibili in tutte le librerie e su Amazon.

NB: mercoledì sera 22 febbraio 2017 i LUNATICS saranno ospiti del nostro amico DONATO ZOPPO su RADIO CITTA’ BENEVENTO. Qui sotto il link con i dettagli.

http://www.donatozoppo.it/news/rock-city-nights-n-27-wednesday-rock-on-air-mer-222/

 

The Lunatics Pink Floyd Il Fiume Infinito

The Lunatics Pink Floyd Il Fiume Infinito

RICK WAKEMAN Udine, Teatro Nuovo, 9 febbraio 2017

17 Feb

Rick Wakeman cala in Italia anche quest’anno e Saura naturalmente scalpita. Le date sono due, Trento e Udine, un mercoledì e un giovedì. Per Trento si organizza con una amica, tutto si svolge bene, incontra Rick “solo” nel dopo concerto quando il gigante di Perivale si ferma con i fan e poi torna a casa. Giovedì mattina si alza con comodo e mi chiama. Io sono in ufficio indaffarato. Cerco di convincerla di non andare anche a Udine.

“Insomma” le dico “lo abbiamo già visto più volte in versione Piano Solo, lo hai già visto in Inghilterra con la band, lo abbiamo visto alla O2 Arena di Londra con l’orchestra, lo hai visto ieri…accontentati”

Questa è una scenetta che si svolge ormai da mesi, so che la groupie non molla l’osso così gioco la carta del senso di colpa:

“Senti, sono due anni che io in primavera vorrei farmi una settimanina in un posto esotico, l’anno scorso nisba perchè in giugno siamo andati a Londra a vedere Wakeman, quest’anno idem perché in marzo andremo all’Hammersmith Odeon a vedere Anderson, Rabin e Wakeman e ora vuoi che si vada in giornata a Udine per rivedere Rick…non ti sembra di esagerare?”

Ma sono gli ultimi anni, sono musicisti di una certa età, avremo tempo per andare in Costa Rica…, e poi posso andare a Udine anche da sola”

“Primo: da sola non ti lascio andare, secondo: dimentichi che sono un uomo di una (in)certa età anche io. Vorrei farmi qualche giretto finché sono più o meno in forma e giovane (ehm…)…e poi dai, Udine in giornata è una pazzia, è una sfacchinata, si tornerebbe tardissimo, domattina dovrò essere in ufficio… “

“Sì lo so, però tu faresti lo stesso per Jimmy Page…”

Silenzio.

Ho una socia comprensiva, mi prendo il pomeriggio. Esco dall’ufficio di corsa, dopo circa un’ ora arrivo alla Domus Saurea, una doccia, una pasta e via, direzione Udine. La Sigismonda (la mildly blues mobile insomma) rolla placida sulla A1 e quindi sulla Bologna – Padova. Poi la Milano – Venezia e quindi sempre più su. Una volta lasciato il Veneto il paesaggio sa di Deserto dei Tartari o comunque di Mitteleuropa. Poco dopo le 18,30 siamo a Udine, guardo il contachilometri parziale: 336.

Ci aggiriamo nei pressi del Teatro Nuovo, c’è una sibiola* mica da ridere così ci rifugiamo in biglietteria. Siamo in contatto con Claudio, il promoter, da lì a poco dovrebbero arrivare. Nel frattempo si materializza anche Umberto, un nostro amico bolognese super fan degli Yes. Sta passando un periodo difficile, lo abbraccio con affetto.

Verso le 19,30 attraversiamo l’entrata riservata agli artisti insieme a Claudio, Paolo e Paolo, lo staff italiano di RW. Vediamo di sfuggita Rick che si fionda sul palco a provare il piano a coda che userà stasera. Torna dopo pochissimi minuti, d’altra parte ha un piano anche nel camerino per esercitarsi. Claudio chiede a Rick se si ricorda di noi, e il biondo di Perivale è così gentile da esclamare “Sure!”. Non so se sia vero, certo ci ha già visto diverse volte, siamo già stati back stage insieme a lui però, chissà. Lo lasciamo in pace nel suo camerino; Rick si esercita al piano mentre io Claudio e Paolo (il dottore di Rick) chiacchieriamo amabilmente.

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Poi Rick si affaccia nel camerino dove siamo noi e iniziamo a conversare. Finisco anche stavolta a parlare di calcio. Rick è un appassionato, lo si capisce da come ne parla. Il Brentford (che milita in Championship, la serie B inglese) è la sua squadra del cuore, insieme al Manchester City. Parliamo delle sue due squadre, della mia (la beneamata insomma), di Mancini, Conte, De Boer, Guardiola. Mi piace parlare di football col vecchio Rick. Gli chiedo se posso scattargli una foto insieme a Saura, lui sa che è una sua fan scatenata e accetta di buon grado.

Saura e Rick - Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Saura e Rick – Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Saura ha in mano un vecchio libro su RW, lui lo prende e, prima di autografarlo (“to Saura, lots of love, RW”), riguarda divertito certe foto. Una lo ritrae in mutande al pianoforte e dice “10 minuti dopo questo scatto fui arrestato, allora ero davvero un bad boy”. Poi ci racconta di quando fu arrestato a Leningrado nel 1982 e aggiunge “sono fortunato ad esserne uscito.”

Poi ci scattiamo una foto insieme. Lo ringrazio molto per la sua disponibilità. E’ una cosa che mi colpisce ogni volta, non delude mai nessuno, è sempre (sempre!) pronto ad accontentare i fan.

Tim & Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Tim & Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Sono ormai le 21. Qualcuno viene ad avvisare che tra 5 minuti si va in scena. Rick ci saluta “meglio che vada a lavorare adesso!”. Io e Saura prendiamo i nostri posti nel teatro. Ci sono più di 400 persone, il colpo d’occhio non è niente male. Questa è la quarta volta che vedo il suo spettacolo Piano Solo, pensavo di annoiarmi, ed invece me lo godo tutto.

Ci sono momenti in cui la sua performance è strabiliante. Il medley di 3 delle 6 mogli, il medley di Re Artu’ e Viaggio Al Centro Della Terra contengono momenti pianistici di una bellezza, di un virtuosismo, di un fascino incredibili. Mentre lo guardo suonare nel silenzio assoluto del teatro, elaboro il fatto che Wakeman è il musicista più bravo che io abbia mai visto dal vivo. Sono un Emersoniano, non è facile arrivare a questa conclusione, ma il talento pianistico di Rick mi tocca profondamente. Mi piace perché mette il suo virtuosismo al servizio della musica, non se la tira, non fa scena, ma – ripeto – suona come non ho mai visto suonare nessuno.

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Lo show dura poco più di un’ora e mezza. Wakeman riceve applausi fortissimi. Alla fine la standing ovation esplode in modo naturale. Che musicista ragazzi. Ci riversiamo nel foyer, alcune decine di fan rimangono ad aspettarlo. Poco dopo si presenta. Ha un momento per tutti. Che rockstar disponibile e paziente che è!

Mentre ci dirigiamo all’uscita gli dico: “Complimenti Rick, hai suonato magnificamente. Non lo dico tanto per dire né per compiacerti, ma sei stato bravissimo”.“Grazie, sei molto gentile. Sai una cosa? Sto diventando vecchio. Dopo i concerti sono stanchissimo”.

Andiamo a mangiare qualcosa in un ristorante lì vicino. Con Claudio ci scambiamo storielle Rock, è sempre molto interessante confrontarsi con lui.

Essere a cena con RW fa sempre effetto. Non è la prima volta,  però – per quanto lui sia affabile, disponibile e gentile – quando elabori il fatto ti viene da scuotere la testa e dire “ma pensa un po’!

Paolo e Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Paolo e Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Usciamo dal ristorante. Salutiamo tutti, per ultimo Rick. “Arrivederci Rick, ci vediamo all’Hammersmith Odeon, tra poco più di un mese”.

Verrete anche là? Siete pazzi. Vedremo di prenderci cura di voi. Ci vediamo presto allora”.

Usciamo da Udine e iniziamo la rotta sulle autostrade. Sulla Padova-Bologna do il cambio a Saura. Lei si adagia sul sedile (riscaldato) e si appisola. La guardo dormire beata. Un’altra serata memorabile passata insieme a RW. E’ una fan fortunata, poter seguire (e in qualche modo frequentare) la sua rockstar preferita con questa frequenza non è da tutti. Io ne so qualcosa.

Arrivati alla Domus Saura, una doccia, un thè, qualche coccola a Palmiro. Ci infiliamo sotto le coperte; sono 4,30. Tra 3 ore la sveglia. Va beh, che importa, d’altra parte come dice Pike, is just anothe Tale From Massenzatic Oceans.

 

* (in reggiano-modenese: vento freddo)

 

GLENN COOPER “Il Segno della Croce” (2016 Editrice Nord) – TTT½

13 Feb

Ho parlato spesso di Cooper sul blog sull’onda dell’entusiasmo dei suoi primi tre libri anche se, a dire il vero, man mano che si aggiungevano nuovi romanzi l’ardore per questo autore si spegneva lentamente.

IL SEGNO DELLA CROCE si sviluppa attraverso i soliti canoni di Cooper: religione, storia, archeologia, scienza avviluppate a suspence e tensione, il genere thriller insomma. Mi ero accostato al libro con qualche preconcetto, ma ora che lo ho finito devo dire che si legge volentieri. Nulla di incredibile, ma il proprio tempo lo si può impiegare in modo assai peggiore.

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Come ho scritto più volte parlando di romanzi e di thriller non sono snob, non disdegno affatto questo genere di libri, se la lettura è scorrevole, il soggetto gradevole e l’ambientazione dignitosa me li leggo volentieri.
Il SEGNO DELLA CROCE gira intorno ai deliri di onnipotenza di nazisti odierni ossessionati dal potere che reliquie inerenti a Gesù Cristo (la lancia che ne trafisse il costato, le spine della corona, i chiodi della crocefissione) riescono a scatenare. Come spesso capita nei libri di GC si va a spasso in più epoche, ma tutto risulta chiaro e lineare. Un po’ scontata l’attrazione tra i due protagonisti, un po’ frettolose e forse non troppo realistiche certe situazioni di lotta, ma tutto sommato niente male.

SINOSSI:

Intorno a loro, si apre l’infinito deserto di ghiaccio e vento dell’Antartide. Dopo ore di faticoso cammino, il gruppo di uomini raggiunge il punto segnato sulla mappa. E lo individuano: l’ingresso di una caverna scavata decenni prima da chi li ha preceduti in quel continente disabitato. Quando entrano, in religioso silenzio, si trovano davanti un museo ideato per conservare reperti che il mondo crede perduti per sempre. Ma quegli uomini sono arrivati lì per due oggetti soltanto. E adesso li stringono tra le mani. Ne manca ancora uno, poi l’alba di una nuova era sorgerà sul mondo.

In un piccolo paese dell’Abruzzo, un giovane sacerdote si alza dal letto. Il dolore è lancinante. La fasciatura intorno ai polsi è intrisa di sangue. Con cautela, il prete scioglie le bende. Le sue suppliche non sono state esaudite, le piaghe sono ancora aperte. Il sacerdote chiude gli occhi e inizia a pregare. Prega che gli sia risparmiata quella sofferenza. Che gli sia data la forza di superare quella prova. E che nessuno venga mai a conoscenza del suo segreto.

Una ricerca iniziata quasi 2000 anni fa e giunta solo oggi a compimento. Un’ossessione sopravvissuta alla guerra che segnerà il destino di tutti noi. Una storia la cui parola «fine» sarà scritta col sangue…

Questo romanzo è un invito. Un invito a vivere un’avventura appassionante, ricca di mistero e svolte inaspettate. Ma anche un invito a esplorare l’indistinta linea di confine che separa Storia, religione e scienza, un territorio ambiguo e affascinante che Glenn Cooper ci ha fatto conoscere – e amare – fin dai tempi del suo fortunatissimo esordio narrativo, La Biblioteca dei Morti.

NEWS: Paul Rodgers 2017 UK Tour / Yardbirds live album / Addio a Ritchie Yorke / LZ bootleg Sonic Boom della EVSD

8 Feb

PAUL RODGERS

Rodgers in maggio sarà di nuovo in tour nel Regno Unito. Secondo me esagera un po’, ha terminato in ottobre dello scorso anno la tournée britannica della Bad Company ed ora è di nuovo lì. Saranno date dedicate ai FREE, non avrò con sé la solita band, tutta gente “nuova” tra cui il chitarrista della Deborah Bonham Band. Deborah naturalmente è la “sorella di”. Special guest la stessa Deborah e la figlia di Paul.

Per un momento ho pensato di andarlo a vedere alla Royal Alber Hall, ma tra i biglietti carissimi e il fatto che già in marzo dovrò tornare a Londra per un altro concerto, ho pensato di soprassedere.

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YARDBIRDS

In estate uscirà qualcosa di nuovo (cioè di vecchio) degli Yardbirds, quelli con Page. Si tratta del famoso LIVE YARDBIRDS all’Anderson Theatre del 30 marzo 1968. Finalmente qualcuno ( e potete già immaginare chi) lo sta rimasterizzando. Saranno tolti fortunatamente gli applausi posticci presenti nella versione uscita la prima volta nel 1971 (e poi ritirata dal mercato su pressione di Page). Se faranno un bel lavoro, non sarà affatto male avere finalmente quel concerto in buona qualità, benchè agli sgoccioli della loro storia il gruppo roccava e rollava a meraviglia all’epoca. Tra l’altro potremo così zittire quelli che ancora ce la menano con la faccenda del primo album del Jeff Beck Group. Qui siamo nel marzo del 1968, e l’idea Led Zeppelin c’era già tutta.

Ad accompagnare il live ci sarà materiale di vario genere, ma al momento è top secret. C’è altro ancora in uscita che in un modo o nell’altro riguarda Page, ma anche in questo caso  non posso dire nulla.

Yardbirds 1968

Yardbirds 1968

LED ZEPPELIN BOOTLEG “SONIC BOOM”

La Empress Valley Supreme Discs ha appena pubblicato il bootleg SONIC BOOM, Hampton 9 settembre 1971, stereo soundboard. Vedremo prossimamente se la nuova versione sarà migliore di quelle che hanno circolato sino ad oggi. Piu avanti la recensione.

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ADDIO A RITCHIE YORKE

Se ne è andato il giornalista musicale australiano Ritchie Yorke. Nel 1976 scrisse il libro The Led Zeppelin Biography. Il nome di Yorke, tra i fan dei LZ è della mia generazione, è uno di quelli con cui siamo cresciuti.

http://www.couriermail.com.au/entertainment/confidential/ritchie-yorke-brisbane-music-writer-dies-at-73/news-story/13b3a52f04b9a5cb4475f3b9bf01c731

Ritchie Yorke LZ biography

Ritchie Yorke LZ biography

Ritchie Yorke LZ biography

Ritchie Yorke LZ biography

Un anno senza Brian

5 Feb

Circa un anno fa scrissi che speravo che il tempo passasse in fretta, perché solo così pensavo fosse possibile lenire il dolore causato dalla perdita del vecchio Brian, ora che 12 mesi sono passati mi interrogo su come si sente un essere umano ad affrontare a freddo la perdita del proprio padre.

Ho riletto in questi giorni quanto scrissi sul blog un febbraio fa, ho rivissuto quel periodo in pieno, il ricordo è ancora vivissimo.

https://timtirelli.com/2016/02/10/un-padre-di-nome-brian/

Ho notato che dopo qualche mese sembra che la elaborazione del lutto sia a buon punto, hai spurgato le tossine emotive date da anni di gestione del tuo vecchio genitore e il battito della vita torna farsi prepotente. Certo, hai sempre una malinconia di fondo, ma l’istinto è quello di risentire di nuovo il sole battere sul tuo viso, poi però piano piano, mano a mano che il primo anniversario si avvicina, ti accorgi che pensi al tuo vecchio sempre più spesso, che ricordi, coincidenze e lampi improvvisi ti squarciano l’animo.

Stai dando un occhiata al tuo tablet, per curiosità controlli quelle poche foto che contiene, le sfogli e quando all’improvviso ne trovi una degli ultimi anni di Brian senti un tuffo al cuore. Frughi dentro ad una scatola che non apri da tempo e ci trovi il portafoglio di Brian, lo apri e contempli la patente, la carta d’identità e il post it giallo su cui aveva scritto i numeri telefonici tuo e di tua sorella e subito ti viene alla mente il foglietto che aveva appiccicato sotto la foto di tua madre, sua moglie, con su scritto il nome, l’alzheimer lo stava aggredendo e non voleva dimenticarsi il nome Mara.

Sistemi la cartella di tuoi documenti vari del 2014, ordini le buste paga, i resoconti della Siae, le fatture di acquisti fatti, i biglietti dei concerti visti e ad un certo punto spunta un foglio, la lista della spesa che facevi scrivere a Brian affinché restasse in allenamento. Al di là del fisiologico errore nello scrivere crescentine solo con la s (siamo in Emilia dopo tutto), mi sorprende di come un vecchio affetto da alzheimer riuscisse ancora a scrivere in maniera chiara e dignitosa. Ricordo anche il siparietto finale:

Brian: ” Tim, cosa devo scrivere ancora?”

Tim  (indaffarato e alle prese con i conti della settimana): “scrivi viva mio figlio Tim Tirelli”.

Brian: “ah, già, è vero.”

Lista della spesa di Brian - foto TT

Lista della spesa di Brian – foto TT

Mi ritrovo inoltre alle prese con riflessi involontari che riconducano direttamente a lui. Mi trovo a passare nei dintorni della Crocetta e d’istinto mi viene da dirigermi nella struttura per anziani dove era ospite quell’ultimo anno, passo per via Per Albareto e controllo se per caso è affacciato alla finestra del terzo piano, al sabato mi sveglio e a volte il primo pensiero è ancora quello di “devo correre da Brian”, già… mi sorprendo del fatto che al sabato, alla domenica o nelle pause pranzo io non debba correre da lui.

Questa settimana poi è stata particolare, quasi tutto mi riconduce a lui. Giovedì ho fatto una salto dal commercialista, solito appuntamento di inizio mese, due chiacchiere col titolare e con chi ci segue e poi esco, mentre torno elaboro il fatto che è giovedì, esattamente come un anno fa, quando poi mi fermai alla Casa della Gioia e Del Sole e vidi per l’ultima volta il vecchio Brian. Sciocche coincidenze, senza peso e senza importanza, ma visto la mia condizioni di uomo di blues, anche queste piccolezze segnano l’animo.

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Brian poi è presente di frequente nei miei sogni. L’altra notte ho addirittura sognato che ero a casa di Page, c’era anche Brian e aveva quei comportamenti dati dall’alzheimer, comportamenti che fortunatamente in pratica lui non ha mai avuto, così un po’ angosciato pregavo Saura e mia sorella di venire ad occuparsene così da non imbarazzare Page. D’accordo che in marzo tornerò a Londra e una visita alla Tower House mi toccherà farla, d’accordo che è il primo anniversario della morte di mio padre, ma a tutto il blues c’è un limite, possibile che debba sognare una lavoro del genere?

Al di là di tutto, la cosa principale è che mi manca molto; buffo come per decenni abbiamo avuto un rapporto burrascoso (sono stato un figlio molto esigente e lui un padre diverso da quello che avrei voluto) e la sua gestione sia stata totalizzante e dunque deprivante per la mia vita e come oggi lo ricordi con infinito affetto e riconoscenza, come gli ultimi anni abbiano risolto il nostro rapporto, di come quello che mi diceva Julia si sia compiuto…del fatto insomma che sarebbe toccato a me fare il percorso per tutti e due per sistemare il rapporto. Non mi sembrava possibile e invece…

Ricordo, come scrissi d’altra parte anche un anno fa, solo cose belle: anche delle lunghe e interminabili giornate passate a da lui a fargli da badante rammento solo gli episodi più divertenti, affettuosi, teneri. Gli anni in cui ho annullato la mia vita per dedicarli alla sua ora mi sembrano il minimo che potessi fare.

L’unico aspetto complicato è che piango ancora, lo faccio di nascosto, in macchina quando guardo il cielo e d’improvviso mi viene in mente lui (e mia madre), oppure mentre mi nascondo nelle campagne a far finta di cercar Palmiro quando il legame atavico che sento con la mia terra porta a galla il legame con la famiglia, infine quando sento le canzoni tristi…è un pianto che sgorga per un mix di sentimenti, la mancanza di Brian, la condizione di adulto senza più genitori, la percezione del limite, la solitudine dell’uomo di blues perso su di un piccolissimo pianeta che galleggia nell’infinito oceano del cosmo.

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Brian era anche un punto importante per il blog, nel raccontare le sue peripezie nella valle dell’alzheimer, ci siamo confrontati su temi quali la vecchiaia, l’alzheimer appunto e la gestione di un genitore molto anziano, temi sempre più di attualità.

Un anno fa in molti mi avete scritto per farmi arrivare la vostra vicinanza, alcuni di voi stavano affrontando più o meno il mio stesso percorso. Mi chiedo come siano le vostre situazioni ora, in caso sappiate che ricambio con vigore la vicinanza. Rammento anche come il mio amico GCT mi esortava a tenere duro quando mi sentiva più teso del solito a proposito della gestione di mio padre, aveva da non molto perso il suo e il messaggio era “capisco tutto, ma stai con lui più che puoi perché poi non è più possibile”. Ora io faccio lo stesso con amici e amiche che hanno un genitore vecchio e si lamentano un po’ della situazione.

Chiudo questo post con un ricordo che mi fa sorridere … quando Brian veniva a pranzo alla Domus Saurea gli offrivo, anche se andava contro il protocollo, un dito di Southern Comfort. Se lo sparava con gran gusto poi mi gettava una occhiata complice e soddisfatta aggiungendo “Vacca, sl’è bon, Tim” “caspita, come è buono, Tim”.

E allora in questa domenica mattina piovosa me ne sto qui al riparo nel Priorato di Brian e anche se ho appena fatto soltanto colazione, due dita del mio, nostro, bourbon preferito me le sparo… alla tua papà. Mi manchi.

Il vecchio Brian (febbraio 2014) - foto TT

Il vecchio Brian (febbraio 2014) – foto TT

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LED ZEPPELIN MUST HAVE BOOTLEGS: “Going To California”, Berkeley 14/09/1971 (dadgad remaster)

2 Feb

ITALIANO /  ENGLISH

Dal 7 settembre 1968 (anche se abbiamo ne abbiamo le prove solo dal 30/12/1968) al 29 luglio 1973 i concerti dei Led Zeppelin sono, in un modo o nell’altro, quasi tutti spettacolari. Il gruppo era in palla, unito, tecnicamente al massimo, creativamente allo zenit, carico, risoluto,un’iradiddio insomma. All’interno di questi cinque anni favolosi ci sono periodi o date ancora più speciali e cosmiche che sono diventate famosissime tra gli appassionati. Il tour del 1971 in Giappone, il tour tedesco del 1973, il tour americano dell’estate del 1972, la data di Blueberry Hill (LA Forum 4/9/1970), la data di Three Days After (LA Forum 03/06/1973) e appunto la seconda data di Berkley del 1971.

Sta per uscire il IV, album che proietterà il gruppo ad altezze siderali, per una volta enorme successo e qualità della proposta vanno di pari passo. Bonham e Jones sono la miglior sezione ritmica rock in circolazione (sfido chiunque a dire il contrario), Plant canta come nessun’altro nel campo del rock di derivazione blues e Page suona da dio. Non ha ancora arricchito il suo chitarrismo con quei colori e con quel lessico tipici del periodo fine 1972/1973 (con  quell’uso ancora oggi ineguagliato della scala blues interpolata con la scala minore) ma il 1971 è probabilmente l’anno perfetto del Page chitarrista in senso stretto. Completo controllo dello strumento, tecnica straordinaria, originalità, attacco da paura, sperimentazione.

Il bootleg “Going To California” è un must, se si è fan dei Led Zeppelin lo si deve avere, punto. Il bootleg in vinile uscì la prima volta 45 anni fa e oggi ne parliamo grazie alla rimasterizzazione di dadgad, famoso fan dei Led Zeppelin molto abile nel ripulire e sistemare vecchie registrazioni della band. La registrazione è audience, non è roba per tutti dunque, ma la qualità è piuttosto alta e il tutto dunque è godibile anche per i casual fan (a patto che siano in confidenza con il concetto bootleg).

Led Zep Going To Ca Berkeley 14-9-1971 DADGAD productions

Led Zep Going To Ca Berkeley 14-9-1971 DADGAD productions

TITLE: Led Zeppelin:  “Going To California”  September 14 1971 Berkeley, CA, Community Theatre

LABEL: dadgad remaster

TYPE: audience

SOUND QUALITY: TTT½

PERFORMANCE: TTTTT+

BAND MOOD: TTTTT

 

Led Zep Going To Ca Berkeley 14-9-1971 DADGAD productions

Led Zep Going To Ca Berkeley 14-9-1971 DADGAD productions

SET LIST:

Immigrant Song, Heartbreaker, Since I’ve Been Loving You, Black Dog, Dazed and Confused, Stairway to Heaven, That’s the Way, Going to California, Whole Lotta Love (medley incl. Let That Boy Boogie, Hello Mary Lou, My Baby Left Me, Mess of Blues, You Shook Me)

Il Berkley Community Theatre tiene 3500 posti, sebbene fossimo solo nel 1971 la capienza era troppo bassa per ospitare un concerto dei LZ, così furono due le date in cui il gruppo suonò ( 13 e 14 settembre).

The Berkeley Community Theatre

The Berkeley Community Theatre

IMMIGRANT SONG irrompe con carica esplosiva, i Led Zeppelin sembrano controllare con grande professionalità la selvaggia irruenza che li contraddistingue nei pezzi di rock duro. Page arricchisce il brano con un assolo finale che fin da subito mette in chiaro che stasera non si scherza. Lo stop sul FA#, Jimmy che tira il sol sulla sesta corda e parte col riff di HEARTBREAKER. Durante le prime battute di questo pezzo la registrazione passa da mono a stereo e l’ascolto si fa subito più gradevole. Ascoltato in cuffia il concerto è una bomba. Bello l’assolo del nostro chitarrista preferito. Dapprima la torrenziale cascata elettrica, poi il siparietto bluesy con il pubblico che accompagna divertito e di nuovo la tempesta elettrica in puro stile Jimmy Page. Prima della parte veloce l’accenno strumentale al ragtime “The 59Th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy)” di Simon & Garfunkel e Bourreée di J.S. Bach. L’entrata di Jones e Bonham è spaventosa, una forza d’urto incredibile. Impossibile non usare iperbole. I Led Zeppelin nel 1971 sono irraggiungibili.

RP: ... You came then? You should of come last night. Last night there were, um, several bowler hatted beatniks. Uh, ‘Since I’ve Been Loving You.’ …. You remember the last album? Right.

C’è un breve taglio all’inizio di SIBLY, ma poco importa, la chiarezza del suono si fa avanti, il gruppo suona con una decisione sublime. Di nuovo la batteria di Bonham che travolge, Plant che nel 1971 era quello preciso preciso dell’immaginario collettivo. Jones all’organo e alla pedaliera basso e quel tono di chitarra che tanto ci ammalia. Nell’assolo Page parte piano, sperimenta un po’ e poi rientra nei ranghi del pezzo. Non siamo a livello delle versioni del luglio 1973 come espressività e qualità dell’assolo, ma sentirlo suonare così è una beatitudine. E’ una notte speciale, si sente. Mai udito un’altra band di (hard) rock suonare così.

 RP: Thank you… I think we should call this, uh, ‘Black Dog’

BLACK DOG era allora un pezzo sconosciuto al pubblico, come ho detto LZ IV ancora non era stato pubblicato. La prova dei quattro musicisti è superlativa. Nella registrazione audience tutto è bilanciato. Fa impressione sentire Plant cantare in quel modo.

RP: Good evening. There was a pollution alert today and I’ve lost my voice. This is one from millions and millions of, uh, years ago. Just when the good things started, uh, checking itself out.

Con DAZED AND CONFUSED la stregoneria entra in scena. Il basso e la batteria sono in primo piano mentre Page evoca le energie dei misteri del cosmo con quegli armonici che si dilatano nel wah wah. La qualità delle registrazioni audience non sono forse adatte a tutti, ma è così che ci gode un bootleg, l’atmosfera è catturata in pieno in questa. In cuffia ti sembra di essere nelle prime file e ancora una volta ti sorprendi di cosa fossero i LZ. Il brano non ha ancora la struttura sinfonica completa della DAZED AND CONFUSED del 1973, ma si intuisce che il work in progress sta progredendo benissimo. Page prende in mano l’archetto, inizia a creare l’armageddon sonoro che conosciamo e il pubblico in delirio lo segue passo passo. Uno stregone e le sue migliaia di seguaci. Sentirlo in cuffia ti scombina l’animo, ti trasporta tra gli universi paralleli del rock. Le sonorità che Page riesce a creare spaventano, obnubilano il cervello, ampliano le percezioni della mente. L’intermezzo di violin bow in questo concerto è particolarmente riuscito, una delle prove migliori di tutta la carriera del Page “violinista”. Il botta e risposta con Plant è altrettanto spettacolare. Page invoca demoni e paure primordiali, quelle che gli esseri umani  nel corso di migliaia di anni si sono create nell’animo, e quando accenna Mars, The Bringer Of War di Gustav Holst, beh non ce ne è più per nessuno. Per una volta non bisogna saltare questa parte strumentale, qui a Berkley fu così efficace da irretire qualsiasi anima.

La cosa quasi incredibile di quegli anni è vedere come Page riesca a mantenere altissimo il livello delle improvvisazioni di chitarra anche verso la fine del pezzo, dopo 20 minuti di assoli e parti chitarristiche non dovresti più sapere cosa dire, lui no, anche dopo l’ultima strofa, prima della chiusura, invece di chiudere si mette ad improvvisare ancora con risultati sorprendenti. Purtroppo qui il finale termina bruscamente a causa di un taglio nella registrazione.

Intorno al minuto 15 Plant cerca di cantare BACK IN THE USA di Chuck Berry, il rock and roll classico su quelle intelaiature occulte sembra un ossimoro, l’effetto è curioso.

Led Zeppelin, Berkeley sept 1971

Led Zeppelin, Berkeley sept 1971

Cerco di immaginare cosa significasse per il pubblico ascoltare per la prima volta STAIRWAY TO HEAVEN (il IV album sarebbe uscito in novembre). Ogni tanto durante i primi movimenti si sente qualcuno urlare, deve essere stata una emozione inattesa trovarsi davanti ad un pezzo sconosciuto così bello. Alla fine è comunque un’ovazione. Quando entra Bonham il pezzo acquista quella corposità così magnifica da commuovere. Anche in questo caso l’assolo non è finemente strutturato come quello del 1973, ma rimane ugualmente valido.

RP: John Paul Jones, piano

STAIRWAY TO HEAVEN al momento è un pezzo come un’altro, il gruppo sa che è qualcosa di speciale ma lo posiziona nel mezzo della scaletta, ad esso segue il set acustico che inizia con THAT’S THE WAY.

RP: This is, uh, quite a moving night for me. And, uh, this is also another sitting down song, uh, and we don’t really like people squeaking too much, but it’s cool. This is, uh, this is a thing that got together, um, on a, I was gonna say the Scottish Highlands. I was gonna say the Welsh mountains. But I think it was something like, uh, The Gorham Hotel, West 37th Street, in New York. Here’s to the days when things were really, uh, nice and simple, and everything  was far out all the time. It’s no good clapping, ha ha. And on that theme, it’s not a very good cup of tea you get up here. On that theme, this is, uh, something. Thank you. This is a little thing that goes something like, uh. This is called ‘Going To California,’ which is, uh, somewhere around here. (And the flowers in your hair.) Wish I had. Thank you.

Si prosegue con GOING TO CALIFORNIA. Il pubblico ascolta attento e in silenzio, è l’incanto dato da un concerto dei LED ZEPPELIN: rock durissimo, momenti acustici delicati. Un trionfo anche in questo senso.

RP: Thank you. 

Alla fine arriva il piombo Zeppelin con WHIOLE LOTTA LOVE. Che differenza con il Page del 1977, qui il riff del pezzo è suonato come si deve. Di per sé non è difficile, ma va affrontato con i giusti accenti e convinzioni, qui presenti. Durante la sezione del Theremin si intravede ancora l’armageddon, sebbene qui tutto viri verso l’energia sessuale cosmica. Il medley è una meraviglia. Page e Plant da soli per BOOGIE CHILLUM e quindi raggiunti dalla band per una sfrenata versione di BOOGIE MAMA. L’assolo di Page durante quella sezione è uno dei miei momenti Zeppelin preferiti. Bonham e Jones (e che Jones!) che ci danno di swing e Page che mette in pratica tutto quello imparato da ragazzo. La rock and roll bonanza di HELLO MARY LOU, MY BABY LEFT ME (dovrei citare di nuovo tutti i componenti della band viste le magnifiche prove di ognuno) e MESS O’ BLUES, e quindi il possente blues inglese di YOU SHOOK ME con Page alla slide. La voce di Plant rimane potente, corposa e “altissima” anche alla fine di un concerto come questo. LEMON SONG non è altro che il proseguimento del blues di You Shook Me con parte del testo di TRAVELLING RIVERSIDE BLUES di Robert Johnson, quella dove si chiede ad una lei di spremere il limone sino a che il succo non scenda lungo la gamba. Il pezzo quindi chiude nell’approvazione generale. 24 minuti di rock, funk, sperimentazioni, blues, rock and roll. Fantastico!.

RP: Goodnight. Thank you

Io sono da sempre un fanatico della data del 3 giugno 1973, ma qui forse siamo nel punto più alto della storie dei LED ZEPPELIN. In caso inventino la macchina del tempo due biglietti per Los Angeles 1973 e qui a Berkeley nel 1971 me li compro, a costo di vendere le chitarre. Led Zeppelin, the fucking numer one!

(broken) ENGLISH

From 7 September 1968 (although we do have the evidence only from 30/12/1968) to 29 July 1973 the concerts of Led Zeppelin are, in one way or another, almost all spectacular. The group was fit, united, technically at best, creatively at the zenith, psyched, determined, as we say in Italy an iradiddio, the god’s ire in short. Within these five fabulous years there are periods or single shows even more special and cosmic that have become famous among fans. The tour of 1971 in Japan, the German tour of 1973, the  American tour of  the summer of1972, the date of Blueberry Hill (LA Forum 04.09.1970), the date of Three Days After (LA Forum 03/06/1973) and in fact the second date of Berkley in 1971.

The fourth album is gonna be released soon, it will project the group to starry heights, for once huge success and quality of the proposal go hand in hand. Bonham and Jones are the best rock rhythm section in circulation (I challenge anyone to say otherwise), Plant sings like no other in the field of blues-derived rock and Page played like a god. He has not yet enriched his guitar playing with the colors and the typical vocabulary of the period of late 1972/1973 (with that use of the blues scale interpolated with the minor one still unmatched) but 1971 is probably the perfect year of Page as a guitarist in the strict sense. Complete control of the instrument, extraordinary technique, originality, scary attack, experimentation.

The bootleg “Going To California” is a must, if you are a fan sof Led Zeppelin you must have it, period. The vinyl bootleg came out the first time 45 years ago and today we talk about the remastered version of it by DADGAD, a famous italian fan of Led Zeppelin very skilled in cleaning and remastering the band’s old live recordings. The recording is audience, this is not for everyone then, but the quality is quite high and therefore everything is enjoyable even for the casual fans (provided they are confident with bootleg concept).

The Berkley Community Theatre holds 3500 seats, although we were only in 1971 the capacity was too low to accommodate a concert of LZ, so  the band played two dates (13 and 14 September).

IMMIGRANT SONG bursts with explosive charge, Led Zeppelin seem to control with great professionalism the wild vehemence that distinguishes them in the hard rock songs. Page enriches the piece with a final solo and it immediately makes it clear that tonight they will take no prisoners. The stop on the F # low note, then Jimmy pulling the G note on the sixth string, and he starts the HEARTBREAKER riff. During the first few bars of this piece the recording changes from mono to stereo and the listening experience is immediately more pleasant. Listened through headphones, the concert is a bomb. Beautiful solo courtesy of our favorite guitarist. At first the torrential electric waterfall, then the bluesy entr’acte where the public accompanies amused the guitar player and again the electrical storm in pure Jimmy Page style. Before the fast part the instrumental reference to “The 59th Street Bridge Song (Feelin ‘Groovy)” by Simon & Garfunkel “and J.S. Bach’s Bourreée . The Jones and Bonham entry is frightening, they are an incredible force. I can’t help using hyperboles. Led Zeppelin in 1971 are uncatchable,.

RP: You came … then? You should of like last night. Last night there were, um, several bowler hatted beatniks. Uh, ‘Since I’ve Been Loving You.’ …. You remember the last album? Right.

There is a short cut at the beginning of Sibly, it does not mind sice the sound clarity through the blues is here, the group plays with a sublime decision. Bonham’s drums overwhelm, Plant in 1971 is precisely accurate the one of the collective imagination. Jones on organ and the bass pedal, plus the guitar tone that fascinates us so much. Page starts the solo in a slow way, he tries out a bit ‘and  and then he comes back within the ranks. It’s not the same level of July 1973 versions as expressiveness and quality of the solo, but to hear him play in this way it is a bliss anyway. It’s a special night, you feel it. Never heard another (hard) rock band playing that well.

RP: Thank you … I Think We Should call this, uh, ‘Black Dog’   

BLACK DOG was then an unknown piece to the public, as I said the fourth album had not yet been published. The work of the four musicians is superb. In the audience recording everything is balanced. It is impressive to hear Plant sings like that.

RP: Good evening. There was a pollution alert today and I’ve lost my voice. This is one from millions and millions of, uh, years ago. Just When the good things started, uh, checking itself out.

With DAZED AND CONFUSED the witchcraft comes into the picture. The bass and drums are in the foreground while Page evokes the energies of the mysteries of the cosmos with those harmonics that dilate into the wah wah. The quality of the audience recordings are perhaps not for everyone, but it is with them that we can enjoy a bootleg, the atmosphere is captured in full in this. If you wear the headphone it seems to be in the front row and once again you find yourself measuring what LZ were. The song has not the complete structure of the symphony of 1973 DAZED AND CONFUSED, but one senses that the work in progress is progressing very well. Page picks up the bow and began to create the armageddon sounds we all know and the mesmerized audience follows him step by step. A sorcerer and his thousands of followers. Hearing it with the headphones it messes up your mood and it push you thru’ parallel universes of rock. The sound that Page manages to creat scare, it obnubilatse the brain, it expands the perceptions of the mind. The violin bow interlude in this concert is particularly successful, one of the best of the “Page the violinist” whole career. The repartee with Plant is equally spectacular. Page invokes primal fears and demons, those that human beings have been created over thousands of years in their soul, and when he sketchess “Mars, The Bringer of War” by Gustav Holst well, there is no game. For once you should not skip this instrumental section, here in Berkley it was so effective that it ensnares any soul.

It’s almost incredible in all those years to see how Page manages to maintain a very high level of guitar improvisations even towards the end of the piece, after 20 minutes of solos and guitar parts he should no longer know what to say, instead even after ‘ last verse, before closing, he starts to improvise again with amazing results. Unfortunately, the finale here ends abruptly due to a cut in the recording.

At around 15:00 Plant tries to sing BACK IN THE USA by Chuck Berry, classic rock and roll on those hidden frames seems an oxymoron, the effect is curious.

I try to imagine what it meant for the public to hear for the first time STAIRWAY TO HEAVEN (the fourth album would be released in November). Every so often during the first few movements you hear someone yelling, it must have been an unexpected thrill being in front of an unknown piece so beautiful. In the end it is still an acclamation. When Bonham enters the piece acquires the magnificent fullness. Also in this case the solo is not finely structured like that of 1973, but remains equally valid.

RP: John Paul Jones, piano 

STAIRWAY TO HEAVEN is at this time a piece with a “normal” status, the group knows it is something special but they put it in the middle of the setlist and after it the acoustic set begins with THAT’S THE WAY.

RP: This is, uh, quite a moving night for me. And, uh, this is another Also sitting down song, uh, and we do not really like people squeaking too much, but it’s cool. This is, uh, this is a thing that got together, um, on a, I was gonna say the Scottish Highlands. I was gonna say the Welsh mountains. But I think it was something like, uh, The Gorham Hotel, West 37th Street, in New York. Here’s to the days When things were really, uh, nice and simple, and everything was let out all the time. It’s no good clapping, ha ha. And On That theme, it’s not a very good cup of tea you get up here. On That theme, this is, uh, something. Thank you. This is a Little Thing That goes something like, uh. This is called ‘Going To California,’ which is, uh, somewhere around here. (And the flowers in your hair.) Wish I had. Thank you.

It continues with GOING TO CALIFORNIA. The audience listens carefully and quietly, the charm given by a concert of LED ZEPPELIN is all here: hard rock and gentle and acoustic moments. A triumph also in this sense.

RP: Thank you.

The lead Zeppelin arrives with WHOLE LOTTA LOVE. What difference with the 1977 Page, here the riff is played as it should. It is not difficult, but it must be tackled with the right accents and convictions, both things are present here. During the Theremin section you get another sight of Armageddon, although here all veers toward the cosmic sexual energy. The medley is a marvel. Page and Plant alone for BOOGIE CHILLUM and then joined by the band for a wild version of BOOGIE MAMA. The Page solo during this section is one of my favorite Zeppelin moments. Bonham and Jones punp up the swing whiel Page puts into practice what learned as a boy. The rock and roll bonanza with HELLO MARY LOU, MY BABY LEFT ME (I should mention again all the members of the band after considering the magnificent evidence of each) and MESS O ‘BLUES and then the mighty British blues of  YOU SHOOK ME with Page on slide guitar . The Plant’s voice is powerful, full-bodied and “very high” even at the end of a concert like this. LEMON SONG is just the continuation of You Shook Me with some of the lyrics of Robert Johnson’s TRAVELLING RIVERSIDE BLUES, the part where you ask her to squeeze your lemon until the juice run down your leg. The piece then finally closes . 24 minutes of rock, funk, experimental, blues, rock and roll. Fantastic!.

RP: Goodnight. Thank you

I have always been a super fan of the gig of 3 June 1973, but here we have perhaps the highest point of the LED ZEPPELIN live history. If they invent the time machine I gotta buy myself two tickets: one for Los Angeles in june 1973 and one for Berkeley 14 sept 1971, I’d buy them anyway, at the cost of selling my guitars. Led Zeppelin, the fucking numer one!

 

PROG (UK) N.73 (Greg Lake cover) – January 2017

1 Feb

Il nuovo numero di PROG (versione UK) contiene 14 pagine, oltre alla copertina, dedicate a Greg Lake.  Il tributo è affettuoso, ma gli articoli non sono nulla di speciale. Si rende merito alla figura di Greg, ma non ci sono approfondimenti particolari, sono articoli generici che non aggiungono tanto. Questo accade sempre più spesso nel giornalismo musicale, nessuno rischia più nulla, vengono riportati sempre meno dati tecnici, nessuno cerca un punto di vista differente. Detto questo, vedere una rivista con Lake in copertina fa bene al cuore.

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In questo numero sono riportati anche i vincitori del referendum dei lettori. Tutte (tutte!) le categorie sono vinte dai Marillion. Gruppo dell’anno / album dell’anno / miglior cantante / miglior bassista / miglior chitarrista / miglior tastierista / miglior batterista / evento dell’anno. Sono basito. Credo dunque che le copie vendute da Prog non siano poi tante e che la setta del fan club del gruppo si sia adoperata mica poco ad inviare voti. Giusto lo scorso giugno vidi i Marillion alla O2 di Londra, ne parlai – bene – anche qui sul blog ma il loro trionfo assoluto credo significhi che la musica prog qualche problemino ce l’abbia.

L’Intervista principale di questo numero è con Mike Oldfield. Ne segnalo anche una più breve a Fabrio Frizzi, compositore italiano di colonne sonore amante del prog.

Ci sono poi 49 (49!) recensioni di nuovi album ( e 15 recensioni di ristampe).

Costo (in Italia) Euro 13,90.