Uscito nel novembre scorso, questo doppio cd contiene quelle che sono reclamizzate come the complete BBC session. In verità esiste anche la versione cofanetto a sei cd, con tre dischetti dedicati alle interviste (sempre relative alla BBC) e un dischetto di pezzi live 1973-1986, ma ho preferito concentrarmi sulla edizione essenziale dato che inizio ad averne abbastanza di materiale bonus e zavorra, chiaro però che per i fan dei QUEEN in senso stretto e per i completisti la versione a sei cd risulterà comunque appaetibile.
La confezione digipack è dignitosa, il booklet non è niente di speciale, l’artwork in sé è piuttosto misero ma il digipack fa sempre presa su di me.
A differenza dei veri fan dei QUEEN non vado pazzo per i primi anni e i primi tre album, prediligo i QUEEN più maturi, quelli che vanno dal 1975 al 1981 (da A NIGHT AT THE OPERA sino al live di Montreal), tuttavia è difficile non lasciarsi irretire dalla purezza, dalla energia e dall’atteggiamento determinato dei primi anni.
SESSION 1 – 5 FEBBRAIO 1973
MY FAIRY KING mette in mostra le complessità dei primi QUEEN, è un gran bel pezzo del primo Freddie, il quale ci lascia dare un’occhiata ad un pezzetto del proprio mondo incantato. Tra l’altro è la canzone da cui il cantante prenderà spunto per tramutare il suo cognome da Bulsara a MERCURY. Bella versione.
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Segue KEEP YOURSELF ALIVE, compatta come al solito e quindi una delle mie superfavorite: DOING ALL RIGHT, scritta da MAY e STAFFEL al tempo degli SMILE (e anche la loro prima versione del 1969 mi scalda sempre il cuore). L’esibizione presa dalle BBC sessions mi è sempre piaciuta tantissimo. Gran pezzo.
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LIAR con la sua sublime potenza chiude la prima seduta di registrazione.
SESSION 2 – 25 LUGLIO 1973
SEE WHAT A FOOL I’VE BEEN mi colpì sin dalla prima volta che la sentii, credo sul bootleg A RAPSODHY IN RED. Se c’è una cosa che i QUEEN non sono è essere un gruppo di derivazione blues ma MAY, essendo chitarrista cresciuto negli anni del blues revival inglese, qualche imprinting se lo porta dietro. In realtà il pezzo è costruito intorno a THAT’S HOW I FEEL di BROWNIE McGHEE, ma resta comunque un episodio di grande spessore: blues nero filtrato attraverso la cultura musicale bianca europea. Peccato che MAY abbia avuto modo di fare delle sovraincisioni, un assolo con meno enfasi ed effetti sarebbe stato perfetto.
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Il problema che ho in generale con le BBC sessions è che certi pezzi si ripetono spesso (basta pensare a quelle dei LZ) anche a pochi mesi di distanza, qui è il caso di KEEP YOURSELF ALIVE e LIAR.
SON AND DAUGHTER discende direttamente da LED ZEP, BLACK SABBATH e DEEP PURPLE, dal primo hard rock inglese più nobile; chiara anche l’influenza di JIMI HENDRIX.
SESSION 3 – 3 DICEEMBRE 1973
Di nuovo hard rock, stavolta scritto da MERCURY, ORGE BATTLE è meno ripulita e più diretta rispetto alla futura versione da studio. MODERN TIMES ROCK AND ROLL è tipica del primo TAYLOR, un sorta di punk rock ante litteram vestito di glam. Ancora MERCURY alle prese con l’heavy rock in GREAT KING RAT. Chiude la session una nuova proposta di SON AND DAUGHTER.
SESSION 4 – 15 APRILE 1974
A MODERN TIMES ROCK AND ROLL dell’aprile del 1974 segue il quadretto mercuriano di NEVERMORE e infine WHITE QUEEN, l’idea della donna perfetta di MAY.
SESSION 5 – 4 NOVEMBRE 1974
NOW I’M HERE di MAY è uno dei superclassici rock del gruppo e qui è esposto molto bene. STONE COLD CRAZY è davvero tiratissima e FLICK OF THE WRIST la segue con convinzione, non sono pezzi che amo ma è comunque una esperienza ascoltarli qui nelle BBC Sessions, perchè lo senti tutto l’impeto magico del gruppo di quegli anni. Chiude la quarta seduta TENEMENT FUNSTER, uno dei pezzi un po’ bislacchi di TAYLOR.
SESSION 6 – 14 NOVEMBRE 1977
Questa è ovviamente la mia session preferita, NEWS OF THE WORLD è uno dei due album dei Queen con cui sono cresciuto (l’altro è A DAY ATHE RACES). WE WILL ROCK YOU versione classica è seguita dalla versione veloce che qui nelle BBC sessions mi piace un bel po’.
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Ammiro JOHN DEACON, sia come bassista che come autore. SPREAD YOUR WINGS è un gioiellino. Che gran pezzo! Questa trasposizione è simile a quella ufficiale apparsa su NEWS OF THE WORLD, certo però più diretta e carica con un grande assolo finale di BRIAN MAY. Uno spettacolo. Che gruppo!
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Non fosse per l’amore spropositato e un po’ inspiegabile che ho per SOMEBODY TO LOVE, IT’S LATE sarebbe certamente la mia canzone dei Queen preferita. Ho una predilezione per i pezzi di BRIAN MAY e questo li supera tutti. Qui negli studi della BBC la batteria di TAYLOR ha un suono che mi piace un sacco. Peccato il pezzo sia interrotto a metà per lasciare spazio ai vocalizzi pieni di effetti di MERCURY, vocalizzi che non ho mai sopportato granché.
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Si chiude con un altro masterpiece, MY MELANCHOLY BLUES…finale perfetto, con un assolo bluesy e obliquo di MAY. Trionfo.
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Mi fanno scappar da ridere i puristi del Rock, quelli che il lignaggio lo riconoscono unicamente se si tratta di Rock americano e di gruppi da intellettuali tipo King Crimson…i QUEEN sono criticabili per certe mosse da centurioni fatte negli anni ottanta, ma ciò non toglie che per diversi anni, nei settanta, sono stati un gruppo rock entusiasmante. CD consigliato. Rock save the Queen.
In questi ultimissimi mesi WINSTON REMASTER, noto fan del pianeta Zeppelin, ha pubblicato i remaster della seconda parte del tour del 1980 dei LZ. Il suo labour of love è disponibile sulle consuete piattaforme di download bootleg che ricordiamo sono assolutamente legali e sono frequentate da appassionati interessati alle registrazioni dal vivo. Non si tratta di pirateria dunque, ma di “scambio” di materiale live tra fan che non interferisce col materiale pubblicato ufficialmente dagli artisti.
Il segreto per gustarsi i concerti dei 1980 dei LZ è ascoltarsi bootleg tratti da fonte “audience”, semplici registrazioni fatte da qualcuno tra il pubblico con un registratore. Sì, meglio quelle piuttosto dei bootleg soundboard (registrazioni prese dal mixer), spesso troppo secchi e in questo caso impietosi nel mettere alla berlina il fragile chitarrismo dell’epoca di JIMMY PAGE. Ecco dunque perché scelgo di parlare del concerto di Monaco piuttosto che concentrarmi sui soundboard delle tre date precedenti. Mettersi in cuffia, magari sdraiati sul divano e con due dita di Matusalem invecchiato 15 anni a portata di mano, in una serata libera è l’ideale per ritagliarsi l’illusione di assistere ad un concerto del proprio gruppo preferito. La registrazione audience del concerto di MUNICH del 5 luglio del 1980 è eccellente, non è dunque faticoso mettersi all’ascolto del bootleg in questione. I pochi vuoti lasciati dalla fonte n.1 sono riempito con la fonte n.2, la qualità scade un po’ in quei momenti ma è tutto transitorio.
Come sempre scarno l’artwork di WR, ma è bella la foto scelta per la copertina con Simon Kirke alla batteria e con Jones e Plant sorridenti, foto che personalmente non avevo mai visto.
TRAIN KEPT A-ROLLIN’ apre il concerto, tirata al punto giusto non fa prigionieri, sebbene all’epoca mica tutti i fan conoscevano quel pezzo reso famoso dagli YARDBIRDS e usato dai LZ per aprire i primissimi concerti del 1968/69.
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La ferocia con cui il gruppo affronta NOBODY’S FAULT BUT MINE è notevole. Siamo agli albori degli anni ottanta, la musica sta cambiando, l’atteggiamento dei LZ è consono al mood in voga. Dall’assolo si capisce che non siamo davanti al PAGE di THE SONG REMAINS THE SAME (il live del 1973), ma il tutto risulta convincente. Molto bello l’attacco del basso Becvar di JONES. Finito il brano PAGE si avvicina al microfono.
JP “Good evening. Good evening! Right, a happy gathering? Yes. Well we got a little number now from the annals of rock history, and it’s called ‘Black Dog.’
Con l’ascolto in cuffia la potenza del gruppo è impressionante nononstante la precaria condizione fisica e psichica di PAGE e BONHAM. Di nuovo il basso Becvar 8 corde su BLACK DOG è spaventosamente efficace.
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PLANT saluta il pubblico.
RP “Well alright! Uh, it’s very nice to be, to, uh, good evening to Munich, Munchen. It’s been quite a while since we’ve been here, nonetheless, we haven’t been wasting our time. Before we carry on there is a plea from the front here. If you could move back a little bit, there’s lots of people gettin, uh, so can you move back one meter please, everybody. From the back, from by Benji is what we have hope. Move back. Thank you. I trusted that you could do that. This is a track from the last album, In Through the Out Door. It’s called ‘In The Evening.’
IN THE EVENING viene accolta con grande calore, l’album IN THROUGH THE OUT DOOR uscito l’anno prima, non sarà oggi uno dei capisaldi del gruppo, ma ricordo che allora fu un gran successo in termini di vendite anche qui in Europa. Forse un pelo veloce la versione dal vivo di questo pezzo, con un incedere meno frenetico avrebbe mantenuto il groove greve che avrebbe giovato alla performance. Inizio concerto ad ogni modo assai possente, quattro pezzi veloci, quattro cannonate.
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RP “Eye thank yew. It’s, uh, it’s getting a little warm in here, yeah? This is, uh, a song that will maybe cool things out just a touch. It’s a little quieter, and a little more laid back. It’s called ‘The Rain Song.’
Non appena il pubblico risente il famigliare giro inizale scatta l’ovazione; anche in THE RAIN SONG il chitarrista parte troppo veloce, ma d’altra parte erano anni di alterzaione chimica per PAGE, normale purtroppo che si facesse prendere dalla foga del momento. Il lavoro chitarristico è spartano, mancano le finezze e gli abbellimenti del 1973. Bravissimo JONES con la pedaliera basso; PLANT canta le parti lente con molto pathos.
Led Zeppelin Munich 5-7-1980
RP “Thank you. May we please, uh, first of all let me thank you. And certainly, can you keep on moving back? ‘Cuz there’s a lot of people here who aren’t enjoying it as much as you are, so just push it back a little bit. This is not Wolverhampton Wanderers winning the European Cup Final, you know. Eye thank yew. It’s a song that deals with the preoccupation for, uh, the southern states of, uh, United States of America. It’s about Texas. It’s called ‘Hot Dog.”
HOT DOG, pur essendo un pezzo sciocchino e semplice nello sviluppo, chitarristicamente parlando è piuttosto impegnativo, non è dunque del tutto comprensibile il perché fu messo in scaletta in quegli anni. Come di consueto durante l’assolo PAGE evita le difficili frasi della versione da studio e se la gioca su note tirate allo spasimo con lo stringbender. Va evidenziato ancora una volta il gran lavoro di JONES che mentre suona una parte al piano tutt’altro che semplice con i piedi tiene un giro da pazzi sulla pedaliera basso.
RP “Lifting your right hand in the air, please, everybody, right hand in the air. With the fingers spread like this, see. Take them down to your nose and then say, Eye thank yew. After three: one, two, three. Excellent, the show begins”
Il pubblico gradisce molto l’intro di ALL MY LOVE, è chiaro che i nuovi pezzi sono molto apprezzati. Tutto bene sino all’assolo di PAGE, al solito sconclusionato. Salta all’orecchio di quanto JONES fosse imprescindibile nei latter days dei LED ZEPPELIN. Quando suona in contemporanea tastiere e pedaliera basso è in modo evidente il punto focale del gruppo. Bello comunque il finale del pezzo.
RP “Ok, we’re gonna hot things up a little bit, but you gotta move back in exchange. Just push a little bit. Push, push, push! Move it back a little bit. Eye thank yew. Ok, well we’ll dedicate this to all the wonderous times that we’ve all had in Munich, both recording here, and all that sort of thing, and, uh, and, uh, especially to Vera, wherever you are, Vera.”
In TRAMPLED UNDERFOOT il pubblico tiene il tempo con le mani, pur essendo un pezzo dal punto di vista strumentale vagamente sinistro la voglia di ballare e di lasciarsi andare non viene meno. Il gruppo è solido e convinto e sembra quasi che voglia cantarle ai gruppi punk del periodo…vecchi dinosauri un cazzo sembra vogliano dire; JONES pompa sul clavinet che è un piacere. Assolo tipicamente trascendentale da parte di Jimmy. Hardrock-funk psichedelico.
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Led Zeppelin Munich 5-7-1980
SIBLY è il sesto pezzo di fila con JONES alle tastiere. Il pubblico tiene il tempo sul terzinato del più bel blues bianco di sempre. JONES al piano elettrico pulito fa scendere un manto di candore quantomeno insolito rispetto alla carnalità elettrica del passato. Le differenze tra il PAGE del 73 e quello del 1980 si notano tutte in questo blues. Non ho mai capito il perché dell’allungamento della parte dedicata all’assolo di chitarra proposta negli anni 1979/80. Sarebbe stato uno stratagemma efficace per far risaltare ancora di più il cosmico chitarrismo di PAGE del 1973, ma nel 1980 forse non era il caso.
RP “Thank you very much. Jimmy Page was on guitar there. Now as this tour is the first tour we’ve done for three years and, uh, it’s been quite an, uh, an interesting sketch actually, but it’s getting a little bit towards the end now. We’ve got one more show after this, and then who knows, you know? Perhaps we’ll have to do another one after that one. But this is about where it leaves us, ‘Achilles Last Stand.”
Pure la scelta di suonare ACHILLES LAST STAND, pezzo impegnativo, con un PAGE un po’ in confusione non fu azzeccatissima. Il Becvar 8 corde di JONES comunque spinge a tutto vapore. L’assolo di chitarra non è un granché; a circa metà pezzo la qualità audio peggiora per poi tornare a quella ottima della source 1.
Anche in questo concerto trova conferma il fatto che JOHN BONHAM fa giusto il suo nl tour del 1980. Rimane il batterista formidabile che conosciamo, ma il suo drumming è più controllato e meno appariscente.
RP “A little virtuoso piece, and there are a few about. Jimmy Page, guitar.”
Altra scelta discutibile fu quella di riproporre i lunghi ricami chitarristici di WHITE SUMMER / BLACK MOUNTAIN SIDE, un poco per l’inadeguatezza rispetto ai tempi musicali che correvano in quegli anni un po’ perché PAGE non era in grado di offrire prestazioni convincenti. WHITE SUMMER ad ogni modo entusiasma il pubblico nella parte veloce con BONHAM a supporto. Il pubblico torna a scaldarsi durante il giro di BMS. Tra i tanti orpelli ridondanti PAGE porta comunque in scena alcune figure molto molto interessanti, fino a che il tutto non sfuma in KASHMIR, che si distingue per una coda finale interminabile…sembra quasi che i tre musicisti non sappiano decidere quale sia il giro conclusivo.
RP “John Bonham was on drums, John Bonham. John Henry Bonham, ‘Moby Dick.’ Well, alright.Did that sound a bit American to you? Sorry about that”
Page parte con l’arpeggio di STAIRWAY a cui segue il prevedibile boato. La velocità data al brano è ancora errata, troppo veloce, ma l’arpeggio ha sempre un qualcosa di virginale e candido, l’incanto è assicurato. In momenti come questo mi chiedo ancora come abbia fatto a perdermi il concerto di Zurigo di qualche giorno prima. Uno dei miei rimpianti più grandi.
Led Zeppelin Munich 5-7-1980
Al “Does anybody remember laughter?” la risposta del pubblico è commovente. La versione convince e anche l’assolo di Page non è niente male, da segnalare l’accompagnamento reggae. In cuffia si percepisce la convinzione del gruppo e il sound tutt’altro che spiacevole, ricordo che in quegli anni tutti i grandi gruppi Rock avevano un sound spesso modesto e incerto. La frase finale cantata insieme al pubblico dà qualche brivido. Plant saluta un pubblico a quel punto caldissimo.
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RP “Good evening! I said, good evening! Good evening!! Eye thank yew”
Il gruppo torna per una tonante ROCK AND ROLL. Ancora, sembra una risposta al punk in voga all’epoca. Assolo di Page sghembo mentre Plant appare molto determinato.
RP “Thank you. Thank you very much. It’s extremely nice of you. Right now we’re, uh, before the clubs shut we’d like to do, uh, one more. We’d also like to say that what you read in the papers today, and in the … magazine, is not true. The doctor isn’t in fact behind the stage, he’s playing the drums. And we’re gonna bring on a drummer, a very good friend of ours, uh, a guy from a group called Bad Company. Does anybody remember Bad Company? Simon Kirke on drums. Simon Kirke. Another man from mother England, Simon Kirke. And this is gonna be, uh, a little bit of an experiment for the, uh, next show that you’ll have in town. In other words, it sells more if there are more people on stage. Thank you.”
Per WHOLE LOTTA LOVE si aggiunge alla band SIMON KIRKE della BAD COMPANY. Page accenna a MOBY DICK e poi si lancia nel riff che immortale il piombo zeppelin nella sua precisa essenza. La doppia batteria aggiunge ulteriore groove, il gruppo si lancia in una furiosa sezione funk compresa tra la fine del secondo ritornello (cantato dal pubblico) e l’assolo di Page. I cinque musicisti sperimentano e improvvisano, ci sono dei cambi di tempo sempre sull’onda del funk più spericolato e dissoluto. Le sei frasette dell’assolo di chitarra sono suonate in modo quasi ridicolo. C’è da chiedersi perché Page non abbia mai voluto ripassarle o suonarle nel modo classico e abbia sempre preferite, negli ultimi due tour, gettarle via senza motivo. Seguono ad ogni modo BOOGIE CHILLUM e BOOGIE MAMA. Il risultato non è esattamente quello del film THE SONG REMAINS THE SAME (sempre NY 1973), ma va riconosciuto a Page il coraggio: buttarsi (nelle sue condizioni) in parti come quelle non è da tutti. Il risultato non è malaccio. I ragazzi chiudono un po’ a fatica la sezione rock and roll, si sente che stanno improvvisando, ma per il finale di WLL tornano in pista con la potenza della doppia batteria.
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RP “Simon Kirke on drums. Goes to the back of the stage, where there’s, uh. Thank you very much, Munchen. Good night and thank you very much, good night.”
Questo di Monaco di Baviera fu il penultimo concerto dei LED ZEPPELIN. Due giorni dopo a Berlino per il final acclaim e nemmeno tre mesi dopo, con la morte di BONHAM, la chiusura definitiva. Rimane questa testimonianza, questa gran bella registrazione audience che ci lascia cintendere che, sebbene alle prese con uno stato di forma certamente non ottimale, vedere i LZ in concerto era comunque una esperienza da non lasciarsi sfuggire.
Il seguente spezzone video è relativo a Munich 5-7-1980
(e non a Zurich come erroneamente scritto nel corso del filmato)
Per chi fosse interessato l’album del 1999 del mio gruppo CATTIVA COMPAGNIA è disponibile sulle piattaforme digitali, allego il link di alcune di esse:
Solstiziereggio a ritmo di blues in questi giorni, tutto sommato quello tra il 13 dicembre e il 24 è il periodo dell’anno che mi piace di più, i dodici giorni che preferisco. Non amo l’eccesso di decorazioni, i sentimenti forzati, il romanticume che ci propinano, non amo le forzature provenienti dagli stati uniti, ogni volta che in un film o in una pubblicità vedo un babbo natale che fa “ho ho ho” mi vien voglia di vomitare, tuttavia amo l’atmosfera natalizia sebbene il culto del cristianesimo abbia da tanti secoli sostituito il culto del sole. Il gesto di scambiarsi un dono, una buona parola come augurio per la nuova stagione è uno dei pilastri dell’umanesimo. Sarebbe bello avere un po’ di neve, un manto bianco che per un giorno o due ci faccia rallentare, che ci riporti un po’ di candore, che ci faccia illudere che per un momento siamo meno meschini di quello che in realtà sembriamo. Cerco di evitare i trabocchetti dell’umore, degli impicci quotidiani e mi rifugio nei bagliori delle luci ad intermittenza, nei sentimenti di felice malinconia che ogni dicembre mi porta in dono. Detto questo, naturalmente vivo e osservo le minuzie quotidiane a cui un uomo di blues miserello come me è sottoposto.
WORKS
La tipa della reception ci fa accomodare in una delle due sale riunioni. Sono insieme alla mia socia Kerlit, a minuti abbiamo una riunione con un cliente. Ci accomodiamo. Lei scrive su un grosso blocco note i punti salienti da affrontare, io riguardo un paio di documenti e poi volgo lo sguardo all’alto soffitto dell’edificio. Vengo da giorni di ascolto di CLASH (il primo e il terzo) e FINARDI (1976/79), il mood è un po’ ribelle, fatico più del solito nel “far la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarmi da persona civile”. Entrano i due della controparte. Affrontiamo subito le questioni meno simpatiche, me ne occupo io, quindi procediamo sulle restanti faccende, se ne occupa la Kerlit. In alcuni momenti l’attenzione cerca di sfuggirmi, nella testa mi frullano i soliti blues: le mie canzoni, i miei racconti, il Rock, l’Inter, la donna scarlatta, il Paul Gauguin blues: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Scuoto il capo, riacciuffo l’attenzione e la incollo al tavolo. La riunione dura più o meno 90 minuti. Usciamo. Sono le 19. E’ una sera cupa, nebbiosa, fredda. Salgo sulla Aor-blues mobile. Aziono lo scalda sedile. Sul lettore ENZO JANNACCI 1975-79.
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QUELLI CHE… e FOTO RICORDO sono due tra i più bei album di musica italiana e il JANNACCI di quegli anni è la colonna sonora perfetta per questa serata: sono nella Regiun Lepidi county e sto andando al paesello natio, ho una cena col mio amico, quello che è carne della mia carne, quello con cui ho passato parte dell’infanzia e tutta la adolescenza, quel tipo di amico che ti capisce come nessun altro, a maggior ragione quando sei sul procinto di ricordare gli anni andati e sei travolto dalla nostalgia.
LET IT BICCIO
Veleggio a velocità di crociera, quando deve rallentare in prossimità di centri abitati mi diverto ad osservare i lampadari che si intravedono dalle finestre illuminate. Quasi tutti sono di una bruttezza inenarrabile. Quelle che osservo sono case o palazzine degli anni sessanta e settanta, ma immagino ci viva anche gente di generazioni più recenti, e nessuno che abbia sentito il bisogno di cambiare il lampadario. A forza di guardare cose brutte, ci si abitua a non ricercare il bello, a non cercare stimoli per l’animo. Mi piacerebbe che nelle scuole insegnassero il senso per il buon gusto, perché non è vero che è bello ciò che piace, è bello ciò che è bello.
Parcheggiare a Nonantulae ormai è come cercare un biglietto di un concerto di un grande nome del Rock un’ora dopo che i tagliandi sono stati messi in vendita. D’accordo che si è passati in pochi anni da 10.000 a 15.000 abitanti, ma ogni sera che vengo sembra che ci sia la reunion dei Pink Floyd. Trovo un buco. Mi stringo nel paletot, svolto l’angolo e lo vedo, sotto la Torre dell’Orologio. Biccio, il mio amico, è identico a come era sua padre…mi sembra di essere proiettato indietro nei decenni. Ho prenotato al BISTROT PREMIERE, piccolo e accogliente locale sotto la Clock Tower. Tortellini in brodo, Faraona D’Autunno e Lambrusco. C’è qualcosa di meglio? Parliamo fitto fitto per un paio d’ore. Essere sempre rivolti al passato non sarà il massimo, ma rivivere nei discorsi certe esperienze rafforza le radici, aiuta a volte a comprendere meglio il presente. Magari i decenni della nostra infanzia e adolescenza, gli anni sessanta e settanta, sono stati davvero meglio di questi ultimi (beh, francamente non ci vuole granché) ma il tutto è filtrato attraverso i nostri sedici anni, ed è naturale che ci sembrino più belli quegli anni lontani, eravamo ragazzi, avevamo il futuro davanti e meno preoccupazioni. Non eravamo a New York o Londra, bensì in un paese di provincia, ma tutto sommato ci sentivamo ugualmente titanici dinnanzi al futuro.
Usciamo e ci giriamo due volte il centro. Un flashback ci rapisce, ritorniamo al 1977, rammentiamo con chiarezza una sera di dicembre, esattamente 39 anni fa, … facevamo la stessa cosa, respirando le suggestioni blues che respiriamo oggi, in fondo siamo rimasti gli stessi.Le luci dei lampioncini che si riflettono sulla pavimentazione di via Maestra Del Castello, noi due che parliamo della vita, delle speranze, delle disillusioni, dei nostri sogni, le vecchie mura del paese che pazientemente ci stanno a sentire.
Locus Nonantulae una sera di dicembre 2016 – foto TT
La nostra Inter, le nostre fighe, i Genesis e i Led Zeppelin, le cazzate fatte da ragazzi…non si può chiedere troppo a due uomini di una (in)certa età come noi, ricordare i bei tempi è naturale, il futuro spaventa, il passato è un qualcosa di famigliare a cui appoggiarsi nei momenti di difficoltà, sì perché aver raggiunto questa età mette in difficoltà uomini come noi, chi se lo spettava che la avremmo raggiunta così in fretta e a velocità supersonica?
Biccio e Tim alias Joe & Slim – Locus Nonatulae 15/12/2016 – autoscatto
Mi chiedo quanta pazienza debba aver portato Biccio, come “tastierista” deve aver passato momenti non facili con un “chitarrista” come me, ma se siamo ancora qui, legati da un forte affetto, significa che deve essere passato sopra alle asperità del mio essere. Salgo sulla sua macchina mentre mi accompagna alla mia. Nel lettore ha il doppio dal vivo ELP Live At Nassau Coliseum ’78, un bootleg ufficiale. Lo abbraccio e ci diamo appuntamento al prossimo anno (quindi a tra due o tre settimane insomma). In macchina, mentre torno, seleziono la nostra canzone.
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LED HEADS talking about Jimmy Poige
Conversazione esoterica col mio amico STEFANO LUMMI di Roma sul messanger di facebook (Stef mi manda un commento a proposito delle foto limited edition che Page pubblicizza e vende in questi giorni sul suo sito a prezzi alti).
WARNING: for Zeppelin fans only!
SL: “sono nauseato. Le cose per me stanno così: ‘sti fotografi che hanno immortalato Page in passato sono in bancarotta. Hanno telefonato a Jimmy chiedendogli se poteva autografargli ‘ste foto di merda per poi venderle a 3000 euro ognuna. Il nostro per pietà ha acconsentito”.
TT: “Che i fotografi nell’era internet dove tutto è disponibile e gratis abbiamo bisogno di soldi è indubbio. Però in generale lui ci tiene a far pagare salato gli articoli Limited Edition…”
SL:” solite storie Tim….. spreco immane di tempo e talento…”
TT: “Guarda Stef io cerco di non pensarci … sono razionale e tutto sommato illuminato ma non voglio rovinare del tutto l’ardore che sentivo e sento per lui. Dormire sugli allori, lui non fa altro, atteggiamento disdicevole ma voglio concentrarmi sul tour europeo del 1973, voglio continuare a sognare…il presente di Page è tragicomico e preferisco rivolgere il pensiero altrove. A proposito, hai un bootleg preferito?”
SL: sì Tangible Vandalism perchè più che i live amo le sessions e gli outtakes e poi ho gusti un po’ necrofili in tema Zep, mi piacciono le cose in embrione, vedere la luce nel buio, amo ad esempio la data di rodaggio a Brussels del 1975, prendono una clamorosa imbarcata su Kashmir, con Bonham che prova delle variazioni e manda fuori gli altri ma l’energia emanata è bestiale.
TT: “Grande. Stef. Abbiamo tutti le nostre ossessioni. Io per sentire inediti dei LZ non so cosa farei”
SL:” in termini di pura adrenalina ti dico Montreux 07-03-70 poi ovviamente da anzianotto citerei il mitico Blueberry Hill (LA Forum 4/9/70 ndt)
TT :“Io per il 70 sono fissato con Vancouver 21 marzo e poi lo sai… Three Days After (LA Forum 3/6/73) é la mia ossessione”
SL: “poi metterei Knebworth (4 e 11/8/79 ndt) miscelando alcune cose della prima data con la seconda”
TT: “Io preferisco Copenhagen 79 (23 e 24 luglio ndt) …uscisse il soundboard fare salti di gioia.”
SL: “la versione di Ten Years Gone del 4 (agosto 79 Knebworth ndt) la trovo superba, nonostante le diverse imperfezioni, Page a pezzi, ma l’assolo finale è pura poesia. Sì, Copenaghen è da brividi.”
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TT: “Anche lì, per Knebworth…sai che state per fare la rentrée, cazzo preparati un po’ meglio no?”
SL: “maledizione sì!”
TT: “Secondo me tra Copenhagen e Knebworth Page non ha suonato la chitarra”
SL: “ad esempio, il lavoro fatto da Kevin Shirley sul dvd (uscita ufficiale del 2003) per Knebworth ha del clamoroso, penso ad Achilles e tu Page mi piazzi il solito solo improvvisato di merda…i nervi guarda…”
TT: “Vogliamo parlare dell’assolo di Whole Lotta Love (sempre da Knebworth 1979 ndt) …ma santo demonio, sono le sei frasette che suoni da 10 anni…vuoi dargli una ripassata e farle bene? È uno stacco iconico non puoi buttarlo via così!”
SL: “gli riconosco un coraggio unico per la sua ostinazione nel cambiare ad ogni show le carte in tavola, ma farlo richiede preparazione…”
TT: “Questo sì, ha molto coraggio, cerca sempre nuove soluzioni anche quando non è il caso.”
SL: “nel film It Might Get Loud riesce a sbagliare anche il riff di WLL”
TT: “Non mi parlare di quello…preferisco dimenticare…anche il mandolino davanti alla Headley Grange fa piuttosto schifo”
SL: “…e lì pensi cazzo, ma è un film, avrà avuto la possibilità di rifare il tutto, rendere il tutto dignitoso…niente, one shot, prendere o lasciare”
TT: “Il fatto è che lui non va in internet, non rivede le cose dunque non gli fanno male come a noi. Certo mi piacerebbe sapere cosa pensa quando ascolta certi bootleg del 77 o dell’80”
TT: “Mah, chiudiamo pensando ai bei momenti, Amburgo 21 marzo 1973, cristo che gruppo…nessuno ha suonato il Rock come loro.”
SL: “concordo, io ci metto anche Vienna però di quel tour. Okay, alla prossima allora, ti abbraccio forte, Palmiro incluso”
TT: “Tutte le date tedesche del 73 sono incredibili! Palmir ricambia con affetto. Ciao Stef. La prossima volta che scendo a Roma ci vediamo.”
SL: “Ci conto”.
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COOP TALES:
Sabato. Lascio la groupie iniziare la spesa mentre io mi fermo al reparto telefonia e piccoli elettrodomestici. Devo comprarmi un rasoio. Prendo il numerino: 35, stanno servendo il 30.
Uno dei commessi parla almeno un quarto d’ora con una donna, sulla quale è ovvio voglia far colpo, si dilunga nel spiegare inezie. C’è poi una ragazza insieme ai genitori che acquista uno smartphone. Hanno le idee chiare, se la sbrigano in fretta. Una signora avanti con gli anni prova a saltare davanti a tutti con la scusa che fatica a stare in piedi. Uno dei commessi le offre una sedia. Lei rifiuta. Ha un forte accento del sud, i capelli lunghi, riccioluti e neri ma la tinta non è perfetta e così sembra male in arnese. Il marito ogni tanto arriva per mettere qualcosa nel carrello: una confezione di cotton fioc, due yougurt… Entra poi in scena Long Tall Sally, una tipa alta almeno 1,85. Vuole uno smartphone per qualcun altro che le ha detto di non spendere più di 70/80 euro. Il commesso le spiega le specifiche del modello che avrebbe scelto, le fa notare che ha solo 512 mb di ram e 8 GB di memoria e che funziona bene ma in internet è piuttosto lento. Ci sarebbe quello con 1 GB di ram e che è decisamente consigliato per avere un minimo di velocità, ma costa 98 euro. La cavallona Sara è indecisa, “sa, mi hanno detto di stare sui 70/80 euro…mi dia il primo”. Finalmente tocca a donna Concetta, la ricarica la vuole da 20 euro. Tira fuori il bigliettino col numero del cellulare e lo passa al commesso. “35, chi è il 35?” “Sono io, vorrei un rasoio”. Il Commesso esce dalla postazione della telefonia, ci avviciniamo alla vetrina riservata ai rasoi “Vorrei quello, il Braun Series 3 340s”. “Ah, ha già scelto allora” mi chiede il commesso, sollevato e incuriosito dal fatto che non starò a tempestarlo di domande per 20 minuti. La scelta è stata semplice: BRAUN era la marca dei rasoi usati da Brian negli anni sessanta, BRAUN recentemente ha avuto come testimonial JOSE’ MOURINHO, il rasoio è nero con il bordo blu. Nella vetrina c’è anche il modello un pochino meno caro, quello da 89 euro, ma è nero con il bordo rosso, non posso farcela, così spendo 30 euro in più solo per il bordino blu…INTER, guarda quanto sono innamorato di te! Mentre pago e aspetto la ricevuta della carta di credito, vicino a me c’è un nero, ha due cellulari in mano, non sono smartphone, ha due numeri in un foglietto e venti euro in mano. E’ vestito in modo sobrio: maglione giallo, scarpe rosse. Evito di giudicare, magari tiene la Roma.
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INTORNO A TE O ALBERO
L’abero della Domus Saurea (courtesy of the groupie) non è uno di quegli alberi di natale da fighini attenti a certe regole del design e del gusto contemporaneo, è un albero di natale con richiami dei decenni passati della terra di cui fa parte. E’ un po’ démodé ma mi piace così.
Domus Saurea 2016 – foto TT
Il presepe laico invece l’ho fatto io. Tra i teneri ricordi d’infanzia, il presepe fatto insieme a mia madre, e la presa di coscienza che feci da adulto, sono ateo, ho trovato un compromesso: fare il presepe con qualche variazione. Nella prima scenetta al posto del bambin gesù c’è il figlio del dio del Rock ad esempio…
Presepe laico di TT 2016 – particolare: Il bambinello Giacomino
la seconda scenetta è rappresentata nel modello Standard (senza camere tonali of course), la statuina della donna con le anfore vicina alla fontana(da cui sgorga acqua vera) proviene dal presepe che fu di mia madre e in qualche modo la rappresenta…
Presepe laico di TT 2016 – particolare: Mother Mary
per la terza scenetta ci sono delle Revolution Blues Variation: è quella dove si canta Adeste Fidel(es) per i due rivoluzionari che dalla Sierra osservano il tutto…
Presepe laico di TT 2016 – particolare: il Che e Fidel sulla Sierra Maestra
Quest’anno fa il suo debutto anche l’alberino illuminato. Non è un abete, ma un semplice prugno, alberello blues.
Il Prigno Illuminato 2016 -foto di TT
Alla Domus Saurea, in questo dicembre inoltrato, sembra di essere nella tundra. La galaverna adorna gli alberi e rende dura la terra. Scendo a prendere sacchi di pellet per la stufa, respiro la nebbia, penso a te.
Galaverna alla Domus Saurea – dicembre 2016 – foto TT
Oggi è il 21, la notte scorsa è stata la più lunga dell’anno ed è ormai passata, abbiamo davanti un lungo inverno ma da oggi i giorni si fanno più lunghi e il sol invictus riprende il suo cammino. Oggi sul blog si festeggiano due compleanni, il mio e quello di Francesco B, ma soprattutto si festeggia la festa del solstizio d’inverno, quella del Sole Invitto appunto; a tutti voi, donne e uomini di blues che vi siete raccolti intorno a questo blog, giunga dunque il mio augurio affinché il padre dei quattro venti gonfi le vostre vele, il sole batta sul vostro viso e le stelle riempiano i vostri sogni. Ricordate sempre che benché il loro corso a volte possa cambiare, i fiumi sempre raggiungono il mare.
Ego benedico vos in nomine Emerson, Lake et Palmer. Il post è finito, andate in pace ad ascoltare il vostro vinile preferito. Buone feste, my pretty boys and girls.
Risistemando i miei archivi è saltata fuori una vecchia videocassetta del mio vecchio gruppo, la CATTIVA COMPAGNIA. La qualità non è un granché, ma rivedere certe cose fa sorridere. Allora io e Tommy eravamo davvero concentrati sulle nostre canzoni. Bei momenti. Quando si poteva proporre quasi esclusivamente materiale proprio nei locali…
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CATTIVA COMPAGNIA
“Sì”
(Tirelli-Togni) – Siae 1991)
Live at WIENNA club, Modena, 3rd may 1991
Tommy Togni – vocals
Tim Tirelli – guitar
Luigi Manni – keyboards
Claudio Saguatti – bass
Mixi Croci – drums
CATTIVA COMPAGNIA 1991:da sx a dx Luigi Mammi – Mixi Croci – Tim Tirelli – Tommy Togni (sotto)
Son due settimane ormai che la Valpadana è immersa nella nebbia. Ci siamo abituati, ma un periodo ininterrotto come questo alla fine ti sfianca e ti sbianca un po’.
Valpadana nella nebbia dicembre 2016
MISTY INTER HOP
Le temperature sono prossime allo zero così sopra al giaccone blu mi infilo anche un ulteriore giacchino impermeabile, quello ufficiale dell’INTER, in questo modo mi scaldo anche spiritualmente, sì perché anche se quest’anno la beneamata mi dà più che altro dolori, ogni volta che do un’occhiata allo stemma stampato sulla giacca mi si scalda il cuore, penso a EPIC BROZO e sono un po’ felice.
Epic Brozo
Domenica si giocherà SASSUOLO-INTER, vorrei andare ma mi sa che salterò, nonposso chiedere alla groupie di venire al freddo e al gelo e far finta di tifare per la mia squadra quando le sue simpatie sono per le maglie neroverdi. Potrei andarci da solo, ma se poi capito in un settore pieno di tifosi del SASSUOLO, chi è che mi tiene a bada? A volte penso che mi piacerebbe abitare a Bergamo e andare a San Siro insieme al mio mentore e amico Beppe Riva, parleremmo di INTER e di ELP e tutto si aggiusterebbe.
PEOPLE
Passo di nebbia in nebbia attraversando i miei territori, mi perdo tra scampoli di quotidiana umanità: il nero che aspetta pazientemente alla fermata dell’autobus, le donne che chiacchierano davanti ai cancelli delle scuole dopo aver lasciato i loro figli, gli addetti alle decorazioni della città che dondolano e rotolano sulle gru per rendere più luminosa l’atmosfera. Il corriere dell’est Europa che si ferma davanti alla palazzina dell’ufficio perché deve consegnare un pacchetto, io che sono per strada e prima che suoni lo chiamo “capo!”, lui che non mi riconosce, ho in testa il bertocco (dell’Inter), “E’ un pacchetto per noi?” Lui che mi guarda con fare interrogativo, io che mi avvicino, lui che capisce chi sono ed esclama “Tirelli!” dice senza esitazioni. Lui che mi allunga il pacchetto, io che gli do una pacca sulla spalla e lui che corre chissà dove a consegnare altri articoli. Mi chiedo se davvero conosce tutti i cognomi di quelli da cui si ferma. Vita dura quelli dei corrieri, soprattutto in questo periodo dell’anno.
Come ogni dicembre sono attratto dalle decorazioni e dalle luminarie, scuoto la testa quando incrocio quelle improbabili…gente senza un minimo di gusto o savoir faire che ornano ringhiere o alberi alla boia d’un giuda. Mi rifaccio però con quelle intrecciate con cura a balconate e alberi. Che belle che sono, filtrate dalla nebbia poi assumono un caratter poetico.
MUSIC IN THE CAR
In macchina JJ CALE sarebbe perfetto con questo tempo, ma rischierei di sprofondare nell’abisso del blues, così seleziono The Singles di PHIL COLLINS. Mi chiedo cosa penserebbe di me Polbi se mi sapesse all’ascolto di un best of di COLLINS, probabilmente mi urlerebbe “Tim, best off!”. Collins tra l’altro non mi è simpatico, ha sempre odiato il prog, ha sempre amato la Motown, che cazzo ci faceva nei GENESIS? Ogni volta che guardo un filmato del gruppo 1971-75 lo vedo imbronciato, scazzato, avulso dal contesto, in più dal 1980 in poi ha trasformato il gruppo in modo discutibile. Non entro nel merito della deriva commerciale, a me i singoli di quel periodo dei GENESIS piacciono (non tutti a dir la verità), il fatto è che gli album sono proprio brutti, tolto un paio di canzoni per disco il resto sprofonda nella mediocrità…COLLINS però era un musicista coi fiocchi, gran batterista, grandissimo cantante, autore niente male, così nella mattina di santa Lucia attraverso la via Emilia ascoltando i suoi singoli da solista;
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quando però, in coda, affianco la macchina di una donna, una che non sembra una pita, una che pare abbia un riflesso della scarlet woman tolgo in fretta Collins, seleziono DEATH WISH II, fingo di dover sistemare lo specchietto esterno, abbasso il finestrino e guardo la tipa con l’espressione del “senti un po’ chi ascolto, baby!“, purtroppo non ottengo l’effetto sperato, lei mi guarda imbronciata come a dire “ma che cazzo di musica di merda questo qui?”.
Dopo qualche pezzo tolgo ad ogni modo Collins, lo reggo al massimo venti minuti, poi mi fa venire il blues alle ginocchia. Nel car stereo entra l’ultimo live di JEFF BECK. El Becko sta diventando come CLAPTON: quando non a cosa fare pubblica un disco dal vivo e io i dischi dal vivo post anni settanta non li sopporto più (infatti mi sa che lo cancello dalla chiavetta).
JOSEPH CONRAD “La Linea D’Ombra” (1917 – RL 2009) – TTTTT
Gran bel romanzo breve questo di CONRAD. E’ un blues profondo e a tratti spaventoso a carattere marinaresco. Una nave con un novello comandante alle prese con strani fenomeni in mari esotici. Metafore e rimandi di vario tipo: l’importanza di fare gruppo, di sacrificarsi per gli altri, l’esperienza come valore essenziale, e il passaggio definitivo all’età adulta, quella della responsabilità. Quell’ombra spessa che inghiotte la nave è il punto attraverso cui un uomo nella propria vita deve passare quando ci si accorge che si è soli davanti all’infinito, che prendere decisioni spetta a noi, che ci si deve esporre in prima persona e nel farlo che occorre essere coscienti del proprio essere. Per un uomo di blues libro da non perdere.
I PRANZI DELLA FESTA, I CRITICI DE LA REPUBBLICA AND THE FLY ON THE NOSE
Domenica dopo essere stato a pranzo dalla Lucy, la madre della groupie, per uno di quei pranzi leggeri tipici dell’Emilia dei giorni di festa: tris di primi (lasagne, tortelli di zucca, cappelletti), bis di secondi (arrosto di vitello e coniglio) e gran finale con zuppa inglese, torno verso la Domus Saurea ascoltando Radio Capital, ai microfoni ci sono Assante e Castaldo, stanno parlando del primo album di PETER GABRIEL. Dicono cose del tipo “A pochi mesi dall’uscita di quel capolavoro che è THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY dei GENESIS, verso fine anno – nel 1977 – GABRIEL sforna quell’altro capolavoro del suo primo album solista…” Ora, magari la pignoleria è disdicevole, ma perché citare date a caso se non siete sicuri (THE LAMB è del 1974, il primo di PG del 1977)? State sul vago, e comunque io da voi – critici musicali de LA REPUBBLICA – esigo di più! Certo, essere un critico musicale generico non è facile, non puoi certo sapere tutto di tutti, ma un po’ più di preparazione non guasterebbe. Non pretendo che sappiate citare a memoria le sei date che i LZ tennero al Los Angeles Forum nel tour del 1977, quella è roba da fan (comunque per la cronaca 21-22-23-25-26-27 giugno) ma l’anno di uscita di THE LAMB lo dovete sapere. Tra l’altro adesso è facile parlare bene del primo di PETER GABRIEL, ma all’epoca i primi due furono stroncati dalla critica. GABRIEL solista diventò l’intoccabile che è oggi solo a partire dal terzo album. Poi, io sono d’accordo, i primi due di GABRIEL sono da sempre i miei preferiti, ma non è questo il punto. Ogni volta che leggo articoli musicali o che sento speaker alla radio scrivere o dire castronerie circa la musica Rock mi sale la mosca al naso.
DETROIT CALLING
A Detroit c’è la neve. Polbi cerca di sopravvivere. E’ un romano con radici che affondano molto a sud, immagino che quel clima invernale non sia esattamente il suo preferito. Cerco di scaldarlo tenendolo impegnato in conversazioni via sms ed email. Parliamo di vinili e di bootleg dei LZ, gli chiedo quale è il suo preferito, questa la sua risposta:
POLBI: Ho letto il tuo messaggio appena ho aperto gli occhi, con la testa ancora sotto le coperte, mentre fuori si accumulavano montagne di neve.
Quale e’ il mio Bootleg degli Zeps preferito? Domanda difficile, risposta meditata.
In realta’ io non ho un Bootleg preferito, cosi come non ho un album ufficiale preferito. Posso pero’ dirti che il primo Bootleg che ho visto e posseduto in vita mia e’ anche quello a cui sono piu’ legato sul piano emotivo.
Era il mio quattordicesimo compleanno, novembre ’81, e i miei amici capitanati da Fabio Fino, al quale devo la vera scoperta dei Led Zeppelin e di tante altre cose (pensa, sue band preferite Zeps & ELP…mi ricorda qualcuno…), mi regalarono For Badge Holders Only volume 2. (LA 23/6/77) preso al negozio Pop73 nel quartiere Montagnola. Una botta.
Scoprire che esisteva materiale live della band oltre TSRTS, ma anche oltre cazzo, scoprire proprio il fatto in se che esistessero i Bootleg, mi aveva fatto un effetto pazzesco. Roba da veri iniziati, da veri esperti del rock. lo tenevo in mano, lo ascoltavo, e veramente mi sentivo che girava la testa….Keith Moon ospite ai tamburi?!?! Ma sentito dire!! Gli effetti nuovi su No Quarter…Pazzesco.
Andai di corsa al negozio, prendendo due autobus o seduto dietro su qualche motorino, non ricordo, e trovai uno scaffale di vari Bootleg. Dei Led Zeps c’era Knebworth in versione doppio vinile con Plant in copertina, e la foto famosa sul retro (prima volta che la vedevo), costava un sacco di soldi, ma avevo delle riserve in piu’ causa compleanno e lo presi senza pensarci un attimo! Aveva una qualita’ audio inferiore rispetto al primo, e mi resi conto che spendere cifre importanti per dischi che si sentivano male forse non era per me…in fin dei conti avevo ancora un mare di musica da esplorare. E poi anche volendo, altri Bootleg non ne vidi per molti anni.
Ma poi, “Dopo un Lungo Silenzio”, nel maggio del 1990 mentre passavo dei giorni strani a La Spezia, entrai nel piccolo negozio di dischi Killing Floor e vidi un intera vetrina di Bootleg dei Led Zeppelin in cd e a prezzi quasi ragionevoli…non credevo ai miei occhi…tornai a casa con Zurigo ’80 e Dallas ’75, fatti dalla Seagull, credo fosse un etichetta Bootleg italiana legata al negozio stesso, e un catalogo illustrato con mille altre cose per me del tutto nuove. La volta dopo come un coglione lasciai li un cofanetto in vinile Destroyer Cleveland 77 e presi in compenso un triplo West Coast 69 e Bluberry Hills.
Zurigo per me voleva dire Ciao 2001 “Il dirigibile vola alto” e tutti i sogni che mi ero fatto guardando le foto dell’articolo…ma ci pensi, avevo si e no 13 anni…mah, cose da pazzi. E’ ancora e sempre sara’ uno dei miei Bootleg preferiti. La qualita’ audio era enormemente migliorata rispetto ai miei vecchi vinili, e ora avevo una vaga idea di cosa fossero i Led Zeppelin dal vivo quasi per tutto l’arco della loro carriera.
In quel periodo pero’ ero troppo preso da mille altre cose e non andai oltre, accontentandomi di sentire mille volte i cd-bootleg in questione.
Poi, nei primi anni novanta, la mia carissima amica Gaia Lauria mi regalo’ un enorme cofanetto chiamato Cabala, con dentro ogni ben di Dio. Molti cd, spesso con cose che ignoravo del tutto, un VHS (!) e un libro. Ormai mi sentivo un esperto, del mondo dei led Zeppelin sapevo tutto.
Ma ecco che, dopo aver letto un articolo sull’inserto di Repubblica “Musica”, se non ricordo male legato all’uscita di Page/Plant, mi misi in contatto con te…credo che ti feci una telefonata, e che tu mi mandasti per posta il catalogo delle cose che avevi in cassetta…e il resto dopo piu’ o meno 20 anni eccolo qui!
Quindi amico mio, quali sono i miei (che uno solo e’ proprio impossibile per me!) Bootleg preferiti?
Fillmore West 1969 Off Reels
Osaka 29/9/71 Professor Wallofski
LA 3/6/73 Wipe with a Rolling Stone
NYC 12/2/75 Four Blocks in the Snow
LA 23/6/77 Winston Remaster
Zurigo 80
Tutti mandati da te qui a Detroit nelle loro edizioni definitive, e da me raccolti in una minacciosa scatola di legno nero, in salone proprio sopra l’amplificatore.
Se poi proprio dobbiamo tirarne fuori uno, non per la qualita’ del concerto ne’ per l’audio, ma solo per personalissimi motivi sentimentali direi LA 23/6/77.
Uno dei punti di forza della band e’ stato proprio questo rinnovarsi costantemente, in tutti i sensi. Quindi secondo me i Bootlegs che ho elencato sono sei approcci molto differenti alla dimensione live dei Led Zeppelin.
Adoro i miei amici quando vanno così in profondità.
PRAISE THE (DARK) LORD
Così aspetto il natale, o meglio la festa del solstizio d’inverno. La groupie ha già fatto l’albero, io col presepe laico sono in ritardo, ma non credo sarò in grado di esimermi dal farlo, d’altra parte bisogna pur ricordare la nascita del nostro salvatore, James Patrick Page.
Due parole sulla dipartita di Greg Lake dal nostro special guest.
Ricordo bene la prima volta che vidi il film “Pictures At An Exhibition” degli ELP, appena uscito in Italia, dove erano già popolarissimi. Mi trovavo in gita scolastica a Roma e letteralmente scappai per assistere alla prima visione in un cinema della capitale…Rimasi colpito dalla sequenza dove Greg Lake, interrompendo per qualche attimo la maestosa reinvenzione di Mussorgsky, incastonava la sua gemma acustica “The Sage”, interpretata da quella meravigliosa voce da “choirboy” (come diceva il venerabile critico Chris Welch) ed arricchita da altrettanto preziosi arpeggi barocchi: Greg e la sua chitarra acustica…Subito dopo la telecamera indugiava sul pubblico, inquadrando i ragazzi immobili che lo osservavano, come ipnotizzati dal magnetismo del grande artista. Questa era anche l’immagine di un’epoca dove il rock non era solo legittimo scuotimento fisico, ma apertura verso nuovi orizzonti creativi, che inducevano alla meditazione, all’ascolto in mistico silenzio.
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E Greg Lake ha sempre costituito il perfetto contraltare dell’incontenibile furore espressivo di Keith Emerson che aggrediva le tastiere, incalzato dal drumming tornado di Palmer. Le sue leggendarie canzoni folkeggianti, dall’epocale “Lucky Man” a “From The Beginning”, hanno contribuito in modo davvero determinante all’unicità del supergruppo per eccellenza, rendendolo più accessibile al grande pubblico, laddove non giungevano le acrobazie virtuosistiche di Keith. Il taglio melodico di Lake era straordinariamente rappresentativo anche quando non si “isolava” in una dimensione acustica. “Take A Pebble”, con quella superlativa, lirica punteggiatura di basso a rincorrere le divagazioni pianistiche di Emo, è un leggiadro concentrato di arte pura che qualsiasi “studente” di storia del rock dovrebbe conoscere;
Elp first album – courtesy of the Beppe Riva Collection
“Battlefield”, cesellata dalla sua turgida chitarra elettrica, è l’epico vertice di “Tarkus”, la suite più ambiziosa e diversificata a livello compositivo mai scritta.
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Tim, caro amico, si preoccupa che il talento di Lake sia più riconosciuto per la sua militanza nei primi Crimson che negli ELP…Vorrei rassicurarlo, per me non è cosi. Comunque ci conforti sapere che un gruppo imprescindibile come i King Crimson, ha si realizzato grandi album dopo che Greg se ne era andato, ma mai nessuno con l’affascinante e seminale afflato sinfonico del classicissimo “In The Court” o di “In The Wake Of Poseidon”: certamente perché Fripp era un artista che aspirava a nuove sfide espressive, altrettanto certamente perché Lake ha contribuito in modo fondamentale, anche in qualità non riconosciuta di produttore, all’esordio dei Crimson.
Greg Lake
Inutile aggiungere che le sue peculiarità di produttore sono emerse in modo eclatante con gli ELP (ascoltate la forza tuttora immacolata del loro sound) e che il personaggio ha fatto la sua parte trasformando soprattutto la PFM, ed anche Il Banco, in un fenomeno d’esportazione del prog italiano, sotto l’egida Manticore.
Concludo ricordando che Greg ha elargito momenti significativi anche negli anni ’80, certo molto più di nicchia, ad esempio il sodalizio con un chitarrista del calibro di Gary Moore, la fugace apparizione live negli Asia, un album dai seducenti tratti AOR (“Manoeuvres”).
Tutti noi che abbiamo adorato il suo talento ci saremmo accontentati di qualche episodico exploit, come “Songs Of The Lifetime” di pochi anni fa. Tristemente, è invece giunto il momento di scrivere l’Epitaffio di una grande figura del rock.
Credo ci si debba abituare alla perdita dei musicisti simbolo della musica a cui siamo tanto legati, anche le rockstar muoiono, come tutti noi, per scelta, per incidente, per malattia. Come scrivo sempre in questi casi, cerco di evitare commenti sui social network e sul blog, se ne scrive già a sufficienza, ma quando muore uno che ha fatto parte di una delle “mie” band è difficile restare in silenzio. Sapevo che GREG LAKE non stava bene, non aver partecipato ai funerali dello stesso KEITH EMERSON nel marzo scorso fu sintomatico, ma non sapevo stesse così male. Greg è morto il 7 dicembre dopo una lunga battaglia contro il cancro.
Greg Lake
La notizia è arrivata all’improvviso e mi ha schiacciato a terra con una forza gigantesca. Gli EMERSON LAKE AND PALMER sono una delle 5 band che posiziono nel cielo empireo, una di quelle che mi ha reso uomo, che mi ha cresciuto, modellato, raffinato.
Sono un ragazzino, laggiù nella seconda metà degli anni settanta, sono già stato contagiato dall’irresistibile rag-time di HONKY TONK TRAIN BLUES, trovo irresistibile il boogie feel di EMERSON, con gli amici stiamo scoprendo il Rock, uno dei primi Lp che compro è BRAIN SALAD SURGERY…vedo la luce. Un adolescente che viene a contatto con quella copertina (di HR Giger) e con quella musica non potrà mai più essere lo stesso. Rimango folgorato. Musica complessa, completa, magnifica, visual gotico ed esoterico. Mi gira la testa, intraprendo viaggi cosmici, anche se non lascio i city limits di Locus Nonantulae inizio a scoprire il mondo.
ELP BSS 1973
ELP BSS 1973
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In quel momento gli ELP, come gruppo, vivevano sospesi. Dopo i cinque incredibili anni del periodo 1970-74 i tre musicisti avevano bisogno di staccare, ognuno si dedicava a propri progetti (che comunque sarebbero finiti nei due album successivi), ma che ne sapevo io allora, una delle poche fonti a cui mi dissetavo era Ciao 2001, le notizie non erano esattamente disponibili in tempo reale come lo sono ora. Nel 1977 esce WORKS Volume 1. Copertina nera dal grande fascino. In Italia non replica il successo degli album precedenti ma arriva comunque al 5° (quinto!) posto.
Un piano concerto, ballate suggestive, episodi pazzerelli e la maestosità di PIRATES e FANFARE FOR THE COMMON MAN di Aaron Copland. Inizia a girare il video di quest’ultima filmato allo stadio olimpico di Montreal tra neve e strumentazione che all’epoca mi sembra stellare. La ballata di GREG che tira l’album è C’EST LA VIE, è un po’ sdolcinata, non sono sicuro che l’arrangiamento con l’orchestra le sia d’aiuto, ma sono un ragazzino alle prime armi, mi pare comunque bella. Il sentimento di grandeur mi arriva tutto. A quel punto non mi sembrano più nemmeno umani, sono dei.
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Di lì a poco dalla Britannia arriveranno spifferi che faranno un gran male a gruppi come gli ELP, spifferi che comunque apprezzo ed ascolto ma che non mi impediscono di continuare ad amare il grande Rock. Mi immergo negli album del gruppo, mi lascio incantare dalla voce piena e possente di LAKE, dalle sue chitarre acustiche, dal gran lavoro al basso. Il primo album, quello con LUCKY MAN e la m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-a TAKE A PEBBLE, il secondo, TARKUS, con THE ONLY WAY (HYMN), STONES OF THE YEARS, JEREMY BENDER. L’omaggio live a Mussorgsky (e Tchaikovsky) di PICTURES AT AN EXHIBITION, quindi TRILOGY forse l’album più riuscito (e il preferito di LAKE stesso) e il triplo (triplo) album dal vivo WELCOME BACK MY FRIEND TO THE SHOW THAT NEVER HANDS.
Nel 1978 esce LOVE BEACH su pressione dell’Atlantic Records. Il gruppo avrebbe voluto qualche mese di pausa dopo tour interminabili e difficili come quello del 1977 (con i costi proibitivi del portarsi in giro l’orchestra e le relative difficoltà logistiche) e del 1978. L’album doveva essere quello che And Then There Were Three fu per i Genesis, ma i rapporti erano ormai sfilacciati e l’energia non certo sufficiente per produrre un album all’altezza.
Nel 1979 esce IN CONCERT con le registrazioni del concerto del 1977 allo stadio di Montreal, uno di quelli suonato con il supporto dell’ orchestra di 70 elementi. Mi basta guardare la copertina per sognare, per essere preda della magniloquenza del trio, ma il gruppo in quell’anno ormai è in pratica sciolto.
Come dice BEPPE RIVA, giornalista musicale extraordinaire, personale amico e grandissismo fan del gruppo, “le generazioni più giovani non hanno idea di cosa abbiano rappresentato gli ELP negli anni settanta”.
ELP: Greg Lake / Carl Palmer / Keith Emerson
Sì, oggi non è certo hip amare gli ELP, tra le grandi band del rock progressivo sono davvero quelli meno considerati, ma allora erano tra “i giganti che camminavanao sul pianeta terra”. Basta guardare il cartellone del Madison Square Garden dell’estate del 1977, subito dopo i LZ e i PF ci sono loro…tre date consecutive al MADISON SQUARE GARDEN allora erano in pochissimi a poterle fare.
Concerti dell’estate del 1977 al Madison Square Garden del 1977.
GREG LAKE fu naturalmente anche il cantante, bassista del primo (e secondo) album dei KING CRIMSON, probabilmente l’album più celebrato del genere in questione. Molti in questi giorni si ostinano ad accostare GREG soprattutto a questo album, ritengo sia una forzatura, perché prima di tutto LAKE è stato uno dei due pilastri degli EMERSON LAKE AND PALMER, gruppo per cui, tra l’altro, produsse i primi sei album, quelli del grande successo; senza contare poi che scrisse la più bella, sincera e onesta canzone sul natale.
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Greg Lake
Adesso che se ne è andato mi sento un po’ più solo, certo avrò il confronto dei dischi, dei bootleg, del ricordo del loro concerto durante la prima reunion, quella del 1992, nel magnifico anfiteatro romano dell’Arena di Verona, ma sento che il mio mondo si sta sgretolando. Figure su cui potevo spiritualmente contare ormai non ci sono più. Anno un po’ difficile questo 2016, prima mio padre, poi Keith Emerson e adesso Greg Lake. Si va avanti naturalmente, ma i vuoti lasciati rimangono.
Scivolo all’interno di dicembre con la mia solita verve, quel misto di malinconica razionalità e tonica sofferenza. Le mattine si fanno fredde, la campagna gela, il sole pallido e senza fiato. La Domus Saurea indossa le sue vesti invernali a cui ormai sono affezionato.
Cold countryside at Domus Saurea – photo TT
La Aor mobile si sta lentamente trasformando. Non è ancora una blues mobile, se mai lo diventerà sarà sempre una blues mobile radical chic, ma sento che siamo spiritualmente più vicini, sempre che si possa essere spiritualmente vicini ad un veicolo munito di ruote spinto da un motore solitamente a scoppio e condotto da un guidatore. Però la sento più mia, ed io mi sento più suo. Ad esempio lei si sente più a suo agio con la musica che le faccio passare. Sono uscite alcune recenti nuove produzioni di WINSTON REMASTERS (rimasterizzazioni di vecchie registrazioni live dei LED ZEPPELIN a cura di un fan piuttosto noto nel giro degli appassionati) e ogni tanto me le sento in santa pace in macchina. Frankfurt 30/7/1980, Mannheim 2/7/1980…ci vuole un certo fegato per affrontare bootleg del genere (con un Page ai minimi termini) eppure la Aor-mildly-blues mobile sembra affrontare tutto con pazienza. In queste ultime settimane ascolto più spesso del solito i BLACK SABBATH (sarà il continuo confronto con l’amico e maestro BEPPE RIVA), l’altro giorno ho passato SABBATH BLOODY SABBATH e la Tucson non ha fatto una piega. Quando poi ripiego sul blues sembra che sia addirittura contenta: ieri c’era il primo di GEORGE THOROGOOD in rotazione e la macchina filava che era un piacere. Io ricambio. Non guardo le altre macchine, mi faccio coccolare (lascio che azioni i sedili riscaldati), la porto al lavaggio, la faccio dormire in garage… insomma, la nostra inizia ad essere una storia seria.
INTEGRAZIONE
Nell’adempiere ad una delle accortezze che riservo a Sigismonda (la Tucson insomma), mi ritrovo al lavaggio auto di Stonecity. Gli operatori sono solo in due e hanno già alcune macchine da lavare. Sembra che a comandare sia il nordafricano (uno di quelli che può avere tra i 45 e i 65 anni) visto come sprona l’italiano a darsi una mossa. L’extracomunitario mi dice con cadenza modenese “scusa siamo solo in due, mo’ adesso facciamo presto…”. L’accento è quasi perfetto, dà enfasi alla parlata, vuole essere considerato uno di noi, io gli do una pacca sulla spalla, voglio che lo senta tutto il calore della mia terra. Verso la fine del lavoro l’italiano mi dice “Vuol parlare il dialetto ma…è un bravo lavoratore”, io invece apprezzo la sua volontà di integrarsi, usi e costumi della terra in cui capiti… e poi parla il dialetto meglio di tanti emiliani di queste parti. Il mio amico marocchino (ma che ne so, magari è tunisino) mi ringrazia e mi dice “At saluut”, virando di nuovo sul modenese, io rilancio e scelgo la variante reggiana “At salòt” lui ride e corre a pulire l’interno di una altra macchina di questi Stonecitiani che gli devono apparire tutti pieni di soldi. Costo del lavaggio: 20 euro, senza ricevuta. Ah però, l’integrazione ormai è cosa fatta.
Tre dei libricini che ho letto recentemente:
FRANCESCO DE GREGORI con ANTONIO GNOLI “Passo D’uomo” (Laterza 2016) TTT½
Pongo sempre molto attenzione ad ogni uscita di o che riguarda DE GREGORI. Amo i cantautori e amo Francesco, diciamo dal 1978 e dall’album omonimo. Mi ha accompagnato per questi 38 anni, ha fatto di me un uomo migliore, mi rispecchio nelle affinità elettive che (mi pare) ci accomunano. Questo libro però è un po’ difficile. Intendiamoci, la conversazione è profonda, ben scritta e interessante, ma a mio parere poco fluida. Sono anni che De Gregori tiene a farci sapere quello che non è (ad esempio un intellettuale) ma i discorsi suoi e del giornalista Antonio Gnoli sembrano proprio quelli tra due intellettuali. Magari Francesco lo è solo in senso lato, ma ciò non toglie che questo libro mi sembra pecchi un po’ di intellettualismo, atteggiamento che non mi spaventa e che anzi seguo con interesse, ma in questo caso sembra spegnere la piacevolezza della lettura e (per il sottoscritto) del tema (la vita di Francesco De Gregori). Da affrontare con cautela.
FRANCESCO PICCOLO “Il Desiderio Di Essere Come Tutti” (Einaudi 2013) TTTT / “Momenti Di Trascurabile Felicità” (Einaudi 2010) TTTT
Piccolo è un autore e sceneggiatore. Ne Il Desiderio Di Essere Come Gli Anni racconta di come è diventato comunista (a dispetto di un padre che virava a destra) e lo fa mischiando leggerezza e il gomitolo di blues dato dalla sua trasformazione/condizione. Il libro è spassoso, dilettevole, profondo. Tutti i gli eventi italiani dagli anni settanta in poi sono presi in esame e riletti secondo lo spirito dell’epoca dell’autore. Coraggiosa la parte finale dove Piccolo si interroga sugli errori che tutti noi di sinistra abbiamo fatto, quel sentirci (anche se a volte a ragione) eticamente e moralmente superiori che troppe volte ha condizionato la nostra visione dell’orizzonte e della prospettiva. Divertente infine la filosofia della moglie dell’autore, ribattezzata “chesaràmai”, quell’atteggiamento salutare nei confronti della vita che spesso noi uomini di blues non possediamo. Libro consigliatissimo.
Consigliatissimo anche Momenti Di Trascurabile Felicità, una raccolta di brevi e brevissime riflessioni sulle gioie del vivere tipo: “La soddisfazione di infilare il braccio in fondo al frigorifero del bar o del supermercato e tirare fuori la bottiglia di latte con la scadenza più lontana, che qualcuno ha volontariamente coperto per farmi comprare la bottiglia con la scadenza più vicina”
SHAKE MY TREE
Vicino alla palazzina dove lavoro ce ne è un’altra ormai disabitata da tempo. E ‘stata acquistata da un costruttore edile per farne una più consona alla posizione (la zona dei musicista di Stonecity è considerata zona residenziale di alto livello). I lavori inizieranno a breve, pochi giorni fa sono venuti a tagliare il grosso e meraviglioso abete che troneggiava sul davanti. Un albero di, immagino, 50 anni. Ho sentito un dolore quasi fisico. Certo, lo so, serviva spazio, ma sempre più spesso penso che la visione antropocentrica che abbiamo ci porterà alla catastrofe. Le esigenze degli esseri umani vengono sempre prima di tutto, mentre forse dovrebbero essere quelle del pianeta ad avere la precedenza. Certo, fatta la nuova costruzione (ma ce ne era davvero bisogno con tutti gli appartamenti sfitti e liberi che ci sono a Stonecity?) si pianteranno due arbusti che si intoneranno con le nuove linee architettoniche della palazzina e tutto andrà a posto.
‘A LAZIO
Io e la groupie deciso di acquistare uno di quei box a chiocciola per auto, non voglio che la freccia gialla della pianura (la macchina della groupie) rimanga al gelo durante la notte. Già la Valentino Rossi del rock and roll esce di casa alle 6,50 tutte le mattine, se deve anche togliere il ghiaccio dai vetri della macchina è finita. Definiamo il tutto con una aziendina di House-Of-The-Wood Upper (Ca’ Del Bosco Sopra insomma). Il tipo è alla mano e sembra sappia di cosa parla. Mi pare ci possa fidare. Prima di andarmene, dopo aver visto due portabiro della Lazio gli dico “Questi portabiro? Sei laziale? Strano vedere quei colori da queste parti…”. “Ah no, io tengo la Juve, c’era un tipo che li buttava via e io me li sono fatti dare”. Mi sono messo nelle mani di uno che tiene in ufficio non uno bensì due portabiro di una squadra di serie A diversa dalla squadra di serie A per cui tifa. Che dio (Page insomma) me la mandi buona…
ABBESS HOUSE
Nell’andare al lavoro, da Borgo Massenzio a Stonecity, tutte le mattine mi faccio un pezzo di campagna, quella tra Bath (Bagno), Little Court (Corticella) e Saint-Little-Woman (San Donnino) e tutte le mattine passo dunque davanti al ristorante La Badessa. Ogni volta mi dico, prima o poi devo andarci. Domenica scorsa prendo la groupie e mi ci fiondo. Il posto è di livello piuttosto alto, non te la cavi con poco ma ogni tanto bisogna anche trattarsi bene, se si può. Per quanto mi piaccia mangiar bene, ho capito il vero motivo per cui sono andato: sì, certo, il cibo (ottimo), il servizio (eccellente), la location (splendida) ma alla fine ero lì perché l’edificio de La Badessa mi ricorda la Boleskine House (e se vogliamo la Tower House). Una vera e propria house of the holy…
La Badessa
Boleskine House
Boleskine House
Tower House
Groupie alla Badessa – foto TT
ADESTE FIDEL
Penso spesso a Fidel Castro. Ho un forte legame sentimentale e spirituale con Cuba e la sua rivoluzione. Sul blog Alganews trovo un post di una (LIA DE FEO) che non ha certo le mie stesse simpatie ma che leggo con passione. E’ piuttosto lungo, ma per capire cosa fosse e cosa sia Cuba andrebbe letto dall’inizio alla fine.
Ultimamente, per lavoro, sono in contatto con alcune realtà inglesi. Scambio email e telefonate. Concludo spesso scusandomi per il mio inglese, so che non è perfetto. Una mi scrive “no need to apologise, your English is very good! Much better than my italian.” Visto che il suo italiano è inesistente (o meglio consiste nella conoscenza di cinque parole “amore, alla parmigiana, cibuongiorno, cappuccino”) non mi sembra un complimento, una cosa da dire. Non è la prima volta che mi capita. Britannici, ah!
LET THE MUSIC DIO THE TALKING
Ogni tanto al sabato mi concedo un matinée a Locus Nonantulae, my beloved hometown. Lo faccio anche in questo primo sabato di dicembre. Il cielo è nuvoloso, o meglio tra il molto nuvoloso e il poco nuvoloso senza una posizione di mezzo. Ci fosse qualche grado in meno in alcuni momenti sembrerebbe una giornata da neve. Monto sulla Sigismonda, aziono il sedile riscaldato, accendo il lettore mp3 (argh, lettore mp3!), inserisco una delle 4 chiavette da 64GB, la numero 2 ovvero quella dedicata agli artisti internazionali lettera A – L, seleziono la riproduzione casuale. I brani che arrivano sono i seguenti:
ALAN PARSONS PROJECT (Nucleus)…
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AEROSMITH (Let The Music Do The Talking),
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ELTON JOHN (Love Song),
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MILES DAVIS (Stella By Starlight),
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JOE JACKSON (How Long Must I Wait For You),
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DAVID BOWIE (Station To Station),
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ANGEL (Just Can’t Take It),
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EAGLES (Twenty-One)
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LINDA RONSTAD (You Tell That I’m Fallin’ Down)
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CLASH (Hitsville UK),
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GENESIS (Stagnation)
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Mi sento fortunato e sono grato a mia madre per avermi creato con il chip della musica di qualità nel DNA.
Tutta musica del secolo scorso, come sempre sono ripiegato sul passato… chissà che ne direbbero amici tipo GDC, Polbi e Bodhran, mi lancerebbero di sicuro occhiate di rimprovero, ma non m’importa, la musica odierna non mi dà le stesse sensazioni, non posso sentirmi in colpa per lo stato in cui versa, io ho già dato, se le nuove generazioni sono abuliche e non interessate a sufficienza alla musica contemporanea non può essere colpa mia.
Arrivo a Locus Nonantulae, me lo giro tutto il mio paesello. Respiro scampoli di ricordi. Noto che a 4 anni dal terremoto stanno finalmeente iniziando i lavori per risistemare l’Abbazia e la Torre dell’orologio.
Abbazia di NNT- foto TT
NNT downtown & Clock Tower – photo TT.
Entro a far colazione in un bistrot molto accogliente, proprio ai piedi della clock tower. Mi siedo ad un tavolo, mi gusto l’atmosfera… vengo di nuovo travolto dai ricordi… negli anni sessanta in questo stesso posto vi era la salumeria/drogheria MARCHESI. Ogni tanto ci capitavo con mia madre, le restavo attaccato alla gonna mentre rimiravo nei grandi vasi di vetro le mie leccornie preferite: i mentoni e le caramelline tonde dorate e argentate. Mia madre me ne comprava un po’ e io provavo il sentimento umano che tutti rincorrono: la felicità. Ora che ci penso oggi tre dicembre sarebbe stato il suo 88esimo compleanno, quanto mi manca Mother Mary…
Ricaccio indietro la commozione, mi ribello alla mia condizione di uomo di blues. Faccio i complimenti al gestore per il locale (e per la musica che passa).
Bistrot Premiere- Locus Nonatulae – foto TT
Esco dal bistrot, continuo a scrollarmi i blues dei ricordi, tanto a che servono, ha ragione WOODY ALLEN quando dice che ogni 100 sulla terra c’è un reset dell’umanità…io non penso sia nichilismo, ma una semplice constatazione dello stato delle cose
…così cerco di sopravvivere alla belle meglio e mi metto alla ricerca della mia scarlet woman; incontro diverse rosse ma nessuna ha il riflesso crowleyano che cerco, e allora seguo la corrente e mentre guardo le decorazioni natalizie canticchio Winter Wonderland.
GATTI
Con l’inverno il mio rapporto con i gatti si fa più intimo. Due delle tre gatte che vivono fuori tendono ad entrare in casa ad ogni occasione e anche Palmir accorcia le sue scorribande all’esterno. La Ragni è molto affettuosa, spesso mi cerca e si struscia con forza contro di me, ma occorre far attenzione, i suoi repentini scatti di umore sono sempre possibili e le conseguenti graffiate a tradimento possono arrivare in qualsiasi momento. Alterna momenti di stizza a tenerezze. ma d’altra parte, non siamo così anche noi umani? La Ragni è la principessina della Domus Saurea.
La Ragni sul frigo, versione don’t mess with me. – foto TT
La Ragni versione “Tyrrell ti amo” – foto TT
RAISSA è la “mamma”, RAGNI e SPAVENTINA sono figlie sue, ed ha il senso materno così sviluppato da avere adottato PALMIRO. E’ una gatta buona, seppur selvatica, e si lascia far tutto da me, ma è sempre vigile, solidale, attenta; corre in soccorso degli altri gatti in caso di bisogno, se cattura un topino lo porta alle sue figlie, e in loro assenza a me e alla Terry. La Rais è una gatta di sinistra.
Raissa mi dorme addosso – foto TT
Palmir è il solito Palmir ma più affettuoso. Essendo una gatto di blues (anche se era inizialmente un gatto Aor) anche lui “sente” l’arrivo dell’inverno e immagino senta tutto il calore (materiale e spirituale) del vivere alla Domus Saurea con due umani che lo amano. Son lì nello studio sdraiato sul divanetto ad ascoltarmi i FREE, lui arriva, salta sulla spalliera e poggia la zampetta sul mio viso…
Palmir & Tim – foto TT
…non rinuncia a fare la guardia e a marcare il territorio, di prima mattina al sabato e alla domenica si aggira per le campagne col l’eleganza innata dei felini, una piccola pantera nera in perlustrazione…
Panther Palmir – foto TT
…poi ad una certa ora torna in casa, si lascia lavare pazientemente sebbene le salviette umide non lo facciano impazzire, mangia qualcosa, beve e quindi si arrotola sullo sgabello vicino alla stufa. Rimane immobile per due o tre orette, poi d’mprovviso si sveglia, mi vede al computer mi corre incontro, spicca un salto, mi viene in braccio e si accoccola su di me…ed è così che porto avanti questo blog, con un pandoro di pelo tra le braccia.
Con Giovanni Maggiore, Giuvazza insomma, sono in contatto da bel po’. La nostra comune ammirazione per JIMMY PAGE ci fece incontrare molti anni fa. Facebook poi ha reso la conoscenza reciproca più profonda e completa. Giuv, come lo chiamo io, è ormai un chitarrista professionista molto, molto bravo. Io, a dir la verità, diffido sempre un po’ dei chitarristi molto, molto bravi perché spesso questo significa che sono tecnicamente preparati e portati per la chitarra ma che non vedono oltre il loro orizzonte. Mi annoiano a morte questi chitarristi, sia che facciano metal, country, prog o blues (ecco, quelli del blues poi non li sopporto proprio). Sì, perché per me un chitarrista bravo è quello che il talento naturale e la tecnica li mette al completo servizio della musica, del pezzo, dell’arrangiamento, della composizione, della armonia, del “senso”, del “groove”, del sentimento, dell’originalità. Da questo punto di vista Giuv non mi delude mai, certi suo arrangiamenti di certi pezzi di Finardi ad esempio sono davvero fenomenali. L’idea di fare una chiacchierata con lui mi è venuta in modo molto naturale. Giuv si è prestato con entusiasmo e con passione e questo, per me, è fondamentale perché questo non è un blog musicale nel senso stretto del termine, di fare interviste dove non si dice nulla a noi non interessa, quel che ci piace è guardare certe prospettive da un punto di vista obliquo. Così uomini e donne di blues, vi prego, date il benvenuto ad un grande chitarrista, da Torino, il grande Giuvazza.
Qualche cenno biografico:
Giovanni Maggiore, in arte Giuvazza, è un produttore e chitarrista italiano.
Dal 2011 collabora con Eugenio Finardi con cui realizza due album, “Sessanta” (2012, Cramps/Edel) e “Fibrillante” (2014, Universal). In quest’ultimo album partecipa come autore, arrangiatore e produttore (insieme a Max Casacci/Subsonica), oltre che come chitarrista.
Parallelamente all’attività discografica e concertistica, lavora come compositore per la pubblicità (Intesa San Paolo, Lancia, Fiat). Ha lavorato per la Rai come chitarrista nel programma Trebisonda su Rai3 (2010) ed in qualità di consulente musicale per il programma School Rocks su Rai2 (2012).
Nel 2015/2016 prende parte al tour “Abbi Cura di Te” della cantautrice Levante con la quale collabora attualmente.
È socio fondatore, insieme a Marco Martinetto, della Pomeranz Music Publisher, societa’ che si occupa di Edizioni Musicali.
Ha collaborato/collabora con vari artisti tra cui: Eugenio Finardi, Levante, Manuel Agnelli, Vittorio Cosma, Paola Turci, Alberto Bianco, Franca Masu, Niccoló Fabi, Max Gazzè, Patrizio Fariselli, Fabio Treves, JT Vannelli, Max Casacci, Lucio Fabbri, Lucio Bardi, Mark Harris, Walter Calloni, Faso, Morgan, Alberto Fortis e Perturbazione.
Dal 2010 è endorser ufficiale di Gibson Italia.
Giuvazza-foto-di-Luciano-Onza
Giuvazza, ci racconteresti qualcosa su di te, sulle tue esperienze professionali (visto che sei un chitarrista professionista) e se vuoi come essere umano?
La musica per me è stata ed ancora unicamente una passione. A sette anni mi regalarono una tastiera “Farfisa Bravo” (che, di recente, ho riesumato), mio padre ha sempre suonato la chitarra e quando iniziai le scuole medie mi avvicinai anch’io alle sei corde grazie anche all’incontro con il mio professore di musica, Enzo Iacolino. La passione si è trasformata in lavoro molti anni dopo, nel 2010. Dopo studi artistici e una breve, ma intensa, carriera da art director in pubblicità, mi è stata data l’occasione di lavorare per sei mesi in un programma televisivo su Rai Tre.
All’epoca lavoravo in un agenzia pubblicitaria, ero stato assunto a tempo indeterminato da appena un mese e ricordo come fosse ieri il panico di trovarmi davanti ad una scelta epocale sul da farsi: “Certezza e stabilità” o “salto nel buio”? Scelsi la seconda e devo dire che fu la scelta giusta perché da quel momento il karma (o chi per lui) ha fatto si che la mia vita prendesse strade impensabili fino a pochi mesi prima.
Giuvazza, non è una domanda originale, ma come è lavorare per grossi nomi della musica? Da fuori noi immaginiamo chissà che, probabilmente non è tutto rose e fiori…
Gli artisti sono estremamente creativi, anche nell’umore! Quello che però forse a volte la gente non immagina è che dietro alla notorietà, c’è, quasi sempre, un grande lavoro. Molti degli artisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare mi hanno insegnato la necessità di mettersi alla prova quotidianamente. Quando sei in pista, ad alto livello, da tanti anni è perché sei un grande professionista.
Anche tu come molti di noi sei un musicologo, ti piace la musica buona, hai buon gusto…è stato difficile fare della musica il tuo lavoro e vivere sulla tua pelle certe dinamiche che magari non sono il massimo per il fine supremo, l’arte musicale?
Ho una visione molto ampia del bello e molto drastica del brutto, quindi per me gli aspetti meno nobili, nella musica, esistono esattamente come in ogni altro lavoro. Il segreto sta nel ricordarsi cosa ci fa star bene: quando sei un tournée il vero lavoro consiste nei viaggi, nelle infinite ore d’attesa, nei mal di schiena da troppe ore in furgone. Quando invece sali sul palco tutto cambia, tutta quell’attesa sparisce e finalmente inizi a respirare.
Probabilmente è una domanda che ti avranno già fatto, ma tra tutti i musicisti con cui hai avuto a che fare ce ne è stato qualcuno che, guardandolo negli occhi, ti sei detto “qui dietro c’è una gran persona”? Hai qualche storiella gustosa che ti va di raccontare?
Sono stato fortunato perché in questi anni ho incontrato tante persone straordinarie. Tra queste non posso non mettere in pole position Eugenio Finardi che per me è un amico e un mentore. Con lui ho avuto la possibilità di vedere posti incredibili, imparando tanto su questo lavoro e su cosa voglia dire diventare adulto. Eugenio ha una sensibilità straordinaria che chiunque può percepire dalle sue canzoni ma ha anche la capacità di essere consigliere, insegnante e allievo, perché, nonostante i suoi 64 anni, ha ancora tanta voglia di imparare. Non conosco una persona più rock di lui.
Finardi & Giuvazza 2015
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Vista la tua esperienza, ci dai un commento sullo stato del Rock in Italia, e sulla musica in generale?
Credo francamente che parlare di Rock in Italia sia molto difficile. Personalmente, reputo molto più rock and roll un mandolino elettrico in un ampli o una zampogna con un pedale Whammy, piuttosto che un classico power trio in pelle nera, stracolma di cliché. Lo stesso discorso vale per il blues. In Italia abbiamo un nostro blues che è tutta la tradizione popolare italiana e, fortunatamente, negli ultimi anni ci sono stati artisti che hanno incominciato a valorizzarla nuovamente. Comunque per risponderti… faccio fatica a trovare un rock in Italia che non sia estremamente derivativo, scopiazzato o autoreferenziale.
Finardi & Giuvazza
DAZED AND CONFUSED jam session
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Film: i tuoi 5 preferiti.
Scrooged (SOS FANTASMI, con Bill Murray)
FF SS, ovvero che mi hai portato a fare sopra posillipo se non mi vuoi più bene? Di R.Arbore.
Sono Pazzo Di Iris Blond
Lost In Translation
L’Albero Degli Zoccoli
Musica: 5 artisti o gruppi che ti piacciono da morire….
Air
St Vincent
Fleetwood MaC
The Beatles
The Who
Musica: 5 album senza i quali non potresti vivere?
Tusk , 1979 – Fleetwood Mac
Moon Safari, 1998 – Air
Quadrophenia, The Who
Forever Changes – Love
Led Zeppelin III
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Per Giovanni Maggiore chi sono i Led Zeppelin?
Un alchimia selvaggia di talento, intelligenza e curiosità.
I tre album preferiti dei Led Zeppelin?
IV, Houses of the Holy, In through the out door
Le cinque canzoni preferite dei Led Zeppelin?
The rain song
Fool in the rain
Wearing and tearing
In the light
Bron-yr-aur stomp
I tre bootleg preferiti dei Led Zeppelin?
In passato ho divorato tanti bootlegs di cui però ho poi scordato i nomi. Però resto un grande fan della loro fase creativa: le session di Bron-yr-aur, quelle di Kashmir/swan song, ten years gone ecc ecc.
Giuvazza Teatro Del Verme – Finardi reunion nov 2016 Foto Raffaella Vismara.
Come sanno tutti i fan un po’ illuminati, Jimmy Page è stato Jimmy Page fino al luglio del 1973. Dopo come musicista si è spento per colpa dell’edonismo e di alcune sostanze. Ascoltare certe registrazioni live bootleg ad esempio del 1977/79 o 1980, dove Page è solo un pallido ricordo di ciò che era, che effetto ti fa?
Mi fa molta tenerezza. Ascoltare certe cose di quei periodi ti fa capire come la fragilità umana possa impossessarsi di te e del tuo talento.
Quali sono i tre assoli di Page che preferisci?
Since I’ve been loving you
I’m gonna crawl
Good times bad times
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Oltre a Page, ci citeresti altri quattro chitarristi a te cari?
Ali Farka Tourè
St. Vincent
Lindsey Buckingham
Pete Townshend
Un libro che hai divorato.
Alta fedeltà di Nick Horby
Qualche pulsione per il calcio?
Mah, poca roba…Da sempre simpatizzante del Toro. L’unico anno che mi interessai di più al calcio, la squadra retrocesse!
Il tuo pezzo rock preferito?
Don’t stop believin dei Journey! Non è il miglior pezzo rock di sempre, ma è uno dei pochi che quando inizia mi fa sobbalzare!
Il tuo pezzo easy listening preferito (scusa ma non riesco a scrivere Pop, sono cresciuto musicalmente negli anni 70 e la musica Pop era altra cosa rispetto a ciò che si intende oggi). ..
Ce ne sono tantissimi, ma così a caldo ti direi “Walk a thin line” dei Fleetwood Mac.
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Ci snoccioli qualche nome di artisti o gruppi italiani che ami particolarmente?
Amo molto Lucio Battisti, addentrarsi nei suoi album ti fa scoprire che, prima ancora che un cantante, era davvero uno straordinario musicista e produttore. Proprio ieri sera ho “fatto suonare” nel giradischi Il nostro caro angelo, un album del 1973 dalla potenza e innovazione straordinaria. Non a caso il disco successivo fu Anima Latina, il suo primo tentativo di essere totalmente libero dagli schemi e dalle aspettative.
Qualche anno fa invece, in un periodo personale molto critico mi sono imbattuto nella musica di Umberto Tozzi: lui, insieme a Giancarlo Bigazzi, ha scritto alcune delle più efficaci parole riguardo ad argomenti quali amore, malinconia, uova e guerrieri di carta igienica.
Giuvazza – foto Raffaella Vismara
Con mia grande sorpresa iniziale mi sono ritrovato ad essere un grande fan dei testi di Vasco Brondi (le luci della centrale elettrica) perché credo sia uno dei pochi che stia tentando di raccontare questi “anni zero” uscendo dal seminario del cantautorato classico. Infatti non è un bravo cantante, ma uno straordinario narratore di immagini quotidiane.
Sono anche un grande fan dell’epoca Cramps. Ascolto sempre con entusiasmo e curiosità i racconti e le testimonianze di chi ha vissuto da protagonista quella realtà. Gli AREA restano forse la più grande band italiana di sempre!
Che giornali musicali leggi?
Oramai pochi, un tempo compravo Tutto, Rumore, Blow up e ogni tanto Rolling Stone.
Che quotidiani leggi?
Repubblica, La Stampa e Il Fatto quotidiano.
Qual è la prima cosa a cui “guardi” quando senti un pezzo musicale?
La melodia e la voce. Sono sempre in cerca di qualcosa di semplice e originale. Resto spesso a bocca asciutta.
Giuvazza – foto Raffaella Vismara
Cosa fai adesso? Hai qualche progetto per il futuro?
Sto ultimando il mio primo disco “solista”, sarà un disco di canzoni scritte e cantate da me e registrate insieme ai musicisti con cui collaboro da anni insieme a Finardi: Claudio Arfinengo, Marco Lamagna e Marco Martinetto. Ci saranno anche degli ospiti “illustri” ma per ora non aggiungo altro. Questo disco nasce dall’urgenza di riassumere tutte le esperienze che ho vissuto in questi ultimi anni, sia umanamente che professionalmente. Per me rappresenta un giro di boa necessario per confrontarmi con tutte le prossime avventure.
Parallelamente a questo continuo il mio lavoro di produttore artistico/arrangiatore e nei prossimi mesi usciranno diversi lavori che portano il mio contributo, tra questi posso citarti due giovani cantautrici, Chiara Raggi, Maria Devigili e due gruppi Lou Tapage e Mazaratee.
Inoltre, da qualche mese, sto lavorando alla scrittura del nuovo disco di una celebre cantante rock cinese che si chiama Lou qi.
Nei mesi scorsi ho anche preso parte alle registrazioni del nuovo album di Levante (con cui lavoro in tour dal 2015) che vedrà la luce nei prossimi mesi.
Quale è la cosa che ti manca di più dell’epopea classica della musica rock (seconda metà sessanta/seconda metà settanta)?
Certamente la libertà creativa, sia degli artisti che delle case discografiche.
Sebbene non abbia vissuto lo stato generale di quegli anni, credo che la necessità primaria di volersi esprimere artisticamente per sopravvivere ad una “working class” desolante, sia un po’ il vero sentimento scomparso che non trovo più. In Italia è difficile raccontare l’attualità e il disagio senza passare per demagogici o politicizzati. Temo saremo salvati dal rap che invece non si pone vincoli di forma.
Giuvazza Teatro Del Verme – Finardi reunion nov 2016 Foto Raffaella Vismara.
Quando si tratta di concerti rock vissuti in prima persona, quali sono i ricordi a cui sei più legato?..
Ne ho diversi, nel 1998 vidi per la prima volta Page & Plant e passai tutta la settimana successiva senza un filo di voce.
Nel 2002 andai a Lucca per vedere David Bowie, lui iniziò il concerto piano/voce con Life on Mars. Piansi tantissimo.
Nel 2013 mi sono spinto fino a Zurigo per vedere il Fleetwood Mac: tre ore di concerto! Credo siano ancora una grandissima band live. Mick Fleetwood ha dietro di sè un altro batterista che doppia tutte le sue parti e Lindsey Buckingham è davvero un’artista dal talento inesauribile.
Sei affezionato al vinile? Riesci a sentire il fascino per i 33 giri? Riesci a provare qualcosa di simile anche per i CD, magari quelli in deluxe edition?
Ho riscoperto da qualche anno il vinile, non solo come supporto audio ma anche come oggetto in sè. Amo aprire i cofanetti, respirarne l’odore e ammirare le grafiche grandi. In anni dove tutto deve essere piccolo e tascabile, amo le cose ingombranti!
Ti senti più vicino alla scuola inglese o a quella americana, parlando naturalmente di musica rock?
Inglese, senza ombra di dubbio!
Qual è lo strumento musicale – chitarra esclusa – che più ti affascina, e nel caso tu ne abbia uno, che marca e che modello?
Studio da qualche anno il Theremin (Moog Etherwave) con scarsissimi risultati.
Amo il Fender Rhodes e ho un debole per i vecchi Eco a Nastro (roland space ecco, bison, maestro echoplex)
Quali sono le chitarre che preferisci?
Gibson Les Paul gold top 52 , io suono una reissue di quel modello e non mi stancherò mai di ringraziare Gibson italia per avermi donato questo strumento!
Sempre parlando di Gibson, di recente mi sono infatuato per una Les Paul LPM vintage sunburst 2015, chitarra recente ma estremamente affascinante, è stato amore a prima a vista!
Amo molto la Fender Telecaster, in studio è la mia chitarra preferita!
Da poco ho riscoperto la Eko 100, chitarra semiacustica italiana che suonava mio padre in gioventù e che posseggo ancora. Sto per customizzarla, vorrei portarla sul palco con me!
Giuvazza – teatro dal verme – Finardi reunion nov 2016- foto Raffaella Vismara
Se ti trovassi all’incrocio, una calda sera d’estate verso mezzanotte, lo faresti il patto? Cosa chiederesti in cambio della tua anima?
Probabilmente chiederei di rivedere una persona che mi ha lasciato troppo presto, mio fratello Andrea.
Ci sono giornalisti musicali italiani che ammiri e stimi?
Al volo ti direi Enzo Gentile e Cecilia Ermini.
Che canzone o che brano ascolta Giovanni Maggiore nelle sere un cui si ritrova solo in casa?
The Book of Love dei Magnetic Fields, nella versione di Peter Gabriel.
Quando guardi l’infinito, di solito a cosa pensi?
Quest’estate ero di passaggio vicino a Tropea, alloggiavo in un bed & breakfast con una vista meravigliosa sul mare. Ero stato un’oretta in spiaggia e dopo aver risalito una stradina non particolarmente comoda, mi sono fermato insieme alla mia fidanzata ad ammirare il tramonto. Una vista straordinaria, fino a quando non mi sono accorto che avevo perso le chiavi della stanza in spiaggia, tra i mille granelli di sabbia. Per risponderti, direi che a volte davanti all’infinito dovrei pensare di più.
Giuvazza
Giuv, Dio esiste?
Ci sto ragionando… ti farò sapere!
Qual è il senso della vita?
Per me è non accontentarsi mai, accettare le proprie paure e accoglierle. La felicità passa da lì.
Nel congedarci da te vorremmo un tuo pensiero o una citazione che ti sta a cuore.
Un mio insegnante di scultura al liceo diceva sempre:” Il lavoro funziona quando ti proietta su quello successivo”. Aveva ragione.
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