Nuova serie di mini cofanetti della EPIC LEGACY dedicati a raccolte di brani di vari artisti spalmati su quattro CD, buone per chi in poco spazio gradisce un raccolta più dettagliata rispetto al semplice greatest hits ad un prezzo accettabile: negli Usa questo cofanetto costa 18 dollari, meno di 16 euro, un vero affare, in Inghilterra 28 sterline (38 euro) davvero troppo, mentre in Italia questi mini box set variano in modo incredibile di prezzo, questo costa intorno ai 32 euro.
Buona la selezione del CD 1, disco dedicato agli HEART che piacciono a noi, peccato che MAGIC MAN e DREAMBOAT ANNIE in versione dal vivo siano prese dal disco live del 2007 le cui performance “moderne” troppo si distaccano dalla autenticità degli altri brani, basti sentire il terzo episodio dal vivo, ovvero la splendida MISTRAL WIND tratta da GREATEST HITS/LIVE (1980) e registrata al Coliseum, di Phoenix, AZ, nell’agosto 1980… è tutta un’altra storia, la formazione (la line up, intendo) classica e il sentimento anni settanta (benché fossimo già nel nuovo decennio) danno al pezzo, già di per sé bellissimo, una profondità senza eguali.
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Buono anche il CD2 sebbene verso la fine si inizi a sentirle un certo declino. Il CD3 si apre malissimo con un brano melenso tratto dal film FOOTLOOSE a cui partecipò ANNA WILSON. Il resto è meglio di quel che si creda, dei grandi successi fine ottanta/inizio novanta in versione originale c’è solo ALL I WANNA DO IS MAKE LOVE TO YOU, poi la bella KISS dei LOVEMONGERS e discreti pezzi provenienti dagli album più recenti.
Ann Wilson – Heart – The Box set series 2014
Il CD4 è una raccolta di brani registrati in concerto presi perlopiù dagli album dal vivo ufficiali o da eventi live meno significativi, solo tre infatti sono relativi al periodo 1978/80. Il risultato è comunque gradevole, la scelta di presentare i successi commerciali in versione live non è male, ma immagino che ai più sarebbe piaciuto averli nel formato classico.
Nancy Wilson – Heart – The Box set series 2014
C’è una chicca: STAIRWAY TO HEAVEN dal Kennedy Center Honors del 2012, la versione per cui ci commuovemmo tutti.
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Dispiace vedere solo foto delle due sorelline Wilson, per quanto simboliche, belle e icone dei nostri pruriti adolescenziali, non possono rappresentare in toto gli HEART, soprattutto quelli dei primi anni. La chitarra di ROGER FISHER, la batteria di MICHAEL DeROSIER contribuirono in modo determinante, insieme a STEVE FOSSEN e HOWARD LEESE, a creare il sound del gruppi durante i primi 5 anni, e furono quelli gli anni che hanno definirono il gruppo, al di là del megasuccesso della fine anni ottanta / inizi novanta).
Heart classic line up – L to R: Roger Fisher-Nancy Wilson-Howard Leese-Michael De Rosier-Ann Wilson-Steve Fossen
“La campagna in piena estate è bellissima. D’autunno è la cosa più triste del mondo. I tramonti precoci e umidi di settembre sono intrisi di malinconia. Diteglielo per favore a quelli che mi vogliono portare nelle cascine fuori Milano a passare le domeniche di settembre, che una cosa più desolante non riesco a immaginarla. Sarà bellissima ma non fa per me. L’autunno non fa per me. Le giornate brevi non fanno per me. Io amo le metropoli, poi.”
Non me ne stupisco, ormai LaRoby un po’ la conosco. La nostra è una amicizia vivace, turbolenta, a tratti sopra le righe. Per certe cose, siamo affacciati su terrazzi che ci danno visuali diverse, su cui a volte ci confrontiamo senza timore. Sorrido mentre ripenso alla sua considerazione, perché io sono l’opposto, io mi trovo a mio agio nella dolce malinconia settembrina, nei freschi umori pre autunnali della campagna, nell’essenza della provincia. I’m a cross counrtry boy dopotutto.
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Evidentemente quei giorni di settembre passati ogni anno a vendemmiare dai nonni mi hanno segnato in maniera profonda. E così anche quest’anno le impressioni di settembre mi coinvolgono, mi segnano, mi tracciano il cammino.
Prendi ad esempio oggi, mi sveglio presto, annuso l’aria e prima di andare al lavoro decido di fare un giro tra le stradine campagnole. La blues mobile rolla placida sulle blue highway della Reggio Emilia county; a Saint Martin On the River decido di portare due fiori a mia madre. Certi cimiteri rurali mi danno pace, mi infondono una sorta di instabile tranquillità. Di prima mattina poi…
Saint Martin On The River graveyard (photo TT)
Saint Martin On The River graveyard (photo TT)
Un saluto a Mother Mary, agli zii, una veloce ponderazione sull’effimera durata della vita e poi di nuovo in macchina. Contemplo le campagne, le vigne con le viti appena munte che sembrano godersi il meritato riposo post vendemmia. Mi sento un tutt’uno con questa terra, se fossi pianta sarei senza dubbio una vite o un olmo. Attraverso Saint Little Faust of Herberia…
Countryside near Saint Little Faust of Herberia (Regium Lepidi)
…il gioco di luce del sole tra le querce quieta il mio animo …
Countryside near Saint Little Faust of Herberia (Regium Lepidi)
Sono alcuni giorni che in macchina ascolto BOB DYLAN: SLOW TRAIN COMING, AT BUDOKAN, DESIRE…
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A inizio mese il sinodo degli Illuminati del Blues in quel di Regium Lepidi, alla Festa Provinciale dell’Unità; discreta cena al ristorante Ventasso e poi bluseggiamenti vari con i ragazzi (Picca, Jaypee, Mixi, Liso).
La settimana dopo, con la groupie in Britannia, “cena elegante” alla Domus Saurea con Picca e Biccio in occasione del derby INTER-MILAN. Dopo la vittoria della beneata, trenini, escort nude, prosecco a fiumi… questo nella mia testa, in realtà loro due fuori sul balcone a fumare, io dentro a bermi un Rum e a guardarmi dei filmati dei FIRM.
il Mancio, Biccio & Tim dopo il derby INTER-MILAN 1-0 (photo Picca)
La groupie passa quattro giorni tra Chesterfiled e Londra in occasione del concerto di RICK WAKEMAN & The English Rock Ensemble. Mi devo così adattare, per un breve periodo, alla vita da putto. Me la cavo: a cena mi preparo gli spaghetti alle vongole, faccio andare la lavastoviglie, cerco di tenere la casa pulita, vado al pronto soccorso a causa di una reazione allergica al viso, accudisco Palmiro, gli altri quattro gatti che abbiamo giù, tolgo le ragnatele dal soffitto, pulisco il bagno…insomma, faccio il bravo ometto di casa nella speranza che la groupie torni e non scappi con RICK WAKEMAN…
Saura & Rick Wakeman – Barrow Hill – september 2015
Come sempre vado poi a trovare Brian, in pausa pranzo e al sabato mattina. Il vecchio sta benino, l’alzheimer avanza e lo irretisce sempre più, ma tutto considerato si procede a velocità di crociera. Quando arrivo e lo trovo nel salone insieme agli altri ospiti in lui scatta subito un “Tim!”, ma poi se gli chiedo chi sono non sempre riesce a dare la risposta giusta. A volte alla domanda “Brian, chi sono io?” risponde con sostantivi spassosi ma sintomatici: “sei il sindaco”, oppure “il capo”, “il generale“, “ildirigente“, “quello che mi protegge”, “il migliore”… sintomatici perché comunque Brian mi vede come una sorta di punto di riferimento, ed è bello per un figlio che non sempre è andato d’accordo con il padre, arrivare al risolvere il problema con il proprio genitore e spendere l’ultima fase della vita inseme in tranquillità. Poi Brian ritorna, gli dico “Set cus’et te Brian? T’è un suchèt damànt to fiòl!” (Lo sai cosa sei Brian, sei uno zucchetto come tuo figlio) e poi aggiungo “Set te chi è to fiòl?”(sai te chi è tuo figlio?), e lui prontamente “Te!” e ridiamo di gusto.
Brian – settembre 2015 (photo TT)
Sabato, mentre vado da lui, fuori Campogallo vedo un tipo che fa footing, è uno di quegli uomini bene in carne, a forma d’uovo, col culo basso, ha le cuffiette e sul retro della felpa scritto a grandi caratteri BOIA CHI MOLLA. La prima reazione è quella di fermarmi e di dargli delle bastonate sulla schiena. Naturalmente proseguo e nel farlo mi soffermo a pensare al mio primo istinto, al mio antifascismo assoluto, senza quartiere; a volte mi sorprendo della mia furia spirituale.
Torna LIGABUE al Campovolo di Regium Lepidi per l’ennesima serata trionfante (150.000 persone). Qualche disagio per i reggiani e soprattutto per chi abita nel giro di qualche km dal sito in questione, come il sottoscritto e la groupie. Non mi lamento, gli esseri umani devono pur fare qualcosa per distrarsi dall’inspiegabile mistero della vita, ma non sarebbe male che in un grande spazio come quello suonassero anche altre artisti e non solo il Mr Bullock from Correggio. Sono comunque felice per il mio amico MEL PREVITE, che insieme a LA BANDA ha rifatto col LIGA tutto BUON COMPLEANNO ELVIS, l’album del 1995. Suonare davanti a tutte quelle persone deve essere una emozione fortissima.
La groupie è una dei volontari di ECO FAN, più o meno trenta persone, collegate alla multiutility reggiana, che cercano di sensibilizzare i 150.000 fan di Liga circa la raccolta differenziata.
Otto ore al venerdì, dodici ore al sabato: la groupie ha un sacco di energia, non so come faccia.
Lorenz è a Londra, tramite whatsapp mi tiene aggiornato, passa le serate nei locali tipo il RONNIE SCOTT, e lo invidio molto. In Denmark street finisce per vedere il grandissimo ALBER LEE e per comprare una TELECASTER col bigsby. Io e lui siamo gibsoniani fino al midollo, ma una TELECASTER ha il suo fascino.
ALBERT LEE – photo Lorenz
ALBERT LEE & LORENZ in Denmark Street
LORENZ in Denmark street con la Telecaster col bigsby
25 settembre: sono già passati 35 anni da quando John Bonham se ne è andato. Miglior batterista Rock di sempre? Sì. Grande perdita per la musica Rock. Ricordo in modo chiaro il 26/09/1980 quando il TG3 ne diede notizia all’ora di pranzo. Già 35 anni. Mah.
John Bonham
John Bonham
John Bonham fotografato pochi giorni prima di morire – photo courtesy of Jason Bonham
Mi sento spesso con POLBI, il reggino dagli occhi di ghiaccio sta passando un periodo particolare, a fatica cerca di districarsi tra il bayou paludoso in cui è finito, ma è sufficiente che veda per caso un foto di KEITH RICHARDS del 1971 per ritrovare energie insperate. Ieri infatti mi telefona, mi dice che si è preso un minuto per sé, entra in un locale a bere una coca cola mentre nubi nerissime lo sorvolano, quando gli capita di vedere un foto di KEITH, quanto basta per tirarsi su e riaffrontare la vita con il giusto piglio. Ah, come lo capisco, d’altra parte noi non ci rivolgiamo all’immagine di un ebreo di razza etiope di pelle scura, capelli scuri, occhi scuri raffigurato però con pelle chiara, capelli biondi, occhi azzurri; noi per trovare l’ispirazione ancestrale ricorriamo a questi trucchetti, il JOHNNY WINTER di SECOND WINTER, la cover di STRAIGHT SHOOTER, il KEITH RICHARDS del 1971.
Keith Richards, the man himself!
Così anche settembre volge al termine, e con esso pure il periodo intenso al lavoro, il Cersaie è alle porte, il più (per noi) è fatto.
Vedremo un po’ cosa ci porta l’autunno … Mare calmo? Moto ondoso in aumento? Ordini su Amazon? Cd e cofanetti buttati dalla finestra? Chissà.
Intanto cerco di tenermi vivo… in ottobre i concerti di CSN e TOM KEIFER, in novembre quello degli UFO, le partite dell’INTER, i sughi d’uva della Lucia, i romanzi di GREG ILES e le passeggiate all’alba nelle campagne …
… intanto il sole tra la nebbia filtra già il giorno come sempre sarà …
Giovedì sera spompo di settembre. Dovrei suonare ma non ne ho troppa voglia. Con la bassista preferita provicchiamo WHEN THE LEVEE BREAKS, ma dopo poco lasciamo stare. Sono indeciso sul da farsi quando sul messenger di facebook mi arriva un messaggio di Picca: è disponibile l’ultimo di DON HENLEY (in uscita domani). Entrambi amiamo DON HENLEY, lo consideriamo un gran cantante. Mi dunque metto in chat con il Pike boy a parlare degli ultimi dischi di HENLEY appunto e di un altro paio di vecchie glorie e dei blues relativi alla nostra (ex) passione.
PICCA: “Don Henley – Cass County (2015) [Deluxe Edition]”
TIM: “Procedo immediatamente. Grazie. Sebbene io ormai non abbia più voglia di comprare nulla… sono prigioniero di un rigetto pericolosissimo…”
PICCA: “Beh un po’ anche io. La musica mi fa orrore. Dai 100 dischi da conservare sto passando alle 50 canzoni…”
TIM: “Come siamo messi! Per fortuna c’è l’Inter”
PICCA: “Recensiamo il disco prima di averlo sentito: allora, disco country con qualche duetto. Suoni perfetti dei quali ci dimenticheremo dopo dieci minuti. Chitarre suonate da dio da session men meravigliosi dei quali non ci fregherà mai un cazzo. Lui canta divinamente ma ci farà soltanto venire voglia di ascoltare On The Border”
Leggo la recensione e rido a crepapelle. Picca è un genio.
TIM “Zio can che ridere… per fortuna che sono tuo amico… PS: replichiamo per INTER-JUVE tra tre settimane?”
PICCA: “E’ bella la bazza di fare la recensione prima di avere il disco in mano…ok per la Rube”
TIM: “Avviso Biccio”
PICCA: “E quel bollito di Clapton che fa uscire un nuovo live con Cocaine, Layla e Wonderful Tonight? L’altro giorno ero davanti al disco di quel furbastro di Keith Richards e….l’ho lasciato lì.”
TIM: “Clapton fa uscire un nuovo live? Ma porca madosca non si vergogna? Quanti ne ha fatti, duemila? Keith Richards lo vorrei prendere ma poi so che lo ascolterò mezzo e quindi lo userò come sottobicchiere. Sai che quasi quasi preferisco Page che non fa un cazzo se non il modello e il compratore di vinili dei LZ…”
PICCA “Esatto. Jimmy ha capito tutto. Quante Cocaine può reggere un umano? Meglio vivere di – bei – ricordi. Ho senticchiato il disco di Gilmour e mi sembra una fetenzìa”
TIM: “Io ce l’ho ma devo ancora ascoltarlo… Domani faccio un post con questa chiacchierata… che titolo uso?”
Saura ci narra della piccola avventura che ha vissuto al cospetto del Caped Crusader e della sua band; lo fa col candore di una che ama il suo artista preferito senza riserve. Go for it, Saurit.
ITALIAN / ENGLISH
Maggio 2015.
Come tutti i giorni, apro la homepage del sito di Rick Wakeman e subito una notizia balza ai miei occhi: Rick farà un concerto con il suo gruppo, The English Rock Ensemble, nel Derbyshire, England, l’11 settembre 2015. La venue è The Barrow Hill Roundhouse Engine Shed, un deposito di manutenzione di treni con annesso museo dove sono esposti vari esemplari di locomotive d’epoca inglesi.
The Barrow Hill Roundhouse Museum
La mia prima reazione è: ci devo essere. Ho visto Rick Wakeman con lo spettacolo piano solo, ma non l’ho mai visto con la sua band. E dato che i concerti con la ERE non sono così frequenti, questa potrebbe essere un’occasione unica. Ci devo essere a tutti i costi. E così, ad occhi chiusi, compro il biglietto.
Settembre 2015.
Dopo varie peripezie, dopo che fino all’ultimo momento ho temuto di non farcela, alla fine sono sull’aereo della Ryanair per l’aeroporto di East Midlands, destinazione Chesterfield. Tyrrell non è potuto venire con me causa l’intenso periodo di lavoro dovuto alla imminente fiera delle ceramiche di Bologna, ma io sono qui. Dopo una notte trepidante in hotel e una mattina passata camminando per le vie di questa deliziosa cittadina, alle 17 sono sul bus per Barrow Hill e alle 17,30 sono davanti ai cancelli di questo luogo affascinante
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
C’è già una decina di persone, tra cui Su, un’amica che ho conosciuto su Facebook, il cui accento però è talmente stretto che faccio una fatica enorme a capirla. Mi riprometto, una volta a casa, di mettermi sul serio a cercare di migliorare il mio inglese. Mentre la coda di fan si allunga (tutti ordinatamente in fila) arrivano le 18,30, orario d’apertura dei cancelli. Mi precipito dentro e mi fiondo in prima fila. Davanti a me ho il magico anello di dieci tastiere, con due Minimoog a guardare tutti dall’alto. Solo adesso elaboro veramente dove sono e cosa sta per succedere.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
La location è veramente molto suggestiva. Il palco è montato sopra la piattaforma di scambio circolare che viene usata per manovrare le locomotive, e da due di quelle esposte nel capannone esce vapore a rendere l’ambiente brumoso come la campagna inglese di prima mattina. Continua ad arrivare gente. In mattinata ho fatto la piacevole conoscenza di Michaela, una fan tedesca di Rick che arriva da Colonia. Abbiamo la fortuna di ritrovarci fianco a fianco lì in prima fila. Poco dopo arriva anche Paul, un amico di Rick da oltre trent’anni, che mi raccomanda di raggiungerlo al bar una volta finito il concerto perché vuole offrirmi da bere. Prendo mentalmente nota di non perderlo di vista, perché potrebbe portarmi direttamente a Rick. Non so infatti se, in questa occasione, a fine concerto si avrà la possibilità di scattare foto e intrattenersi con lui, come è successo in altre occasioni. Chiedo a Michaela se sa a che ora cominci il concerto, e lei mi risponde “eight pm”. La puntualità degli inglesi è leggendaria. Alle otto precise le luci si abbassano e parte l’overture di Return To The Centre Of The Earth. E Rick, con la sua band, sale sul palco.
Sono stordita. Il Caped Crusader è davanti a me, a tre metri, sorridente, con la maglia e le braghe della tuta dello zio Fedele, ma sulle spalle ha il leggendario mantello dorato che ha contribuito a crearne il mito. Sono felice di essere lì, sono felice di aver fatto questa pazzia, e mi preparo a godermi il concerto. Il primo pezzo è un estratto di circa venti minuti dall’epico Journey To The Centre Of The Earth. Quando partono le prime note di The Battle non posso fare a meno di riprenderlo, per immortalare questo momento.
Sentire Rick Wakeman suonare il Moog è qualcosa che ogni amante del progressive, e in generale della musica, dovrebbe fare una volta nella vita. E stasera sembra che la cosa gli venga parecchio bene. L’assolo alla fine del pezzo è qualcosa di celestiale per le mie orecchie.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Ashley Holt sembra raggiungere ancora bene le note più alte, nonostante i suoi 69 anni suonati. E’ un cantante particolare, molto lirico, che può piacere o meno, però è indubbiamente legato alla carriera solista di Rick e certi brani sembrerebbero incompleti senza la sua voce.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Conosco Matt Pegg da quando lo vidi nel 2003 con i Procol Harum. L’avevo trovato molto gradevole allora, e ascoltandolo nei primi minuti confermo quello che penso di lui.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Dave Colquhoun è un chitarrista molto tecnico, che durante i suoi assoli predilige ricercatezze sulle corde che magari possono far storcere il naso, però nel complesso è indispensabile nella band, sia come controcanto ad Ashley sia come punto di riferimento per Rick, dato che i due si guardano molto spesso durante i pezzi.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Ma la vera sorpresa (che poi sorpresa non è) è Tony Fernandez alla batteria. 69 anni pure lui, suona con Rick dal 1975 e sembra che il tempo non sia per niente passato. E’ una forza della natura, solido e roccioso, con una bella pacca, che non cerca mai preziosismi inutili ma rimane lì, sempre attento alle indicazioni di Rick, ai cambi di tempo e di melodia. Assieme a Matt forma una buonissima sezione ritmica. Mi viene spontaneo il paragone con Alan White, che negli ultimi anni è diventato l’ombra di se stesso, pesante, lento e quasi impacciato. Quello che ho davanti in questo momento invece è un batterista che dà ancora del filo da torcere a molti giovinetti. Poi è un mancino che suona usando la traditional grip, ed è particolare da vedere.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Quando la suite di Journey finisce, con l’epica Hall of the Mountain King di Grieg, Rick prende il microfono, saluta e ringrazia. Si capisce subito che sarà una gran serata. Rick è in vena, ha voglia di scherzare e di raccontare i suoi mille aneddoti, conditi dalla sua tipica ironia. Non è sempre facile per me seguire il suo inglese, ma qualcosa mi arriva. Il pezzo successivo è una delle sei mogli, Catherine Parr. Io ho la scaletta proprio davanti a me, so che non è prevista la mia moglie preferita, Anne Boleyn, ma mi godo ugualmente questa, che è una di quelle dove la maestria del Keyboards Wizard si nota maggiormente.
E’ poi la volta di The Visit e Return of the Phantom, due pezzi tratti dalla colonna sonora scritta da Rick per il film Phantom Of The Opera che di solito lui inserisce sempre in scaletta quando suona con la ERE. Non sono i miei preferiti, ma li ascolto ugualmente volentieri. Poi parte con una chicca che non esegue spesso dal vivo, cioè White Rock, composta nel 1976 per le Olimpiadi Invernali di Innsbruck, Austria. Sono combattuta se filmarlo o liberarmi di questa schiavitù multimediale che ci opprime, e decido per la seconda ipotesi, godendomi appieno le sue acrobazie sul Moog. Alla fine è la scelta migliore. Perché non mi rimane un film da riguardare, è vero, ma le sensazioni che mi attraversano il corpo in questo momento mi fanno sentire molto più viva di un filmino in bassa risoluzione.
La band scende dal palco e lascia Tony a battere i suoi tamburi tutto solo. Non sono un’amante di queste esibizioni soliste, a meno che tu non ti chiami John Bonham, ma Rick vuole che tutti abbiano il suo spazio, e alla fine lo prendo per quello che è, un piccolo momento di celebrazione per un batterista che lo ha costantemente accompagnato durante tutto l’arco della sua carriera. Rick si affaccia divertito dal retro del palco per vedere a che punto siamo.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
A un dato segnale Rick e gli altri rientrano e parte la suite di King Arthur, a mio parere uno dei dischi più belli della sua carriera e uno dei miei preferiti. Rick si destreggia sulle varie tastiere disposte ad anello intorno a lui, si diverte, canticchia le parti assieme ad Ashley, ma la cosa che mi salta più agli occhi e alle orecchie è l’accuratezza dei suoni. Ho ascoltato decine di bootleg e registrazioni dal vivo ufficiali, ho visto un sacco di video in rete, riguardanti tutto i periodi della sua carriera, e mi sembra che stasera i suoni siano proprio quelli giusti, le parti si incastrino perfettamente l’una nell’altra, senza sbavature o incertezze; mi pare inoltre che, nonostante i ventilati problemi sulla sua salute, Rick sia davvero in gran forma e abbia un’ottima padronanza dei suoi strumenti, mentre volteggia (si fa per dire, data la sua mole) da una tastiera all’altra.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Forse è solo un’impressione mia, dovuta all’essere qui in questo momento e al vedermelo davanti, così maestoso e imponente, col suo mantello dorato, mentre il leit motiv di King Arthur eseguito sul Moog lascia il posto alla struggente melodia di “The Last Battle”, che mai avrei sognato di sentire dal vivo.
E’ poi il momento di un’altra moglie, Jane Seymour, e qui non posso resistere, la multimedialità ha la meglio.
Assolutamente fantastico. Per non parlare di quello che viene dopo. No Earthly Connection è forse il mio disco preferito tra i tantissimi pubblicati da Rick; la maggioranza dei fan vota quasi sempre per The Six Wives o Journey o King Arthur, beh, io vado fuori dal coro e scelgo NEC. Il perché non lo so di preciso, forse per quelle parti di piano che vengono su dal nulla quando meno te lo aspetti, immerse in un’atmosfera incredibile, o forse per il fatto che è il suo concept album più strano, unico e differente rispetto al resto della sua musica. Fatto sta che quando parte TheRecollection / The Spaceman parto per viaggi cosmici, anche perché mi aspetto l’arrangiamento che Rick fece a Cuba nel 2005, e puntualmente vengo accontentata. Ashley comincia a fare un po’ fatica nelle note alte, cerca di mascherare le sue incertezze, a volte ci riesce e altre no. Pazienza, non ci si può aspettare di più da lui vista l’età, e comunque quello che ne viene fuori è ancora un buon risultato.
Ecco poi arrivare un’altra moglie, Catherine Howard, ed io inevitabilmente penso a Tyrrell, dato che è la sua preferita. Catherine Howard è un pezzo lungo, variegato, con molti cambi di tempo e di melodia, un vero festival del progressive. Conoscendo la storia della quinta e sfortunata moglie di Enrico VIII chiudo gli occhi e mi sembra di vederla, là, imprigionata nella Torre di Londra, sola e disperata. Dagli intrecci di note si percepiscono la sua giovane età e la sua voglia di vivere, le sue frivolezze, la sua caduta in disgrazia e la sua morte. Rick è un maestro nell’illustrare con la musica questi momenti storici che ama tanto. Tra un brano e l’altro continuano i gustosi siparietti tra lui e il resto della band.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Stiamo arrivando al gran finale. Con Merlin The Magician si chiude il concerto. A metà del pezzo Rick esce dall’anello, imbraccia la sua keytar Roland AX-7, duetta con Dave e poi scende dal palco e si immerge nell’abbraccio della gente, continuando sempre a suonare. Sale sulla scaletta di una locomotiva e si diverte un sacco. Poi torna indietro, afferra la bionda di turno e se la porta sul palco. Una volta lì Ashley le spiega come distendere le braccia, Rick ci appoggia sopra la keytar e la suona come una normale tastiera. Poi si volta verso Tony, gli fa un cenno e si scatena nella giga di Merlino. Io mi chiedo come faccia a suonare in quel modo un pezzo come quello su una tastiera di neanche quattro ottave e su un appoggio tanto precario, eppure per lui è come bere una tazza di tè. Stupefacente.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Ovazione del pubblico e abbraccio finale. Ma non è finita. Li richiamiamo indietro a gran voce, perché vogliamo che Rick ci delizi ancora con il suo Moog. E lui non si fa pregare. Arriva l’unico pezzo degli Yes suonato in serata, su cui Rick neppure suonò in origine, ma che è la sua bandiera da sempre. Quando Tony dà il quattro io alzo le braccia al cielo in un urlo liberatorio. In questo momento mi sento davvero parte della storia della musica, degli Yes e di Rick Wakeman. Ladies & gentlemen, Starship Trooper.
Poi potete dire quello che volete, che Ashley Holt c’entra poco con lo stile di Jon Anderson , che nel complesso questa versione si differenzia troppo dal pezzo originale, ma quello che vi dico io è che il tripudio finale sul Minimoog è la vera essenza di questo capolavoro, che Rick è l’unico che gli ha saputo dare il senso giusto, e che, dopo averlo ascoltato l’anno scorso a Padova dagli Yes in formazione Davison-Squire-White-Howe-Downes, mi sento di poter dire che giustizia è fatta, che l’esecuzione del tutto orfana di tastiere dell’anno scorso sarà sostituita nei miei ricordi da questa, che per me rimarrà sempre come la vera Starship Trooper degli Yes e di Rick Wakeman.
Grazie infinite.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Si riaccendono le luci. Rimango appoggiata alla transenna, un po’ instupidita, guardando il palco vuoto e lasciando vagare lo sguardo attorno a me. Sono passate due ore e mezza, e mi sembrano dieci minuti. Michaela è al mio fianco che sorride, e ci raggiunge Paul, con l’immancabile birra in mano. Mi dice che, in trent’anni che segue i concerti di Rick, questo è stato uno di quelli in cui lui ha suonato meglio. Questa cosa mi rende ulteriormente felice di essere qui: ne è valsa la pena. Continuiamo a chiacchierare piacevolmente, poi Paul mi chiede se voglio fare una foto con Rick. Io ovviamente rispondo di sì, e lui mi fa un gesto con la mano. Mi volto, ed eccolo là. In mezzo ai fans, come sempre. Sorrido, e mi avvicino, ma in questo momento c’è troppa gente, e preferisco aspettare, tanto so che lui avrà un attimo per tutti senza dimenticare nessuno.
RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani
Mentre mi aggiro lì intorno trovo Matt che si beve una birra chiacchierando con un fan. Mi avvicino, e quando si accorge di me lo saluto e gli racconto del mio primo incontro con lui 12 anni fa con i Procol Harum. Il suo viso si accende di curiosità, e mi rivolge tutta la sua attenzione. E’ poi la volta di Dave, che mi chiede da dove vengo, si stupisce quando gli dico ‘Italy’, e mi racconta di avere registrato l’anno scorso un disco con Cesare Cremonini. Anche a lui, come a Matt, fa piacere intrattenersi per qualche minuto con me, anche se io non sempre afferro quello che ha da dire. La foto ricordo è d’obbligo.
DAVE & SAURA – RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani collection
Vedo che la gente vicino a Rick si è diradata, quindi mi faccio sotto. Sono una delle ultime ad arrivargli davanti, e quando mi vede sembra riconoscermi e sorride. E via con la prima foto.
SAURA & RICK – RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani collection
Mentre gli allungo il biglietto del concerto e lui me lo autografa gli porgo i saluti da parte di Claudio Canova (e lui sorride), di Tim Tirelli (e lui sorride) e Nic Caciappo, amico californiano conosciuto per uno di quei casi fortuiti di cui è piena la vita, che in varie occasioni ha suonato con lui e di cui è grande amico (e lui borbotta tutto felice e conclude con un ‘amazing guy’). Poi mi prende per una spalla, mi poggia il testone sul crestino, e ne vien fuori un’altra foto meravigliosa.
SAURA & RICK – RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani collection
Inutile dire che io sono al settimo cielo. Ma sono anche una persona consapevole ed equilibrata, quindi lascio il mio posto a chi c’è dopo di me. Becco Ashley mentre chiacchiera con Michaela, che è una sua grande fan (ha persino lo smartphone ‘coverizzato’ con una sua immagine, e poi dicono di me che ho come salvaschermo una foto di Rick…), e faccio una foto anche con lui.
SAURA & ASHLEY – RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani collection
A fianco di Ashley c’è Tony, ed io mi spertico in lodi con lui, dato che, dopo Rick, è quello che mi ha maggiormente impressionato. Quando gli dico che vengo dall’Italia spalanca gli occhi, poi si mette al mio fianco per la foto di rito.
TONY & SAURA – RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani collection
Mentre la band si aggira ancora lì nei paraggi io mi avvicino allo stand del Wakeman’s Music Emporium, osservo i cd esposti e mentre sto valutando quali acquistare si avvicina Rick per salutare l’amico al di là del tavolo.
SAURA & RICK – RICK WAKEMAN Barrow Hill 11 sept 2015 – photo Saura Terenziani collection
Poi tutto finisce. Sono fuori, una degli ultimi ad uscire se non proprio l’ultima, il cancello si chiude dietro di me ed io mi incammino in cerca di un taxi. Penso con rammarico che quello che ho atteso con trepidazione per quattro mesi è già finito, ma la sensazione di essere stata partecipe ad un evento abbastanza unico per questo particolare periodo della carriera musicale di Rick Wakeman non mi abbandona. Quella che sembrava una pazzia alla fine si è rivelata una splendida avventura, che è valsa la pena di affrontare. Un’avventura da ripetere, sicuramente. Internet e tutto il resto rendono l’organizzazione di una cosa del genere una vera passeggiata, e da qualche tempo ho deciso di non lasciarmi sfuggire più nessuna occasione. Questa ne è stata la prova. Ne è valsa la pena? Sì, per il concerto e per tutto il resto. Lo rifarei? Certamente. Lo rifarò, se e quando si presenterà ancora un’opportunità del genere. Quindi, Rick, mi raccomando, non ti strapazzare troppo. Alla prossima.
(broken) ENGLISH
May 2015.
Everyday I open the homepage of the Rick Wakeman website and today immediately a news hits me: Rick will do a concert with his band, The English Rock Ensemble, in Derbyshire, England, on September 11, 2015. The venue is The Barrow Hill Roundhouse Engine Shed, a maintenance depot for trains with a museum which displays various vintage locomotives.
My first reaction is: I have to be there. I saw Rick Wakeman only with the piano solo show so I have never seen him with his band, and given that the concerts with the ERE are rare, this could be a unique opportunity. I have to go. Period. And so, without thinking about it too much, I buy the ticket.
September 2015.
After various adventures (until the last moment I was afraid of not making it), I’m on the Ryanair plane for the East Midlands airport, destination Chesterfield. Tyrrell is not with me because in this september he is always very busy at work, but I’m here anyway. After a hectic night at the hotel and a morning spent walking the streets of this charming town, at 5 pm I am a on the bus off to Barrow Hill.
Once there I note that there’s already a dozen people, including Su, a friend I met on Facebook; her accent is so tight that I make huge efforts to try to understand her. I promise, once at home to try to improve my English. While the queue of fans stretches (all neatly lined up) at 6,30 pm they open the gates. I rush in and I sling myself in the front row. I have before me the magic ring of ten keyboards, with two Minimoog. Only now I really realize where I am and what’s going to happen.
The location is very impressive. The stage is mounted on the exchange circular platform which is used to operate the locomotives, and two of those machines breath out steam to make the environment similar to the misty English countryside early in the morning. People keep on coming. In the morning I made the pleasant acquaintance of Michaela, a German fan of Rick from Cologne. We are lucky to find ourselves side by side there in the front row. Shortly after Paul arrives, he is a friend of Rick for over thirty years now, he tell me to reach the bar after the show so he may offer me a drink. I take a mental note to have him in sight, because he might take me directly to Rick. I do not know in fact if on this occasion at the end of the concert fans will have the opportunity to take pictures and talk with RW, as usually happens with the piano solo shows. Michaela wonders if Paul knows at what time the concert will begin, “eight pm” says Paul. The punctuality of the Englishmen is legendary. At eight sharp the lights dim at the sound of the overture of the Return To The Centre Of The Earth. Rick and his band take the stage.
I’m stunned. The Caped Crusader is in front of me, just abou three meters, smiling, dressed with simple shirt and pants but also with the legendary golden cloak that helped to create the myth. I’m happy to be there, I’m glad I did this crazy trip, and I get ready to enjoy the show. The first piece is an excerpt about twenty minutes long from the epic Journey To The Centre Of The Earth. When the first notes of The Battle come out I can not help but capturing this moment with my smarthone. To Hear Rick Wakeman playing the Moog is something that every lover of progressive, and music in general, should do once in their lifetime. And tonight it seems that the thing is quite good. The solo at the end of the piece is something incredible to my ears.
Ashley Holt seems to reach the high notes despite his age (69). He is a particular singer, very lyrical, you may or may not like his style, however, he is undoubtedly linked to the solo career of Rick and certain passages seem incomplete without his voice.
I saw Matt Pegg in 2003 with Procol Harum. I thought good things about him back then then, and listening to him now I can confirm my fisrt impressions.
Dave Colquhoun is a very technical guitarist and he is essential for this band plus he is a precious counterpoint to both Ashley and Rick.
The real surprise (which is no surprise actually) is Tony Fernandez on drums, he is 69 , and he ‘s been playing with Rick since 1975. He is ‘a force of nature, solid and rocky, with a nice hard touch; he never tries nonsense, he stays on the song, he’s always ready to follow Rick’s signs, or the changes of tempo and melody. Together with Matt they form a very good rhythm section. I naturally compare him with Alan White, who in recent years I’m afraid he has become a shadow of the great drummer he was. Tonite I have in front of me a drummer who still rocks hard. Then he is lefty and he plays using the traditional grip… worth seeing.
When the suite of Journey ends with the epic Hall of the Mountain King by Grieg, Rick takes the microphone and salute us. It soon becomes clear that it will be a great evening. Rick is in the right mood, he wants to joke and during the show he will tell us many anedoctes with his typical irony. It is not always easy for me to follow his English, but I get something anyway. The next piece is one of the six wives, Catherine Parr. I have the set list in front of me, I know they will not play “my”favorite wife, Anne Boleyn, but I enjoy this too, which is one of those where the skill of the Keyboards Wizard is more noticeable.
The Visit and Return of the Phantom follows, two tracks from the soundtrack written by Rick for the film Phantom Of The Opera that he usually always inserts in the set list when he plays with the ERE. They are not my favorite, but I listen to them equally willingly. Then he gives us a gem that he does not play often live,White Rock, composed in 1976 for the Winter Olympics in Innsbruck, Austria. I fight with myself: shall I film it or I better get rid of this media obsession that oppresses us? I go for the latter option, so I fully enjoying his stunts on the Moog. At the end I know I did the best choice, because the feelings that go through my body right now make me feel much more alive than with a home movie in low resolution on my hard disk.
The band go off stage, leaving Tony to beat his drums alone. I don’t like these kind of solo performances (unless your name is John Bonham) but Rick wants everyone to have his space, so I eventually take it for what it is, a little moment of celebration for a drummer who has constantly accompanied Rick during the whole of his career. Rick looks amused looking from the back of the stage to see when Tony is near the end of his solo.
At a given signal Rick and others come back on stage, and they launch themselves in a version of the suite of King Arthur, in my opinion one of the finest records of his career and one of my favorites. Rick juggles on various keyboards arranged in a ring around him, he enjoys the moment, he sings the parts together with Ashley; the thing I note the most is the accuracy of the sound. I have listened to dozens of official bootlegs and live recordings, I saw a lot of video on the net, covering all the eras of his career, and it seems to me that tonight the sounds are just the right ones, they fit perfectly one in another, no smudges or uncertainties; I think also that, despite his health problems (if they are true), Rick is really in great shape and he has the total control of his instruments, while circling (so to speak, given his size) from one keyboard to another.
Maybe it’s just my impression, due to being here in this moment and to see him in front of me, so majestic and imposing, with his golden mantle, whereas the leitmotif of King Arthur performed on the Moog gives way to the poignant melody of “The Last Battle”, I almost can’t believe I’m here.
And then it’s time for another wife, Jane Seymour, and here I can not resist, multimedia wins.
Absolutely fantastic. Not to mention what comes after. No Earthly Connection is perhaps my fave album among the many published by Rick; the majority of fans always vote for The Six Wives or Journey or King Arthur, well, I stand out from the crowd and choose NEC. I do not know the reason, maybe it’s for those piano parts that come in from nowhere when you don’t expect them or perhaps for the fact that it’s his strangest concept album. The fact is that when the Recollection / The Spaceman start I seems to leave for cosmic trips, because I expect the arrangement that Rick did in Cuba in 2005, and I am satisfied on time. Ashley begins to struggle along with the high notes, trying to mask his uncertainties, sometimes he succeed and others does not. Never Mind, you can not expect more from him given his age, and in any case what comes out is still a good result.
We get another wife, Catherine Howard, and I inevitably think about Tyrrell, since it is his favorite. Catherine Howard is a long piece with many changes of tempo and melody, a real festival of progressive. Knowing the ill-fated history of the fifth wife of Henry VIII I close my eyes and I seem to see her there, imprisoned in the Tower of London, alone and desperate. By the intertwining notes you can perceived her young age and her will to live, her frivolity, her fall from grace and her death. Rick is a master in illustrating these historic moments with the music he loves so much. Between songs, tasty interludes between him and the rest of the band.
We’re approching the grand finale. Merlin The Magician closes the concert. Halfway through the piece Rick exits the keybopards ring, picks up his Roland AX-7 keytar, duets with Dave and then he come down the stage and immersed himself in the crowd while playing. He even gets on the ladder of a locomotive and has a good time. Then comes back, he grabs a blonde fan and takes her on the stage. Once there Ashley explains here how to stretch her arms, Rick then lean over her arms the keytar and starts playing it like a normal keyboard. Then he turns to Tony and they breaks out the jig part of Merlin. I wonder how he can play that way a piece like that on a keyboard with only four octaves and a support so precarious, but it seems that for him it is like drinking a cup of tea. Amazing.
Loud ovation from audience and final acclaim. But there’s more. We call them back with a loud voice, because we want Rick still here with his Moog. They comes onstage again to play the only Yes songs of the evening. Rick did not play on it way back in 1971 but it became one of his war horse anyway. When Tony gives the four I raise my arms to the sky in a liberating scream. Right now I really feel part of the history of music, of Rick Wakeman and Yes. Ladies & gentlemen, Starship Trooper.
You can say what you want, that Ashley Holt has little to do with the style of Jon Anderson, that overall this version differs too much from the original piece, but what I tell you is that the final triumph on the Minimoog is the true essence of this masterpiece, and that Rick is the only one who was able to give it the right direction, and that, after listening to it live last year in Padua played by Yes in the Davison-White-Squire-Howe-Downes line up I feel I can say that justice is done, that last year performance was a bit orphan of the real keyboards work and it will be replaced in my memory by this … this one will always remain the true Starship Trooper to me, RW is essential to it.
The show ends. Thank you very much.
They turn on the lights. I remain leaning against the barrier, a bit dazed and confused, looking at the empty stage and letting my eyes wander around. It’s been a two and a half hour show, and it seemed just like ten minutes to me. Michaela is at my side smiling, Paul joins us, with the inevitable beer in hand. He tells me that, in thirty years following the concerts of Rick, this was one of those where he has played better. This makes me happy: so my trip was worth it. We continue to talk nicely, Paul then asks me if I want to take a picture with Rick. Of course I say yes, and he makes a gesture with his hand. I turn around, and there he is among fans, as always. I smile, and I get closer, but right now there are too many people, and I prefer to wait, I know he will have a moment for all without forgetting anyone.
As I wander around I find Matt drinking beer while chatting with a fan. I approach him, and when he notice me I greet him and tell him of my first meeting with him 12 years ago at the Procol Harum show. His face lights up with curiosity, and gives me his full attention. Then I meet Dave, who asks me where I come from and he is very surprised when I say’ Italy ‘; he tells me that last year he did session with Cesare Cremonini (an Italian singer).
I see that people near Rick thinned, so I go near him. I am one of the last to aapproch him, he seems to recognize me when he sees me and smiles.
I hand him the ticket for an autograph, I gives him greetings from Claudio Canova (one of his italian promoter), Tim Tirelli and Nic Caciappo, a Californian friend of Tyrrell who on several occasions has played with him and of which he is a great friend (and he mutters happily and ends with an ‘amazing guy’). Then he takes me under his shoulder, he lean his head on my little Mohawk, and I get another wonderful picture to hold dear.
Needless to say, I’m over the moon. But I am also a person aware and balanced, so I leave my place to some other fan waiting. I catch Ashley chatting with Michaela, she is a huge fan of him (she even has the cover of her smartphone with a pic of him, but after all I have a Rick pic as a screen saver of my smartphone …), and I take a picture with him too
Alongside Ashley there is Tony, and I praise him, since he impressed me. When I say that I come from Italy he opens his eyes, then we take a photo together.
While the band is still there around I approach the stand of Wakeman’s Music Emporium, and buy few cds while Rick comes to greet his friend across the table.
Then everything ends. We are out the venue, I’m one of the last to leave, the gate closes behind me and I start walking in search of a taxi. I regret that what I have been eagerly looking forward for four months is already over, but the feeling of being a participant in an event quite unique for this particular period of the musical career of Rick Wakeman does not leave me. What seemed crazy at the end turned out to be a wonderful adventure, worth the deal. An adventure to be repeated, certainly. Internet makes the organization of thing like this quite easy, and I have decided not to miss any more opportunity. Was its worth it? Yes, for the concert and everything else.Will I do it again? Certainly as soon as another concert like happen . So, Rick, please, keep yourself in good shape. See you next time.
Mi chiama Polbi, mi parla di un bluesman reggino, è entusiasta e mi dice che mi manderà una mini intervista e due considerazioni. Mi documento, guardo qualche video; la prima cosa che mi viene in mente è HOWLIN’ WOLF. Fabrizio Canale sembra avere l’atteggiamento simile, mette tutto se stesso nel proporre il blues, nel coinvolgere, nell’intrattenere. Anche dal punto di vista tecnico e stilistico è vicino a Chester Burnett, punta sull’essenziale, sulle soluzioni primordiali del blues, sul feeling. A tratti sembra andare sopra le righe, ma il sentimento pare sincero. Non mi sorprende che sia piaciuto al nostro Michigan boy, da Charlie Patton e Skip James Canale salta direttamente a Jon Spencer (blues explosion). Nel suo vero e proprio cd d’esordio ci sono anche pezzi suonati con una band come brevemente svelato nel teaser…
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ma non hanno la stessa intensità dei pezzi proposti come one man band, anzi rischiano – a mio modo di vedere s’intende – di diventare episodi di quel blues che lo stesso Fabrizio tende a non amare. Io credo che se suoni blues con una band (bianca o nera che sia) al giorno d’oggi devi trovare sentieri diversi, percorsi che aggiungano davvero qualcosa di tuo, una prospettiva obliqua, altrimenti diventa inevitabilmente blues suonato con camicina e pulloverino. Resta il fatto che FC, come one man band, sa il fatto suo, e al giorno d’oggi non è davvero poco. Qui sotto, dunque, le riflessioni di Polbi.
Ero ormai sicuro che il Blues fosse morto.
Da anni ormai lo sentivo svuotato, senza senso, riproposto da mille cover band di pelle bianca e anima trasparente.
Lo avevo cercato nei locali di Detroit, Chicago, Los Angeles. Nei club di Roma, nei tristissimi incontri delle Blues Society in Michigan, insomma ovunque fossi andato, ma niente, zero assoluto. Avevo sempre trovato musicisti bravini nel loro compitino, assoli di chitarre noiosi e prevedibili, emozioni finte e riciclate. Insomma, dall’ultima fiammata Blues Punk degli anni 90 questo genere musicale tutto fatto di feeling e vita mi sembrava fosse irrimediabilemte inaridito. Avevo decretato morte certa.
Invece poi, inaspettatamente, ho scoperto Fabrizio Canale.
Ero a Detroit perso appresso a mille cose e dalla mia Scilla, dall’ultimo meraviglioso lembo di Calabria, mi arrivano le telefonate dei miei amici. Sono increduli, c’e’ un ragazzo che praticamente solo con chitarra e armonica sta rivoltando la serata a colpi di Blues, roba da non credere, dovresti esserci, mi divcevano per telefono. Poi, dopo qualche ora arriva qualche video fatto con il telefonino…e io comincio ad aprire occhi e orecchie….si, senza dubbio, qui c’e’ qualcosa di diverso…c’e’ vita, passione, attitudine…Ma da dove esce fuori questo tipo?!!? Vivo a Scilla, o forse sarebbe meglio dire nel Mare di Scilla, per quattro mesi ogni anno e questo non lo avevo mai sentito?! Io?! Non e’ possibile….ci deve essere un trucco….
Mi metto subito in cerca di video in rete e mi rendo conto che e’ tutto vero.
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Esiste un ragazzo, fra Reggio Calabria e Torino, che spesso da solo come One man Band, e a volte in compagnia di altri fra cui un grandioso suonatore di armonica, sta tirando fuori un suo Blues originale e vivissimo. Palpitante, vero, senza pose e assolutamente irresistibile, Fabrizio Canale gira per l’Italia e non solo, suonando ovunque. Festival Blues, Locali, Club, ma anche e tanto per strada, dove capita, coinvolgendo chiunque nel suo Blues frenetico. Una forza, una carica vitale come non ne vedevo da tempo esce fuori da questo ragazzo poco piu’ che ventenne mentre suona questa musica secolare. Verrebbe quasi da credere nella reincarnazione, in qualche strano sortilegio voodoo avvenuto fra un incrocio polveroso del sud degli States e gli incantesimi di Scilla & Cariddi.
Lo vado finalmente a trovare, in una serata caldissima di fine estate, in occasione di uno show in riva al Mare della Bad Chili blues band.
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Facciamo due chiacchiere sulla battigia, con le luci della Sicilia sullo sfondo e l’aria di Scirocco che ci incasina i pensieri.
“Nella musica Blues ci sono letteralmente cresciuto dentro. Mio padre, armonicista e cantante di questa band, e’ un bluesman da sempre e questo e’ ilrisultato…Ho ascoltato tutto…il rock blues di Zeppelin, Cream e Stones…il poprock degli anni settanta…o anche il rock italiano della mia generazione…ma nulla mi ha coinvolto veramente, nulla mi ha preso dentro come il blues…e non parlo tanto di quello elettrico, Muddy Waters, Chicago ecc…ma proprio del blues del delta, di Charlie Patton, Son House, Sonny Boy Williamson, Skip James, tutti questi musicisti incredibili, gente che con una chitarra in mano sapeva far ballare, divertire, piangere e emozionare le persone che andavano a sentirli…ecco, quel blues e’ una musica assolutamente Invincibile!”
Parla a ruota Fabrizio, con un entusiasmo contagioso, e a noi si unisce anche suo padre Domenico. “ Quando era piccolo gli regalai un basso e un amplificatore…lui ascoltava e rifaceva i pezzi della nostra band…poi un giorno il nostro bassista non era reperibile e mi sembro’ logico provare a chiedere a Fabrizio…Sono Prontissimo!!! Mi rispose carico a mille…E cosi poco dopo si ritrovo’ a soli quattordici anni ad aprire il concerto di Bonamassa in Sicilia…”
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Sono molto uniti i Canale, suonano insieme, parlano di musica, girano in tour, hanno un energia in comune molto profonda.
“Non sopporto chi suona il blues come un esercizio di stile” riprende Fabrizio “Devi farlo tuo, deve tirare fuori quello che hai dentro veramente e tu devi essere capace di ridarlo alle persone che ti ascoltano, devi rimandarla tutta fuori questa energia blues, anche a costo di sfinirti…Hai un microfono, e’ un arma potentissima, la gente ascolta sempre chi usa un microfono, ne sanno qualcosa i dittatori di tutto il mondo…Io tiro fuori quello che ho da dire, provoco reazioni, coinvolgo e sfido anche gli indifferenti, sento di avere un messaggio da portare ma anche una grossa responsabilita’ in questo senso…Il blues ti insegna tante cose, e una delle sue lezioni piu’ forti e’ quella di essere nel presente, di fottertene di tutto ed essere nel momento presente che stai vivendo, altro che tradizione e stile….Si, il blues nasce anche dalla tristezza e dalle difficolta’, ma noi crediamo che sia una musica liberatoria che ti insegna a reagire, a vedere le cose con ironia e ripartire sempre con un attitudine positiva…”
Il concerto ormai sta per iniziare, e la nostra piccola intervista si chiude pensando ai pezzi che suoneranno stasera. Ci sara’ un po’ di tutto, Blues logicamente, ma anche Soul e Rock and Roll, per un pubblico estivo distratto e casuale, sicuramente poco incline a farsi coinvolgere da queste cose.
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Ma la forza della musica e l’energia dei musicisti compie il piccolo miracolo, e alla fine Fabrizio suonera’ il basso fra il pubblico mentre balla come posseduto, coinvolgendo tutto e tutti nel suo vortice sonoro.
Torno a casa pensando a come tutto questo sia anni luce lontano dalle noiosissime blues band che ho visto ultimamente, e di quanto abbiamo bisogno di musicisti come Fabrizio e Domenico Canale, e di tutti quelli che come loro ci credono davvero e vivono in prima persona le emozioni che suonano e raccontano.
Fabrizio Canale e’ spessissimo in giro per concerti, ha una pagina facebook ed ha appena scritto e prodotto un disco.
Non perdetelo per nessuna ragione al mondo se passa dalle vostre parti.
Giancarlo Trombetti era presente al ritorno in Italia di David Gilmour, queste le sue impressioni.
A Firenze ho donato cinque anni della mia vita. La conosco benino. Ma anche se sai che Le Cascine “sono da quella parte lì”, ti rendi conto che a Firenze si risparmia sui cartelli stradali. Mi affido a una signora che mi dice: “mi venga dietro”. E arrivo. L’ippodromo è esattamente davanti al Parco dove qualche vita fa vidi Lou Reed farmi due coglioni notevoli nel tour di Growing Up InPublic. Mi pare si chiamasse Parco delle Cornacchie, ma non ci giurerei.
DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)
Le file, già alle cinque sono almeno tre, nessuna con una indicazione, quindi ci si accoda a caso. Giusto per scoprire dopo dieci minuti che si è dalla parte sbagliata; pare che lì si vendano biglietti, là nemmeno si sa. Un altro amico, Claudio, è in fila dall’altra parte dell’Ippodromo. Ci sentiamo per telefono e gli suggerisco di informarsi. Anche lui in coda dalla parte sbagliata. Verso le sei, a file ferme chiediamo se i biglietti, acquistati quasi sette mesi fa, rispetteranno le priorità e ci saranno i famosi posti numerati, quelli per cui avevo scritto una decina di volte alla Live Nationdopo lo spostamento da un teatro a un ippodromo senza, logicamente, ottenere uno straccio dirisposta. E diamo subito un senso a questo straziante quesito : perché chi ottiene da appassionati fessi con sette mesi di anticipo il denaro per un concerto su cui gravano mille incognite – in sette mesi può accadere di tutto al mondo e che infarcisce di succosi “diritti di prevendita” come se donare il proprio denaro in assoluto anticipo, invece di un trattamento di favore meriti un aggravio di spesa , non si pregia di emanare un banale comunicato stampa che informi, semplicemente, il fedele acquirente ? Risposta. A causa di un vezzo tutto italiano : la maleducazione e la mancanza di professionalità.
E’ così che un giovanotto fiorentino ci dice, stupito : “…non capisco perché abbiate tutta questa fretta di entrare che tanto i biglietti sono tutti numerati e si può accedere al proprio posto anche cinque minuti prima del concerto”. Andiamo bellamente in culo alla fila e iniziamo a girovagare per le Cascine in cerca di cibo. Verso le otto, dopo aver pagato un euro a pisciata nei locali gabinetti pubblici…il fratello di Claudio, con due ragazzi al seguito, paga tre euro per tre pisciate… ci indirizziamo ai tornelli come mucche al pascolo.
DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)
Umidità all’80 per cento, misurata con accuratezza dai miei capelli fradici come se fossi appena uscito dalla doccia, non piove, maledico la mia paura di avere freddo e il conseguente fastidio del maglione legato in vita. Si starebbe bene in calzoni corti e canotta. Bello il palco, dove spicca sullo sfondo il famoso cerchio che i Pink Floyd crearono nel 1967 proiettandovi immagini “psichedeliche” in tono con la musica e che da allora è un marchio di fabbrica delle loro produzioni. Lo so, siamo a un concerto di Gilmour, ma oggi come oggi, andare a vedere David è quanto di più prossimo a un concerto dei Floyd e la gente è lì esattamente per quello. La voglia di Pink Floyd si taglia con il coltello e stupido, nei nostri commenti, ci appare l’atteggiamento masochista e presuntuoso di quel “Assassing” come lo definirebbe Fish dei Marillion di amici che è Roger Waters. Uno che della presunzione e dell’autogratificazione ha fatto una regola di vita. Uno che crede di valere, da solo, quanto tutto il resto del gruppo. Tutti vorrebbero i Floyd, qui e altrove. Tranne lui. E di conseguenza tranne Gilmour. Ci accontenteremo, anche se il mio feeling non è del tutto in “modalità positiva”: ho visto negli anni i Floyd quattro volte, è la mia prima volta con Gilmour solista e temo di uscirne deluso.
DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)
Nell’entrare ci siamo sbrancati. Ma siamo nell’era dei telefonini e recuperarsi tutti e sei non è un problema. La tecnologia ha i suoi vantaggi. Tecnologia che pare non sfiorare i chioschi, che per spillare birra impiegano ore, tra un moccolo e l’altro di chi sta in fila, tutti moccoli espressi in rigoroso, variopinto dialetto di varie regioni. No, io no…sono lì per una Lemonsoda, ma la fila me la puppo lo stesso. E’ così che 5 A.M. una intro strumentale, e Rattle that lock, il primo singolo dal nuovo disco, me li seguo bestemmiando in coda davanti al chioschetto. Ci pensa Claudia, con una fila di cortesi solleciti urlati in toscano con un tono superiore al volume dell’amplificazione, a sbloccare la situazione. La signorina comprende e serve, velocemente. Per Faces of stone siamo finalmente a sedere.
Prima nota: dal vivo, Rattle that lock, un pezzo che mi era sembrato al limite del conato sentito su Spotify, suona benissimo, bello, gradevole, ben arrangiato. La stessa impressione, anticipo subito, l’avrò di tutti i nuovi brani, tranne un brano jazzato che non è brutto in sé, ma che risulta così lontano dalle atmosfere di Gilmour che proprio non riesco a digerirlo.
DAVID GILMOUR, Firenze, Ippodromo del Visarno, 15-9-2015 (photo DG facebook page)
Seconda impressione. Il suono della chitarra cambia radicalmente a ogni cambio. Metallico e old fashioned quando viene utilizzata una Telecaster consumatissima nel corpo superiore, classico e impossibile da non riconoscere quando si imbraccia una Gibson nera. Ho sempre pensato che alcuni musicisti abbiano creato un proprio suono, forse ancor più che un proprio stile, e che tra questi Gilmour fosse uno dei più riconoscibili. Un brevissimo suo solo su un brano di Bryan Ferry, colonna sonora di un buon film degli ottanta, Is your love strong enough, al primo ascolto ricordo perfettamente che rese assolutamente evidente che ci fosse lui, per dieci secondi, alla chitarra. E che oggi siano di moda tecniche di esecuzione dove la velocità ricopre l’emozione, non fa che rendere ancor più evidente il fatto incontestabile che quel suono, quella chitarra, facciano parte di quel film del rock and roll che rivediamo ogni giorno davanti ai nostri occhi aperti mentre facciamo al spesa o guidiamo l’auto. E grazie a Dio che sarà sempre così, meravigliosamente così. Ho visto i Pink Floyd più volte e non ho mai sentito Gilmour parlare, introdurre brani, dialogare con il pubblico, uscire dagli schemi della scaletta e….sembrare umano. Tutto, nei Floyd doveva essere incentrato sulla musica e sulle immagini, come se gli esecutori fossero solo una fastidiosa presenza. Il culmine di questa scelta venne un tempo cristallizzata dalla follia di Waters che volle, per il tour di The Wall, addirittura fa scomparire il gruppo dietro un muro per parte del concerto, cosa che, le cronache riportano, David non riuscì mai a digerire.
Stasera Gilmour parla per due volte, con un accento che più londinese non potrebbe essere, anche per uno nato a Cambridge. Maglietta nera e calzoni grigi, barbetta bianca rada, arriva persino ad accennare alcuni passi di danza mentre passa dalla chitarra acustica alla Telecaster nel corso del recupero di Fat Old Sun, eseguito in una versione luminosa, con un solo inedito, vintage e aggressivo, in coda. Potrei dire che “quelli” siano i miei Floyd, ma sarebbe ridicolo legarsi al recupero di questa e Interstellar Overdrive. In quasi cinquant’anni evolvere e mutare è doveroso. Il palco è sicuramente una sorpresa per chi non abbia mai visto i PF dal vivo; un po’ meno per chi ricorda quanto più eccessivi e invadenti fossero i mille trucchi di quelle produzioni. Ma il caro vecchio telone circolare infarcito di luci ed effetti laser rende emozionante anche questa esperienza “minore”. Mi manca e mi mancherà per sempre, temo, il gigantesco fiore luminoso che usciva dal retropalco nel solo finale di Comfortably Numb, una delle sequenze armoniche in crescendo più indimenticabili del rock and roll, ma ad occhi chiusi, riesco a godermela tutta lo stesso, nel finale.
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Abbiamo detto che sia questa l’esperienza più prossima a un concerto dei Floyd; David lo sa e cadenza il ritmo della scaletta con i classici che siamo lì per ascoltare. Wish you were here viene eseguita come terzo brano, poi Money, Us and Them, High Hopes e , dopo un intervallo di quindici minuti, Shine on you crazy diamond, Coming back to life, Sorrow, Run Like hell e la micidiale sequenza finale Time/Breathe/Numb… è impossibile non uscire soddisfatti, nonostante, la Live Nation, nonostante un coglione in piedi sulla seggiola nel bis davanti a me, nonostante la voglia di vederli ancora tutti insieme.
set list Gilmour Firenze 2015
Nonostante Waters. Bello, perché no? In fondo il rock è oramai cosa per vecchi, e alla faccia dei feticisti che godono a recuperare dischi ignoti di cui nemmeno più gliesecutori ricordano aver contribuito all’incisione, il mercato stesso ti spinge a non dimenticare chi, la storia che tanto amiamo, ha creato. E che stasera fossimo davanti a un pezzo di storia, era indubbio. Tutto perfetto, quindi ? Beh… il dispiacere di vedere Phil Manzanera, oramai un pezzo inscindibile del lavoro di Gilmour, relegato a fare da mezza spalla, presentato, sì, come a Living Legend, ma trattato come un mediocre sideman e cui viene lasciato un unico assolo, a due, per eseguire il quale deve persino cambiare la chitarra…nove i musicisti sul palco, di cui due tastieristi, cosa che fa riflettere su quanto David facesse conto del lavoro di Wright.
Il concerto è lui, quindi, poco spazio ad altro e forse non saprei dire se chi era lì avrebbe desiderato altrimenti. I telefonini hanno sostituito gli accendini e i quindici minuti di intervallo sono serviti più ai frequentatori di social a pubblicare in tempo reale la propria presenza che, forse, al gruppo a bersi qualcosa di fresco, nel retropalco.
Se lo rivedrei ? Sì, subito, stasera. Nonostante la Live Nation. Perché sono un romantico, perché prima vengono le basi, la memoria, le emozioni, e poi tutto il resto. Grazie, Davide. Mi ricorderò di te quando andrò a frugare tra i miei dischi per cercarmi qualcosa da ascoltare. Ancora una volta.
La delusione seguita alla lunga attesa delle deluxe edition dei LZ mi ha sfibrato, affronto dunque gli ultimi tre capitoli in ritardo, con l’animo pallido e senza fiato. Sicuro, nella vita ci sono cose ben più profonde per cui sentirsi così, ma per noi che frequentiamo questo blog la musica è linfa vitale, il Rock condizione senza la quale non restiamo in piedi, i Led Zeppelin il faro che ci guida attraverso approdi pieni di scogli.
Anche stavolta niente di stupefacente per quanto concerne il materiale bonus, eccezion fatta per l’inedito strumentale di PRESENCE di cui abbiamo già parlato a suo tempo. CODA contiene alcune cosette mica male, ma non è sufficiente: la LZ reissue campaign è stata un vero letdown. Queste ristampe avranno anche venduto parecchio, ma il contenuto bonus è assai misero. Ne abbiamo già parlato sin troppo, cercherò di fermarmi qui e di evitare di ripetermi. Affronterò queste ultime tre uscite in maniera sbrigativa, non posso fare altrimenti, il lavoro del Dark Lord ha in qualche modo annacquato il mio LZ drive.
‘P R E S E N C E’
ORIGINAL ALBUM – LZ FAN: TTTT
ORIGINAL ALBUM – CASUAL FAN: TTT
BONUS DISC – LZ FAN: TTT½
BONUS DISC – CASUAL FAN: TT
PACKAGING: TTTTT
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Presence
1. Achilles Last Stand
2. For Your Life
3. Royal Orleans
4. Nobody’s Fault But Mine
5. Candy Store Rock
6. Hots On For Nowhere
7. Tea For One
Lo abbiamo letto e detto mille volte, album cupo, metallico, monocorde. A seguito dell’incidente dell’estate del 1975 ROBERT PLANT è sulla sedia a rotelle, il world tour del 1975 (che doveva protrarsi probabilmente fino al 1976) si ferma dopo il tour americano di gennaio/marzo e le cinque date all’Earl’s Court di maggio. Il gruppo decide di andare in studio ma, a livello di materiale, non è prontissimo. In novembre ad ogni modo i LZ si ritrovano a Malibù, in California, buttano giù idee, ampliano quelle che ci son già. In gennaio sono ai MUSICLAND Studios di Monaco di Baviera dove in tre settimane confezionano il tutto. All’epoca CIAO 2001 parlò di “rock and roll del futuro”, constatazione comprensibile vista l’intro “spaziale” di NOBODY’S FAUL BUT MINE. La chitarra di PAGE e la voce di PLANT intonano all’unisono un fraseggio blues effettato che sembra provenire dalle profondità cosmiche. RP riprende il testo di un blues registrato nel 1927 da BLIND WILLIE JOHNSON e lo canta su di una composizione hard rock di PAGE che ripropone più volte il riff iniziale, arricchito via via con pregevolissimi interventi ritmici a cura di JOHN BONHAM e JOHN PAUL JONES. Quest’ultimo tipo di giochetto ritmico (elegante ed irresistibile, roba da musicisti veri) viene applicato anche al brano d’apertura del disco, ACHILLES LAST STAND; questo è l’episodio forse più rappresentativo di Presence, un brano che è diventato un classico e che raffigura l’essenza dei LZ. I LZ sono soprattutto questi, quattro bravissimi musicisti inglesi alle prese con il “formato” Rock dilatato secondo le loro personalissime visioni; quando il gruppo rimane sul versante drammatico della musica Rock, semplicemente non ha eguali. Il resto dell’album è composto da discreti momenti di hard rock pompato da un drive funk, il tutto però spogliato dalla componente nera. Chiude l’opera un lungo, lento e tormentato blues in do minore, suggestivo e molto amato dai fan, ma imbastito sul modello di SIBLY dal terzo album.
PRESENCE debuttò nella primavera del 1976 al primo posto sia in Inghilterra che in Usa, ma ad oggi è il disco dei LZ (CODA escluso) che ha venduto meno. Certo, più di 3.000.000 di copie solo negli Usa sono pur sempre un bell’andare, ma gli album dei LZ di solito raggiungevano ben altre vette. La copertina seppur della Hipgnosis non è riuscitissima (l’ispirazione proviene da una foto del 1956 dal National Geographic) .
Presence cover inspiration
Interessante certo, ma non una delle icone di riferimento dei LZ; in qualche modo collegata a WISH YOU WERE HERE dei PINK FLOYD.
Companion Audio Disc
1. Two Ones Are Won (Achilles Last Stand) (Reference Mix)
2. For Your Life (Reference Mix)
3. 10 Ribs & All/Carrot Pod Pod (Pod) (Reference Mix)
4. Royal Orleans (Reference Mix)
5. Hots On For Nowhere (Reference Mix)
Il companion disc di PRESENCE contiene a mio parere il miglior momento di tutto il materiale bonus uscito per questa campagna di ristampe 2014/15: 10 RIBS & ALL/CARROTT POD POD (POD). Ne ho già parlato ampiamente ad inizio agosto:
I rimanenti quattro pezzi sono reference mix contenenti variazioni spesso senza importanza. FOR YOUR LIFE ha un assolo diverso, in ROYAL ORLEANS RP canta in maniera bislacca aiutato da un effetto.
‘I N T H R O U G H T H E O U T D O O R’
ORIGINAL ALBUM – LZ FAN: TTTTT
ORIGINAL ALBUM – CASUAL FAN: TTT
BONUS DISC – LZ FAN: T½
BONUS DISC – CASUAL FAN: T
PACKAGING: TTTTT
◊ ◊ ◊ ◊ ◊
In Through The Out Door
1. In The Evening
2. South Bound Saurez
3. Fool In The Rain
4. Hot Dog
5. Carouselambra
6. All My Love
7. I’m Gonna Crawl
L’album a cui sono più legato, quello che ho vissuto in diretta. Il disco che succede alla tragedia che fermò il tour americano del 1977 (Karac Plant muore a cinque anni per una infezione), che riporta alla vita RP, che lascia ipotizzare una nuova fase per il gruppo. Album di passaggio, di mutamento, dominato da JOHN PAUL JONES e dalle sue tastiere, album orfano del JIMMY PAGE supremo chitarrista Rock. L’intro di IN THE EVENING è diventata per me sinonimo d’estate, ogni volta che la sento vengo catapultato in quella del 1979, l’ultima festa degli anni settanta. IN THE EVENING e CAROULSELAMBRA sono gli unici due momenti più o meno in linea con la tradizione epica del gruppo, sono classici minori, un po’ defilati, ma densi di suggestioni, in particolar modo la seconda. SOUTH BOUND SAUREZ e HOT DOG sono i due episodi risibili. Da fan li amo entrambi, ma sarebbero dovuti rimanere tra le outtake del disco. Boogie con sapori del sud degli States nel primo, strambo country rock nel secondo, con performance chitarristiche non all’altezza del nome JIMMY PAGE. FOOL IN THE RAIN è una maestosa rilettura di musica latino-americana in chiave Rock, a tratti il samba fuoriesce senza tentennamenti. JOHN BONHAM rilegge il Bernie Purdie Shuffle in maniera sensazionale. I suoi interventi nei due giri che precedono l’assolo di PAGE sono ormai leggendari. ALL MY LOVE è una deliziosa canzoncina dedicata da PLANT a suo figlio scomparso.
I’M GONNA CRAWL è “il pezzo” dell’album. Riporto anche qui quello che Picca scrisse a proposito non troppo tempo fa: ““I’m Gonna Crawl è un capolavoro assoluto. Il miglior modo di concludere una carriera. Mai abbastanza celebrata. Posso vedere la band sul palco, locale chiuso, una donna delle pulizie che passa lo straccio. La festa è finita, ma prima di andare a dormire c’è tempo per questo piccolo ma gigantesco blues che riporta tutto all’inizio. Un doo-wop spettrale che esce da una radio A.M., fuori dal tempo. Echi di Five Satins, Flamingos, Skyliners, Penguins. La tastiera vagamente da music-hall è perfetta. I ragazzi, in piena malinconia, sembrano volerci dire ‘Vi facciamo sentire per l’ultima volta cosa cazzo state per perdervi per sempre’. Irripetibile. E’ il ‘Last Waltz’ degli Zep. Pensate se avessero chiuso il disco con Hot Dog… ” (Stefano Piccagliani 2015)
ITTOD vola subito in cima alle classifiche (n.1 in UK, USA e CANADA, in italia sfiora la Top Ten. Ad oggi sono negli Usa ha venduto più di 6.000.000 di copie.
Il “bar” dello scatto di copertina fu ricreato in studio cercando di imitare il feel della famosa Old Absinthe House di NEW ORLEANS. Della copertina ne furono stampate sei versioni (scatti da angolazioni diverse) e il disco fu “impacchettato” in una busta di carta marroncina. La copertina a mio parere è molto bella, ma do ragione a Picca quando dice che con i LZ c’entra poco, o meglio c’entra con i LZ versione New Orleans. Chissà se sarebbero tornati a concept più esoterici e misteriosi se non si fossero sciolti …
Companion Audio Disc
1. In The Evening (Rough Mix)
2. Southbound Piano (South Bound Saurez) [Rough Mix]
3. Fool In The Rain (Rough Mix)
4. Hot Dog (Rough Mix)
5. The Epic (Carouselambra) (Rough Mix)
6. The Hook (All My Love) (Rough Mix)
7. Blot (I’m Gonna Crawl) (Rough Mix)
Questo bonus disc è il peggiore di tutti, sette rough mix praticamente uguali agli originali. Magari la voce di RP è meno effettata e più chiara, l’intro di ITE è diversa, ma il resto è una vergogna. Spacciare queste cose per materiale bonus è disonesto.
‘C O D A ’
ORIGINAL ALBUM – LZ FAN: TTT½
ORIGINAL ALBUM – CASUAL FAN: TTT
BONUS DISC – LZ FAN: TTTT½
BONUS DISC – CASUAL FAN: TTT
PACKAGING: TTTTT
◊ ◊ ◊ ◊ ◊
Coda
1. We’re Gonna Groove
2. Poor Tom
3. I Can’t Quit You Baby
4. Walter’s Walk
5. Ozone Baby
6. Darlene
7. Bonzo’s Montreux
8. Wearing And Tearing
L’album postumo del novembre 1982 pieno di scarti e ritagli del passato. WE’RE GONNA GROOVE (rilettura del brano GROOVIN’ di BEN E. KING e del relativo rifacimento dei MANFRED MANN contenente anche la probabile ispirazione del riff di WLL) proviene dal concerto del 9/1/1970 alla ROYAL ALBERT HALL ed è arricchita da overdub di chitarra registrati nel 1982 al SOL STUDIO di PAGE. Sovraincisioni anche per WALTER’S WALK, riff scaturito durante le lunghe improvvisazioni live di DAZED AND CONFUSED e registrato in forma strumentale in studio nel 1972. Nel 1982 RP vi ha aggiunto la parte cantata.
POOR TOM è un grazioso quadretto acustico scaturito dalla session del 1970 di LZ III che sembra trarre ispirazione da PRODIGAL SON dei ROLLING STONES. I CAN’T QUIT YOU BABY arriva anch’essa dal concerto del 9/1/1970 alla ROYAL ALBERT HALL, versione incontenibile. Il blues bianco suonato al massimo. BONZO’S MONTREUX è un movimento ritmico registrato nel 1976 da JOHN BONHAM a cui PAGE aggiunse poco dopo degli effetti elettronici.
OZONE BABY, DARLENE, WEARING AND TEARING sono tre outtake di ITTOD che ritengo di ottimo livello. Rock solare e boogie nelle prime due, energia e atteggiamento punk (o perlomeno back to basics). Se DARLENE e WEARING AND TEARING fossero finite sull’album al posto di SOUNTH BOUND SAUREZ e HOT DOG, ITTOD sarebbe risultato un album assai più concreto e riuscito.
Companion Audio Discs
Disc: 2
1. We’re Gonna Groove (Alternate Mix)
2. If It Keeps On Raining (Rough Mix)
3. Bonzo’s Montreux (Mix Construction In Progress)
4. Baby Come On Home
5. Sugar Mama (Mix)
6. Poor Tom (Instrumental Mix)
7. Travelling Riverside Blues (BBC Session)
8. Hey, Hey, What Can I Do
Disc: 3
1. Four Hands (Four Sticks) (Bombay Orchestra)
2. Friends (Bombay Orchestra)
3. St. Tristan’s Sword (Rough Mix)
4. Desire (The Wanton Song) (Rough Mix)
5. Bring It On Home (Rough Mix)
6. Walter’s Walk (Rough Mix)
7. Everybody Makes It Through (In The Light) (Rough Mix)
Il materiale bonus di CODA non è affatto male, non capisco perché sia stato spalmato su due cd quando il minutaggio di un singolo cd avrebbe potuto contenere tutto. Ci sono gli inediti pubblicati al tempo (1990 e 1993) dei primi due cofanetti, la mediocre soul ballad BABY COME ON HOME del 1969, la grande versione di TRAVELLING RIVERSIDE BLUES di ROBERT JOHNSON presa dalle BBC Sessions del 1969 e il divertente lato B del singolo di IMMIGRANT SONG (1970) HEY HEY WHAT CAN I DO; mancano però i rimanenti due (il mix di MOBY DICK/BONZO’S MONTREUX e WHITE SUMMER/BLACK MOUNTAIN SIDE dalla BBC Session del 1969).
Abbiamo poi l’inedito SUGAR MAMA (disponibile però da tempo immemorabile su bootleg) in ottima qualità che è uno strampalato giro Rock Blues tipico dei LZ dei primi mesi, qualche rough mix di poca importanza, una interessante early version di WHEN THE LEVEE BREAKS, due take di FOUR STICKS e FRIENDS prese dalla famose BOMBAY SESSIONS fatte nel 1972 da PAGE e PLANT con musicisti locali (anche queste presenti da sempre su bootleg), una corta versione alternativa di BRING IT ON HOME e un altro step nella costruzione di IN THE LIGHT che qui troviamo col titolo EVERYBODY MAKES IT THROUGH.
ST. TRISTAN’S WORD è un esercizio strumentale registrato nel luglio 1970 utilizzato (in forma diversa) poi un paio di anni più tardi per OVER THE HILLS AND FAR AWAY. Mancano i corrispettivi bonus di OZONE BABY, DARLENE e WE’RE GONNA GROOVE.
Finisce così (?) la reissue campaign degli 8+1 dischi da studio dei LZ. Il remaster dei dischi originali è molto buono, limpido, a tratti esaltante ma sembra quasi che manchi un po’ di “sburla”, quel “ritorno” sonoro misto a groove e swing che fa dei LZ i signori dell’hard rock. Il materiale bonus è insufficiente, in alcune occasioni è una vera e propria presa in giro; che super fan storici si siano rifiutati di acquistare queste nuove edizioni la dice lunga sulla validità di queste ristampe. Le vendite sono tuttavia andate parecchio bene, cosa questa che non instillerà nessun dubbio nella mente di Page.
Rimangono fuori alcuni inediti che sappiamo esistere, registrazioni live del periodo migliore (1971) che pur non essendo di qualità sonora perfetta (i nastri non sono veri e propri multitraccia) sarebbero state per i fan una vera manna visto che in circolazione esistono sono bootleg da fonte audience, e altre registrazioni soundboard di concerti che sarebbero stati dei meravigliosi companion disc (mi riferisco ai soundboard del tour downunder del 1972 e del tour americano del 1977).
Credo che prima o poi altre cose usciranno, PAGE lo ha addirittura ipotizzato per il Record Store Day; non so a questo punto se sia tutta colpa sua questa miseria, immagino che la WARNER voglia centellinare al massimo quel po’ di materiale inedito che esiste. D’altra parte quando PAGE ha ripubblicato le sue due soundtrack (DEATH WISH II e LUCIFER RISING) le ha imbottite di molto materiale aggiuntivo.
Non ci resta altro che aspettare perché, pur consapevoli che i grandi momenti di musica Rock sono già stati pubblicati a suo tempo negli anni settanta, non possiamo fare altro dato che quando si parla dei LED ZEPPELIN anche gli avanzi diventano vere leccornie.
Il nostro Bodhram ci guida attraverso la scoperta degli olandesi MY BABY. Let’s get the blues again.
Nei commenti che faccio ogni tanto su questo blog scrivo che cerco, per quanto possibile, di restare “aperto” alle novità, o comunque a musica che mi faccia venire quel “frìccico ner còre” che con l’avanzare dell’età è sempre più difficile sentire. Ecco, per una serie di fortunate coincidenze mi sono imbattuto nei My Baby, e la soddisfazione è stata doppia. Estate 2015 con consorte via per lavoro fino ad ottobre e impossibilità di assoldare una compagnia di oba-oba ad allietarmi le serate con balli e canti. Frugo quindi sulla rete a caccia di concerti, la Toscana è abbastanza prodiga di festival, più o meno interessanti, più o meno costanti nel tempo, (forse eredità di ArezzoWave, che da patrimonio nazionale è via via sbiadito fino a non rappresentare oramai più niente), spesso gratuiti (con un gruppo di amici anche io ne ho organizzato uno per 3 anni consecutivi in provincia di Arezzo per poi mollare).
Ve la faccio breve, trovo questo Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI). Mai sentito. Frugo. Vedo che giovedi 10 si esibiscono come headliner i Verdena, che non sono da “frìccico” ma nemmeno da buttar via e mi dico “esci dal lavoro, vai lì, birra & panino, un po’ di musica e a nanna”. Due gruppi spalla, tali pisani Venus in Furs e gli olandesi My Baby. A parte le presentazioni sul sito altro frugare sulla rete, capisco che i pisani non mi frìccicano per niente, trovo l’ultimo album dei My Baby, Shamanaid. Infrango la legge e me li ascolto durante il ritorno a casa.
Prima soddisfazione.
Anni fa, tramite Led Zeppelin, ho scoperto il blues primigenio e la forza di quella povertà musicale e di quella ripetitività, mi sono avvicinato a certo folk carico di poesia e di melodie inusuali per il pop e il rock standard, e di questa roba me ne sono innamorato. E oggi preferisco ascoltare Robert Jonhson (o Seasick Steve) che Stevie Ray Vaughan. Preferisco i Pentangle a tante melense ballad aMMericane.
In Shamanaid ho trovato questo. Un trio, olandesi fratello e sorella (batteria il primo, voce/basso/chitarra ritmica la seconda) e un neo zelandese alla chitarra solista. Sarà l’acqua stagnante dei canali di Amsterdam, ma nel sangue di questi scorre anche un po’ di Mississipi; non chietedemi come e perché ma pare che abbiano capito perfettamente “la lezione”, almeno per le mie orecchie. Su ostinati fingerpicking la tipa (tal Cato Van Dyck) ricama atmosfere tipicamente blues o si avventura ogni tanto in ricami medio-orientali, cari anche a Plant, la chitarra non si lancia mai in virtuosismi, resta semplice, quasi ovvia, ma centra l’obiettivo. Leritmiche invece sanno spesso di nuovo, e rendono il disco anche pop, nel senso buono del termine.
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Mentre lo ascoltavo, e riascoltavo, mi veniva in mente Plant e la sua ricerca delle radici di questi ultimi anni e mi dicevo che questi ragazzi ci sono arrivati, a quelle radici. In un episodio, con un’accordatura aperta alla White Summer, stampano una melodia che nonavrebbe sfigurato nei Fairport Convention. Ci sta anche siano cover, non so, non ho frugato più, ho solo riascoltato il disco di continuo per una settimana. Ne hanno anche uno precedente, di album “Loves Voodoo!”, del 2013, ma mi ha impressionato meno.
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E poi giovedì sono andato al concerto. Acquaviva è un buco, un buco con un parco, e nel parco organizzano il festival. Gran bel palco, una stesa di tavoli tutti al coperto, menu che nemmeno in trattoria, tutto, caparra per il recupero dei bicchieri (si, era tutto pulito), insomma un’organizzazione di alto livello, volontari gentilissimi, pubblico variegato e atmosfera rilassata senza quei tratti sciatto-freak di cui non si sente la mancanza (non è roba scontata riuscire ad ottenere queste cose e gli organizzatori si meritano davvero un applauso).
Arrivo abbastanza presto, e dopo poco c’è il check dei My Baby, funestato da infiniti problemi al microfono della cantante che mi fanno un po’ temere visto che insieme non provano per più di 3 minuti. Ceno, scambio due chiacchiere e aspetto, incontro la cantante che fa acquisti in un banchino di bigiotteria e mi complimento per il disco; la tipa, giovane giovane, mi ringrazia e mi invita ad andare sotto il palco per la loro esibizione. Certo, son lì per quello. Si sa, i festival son così, la gente spesso va per gli headliner e non si fila gli altri.
Arriva il loro turno. Salgono sul palco e ci invitano “a scendere con loro nella palude”.
Seconda soddisfazione.
MY BABY – Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).
I My Baby non solo hanno imparato la lezione, ma hanno grinta da vendere, Da pochi che eravamo il prato si è popolato di gente che ballava, eh si, perché il set è stato tiratissimo, con delle ritmiche quasi “da discoteca”. Ne son rimasto, nevvero. Come lo vogliamo chiamare, “trance-boogie”, “rave-blues”, ma davvero non potevi startene fermo lì solo ad ascoltare, e lo dico io che non sono proprio un ballerino. La cantante imbraccia una chitarra che suona spesso con l’octaver a sostituire il basso.
MY BABY – Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).
La voce è potente. Il fratello alla batteria non perde un colpo che sia uno mentre la chitarra, tra slide e pochi effetti non annoia mai in brani che sono lunghi, con ampi spazi lasciati all’improvvisazione.
MY BABY – Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).
Quando hanno abbandonato il palco hanno ricevuto un’ovazione, meritatissima. Nelle chiacchiere che son riuscito a fare anche dopo il concerto mi hanno dettoche nei festival, con poco tempo a disposizione e un pubblico che magari non è lì per loro, non lasciano spazio al respiro dei brani più tranquilli e alzano il tiro, nei club invece si prendono il tempo per i momenti più intimi.
MY BABY – Live Rock Festival ad Acquaviva di Montepulciano (SI).
E ho scoperto che quest’estate si sono esibiti nei palchi dei festival europei di spalla a Seasick Steve (quello di John Paul Johnsiana collaborazione). Questa era l’unica data italiana e dal loro sito non sembrano ricalare al sud in futuro. Un’esibizione tutta loro, che sinceramente vorrei davvero vedere, per ora me la scordo.
Ah i Verdena, un po’ sono stato, poi sono tornato verso casa, le orecchie a quel punto erano soddisfatte.
Insomma per me Shamanaid è da annoverare tra i dischi dell’anno e i My Baby tra i gruppi che non mi fanno disperare per il futuro della musica e per il mio privato “frìccico”.
Uno alla sera prima di andare a letto decide di darsi un po’ di crema sul viso, non una crema commerciale, no, una di marca, una di quelle che dovrebbero fare molto bene, mantenere la pelle morbida, creare l’effetto anti età. Uno fischietta un motivetto dei FIRM mentre se la spalma con cura. Uno si sente bene quando si prende cura di sé.
Foto internet
Uno poi va a letto e apre ancora con diffidenza il sequel della trilogia di Millenium. Stig Larsson se ne è andato ormai da 11 anni, il prosieguo dei suoi tre fortunatissimi libri è a cura di uno di cui uno non ricorda nemmeno il nome, ma il desiderio di rivivere le peripezie di Mikael Blomkvis ha il sopravvento. Uno poi chiude il libro, si sistema nel letto cercando di non disturbare il gatto Palmiro che dorme spaparanzato.
La notte uno si sveglia più volte, gli fa un po’ male la gola, sembra ingrossata, uno pensa ad un colpo di freddo. Alle 7 uno si sveglia definitivamente, si sente strano, la pelle del viso è calda, gli tira, come se avesse preso troppo sole. Uno muove i muscoli della bocca, uno capisce che c’è qualcosa che non va. Allora uno va allo specchio e si vede rosso e gonfio.
La groupie sta per partire per la Britannia, domani sera a Chesterfield ultimo concerto dell’anno di RICK WAKEMAN, non ha tempo di stare dietro ad un uomo di blues con una irritazione da crema da viso.
Uno si sciacqua la faccia più volte con l’acqua fresca. Uno va al lavoro. Uno ha 4 colleghe donne. La Virago intima di prendere del cortisone, la Sarwooda pure, la Dorwooda disapprova, la Vanwooda non si espone. La Sarwooda ribadisce il concetto, a volte s’ingrossa la gola e si fa fatica a respirare dice. Uno, che è un uomo di blues, inizia a sentire che la gola si chiude, inizia a vedersi trasportato d’urgenza al pronto soccorso, sente arrivare una crisi d’ansia. Uno va sul balcone del proprio ufficio, ispira ed espira lentamente, pensa all’inedito di PRESENCE e pian piano si tranquillizza. Uno va allo specchio e si guarda la faccia; uno dice tra sé e sé “mo’ dio canta ag manchèva sol càl lavòr chè. A sun propria un nessi… an s’è mai vest Johnny Winter dvintèr un metrosexual!” (Ma dio canta ci mancava solo quel lavoro qua, son proprio uno che non capisce niente…non si è mai visto Johnny Winter diventare un metrosexual)
Sabato sera, sono fuori a cena con gli illuminati del blues per il sinodo di fine estate. Tra una considerazione e l’altra sempre in bilico tra musica Rock e metafisica, Liso ad un certo punto mi fa: “Hai letto l’ultimo Dylan Dog, quello scritto dalla tua amica? A me è piaciuto molto”. Il mio amico intende il numero di settembre intitolato LA MANO SBAGLIATA, soggetto e sceneggiatura di BARBARA BARALDI. Avevo già preso in mano il numero in questione quattro volte, ma la lettura spezzettata dovuta a questa vita, che spesso relega lo spazio per la lettura ai pochi minuti liberi prima di addormentarsi, non mi aveva permesso di capire granché e di seguire col il giusto pathos la storia.
Domenica, tardo pomeriggio, il sole che volge al tramonto e che si trascina sbavando sulla campagna, l’aria fresca di settembre che riempie la casa, il tempo che si allunga e si dilata seguendo per una volta le mie esigenze. Riprendo in mano il fumetto in questione, it’s time for the nightmare blues.
In questi ultimi anni BARBARA ha continuato a fare la scrittrice e dunque a pubblicare libri (segnalo inoltre una sua collaborazione con DIABOLIK)
Ora eccola di nuovo qui con una grande, vera partecipazione a un numero della serie canonica dell’indagatore dell’incubo.
Qui BARBARA ha mano libera, meno timori reverenziali, e quella che pesca fuori dai suoi dark blues è una storia che la rappresenta in toto, persino dal punto del visual: ANITA NOVAK, la protagonista, le assomiglia molto, a tratti in modo inequivocabile (ultima vignetta di pagina 26). I disegni di NICOLA MARI si adattano molto bene al mood di soggetto e sceneggiatura, i due potrebbero formare una coppia ideale per possibili numeri futuri.
Pur essendo uno che ha iniziato a leggere fumetti dopo poco aver imparato a leggere, non mi reputo un esperto, di conseguenza non mi lancio in analisi tipo quelle che ho letto in questi giorni in rete, anche perché DD non è il o un “mio” fumetto, io vengo dalla generazione di albi precedente. Inoltre non ho la capacità di analisi e lettura che potrei avere nel parlare, che so, di IN THROUGH THE OUT DOOR o DESOLATION ANGELS, mi fermo così all’approccio più semplice, quello che mi fa comunque esprimere giudizi positivi su LA MANO SBAGLIATA.
Dal punto di vista musicale, il sonoro è diverso da quello che poteva essere ad esempio quello di un numero di alcuni anni fa, dove DD contemplava la copertina di LED ZEPPELIN I; qui tra le pagine si sentono vibrare i NINE INCH NAILS e i JOY DIVISION, cupe visioni di un infermo spirituale.
DYLAN DOG, il fumetto intendo, sta cercando la sua strada, recentemente si è imposto cambiamenti, ha bruciato certezze che davamo per eterne, è chiaro che sia in una fase un po’ brumosa, le storie di BARBARA BARALDI potrebbero incidere non poco nel tracciare i sentieri giusti; il personaggio di ANITA NOVAK dà l’idea di essere qualcosa di più che la protagonista femminile di uno numero solo.
Anita Novak è una pittrice all’apice del successo. Ma un terribile incidente l’ha privata della mano destra. Da quel momento, la sua mano sinistra, come animata di vita propria, inizia a dipingere quasi autonomamente, rappresentando la morte. Spetta all’Indagatore dell’Incubo, ingaggiato dall’artista, scoprire il nesso tra gli omicidi tracciati sulla tela e quelli che avvengono nella realtà.
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