Massimo Zamboni è quello dei CCCP e CSI; chitarrista, songwiter, co-leader. Benché siano gruppi di gran rilevanza nel panorama del rock italiano (in alcune pieghe dell’Emilia sono un culto da venerare col massimo fervore) non sono mai riuscito ad entrare in sintonia con loro. Al di là della proposta intellettuale, la loro musica non ha mai fatto breccia nel mio animo. Per questo non credo avrei mai notato l’uscita di questo libro, e se anche lo avessi fatto, non lo avrei comprato. L’abiura di una certa ideologia dell’ex socio di Zamboni (Giovanni Lindo Ferretti) mi avrebbe certo portato a dare un’occhiata distratta a questo libro, avrei letto in tutta fretta le note di copertina e forse lo avrei catalogato come ennesimo episodio di Revisionismo, quello tanto caro a quello/quella ….. (inserite l’epiteto a voi più gradito) di Giampaolo Pansa.
Invece capita che il mio amico Lollo Stevens me ne regali una copia, accompagnando il presente con una pagina del quotidiano La Stampa su cui appare la recensione. Ora, questa è quella che io chiamo amicizia. Non per il valore in sé dell’oggetto, ma per la briga che un amico -sempre impegnatissimo- si prende nel comprare una copia pure per me di un libro che reputa molto interessante (viste anche le implicazioni legate alla nostra terra), non solo … anche per l’impalcatura al tutto (l’articolo di giornale che spiega la prospettiva del libro) che si preme di farmi arrivare. Già, perché come dice Stefano Piccagliani, in arte Picca, senza l’impalcatura è più difficile appassionarsi o arrivare a comprendere in pieno certe cose (vai a far ascoltare un disco di Lou Reed ad uno che ne sa poco di lui e del Rock in generale senza spiegargli un po’ il mondo di Lewis Allan… cosa ne riceve se non canzoni un po’ stonate e bislacche suonate non proprio benissimo…).
Per fortuna dunque che ho amici così, altrimenti mi perderei libri bellissimi come questo. Sì, perché l’ECO DI UNO SPARO è davvero ottimo. Ci si impiega qualche pagina ad adattarsi alla prosa di Zamboni, prosa con curiosi rimandi ottocenteschi e al contempo pulita, lineare, sobria. Zamboni parla di suo nonno (da parte materna) fascista convinto e del suo tempo qui nell’Emilia profonda. Si parla dunque del ventennio fascista e degli anni immediatamente successivi, quelli del triangolo rosso, quelli della guerra civile. Già, da queste parti c’è stata la guerra civile, inutile chiamarla con altro nome. Rimango sempre basito quando vedo che la gente si sorprende di quanto accadde, ma cosa ci si aspettava dopo due decenni di truce dittatura fascista? Che si siano regolati certi conti mi pare quantomeno fisiologico.
Zamboni racconta di una storia vera, tragica, assoluta, i cui aspetti più cruenti si riversarono fino agli anni sessanta; il suo raccontare rimane scevro da isterismi personali, e di questo dobbiamo dargliene atto. Zamboni potrà anche aver intrapreso strade ideologiche totalmente diverse dai suoi avi, ma i vincoli di sangue non sono facile da tenere a bada, dunque dobbiamo toglierci il cappello davanti alla sua lucidità.
Il romanzo non è solo questo, sullo sfondo la storia dipanata attraverso gli ultimi due secoli di una famiglia reggiana che arranca, lavora, si realizza e poi si immerge nelle paure date dai cambiamenti sociali e politici. Non vi è romanticume nelle pagine del libro, romanticismo sì, e poi amore schietto e sincero per la nostra terra, quell’amore senza dolcificanti, a tratti aspro eppur leggero e soave.
Lo sapete, sono un emiliano doc, nato a Nonantola di Modena, ma reggiano fino al midollo visti i natali dei miei trisnonni, bisnonni e nonni da parte di entrambi i miei genitori… sapete anche che sono uomo di blues incline alla nostalgia, alla malinconia, e conoscete il mio amore sincero per la questa terra piatta, per questa campagna proletaria … ma tutto ciò non deve trarvi in inganno, al di là dei legami primitivi che ho con quel che narra Zamboni, questo rimane un gran libro, uno spaccato riuscitissimo di un pezzetto di storia italica.
Citazione dal libro: “Creando il Parmigiano Reggiano, da cui tutto il mondo discende.”
SINOSSI:
«Questa è la storia di mio nonno Ulisse e dei suoi sparatori che si spararono tra loro. Il racconto di ciò che ha innescato quei colpi in canna, e di ciò che è stato dopo. L’eco di uno sparo non si quieta mai».
Il 29 febbraio 1944 Ulisse, squadrista, membro di un direttorio del fascio, viene ucciso dai Gruppi di Azione Patriottica. Pochi mesi prima erano morti i sette fratelli Cervi, fucilati dai fascisti. Il 16 marzo 1961, diciassette anni dopo, il gappista Soragni, nome di battaglia Muso, sarà vittima dell’odio covato nel tempo da un compagno militante e amico, assieme a lui responsabile dell’uccisione di Ulisse. La storia è lineare solo quando scegliamo di raccontarla cosí, ma gli eventi si affastellano in un ordine che, quando ti riguarda da vicino, non è necessariamente quello cronologico. Cosí è per chi cerca di capire le ragioni del sangue, quando il sangue degli oppressori si mescola a quello degli oppressi. E l’eco di quegli spari accompagna Massimo Zamboni nella sua indagine attraverso due secoli per ricostruire una storia che lo riguarda molto da vicino, anche se gli è stata sempre taciuta. «Di mio nonno, due sole cose possedevo: il nome, Ulisse, che io porto come secondo, e che sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me; e una giacca, un tessuto ruvido di lana, il nero orbace della sua divisa autarchica. Niente di piú, prima di questo libro». Questa indagine lo porta a respirare polvere negli archivi cercando di decifrare le calligrafie ostili dei registri parrocchiali; lo porta sulle colline reggiane a intervistare i superstiti; lo porta sulla tomba dei fratelli Cervi – sette, come sette erano i fratelli B*, l’agiata famiglia a cui apparteneva il bisnonno Massimo. Una storia che chiedeva di essere raccontata, rimasta sepolta insieme alle tante storie rimosse di questo Paese. Un libro sofferto, inconsueto, che è insieme una presa d’atto, un amaro bilancio e una terrestre ballata incantatrice. La memoria va trasmessa, ci dice Massimo Zamboni, e «tocca ai nipoti tramandare, sottraendo ai genitori un compito che non avrebbero potuto svolgere con giustezza».
Continua con successo il tour americano dei VAN HALEN. DAVID LEE ROTH fatica naturalmente un po’, ma per il resto il gruppo rocca e rolla con gran sapienza e gusto. Qui sotto il clip di DIRTY MOVIES (pezzo da FAIR WARNING del 1981) tratto dal concerto di CAMDEN NJ di 5 giorni fa, con tanto di teatrino divertente: qualcuno tira un birra a WOLFGANG VAN HALEN e DAVID prontamente elabora una battuta circa la donna del tipo che ha lanciato la birra. Sembra che ROTH, almeno da questo punto di vista, sia in formissima.
Rivederli fa bene al cuore e riscoprire vecchie cose come DIRTY MOVIES mi fa di nuovo sospirare. Che bei tempi, che belle canzoni.
Riguardo la BAD COMPANY ci eravamo lasciati alla fine di aprile e a metà maggio con le recensioni delle belle deluxe edition dei primi due album. Ricorderete senza dubbio il giudizio assai positivo circa queste prime ristampe con materiale aggiuntivo, non poteva essere altrimenti visto il coinvolgimento – nella scelta del materiale bonus – di DAVID CLAYTON, fan illuminato, amante e studioso della galassia FREE-BAD COMPANY, nonché mio amico di lunga data.
Le ultime notizie danno in uscita per ottobre un nuovo best of intitolato Rock ‘n’ Roll Fantasy: The Very Best of Bad Company. Come dice lo stesso CLAYTON, non è esattamente un best of, bensì una raccolta di singoli (con un paio di rarità). PAUL RODGERS poi ha messo il veto su due ulteriori pezzi, uno dei quali inedito (immagino sia quel HIGHWAY ROBBER già cassato dalla deluxe edition di STRAIGHT SHOOTER).
Ci si chiede come mai esca una compilation di questo tipo invece di continuare con le deluxe edition dei rimanenti quattro album… chissà, forse alla RHINO pensano che magari un articolo come questo possa funzionare da teaser per le prossime ristampe che dovrebbero (e qui usiamo il condizionale) continuare ad uscire dal prossimo anno.
Staremo a vedere.
Bad Company
Questa la track list di Rock ‘n’ Roll Fantasy: The Very Best of Bad Company:
“Can’t Get Enough” (Single Edit)
“Bad Company”
“Movin’ On”
“Ready for Love”
“Easy on My Soul” (Alternate Version)*
“Good Lovin’ Gone Bad”
“Feel Like Makin’ Love”
“Shooting Star”
“Weep No More”
“See the Sunlight” (Alternate Version)*
“Live for the Music”
“Simple Man”
“Honey Child”
“Run with the Pack” (Single Edit)
“Burnin’ Sky”
“Rock ‘N’ Roll Fantasy”
“Rhythm Machine”
“Gone, Gone, Gone”
“Electricland” (Single Edit)
* = previously unreleased.
(broken) ENGLISH
Regarding BAD COMPANY here on the blog we wrote at the end of April and mid-May the reviews of the beautiful deluxe editions of the first two albums. You will remember undoubtedly the very positive appraisal about these reissue with additional materials, and it could not be otherwise given the involvement – in the selection of bonus material – of DAVID CLAYTON, enlightened and dedicated fan of the FREE-BAD COMPANY galaxy, as well as my longtime friend.
The latest news say that in october a new best of titled Rock ‘n’ Roll Fantasy: The Very Best of Bad Company will be released. As CLAYTON himself says, it is not exactly a best of, but rather a collection of singles (with a few rarities). PAUL RODGERS then vetoed two more pieces, one of which unpublished (I guess it is HIGHWAY ROBBER, a unheard song already quashed on the deluxe edition of STRAIGHT SHOOTER).
One wonders why to release a compilation of this type instead of continuing with the deluxe editions of the remaining four albums… who knows, maybe the RHINO label thinks that maybe an article like this can act as a teaser for the next reissues that should (and here we use the conditional) continue to come out next year.
Dopo le due settimane a Cuba di aprile, qualche giorno in Romagna, in una location rigorosamente vicino al kartodromo più grande d’Italia per dar modo alla groupie di sfogare le sue voglie. Tutto sommato non mi dispiace, dalle 12 alle 15,30 quando la spiaggia si svuota e guardo le vele bianche all’orizzonte sento le tossine lasciare il mio corpo, mi sento leggero, a posto con me st(r)esso. Se poi ho in mano una Corona gelata e in cuffia DOWN BY THE SEASIDE dei LZ, mi sento prossimo a raggiungere l’estasi…
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Leggo, osservo, medito in modalità take it easy. Inizio a pensare che il mensile LINUS sia la rivista italiana di maggior spessore, o perlomeno quella che leggo con più fervore…
Le strisce di DILBERT e PERLE AI PORCI sono diventate essenziali per me, i PEANUTS mi riportano ai miei happy days e certi articoli mi fanno ridere l’animo: UN CASINO IMMENSO (mappa del dibattito in rete) / UN TEMPO GLI INTELLETTUALI ERANO INCISIVI. OGGI? BOH, FORSE, CHISSÀ. / ERAVAMO A RAGIONERIA INSIEME / E TU DI CHE PIDDÌ SEI?
Linus – che pddino sei?
Mi lascio trasportare poi dall’ultimo libro edito in Italia di GREG ILES, di cui da alcuni anni sono un fan con la stessa intensità di cui lo sono (ero?) dei LED ZEPPELIN…
Tim – reading The Natchez Burning
Un paio di giorni di maltempo servono a far respirare l’estate, ossigenare il mare, rifarmi vivere il malinconico mood della Riviera al tempo della pioggia. Mi rifugio in un ristorante di buon livello, pietanza a base di pesce e per finire carpaccio di ananas. Mica male …
Da Giorgio – Carpaccio di Ananas – foto TT
La musica, o meglio il rumore sonoro che si sente in giro, è quasi sempre spazzatura. La techno-caraibica commerciale insopportabile, il nuovo “piano bar” che consiste in un cellulare o in un tablet collegato ad un minuscolo mixer e ad un paio di casse che diffondono basi su cui uno sprovveduto canta (male) canzoni con arrangiamento techno. I bambini ballano al ritmo di questa melma, e mi chiedo che generazione diventerà la loro se cresce ascoltando questa sbobba sonora.
Torno indietro di alcuni decenni, cerco di ricordare cosa ascoltavo “involontariamente” io. La sigla della TV dei ragazzi consisteva in A SALTY DOG dei PROCOL HARUM e SHE CAME IN THROUGH MY BATHROOM WINDOW versione JOE COCKER. Quando mio padre, il vecchio Brian, o mia madre compravano un 45 giri per me o mi sorella prendevano cose tipo VENUS degli SHOCKING BLUE, BELLA BELINDA di GIANNI MORANDI, MINUETTO di MIA MARTINI o qualcosa dei CANNED HEAT da BANDIERA GIALLA. Ora, non è che BELLA BELINDA fosse un pezzo profondissimo, era ed è piuttosto sciocchino, trattasi di una cover di PRETTY BELINDA (1969) di CHRIS ANDREWS, una sorta di swing allungato con beat e rhythm and blues bianco inglese… però a me sembra un pezzo di musica leggera, non un pezzo di musica stupida… mah, chissà, forse sono io che come al solito guardo troppo lo specchietto retrovisore.
Parlo con la titolare del bagno dove ci siamo appoggiati, ci dice che quest’anno al pomeriggio, per l’aperitivo, ha chiamato uno che fa “Jash” (Jazz insomma). Alle 16 vado a vedere di che si tratta. C’è la sagoma di un pianoforte a coda di compensato bianco. Un uomo sui quarant’anni vi ha appoggiato sopra una tastiera, un mixerino, due casse, lì vicino un sax. Partono le basi, lui inizia a suonare la tastiera che ha gli stessi suoni delle tastiere Bontempi per bambini, mi stupisco della misera qualità. Poco dopo il Duke Ellington della Romagna prende in mano il sax con cui soffia fuori qualche nota senza nessuna particolarità. Il genere è una sorta di new age neutra. Il microfono tende a scivolare dal supporto ogni minuto, scena fantozziana. La sera passo vicino al bagno in questione, c’è ancora lui, stavolta fa piano bar, canta canzoni “d’autore”… ma è un cantante mediocre, ha una voce non adatta, non tiene bene l’intonazione. Mi faccio sempre la stessa domanda, sono io che sono diventato un vecchio brontolone o è un salutare modo di ribellarsi all’assuefazione di mediocrità che c’è nel mondo oggi? Se ti proponi come musicista da intrattenimento in situazioni del genere e, badate bene, sei pagato adeguatamente per farlo, occorre che tu ci sappia perlomeno un po’ fare, altrimenti sfoghi le tue voglie nella tavernetta di casa tua quando vengono gli amici a mangiare una pizza al salame piccante. Non devi essere FREDDIE MERCURY, ma devi essere almeno bravino.
Qualche sera dopo nella piazzetta della ridente cittadina c’è un gruppo all’apparenza professionale: palco grande, impianto luci notevole, vestiti da scena, pubblico numerosissimo. Il cantante è vestito come uno dei CLASSIC NOVEAUX …
Uno dei CLASSIC NOVEAUX
Il genere proposto è una mistura senza costrutto: TALK TALK, SPANDAU BALLET, BOB MARLEY, KIM CARNES, persino gli YES (anni ottanta). Sono in sei sul palco, più un dj (un dj?) vestito come un rapper nero con cappello e medaglioni. Fanno uso di basi, non si capisce chi suona e chi fa finta, mah! Tutti i pezzi hanno lo stesso arrangiamento, lo stesso tempo. Il cantante non è dotato, ma la gente applaude, salta, balla al ritmo di “Su le maniiiii!!!” Ma la voglia di Rock è tanta che quando esplode OWNER OF A LONELY HEART la groupie scatta. Mi allontano da lei, mi nascondo in un aiuola, e mi metto a riprenderla con cellulino. Suona la airguitar, gli airdrums… chissà cosa pensa la gente di questa esagitata. Ad un certo punto si chiede dove io sia finito, si guarda intorno, mi vede, alza le mani in preda all’esaltazione mistica… e tutto questo per una canzonetta come POSSESSORE DI UN CUORE SOLITARIO, si trattasse di STARSHIP TROOPER capirei, ma così … come se io facessi lo stesso per, che so, ALL MY LOVE.
Ad ogni modo, unica eccezione alla monotonia musicale un gruppetto di ragazzi con una ragazza alla voce che propone del Rock in cui mi imbatto una sera. VAN HALE, RAY CHARLES, CHUCK BERRY, LED ZEPPELIN, ROBERT PALMER/TINA TURNER, JOAN JETT… roba buona. E’ divertente notare come un gruppo senza tante pretese sia comunque credibile grazie alla verve del chitarrista solista. I brani dei LZ non sono eseguiti benissimo, ma il resto è dignitoso, e poi … vedere una band di giovanetti suonare RAY CHARLES (Hallelujah I Love Her So del 1955) e CHUCK BERRY (Roll Over Beethoven del 1956) è una gran cosa, seppur si presentino sul palco in braghe corte …
Gruppetto Rock a Cesenatico – agosto 2015
Una sera in un hotel noto un duo bislacco: lui alle tastiere e al canto, lei alla batteria e ai cori. Suonano con l’aiuto di basi naturalmente; mi fermo a guardare la signora che tiene il tempo con la batteria; sto per andarmene quando vedo lui che si avvicina ad una buffa steel guitar… rimango basito, è chiaro che il tipo è uno della vecchia guardia, un musicista vero dei bei tempi andati. Mi rattristo nel constatare a cosa si è dovuto adeguare per vivere di musica, ma poi applaudo convinto la sua performance. Vaja con dios, hombre.
steel guitar man – foto TT
Davanti ad una libreria sento due signore parlare con accento meridionale: “Ah, qui c’è la libreria” dice una, e l’altra “Ah no, basta, io ho già due libri a casa, non ho bisogno d’altro. Sono quelli per il significato dei sogni”. Sbigottito mi giro a guardarla, è una di quelle 40/50enni tarchiate, troppo in carne, vestita come se avesse 20 e un corpo mozzafiato. E’ uno di quei momenti in cui il suffragio universale mi sembra una “cagata pazzesca”. Non è che io mi senta chissà chi, ma perlomeno, da uomo miserello quale sono, leggo libri, quotidiani, settimanali, in qualche occasione partecipo come spettatore a dibattiti politici e riunioni politiche, prima di andare a votare mi interrogo su certe questioni, valuto i candidati, bestemmio perché poi nessuno mi convince, ma se non altro cerco di mettere un po’ di me stesso nell‘arte di governare le società (la politica insomma); ecco, che il mio voto valga come quello della australopiteca che ho davanti non mi va più bene. E ‘fanculo la democrazia.
Per calmarmi e cercare di dimenticare passo al mio hobby preferito: camminare per le strade di seconda fascia e osservare gli alberghi, carpirne gli aspetti più blues. Ne trovo uno che più blues non si può: l’Hotel Riposo. Ah.
gli hotel del Blues … – foto TT
gli hotel del Blues … – foto TT
Mi diverto anche ad esaminare i condomini di appartamenti da affittare o acquistare, in uno scovo una cassetta della posta assai curiosa…
Cassette della posta Blues – foto TT
In spiaggia, assorto nella lettura, sento genitori italiani chiamare i figli, scuoto la testa: i nomi dei bambini sono pretenziosi … è tutto un fiorire di Sebàstian, Samuel, Maicol, Manuel … una bambina si chiama Mària, con l’accento sulla prima a… sbotto tra me e me: “an s’pol menga, ma fat dèr in dal cul te e Mària!”. La prossima volta cercherò un hotel e un bagno childfree in modo da non dover più essere costretto a sentire certi nomi.
Il mare è comunque una scusa, siamo qui affinché la groupie possa correre in go-kart. Per tre sere l’ accompagno in questo bel circuito che non frequenta da due anni, in tutto 8 gare: sette volte prima e una volta seconda; “il secondo posto è un cruccio” mi dice, “il kart che mi hanno dato non andava”. Inoltre ha centrato il 5° miglior tempo del circuito dell’anno in corso. Certo, sono “gare” fatte da appassionati che si ritrovano al momento, non sono gare ufficiali di campionato, ma vederla nella tuta gialla (colore riservato alle donne), sfrecciare tra le tute rosse (riservate agli uomini), e vedere il numero del suo kart continuamente nella prima posizione del tabellone luminoso mi riempie come sempre di meraviglia. In pista più o meno 20 concorrenti alla volta, lei li supera tutti, se non si spostano li sbatte fuori, alcuni li doppia. Ormai la conosco la mia groupie, ma mi sorprendo ogni volta… una che abbia un talento del genere in due discipline così distinte tra loro (la velocità e la musica) non è cosa comune.
Motor head woman – foto TT
Motor head woman – foto TT
In spiaggia scambio messaggi con JAYPEE. Anche lui e al mare, non troppo distante da me. Mi invia foto di certi “elegantoni” (cit. di Terence Hill) in giro la sera in ciabatte, braghe corte e canottiera e di BEPPE MANIGLIA che è “in concerto” in una delle piazze del paese in cui si trova il mio amico.
Ogni mattina compro REPUBBLICA e LA GAZZA, il calciomercato è al suo culmine così, avido di notizie, sfoglio le pagine sperando in un colpo sensazionale della mia squadra. A tal proposito scambio messaggi con BEPPE RIVA. Il maestro è in Portogallo, mi manda una foto dove sfoggia il suo ultimo acquisto: una t-shirt dei BS. Parliamo della nostra INTER, tra speranze e paure. L’ultimo lustro ci ha fiaccato, chissà se quest’anno finalmente ci riprenderemo le posizioni che ci competono…
Beppe Riva in Portogallo
Lasciare i posti e la gente è per me sempre difficile. Julia me lo faceva notare sempre. Anche stavolta saluto l’Adriatico con l’animo in pena. Riattraverso la Romagna, rientro in EMILIA e quindi a BORGO MASSENZIO. Nemmeno il tempo di arrivare e faccio una capatina in ufficio, lunedì si ricomincia, meglio controllare che tutto sia a posto. Mi fermo poi da Brian. Appena mi vede esclama “Tim!”. Sono un po’ abbronzato, se ne accorge e mi dice ” ‘ste bel.” (se sei bello), è proprio vero: ogni scarrafone è bello a papà suo. Siamo sulla veranda, gli chiedo le stesse cose, intavolo gli stessi semplici discorsi, d’altra parte l’alzheimer non permette voli pindarici. Cerco di parlargli dell’INTER e del campionato che finalmente sta per iniziare e lui “l’Inter, sè, l’è vera” (l’Inter, già, è vero) ma chissà se si ricorda davvero. Gli chiedo se mi vuole bene e lui “Mo’ dio canta!” esclamazione emilianissima, come a dire “mo’ certo, te ne voglio un sacco”. Bacio il mio vecchio e vado dalla Simo a prendere Palmiro.
Dopo due settimane di lontananza Palmir me la fa pagare: non mi caga e va a nascondersi. E’ un gatto fortunato, quando andiamo in vacanza lui se ne va dalla Simo, che lo ama almeno quanto lo amiamo noi, ma lui deve farmela pagare comunque, d’altronde è un gatto. Il ritorno alla Domus Saurea è come sempre un po’ traumatico, per me e per la groupie. La prima notte Palmir non ci lascia dormire un momento. Miagola, salta sul letto, affila le unghie dappertutto. Alle 4 esausto mi alzo e sto con lui fino alle 6. E’ irrequieto ma mi sta addosso. Gli preparo da mangiare, lo coccolo. Sembra calmarsi un po’. Gioca a nascondino dietro al divano…
Palmiro – foto TT
Mi rimetto a letto. Alle 6,30 ricomincia. Si alza la groupie e lo fa uscire. Torna a casa verso sera, spossato, beve una ciotola d’acqua. Lo lavo con la salvietta, gli do da mangiare. Si abbuffa. Una volta finito mi fissa. Ho capito. Lo prendo in braccio, andiamo nello studiolo, prendo un cd e lo infilo nel lettore, parte la musica e Palmir si appisola tranquillo con il muso sul mio petto. Aveva solo bisogno della sua dose di Aor. Magico Palmir.
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Finalmente il campionato. La stagione non poteva iniziare meglio: l’Inter vince, J**e-Milan-Napoli perdono. Come sempre soffro fino alla fine (segna JoJo al 93esimo!) ma sono contento, avevo bisogno di calcio, della mia Inter, di vittorie.
Cena estiva nel giardino di Pol; riprendiamo i contatti, valutiamo nuovi pezzi da aggiungere alla scaletta degli EQUINOX, parliamo di Rock, di fyga, dei blues della vita.
Pol & Tim – agosto 2015 – photo Saura T
Agosto se ne sta andando, settembre incombe, via … si riparte.
C’è qualcosa che non va nel Rock: ristampe di album vecchi 39, 36 e 33 anni arrivano nella top ten americana (settimana del 22 agosto, BILLBOARD magazine):
Certo, meglio questi album e questo gruppo piuttosto che la robaccia che si sente oggi in giro, ma temo che sia un segnale preoccupante per il Rock, musica che non riesce più ad esprime nulla di realmente grandioso. Qualche buon gruppo, qualche buon album, ma nulla di veramente sorprendente. Parlo di Rock in senso stretto e in senso lato, escludendo ad esempio il metal e tutte le piccole galassie ad esso connesse il cui pubblico usa immancabilmente termini come “capolavoro” “stellare” “caposaldo” per descrivere album in realtà tutt’al più discreti.
Sono un fan dei LZ, da un lato sono contento, ma dall’altro sono preoccupato, anzi rassegnato: il Rock è morto. Se siamo ridotti a mandare in classifica album bislacchi, o se volete eccentrici, come PRESENCE, IN THROUGH THE OUT DOOR e CODA, il futuro musicale è un lungo velo di crepe nere da indossare. ITTOD è un album che adoro, le cui particelle fanno parte da 36 anni del mio midollo, ma è un capitolo importante per la mia vita, non per il Rock; sì certo c’è I’M GONNA CRAWL e pure IN THE EVENING e FOOL IN THE RAIN, ma non è certo un album indimenticabile. PRESENCE contiene ardite architetture chitarristiche (ACHILLES LAST STAND anyone?) ma è un album cupo, metallico, difficile. CODA è una raccolta di scarti, buoni giusto per una testa di piombo come me che mette DARLENE tra le top 5 del gruppo, ma che valore può avere se messo nella giusta prospettiva? Eppure sono rispettivamente al numero 9, 13 e 12 della classifica americana di BILLBOARD, e non sto parlando delle classifiche farlocche divise per genere, no, trattasi della BILLBOARD TOP 200, l’unica che abbia un vero valore.
Un’altro cruccio per questo successo è che in questo modo JIMMY PAGE non capirà mai di aver fatto un pessimo lavoro con queste ristampe, riempiendo il 90% dei bonus (va beh, companion) disc di fuffa (i rough mix e affini sono una truffa). Io non li ho comprati, mi è costato molto, ho aspetto le deluxe edition dei LZ per lustri interi, ma il metodo usato da PAGE proprio non mi va giù. L’artista è il peggior nemico di sè stesso quando si tratta di scegliere materiale extra… ma il brand LED ZEPPELIN è uno dei 5 brand musicali che vende sempre e comunque, purtroppo.
Non stiamo parlando di cifre incredibili, lontani sono gli anni in cui di aveva a che fare con cifre a cinque o sei zeri, oggi con 25.000 copie vendute in una settimana arrivi nella top ten che conta (mi riferisco al mercato Usa).
Ad ogni modo nel 2014, tra le ristampe di I, II, III, IV, HOTH e il resto del catalogo i LZ hanno venduto negli Usa 946.000 albums (599.000 nel 2013 solo col vecchio catalogo), nel 2015 siamo già a 466.000. Se lette con gli occhi di oggi sono cifre altissime, raggiunte con album pubblicati in origine tra i 46 e i 33 anni fa. Roba da matti.
Led Zeppelin North American Tour 1973 – Los Angeles Forum 3 june 1973
(BROKEN) ENGLISH
There is something wrong in Rock: reissues of 39,36,33 years old albums go straight in the US top ten chart (week of 22 August, BILLBOARD magazine):
Sure, better these albums and this group rather than the shite you usually hear today, but I fear it is a worrying sign for Rock, music that can no longer expresses anything really great. Some good group, some good album, but nothing really surprising. I talk about Rock itself, but also in a broader sense, but excluding for example Metal and all the little galaxies related thereto whose audience invariably uses terms like “masterpiece” “stellar” “cornerstone” to describe album actually at most fairly good.
I’m a fan of LZ, on one hand I’m happy, but on the other hand I’m concerned, indeed resigned: Rock is dead. If we are reduced to send on the charts quirky albums as PRESENCE, IN THROUGH THE OUT DOOR and CODA the future of Rock music is a long veil of black cracks to wear. ITTOD is an album that I love, whose particles have been running since 1979 in my marrow, but it is an important chapter in my life, not for Rock music; yes of course it contains I’M GONNA CRAWL, and IN THE EVENING and FOOL IN THE RAIN but it is not certainly a memorable album. PRESENCE contains daring guitar architecture (ACHILLES LAST STAND anyone?) but it’s a dark, metallic, difficult album. CODA is a collection of leftovers, good for a led head like me who puts DARLENE among the top five songs of the group, but what value it may have if we put it in the right perspective? Yet they are respectively at 9, 13 and 12 position of the US charts in BILLBOARD magazine, and I’m not talking about the phony charts divided by gender, no, I’m talking about the BILLBOARD TOP 200, the only one that has a real value.
Another worry for this success is that in this way JIMMY PAGE will never understand that he had done a poor job with these reissues, filling 90% of the bonus (okay, companion) discs with crap (the rough mix and the like are a scam). I havenìt bought them, and it costs me a lot in a spiritual way, I waited for the LZ deluxe editions for whole decades, but I can’t stand the method used by PAGE to assemble everythiung. The artist is the worst enemy of himself when it comes to choosing extra stuff … but the brand LED ZEPPELIN is one of 5 music brands that sells anyway, unfortunately.
We’re not talking about incredible figures, gone are the years when the figures had to do with five or six zeros, now with 25,000 copies sold in a week you go in the top ten.
However in 2014, including the newly reprints of I, II, III, IV, HOTH plus the rest of the catalog LZ sold 946,000 albums in the USA (599,000 in 2013 alone with the old catalog), in 2015 we are already at 466,000. If we read it with the eyes of today they are high figures, figures reached with albums released originally between 46 and 33 years ago. Crazy stuff.
E’ un po’ che parlo di GREG ILES qui sul blog, lo faccio molto volentieri perché è il mio scrittore preferito di questi ultimi anni. In giro si dire genericamente che ILES scrive dei thriller, è così ma c’è qualcosa di più nei suoi romanzi che a mio modo di vedere lo fa essere autore a tutto tondo che travalica il genere in questione. L’AFFARE CAGE (The Natchez Burning) è il suo ultimo libro pubblicato in Italia, è il quarto della saga del protagonista PENN CAGE e il primo di una trilogia anch’essa ambientata a Natchez, Mississippi. L’humus da cui è tratto è dunque quello che su questo blog amiamo molto, d’altra parte basti vedere il titolo originale del romanzo (THE NATCHEZ BURNING… proviene da un vecchio e sgangherato blues di HOWLIN’ WOLF) per intuire i tanti rimandi alla musica che amiamo.
Il libro, come ho scritto, è il primo episodio di una trilogia, il finale dunque è aperto; il secondo capitolo in America è già stato pubblicato (THE BONE TREE), il terzo lo sarà nel 2007 (UNWRITTEN LAWS). Qualche giorno fa REPUBBLICA ha pubblicato una discreta intervista a ILES:
Ha ragione Ken Follett: questo è il miglior thriller degli ultimi anni. Il libro ha più di 900 pagine, e va bene che ero al mare, ma l’ho letto in sei giorni. Irresistibile.
Mentre leggevo questo la groupie era alla prese con IL PIANTO DELL’ANGELO (già recensito qui sul blog). Una volta finito mi dice che fino ad oggi è quello che le è piaciuto di più di quelli che ha letto (L’AFFARE CAGE ancora le manca). “E’ il suo LED ZEPPELIN IV” mi fa, “allora l’AFFARE CAGE è il suo PHYSICAL GRAFFITI” le rispondo. Sciocchi parallelismi estivi da farsi sotto l’ombrellone, ma rimane il fatto che GREG ILES, come i LZ, è ormai un punto fermo della mia vita.
Da acquistare assolutamente.
GREG ILES
bibliografia
ANNO
TITOLO italiano
TITOLO americano
Note
1992
spandau phoenix
spandau phoenix
1995
black cross
1996
mortal fear
1999
un gioco quieto
the quiet game
Penn Cage saga
2001
ore di terrore
24 hours
2001
l’uomo che rubava la morte
dead sleep
2002
la regola del buio
sleep no more
2003
il progetto trinity
the footsprints of god / dark matter
2005
la memoria del fiume (2012)
blood memory
2005
il pianto dell’angelo (2011)
turnig angel
Penn Cage saga
2006
il sorriso del demoni (2010)
true evil
2007
una faccenda privata (2011)
third degree
2009
la notte non è un posto sicuro (2011)
the devil’s punchbowl
Penn Cage saga
2014
L’affare cage (2015)
the natchez burning
Penn Cage saga
2015
the bone tree
Penn Cage saga
2017
unwritten laws
Penn Cage saga
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SINOSSI:
A volte, ci aspettiamo troppo dai nostri padri. A Natchez, nel profondo Sud degli Stati Uniti, l’ex avvocato Penn Cage – ora sindaco della città – crede ancora in certi valori ormai fuori moda come l’onore, la generosità, la giustizia. Valori di cui nei tribunali del Mississippi e del Texas da tempo non si vede neanche l’ombra. Quando un’anziana donna di colore, Viola Turner, già molto malata, muore in circostanze non chiare, l’accusa ricade sul padre di Penn, il medico Tom Cage, con cui la donna aveva lavorato come infermiera molti anni prima. Così, Penn si trova costretto a indagare nel passato condiviso del padre e di Viola, negli anni più turbolenti e infuocati della storia americana, anni di odi razziali e violenza, che hanno lasciato, oltre alle vittorie, anche profonde ferite. Per difendere suo padre, Penn compirà un viaggio sconcertante dentro i segreti della propria famiglia, e nel passato dell’uomo a cui ha sempre guardato come a un eroe, e che per lui non può che essere innocente. Per scoprire che, forse, non esistono eroi innocenti.
Un legal thriller serratissimo che è anche la storia struggente di un padre e un figlio, e un ritratto emozionante e potente di un pezzo di America, dove l’onore, la vergogna, il passato hanno ancora un significato. Per mesi ai primi posti di tutte le classifiche americane, L’affare Cage segna il trionfale ritorno di Greg Iles dopo cinque anni di silenzio.
Iles spent several years as a guitarist, singer, and songwriter in the band Frankly Scarlet. He quit the band after he was married and began working on his first novel, Spandau Phoenix, a thriller about Nazi war criminal Rudolf Hess. Spandau Phoenix was published in 1993.
In 2002, Iles wrote the script 24 Hours from his novel of the same name. Rewritten by director Don Roos, it was renamed Trapped. Iles then rewrote the script during the shoot, at the request of the producers and actors.[citation needed]
In 2011, Iles was nearly killed in a traffic accident on Highway 61 and lost his right leg below the knee. During his three-year recovery, he wrote three volumes of a trilogy set in Natchez, Mississippi, and featuring former prosecutor Penn Cage.
Inizio anni duemila, grazie a GIANNI DELLA CIOPPA comincio a scrivere su di una nuova rivista musicale, CLASSIX!, guidata da FRANCESCO PASCOLETTI. Questo il mio articolo su JIMI HENDRIX apparso sul n.4 (della nuova serie) nel novembre del 2004
If you could see me now The one who said that she’d rather roam The one who said she’d rather be alone If you could only see me now
If I could hold you now Just for a moment, I could really make you mine Just for awhile, turn back the hands of time If I could only hold you now
I’ve been too long in the wind, too long in the rain Take any comfort that I can Looking back and hoping for a freedom from my chains And lie in your loving arms again
If you could hear me now Singing somewhere through the lonely night Dreaming of the arms that held me tight If you could only hear me now
I’ve been too long in the wind, too long in the rain Take any comfort that I can Looking back and hoping for a freedom of my chains And lie in your loving arms again
I can almost feel your loving arms again I can almost feel your loving arms again
MB si avventura in un viaggio cosmico, questo è il risultato…
“Ten, Nine, Eight, Seven, Six… Five, Four, Three … Two, One, Liftoff … This is Ground Control to Major Tom… You’ve really made the grade…”
La piccola navicella stava vagando nello spazio con il suo prezioso carico. Il trasferimento “culturale” era riuscito.
Da una stazione spaziale segreta avevano lanciato la piccola capsula, contenente il corpo perfetto di un giovane uomo: David Jones, affetto da problemi mentali.
L’obiettivo era quello che lui ospitasse, nel senso letterale e scientifico del termine, il cervello molto sviluppato di Bowie, uno dei pochi superstiti del pianeta conosciuto con il nome di Ziggy. Mondo intelligente di un’altra galassia.
“Mayday, mayday… Houston, abbiamo un problema…”
“Ground Control to Major Tom.. Your circuit’s dead, there’s something wrong Can you hear me, Major Tom? Can you hear me, Major Tom? Can you hear me, Major Tom? Can you “Here am I floating round my tin can Far above the Moon Planet Earth is blue And there’s nothing I can do.”
Mary usciva in quel momento dal cinema; non era lì per svago, faceva la cassiera e questo la costringeva a rincasare piuttosto tardi. Stansfield Road non era molto distante e Bromley è una cittadina minuscola nella regione del Kent, in Inghilterra. Era troppo tardi per trovare un mezzo e quindi, come al solito, si avviò a piedi. Mentre camminava, vide una sottile scia luminosa nel cielo notturno. Giunta a casa, si accorse di uno strano oggetto tra gli alberi del giardino. Una macchina a forma di uovo. Il marito di Mary, Haywood, era già sul posto a curiosare, un po’ agitato. Mary era più spaventata e avrebbe voluto chiamare qualcuno… ma proprio in quel momento, la capsula si aprì.
.David Bowie
Immediatamente, l’individuo presente all’interno, uscì. Era alto, ma la sua magrezza lo faceva apparire ancora più alto e slanciato. Era pallido. Dalla sua carnagione bianchissima, gli occhi cristallini risaltavano esageratamente: uno azzurro e l’altro verde. I folti capelli biondi, con dei riflessi rosso fiammanti, coprivano in parte la fronte. Un’ elegante tuta bianca, ed un aspetto decisamente aristocratico e nobile, gli conferivano l’aria di un Duca.
– “La mia missione è salvarvi” – disse con un perfetto accento del Kent – “il mio pianeta, Ziggy, probabilmente è già scomparso. I Venusiani hanno avuto la possibilità di distruggerci. Ma, purtroppo, nel mio mondo, ero l’unico capace di contrastarli, con la sola arma in grado di respingerli: la musica.”-
Mary e Haywood non avevano ancora avuto il tempo di riprendersi dalla sorpresa. Tutti e due erano a bocca aperta di fronte allo strano individuo che era uscito dalla capsula. Venusiani, musica, Ziggy, distrutti… di che cosa stava parlando e soprattutto chi era questo essere pallido, etereo, arrivato dal cielo?
Come se avesse letto nelle loro menti, l’uomo rispose – “Il mio nome è Bowie, provengo da un’altra galassia. Il mio pianeta si chiama Ziggy. Un esperimento segreto con alcuni vostri scienziati, è riuscito ad innestare il mio cervello in un corpo umano. Ora sono qui per salvarvi. Il prossimo pianeta che sarà attaccato dai Venusiani è la Terra, il vostro Mondo.”-
“… Though nothing, nothing will keep us together… We can beat them, for ever and ever … Oh we can be Heroes, just for one day”
– “Entra in casa. Riposati. Poi ci racconterai ogni cosa e, visto che sei il nostro eroe, ci dirai cosa possiamo fare” – Era stato Haywood ad interrompere lo sbalordimento, in cui lui e sua moglie erano ovviamente caduti. Al contrario di Mary, donna molto pratica e razionale, Haywood era un sognatore. Leggeva un sacco di libri ed amava i film di fantascienza. Insomma, era quasi preparato ad un evento di questo genere.
-“Non so se abbiamo molto tempo, uno degli scienziati, il maggiore Tom, si è perso nello spazio mentre doveva recuperarmi. Era l’unico che conoscevo. Ora dobbiamo fare in fretta” – disse Bowie – “L’arrivo dei Venusiani è imminente”.
– “Cosa possiamo fare noi. Mary ed io forse non siamo in grado di aiutarti…” – rispose Haywood con aria triste.
– “Dobbiamo raccogliere musicisti in ogni parte del Mondo. Creare uno scudo contro la loro invasione e l’unica arma in grado di respingerli è la musica, tanta musica ovunque e…” Bowie venne interrotto
-“Noi conosciamo un tale Owen Frampton, il figlio è musicista, si chiama Peter e a sua volta ne conosce tanti altri. Non abita molto distante da qui” – intanto, Mary, Haywood e Bowie entrarono in casa.
Mary, fece la prima domanda da quando si era trovata di fronte l’essere venuto dal cielo: -“Hai degli occhi stranissimi, uno verde ed uno azzurro… sono affascinanti e hum… anche un po’ inquietanti” – Bowie, pacatamente e con quella splendida voce profonda, rispose: -“Sono solo dei riflessi, l’occhio azzurro è in sintonia con il cielo, quello verde, con la terra. Il primo vede il mio spirito, il secondo la realtà. Entrambi i segnali arrivano al cervello e questo mi da le risposte adeguate”.-
Haywood era già al telefono con Owen Frampton. Cercava, in qualche maniera e senza allarmismi, di fargli capire che dovevano entrare in contatto con Peter ed altri musicisti. La mattina successiva, nella loro casa, c’era già una riunione affollata: Peter Frampton (Humble Pie), Marc Bolan (T.Rex), Dave Cousins (Strawbs), Mark Ronson, Brian Eno, Tony Visconti, Rick Wakeman e naturalmente Bowie. Il nostro eroe mise al corrente i presenti dei pericoli che correva il nostro pianeta e quale era la soluzione. Tutti si diedero immediatamente da fare. Il giorno dell’invasione Venusiana, era sempre più prossimo. All’unanimità, ritennero necessario organizzare, urgentemente, degli eventi musicali in vari luoghi, strategicamente utili alla difesa della Terra.
Il risultato del lavoro di tutti fu che, in un breve periodo, riuscirono a coinvolgere una moltitudine di musicisti in tutto il mondo i quali, a loro volta, organizzarono dei raduni musicali: negli Stati Uniti a Bethel, vicino a Woodstock, un paese nello stato di New York. Poi, in California, sia a Monterey che a Big Sur. Sarebbero stati presenti i Jefferson Airplane, Grateful Dead, Jimi Hendrix (Bowie, quando lo vide, pensò che fosse un alieno come lui), Otis Redding, Crosby, Stills, Nash & Young, Joan Baez ed altri. Nel Central Park di New York, Simon & Garfunkel. All’isola di Wight, in Inghilterra, Leonard Cohen, Joni Mitchell, Doors, Miles Davis ed altri. In Hyde Park a Londra, i Rolling Stones. A Parigi, Lou Reed e Iggy Pop. In Italia, avevano organizzato una scena musicale molto particolare, “La notte della taranta”, efficacissimo mix etnico, ipnotico e ritmico. A Berlino, Roger Waters, con molti altri musicisti, richiamò una folla oceanica. E così in tutti i continenti, ovunque, erano pronti a sollevare una barriera di musica.
Il giorno X, tutti si misero a suonare per ore e ore, in alcuni luoghi la lotta durò giorni. Vicino a Bromley, lo stesso Bowie organizzò, sotto il nome di “Free Festival”, un raduno musicale con gli stessi Marc Bolan, Peter Frampton, Strawbs, Rick Wakeman e, ovviamente lui, Bowie. Nessuno aveva avuto modo di constatare la sua bravura come musicista, fino a quel momento. Accompagnato da Mark Ronson e Tony Visconti, Bowie sorprese tutti, le sue note volarono altissime, quasi alla ricerca del suo mondo scomparso, e vide sconfitte le navi Venusiane sui cieli d’Inghilterra, come in tutto il resto del pianeta. La musica aveva vinto. Uno spettacolo di musica universale aveva vinto. Pochi erano a conoscenza del motivo di tutto ciò, ma a tutti era parso come una magnifica celebrazione. Bowie, restò sulla nostra Terra e divenne un eroe della musica. Lo scontro più estenuante lo aveva condotto vittoriosamente lui e, ad ognuno, rimase la “memoria del Free Festival”: – “Sound machine is coming down and we’re gonna have a party…”
We scanned the skies with rainbow eyes and saw machines of every shape and size We talked with tall Venusians passing through And Peter tried to climb aboard but the Captain shook his head And away they soared Climbing through the ivory vibrant cloud Someone passed some bliss among the crowd And We walked back to the road, unchainedThe Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party, ha ha ha The Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party, yeah yeah The Sun Machine is coming down, woh ho ho Sun Machine is coming down, oh oh oh ah Sun Machine is coming down, oh
Maggio 1989, esce un numero di FLASH dedicato al GLAM e allo STREET R&R. Giancarlo Trombetti mi incarica di scrivere l’articolo sui MOTLEY CRÜE. Eccolo qui.
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