Ho parlato spesso di Cooper sul blog sull’onda dell’entusiasmo dei suoi primi tre libri anche se, a dire il vero, man mano che si aggiungevano nuovi romanzi l’ardore per questo autore si spegneva lentamente.
IL SEGNO DELLA CROCE si sviluppa attraverso i soliti canoni di Cooper: religione, storia, archeologia, scienza avviluppate a suspence e tensione, il genere thriller insomma. Mi ero accostato al libro con qualche preconcetto, ma ora che lo ho finito devo dire che si legge volentieri. Nulla di incredibile, ma il proprio tempo lo si può impiegare in modo assai peggiore.
Come ho scritto più volte parlando di romanzi e di thriller non sono snob, non disdegno affatto questo genere di libri, se la lettura è scorrevole, il soggetto gradevole e l’ambientazione dignitosa me li leggo volentieri.
Il SEGNO DELLA CROCE gira intorno ai deliri di onnipotenza di nazisti odierni ossessionati dal potere che reliquie inerenti a Gesù Cristo (la lancia che ne trafisse il costato, le spine della corona, i chiodi della crocefissione) riescono a scatenare. Come spesso capita nei libri di GC si va a spasso in più epoche, ma tutto risulta chiaro e lineare. Un po’ scontata l’attrazione tra i due protagonisti, un po’ frettolose e forse non troppo realistiche certe situazioni di lotta, ma tutto sommato niente male.
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SINOSSI:
Intorno a loro, si apre l’infinito deserto di ghiaccio e vento dell’Antartide. Dopo ore di faticoso cammino, il gruppo di uomini raggiunge il punto segnato sulla mappa. E lo individuano: l’ingresso di una caverna scavata decenni prima da chi li ha preceduti in quel continente disabitato. Quando entrano, in religioso silenzio, si trovano davanti un museo ideato per conservare reperti che il mondo crede perduti per sempre. Ma quegli uomini sono arrivati lì per due oggetti soltanto. E adesso li stringono tra le mani. Ne manca ancora uno, poi l’alba di una nuova era sorgerà sul mondo.
In un piccolo paese dell’Abruzzo, un giovane sacerdote si alza dal letto. Il dolore è lancinante. La fasciatura intorno ai polsi è intrisa di sangue. Con cautela, il prete scioglie le bende. Le sue suppliche non sono state esaudite, le piaghe sono ancora aperte. Il sacerdote chiude gli occhi e inizia a pregare. Prega che gli sia risparmiata quella sofferenza. Che gli sia data la forza di superare quella prova. E che nessuno venga mai a conoscenza del suo segreto.
Una ricerca iniziata quasi 2000 anni fa e giunta solo oggi a compimento. Un’ossessione sopravvissuta alla guerra che segnerà il destino di tutti noi. Una storia la cui parola «fine» sarà scritta col sangue…
Questo romanzo è un invito. Un invito a vivere un’avventura appassionante, ricca di mistero e svolte inaspettate. Ma anche un invito a esplorare l’indistinta linea di confine che separa Storia, religione e scienza, un territorio ambiguo e affascinante che Glenn Cooper ci ha fatto conoscere – e amare – fin dai tempi del suo fortunatissimo esordio narrativo, La Biblioteca dei Morti.
Il nuovo numero di PROG (versione UK) contiene 14 pagine, oltre alla copertina, dedicate a Greg Lake. Il tributo è affettuoso, ma gli articoli non sono nulla di speciale. Si rende merito alla figura di Greg, ma non ci sono approfondimenti particolari, sono articoli generici che non aggiungono tanto. Questo accade sempre più spesso nel giornalismo musicale, nessuno rischia più nulla, vengono riportati sempre meno dati tecnici, nessuno cerca un punto di vista differente. Detto questo, vedere una rivista con Lake in copertina fa bene al cuore.
In questo numero sono riportati anche i vincitori del referendum dei lettori. Tutte (tutte!) le categorie sono vinte dai Marillion. Gruppo dell’anno / album dell’anno / miglior cantante / miglior bassista / miglior chitarrista / miglior tastierista / miglior batterista / evento dell’anno. Sono basito. Credo dunque che le copie vendute da Prog non siano poi tante e che la setta del fan club del gruppo si sia adoperata mica poco ad inviare voti. Giusto lo scorso giugno vidi i Marillion alla O2 di Londra, ne parlai – bene – anche qui sul blog ma il loro trionfo assoluto credo significhi che la musica prog qualche problemino ce l’abbia.
L’Intervista principale di questo numero è con Mike Oldfield. Ne segnalo anche una più breve a Fabrio Frizzi, compositore italiano di colonne sonore amante del prog.
Ci sono poi 49 (49!) recensioni di nuovi album ( e 15 recensioni di ristampe).
Phil Collins alle prese con le sue memorie. Missione riuscita. Il libro si legge bene, tutto scorre, l’attenzione rimane sempre alta.
E’ interessante immergersi una volta di più nella Londra degli anni sessanta, capire come era la situazione in quel periodo e come un musicista poteva e riusciva a farsi strada. Divertenti le sue peripezie e curioso come sia diventato il batterista di un gruppo messo in piedi da tre fighetti benestanti incontratisi in una esclusiva scuola privata.
Phil racconta di come gli piacesse far parte dei Genesis dell’era di P. Gabriel, ma io continuo a non esserne certo. Collins non amava certo la musica che oggi chiamiamo prog e a vederlo nei filmati d’epoca le sue espressioni sono inequivocabili. E’ comunque intrigante leggere di quegli anni, avere la conferma di come Tony Banks fosse lontano dall’immagine che noi, negli anni settanta, avevamo di lui, seguire le avventure del gruppo – allora una cult band – in terra americana. Niente cronologie e ricordi particolari, solo le sincere (almeno sembra) impressioni del Collins di allora. Alla trasformazione del gruppo dopo l’addio di Peter Gabriel, con Collins nelle vesti di cantante, è dedicato sufficiente spazio, ma non quanto avrei voluto.
Buona parte del libro è invece dedicata alla fase dei Genesis alle prese con il gran successo degli anni ottanta e alla fortunatissima carriera solista di Collins. Personalmente avrei preferito diversamente ma inaspettatamente ho letto con piacere anche questa lunga parte.
Collins cade più volte nella trappola dell’autocommiserazione, dice di odiare il personaggio Phil Collins, quello degli anni ottanta, perché l’immagine riflessa sul palco non è quella corrispondente alla realtà, cerca di giustificare il fatto relativo ai tre matrimoni ed altrettanti divorzi, tre fallimenti che non avrebbe voluto; lo fa anche raccontando il suo periodo da alcolista, dai 55 anni in poi. E’ tutto molto umano, credo che Phil sia in qualche modo sincero quando si stupisce di queste faccende, ma dalla fin fine c’era lui in quei panni. La trasformazione dei Genesis è avvenuta anche grazie a lui, certo Banks voleva avere successo commerciale, ma Collins ha contribuito in maniera evidente. Io non sto a sindacare, a processare il gruppo per essersi spostato dalla magnifica musica proposta dal 1970 al 1978 alle produzioni commerciali degli anni ottanta, io dico solo che, a parte i singoli, gli album di quel decennio erano brutti. E’ questo che contesto a lui (a Banks e a Rutherford), ma in fondo io non sono nessuno mentre loro, con quegli album brutti, hanno avuto un successo planetario.
PhilCo si autocommisera anche per il fatto che era considerato il cantante da canzoni lente e tristi che parlavano di divorzi e della fine di rapporti sentimentali… beh, Phil, in tutta franchezza, non è così? La formuletta di te che canti al pianoforte una canzone strappalacrime con l’aiuto della batteria elettronica (e quindi della tua vera e propria) l’hai sfruttata mica poco, no? L’unica variante era il tuo pop-rhythm’n’blues di plastica messo nei dischi forse per evitare che chi acquistava i tuoi dischi si buttasse giù da un ponte dopo aver ascoltato tutta quella tristezza. Lo so che sei stato un gigante dal punto di vista del successo, sei uno dei tre soli artisti (insieme a McCartney e Michael Jackson) ad aver venduto più di 100 milioni di dischi sia col gruppo di appartenenza che come solista, alcuni tuoi singoli sono carini, ma la tua rimane musichetta perfetta per il sabato mattina quando si fanno le pulizie di casa, per i supermercati e per gli yuppies che giravano in BMW, suvvia.
Collins infine cerca il compatimento anche per quello che successe al Live Aid, nel luglio del 1985. E’ bene ricordare che in quegli anni PC era dappertutto, tra classifiche, produzioni e collaborazioni aveva una sovraesposizione esagerata, e lui che fece? Suonò nel concerto di Londra, prese il Concorde, volò in America e suonò anche nel concerto di Philadelphia, e adesso pretende che la gente non pensi che fosse andato sopra le righe. Dedica un discreto spazio alla sua performance insieme ai Led Zeppelin, e anche qui cerca di svignarsela, e di addossare le colpe a Robert Plant e a Jimmy Page per le loro prove opache. Io invece credo che la colpa fu sostanzialmente sua. Inizialmente lui e Plant pensarono di fare qualcosa insieme a Clapton, poi pian piano prese corpo la reunion dei Led Zeppelin, e lui che fece? Rifiutò di fare qualche prova. Io mi sorprendo sempre quando leggo queste cose. Voglio dire, siete degli artisti di grandissimo successo, avete grande esperienza, come potete pensare di trovarvi a suonare insieme in un evento di proporzioni enormi, per giunta trasmesso in tutto il mondo, senza prepararvi almeno un po’ ? Già l’avere tanti artisti sul palco renderà il tutto caotico, se ci si presenta anche in maniera improvvisata è la fine.
Ad ogni modo, i LZ – che non suonavano insieme da 5 anni e che a quel punto erano morti e sepolti – vista la impossibilità di fare un minimo di prove con Collins chiamarono Tony Thompson degli Chic (e Paul Martinez per la parte di basso di STH mentre Jones è alle tastiere), si dice fecero una prova di 90 minuti; ormai era comunque troppo tardi per disdire la presenza di Collins ed è così che si ritrovarono sul palco insieme. Il risultato non fu certo un granché, ma sono sicuro che se fossero saliti sul palco senza Collins la cosa sarebbe stata perlomeno dignitosa. Collins ovviamente racconta la sua versione dei fatti, giusta o sbagliata che sia, senza dubbio possiamo dire che perlomeno ha peccato di leggerezza.
Nonostante questo aspetto legato all’autocommiserazione, questa autobiografia è riuscita, Collins si racconta in modo candido, non tralascia gli aspetti più personali e le proprie debolezze. Dopo aver letto questo libro Phil mi è più simpatico, che piaccia o no l’artista c’è sincerità in lui, e credo che chiunque si fosse trovato alle prese con quel successo, con quelle pressioni, in quegli anni, avrebbe commesso degli errori.
Il libro è in inglese, ed è facilmente comprensibile a chi mastica la lingua della Britannia ed è appassionato di musica (Rock).
Non è il primo libro di Hawking che leggo, affronto sempre con piacere i suoi scritti. Mi interessano scienza e metafisica, sono un uomo di blues non posso farci niente, guardo le stelle e mi pongo ogni volta qualche centinaio di domande. Meglio specificare che questa non è una recensione, la sinossi qui sotto spiega già tutto, ma bensì una semplice e veloce riflessione su questo libro di quel gran genio di Stephen Hawking.
L’autore cerca di spiegare certi concetti in modo semplice e lineare, ma spesso sono sono così complessi che non è sempre facile seguirne il dipanarsi, tuttavia è eccitante cercare di capire e carpire certe leggi, certe intuizioni, certe teorie.
Sicuro, è un libro che va letto nelle ore diurne, se lo si affronta prima di dormire può provocare angosce esistenziali mica da ridere con conseguente caduta tra le grinfie del demone delle notti senza sonno, ma è un libro che vale la pena leggere sebbene interpellarsi su questioni così grandi, specie se si è uomini di una (in)certa età, può spaventare.
Qualche frasetta rubata qua è là:
“La concezione ingenua della realtà (che le cose siano come sembrano, così come sono percepite dai nostri sensi), non è compatibile con la fisica moderna”
“Perché c’è qualcosa invece di nulla? Perché esistiamo? Perché questo particolare insieme di leggi e non qualche altro?
“L’idea rivoluzionaria che siamo semplicemente abitanti ordinari dell’universo, e non esseri speciali contraddistinti dal fatto di vivere al suo centro, fu proposta per la prima volta da Aristarco (c.310-230 a.C.)…”
“…poi, nel 1929, Edwin Hubble pubblicò le sue osservazioni che dimostravano che l’universo è in espansione.”
“Le teorie fisiche fondamentali descrivono le forze della natura e il modo in cui i corpi vi rispondono. Le teorie classiche come quelle di Newton sono costruite su una base che riflette l’esperienza quotidiana… La fisica quantistica fornisce una struttura che consente di come la natura operi su scala atomica e subatomica…Così, sebbene i componenti dei corpi ordinari obbediscano alla fisica quantistica, le leggi di Newton costituiscono una teoria efficace che descrive con grande precisione il comportamento delle strutture composite che formano il nostro mondo di tutti i giorni.”
“..D’altra parte, l’universo non può avere molto più di 10 miliardi di anni, perché nel lontano futuro tutto il combustibile delle stelle si sarà esaurito, e noi abbiamo bisogno di stelle calde per il nostro sostentamento. Perciò l’universo deve avere circa 10 miliardi di anni. Questa non è una predizione estremamente precisa, ma è vera: secondo i dati attuali il big bang ebbe luogo circa 13,7 miliardi di anni fa”.
“Ma, risalendo a sufficienza all’indietro nel tempo, l’universo aveva dimensioni dell’ordine della lunghezza di Plack, pari a un miliardesimo di trilionesimo di trilionesimo di centimetro e su questa scala si deve per forza tener conto della teoria quantistica. Così, sebbene non disponiamo ancora di una teoria quantistica completa della gravità, sappiamo per certo che l’origine dell’universo fu un evento quantistico.”
Vi ho spaventato abbastanza? Niente paura baby, questo è il blues.
SINOSSI:
Nel “Grande disegno” il celebre astrofisico si cimenta con la sfida scientifica per eccellenza, affrontando la questione che da sempre divide filosofi, scienziati e teologi: l’origine del cosmo e della vita stessa. Insieme al fisico Léonard Mlodinow, Hawking ripercorre le più recenti scoperte della fisica spiegando come il cosmo, in base alla teoria quantistica, non abbia una sola esistenza, e come tutte le possibili storie dell’universo esistano simultaneamente. Approdiamo così alla teoria del “multiverso”, la coesistenza del nostro universo accanto a una moltitudine di universi apparsi spontaneamente dal nulla, ciascuno con proprie leggi di natura. Nel corso della storia della scienza si è scoperta una serie di teorie o modelli sempre migliori, da Platone alla teoria classica di Newton, fino alle moderne teorie quantistiche. E naturale chiedersi se si arriverà a una teoria dell’universo che non possa essere ulteriormente migliorata. Oggi disponiamo di una candidata alla teoria ultima del tutto: la “teoria M”. Se confermata, sarà la teoria unitaria di cui Einstein era alla ricerca, e il trionfo della ragione umana. Quanto a un presunto creatore del Grande disegno, la scienza dimostra che l’universo può crearsi dal nulla sulla base delle leggi della fisica. Un saggio scientifico che spiega con linguaggio accessibile e attraverso eleganti illustrazioni come l’astrofisica sia ormai vicina a comprendere i segreti più nascosti della materia.
Che ci fa la Bignardi su timtirelli.com, si chiederà il (non più) giovane lettore di questo blog, e la risposta è sempre quella: la colpa è del blues. Un’amica mi regalò questo libro quasi tre anni fa, mi scrisse anche una lettera a corredo…oltre alle tante affinità che ci accomunavano (e in parte dividevano) eravamo alle prese con vicende famigliari dolorose, lei aveva da poco perso entrambi i genitori, io stavo gestendo la parte finale della vita di mio padre, vedovo ormai da più di vent’anni. Riposi il libro sul comò, sapevo che non era il momento giusto.
L’ ho ripreso in mano l’altro giorno, dopo quasi nove mesi che il vecchio Brian mi e ci ha lasciato (sì, perché grazie alla splendida comunità nata intorno a questo blog miserello, involontariamente Brian era diventato un punto di riferimento per questo spazio) in modo da essere più pronto ad affrontare certe tematiche e approfondire l’argomento.
Qualcuno mi ha tacciato di essere troppo serioso qui sopra, probabilmente ha ragione, ma come dico sempre questo dopotutto è un “blog per l’uomo di blues” e qui non ci si tira indietro quando c’è da fissare l’abisso dritto negli occhi.
Il libro (uscito in origine nel 2009) parla della perdita della madre della Bignardi, l’autrice lo fa in maniera decisa, razionale e al contempo umana e dolce. Se c’è un po’ di enfasi è solo quella dovuta allo struggersi di un essere umano che perde la propria madre, dunque è enfasi necessaria. Il resto è un modo salutare per cercare di venire a patti con un evento maledettamente totalizzante per ognuno di noi. Non è affatto un libro triste, parla della tristezza ma non è intriso.
Nel raccontare questa perdita tuttavia, il libro prende la sua strada principale che è quella di narrare la storia, gli usi e i costumi di una famiglia nel corso degli anni e dei secoli. La Bignardi lo fa benissimo, la storia diventa avvincente ed è lo spaccato, una sorta di saga, di una famiglia emiliano romagnola a passeggio nei decenni della storia recente. Sarà perché io e l’autrice abbiamo la stessa età, proveniamo dalla stessa terra, abbiamo passato le estati ai Lidi Ferraresi o perché la domenica andavamo dai nonni in campagna e ad un certo punto ci siamo staccati dall’area politica della famiglia per trovare una nostra via, ma io ho trovato questo libro piacevolissimo. E ora guardo la Bignardi sotto una luce diversa.
Sinossi:
La sopravvivenza dei figli ai genitori è vista in tutte le tradizioni come un fatto naturale. A maggior ragione quando la scomparsa del genitore non lascia un piccolo orfano ma un orfano adulto. Eppure il dolore dell’orfano adulto non è meno intenso. L’opera di Daria Bignardi scava in questo dolore, lo analizza, lo racconta. La morte della madre è, insieme, il momento della sofferenza e quello del confronto con la prima vita altrui con la quale si è venuti a contatto – e quindi con la propria stessa vita: l’infanzia dei ricordi, l’adolescenza dei contrasti, la giovinezza delle fughe, l’irreale maturità. La morte di una madre ci fa sentire parte di una storia di famiglia, di un mondo, di una genealogia, addirittura di un periodo storico. E di un racconto: il racconto di queste pagine nelle quali sarà, per chiunque, pur nell’assoluta singolarità della voce narrante, facilissimo riconoscersi.
Quarto volume della collana cartonati di Tex, collana che si pone l’obbiettivo di raccontare la nascita e i contorni del personaggio Tex. Ho dovuto prenderlo, la strabiliante copertina non mi ha lasciato scelta; già i paesaggi nevosi mi attraggono, quando poi sono disegnati e colorati così bene diventa un piacevole imperativo acquistare l’articolo in questione. Di Giulio De Vita e Gianfranco Manfredi chi è appassionato di fumetti sa già tutto, ad ogni modo alla fine di questo bel romanzo a fumetti c’è una pagina in cui vengono riassunte le principali tappe artistiche dei due.
In Sfida Nel Montana Tex ha 20 anni e cerca di raggiungere un far post per dare una mano ad un amico in difficoltà. La storia si sviluppa bene e i disegni e i colori (a cura di Matteo Vattani) sono così belli che tolgono il fiato. E’ una di quelle storie che chiamo da avventura del grande nord in omaggio allo sceneggiato televisivo degli anni settanta che tanto mi incantò. Montagne innevate, il Canada a due passi, il massacro di un villaggio indiano a scopo di lucro, Tex che cerca di far prevalere la giustizia. Più western di così…
L’unico neo è che il cattivo ha il mio cognome :-)
Santana è stato il primo chitarrista ad ammaliarmi; dapprima con i delicati fraseggi di EUROPA e FLOR D’LUNA, poi con quel rock influenzato dal blues e dal Caribe e infine con il jazz-rock onirico e cosmico di CARAVANSERAI. AMIGOS, MOONFLOWER e INNER SECRETS sono album usciti mentre mi formavo musicalmente, fanno dunque parte del DNA ancestrale del mio essere. Smisi di seguirlo già sul finire degli anni settanta, ma mi rimase dentro perché ancora oggi, a volte, quando siamo in saletta e improvviso sulla Les Paul, c’è sempre qualche mio amico che mi urla “vai Carlos!”.
Ricevuta in dono questa sua autobiografia dalla groupie, mi son messo a leggerla con mucho gusto.
Per quanto, come sappiamo, le autobiografie dei nostri musicisti preferiti sono sempre carenti dal punto di vista della cronologia, dei dati e dei fatti che interessano ai fan, se fatte con onestà sono comunque un bel leggere.
La prima parte è assai scorrevole e molto interessante. Il suo nascere in Messico, i giorni a Tijuana, l’essere molestato da un uomo, il trasferimento a San Francisco, il movimento della Bay Area, Bill Graham, Woodstock, il successo dei primi tre album, Jimi Hendrix, Miles Davis, il breve rapporto con l’eroina.
Si arriva poi a CARAVANSERAI (che avrei voluto fosse trattato con maggior ricchezza di dettagli) e alla scoperta del suo guru spirituale. Da lì in poi molte parti del libro sono intrise di un misto di spiritualità e religiosità, di ossequi al creatore, di viaggi interiori. Naturalmente uno nella propria autobiografia scrive e descrive quello che desidera e dopotutto Carlos è sempre stato ascetico e trascendentale, ma lo spazio dedicato a questo argomento è troppo e continuamente ricorrente. La seconda parte mi ha annoiato insomma.
Questo non toglie che la prima parte sia gustosa e da leggere. Anche se distanti su certe questioni filosofiche, io a Carlos vorrò sempre bene, ed è forse questo affetto che mi porta a dare comunque quattro stelle (T insomma) a questo libro che, per chi volesse comprendere Santana in pieno, andrebbe integrato ad uno scritto da uno come Donato Zoppo. Chissà se Donato – giornalista musicale extraordinaire – avrà mai occasione di scribacchiare le sue strabilianti analisi e considerazioni su Carlito… per il momento non ci resta che accontentarci dell’Universal Tone.
Nuova uscita della “fanzine” su FREE e relativi, siamo al numero 137.
Si parla del nuovo disco solista di SIMON KIRKE, del live 1977/79 della BAD COMPANY, dei nuovi remaster (2016) dei FREE e, per quanto riguarda il vinile, delle uscite delle deluxe edition dei primi due della BAD COMPANY, delle nuove rimasterizzazioni degli album dei FREE (appunto), dell’ultimo album di PAUL RODGERS, di FIRE AND WATER dei FREE versione half-speed remaster, del LIVE 77 della BAD COMPANY e infine dell’ultima raccolta della BAD COMPANY.
Ancora, riflessioni sui nove pezzi apparsi per la prima volta (su youtube) del primissimo concerto della BAD COMPANY a Losanna il 23 febbraio del 1974. Infine 28 (!) pagine dedicate alle PAUL KOSSOFF SESSIONS.
Sono trent’anni che sono in contatto con DAVID CLAYTON, sono trent’anni che leggo articoli su questi temi, ma mi accorgo che ogni volta imparo qualche cosa di nuovo.
Con più si legge Buzzati con più ci si rende conto di che razza di scrittore sopraffino sia stato. Fosse uscito oggi questo libro sarebbe stato catalogato nel genere fantasy e, per quanto il genere in questione non faccia per me, ritengo che sia un’altra grande opera di Buzzati. Qualcuno ha scritto che il romanzo ha una vena dickensiana, il che è indubbio, Sebastiano Procolo non è distante, nei modi e nei sentimenti, da Ebenezer Scrooge e il finale della storia, sebbene non esattamente a lieto fine, può in qualche modo fare il verso al breve romanzo di Dickens. Uniamo a questo l’aspetto fantastico che pervade entrambe le storie e le connessioni tra le due opere diventano diverse.
Il libro è ovviamente anche una riflessione sulla visione poco illuminata e antropocentrica dell’uomo nei confronti della natura. La scrittura di Buzzati è come sempre superba. Un altalenarsi tra l’ innata e leggera eleganza dell’autore e la visione pesante e di tenebra che non si può non avere quando si contempla questo povero mondo.
La ristampa è semplice ma ben fatta. Bello il gioco della doppia copertina. Mondadori, Oscar Moderni, 12 euro.
SINOSSI:
Un romanzo che fonde fiaba e realismo
Il vecchio colonnello Sebastiano Procolo ha ricevuto in eredità un bosco di abeti secolari, ma vorrebbe impadronirsi dei possedimenti che sono toccati a suo nipote Benvenuto, un ragazzo orfano. Ma ecco che entrano in scena,accanto ai protagonisti umani, esseri magici e fantastici: il vento Matteo, complice del vecchio colonnello, e i geni del bosco, pronti a soccorrere Benvenuto. E, come è giusto che avvenga in una narrazione che ha i toni della fiaba, non manca il lieto fine.
* Al pari delle altre opere di Dino Buzzati (1906-1972) Il segreto del Bosco Vecchio intreccia con felice naturalezza elementi realistici e fantastici, in una narrazione che è sempre piana e scorrevole.
Attraverso il fantastico problematiche molto attuali
* In quanto romanzo fantastico, Il segreto del Bosco Vecchio si colloca in una linea di continuità con le fiabe, risultando dunque vicino al gusto dei ragazzi.
* Sviluppa anche le attuali problematiche di ordine ecologico. Sebastiano Procolo rappresenta una metafora dell’atteggiamento distruttivo dell’uomo nei confronti della natura.
* Emblematica è anche la figura di Benvenuto, che vive le emozioni e i problemi tipici del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e che verifica quanto sia importante la solidarietà e l’appoggio degli amici per superare i momenti più difficili.
* L’intento morale del romanzo è evidente, ma non appesantisce mai la narrazione perché si stempera nel sorriso e nell’ironia.
David Gilmour è un eccellente storico britannico e questo è il suo libro sull’Italia di qualche anno fa. Questo lavoro ha ricevuto critiche molto favorevoli da parte di prestigiose riviste estere, credo che tutti questi elogi siano meritatissimi.
Il libro è in lingua originale, è necessaria una certa volontà per affrontarlo dunque, ma oltre a migliore il nostro inglese questo libro ci aiuta a chiarire in modo a tratti sorprendente vicende e storia d’Italia.
Gilmour durante tutta la durata del libro cerca di spiegare e di capire perché l’Italia è una nazione così disunita, frazionata e ingovernabile e perché, al di là della faccenda geografica, si fatichi così tanto a trovare lo spirito nazionale e perché siamo lo stato che siamo.
Precise le pagine che trattano dell’Unità di Italia e di come CAVOUR, VITTORIO EMANUELE, MAZZINI e GARIBALDI (i quattro padri della patria) abbiano tramato e bisticciato per arrivare a quello che siamo oggi; è semplice intuire come siano solo gli ultimi due ad entrare nella storia come eroi nazionali, essendo stati gli altri due figure troppo ambigue per sfangarla completamente.
Interessante capire che il Piemonte prese il potere sulla penisola unicamente grazie alla potenza del proprio esercito, di come MILANO, FIRENZE e NAPOLI fossero città e territori ben più illuminati, progrediti e moderni. La difficoltà del Regno delle Due Sicilie di unirsi all’Italia e l’eterna domanda: fu un errore annetterlo al nuovo stato? A sentire i meridionali se non si fosse giunti all’unità oggi starebbero tutti molto meglio, inutile dire che anche i centro-settentrionali la pensano così, senza la zavorra del sud sarebbero certamente uno degli stati più avanzati d’Europa. Argomenti delicati che Gilmour cerca di esaminare con tatto e onestà intellettuale.
Ancora, Spagnoli che al tempo dell’occupazione della Sicilia (nel XVII secolo) chiamavano il parlamento di Palermo “il parlamento del gelato”, vista la propensione dei propri componenti a dedicarsi ai piaceri della gola piuttosto che alla politica. La grandezza di Venezia e le difficoltà dei territori della Venezia Euganea e del Venezia Giulia a considerarsi italiani, per non parlare della spinosa questione del Trentino Alto Adige. Anche qui la stessa domanda, è stato giusto, producente e sensato annettere le tre Venezie all’Italia? I veneti risponderebbero di certo no.
David Gilmour
Desolante vedere il parlamento agli inizi degli anni venti regalare il paese ai fascisti, un movimento che valeva soltanto il 7%; l’atteggiamento snob dei socialisti, la scissione dei comunisti, la facilità con cui i liberali permisero a Mussolini di diventare primo ministro, i grandi latifondisti e la borghesia che sovvenzionavano i fascisti pur di non perdere un centesimo dei loro patrimoni e del loro potere.
Altresì desolante rileggere dell’ascesa di Berlusconi, Presidente del Consiglio dei ministri per un ventennio, malgrado i suoi guai con la giustizia e il suo potere mediatico, industriale e patrimoniale e la mancanza di etica e di spessore umanistico. A rileggerlo oggi ci si chiede come sia stato possibile.
David Gilmour mantiene un grande equilibrio, è appassionato ma al contempo distaccato, ed è quindi salutare leggere la storia italiana raccontata da uno straniero che ama e studia l’Italia da tanti tanti anni, capace senza la nostra solita enfasi mediterranea e campanilista, di analizzare con freddezza ed obbiettività le pagine scure e chiare della nostra storia, è una esperienza nuova davvero utile e divertente.
Questo dovrebbe essere un testo scolastico; è comunque uno dei libri più importanti che io abbia mai letto.
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