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The Londinium Affair

29 Giu

Io con Londra e l’Inghilterra ho sempre avuto un rapporto un po’ strano, a differenza di amici e conoscenti che le considerano “casa” io a pelle non ho mai avuto simpatie particolari per quella terra e i suoi abitanti. Musicalmente sono nato col Rock inglese, molti dei miei musicisti e gruppi preferiti sono inglesi, ma non mi è mai scattato l’amore per quelle lande, quelle tradizioni, quella cultura. Non fosse stato per il Rock, non avrei avuto nessun interesse per la Britannia. Visto però che nell’America del Nord ad un certo punto l’inglese diventò la lingua ufficiale (prima o poi sul blog farò una riflessione su come sarebbero stati il blues e il rock se fosse stata la lingua francese, spagnola o italiana a colonizzare il nuovo mondo) e che dunque i primi dischi di blues arrivarono nei porti europei dove si parlava la stessa lingua, ho dovuto rapportarmi con la perfida Albione. La groupie con cui sto invece è una amante della Britannia, della tradizione celtica, del Signore Degli Anelli, di Harry Potter, degli Yes e Rick Wakeman (degli Who e dei LZ as well). Visto che quest’ultimo il 19 giugno porterà sul palco dello Stone Free Festival KING ARTHUR con tanto di orchestra, mi tocca andare.

ORIO AL SERIO BLUES:

L’hostess al gate di Orio al Serio è sorridente e gentilissima con i clienti della Priority Class, indifferente e tendente allo scazzato con noi “poveretti”. Volare non è la mia attività preferita, soffro di vertigini e decollo e atterraggio mi danno molto da fare, ma se voglio mettere il naso fuori dall’Emilia non posso fare altro che salire sugli aeroplani e partire.

Orio Al Serio blues

Orio Al Serio blues

Stringo forte la mano della groupie poi, quando siamo in quota, mi rilasso, ma sbircio sì e no solo un paio di volte dal finestrino. Rimango spesso con gli occhi chiusi, per mantenere un certo aplomb recito mentalmente i testi dei FIRM…

Drifting like clouds
in a soft summer sky
walkin on air
to the cool summer night
let all this time
just go drifting on by
they may say its a waste
but I dont mind

STANSTED BY ME

Atterriamo a Stansted, mangiamo qualcosa quindi treno Stansted-Liverpool Street station di Londra.

A Bishops Stortford, che ribattezzo subito il guado storto del vescovo (in realtà significa guado su lingue di terra del vescovo (William, di Londra), guardo le casette vicino alla ferrovia e dico,” a Bishops Stortford ci vivi poi te”.

London bound - photo TT

London bound – photo TT

SITTING ON THE DOCKLANDS OF BAY

Io ho un buon senso dell’orientamento e buone capacità organizzative, ma con me ho una sorta di wonder woman assai portata per questo tipo di cose, così le lascio carta bianca; Saura poi ha una passione/ossessione per il dedalo di linee dell’underground e nel giro di mezza giornata avrà il totale controllo di esse. LIVERPOOL STREET, TOWER HILL quindi TOWER GATEWAY dove prendiamo la Docklands Light Railroad per POPLAR. Unico errore del nostro soggiorno: ci fossimo fermati alla successiva, BLACKWALL, ci saremmo trovati a 200 metri dall’hotel, invece così le centinaia di metri sono parecchie di più da fare, sotto la pioggia of course. Welcome in London Tim Tirelli.

L’albergo è un tre stelle niente male, vicino alla O2 Arena ma sull’altra sponda. Niente bidet. Maledetti inglesi. Sistemiamo le nostre cose e di nuovo diretti in centro (con la groupie non si può perdere tempo a rilassarsi un momento). Inizio con la mia ossessione di tradurre tutto.

Prendiamo la metro a MURO NERO (BLACKWALL), passiamo la fermata di PIOPPO (POPLAR insomma), un paio di altre e siamo a PORTA DELLA TORRE (TOWER GATEWAY). Qualche passo e siamo a COLLETORRE (TOWER HILL) da dove ci dirigiamo in centro.

Ci fermiamo a Leicester Square per un giretto. Mi sale un po’ di malinconia nel ritrovare quel locale, vicino all’Hyppodrome, dove mangiai 30 anni fa con Pop e Laura. Così alzo lo sguardo e faccio un immaginario brindisi agli amici assenti.

Mi guardo intorno…bus rossi e il Big Ben sullo sfondo…sì, sono a Londra.

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Londra – Photo Saura T

Finché siam lì facciamo un salto alla Westminster Abbey, aspettiamo che suoni il Big Ben…

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London Town – photo TT

…diamo un occhiata al London Eye…

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e ci facciamo una cenetta da Garfunkel’s a base di fish’n’chips. Un birra, una limonata, due fish and chips 33 sterline (46 euro).

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Fish & Chips d’ordinanza – London Town –

Torniamo con facilità, siamo già esperti dell’underground e della Docklands Light railroad. Controllo la mia Oyster card dell’underground: ho già speso quasi 15 sterline a furia di girare (in due più o meno 40 euro).

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Uomo e donna di blues a Londra – photo TT

In albergo, accendiamo la tivù, sulla BBC è c’è un documentario sul Rock dove Rick Wakeman è la voce narrante…

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Rick’s documetary on the BBC

LADIES AND GENTLEMEN: THE ROLLING STONES

Giovedì, colazione all’inglese. Thé senza limone, beacon, fagioli. Mah. Ogni colazione in albergo 10 sterline a testa, in due 26 euro. Ha ragione il mio amico Doc: una settimana a Londra ti costa come un viaggio alle Maldive.

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Dalla DLR (l’acronimo della Ferrovia Leggera dei Bacini che ha me fa sempre venire in mente David Lee Roth) scatto una foto…

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Terrace – photo TT

Siamo diretti alla mostra dei ROLLING STONES in King’s Road. Saura è sempre più affascinata dal sistema delle linee dell’Underground londinese, l’ammira appena può.

Saura, the London Underground map expert - photo TT

Saura, the London Underground map expert – photo TT

Venni a Londra nel 1981 e nel 1986 e la cosa che oggi mi colpisce di più rispetto ad allora è il numero di edifici in costruzione (oltre al fatto che è tutto carissimo, appunto). Londra, centro e periferia, è un cantiere continuo. Gru modernissime svettano ad altezze vertiginose. Gli inglesi sono davvero decisi a rendere la città moderna e al passo con i tempi.

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Londra – photo Saura T

Rolling Stones Exhibitionism: costo biglietto giorni feriali 21,5 sterline (in due 56 euro).

La mostra è fatta davvero molto molto bene. C’è la ricostruzione fedelissima delle stanze dell’appartamento dove vivevano, degli studi di registrazione, ci sono le chitarre messe in mostra. Davanti a quelle di KEITH RICHARDS rimango spesso estasiato. Snobbo quelle dell’altro chitarrista e mi interrogo una volta di più circa questa mia idiosincrasia nei confronti di Ron Wood. Non è solo che non mi piace come chitarrista, proprio non lo reggo in generale. C’è la possibilità di ascoltare in cuffia (in coppia) alcuni pezzi e di missarli come si desidera. Su MISS YOU abbasso tutte le piste tranne quella della chitarra di KEITH RICHARDS. Il risultato è piuttosto sconfortante. Ora, che KEITH sia un chitarrista, diciamo così, “particolare” è cosa nota, che il suo fascino derivi dal suo modo d’ essere e dalle canzoni che ha scritto è ovvio, che la tecnica chitarrista non faccia parte del suo bagaglio è fuori discussione, che il Rock And Roll non sia (per fortuna) una scienza esatta è altrettanto vero, ma sentire una traccia di chitarra così poco professionale e suonata così approssimativamente su un disco di successo del 1978 è davvero incredibile. Nel missaggio finale la magagne si nascondono nel “buraccione” generale, ma sentirla così in solitaria è sorprendente. Saura mi guarda stupita e divertita, anche io lo sono ma scuoto la testa…vorrei fermarmi lì e non sentire più nulla.

Ci buttiamo su START ME UP, stavolta è la chitarra di RON WOOD che teniamo alta e il risultato è ancora più lofi di quello appena ascoltato. Almeno KEITH RICHARDS è KEITH RICHARDS, che ci faccia RON WOOD nei ROLLING è davvero incomprensibile. Sì lo so, è uno che scherza sempre, che tiene alto il morale del gruppo, che non rompe il cazzo e che va d’accordo con KEITH, ma mamma mia che musicista lofi! E stiamo parlando di uno che ha suonato nel JEFF BECK GROUP, nei FACES e nei ROLLING STONES. E’ proprio vero che in quegli anni se ti trovavi a Londra e frequentavi il giro musicale avevi alte probabilità di entrare a fare parte della storia del Rock. Invidioso? Forse, ma che culo ragazzi. Sentire la sua traccia su START ME UP mi fa rabbrividire.

Contemplo i fogli su cui JAGGER ha scritto i testi delle canzoni, i vestiti con cui si sono presentati negli anni sul palco, le copertine e gli scatti che le hanno create.

Alla fine del tour entri in una sorta di backstage, ti muniscono di occhiali 3D e ti fanno entrare se non sul palco almeno nelle prime file. Parte SATISFACTION da uno degli ultimi concerti e tu ti ritrovi fianco a fianco con MICK & KEITH. Fantastico. La mostra finisce. La consiglio a tutti.

Usciamo, e insieme a noi lo fa anche GIANNA NANNINI. Ci fermiamo a parlare un poco. Gianna commenta che “ormai così non suona più nessuno” prima di rientrare a cercare gli occhiali che ha perso. Già, quello era un modo di suonare e registrare che ormai non si usa più. Ormai anche artisti che in qualche modo sono sempre stati legati al Rock vanno sul palco e fingono di suonare la chitarra mentre il nastro col loro strumento registrato passa per l’impianto. E non sto parlando di chissà che, ma di semplicissime (!) parti di chitarra d’accompagnamento di un cantautore Rock di grande successo delle mie parti. Ormai nessuno ha più il coraggio di osare nemmeno le cose più semplici.

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Rolling Stones Exhibitionism – photo TT

SWAN SONG MEMORIES

Percorriamo tutta la bella KING’S ROAD e facciamo una sosta al 484. Ci passai 35 anni fa, allora suonai e ebbi modo di parlare con SIAN MEREDITH, la segretaria, la quale mi regalò un copia del programma di Knebworth 1979. Sì, siamo nell’edificio dell’ex etichetta SWAN SONG, quella dei miei amati LZ. E’ chiusa da più di trent’anni, ma per un fan come me è comunque emozionante essere qui. Non troppo tempo fa ci venne anche JIMMY POIGE.

Jimmy Page in Kings Road - Photo Ross Halfin

Jimmy Page in Kings Road – Photo Ross Halfin

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Swan Song memories – Photo Saura T

L’edificio è piuttosto dismesso

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Di fronte, il pub che ricordavo.

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Pubblico qualche foto su facebook e qualcuno mi critica per il carattere da “pellegrinaggio” che sta assumendo il mio viaggio, ma non me curo. L’andare alla ricerca di certe cose mi dà l’occasione di vivere la città, quartieri, periferie. Ed è quello che voglio. In underground sento una signora italiana chiedere a due ragazze (una delle quali deve essere sua figlia) che evidentemente sono a Londra da un po’ per studio: “Ma cosa c’è da vedere nel posto in cui stiamo andando?”, risposta della figlia “Boh… è una via con dei negozi”.

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Londra – photo Saura T

Pranziamo da PRET A MANGER. Ci serve una ragazza italiana. Cibi naturali e freschi ad un prezzo contenuto. In due 16 sterline. Poco più di venti euro.

HOUSES OF THE HOLY

Ci incamminiamo verso Kensington. Il quartiere è uno dei più esclusivi, mi piace molto da sempre. E’ bello girarlo in lungo e in largo, tra strade principali e vie più oblique. Cerco tra le pieghe echi della Swingin’ London. Porto la groupie a vedere la casa di FREDDIE MERCURY.

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FM’s Garden Lodge – Photo TT

Avevo visto diverse foto in internet, ora sono qui e la cosa mi sembra speciale. Sì, perché al di là delle facili critiche che si possono rivolgere ai QUEEN per i diversi passi falsi fatti negli anni ottanta, va ricordato che sono stati un grande gruppo.

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FM’s Garden Lodge – Photo Saura T

Una ulteriore passeggiata e arriviamo alla TOWER HOUSE, splendida townhouse costruita nella seconda metà dell’ottocento dall’architetto WILLIAM BURGES. Avendo visto documentari BBC su di essa, foto degli interni e letto qualcosa sulla sua storia, non posso che lasciarmi suggestionare ancora una volta da questa magnifica costruzione.

La Tower House nel 1878

La Tower House nel 1880

Questa è naturalmente la casa Londinese di JIMMY PAGE. Ora lui è in California per quel cavolo di processo su STAIRWAY TO HEAVEN, il cancello è chiuso con lucchetto, tutto tace. Quando venni nel 1986, il cancelletto era aperto, un budda dorato faceva capolino da una delle finestre e fu facile lasciare qualche copia della fanzine che allora pubblicavo nella buca delle lettere. Mentre sono qui mi interrogo sulla mia condizione di fan del DARK LORD. Saura è gasatissima.

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The Dark Lord’s Tower House – photo TT

Me la gusto ancora un po’ la Tower House …

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poi Saura mi scatta un paio di foto e ce ne andiamo

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The Dark Lord’s Tower House – photo Saura T

Come mi ha chiesto, con sarcasmo, il mio amico Frank, controllo i lavori di ristrutturazione della casa a fianco, la WOODLAND HOUSE. Lavori che tanto hanno fatto imbestialire PAGE. La casa oggi appartiene a ROBBIE WILLIAMS, ma fino  al 2013 è stata la residenza del registra MICHAEL WINNER, colui che diresse tra gli altri IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE 2 per cui PAGE nel 1982 pubblicò la colonna sonora e SCREAM FOR HELP (colonna sonora di JOHN PAUL JONES).

Michale Winner & Jimmy Page - London 1982

Michale Winner & Jimmy Page – London 1982

PIGS ON THE WING

Ci facciamo poi REGENT STREET, andiamo a vedere una targa alla memoria di CHRIS SQUIRE a SOHO, poi fermate obbligatorie a PICCADILLY CIRCUS e a DENMARK STREET, quindi bus per BATTERSEA: la centrale elettrica sopra cui volavano i maiali devo vederla…

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Battersea Power Station – photo TT

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Da lì torniamo in centro nel secondo piano di un bus. Osservo la città e penso a come noi essere umani siamo capaci di imprese incredibili. Un città da otto milioni di abitanti e riusciamo ad organizzarla, a dare un lavoro, una casa, una bagno, fogne, luce elettrica, cibo etc etc a tutti (o quasi). Poi falliamo miseramente quando c’è da condividere concetti quali unità, fratellanza, solidarietà, tolleranza.

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On the Magic Bus – photo TT

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Where’s that confounded bridge? – photo TT

Torniamo nei Docklands, una doccia e siamo pronti per la cena. Stasera non torniamo in centro, secondo il contapassi del telefonino solo oggi abbiamo fatto a piedi ben più di dieci km. Sono sufficienti. Ed è sufficiente anche il cibo inglese, tutta quella carne, quel fritto, quella cucina non certo sopraffina. A duecento metri dall’albergo c’è un ristorante italiano…una pizza e una pasta, una pausa culinaria benedetta. Totale 40 euro.

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Bianco’s, Docklands – photo TT

Dopo cena facciamo due passi, cammino a bordo fiume col mio blues mentre guardo la O2 arena sull’altra sponda.

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Dusk on O2 – photo TT

THE ENDLESS ENIGMA

Venerdì mattina vorrei andare a vedere l’edificio della MANTICORE RECORDS; arrivo all’indirizzo trovato in internet, ma mi accorgo che è sbagliato e che il vecchio cinema ODEON che dal 1973 al 1977 diventò la sede della MANTICORE (e dove i LZ fecero le prove per il tour del 1977) fu abbattuto tempo fa. Peccato. Ma se non altro ho occasione di vivere Londra dall’interno, in questo caso il quartiere MAYFAIR.

ELP Manticore Studios in the 70s

ELP Manticore Studios in the 70s

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Mayfair – London – Photo Saura T

SOMETHING IN THE WAY SHE MOVES

Di nuovo in underground, ABBEY ROAD STUDIOS bound. Un’occhiata in giro, la classica foto sul passaggio pedonale più celebre della storia e ci rimettiamo di nuovo in cammino.

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Abbey Road Studios – photo Saura T.

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Saura walks that walk at Abbey Road Studios – Photo TT

ALL RIGHT NOW

Ci dirigiamo verso i confini della città, a GOLDERS GREEN, un area dove vivono parecchi ebrei. Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento furono costruiti un cimitero e un crematorium ebraici.

Golders Green - Photo TT

Golders Green – Photo TT

Siamo diretti verso quest’ultimo, devo omaggiare il ricordo di uno dei chitarristi che mi hanno formato.

Golders Green - Photo TT

Golders Green – Photo TT

Il posto è magnifico: molto verde, pace assoluta, spazi ampi, lo percorro quasi tutto, fino alla “casetta” posta alla fine…

Golders Green - Photo ST

Golders Green – Photo ST

Golders Green - Photo Saura T

Golders Green – Photo Saura T

Golders Green - Photo TT

Golders Green – Photo TT

Lì posso raccogliermi un momento e rivolgere i miei pensieri ad un’anima blues, PAUL KOSSOFF.

Golders Green - Photo TT

Blue soul at Golders Green – Photo TT

Camminiamo in tutta tranquillità, è il senso di pace a prevalere. Davvero un bel posto dove essere ricordati.

Golders Green - Photo TT

Golders Green – Photo TT

Tra l’altro è lì che si ricordano altri due personaggi illustri del Rock.

Golders Green - Photo TT

Golders Green – Photo TT

WHERE THE TRAIN STARTED A-ROLLIN’

Prossima tappa Chinatown. Nel cuore di SOHO mi fermo a contemplare l’edificio in Gerrard Street dove avvenne la prima prova dei LED ZEPPELIN, nell’agosto del 1968.

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LZ first rehearsals building – Gerrard Street – Photo Saura T

Gerrard Street, dove tutto ebbe inizio…anche Page recentemente vi è tornato…

Jimmy Page in Gerrard Street - photo Ross Halfin

Segue puntata alla cattedrale di SAINT PAUL e una passeggiata sul MILLENIUM BRIDGE, quindi albergo, doccia e di nuovo in centro. Ceniamo con Floro, Francesca e Clelia giunti dall’Italia. Floro è un fan di Wakeman, in contatto da tempo con Saura. Su consiglio di Giancarlo Trombetti proviamo il Thai. Niente male davvero.

TOWER OF LONDON

Sabato mattina la dedichiamo alla TOWER OF LONDON, il “castello storico” sulle rive del Tamigi che rappresenta forse il punto cardinale della città. Londinium, Londra appunto, fu fondata dai Romani (esistono ancora mura originali erette dei nostri antenati), quindi portato avanti da normanni fino a diventare importante presidio delle storia degli inglesi.

Tower Of London - Photo Saura T

Tower Of London – Photo Saura T

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Tower Of London’s ravens – Photo TT

Ci fermiamo un momento davanti al punto dove cadevano le teste, tra cui quelle di un paio di mogli di Enrico VIII.

Dove cadevano le teste - Tower Of London - Photo Saura T

Dove cadevano le teste – Tower Of London – Photo Saura T

I rimandi al soggetto dell’album più importante di RICK WAKEMANN sono tanti, anche nel negozietto di cianfrusaglie; mi piacerebbe comprare per la groupie la serie bamboline di pezza di Enrico VIII e delle sue sei mogli ma una volta guardato il prezzo (50 sterline!!!) non posso che esclamare “Mo’ uetèr a sii maat!”

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Tower Of London – Photo TT

Usciamo e ci godiamo un po’ il Tower Bridge e il Tamigi prima di pranzare su di una panchina col fish’n’chips d’ordinanza.

Londra - Photo Saura T

Londra – Photo Saura T

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THE EQUINOX BOOKSELLERS AND PUBLISHERS

Il nostro gruppo si chiama Equinox, come l’occult book shop che PAGE aveva negli anni settanta in Holland Street. Saura vuole assolutamente visitare il luogo.

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Holland Street – Equinox Occult Book Shop building – Photo TT

Oggi è la sede della galleria del fotografo RICHARD YOUNG. Entriamo, diamo un’occhiata. In questo periodo la galleria è dedicata alla mostra ANARCHY IN THE UK, molte belle, belle foto del movimento punk della seconda metà anni settanta. I DAMNED, i CLASH e compagnia ritratti nel momento dell’esplosione. Al piano di sotto anche una foto di PAGE dai concerti inglesi dell ARMS 1983.

Equinox Book Shop 1979

Equinox Book Shop 1979

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Holland Street – Equinox Occult Book Shop building – Photo TT

 

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Holland Street – Equinox Occult Book Shop building – Photo TT

 

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Holland Street – Equinox Occult Book Shop building – Photo TT

Fermata obbligatoria alla ROYAL ALBERT HALL.

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Royal Albert Hall – Photo TT

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Royal Albert Hall – Photo TT

Imponente il ROYAL COLLEGE OF MUSIC che c’è lì dietro.

Royal College Of Music - Photo TT

Royal College Of Music – Photo TT

Saura continua ad essere attirata dalla cartina della metropolitana.

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Saura the London Underground map obsession – photo TT

A volte temo che da un momento all’altra venga risucchiata al suo interno…

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Saura the London Underground map obsession – photo TT

FOYLES è “la” libreria, 5 piani di volumi a Charing Cross Road, presente anche nel Guiness dei primati come libreria più grande del mondo.

Foyles - Londra - Photo Saura

Foyles – Londra – Photo Saura

Saura ci sguazza qui dentro essendo una lettrice di libri accanita. Io compro un paio di cosette…

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Shopping at Foyles – Photo TT

Cena in hotel, due piatti di pasta e due acque minerali: quasi 40 euro.

Arriva domenica, il giorno del concerto. La sera prima all’O2 ci giunge voce che non ci fosse il tutto esaurito. Mi spiace non essere andato, vedere ALICE COOPER, DARKNESS e BLACKBERRY SMOKE mi sarebbe piaciuto.

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Ready for the O2 – Photo TT

Pranziamo insieme a Floro, Francesca e Clelia in un ristorante indiano nelle vicinanze. Con noi anche Paul (UK), Greg (USA) e Micaela (D) fan storici di RW amici di Saura. Micaela il giorno prima è andata a vedere le prove (costo del biglietto: 350 sterline), ha il biglietto del meet&greet come noi e anche quello per il party dopo il concerto. Essere fan in senso stretto può essere molto dispendioso.

E’ a Londra anche il mio amico vichingo MICHAEL STENDAHL, una ledhead svedese che che nel 2000 venne fino a Nonantola, insieme al mio storico amico scozzese Billy Fletcher, a vedere il concerto dei PRIORY OF BRION di ROBERT PLANT al Vox. Attraversa tutta la città per bere una Stella Artois insieme a me. C’è un vento gelido. Io maglietta, felpa e foulard, lui in maniche corte.

Michael & Tim

Ledheads in London – Michael & Tim, the Sweden/Italy LZ connection – photo Saura T

In attesa del meet&greet gironzoliamo nell’atrio della O2.

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Saura at the O2 – Photo TT

Saura vuole una foto con chi dirigerà l’orchestra…

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Saura & the Orchestra musical director Photo TT

e con OLIVER WAKEMAN che si trova nei paraggi.

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Oliver Wakeman & Saura – Photo TT

Siamo in fila con altri quaranta in attesa di trovarci al cospetto con RW. Non fosse per Saura non mi troverei qui, ho già incontrato Rick tre volte e non sono fan a tal punto da spendere volontariamente parecchi soldi solo per stringergli la mano e farmi una foto con lui. Ma Saura è Saura, scherzosamente la chiamo groupie perché nel mio mondo immaginario sono un chitarrista Rock di successo e lei è la ragazza che mi segue in tour, ma ho sempre più il sospetto che groupie lo stia diventando davvero, mi basta vedere come guarda il biondo di Perivale.

Siamo circa in 40 in fila. Faccio due conti. I biglietti se non ricordo male sono costati 196 euro ognuno, ammettiamo siano 96 per il concerto e 100 per il meet&greet … te lo dico che il buon Rick appare tutto sommato ben disposto ad incontrare i suoi fan, 4000 euro per un oretta son presi bene. Ad onor del vero però va detto che Rick è disponibilissimo con i fan anche senza la bazza del meet&greet, l’ho toccato con mano più volte, da questo punto di vista è davvero il numero uno.

Fotogafo Saura alla sua quinta volta a contatto con il suo idolo,

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Saura & Rick – Photo TT

e poi tocca a me. Vorrei mettermi a parlare con Rick di INTER e MANCHESTER CITY come facemmo ada Asti l’anno scorso, ma il tempo stringe, non è il caso.

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Tim & Rick – Photo Saura T

Entriamo nell’arena mentre la tribute orchestra dei PINK FLOYD termina lo show (che mi è sembrato noiosetto).

La arena è piena al 60/65 %. Le tribune al lato opposto del palco sono state riempite con figure gonfiabili per mascherare il vuoto. Malgrado il costo dei biglietti, i nostri posti sarebbero vicini al palco ma di lato, in questo modo non vedremmo Rick, di solito posizionato al centro e non esattamente sulla ribalta. Ma come detto non c’è il pienone, di posti vuoti ce ne sono parecchi, così ci spostiamo sulle tribune laterali più centrali, dapprima in alto e poi nelle prime file, e ci godiamo così il concerto in tutta comodità.

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O2 arena – Photo TT

La prima cosa che mi colpisce è che i concerti Rock di questa generazione di artisti sono diventati lavori da vecchi, e scrivo vecchi senza alcuna accezione negativa, d’altra parte tra poco lo sarò anche io. E’ un dato di fatto, la stragrande maggioranza del pubblico sembra sia sui sessanta e passa anni. L’atmosfera è quella da concerto di musica classica. Tutti composti, qualche urletto di circostanza, nulla più. La cosa mi intristisce, c’è un aria da saldi di fine stagione del Rock. E’ inevitabile lo so, ma mi immalinconisco. Certo, la serata è dedicata al prog, ma la parola è comunque sempre accompagnata dal termine “Rock”, è qualche scintilla di energia dovrebbe scoccare. Non è così. C’è un silenzio totale tra i pezzi , terminati i tiepidi applausi. Si riesce a sentire persino il click dei pedali degli effetti di chitarra che Steve schiaccia tra un pezzo e l’altro.

STEVE HACKETT non mi ha colpito, non che abbia suonato male, ma mi è sembrato spento e la band che lo accompagna priva d’identità. Come dice Saura “un’accozzaglia di gente messa insieme così senza un filo conduttore”. Noto che al basso c’è, sempre col suo gonnellino scozzese, NICKY BEGGS, leader dei KAJAGOOGOO e session man al soldo di tantissimi artisti, tra cui JOHN PAUL JONES. Lo ricordo infatti durante al tour del 1999 all’Alcatraz di Milano.

I primi pezzi sono quelli della sua carriera da solista (inascoltabili), gli ultimi quelli dei GENESIS. Sebbene ami moltissimo il gruppo storico di appartenenza, nessun momento mi scalda.

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Steve Hackett live at O2 arena – Photo TT

Usciamo mangiare qualcosa, inizio ad essere stufo dell’idea di cibo che hanno in Inghilterra, carne e fritto everywhere. Qualcosa dobbiamo pur buttar giù però, un (Aaahhhh) Hot Dog per me e patatine fritte per la groupie, che è vegetariana.

O2 blues - Photo Saura T

O2 blues – Photo Saura T

Rientriamo per i MARILLION. La differenza si nota subito: questo è un gruppo, può piacere o no ma ha il “senso”. Dei MARILLION ho un paio di album, FUGAZI e MISPLACED CHILDHOOD. Ricordo ancora quando vennero fuori all’inizio degli anni ottanta. Vedevo le foto del cantante (FISH) vestito coi costumi di PETER GABRIEL, sentivo lo stesso cantare come PETER GABRIEL e ascoltavo quello che passava la radio e  mi sembrava che la band fosse un tributo ai GENESIS, sebbene mi chiedessi  cosa ci facesse l’intro di IN THE EVENING in MISPLACED CHILDHOOD …

Mi meraviglai dell’istantaneo successo che ebbero in Italia, qualcuno si mise pure a pubblicare una fanzine. Erano un po’ quello che i KINGDOME COME sembravano essere per i LZ. Poi, il cantante se ne andò e ne arrivò un’altro, la band cambio un poco rotta ma continuò veleggiare senza troppi problemi.

Sono ancora qui, fanno uscire album, hanno un discreto seguito e suonano all’O2 arena (seppur come uno degli opening act).

Il cantante attuale dei MARILLION è un incrocio tra il Peter Gabriel dei primi anni ottanta e il gobbo di Notredame versione Disney. Ma ci crede, coinvolge, fa un ottimo lavoro. Alla fine il gruppo riceve una standing ovation.

Arriva poi il momento di RICK. La partenza è traballante, ma il tutto si aggiusta. Il rapporto tra Rock e orchestra è sempre al limite, sempre sull’orlo dl precipizio, il rischio del ridicolo, del kitsch è sempre in agguato. Non aiuta il fatto che Rick indossi un costume con tanto di mantello…potrà forse fare contenta una fetta di fan, ma non credo sia il caso, nel 2016, a 67 anni.

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Tanti fan non fanno caso a queste cose, anzi le trovano essenziali, ma io credo siano la morte del sentimento Rock. Negli anni settanta, a 25/30 anni magari erano spettacolari, adesso credo siano solo tristi e ridicole. Anche RITCHIE BLACKMORE nei recenti concerti Rock si è presentato vestito da padre pellegrino o da menestrello medioevale, e questo a 71 anni…  a me  sembra anacronistico sino allo sfinimento.

Ritchie Blackmore live 2016 - photo Doc Marena

Ritchie Blackmore live 2016 – photo Doc Marena

Al di là di queste considerazioni il concerto è stato buono. Certo, un’ora e quaranta di KING ARTHUR mi è parsa troppa. Il disco relativo del 1974 durava 40 minuti, sarebbe forse stata più godibile una lunghezza di quel tipo (senza le nuove parti che indiscutibilmente hanno appesantito il concerto) e il resto dello show dedicato a qualche pezzo degli YES, dell’album THE SIX WIVES OF HENRY VIII e qualche altro episodio della carriera solista di RICK.

Photo Saura T

RW at the O2 – Photo Saura T

Alcune parti mi hanno colpito molto, suggestivo il coro dell’orchestra, ma a tratti il tutto mi è parso ridondante.

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RW at the O2 – Photo Saura T

Sebbene alla fine ci si ritrovi tutti in piedi ad applaudire, la cosa è sembrata forzata, l’entusiasmo non sembra spontaneo del tutto. Dopo i saluti l’orchestra rimane sul palco, è evidente che sta attendendo un cenno per capire se si suonerà un bis o no, dopo poco però le luci si accendono e tutto termina. Immagino che anche WAKEMAN abbia percepito la non eccezionlaità della serata (l’arena mezza vuota, mancanza di vero calore da parte del pubblico). Con questo non voglio dire che sia stato un flop, è stato un buon concerto di un gruppo Rock assistito dall’orchestra nel riproporre un’opera rock basata su Re Artù scritta da uno dei più grandi tastierista della storia della musica Rock. Ecco, solo nulla di eccezionale, di incredibile, come invece si è letto qualche giorno dopo nei commenti e nelle recensioni dei fan. Questa è una cosa che mi rattrista sempre, che tanti fan non riescano ad essere un minimo illuminati tanto da vedere le cose come stanno. La chiamo la sindrome da Dave Lewis, storico e famoso fan dei LZ inglese per cui tutto ciò che ha a che fare con il mondo LZ e derivati è sublime, tinto di rosa, awesome.

Saura è contenta, ma anche lei rimane con i piedi per terra.

Guardo un’ultima volta la O2 Arena, penso a nove anni fa quando su quel palco c’erano 3/4 dei LZ ed esco.

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Saura & Tim at the O2

Nell’atrio incontriamo ROGER DEAN, il creatore delle copertine degli album degli YES; segue foto di rito.

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Saura & Roger Dean – Photo TT

Usciamo nella notte. Temevo file interminabili per prendere l’underground e invece nessun problema. Che spettacolo essere fuori dall’Italia per queste cose. Passiamo sotto al Tamigi. Riemergiamo all’Attracco del Canarino (CANARY WHARF insomma) e sotto la pioggia torniamo in albergo.

Canary Wharf - photo TT

Canary Wharf – photo TT

GET WHERE O BELONG

Lunedì mattina, mi sveglio e guardo fuori dalla finestra, siamo in giugno inoltrato ma sembra novembre. Colazione, preparativi e IBIS HOTEL bye bye.

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View from the room at Ibis Hotel, Blackwall – photo TT

Prendiamo un’ ultima volta la Docklands Light Railroad e ci dirigiamo alla stazione di LIVERPOOL STREET.

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I’m goin’ Home

Saura si perde un’ultima volta a contemplare la cartina della metropolitana.

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London Underground map obsession – phocto TT

Saliamo quindi sul treno per STANSTED. In aeroporto pranziamo e attendiamo di imbarcarci.

Si decolla. Chiudo gli occhi, cerco di tenere a bada le mie vertigini e la mia ansia. Penso a RICK DERRINGER, MICK RALPHS, JOHN MILES, ai VIRGINIA WOOLF, a SAMUEL ETO’, WESLEY SNEIJDER, ESTEBAN CAMBIASSO … quando arrivo a JOSE’ MOURINHO vedo le stelle, un bagliore celestiale, entro nell’estasi mistica, mi calmo…bene siamo già in quota.

Saura scatta qualche foto fuori dal finestrino. Io non guardo.

Leaving London - Photo Saura T

Leaving London – Photo Saura T

Leaving London - Photo Saura T

Leaving London – Photo Saura T

Un’oretta e mezzo e siamo di nuovo sopra Bergamo. Penso a BEPPE RIVA. Saura filma l’atterraggio. Io impietrito sul seggiolino con gli occhi chiusi e teso come una corda dell’archetto di violino di JIMMY POIGE durante DAZED AND CONFUSED live 1973.

Eccoci poi correre sulla freccia gialla della pianura lungo le autostrade che ci riportano a casa.

Albergo IBIS di BLACKWALL Londra – Domus Saura nelle campagne di Regium Lepidi 10 ore esatte. Risalgo in macchina per andare a prendere Palmiro. Mentre sono in viaggio noto quando non sia facile passare in poche ore da Londra all’Emilia.

Un paio di giorni dopo scopro che il Regno Unito ha scelto di uscire dall’Europa.

Io disdegno i nazionalismi, le idee dell’estrema destra, il populismo, dobbiamo unirci invece che dividerci, e questa Brexit mi sembra una cosa da pazzi. Mi rendo conto che l’Europa al momento non ha un gran fascino… la Merkel, le banche, la finanza, ma temo che questo non sia un problema dell’Europa, ma del sistema che tutto il mondo sembra aver scelto, ovvero il capitalismo, il neo liberismo sfrenato. Io auspico che presto ci sia una Europa più coesa e sto dalla parte del filosofo PAOLO GALIMBERTI: di Europa ce ne è troppo poca. Fino a che non ci sarà un governo centrale e le relative istituzioni centrali sarà sempre una unione a metà piena di pasticci.

Hanno votato “leave” le persone più anziane, le zone meno istruite e più povere oltre che quei gran simpaticoni dei populisti e della destra Estrema.

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Barconi vintage - courtesy of Picca

Barconi vintage – courtesy of Picca

Noto con disappunto che TONY FRANKLIN (musicista di mille gruppi dopo esserlo stato di ROY HARPER e dei FIRM) è un convinto sostenitore della Brexit.

Meno male che Ross Halfin, il fotografo amichetto del Dark Lord non le manda a dire.

ROSS HALFIN DIARY – June 24: Off to Los Angeles this morning, woke up to the news that we are leaving the E.U.Now I am not political but this is stupid we will have the Far Right in. Morons blaming the refugees for all the wrongs in the UK. I liked being in the E.U. easier to travel I even wish we’d had euros instead of pounds. The Forth Reich is on the way. And America may have Trump. The world is not in a good place.

Malgrado questa amarezza, sono ancora sotto l’influsso della fustinella londinese. Dire che mi sono innamorato è esagerato, diciamo che io e Londinium ora ci stiamo più simpatici. Thank you groupie, thank you London Town.

“London Town”

Walking down the sidewalk one purple afternoon,
I was accosted by a barker playing a simple tune upon his flute.
Toottoottoottoot.
Silver rain was falling down
Upon the dirty ground of london town.
People pass me by on my imaginary street,
Ordinary people it’s impossible to meet,
Holding conversations that are always incomplete.
Well i don’t know.

Oh, where are there places to go?
Someone, somewhere has to know.
I’don’t know.

Out of work again,the actor entertains his wife
With the same old stories of his ordinary life.
Maybe he exaggerates the trouble and the strife.
Well, i don’t know.

Oh, where are there places to go?
Someone, somewhere has to know.

Crawling down the pavement on a sunday afternoon,
I was arrested by a rozzer
Wearing a pink balloon about his foot.
Toot toot toot toot.
Silver rain was falling down
Upon the dirty ground of london town.

Someone, somewhere has to know.
Silver rain was falling down
Upon the dirty ground of london town.

 

Blues anytime

10 Giu

Primo venerdì di giugno, ore 21 circa, sono al Ferrari’s Park di Mutina, insieme alla groupie. Incontro Ele e Gianluca e ci sediamo al loro tavolo. Al Millybar il Pike Boy, Mr Picca, Stefano Piccagliani insomma tiene una conferenza sul pezzo TUTTI FRUTTI. Malgrado la serata fresca (finiremo per indossare felpa e piumino) è un avvenimento da non perdere. Picca per Mutina è una figura di riferimento, è un po’ quello che ROBERT JOHNSON fu per Tunica & Robinsoville (e se vogliamo Clarksdale). Musicista, studioso e figadèinologo. Per evitare incomprensioni dovute alle prima quattro lettere della parola è bene chiarire il significato di questa parola, che traggo dal blog dello stesso Picca sulla Gazzetta Di Mutina:

Dal Vocabolario MODENESE-ITALIANO compilato da Ernesto Maranesi, Mucchi Editore.
Figadein: fegatini, frattaglie per preparare manicaretti.

Per i vecios della mia famiglia il termine ‘figadein’ (con un convinto accento sulla e) ha sempre avuto il significato di ‘piccolo particolare infinitesimale’, come direbbe Totò una ‘quisquilia’, una ‘pinzillacchera’. Una bazzecola, ma non da niente. Perché il figadino inganna e può rivelarsi un fegatino che rode il fegato e che non lascia indifferenti, una minuzia fastidiosa (altre volte esaltante) con la quale prima o poi si dovrà venire a patti, come la goccia cinese che tortura cadendo inesorabilmente sulla testa del malcapitato fino a portarlo ad una sclerosi da Guinness.
Dettagli, ma stracolmi di storie.

Ora, TUTTI FRUTTI è una canzone molto importante per lo sviluppo del Rock, non è esattamente un “figadino”, ma Picca è sublime quando va a curiosare tra le pieghe della storia della musica. Per quasi un ora ci narra dell’avvento di LITTLE RICHARD, dapprima stentato quindi deflagrante grazie alla canzone in questione. Canzone che in origine non eè altro che un insieme di volgarità a sfondo omosessuale e che poi, col testo modificato, diventa uno degli epicentri del primo rock and roll. Mentre sorrido, ridacchio e mi abbevero alla fonte del suo sapere, osservo compiaciuto questo mio amico, che eloquio, che magnifico storyteller.

Finita la conferenza, Mr Pike scende dal palco piccolo e sale su quello principale, imbraccia la chitarra e dà il via allo show della PICCAGLIA BLUES BAND , con – tra gli altri  – Wilko Zanni (RATS) alla chitarra solista e Daniele Bagni (LADRI DI BICICLETTE / LITFIBA) al basso.

La Piccaglia Blues Band - Foto Gianluca Simonini

La Piccaglia Blues Band – Foto Gianluca Simonini

Di solito i gruppi non gruppi non mi piacciono granché, le accozzaglie di (spesso) bravi musicisti messi insieme all’ultimo a far del blues lasciano il tempo che trovano, ma stasera questa sembra una vera band. Molti i classici (tra cui HOOCHIE COOCHIE MAN versione mash-up (sul MI il riff di WHOLE LOTTA LOVE / sul LA col quello di HEARTBREAKER, di nuovo in MI con THE LEMON SONG e quindi MOBY DICK) ma il pezzo che mi ha colpito di più è stato EVERYBODY OUGHT TO MAKE A CHANGE SOMETIMES di SLEEPY JOHN ESTES

La versiona proposta è molto vicina a quella che fece CLAPTON nel 1983 nel suo ultimo buon album, MONEY AND CIGARETTES.

Qualche sera dopo guardo su SKY  “La Giovinezza” (Youth) di Sorrentino, film molto bello che commuove. Mi sembra che gli attori recitino davvero bene. Rimango a riflettere su quanto il tema vecchiaia inizi ad interessarmi sempre più e su quanto trovi sciocco il modo in cui la grande maggioranza della gente liquidi con superficialità le persone anziane e vecchie o come scherzi su di esse o su di essa, come se la vecchiaia non li riguardasse.

Continuano i confronti musicali e calcistici con, com’è che lo chiama Daniele Luzi… ah sì, “il poeta dell’Hard & Heavy”,  BEPPE RIVA insomma. Divaghiamo sulle novità societarie della nostra INTER per poi disquisire sulle BBC sessions del 1977 dei LONE STAR di PAUL CHAPMAN e JOHN SLOMAN.

Osservo la quantità di merda tirata addosso a ROBERTO BENIGNI soltanto perché questi ha espresso il suo punto di vista riguardo il referendum che si terrà in ottobre. Credo ci siano valide argomentazioni sia nel votare NO che SI’, e trovo dunque disgustosa tutta questa isteria e violenza verbale. Mi chiedo dove arriveremo.

Per rimanere a galla compro il nuovo numero di PROG (edizione inglese) con il dio delle tastiere in copertina. Quanto mi manca il grande KEITH.

Prog K.Emesron

In edicola do un’occhiata ai reparti che mi interessano, ovvero fumetti e riviste musicali straniere. In altri tempi non avrei esitato nel vedere i nuovi numeri di CLASSIC ROCK UK con i BLACK SABBATH in copertina (e articoli sui LONE STAR) e di BLUES Magazine con gli ALLMAN di AT FILLMORE EAST, ma incredibilmente non li acquisto. Insicurezza economica dovuta ai tempi o calo d’interesse nei confronti del Rock?

Non lo capisco, anche perché poi subito dopo spendo più di 6 euro per un numero speciale de IL COMANDANTE MARK, questo solo nella speranza di rivivere per un momento quella “sbrusia” che avevo da ragazzino quando arrivava un nuovo numero di uno dei miei fumetti preferiti (tra i mensili IL COMANDANTE MARK, ZAGOR, MR NO). Povero me.

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Sono proprio un uomo di blues, incline alla malinconia, alla nostalgia e al tormento esistenziale. Come vorrei essere capace di farmi scivolare di dosso certe cose. Sorrido quando amici che si fanno vivi per i più disparati motivi esordiscono con “Ciao Tim, come vanno i tuoi blues?”. Il nostro Mike Bravo poi spesso mi dice che sono troppo serio qui sul blog, ma che ci posso fare… sono così è questo è un blog per l’uomo di blues…

Per cercare di sfuggire a tutti queste paturnie organizzo un paio di giorni a Glasgow in ottobre, il tutto per vedere finalmente la BAD COMPANY dal vivo. Visto però che sembra non bastare raddoppio ordinando un paio di “pedalini” (effetti a pedale per chitarra): il “cremoso” booster EP della Xotic che mi ha consigliato il Rick Derringer di Vignola (Lorenz insomma) e il reverbero BlueSky della Strymon. Non so nemmeno se fanno al caso mio, ma sono così belli che mal che vada li uso come soprammobili ( poi il nero e l’azzurro insieme stanno molto bene…).

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Intanto mi preparo psicologicamente per passare qualche giorno a Londra insieme alla groupie, il 19 giugno RICK WAKEMAN suonerà con l’orchestra alla O2 arena all’interno del festival STONE FREE, e …poteva mancare la groupie? Ovviamente no. E’ così che ci giochiamo le ferie, tra la O2 arena, un salto in Kings Roads per tornare a vedere l’ingresso di quello che un tempo fu la Swan Song, uno alla vuota Tower House (Il Dark Lord in quei giorni sarà in America in tribunale per la faccenda di STAIRWAY TO HEAVEN), magari una visita al GOLDERS GREEN per un minuto di raccoglimento per PAUL KOSSOFF e in fin dei conti bighellonare un po’ in una città che dovrebbe aiutare a sbarazzarci di noi stessi.

Nella speranza di trovare un po’ di sollievo e smetterla con tutti questi blues…

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Un caffè con gli amici, due passi in centro, il live della Bad Company, la saga di Mocha Dick …così, tanto per non morire…

2 Mag

La notizia era questa: il 29 aprile esce il live degli anni settanta della Bad Company. Era ora! E’ dal 1979 che lo aspetto. Possibile, mi dicevo, che non sia mai uscito un album dal vivo ufficiale relativo al periodo d’oro del gruppo? 37 anni che aspetto e che faccio, lo ordino su Amazon? Eh no, è un evento troppo importante (per la mia vita). Chiamo Robby di Dischinpiazza di Modena e me ne faccio tenere da parte una copia. Questo acquisto va vissuto in modo analogico: sabato mattina si va in centro città a comprarlo!

Per l’occasione organizzo un matinée con i miei fratelli Blues. Rendez-vous in piazza Matteotti alle 10. Su whatsapp un paio di confratelli mi prendono in giro: perché incontrarci a Piazza Matteotti (piazza centralissima, ma dove non c’è tanto, nemmeno un bar)?

Ah, devo proprio spiegargli tutto. 1°: per il significa politico legato al nome di chi è intestata la piazza 2°: siamo a venti metri da piazza Duomo e dunque dal barettino dove siamo soliti fare colazione 3°: c’è qualche panchina su cui sedersi e osservare l’umanità mentre si aspettano i ritardatari 4°: ci sono alberi maestosi 5°:è una piazza un po’ sfortunata e dunque relativamente blues ed è certamente meglio quindi che quei posti da fighetti modenesi tipo i Portici Del Collegio. Quasi quasi il prossimo matinée l’organizzo in Vicolo Squallore, il cui nome dice già tutto, così i ragazzi imparano a vivere in modo obliquo le cose.

Mentre da Regium Lepidi mi avvicino a Mutina, penso all’ultimo mini sinodo mattutino…esattamente un anno fa. Non dico che sembra ieri ma al massimo una stagione fa. Sono sulla vecchia Punto di Brian, 18 anni, 91.000 km e senza radio. La Blues Mobile sta cedendo, 280.000 gloriosi km sulle spalle iniziano a farsi sentire.

E’ una mattina fresca, ma splende il sole, la mia città è sempre bella, almeno per me che non ci vivo, e ogni volta che capito in centro mi emoziono. Arrivano tutti alla spicciolata: Lollo Stevens, Livin’ Lovin’ Jaype, Liso e il Pike boy. Mi stringo a loro, sono contento che siano venuti. A questa età questi ritrovi sono essenziali per tenere a bada i blues, le paturnia, le malinconie, le paure riguardo il futuro. Ci confessiamo l’anima l’un l’altro e poi via in piazzetta Sant’Eufemia.

Mutina piazzetta Sant'Eufemia - photo TT

Mutina piazzetta Sant’Eufemia – photo TT

Jaypee ci offre la colazione; constato ancora un volta quanto sia amabile chiacchierare di rock, di blues, di costume e società, di calcio con i miei amici.

Jaypee Tim Lollo Picca - Mutina 30/4/2016 - photo PL

Jaypee Tim Lollo Picca – Mutina 30/4/2016 – photo PL

Ci incamminiamo poi in Piazza Mazzini, da Dischinpiazza. prima di entrare diamo un’occhiata alle vetrine. Constatiamo quanto siano peggiorate le copertine dei dischi. All’epoca in cui eravamo adolescenti, erano delle opere d’arte, oggi sono quasi tutte inoffensive, di cattivo gusto e realizzate male. Vogliamo parlare della copertina del nuovo di Elton John?

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E quella dell’ultimo di Zucchero? Quella dove Adelmo fa il verso a Dr John… non sembra anche a voi che sia realizzata male, che sia inespressiva, senza dinamica, spenta?

Mutina 30-4-2016

Mutina 30-4-2016

Dare un’occhiata alle altre ci deprime, così entro, abbraccio Robby, facciamo due chiacchiere e prendo LIVE 1977 & 1979.

Bad Company Live 1977 & 1979

Bad Company Live 1977 & 1979 -photo TT

Lo metto nella borsa, voglio gustarmelo con calma a casa.

Con i confratelli ci fermiamo in Piazza Roma a fare due chiacchiere…sulle altre panchine ci sono gruppetti di giovani. Mi chiedo cosa possano pensare di noi, uomini di blues di una (in)certa età. Si renderanno conto che noi siamo loro giusto qualche settimana fa? Di cosa staranno parlando? Di ragazze e di Hip Hop e di Rap? D’altra parte noi stiamo parlando di Milf e dei TASTE…

Liso, Jaypee, Picca, Tim

Liso, Jaypee, Picca, Tim

Ci spostiamo in Piazza Grande; mentre ci incamminiamo incontriamo due nase sessantenni con al guinzaglio uno di quei cagnolini microscopici. Come cambia la società, quando eravamo ragazzi due gay di quell’età avrebbero tenuto la loro relazione nascosta, oggi (giustamente) passeggiano come una coppia qualunque.

Noto che sul portone laterale del duomo c’è un drappeggio particolare, chiedo lumi ai miei amici cittadini. C’è una sorta di giubileo, e passare attraverso quel portone significa mondare i tuoi peccati. Incuriositi io e Jaypee attraversiamo the Heaven’s door ed entriamo. Osserviamo i fedeli che con convinzione compiono il rito. Contemplo il Duomo, e  come sempre faccio il collegamento con la Abbazia di Ninetyland, le somiglianze sono notevoli.

Di nuovo in Piazza Grande, con gli amici parliamo di musica, mi scappa una madonna e qualcuno mi dice “Oh vecchio, ma come, sei appena andato al giubileo e adesso tiri una madonna?!”

Non rispondo e non approfondisco, ma a distanza di un paio di giorni mi chiedo se fosse una battuta o se davvero qualcuno dei miei amici possa aver pensato che ho attraversato il portone con intento religioso.

Torno alla Domus Saurea, pranzo, mi bevo una birra e prima di gettarmi sul divano mi bevo un Southern Comfort. Questo è uno dei momenti migliori della settimana, quando un preda alla foschia da alcol mi verso sul divano per recuperare un po’ di sonno perduto.

Riaffioro che sono le 17. Il tempo è cambiato, il cielo è scuro. La groupie mi chiede se la accompagno a Gavasseto da Mazzini, la grande realtà (20 ettari) di florticoltura, vivaismo e giardinaggio che dal 1930 opera qui in provincia di Regium Lepidi.

Ogni volta che vado mi sorprendo della grandezza dell’azienda. C’è persino l’addetto a gestire i parcheggi. Ci sono così tante macchine che sembra che stasera a Gavasseto suonino i Pink Floyd.

Mentre la groupie sceglie le piantine per l’orto, io mi concentro sui fiori, d’altra parte sono ormai diventato il blue gardener di Borgo Massenzio. Mentre facciamo un giro all’esterno nel reparto alberi da frutto poso l’occhio su un ciliegio, sul cartello appeso alla pianta vi è scritto SUNBURST…”CHERRY SUNBURST”  mi dico, dunque, alberello sei mio.

Torniamo alla Domus, inzia a piovere ma decidiamo di piantare il tutto.

Ciliegio Sunburst - orto della Saura - aprile 2016

Ciliegio Sunburst – orto della Saura – aprile 2016

Mentre sistemo i fiori nei vasi sul balcone mi chiedo se JOHNNY WINTER abbia mai fatto dei lavori del genere, mi domando inoltre cosa potrebbero pensare i giovinastri del giorno d’oggi se vedessero uno della mia età con pruriti Gibsoniani, piantare margherite e cercare di fare un po’ di ordine tra Petunie, Surfinie e Potunie … che poi sono tutte PETUNIE (così come Cascadias, Fortunia, Sweetunia, Veranda, Surprise, Sentunia), è solo che gli intelligentoni del marketing inventano questi nomi per distinguere i vari ibridi di petunie e li fanno passare per generi botanici.

Fiori alla Domus Saurea - foto TT

Fiori alla Domus Saurea – foto TT

Ecco, ho già abbastanza guai nel cercare di districarmi tra i vari nuovi modelli delle GIBSON LES PAUL che adesso vado anche ad imbarazzarmi dei vari modelli di Petunie…a som a post, siamo a posto!

Fiori alla Domus Saurea - foto TT

Fiori alla Domus Saurea – foto TT

Sabato sera, piove e fa freddo, decidiamo di non uscire, così il riposo del giardiniere stanco si materializza sotto forma di cotoletta di pelo nero pesante 7,4 kg sullo stomaco …

Palmir & Tim - Domus Saurea aprile 2016

Palmir & Tim – Domus Saurea aprile 2016

e visione del film HEART OF THE SEA – Le origini di Moby Dick.

HEART OF THE SEA

Il romanzo di MELVILLE lo lessi a militare 7 lustri fa, ed è da allora che alberga nel mio cuore. Pilastro del rinascimento americano MOBY DICK è un libro che è assai adatto all’uomo di blues che sono: avventura unita a riflessioni e ossessioni scientifiche, filosofiche e religiose. Il tutto ispirato a due fatti reali: la caccia al capodoglio albino MOCHA DICK, leviatano apparso nelle vicinanze dell’isola cilena di Mocha nei primi decenni del 1800 e l’affondamento della baleniera Essex di Nantucket, dopo lo scontro con un grosso capodoglio, nel 1820 nel Pacifico al largo delle coste del sudamerica.

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E’ così dunque che inganno i blues, e domani avrò tutto il tempo di godermi il nuovo Live della BAD COMPANY. Nantucket, good night.

Sounth Bound Saura, gli Sgocciolamiele e altre canzoncine blues assortite

16 Apr

Chissà cosa aveva in mente ROBERT PLANT quando scrisse testo e titolo di SOUTH BOUND SAUREZ, di cosa voleva cantare insomma. Davvero il titolo contiene un refuso? SAUREZ è un errore ? La parola corretta doveva essere SUAREZ? E cosa intendeva PLANT con SUAREZ, forse richiamare il termine francese SOIRÉE? Così fosse, visto anche il tenore del testo e della musica, si tratterebbe di canticchiare qualcosa a proposito di party serali (magari estivi) tenuti al sud. Di che sud stiamo parlando poi non si sa. Io ho sempre pensato al Messico, o comunque al Centro America, possibile che sia un riferimento a latitudini ancor più profonde? Possibile che si riferisca alla città uruguaiana di Suarez posta in una regione famosa per la produzione di vino?

NB: questo è l’unico video disponibile su youtube del pezzo. Mi chiedo cosa avesse in mente il tipo che lo ha caricato…immagini di fantasia legate ad antiche tradizioni britanniche e spezzoni live tratte dal film del gruppo relativo a concerti del 1973 con PAGE che suona la doppio manico. Cosa c’entrano con un pezzo come SOUTH BOUND SAUREZ, che sa di New Orleans, di Messico e di latitudini esotiche? Mah.

Ad ogni modo rimane una canzone che associo con l’andare a divertirsi le sere del fine settimana e sempre più frequentemente la associo alla groupie, e non soltanto per le assonanze del nome. La groupie continua ad essere una forza della natura e ad essere sempre pronta ad uscire e ad andare in giro, malgrado le sue settimane siamo spesso impegnative.

Il martedì lezione d’inglese (per essere in tiro con la lingua dei barbari quando incontrerà Rick Wakeman il prossimo giugno a Londra…e io lì a reggere il moccolo), il mercoledì uscita con le amiche, il giovedì prove con i Tacchini Selvaggi (la band di southern rock / country rock in cui suona) e il venerdì (se non facciamo le prove con gli Equinox) “dove andiamo stasera, Tyrrell”. Usciamo così il venerdì e il sabato mi dice “Non andiamo fuori stasera? Uffa stiamo sempre in casa!”. Intendiamoci, la groupie non è una di quelle sbrindellate, chiassose e avvinazzate che si vedono nei locali durante il weekend, ma il Rock le dona una energia che io probabilmente sto esaurendo. Come fa un uomo di blues di un (in)certa età a star dietro ad una quarantenne scatenata? Misteri della fede (in Page).

Altro esempio di groupie on flame with rock and roll: il fine settimana scorso siamo che lì che discutiamo e valutiamo se cambiare intro per i concerti degli EQUINOX, propongo “GIOVE” da i PIANETI di GUSTAV HOLST, le rifaccio sentire l’effetto che faceva come preludio ai concerti dei FIRM, infilo nel lettore il bootleg THE TALE OF THE FIRM (Hammersmith 9/12/1984), la groupie si mette a ridere, si infila la nuova Les Paul e, in playback, suona CLOSER. Una donna che imbraccia una Gibson e mima un pezzo dei FIRM. Solo a me poteva capitarne una così…

Per la cronaca da una settimana a questa parte gli EQUINOX hanno dunque una nuova introduzione, sarebbe questa (minuto 2,55)…

La groupie comunque non ha solo energia per ballare il twist, ma anche per affrontare libri come questo:

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Era un libro di mia madre, uscito nel 1975. Mi chiedo dove trovi la forza per leggere cose del genere. Ricordo che in gioventù pure io mi cimentavo in letture difficili, ma giunto a questa età non potrei proprio farcela. Mi chiedo anche se davvero sia stato letto da mia madre, in tal caso dovrei rivedere leggermente il ricordo che ho di Mother Mary.

Malgrado non ci sia più Brian càpito, di proposito, talvolta a Ninentyland, il mio paesello, così, tanto per non farmi mancare nemmeno un minuto di nostalgia…

Stemma NNT - foto TT

Stemma NNT – foto TT

Un paese come tanti altri che però m’infonde tenerezza nel cuore e tranquillità. Quanto si fanno sentire le radici quando l’età avanza.

Palazzo della Partecipanza - NNT - foto TT

Palazzo della Partecipanza – NNT – foto TT

Al sabato vado a far la spesa, a volte con la groupie a volte da solo. Quando sono da solo ogni tanto sono preda dall’agitazione a causa lista degli articoli da comprare che mi scrive la groupie.

Uomo di Blues che fa la spesa alla Coop - foto di Saura T

Uomo di Blues che fa la spesa alla Coop – foto di Saura T

Lysoform (quello col contenitore bianco e il tappo verde) mi scrive lei che conosce bene il suo pollo… Anticalcare Drago…ce ne sono duemila ma il Drago non lo trovo, “ma dove cazzo è?” mi dico; torno da capo e li ricontrollo tutti, naturalmente il Drago è quello posizionato nello scaffale davanti a me.

Detergente intimo per donna Saugella, il Saugella non c’è, che faccia lo stesso se prendo il Dermogella? Mi interrogo seriamente sulla cosa, sto qualche minuto a ponderare e poi rinsavisco e torno in me: “ma cosa sto facendo? Se non le va bene si fa poi a fare benedire…” grugnisco davanti agli scaffali.

Arriva poi il momento della solita litania in stretto dialetto modenese-reggiano: “Non si è mai visto Johnny Winter far la spesa alla coop...” beh, Winter forse no, ma qualcun altro sì …

Robert Plant al supermercato

Robert Plant al supermercato

Torno a casa, svuoto le borse insieme alla groupie, attendo che mi dica “Bravo”, lo sta per dire ma poi trova le spugnette “Ma prima di andar via ti avevo fatto vedere quelle che uso io!” “Ma, non sono uguali?” le faccio, “No, sono diverse, vedi?” e mi mette davanti una spugna vecchia, una di quelle che usa lei. C’è una leggera differenza nella forma che noto solo ora, così appoggio la testa alla sua spalla e con l’espressione da piccolo fiammiferaio le dico “Oh, ma non puoi poi pretendere troppo da me, sono un uomo, arrivo fino lì…” . “Non ne faccio mai una giusta” aggiungo. La groupie mi consola e io diluisco il mio blues dell’incapacità a maschile per certe cose bevendo uno Spritz, mentre mi vengono in mente le parole di mio nonno Ettore una volta che gli fu chiesto di fare un lavoro da donna in cucina “An sun mìa un rughìn!” (non sono mica un rughino…un ometto che fa le faccende di casa).

Spugne della Coop - foto TT

Spugne della Coop – foto TT

La Domus Saurea è in piena fase primaverile, quando voglio provare di smettere di pensare scendo e faccio un giretto nel verde, tra piscialetti, rosmarini e alberi in fiore…

Piscialetti alla Domus Saurea - Foto T

Piscialetti alla Domus Saurea – Foto TT

Rosmarino in fiore alla Domus Saurea - Foto TT

Rosmarino in fiore alla Domus Saurea – Foto TT

Osservo poi il cielo e di regola mi torna alla mente Brian, così come succede ogni volta che appoggio lo sguardo sulle cose che gli appartenevano… il rasoio che uso per aggiustarmi il pizzetto, la confezione di crema per il corpo che aveva nella struttura e che è ancora mezzo piena, i maglioncini che gli avevo regalato e che indosso in casa per avere l’illusione di essergli un po’ più vicino e così via; sono passati più di due mesi ma ancora mi commuovo per un nonnulla, non voglio dire che non ricordavo fosse così dura perdere un genitore, pure di una certa età, ma sono un po’ sorpreso dalla fatica che faccio ad elaborare il lutto. Come dico sempre razionalmente è tutto okay, ma il vuoto che mi ha lasciato mi ha preso alla sprovvista, in definitiva non si è mai pronti, ti sembra di esserlo ma non è vero.

Per scacciare la tristezza mi impongo di infilare nel lettore cd della blues mobile HONEYDRIPPERS volume one, a mio avviso miglior disco di rock and roll degli ultimi 45 anni. Che pezzi, che tiro, che swing.

Sarò sempre grato a ROBERT PLANT e a AHMET ERTEGUN per queste 5 canzoni.

Honeydrippers volume one

Tra l’altro  gli SGOCCIOLAMIELE potrebbe essere un nome adatto per una mia nuova band visto il mio precedente con CATTIVA COMPAGNIA (da Bad Co of course). Altri nomi a cui ho pensato in passato: I GIUSTIZIERI DELLA NOTTE (© Picca) (da Death Wish II of course), MATILDE SULLE COLLINE (Mott The Hoople of course), NOT THE HOOPLE (tributo ai Mott appunto), LA DITTA (dai Firm of course), PAGINA VALSECCHIA (da Coverdale Page, anche se il cognome Page deriva dalla parola italiana “Paggio” e la “valle” (Dale) del cognome di David è bagnata dal fiume “Cover” e non dal Secchia, fiume reggiano), TIRELLI TERENZIANI & MORSELLI (da Emerson Lake & Palmer), RE ARPISTA & GIACOMINO PAGGIO (da Roy Harper & Jimmy Page).

Venerdì sera sono allo Stones Café a vedere gli Sticchi (Gli Sticky Fingers Lts insomma) ma l’impianto ha un problema, così ceno, mi guardo qualche pezzo ma poi getto la spugna, il fastidio alle orecchie è davvero tanto. Strano, lo Stones Café di solito è sinonimo di eccellenza.

Torno a vederli mercoledì sera alla Bottega dei Briganti di Mountcabbage (Montecavolo insomma)… prima di arrivare sulla sinistra c’è una fabbrica con di fianco all’entrata una statua di padre pio alta alcuni metri. Scuota la testa, I throw a madonna e proseguo.

Ci sediamo al tavolo esattamente sotto al palco. Ceniamo mentre il mio blues brother Lorenz, il Rock Derringer di Vignola, viene al tavolo a chiacchierare e a farmi toccare con mano la Telecaster che ha comprato a Londra qualche mese fa.

Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 - Foto TT

Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 – Foto TT

Siamo due Gibsoniani, è vero, ma è proprio splendida. Lorenz si mette a prendere in giro gli shredder, quei chitarristi che puntano tutto su tecnica, velocità e posizioni impossibili…

Lorenz - The Shred Joke - Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 - Foto TT

Lorenz – The Shred Joke – Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 – Foto TT

Spesso, a mio avviso, sono quei musicisti che stanno uccidendo la musica. Ha ragione Picca: “sì, andiamo a vederli nei loro concerti, showcase o clinic, diciamo che sono bravissimi, poi torniamo a casa ad ascoltare Battisti e i Rolling Stones”. Già. Meglio berci sopra una weiss.

Tim - waiting for the show - Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 - Foto Saura T.

Tim – waiting for the show – Sticky Fingers Ltd alla Bottega Dei Briganti aprile 2016 – Foto Saura T.

Lo spettacolo è assai gradevole. Io e la groupie ci divertiamo. Qualche pezzo originale e diverse cover, tra cui WHOLE LOTTA LOVE, HEARTBREAKER e ROCK AND ROLL. Scherzo con Jaypee (al basso) e gli do io gli stacchi. Flash (alla batteria) prima di iniziare i pezzi dei LZ mi chiede scusa per eventuali sbavature. Per la gente della zona ormai quelli sono pezzi “miei”. Ah, se solo mi arrivassero i diritti d’autore.

Al lavoro le cose vanno avanti, è sempre difficile essere un titolare in questi anni, le insicurezze che ti regala il periodo non sono piacevoli, ma se non altro si procede. Cerco di cementare il rapporto con la Kerlit, la valchiria che ho per socia, e di gestire le piccole paure che arrivano quando dobbiamo prendere certe decisioni. Quando la calma lo permette, lavoro infilandomi le cuffiette e ascoltando i video di ASMR. Fino a qualche mese fa ero un fan esclusivamente di DianaDew, ma è un po’ che Diana sembra sparita, così mi appoggio al canale CosmicTingles.

Secondo Wikipedia ASMR sta per “risposta autonoma del meridiano sensoriale, è un neologismo per indicare una piacevole sensazione di formicolio al cuoio capelluto, lungo la schiena o sulle spalle di solito accompagnato da uno stato di completo rilassamento mentale di chi la sperimenta. Essa è suscitata da diversi stimoli, cerebrali (pensieri o idee) visivi, uditivi o tattili, percepiti da un soggetto in maniera sia attiva che passiva”

Ne abbiamo già parlato qui sul blog.

Tra una “seduta” di ASMR e l’altra faccio una salto al supermercato vicino all’ufficio, compro un panino e poco altro, il totale dà l’esatta cifra del mio essere uomo di blues…
Scontrino 666026

Per lenire il tutto, in pausa mi faccio una passeggiata nel parco che ho nei paraggi, ho le cuffiette …in rotazione casuale WHO, BILLY JOEL, PHYSICAL GRAFFITI…la canzone potrà anche essere finita ma il sentimento di questa mezz’oretta è peaceful & easy

Walking Blues - Stonecity park aprile 2016 - foto TT

Walking Blues – Stonecity park aprile 2016 – foto TT

Walking Blues - Stonecity park aprile 2016 - foto TT

Walking Blues – Stonecity park aprile 2016 – foto TT

Walking Blues - Stonecity park aprile 2016 - foto TT

Walking Blues – Stonecity park aprile 2016 – foto TT

Alla Domus Saurea non essendoci più Pato, Palmiro ha un gran bel da fare per tenere a bada i quattro gatti forestieri che girano intorno a quello che il diavoletto nero della Tasmania pensa sia il suo territorio…

verso sera è sfinito e bisogna prenderlo in braccio per portarlo in casa…

Palmir & La Groupie - Domus Saurea Aprile 2016 - foto TT

Palmir & La Groupie – Domus Saurea Aprile 2016 – foto TT

Venerdì mattina Stonecity bound sento che RADIO CAPITAL, durante il programma LATERAL di LUCA BOTTURA, passa FRIENDS dei LED ZEPPELIN, ma per quanto io segua con piacere il giornalista bolognese, stamattina col sole di aprile che scalda la campagna ho bisogna di musica che non provenga dalla radio, così infilo nel lettore IV dei MAHOGANY RUSH. Al di là delle sue influenze chiarissime del chitarrista che compromettono un po’ l’ascolto, quando arrivano certi pezzi come IT’S BEGUN TO RAIN il gruppo mi permette di raggiungere le profondità cosmiche più inaccessibili e così inizio a pregare uno degli Dei, FRANK MARINO appunto.

Stamattina lodo lui, stasera, con gli illuminati, davanti all’Abbazia di Thelema di Ninentyland, loderemo il re di tutti gli dei: il Dark Lord. E così sia.

JP

 

L’arrivo di una nuova Les Paul (The Gibson connection)

31 Mar

Credo fosse il 1978, massimo 1979. Frequento l’Istituto Tecnico Commerciale Jacopo Barozzi, il mio amico Biccio il liceo Muratori, due scuole superiori una accanto all’altra. E’ una fredda mattina di autunno. Decidiamo di fare cabò, di marinare la scuola insomma. Biccio è il mio migliore amico, entrambi veniamo dal paesello al di là del fiume, la sua ragazza è la migliore amica della mia, io e lui abbiamo messo insieme una band da poco più di un anno, io amo i LED ZEPPELIN lui i GENESIS, io HUTCH lui STARSKY, io i DAMNED lui gli ULTRAVOX, io MUDDY WATERS lui CHOPIN, entrambi pratichiamo il culto interista, abitiamo in due palazzine una di fianco all’altra, i suoi genitori sono molto amici dei miei, entrambi amiamo anche i FREE, SANTANA, KEITH EMERSON, JOHN MILES, BILLY JOEL, (il primo) VASCO, DE GREGORI, (Edoardo) BENNATO e, diciamolo piano, i POOH.

Siamo due adolescenti alla fine degli anni settanta, jeans Raphael, (simil) Clarks e magliette, siamo già pieni di nostalgie e malinconie immaginarie (quello che poi oggi chiamiamo blues) ma sui nostri Tentation Romeo 4 marce sfrecciamo lungo le freeway del futuro che, siamo certi, sarà luminoso.

Non abbiamo voglia di andare a scuola questa mattina così, prima di rifugiarci in un caffè, che altro possiamo fare se non fare una capatina al MUSIC SHOP, storico negozio di strumenti musicali di Mutina a due passi due dalla stazione delle corriere? Entriamo e la vedo. E’ la prima GIBSON LES PAUL STANDARD Cherry Sunbusrt che osservo da vicino. Rimango irretito. So che non me la potrò mai permettere, così se non altro cerco di  riempirmi gli occhi coi suoi colori e le sue forme. Appoggio gli occhi su una più accessibile EKO C44, col disegno floreale, non è un granché ma chissà perché mi attira e so che forse un giorno quella potrò permettermela.

EKO C44

EKO C44

Esco dal negozio, e da quel momento la Les Paul Standard di quel colore resterà impressa per sempre nella mia maruga.

Col gruppo uso una simil telecaster presa a noleggio da Casalgrandi, la prima elettrica che compro è una FENDER MUSTANG nera, la chitarra che non sta accordata.

Il 26 marzo del 1983 mi congedo da militare e lo stesso giorno vado a PADOVA con Brian, nel negozio di un amico di un mio amico a comprare finalmente la mia prima Les Paul Standard e  il mio primo Marshall. Non hanno la Cherry Sunbusrt così opto per la Tobacco Burst.

TIM (live 1995) - Gibson LP Standard Tobacco Burst 1981

TIM (live 1995) – Gibson LP Standard Tobacco Burst 1981

Nel maggio del 1992 mia madre intraprende il viaggio verso l’ignoto e io per compensare penso di prendere un’altra Les Paul. Non sono anni facili, chiedo un prestito per poterla comprare ma sento che devo farlo. Notari, titolare di un negozio di chitarre, mi mette davanti un paio di LP Standard Cherry Sunburst e una Les Paul Custon Oxblood (che però io chiamo color malva) e stranamente scelgo il Custom. Non so perché ma collego quella a mia madre.

TIM (live 1994) - Gibson LP Custom Malva 1991

TIM (live 1994) – Gibson LP Custom Malva 1991

Sono soddisfatto delle mie Les Paul ma mi rimane la voglia della Cherry Sunburst. Prendo altre chitarre, Gibson Doppiomanico, Danelectro, ma nessuna riesce a sopire il riflesso incondizionato che mi porto dietro dal 1978. A volte mi dico, adesso ne prendo una, ma poi rifletto, cerco di essere razionale e inizio la solita litania “ma che te ne fai, ne hai già due, prima o poi smetterai di suonare, devi venderle le chitarre non comprarle” e paturnie di questo genere.

Arriva il 2016, l’anno che si porta via Brian. Per quanto fossi preparato all’idea, la cosa mi sbatte a terra con forza imprevista. Mi rialzo in fretta, riprendo la mia vita, ma il vuoto lasciato mi disorienta. Qualche giorno fa mi dico, quasi quasi mi prendo la Cherry Sunburst. La groupie, che per queste cose è un po’ incosciente, invece di frenarmi mi spinge. Mando un messaggio al mio amico Wilko, che lavora da Lenzotti, grande negozio musicale della città. Mi scrive che ne ha una usata, mi invia la foto, da cui si intravedono altre Les Paul. Sono in fustinella. Chiamo il mio amico Lorenz, il Rick Derringer di Vignola, lui sa tutto delle Gibson (e delle chitarre in genere), aveva un negozio di strumenti musicali tempo fa ed è un eccellente chitarrista Rock.

E’ così che in questo pomeriggio di fine marzo mi ritrovo nel negozio in compagnia di WILKO e LORENZ. Siamo tre gibsoniani, stavolta mi sa che non mi salvo. Prendo in mano la chitarra usata, ma non mi convince, così Wilko mi fa provare una traditional nuova color Light Burst, ma i miei occhi sono rimasti sulla Cherry Sunburst esposta lì vicino.

Le chitarre che la Gibson produce oggi sul modello delle Les Paul Standard della fine anni cinquanta si chiamano TRADITIONAL, serie T o HP. La serie HP (High Performance) sono sostanzialmente per i fighetti del giorno d’oggi, per chi è della vecchia scuola l’unico modello possibile è la T. Le STANDARD attuali hanno le camere tonali, due specie di cavità all’interno del corpo, pesano meno dunque, ma chissà come suonano…non mi interessa nemmeno saperlo.

Le due Les Paul Standard di Page sono semplicemente SUNBURST, ma le tante foto dal vivo del nostro DARK LORD, sotto i riflettori, danno alle stesse il riflesso rossastro tipico della CHERRY SUNBURST…

Jimmy Page 1973

Jimmy Page 1973

Oggi non fanno più il colore SUNBURST, oggi c’è la Light Burst, la Tea Burst, l’Honey Burst etc etc e anche se forse sono quelle più simili alle originali di Page, so che se comprerò la Light Burst ad esempio, poi mi rimarrà la voglia della CHERRY SUNBURST e che prima o poi dovrò prendermela. Proviamo la LIGHT BURST. A Lorenz e Wilko come sfumatura piace più questa, forse hanno ragione, a me ricorda la chitarra di PAUL KOSSOFF, e non sono convinto…

La Light Burst

La Light Burst

Wilko ci porta la CHERRY e i pianeti inziano a riallenarsi…

Lorenz prova la Cherry Sunburst

Lorenz prova la Cherry Sunburst

Naturalmente deve sempre esserci un po’ di blues, il pick up al ponte sembra avere un contatto, la portiamo al liutaio che opera sopra al negozio  e che poi, d’accordo con Wilko, sostituirà il pick up. L’operazione porta via più di un ora, che spendo parlando – di chitarre – con Lorenz e Wilko. Ora, quando Lorenz e Wilko parlano di chitarre non ce ne è per nessuno. Sanno tutto, e io mi rendo conto che non so proprio nulla. Wilko è naturalmente il (gran) chitarrista dei RATS, gruppo che ad inizio anni ottanta ed inizio anni novanta ebbe il suo bel dal fare, arrivando anche in classifica.

Facciamo dei discorsi che se ci allontaniamo 50 metri dal negozio la gente ci prende per psicopatici. Parliamo della TELECASTER, il modello Fender che preferiamo e Wilko arriva a dire “oh, volete sapere una cosa, per me la FENDER è la TELECASTER”. Mi guardo in giro e dico,”Oh Wil, parla piano, se ci sente qualcuno dire una cosa del genere siamo fritti” I Talebani della STRATOCASTER potrebbero minacciarci di morte.

Finalmente la chitarra è pronta. Aggiungo una tracolla Gibson, e una confezione di 50 penne (plettri) Gibson. Ma il pannetto per le corde è Fender, maledizione.

Usciamo dal negozio. Offro uno Spritz a Lorenz. Finiamo per fermarci nel bar per un’altra ora e mezzo. Fuori c’è il sole primaverile, sto bevendo un aperitivo col mio Gibson Twin, ho appena comprato una Les Paul, anzi LA Les Paul…la vita potrebbe andar peggio. Parliamo ininterrottamente di chitarre, di rock e di Jimmy Poige e del suo incredibile declino come chitarrista, dalle altezze siderali alle terre basse di Leopold *

* https://timtirelli.com/2012/05/15/c-s-i-rock-is-jimmy-page-dead/

Alle 19,30 ci lasciamo. Arrivo a casa, la groupie è ad un corso d’inglese. Apro la custodia… dio (cioè Page), quanto è bella.

TIM - Gibson Les Paul Traditional T 2016

TIM – Gibson Les Paul Traditional T 2016

Mi faccio la doccia, il solito piatto di quando sono a casa solo (spaghetti alle vongole of course), mi bevo una birra e mi rilasso sul divano. Rincasa la Valentino Rossi del rock and roll, corre nello studiolo: “Tyrrell, ma è bellissima!”. La groupie è al settimo cielo. Di donne così, non ce n’è.

Al mattino mi sveglio alle 6. Non riesco a riprendere sonno. Penso solo a lei. Mi alzo, la prendo in braccio e me la coccolo un po’.

Arrivo al lavoro, lavoro ma penso a lei. Ho un “friccico nel core”, lo condivido con alcuni amici. Ogni tanto guardo la foto, mi commuovo, e lo faccio sul serio, la vivo come un segno del blues, del blues e di Brian. Non so se riuscirà a compensare la recente perdita, ma se non altro mi farà sentire vivo. Benvenuta a casa babe, I’m NEVER gonna leave you.

TIM Gibson LP Traditional T 2016

TIM Gibson LP Traditional T 2016

Nome: La Lina

Soprannome: La Braiana

Modello: the Brian Brini Special

What?
Well, let me roll up on to the sidewalk and take a look, yes
Whoa! She’s beautiful!
I’m talking about a Cherry Rose
Ha ha ha ha ha
And she looks wild, wild, wild, wild!

 

Searching for Brian

5 Mar

Cosa succede dopo che hai perso un genitore? Beh, dopo che sei passato attraverso quell’anomalia temporale dei quattro giorni che seguono la dipartita di tuo padre e la gestione della veglia, del funerale, degli amici e dei parenti, inizi a prendere atto dell’assenza. In alcuni momenti non ti sembra possibile, non ti sembra vero, pare una cosa davvero troppo grande per essere reale, ma poi ti tocca fare i conti con la realtà.

Così affronti gli impicci legati alle inevitabili faccende burocratiche: la nuova lapide, il rogito per la nuova concessione del loculo, la puntata al Caaf per sapere cosa fare esattamente per la questione dell’Inps (la pensione insomma), un nuovo breve momento insieme ai famigliari per la tumulazione dell’urna con la polvere di stelle di tua madre che hai dovuto fare cremare per far posto alla bara di tuo padre e sciocchezzuole di questo genere.

Uno dei passaggi più difficili è tornare nella struttura in cui Brian era ospite, dapprima per ritirare i suoi effetti personali poi, dopo la cernita, per lasciare i suoi vestiti più dignitosi. Ne aggiungi anche dei tuoi, tanto non metterai mai più i capi che giudichi passati, lei dice che ormai sei diventato un fighetto come Mancini. La struttura accetta volentieri i vestiti ancora belli, alcuni ospiti non hanno parenti che li vengono a trovare dunque nessuno che compri loro qualcosa in caso di bisogno, altri hanno i famigliari ma sono così tirati a livello economico che non possono permettersi nulla. In caso rimanga qualcosa o che certi maglioni siano troppo “moderni”, l’abbigliamento in surplus viene dato alla chiesa lì a fianco gestita da Don Sergio, fondatore della struttura: ogni settimana c’è la fila di gente (stranieri e non) in difficoltà a chiedere cose da indossare.

Entrare nella struttura è dunque difficile, le persone che fino al giorno prima frequentavi e vedevi un giorno sì e uno no, di colpo escono dalla tua vita, e quando torni per sistemare le ultime cose vedi che loro, pur con dolcezza, sono già passati oltre mentre tu sei rimasto cristallizzato ai giorni in cui tuo padre era ancora ospite della struttura. Il personale ti accoglie con simpatia e affetto, ma non sei più un famigliare di un loro ospite, non sei più un loro “cliente”, piccole differenze che noti all’istante.  Non è facile tornare in quel posto, rivedi il pergolato dove in primavera e in estate portavi Brian per la sua ora d’aria, rivedi gli ospiti che facevano parte del giro di tuo padre (e alcuni non se lo ricordano già più), rivivi i tanti momenti passati negli ultimi quindici mesi come solo un uomo di blues come te può fare, e quando esci non puoi fare altro che infilarti i Ray ban.

In macchina ascolti cose tipo JONI MITCHELL e STANLEY CLARKE. Provi a metter su la musica in cui di solito ti rifugi quando hai bisogno di sicurezze ma non riesci ad ascoltarla. Provi col bootleg FOR BADGE HOLDERS ONLY (LA Forum 23/6/77), uno dei capisaldi delle registrazioni non ufficiali del tuo gruppo preferito, i LED ZEPPELIN, ma dopo un minuto devi toglierlo, provi col secondo di JOHN MILES ma dopo qualche secondo l’impulso è lo stesso, BAD COMPANY nemmeno a pensarci, ELP, FREE, JOHNNY & EDGAR WINTER , AEROSMITH neanche, quasi ci fosse un bisogno di tenere separata la musica che ti ha modellato al dolore della perdita di colui che ti ha creato. Resti allora su cose che comunque ami molto ma più neutre.

STANLEY CLARKE…

e JONI MITCHELL…

Per diversi anni ti sei  preso cura di Brian in tutto e per tutto e quando la cosa finisce vai incontro ad un vuoto che ti disorienta. Speri così che passino in fretta un po’ di settimane, il tempo necessario per elaborare meglio la cosa e per lenire il dolore. Riprendi ad andare a concerti, a fare le prove col tuo gruppo, a vivere e ad amare. Ti illudi d’ iniziare a trovare un poco di equilibrio, ma sotto la cenere non ci sono braci, ci sono tizzoni ardenti. Così, una volta rimessoti perlomeno in piedi, ti metti alla ricerca di Brian, dei tuoi ricordi con lui, mentre senti che la vita torna a scorrere e nello lettore della blues mobile iniziano ad arrivare i tuoi dischi, SANTANA III ad esempio…

FOXTROT…

 

Per quanto doloroso senti che è un passo che devi fare quello di tornare sui suoi passi. Indugiare nella tristezza non è mai salutare, ma ognuno si arrangia come può per elaborare certe perdite.

Passi davanti al palazzo in cui Brian ha abitato gli ultimi due o tre lustri, volgi lo sguardo alla finestra della cucina, la finestra da cui si affacciava i sabati mattina in attesa che tu arrivassi, passi davanti al Conad del New Tower e del bar di Chen il cinese dove andavate a fare la spesa e a prendere un caffè, vai a mangiare una pizza con tua sorella nella pizzeria lì vicino, uno degli ultimi ristoranti in cui siete stati con Brian, e poi vai a Ninentyland, il tuo paesello natio, dove il vecchio ha passato almeno quarant’anni della sua vita. Ti fai un bel giro a piedi, ricordi lontani ti rapiscono e ti riportano in quel tempo in cui tutto ti sembrava andasse bene, in cui la tua era una famiglia felice, in cui sulla vita e sul futuro il sol dell’avvenire avrebbe sempre dominato.

Ti fermi nel bar dove gli ultimi anni portavi Brian, ti bevi un crodino in suo onore, il barista ti chiama Tirelli, ti fa le condoglianze e ti chiede notizie, tu ti concentri su quell’erma torre che sempre cara ti fu per cercare un appiglio nel tempo e nello spazio…

NNT, Torre dei Modenesi detta torre dell'orologio.

NNT, Torre dei Modenesi detta torre dell’orologio.

Mentre al mattino vai al lavoro, nelle giornate limpide, t’imbatti nel bel panorama del Monte Cusna innevato e ogni volta ti sembra di essere trasportato dalle note di APPALACHIAN SPRING di AARON COPLAND…

Monte Cusna - panorama dalla pianura

Monte Cusna – panorama dalla pianura

Poi col passare del tempo ti sembra di iniziare ad assorbire la botta, quasi ti sorprendi della cosa fino a che inciampi in piccoli episodi che ti fan capire che in fin dei conti ci sei ancora dentro, e probabilmente lo sarai sempre. Dopo averli lavati e stirati lei ti appoggia sul como’ quei pochi maglioni di Brian che hai tenuto per ricordo, tu li prendi e li porti nell’armadio su in soffitta, mentre lo fai li stringi a te e un fiotto di lacrime ti annebbia la vista.

Ti ricomponi, ti butti sotto la doccia, Radio Capital passa FATHER AND SON di CAT STEVENS e in mezzo secondo ci ricaschi. Meno male che lo scroscio d’acqua confonde le lacrime.

Finisci anche per comprare il primo numero con annesso modellino di una nuova collana dedicata agli autobus, Brian era un autista di corriere e così ti sembra logico avere quel pullman blu sopra alla mensola della sala.

Brian e la corriera

Brian e la corriera

Una volta chiedesti ad un amico tuo coetaneo come stesse suo padre il quale aveva appena perso la vecchissima madre. Il tuo amico ti rispose una cosa del tipo ” è ancora lì che tribola per la faccenda di sua madre, mah”, quasi incredulo della cosa. Magari gli esserei umani hanno reazioni diverse davanti a queste cose, magari uno non capisce e non immagina cosa possa significare una perdita del genere fino a che non ne affronta una. Tutte cose inevitabili, è uno dei misteri insondabile della vita, ma è buffo vedere che nonostante siano milioni di anni che gli esseri umani (in forma primitiva o evoluta) affrontino queste perdite ancora le vivano con tanto patema, perché come ti ha scritto in un telegramma il padre del tuo amico in questione “quando se ne vanno è sempre troppo presto” … già.

Nonostante questi pensieri ti chiedi se un uomo della tua età debba commuoversi così, debba piegarsi al volere di questo sentimentalismo da strapazzo…ne sei conscio, lo capisci, ma non puoi farci nulla. E intanto è già passato un mese.

Quanto ti manca il vecchio Brian.

Father & Son (Tim & brian dicembre 2014)

Father & Son (Tim & Brian dicembre 2014)

 

 

 

 

Cinque anni di blog

18 Feb

L’anniversario di quest’anno cade in un momento particolare, non ho tanta voglia di festeggiare, ma non potevo tralasciare di scrivere due righe a proposito. Cinque anni per un blog sono un traguardo mica piccolo, per tenerlo attivo occorre una certa autodisciplina e, nel bene o nel male, una vena di una certa profondità. Avere cose da dire e da condividere per un tempo così lungo e solitario (long & lonely time, insomma) non è scontato se nella vita fai anche altre cose.

Eppure eccomi qui, in fin dei conti sorpreso della cosa e orgoglioso della comunità che si è formata intorno a questo spazio per l’uomo di blues.

Sì, il merito è vostro, donne e uomini di blues, il vostro aiuto, il vostro affetto, il confronto che sempre garantite, sono la linfa che mantiene in vita questa piccola avventura. Più di mezzo milione di visite, 1483 articoli, 6640 commenti, mica robetta da tutti.

Ancora un volta quindi mando a voi il mio più sincero ringraziamento, I love you all. Che il signore dell’oscurità vegli su di noi.

The Dark Lord - Knebworth 1979.

The Dark Lord – Knebworth 1979.

 

Un padre di nome Brian

10 Feb

Giovedì 4 febbraio, attraverso quello spicchio di campagna che sta tra le fabbriche di Stonecity e quelle di Mutina in questo soleggiato e tiepido giovedì pomeriggio. E’ davvero una bella giornata, ma mi chiedo se si possa chiamare così visto che in pratica non piove e non nevica da tre mesi. Leggo i pensieri di certe amiche, le sento felici che l’inverno sia così mite e avaro d’acqua, ma io scuoto la testa, penso alla nostra terra, alle riserve d’acqua, al fatto che il pianeta ha la febbre.

Mi sto recando, per lavoro, nel nuovo ufficio del commercialista e benché Mutina la conosca più o meno come le mie tasche non azzecco la svolta per quel desolation row che è via Cantelli. Non posso nemmeno svoltare alla successiva, Joseph Greens Boulevard viene a buttarsi sulla Emily Road sotto forma di senso unico in quel punto. Svolto così in St John Wood e parcheggio poco più avanti. Non mi dispiace, parcheggiare lontano dai posti dove devo andare sta diventando un piacevole stratagemma per farmi qualche passeggiata a passo sostenuto. Non sono tipo d’andare in palestra (an s’è mai vest Johnny Winter fèr chi lavor lè… non si è mai visto Gianni Inverno fare di quei lavori lì) e la lunga sgambata della domenica mattina non è sufficiente per restare in forma.

Suono, salgo, mi accomodo. Questioni lavorative con chi ci segue e poi due chiacchiere con il titolare e la sua socia. Riscendo, passeggio, salgo in macchina.

Faccio tappa alla House of the Rising Sun (down), la struttura dove risiede Brian. Il vecchio è di nuovo ammalato. Una ricaduta dopo una prima influenza. Questa volta sento il dottore parlare di colecisti. Entro nella stanza in penombra. L’altro ospite (59 anni) dorme, la tv è accesa. Brian sta farfugliando qualcosa, sembra stia parlando con qualcuno, e a quel qualcuno dice “Veh che c’è mia figlia Tim”. Sorrido, immagino che con una sola frase abbia pensato contemporaneamente a me e a mia sorella, cerco di gestire le emozioni, ma anche oggi ho subito una strana sensazione, la sento la nera mietitrice dietro la porta. E’ una sensazione che ho da qualche giorno. Non è solo questione di febbre, di bronchite o chissà cosa, Brian è provato, è sofferente nel suo quasi lucido delirio, si sta spegnendo, lo vedo. Lunedì mi aveva riconosciuto, avevamo parlato, cercando di capirci e di far allineare gli alfabeti diversi che in quel momento usavamo. Gli avevo chiesto se mi voleva bene e lui mi aveva risposto in dialetto reggiano “non hai nemmeno da pensarci , te ne voglio tanto” e al momento di salutarci mi aveva detto “Ciao Piròn”. Mentre uscivo ero cosciente che quel “ciao Piròn” me lo sarei ricordato a lungo.

Martedì e mercoledì passa da lui mia sorella, anche lei sente che c’è qualcosa che non va, mi confida le sue paure.

Oggi Brian parla, faccio finta di capirlo, annuisco. In alcuni momenti fa quello sguardo tipico di quando raccontava fatti di una certa importanza con un po’ di ironia, porta spesso la mano alla bocca come se volesse bere qualcosa. Gli do un po’ d’ acqua. La mano sotto la sua testa, con cautela lo sollevo e lui beve. Gli chiedo se mi riconosce, gli dico, nel mio miscuglio di dialetto modenese-reggiano “sono tuo figlio” e lui di rimando “al so!” (lo so). Sto lì con lui 15/20 minuti, poi gli dico che devo tornare a lavorare, lui dice qualcosa sulla importanza del lavoro e poi torna ad inseguire i suoi fantasmi. Gli do un bacio, lo saluto, vorrei che mi dicesse ciao anche oggi, ma non lo fa. Allora gli do la mano, lui risponde al saluto. Prima di uscire lo guardo un’ultima volta.

Esco con un fardello pesante sull’animo. C’è il sole, ho la scusa per infilarmi i Ray Ban. Mi butto sulla tangenziale, il terzo di JONI MITCHELL nel lettore cd della blues mobile, sono verso la fine al disco per una sequenza mica da ridere: YELLOW BIG TAXI…

WOODSTOCK, con l’intro che mi ricorda ovviamente il pezzo BAD COMPANY dell’ omonima band…

e la bellissima THE CIRCLE GAME che ogni volta mi fa venire in mente GOING TO CALIFORNIA.

Arrivo in ufficio, poi esco, arrivo nel posto in riva al mondo, il solito susseguirsi di eventi di un giorno feriale. La doccia, la cena e poi mi riguardo su MY SKY l’ultima puntata registrata di LILYHAMMER. Lei è con me sul divano, sorridiamo, LITTLE STEVEN è divertente, ma il mio pensiero corre spesso a Brian. C’è qualcosa che non va. Sono preoccupato. Vado a letto, leggo qualche pagina di UN GIOCO QUIETO di GREG ILES, il primo capitolo della saga di PENN CAGE e poi, a fatica, mi addormento. Nel buio della notte squilla il telefono, mi alzo dal letto immediatamente, corro verso il cellulare, guardo l’ora, sono le 4 e 10, so già cosa mi aspetta. Mi sorella mi avvisa che hanno appena chiamato dalla struttura, Brian è morto. Mia sorella accenna un comprensibile singhiozzo, la riprendo subito, come a dire, non è il tempo delle lacrime questo, prima organizziamoci e affrontiamo l’urgenza. La mia autodisciplina a volte mi fa paura. Mi siedo un attimo sul letto, sento lei che da dietro mi abbraccia. Faccio il punto della situazione e decido le prime mosse. Mentre mi vesto e poi mentre preparo la colazione i primi singhiozzi e le prime lacrime. Alle sei siamo alla struttura. L’infermiera ci racconta come è successo. Brian se ne è andato, più o meno tranquillamente, nel sonno verso le 4. Lo accompagnano giù nella camera ardente della struttura, arriva il fondatore della casa protetta, Don Sergio, per una prima benedizione e una parola di conforto. Chiamo la funeral home Terracielo, arrivano immediatamente. Inizio ad avvisare i parenti. La Terracielo funeral home è una casa funeraria all’avanguardia, di impostazione americana. Le camere ardenti sono chiamate sale e sono composte da un salottino (riscaldato) con divani e poltroncine e una stanza refrigerata dove viene messa la salma. Il complesso è molto bello, bagni pulitissimi, bar, ristorante, cappella per le funzioni cristiane, sale per le funzioni di diverse religioni, credo o convinzioni. Con loro definiamo tutte le cose da fare. Porteremo Brian a San Martino in Rio, dove riposa mia madre. Il problema è che non ci sono più tombini liberi, ne stanno costruendo 260 nuovi ma prima di alcuni mesi non saranno pronti. Rimango basito, ma verrò a sapere che parecchi altri cimiteri hanno le stesse problematiche. Decidiamo così di cremare i resti di mia madre in modo che nel loculo ci sarà spazio per entrambi. E’ davvero strano dover prendere decisioni di quel genere in un momento in cui non hai ancora elaborato la dipartita di tuo padre.

SAMSUNG

Brian

Mi fiondo quindi a San Martino, devo firmare delle carte per dare l’autorizzazione alla cosa. Terminate le pratiche decido di andare insieme a lei a fare una seconda colazione, siamo affamati. Il bar è di fianco alla chiesa, quella dove Brian e mia madre si sono sposati. Sospiro. Al pomeriggio torno a Modena, Brian è nella “Sala delle Stelle”, sala che cromaticamente vira al blu. Entro nella stanza dove lo hanno preparato, subito non mi sembra nemmeno lui. Mi metto a piangere. Inizia ad arrivare qualche zia e qualche cugina. Verso le 19 si torna a casa. Al momento sono occupate due delle dieci sale. Sono sveglio dalle 4, sento tutta la stanchezza fisica e spirituale mentre mi corico nel letto, spero solo di riuscire a dormire.

Ad un certo punto mi sveglio, è ancora buio fuori ma spero siano almeno le 5 o le 6, speranza vana: è l’1,50 di sabato. Mi alzo, mi faccio una camomilla, cerco di distrarmi. Alle quattro faccio per tornare a letto, Palmiro è nel mio posto, lo sposto, mi infilo sotto il piumone, lui si rigira verso di me, pianta il suo muso umido sotto il mio mento e con le zampe mi abbraccia il collo. E’ un riflesso casuale di un felino, è pura suggestione, ma che Palmir mi abbracci mi fa davvero tanto piacere.

Brian e Palmir - estate 2012

Brian e Palmir – estate 2012

Alle 6 mi alzo definitivamente tanto non riesco a dormire, nel dormiveglia vedo Brian che popola i miei mezzi sogni e le mie visioni.

Sabato mattina si ritorna a Terracielo. Lei è sempre con me, mi tiene sotto controllo. E’ una presenza costante, riservata, attenta; mi fa sentire al sicuro. Il salottino è molto accogliente e rende meno faticosa la cosa. C’è uno schermo che rimanda le foto di Brian che abbiamo scelto, sono tutte foto degli ultimi anni, foto “simpatiche” e oneste: Brian che si mangia un gelatino, Brian al bar che si beve un crodino, Brian che fa il segno del Rock, Brian con la tshirt degli Allman Brothers e di Jimmy Page.

The Allman Brian Band

The Allman Brian Band

Brian yr aur

Brian yr aur

 Tra mattina e pomeriggio arrivano amici e parenti a consolarci e a salutare Brian. Io e mi sorella facciamo possibile per essere forti. A volte non è facile. Ci sono momenti in cui devo appartarmi o trovare una scusa per uscire perché non riesco a contenere le lacrime e i singhiozzi. E’ spossante ma molto salutare ripetere a tutti le stesse cose, dare le stesse risposte alle domande che tutti fanno, butti fuori tutto e arrivi a sera che sei in qualche modo più sereno. Osservo la gente che va e che viene. E’ spesso presente anche la mia ex compagna, era molto legata a mio padre e alla mia famiglia. La vedo persino chiacchierare con la mia compagna attuale. Merito del vecchio Brian, senza dubbio.

Un mio cugino, il più vecchio di quelli dalla parte di mia madre, racconta un aneddoto che non sapevo. Siamo nei primissimi anni sessanta, io sono praticamente appena nato, abito insieme ai miei nella vecchia stazione dei treni di Nonantola. Mio cugino era molto, molto legato a mia madre e quando poteva veniva da noi. Un suo vicino di casa era un camionista che faceva la spola tra San Martino e Ferrara, partiva al mattino e tornava la sera. Mio cugino chiedeva un passaggio e l’autista lo lasciava di fronte al viale della stazione a Nonantola per poi riprenderlo alla sera. Mia madre e sua madre si mettevano d’accordo telefonando ai bar più vicini alle loro rispettive abitazioni. Mi cugino aveva otto/nove anni e ci racconta che lo “zio Lino”, Brian appunto, lo faceva sempre divertire. Nella vecchia stazione a piano terra c’era, dice lui, uno stanzone enorme e buio, col soffitto molto alto e un grosso camino. Brian gli diceva “dai che andiamo sotto al mare ad esplorare”, si metteva in testa il suo berretto da autista di corriere e lo portava nello stanzone a giocare ai palombari in esplorazione negli abissi marini; mio padre che cammina piano davanti e mio cugino dietro, con Brian che simulava il rumore del respiratore della bombola ad ossigeno azionando una vecchia pompa manuale da bicicletta. Ah, solo Brian! La giornata è lunga ma le persone che vanno e vengono, i tanti messaggi a cui devo rispondere e le telefonate fan sì che poi alla fine voli via.

Brian

Brian

Ognuno ha il suo modo di fare le condoglianze, ma ognuna fa certamente molto piacere, le testimonianze di affetto rendono il tutto meno difficile. Qualcuno arriva a dire la solite cose che si dicono in questi momenti: “Se doveva soffrire, forse è meglio così”. Capisco che non sia automatico comprendere le varie sfumature, uno che soffre di alzheimer in forma grave da qualche anno e che è ospite di una struttura deve per forza essere su di una sedia a rotelle e passare la giornata avulso dalla realtà fissando il muro. Per alcuni è davvero così, l’ho visto con i miei occhi, ma fortunatamente non era il caso di Brian. Con lui era ancora possibile avere un rapporto, seppur confuso ogni volta mi riconosceva, a volte era anche in grado di fare ironia sulla sua condizione (“Brian, ma cosa c’è dentro alla tua testa?” “Mah, ormai non c’è più niente”) (Brian sai quanti anni hai?” “Uhmmm, 20? 50?” “No, ne hai molti di più papà, ne hai 86” “Beh mo’, allora son vecchio!), quindi posso tranquillamente dire che Brian me lo sarei tenuto volentieri per altri anni anche perchè, in generale, come mi ha scritto il padre di un mio caro amico in un telegramma “Quando se ne vanno è sempre troppo presto”. Non mi posso lamentare, 86 anni sono una discreta cifra, ma ne avrei voluti altri.

Domenica mi addormento alle due del mattino, quando vado a letto, mentre mi stendo, allungo un braccio e sfioro con la mano Palmiro che dorme lì da qualche parte, lui si gira e mi prende la mano tra le sue zampe.  Ancora, è un riflesso casuale, è pura suggestione, ma che Palmir mi tenga la mano mi fa davvero tanto piacere. Alle 6.30 sono già sveglio. Non andrò alla Funeral Home stamattina, va mia sorella, così faccio colazione e cerco di stendermi sul divano con NAT GEO WILD canale 409 in sottofondo, stratagemma che uso per cercare di addormentarmi. Non riesco. Cerco di tenermi occupato, sistemo l’armadio e i conti di casa. Poi quasi senza accorgermene accendo il Marshall che ho in casa, attacco la Les Paul e provo a suonare qualcosa. Mi tengo lontano dai giri in minore, non voglio cadere sul banale, così abbozzo un giretto di SOL, SIm, FA, DO, ripeto gli accordi due e tre volte e poi parto con una improvvisazione morbida color pastello, intreccio la pentatonica minore con la maggiore, aggiungo la scala minore  e qualche sghiribizzo delle scale modali. Ne fuoriesce una solista malinconica ma non troppo triste col selettore posizionato sul pick up al manico che dà al tutto la timbrica giusta. Battezzo all’istante questa cosuccia “Blues per Brian”. Mi metto a piangere di nuovo. Ripongo la chitarra ed elaboro il fatto che è la mia GIBSON LES PAUL CUSTON, quella che comprai all’indomani della scomparsa di mia madre (la chitarra infatti si chiama Mara). Tipiche considerazioni blues di Tim Tirelli. L’Inter pareggia 3 a 3 con l’ultima in classifica, nemmeno una gioia nel momento in cui ne ho più bisogno. Torno a Terracielo. E’ vero, quattro giorni di presenza alla funeral home sono tanti, per questione tecniche abbiamo dovuto organizzare il funerale solo per lunedì pomeriggio, ma d’altra parte bisogna dire che così si ha il modo di salutare con calma tutti gli amici e i parenti che vengono a fare una visita e lo stesso Brian.

Brian

Brian

Lunedì di primo mattino mi aspetta un compito gravoso, devo essere presente per la estumulazione e la esumazione di mia madre. Alle 4,30 sono già sveglio. Non mi meraviglio. Preparo la colazione. Alle 8,20 sono al cimitero. Lei è con me. Gli addetti del comune tolgono la bara dal loculo e la portano alla camera mortuaria. L’addetto di Terracielo mi spiega la cosa, il modo è professionale ma il suo forte accento reggiano rende l’argomento meno ostico. Ad un certo punto chiede se vogliamo guardare prima che si faccia l’operazione e si prepari il tutto nella nuova bara di cellulosa per la cremazione. Mi gira la testa, mi allontano di qualche metro, lei si assicura che io stia bene e poi mi dice ” io vado, voglio vederla la Mara”. Guardo questa donna, questa amazzone, questa valchiria che ho per compagna… che carattere, che forza, che spirito. Torna e mi dice che è contenta di averlo fatto. Vado anche io, do solo un’occhiata. La cosa è meno scabrosa di ciò che possa sembrare. Sembra ancora che riposi. In qualche modo sono contento di aver rivisto mia madre dopo 24 anni e so che quell’immagine non scalfirà il dolce ricordo che ho di lei, che è solo la rappresentazione del cerchio della vita. Mi sono chiesto se siano cose queste da scrivere in un blog, ma credo che questo sia, se non altro, un blog che non ha paura di affrontare le prove difficili a cui un uomo nella propria vita deve essere pronto, eventualmente, ad andare incontro.

Se fino adesso quest’ultima pagina della vita di Brian era iniziata tutto sommato a velocità ridotta, da questo momento prende una velocità imprevista. Torno a casa, mi preparo e torno al Terracielo per l’ultima oretta nella sala dove è Brian e quindi per il funerale. Arrivano gli amici, lo zoccolo duro degli illuminati del Blues è lì con me, arrivano amici di mio padre, parenti e conoscenti. Venerdì le sale occupate erano due, domenica erano dieci e dieci sono i funerali. Tutto è organizzato al minuto e tutto si consuma velocemente. Siamo i primi del pomeriggio ad usufruire della grande cappella interna. Prima della messa parte l’AVE MARIA di Schubert e io non riesco a trattenermi, mi metto a singhiozzare come un bimbo. Lei e mia sorella mi accarezzano. Penso al ricordino che ho fatto fare anche per mia madre vista la cremazione, la frasetta che ho fatto scrivere è “Ave Maria, piena di grazia”… ai più sembrerà l’incipit della preghiera, ma per me è il saluto a mia madre, che di nome faceva Maria ed era sì, piena di grazia.

Mi ricompongo. Il prete inizia il sermone che devo dire mi è anche piaciuto, semplice, diretto, senza troppa enfasi, tipico dell’Emilia. Mentre il prete parla sul grande schermo passano le foto del vecchio Brian, mi verrebbe da ridere nel vederlo fare il segno del Rock lì in chiesa se non fosse che sto affogando tra le lacrime.

Brian

Brian

Nemmeno mezz’ora e tutto termina. Mentre la bara esce parte WISH YOU WERE HERE, ma io sono così preso che non me ne accorgo nemmeno. Giusto il tempo di uscire dalla cappella che è già il turno di qualcun altro. Saluto e ringrazio tutti quelli che sono venuti, vorrei trattenermi un po’ ma il carro funebre (davvero bellissimo) è già pronto. Alle 16 siamo a San Martino, dove ci aspettano i parenti e amici e procediamo alla sepoltura. Ci tratteniamo per più di un’ora e poi ce ne andiamo.

Una volta a casa scatta il riflesso incondizionato di fare una doccia e di mettere a lavare tutti i vestiti usati in questi ultimi quattro giorni, quasi a voler togliere anche dalle fibre le particelle di tristezza.

Martedì sono già al lavoro, ho alcune cose inderogabili da fare; è stranissimo passare da un periodo di quattro giorni dove, tuo malgrado, sei al centro dell’attenzione e tutto gira intorno al ricordo di tuo padre, alla quotidianità che riprende come se nulla fosse. Forse sarebbe stato meglio prendersi qualche giorno in più per elaborare il lutto, ma, oltre alle incombenze lavorative, ricordo quello che disse una mia amica che tornò a lavorare poco dopo la morte del padre: “non voglio fare della morte un mito.”

Brian

Brian

Terminano dunque qui le avventure del vecchio Brian, storielle che incredibilmente hanno conquistato parecchi lettori di questo blog. Ne ho parlato alla mia maniera, con la scusa di parlare delle inezie della mia personale quotidianità ho cercato di affrontare un argomento non esattamente facile, quello della vecchiaia, della gestione di un vecchio ai giorni nostri e, specificatamente, dell’alzheimer. Ho cercato di essere sobrio, ma so di non esserci riuscito, sono italiano e sentimentale, sono portato al melodramma e all’enfasi, spero di non aver indugiato troppo nella retorica. In questi giorni alcuni mi hanno detto o scritto cose del tipo ” gli ultimi anni di Brian sono stati un po’ il tuo capolavoro”. Lo hanno fatto in diversi sottolineando e ripetendo più volte il concetto. Li ho ringraziati, capisco il loro punto di vista, ma mi sono sentito in imbarazzo. Sono stato davvero così bravo? Non credo. Come dice mia sorella “alla fine pensi sempre che avresti potuto fare qualcosa di più”.

Già, avrei potuto restare da lui un po’ più a lungo il sabato mattina, invece di starci a volte solo 40 minuti per poi andare a fare le mie cose, avrei potuto allungare le mie pause pranzo e passare più tempo con lui, i sensi di colpa ci sono, ma sono solo un uomo, anche io evidentemente faccio quello che posso.

Ho avuto negli anni un rapporto burrascoso con Brian, non starò certo a scrivere che è stato il miglior padre che uno potesse desiderare, perché non è così, ha fatto del suo meglio secondo le sue possibilità, forse non meritava un figlio così esigente e rompicoglioni. Gli ultimi anni sono stati però quelli in cui il nostro rapporto si è finalmente risolto. Ho fatto fatica ad accettare la sua malattia. Ricordo ancora le prime avvisaglie… Brian che non riesce ad infilare la spina del televisore in una riduzione particolare, Brian che fatica a memorizzare la funzione di accensione, spegnimento e cambio canale nel telecomando della TV e io che lo incalzo incazzato. Mi dolgo di certi miei comportamenti, di certe bacchettate, di certe urla ma per un figlio è davvero arduo venire a patti con la menomazione cognitiva o fisica di un genitore, si vorrebbe che fossero sempre un punto di riferimento per noi. Mi sento male se penso a quanto stronzo sono stato certe volte, facile prendersela con i più deboli, con un vecchio affetto da demenza senile. Spero che mi abbia perdonato e che nonostante tutto abbia capito quanto bene gli ho voluto. Cerco di convincermi che sia così, perché negli ultimissimi anni quando gli chiedevo chi fossi (per vedere se capiva che ero suo figlio), non ricordando sempre esattamente il mio nome o che grado di parentela avevamo, mi descriveva con le prime parole o i primi concetti che gli venivano in mente: “sei il mio capo”, “sei il generale“, “sei il dirigente” fino al dolcissimo “sei quello che mi protegge“.

Chissà che ingorghi di traffico nei suoi pensieri quando mi confidava, in dialetto reggiano, “Tim, an capès più gninto… Tim, non capisco più niente“, eppure era sempre sorridente e sempre felice di stare in mezzo alla gente. Nonostante l’alzheimer riconosceva ancora il suo soprannome senza problemi. Già, Brian, mutuato da un fumetto che nella seconda metà degli anni settanta pubblicavano su L’INTREPIDO o su IL MONELLO, BRIAN DEI GHIACCI appunto (le storie di uno scienziato che si era ritirato a vivere al Polo). Una sera di un freddo inverno mio padre tornò a casa dal lavoro con la sua giacca di pelle col grande bavero tirato su e disse qualcosa – con la sua solita enfasi – circa il freddo e il gelo che c’era per strada, da lì scattò il BRIAN DEI GHIACCI.

A volte mi chiedo se l’alzheimer non sia un escamotage del cervello per lenire in certi individui l’angoscia della consapevolezza del diventare vecchi. Chissà. Spero solo che questi ultimi anni si sia accorto del bene che gli abbiamo voluto, e che si sia sentito accudito e protetto.

Faccio un po’ di conti, è almeno dal 2009 che ho iniziato ad seguirlo con più attenzione fino alla totale gestione dei quattro anni che vanno dal 2011 al 2014 con totale annullamento della mia vita privata. Poi gli ultimi 14 mesi nella struttura di cui era ospite. Oggi delle lunghe giornate passate a fargli da badante mi restano più che altro i bei ricordi. I nostri sabati mattina a far colazione al bar di Nonantola,

Brian

Brian

le domeniche pomeriggio sul divano a vedere un film su Rai 5 o ad ascoltare un concerto di musica classica, cosa che aveva iniziato a piacergli un sacco, lui che colora disegni che stampavo da internet. Mi mancheranno le sue mani nelle mie, mi teneva forte, quasi fossi un appiglio che gli impediva di scivolare verso l’abisso e mi mancherà lui, per come era.

In questi ultimi 14 mesi in cui è stato ospite della struttura la mia vita ha subito un miglioramento drastico, era un piacere andare a trovarlo anche se a volte dovevo farlo di fretta in pausa pranzo. Adesso mi chiedo cosa farò al sabato mattina, avrò senza dubbio maggior tempo per me stesso, ma non era tempo per me stesso anche andare a trovare il mio vecchio? E una sensazione molto strana, negli ultimi sei sette anni hai dovuto gestire tuo padre in toto e adesso d’improvviso non hai più quella responsabilità, quell’onere e quell’onore. Ci si sente spaesati. E sradicati: non avere più nessun genitore ti costringe a fare i conti con te stesso, ora sei davvero tu l’adulto.

Pieno di questi pensieri strambi contemplo il cielo, non sono religioso, non credo nell’al di là, non sono nemmeno sicuro che esista l’al di qua, ma forse quando lasciamo questo pianeta la nostra scintilla di energia inizia a girare per le misteriose profondità dell’universo. Chissà se la sua ha raggiunto quella di mia madre, guardo il cielo e lo spero.

Buon viaggio papà, ovunque tu sia diretto.

Brian

Brian

Lino Tirelli – Villa Bagno (RE) 30/11/1929 – Modena 5/2/2016

Gli artisti che se ne vanno, Ciuffy che le canta a Sarri e la bellezza degli album di musica Rock

26 Gen

In questo inizio anno se ne sono andate alcune figure importanti della musica Rock e su facebook c’è stata un alluvione di commenti. La dipartita di Bowie ha fatto straripare gli alveoli di questo social network, tutti, e intendo tutti, si sono sentiti in dovere di commentare, di piangere, di comunicare al mondo quanto fosse importante questo artista.

Io sono rimasto perplesso circa questo comportamento narcisistico (questa è da tempo la deriva di facebook), perché più che omaggiare con un ultimo saluto un grande artista Rock, nell’ 80% dei casi si tratta di auto promozione.

Capisco che la scomparsa improvvisa (quasi nessuno era al corrente che stesse combattendo da tempo contro il cancro) di un volto noto faccia sempre un certo effetto, ma un minimo di bon ton e di sobrietà non guasterebbe. Tutti si sono scoperti fan di David Bowie. Mi sarebbe piaciuto sapere in quanti sarebbero stati in grado di citare il titolo di una canzone dall’album HEROES che non fosse quella che dà il titolo all’album, di capire quanti di loro sarebbero stati in sintonia con le forti pulsioni dell’artista in questione verso l’uso ossessivo e compulsivo della cocaina, verso Aleister Crowley, verso una certa idea di Gioventù Ariana.

David-Bowie

E’ davvero buffo (e spaventoso) quanto la stragrande maggioranza delle persone riesca ad eludere, a sterilizzare, ad ignorare i significati profondi di certi artisti. E’ sufficiente saper canticchiare “we can be heroes just for one day”, aver ballato due volte al ritmo di “Let’s Dance” per dichiararsi fan.

Io capisco gente come la groupie, una che iniziò ad interessarsi di musica da ragazzina, intorno alla metà degli anni ottanta e, non avendo nessuno di maggiore età interessato alla musica che potesse guidarla, si concentrò su quei nomi che più la colpirono: Bowie, i Queen e i Police (tutto sommato niente male, visto gli anni di cui stiamo parlando). Bowie quindi fu uno dei nomi con cui crebbe, dunque il suo dispiacere e i suoi diversi interventi su facebook mi paiono naturali e in qualche modo dovuti, ma in generale l’enfatizzare sempre e comunque la scomparsa di qualsiasi artista che se ne va mi pare ormai un malcostume.

Possibile poi che tutti fossero o siano dei geni? Se lo erano Leonardo da Vinci, Sergej Prokof’ev e Alan Turing, possibile che lo fossero e lo siano anche canzonettari e musicisti Rock? Bowie era un genio o un bravo singer-songwriter con una visione tutta sua?

DAVID-BOWIE-PENDANT-SA-TOURNEE-MONDIALE-1976

Altra cosa che mi pare inopportuna è maledire l’anno di merda in corso perché si porta via questi musicisti.  Ma è davvero così sorprendente? Per anni, lustri, decenni fanno uso sistematico di droghe, vivono ad altissima velocità, si spendono a più non posso, chiaro che poi devono pagare il conto. A me sembra incredibile che raggiungano i settant’anni. Per tacere di quelli che “le rockstar muoiono giovani (?) e i politici campano fino ai 90 anni, mondo di merda“, e vai di demagogia, avanti così, continuiamo a farci del male.

A me DB arrivò con l’album HEROES, e sebbene fu uno dei primi album che acquistai (quelli dunque che quasi sempre diventano parte del tuo DNA), laggiù nel fine 1977, non mi segnò particolarmente, d’altro canto Bowie per il giovane ed inesperto Tim di allora era quello di STARMAN. Non diventai fan, se non in senso lato. Ritengo che alcuni suoi album, anche del periodo d’oro, non siano poi così belli come vogliono farci credere, e che il Bowie post 1983 non sia granché, al di là di qualche sporadico episodio. Ma naturalmente son cose che non si possono dire, perché poi diventi lo snob che critica quello che piace a tutti, sembra quasi che una volta arrivata la beatificazione gli artisti non si possano toccare.

Ad oggi è STATION TO STATION l’album che amo di più, transizione tra il periodo “Rock” e le sperimentazioni berlinesi in divenire. Album suonato bene ma non in modo impeccabile (ed è questo il bello) da musicisti che avevano il senso di un gruppo, album bianco e metallico dalla produzione di certo condizionata dalla cocaina, album denso di riferimenti religiosi, crowleyani e ossessivi, album che a livello di atmosfera fa il paio con PRESENCE dei LZ.

Ad ogni modo, per i meno attenti, se ne è andato anche DALE BUFFIN GRIFFIN, batterista dei MOTT THE HOOPLE, a 67 anni, per colpa dell’alzheimer.

Dale Griffin

Dale Griffin

Insieme a lui anche GLENN FREY, 67 anni, a causa dell’ artrite reumatoide. Benché mi consideri grande fan degli EAGLES, FREY – seppur uno dei due fondatori – era l’aquilotto che mi piaceva meno. Dispiace ugualmente, ci mancherebbe, ma non era una delle mie figure di riferimento. Anche in questo caso su facebook se ne è fatto un gran parlare e tutti a postare HOTEL CALIFORNIA, brano citato a sproposito, perchè come dice Picca:

“Capisco che la sciatteria è il canone attuale, ma i giornali insistono nell’associare il defunto Glenn Frey a Hotel California, brano principalmente di Don Felder con testo di Don Henley firmato anche da Frey per motivi di ‘opportunità aziendale’. La bazza è ironica: Frey è stato il capo degli Eagles per decenni, si è preso a cazzotti con Felder a più riprese, lo ha silurato impedendogli il rientro nell’ultima reunion e, una volta morto, viene ricordato per un brano di Felder. Life is Hard. Death too.”

Glenn Frey

COPPA ITALIA: NAPOLI – INTER 0 -2

Siamo al 90esimo, l’Inter conduce per 1 a 0, da un paio di minuti l’arbitro ha espulso un giocatore dei vesuviani per doppia ammonizione. Il quarto uomo espone sul cartellone luminoso il numero dei minuti di recupero: 9, corretto poi in 5. Ciuffy (Mancini insomma) va a protestare col quarto uomo, 5 minuti gli paiono troppi. Sarri, evidentemente incavolato per il risultato lo vede e gli dà del “frocio” e del “finocchio”. Ciuffy sente tutto e va ad affrontarlo. Li dividono.

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Adem intanto scatta in contropiede, si fa metà campo da solo e va ad insaccare il 2 a 0.

Intervistato da quelli di Rai sport subito dopo la partita Ciuffy riporta fedelmente quanto successo.  E’ scosso e molto arrabbiato.

Sarri che chiede scusa in diretta TV dicendo che “sono cosa di campo e che tutto deve chiudersi lì”.

Seguono polemiche: chi dice che Mancini ha ragione e che è ora che anche il mondo del calcio si adegui alla società civile (?) lasciando perdere offese di stampo razzista ed omofobo, chi invece pensa che Mancini sia una donnicciola e che ha fatto tutto di proposito per far squalificare Sarri ed approfittarne.

Io mi chiedo, ma approfittarne di cosa? Sarri è stato squalificato due turni in Coppa Italia, mica in campionato. Secondo me Mancini ha fatto bene, ha allenato in Inghilterra, da questo punto di vista paese più avanzato del nostro visto che lì omofobia e razzismo si combattono davvero, è ora di cercare di fare qualcosa anche qui in Italia. Che Sarri abbia detto “sono cose di campo” per me è vergognoso.

Naturalmente le critiche a Mancini sono state tantissime, anche perché sembra che pure lui 15 anni fa abbia usato lo stesso insulto per colpire un giornalista. Mancini nega, ma se anche fosse vero cosa cambia? In 15 anni uno può cambiare comportamento, no? In 15 anni la società si evolve e certe offese sono ancora più impronunciabili che in passato. Ci potrà pur essere una differenza tra il Mancini 35enne e quello 50enne o no? Sarri ha 57 anni, possibile che a quell’età, con la posizione che occupa, nel 2016 si lasci scappare ancora delle offese di quel tipo?

Offendere Mancini per la sua decisione di rendere pubblica questa cosa è davvero segno di inciviltà, e farlo perché l’allenatore di una squadra avversaria che magari odi lo è ancora di più. Non è vero che tanto non cambia nulla, se solo facessimo tutti un piccolo passo in avanti …

mancini

Tornando alla musica, quando scompaiono musicisti di quel calibro si è portati a riascoltare i loro vecchi dischi e una volta di più si tende a valutare l’impatto che certi LP hanno avuto sulla nostra vita.

I grandi album Rock hanno la capacità di farti fare dei viaggi che tu nemmeno ti aspetti, di farti vivere avventure così lontane e diverse dal tuo quotidiano, di aprirti la mente e il cuore su orizzonti che non sono i tuoi. Prendi DESPERADO degli Eagles, album che ti fa rivivere l’epopea dei fuorilegge americani; lo infili nel cd player della blues mobile e già con la prima canzone ti sembra di essere uno della banda DOOLIN-DALTON.

I grandi album poi sono tali anche perché è nelle tracce minori che trovano la completezza, la quadratura del cerchio. Senti qui il grande BERNIE LEADON con TWENTY-ONE e BITTER CREEK, senti che canyon ti fa attraversare…

L’outlaw blues arriva con RANDY MEISNER: CERTAIN  KIND OF FOOL …

e con SATURDAY NIGHT cantata da DON HENLEY…

poi ecco le due primedonne, DON HENLEY e GLENN FREY, TEQUILA SUNRISE e DESPERADO con quella “You better let somebody love you (let somebody love you) You better let somebody love you before it’s too late” che ti spezza il cuore ogni volta che la senti…

Che potenza gli album della musica Rock.

Eagles - Desperado photo outtake

Eagles – Desperado photo outtake

Il gatto e la volpe: storia di vita e di morte

12 Gen

Domenica mattina ore 6, lei si alza per dare da mangiare a Palmiro, il gatto nero che vive, mangia e dorme con noi, poi torna a letto e si riaddormenta. Io mi sveglio un po’ più tardi a causa di rumori che sento sempre più distinti. In inverno di solito altre due gatte, degli altri quattro che abbiamo, dormono in casa, magari sono loro che fanno le matte, ma poi elaboro il fatto che ieri sera sono uscite entrambe. Sento del trambusto sul terrazzo (collegato al cortile con una scala). Immagino siano i gatti che si azzuffano come ogni tanto fanno. Cerco di rimettermi a dormire.

Il trambusto continua, e si fa intenso. Palmiro corre verso la porta e subito ritorna da noi sul letto, spaventato. Strano, non si direbbe ma Palmiro è una gatto molto coraggioso ed è sempre il primo ad avventarsi contro gatti forestieri che tentano di avvicinarsi. Preoccupato mi alzo, sono le 6,50. Apro la porta, è buio pesto, sul terrazzo non c’è più nessuno; Raissa, la gatta madre degli altri tre, si intrufola in casa spaventatissima, strano…anche lei è sempre la prima ad accorrere in aiuto dei suoi figli.

Sento nel prato intorno alla casa un gatto che lotta furiosamente contro quello che penso sia un cane. Lancio un paio di urla che però non sortiscono nessun effetto. Sento ringhiare in modo spaventoso, sento le urla disperate di un gatto. Sono ancora imbambolato, in pigiama e ciabatte, non è il caso che scenda nel buio in quelle condizioni ad affrontare quello che penso sia un cane lupo.

Torno dentro, rifletto un momento, mi metto un giubbotto, infilo le Clarks, prendo la mazza da baseball e scendo. Si è sveglia anche lei, prende una torcia e mi segue. Avanziamo insicuri nel cortile, non si vede nulla. Ho i sensi all’erta e la mazza ben stretta tra le mani in caso mi trovassi davanti un cane rabbioso. Ci inoltriamo nel prato, la torcia illumina quel che può, faccio qualche metro verso il punto in cui sentivo ringhiare e miagolare e scorgo qualcosa a terra. E’ il corpo di un gatto. Subito penso sia la più piccola, ma ben presto ci accorgiamo che è Pato, il grosso maschio.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Ci avviciniamo, ha ferite sul petto e sullo stomaco, guardiamo meglio, è morto. Mi soffermo sul suo muso. Lei inizia a singhiozzare. La rimprovero all’istante, non mi sento sicuro, dobbiamo stare all’erta, non è il momento per la tristezza. Scruto la campagna, tutto tace. Prendo un sacco, vi infilo Pato e lo adagio su di una vecchia carriola. Il pensiero ora va altre altre due gatte, saranno state attaccate anche loro? Giriamo intorno a casa, ma è ancora buio, non scorgiamo nulla.

Rientriamo. Facciamo colazione mentre la mestizia scende inesorabile. Comicio a sentirmi in colpa, fossi stato più reattivo, coraggioso e pronto forse Pato sarebbe ancora vivo. Il sole sorge verso le otto. Mi vesto e scendo a seppellirlo. Scavo una fossa là sotto i frassini, arriva anche lei a darmi una mano; prendo il corpo di Pato, lo avvolgo con dolcezza in un mio vecchio foulard, lo poso nella terra e lo ricopro con cura.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Inizio a sciogliermi e a farmi riflessivo. Cosa può essere stato? Un cane, uhm, difficile, molto più probabile sia stata una volpe, dalle nostre parti ne sono state avvistate parecchie. Vicino a dove abitiamo c’è una grande stalla, in uno dei capannoni delle balle di fieno vi sono parecchie tane. Iniziamo a fare una ricerca in internet riguardante le volpi. Cacciano di solito due dopo il tramonto fino all’alba, tutto coincide. Pato però era un gatto massiccio, con una gran forza, possibile che una volpe sia riuscita a stenderlo in pochissimi minuti? Metterlo nella gabbietta quando si trattava di portarlo dal veterinario era sempre una impresa e ogni volta riflettevo sul suo vigore, sulla sua forza.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

Torno all’idea di un cane, magari un grosso randagio, penso addirittura ad un lupo, ma qui in pianura non ve ne sono. Ritorno all’ipotesi più probabile, una volpe. Forse più di una. Forse si è avventurata sin sul nostro terrazzo (dove ogni tanto lasciamo del cibo per i gatti), Pato deve averla notata e si è fatto avanti a difendere il suo territorio, deve essere andata così d’altra parte dei quattro gatti che vivono fuori è stato proprio il maschio a morire. Poco dopo si rifanno vedere le due femmine rimanenti. Una si era rifugiata nel fienile che abbiamo dietro casa, l’altra chissà dove. La domenica passa con una cappa di cupezza addosso. Il senso di colpa persiste, non c’ero quando aveva bisogno di me.

Giro per il cortile, mi manca già. Pur essendo una gatto abituato a stare fuori e dunque praticamente selvatico, mi riconosceva come maschio di riferimento. Ogni tanto entrava in casa a mangiare, e quando gli dicevo “giù, Pato, giù” si sdraiava per terra un po’ diffidente e si lasciava accarezzare (addirittura anche sulla pancia). Ogni tanto mi dava qualche morsichetto affettuoso tanto per dirmi “attento Tyrrell, non esagerare”, ma alla fin fine, a volte, si lasciava anche prendere in braccio.

Il gatto Pato - foto TT

Il gatto Pato – foto TT

In un primo momento avrei voluto trovare quella volpe e dargliene quattro, ma una volta tornata la razionalità capisco che sono discorsi senza senso e  vergognosi. La volpe fa la volpe, ed è giusto sia così. D’altra parte i nostri gatti a volte catturano delle lepri e se le mangiano, qual’è la differenza?

Le tragedie del mondo sono altre, non va persa di vista la giusta prospettiva ma nel nostro piccolo universo è indubbio che la perdita di Pato è dolorosa. Chi non vive con animali non può comprendere appieno e giudicherà melense queste frasi, ma per noi che lo abbiamo visto nascere, che lo abbiamo accudito, nutrito, che gli abbiamo lasciato la massima libertà di movimento e che lo vedevamo tornare ogni sera verso casa, la sua perdita è un peso. Eravamo e siamo un nucleo di mammiferi di specie diverse che vivono insieme, certi legami diventano profondi, anche con un gatto “selvatico” come Pato. Pure gli altri gatti stanno vivendo un momento strano,  sarà anche suggestione ma paiono spaesati, increduli… lo cercano ma non lo trovano più.

Dovrò abituarmi a non vederlo più in giro, a non ridere più di quella sua espressione attonita,  a non baciare più quel suo bel musone, a non sfidare più la sua pazienza per accarezzargli la pancia.

Addio Pato, amico mio, mi mancherai.

Il gatto Pato, giugno 2008 - foto TT

Il gatto Pato, giugno 2008 – foto TT