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Rum for one (the Cuban song)

16 Apr

Sette anni che non faccio un viaggio e ora che Brian è sistemato nella struttura giusta e che mi sembra di aver finito di attraversare un periodo difficile e turbolento della vita, mi pare il momento adatto per farne uno. Fantastico di mete esotiche tipo Vietnam spinto dal tour che fece lì non troppo tempo fa il mio amico Massimo Bonelli o tipo Patagonia grazie alle suggestioni mai sopite ricevute dai libri di Sepulveda, ma poi mi faccio due conti in tasca, sondo il mio animo e decido di venire a più miti consigli. Una sera su SKY Tg 24 sento che gli Usa stanno riallacciando le relazioni diplomatiche con Cuba … guardo la groupie e le dico: “devo portarti a Cuba prima che ...”. Il riflesso è incondizionato, è la considerazione più banale da fare, ma voglio che abbia la possibilità di vedere l’ultimo afterglow di quello che fu un’idea di mondo diverso. Io ci son già stato dieci anni fa ma poco importa, amo quell’isola, la sua storia, e ci torno volentieri.

Pochi mesi dopo mi trovo a Malpensa in procinto per partire due settimane per la “chiave del golfo”,  Cuba appunto. Sono un pochino nervoso, soffro di vertigini (e ti pareva…) e i voli aerei mi danno da fare, in più ho dormito solo due ore ma ad ogni modo son qui.

Malpensa - Blue Panorama Starship (foto di TT)

Malpensa – Blue Panorama Starship (foto di TT)

Imbarco, allacciarsi le cinture, si parte. Stringo forte la mano alla groupie, lei si gasa per l’accelerazione del decollo, io perdo l’equilibrio, la testa acquista una rotazione tutta sua, cerco di pensare a MICK RALPHS, recito i titoli di WILDLIFE dei MOTT, quelli di STRAIGHT SHOOTER, non basta, aggiungo i nomi dei titoli dei due album dei FIRM, quelli di CUT LOOSE, di IN THROUGH THE OUTDOOR according to Tim Tirelli. L’aereo non smette di salire e di destabilizzarmi, sto per iniziare con gli album dei DETECTIVE ma poi mi dico “ecchecazzo an s’ pol menga”, svuoto la mente, guardo la mano della groupie: è viola, mollo la presa … siamo finalmente ad alta quota, il Boeing 767 adesso rolla placidamente, posso ricompormi. A metà traversata do un’occhiata al finestrino, ma solo un momento, è meglio che non mi soffermi troppo a guardare di sotto…

Atlantic crossing (foto di TT)

Atlantic crossing (foto di TT)

Il comandante è Roberto Reggianini, un modenese ex pilota di caccia dell’areonautica militare, mi sento tranquillo. Undici ore in economy sono lunghe da passare, mi chiedo quando e se mai potrò permettermi un viaggio in business class. Penso al mio amico Athos,  lui dice che in realtà sono un radical chic … forse ha ragione: faccio tanto il guevarista ma poi voglio volare in prima classe.

Alle 22,30 atterriamo al José Marti. A Cuba sono le 16,30. Dieci anni fa il viaggio dall’aeroporto all’albergo Havana Libre, in centro, fu una folgorazione, ero nel bel mezzo dei miei studi sulla rivoluzione, e toccare finalmente con mano la città che sentivo mia fu una rivelazione, piena com’era di cartelloni di propaganda alla revoluciòn e alle figure ad essa centrali. Questa volta niente di tutto ciò, il Chateau Miramar è all’estrema periferia, ci arriviamo attraversando anonime calle e piccole avenida. L’albergo è un quattro stelle, ma per i nostri standard  non è nemmeno un due. In camera nulla funziona, il cibo lofi, il servizio di basso ordine, tutto molto diverso dalla mia precedente esperienza. L’Habana Libre era ed è un splendido cinque stelle che mostrava (e immagino mostri tuttora) i segni decadenti della realtà cubana post rivoluzione, oltre che simbolo della rivoluzione stessa ( in origine era L’Hotel Hilton, requisito da Fidel Castro quando questi entrò trionfalmente all’Avana i primi giorni del 1959 trasformato in base operativa iniziale.)

Mi torna in mente di nuovo Athos. Che posso farci, sono un europeo, un occidentale, i miei standard sono questi. Ad ogni modo faccio il reset, mi posiziono in modalità Cuba, seguo lo stream della città e tutto diventa più morbido e meno impegnativo.

Jet lag blues: lunedì mattina, Havana – sveglio alle 3.

L’Avana mi sembra la stessa di dieci anni fa, senonché sono spariti tutti i visual “pubblicitari” propagandistici della Rivoluzione come ho già detto. È un colpo al basso ventre che per un po’ mi lascia senza fiato. Parlando con alcuni cubani capisco che loro apprezzano la mancanza di questi cartelloni, io invece mi sento orfano di icone che sentivo fondamentali. Ma lo skyline della città mi lascia comunque a bocca aperta, sento di appartenere ad essa, quasi quanto l’Emilia …

Habana skyline (Foto TT)

Habana skyline (Foto TT)

Tappa d’obbligo alla Plaza De La Revoluciòn, contemplo con ammirazione i due visual giganteschi del CHE e di CAMILO CIENFUEGOS, la groupie si emoziona un po’; sento turisti che confondono CAMILO e lo stesso CHE con FIDEL CASTRO, scuoto la testa e penso che l’umanità non ha futuro… posso capire CIENFUEGOS, ma GUEVARA!!!

Tim in Plaza De La Revoluciòn (foto Saura T.)

Tim in Plaza De La Revoluciòn (foto Saura T.)

Camilo Cienfuegos -  Plaza De La Revoluciòn (foto Saura T.)

Camilo Cienfuegos – Plaza De La Revoluciòn (foto Saura T.)

Giro per la città vecchia e per le sue quattro piazze principali con piacere, ma porto in giro la mia nostalgia per un’era che si sta inesorabilmente concludendo. Alcuni cubani sui trent’anni mi vedono passare e intonano l’ultima frase del ritornello di quello che per me è l’inno nazionale della mia anima …“comandante Che Guevara” canticchiano, mi volto e li saluto militarmente.

Mi chiedo cosa possano pensare dell’ennesimo europeo imbevuto della retorica guevarista, ma d’altra parte la mia mise lascia pochi dubbi sul mio essere …

Il Che Guevara dei poveri (Poor man Che Guevara) Playa Veja, Habana (photo Saura T.)

Il Che Guevara dei poveri (Poor man Che Guevara) Playa Veja, Habana (photo Saura T.)

 Mi sembra che i turisti siano aumentati in modo esponenziale, c’è ne sono davvero tantissimi, d’altra parte lo sono anche io, ma la sensazione è quella che Cuba sia diventata giusto una delle varie mete caraibiche, spogliata come sembra dal turismo più romantico, quello legato alla storia degli ultimi sessant’anni.

Mi fermo a bere un Rum. Il barista ci fa ” Rum for two?” e io,  visto che la groupie non beve alcolici, “No, rum for one” e mentre lo dico sento JIMMY PAGE che parte col riff …

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Prima di tornare al quartiere Miramar, dove ho l’albergo, sosta obbligata al teatro Karl Marx dove la groupie deve fotografare la venue dove dieci anni fa RICK WAKEMAN ha tenuto un concerto.

Teatro Karl Marx, Habana (photo Saura Terenziani)

Teatro Karl Marx, Habana (photo Saura Terenziani)

Dopo cena decidiamo di tornare in centro. Passiamo dal Taberna Café lì a ridosso della Plaza Veja,  dove nel pomeriggio avevamo tentato di prenotare un tavolo per la sera (30 cuc, quindi 30 euro a testa, e tre consumazioni comprese), ma tutti i posti erano esauriti. Era prevedibile, è probabilmente il locale migliore dell’Avana, quello dove puoi ascoltare il vero son di Cuba, dove ogni sera si materializza il Buona Vista Social Club. Venti minuti ad ascoltare, lì fuori, quel sound così profondo e poi un salto all’ Ambus Mundo (sito nel palazzo dove soggiornava Hemingway) e al Café Paris. Passeggiare di sera tra quelle vie è molto suggestivo, la notte rende sfumate le ferite e le difficoltà della città e il tutto assume un aspetto più dolce. Una giovane cubana mi si avvicina, mi chiede il nome e intavola un discorso fatto di luoghi comuni sull’Italia. Poi mi dice che è incinta e che non ha da mangiare. “Tieni un dollaro baby, ma non raccontarmi storielle”.

Plaza Veja by night, Habana   (photo Saura Terenziani

Plaza Veja by night, Habana (photo Saura Terenziani

Per tornare ci affidiamo ad uno di quei taxi “privati”, una Chevrolet Bel Air del 1955 rosso scuro. Il cubano alla guida sfreccia senza paura lungo il Malecon, e percorrerlo su una delle macchine per cui Cuba è famosa, in una notte stellata col mare che sbuffa poco lontano, è una sensazione notevole.

1955 Chevrolet Bel Air (Photo TT

1955 Chevrolet Bel Air (Photo TT)

Jet lag blues: martedì mattina, Havana – sveglio alle 4.

Diretto a sud destinazione Santa Clara. Mi fermo a pranzo sul bayou cubano vicino Playa Giron e poi proseguo verso il mausoleo di Che Guevara. Mentre la attraverso, Santa Clara, non sembra cambiata di una virgola. Povera, malmessa, spoglia eppure accogliente. La grande piazza della Rivoluzione appare quasi d’improvviso, la groupie ha un sobbalzo. Entriamo subito a visitare le lapidi del Che e dei suoi companeros. La groupie individua quella del Che e inizia a commuoversi sul serio, ha gli occhi umidi e rossi, la capisco, io feci lo stesso dieci anni fa, e anche oggi un fervore particolare mi scuote. Appoggio la mano sulla lapide, saluto il Comandante. Non si possono fare foto, così ne rubo una da internet …

Interno del mausoleo Guevara - Santa Clara (photo internet)

Interno del mausoleo Guevara – santa Clara (photo internet)

Rivedo con piacere anche il museo a lui dedicato, e il mio guevarismo risale come un fiotto purissimo dal mio animo.

Mi fermo per un momento di raccoglimento anche nel parco lì accanto, dove sono sepolti altri guerriglieri che hanno combattuto col Che …

Santa Clara, il riposo dei guerriglieri del Che (photo Sauta T)

Santa Clara, il riposo dei guerriglieri del Che (photo Sauta T)

Santa Clara, Plaza de la Revoluciòn (photo TT)

Santa Clara, Plaza de la Revoluciòn (photo TT)

Santa Clara, Plaza de la Revoluciòn (photo TT)

Santa Clara, Plaza de la Revoluciòn (photo TT)

Un salto poi a rivedere il treno pieno di soldati che il Che fece deragliare, mossa che gli permise di conquistare la città di Santa Clara. Lì nelle vicinanze un vecchio e una vecchia male in arnese chiedono l’elemosina. Do 5 dollari ad ognuno. Mi abbracciano, mi augurano tutto il bene, sembrano sinceri. Io ricambio l’abbraccio, il vecchio sembra interrogarsi circa la mia gentilezza, gli dico in spagnolo “y soi un hombre de esquierda“. Mi sorride e mi abbraccia di nuovo.  Poco dopo mi corre dietro, mi chiama, “Hombre, hombre” e mi allunga una banconota della valuta locale per i residenti, il valore economico è irrisorio, ma quello spirituale immenso: su entrambi i lati appare Che Guevara. Ci lasciamo guardandoci negli occhi, augurandoci buona fortuna. Te quiero Santa Clara.

Santa Clara, the train to nowhere (photo TT)

Santa Clara, the train to nowhere (photo TT)

Santa Clara gets it right (Photo TT)

Santa Clara gets it right (Photo TT)

Spiritual Graffiti - Santa Clara (Photo Saura T)

Spiritual Graffiti – Santa Clara (Photo Saura T)

A Santa Clara alloggiamo nel bel complesso Los Caneyes, struttura di un certo livello. Abbiamo una “capanna” tutta nostra, semplici architetture ad omaggiare gli indios che vivevano qui prima che arrivassero i conquistadores spagnoli.

La capanna dello zio Tim - Los Cayenes, Santa Clara (photo Saura Terenziani)

La capanna dello zio Tim – Los Cayenes, Santa Clara (photo Saura Terenziani)

Los Cayenes - Santa Clara (photo Saura TT)

Los Cayenes -Santa Clara (photo Saura TT)

Cenetta a due con la groupie. Osservo i turisti canadesi, l’ambiente del ristorante credo varrebbe un minimo di etichetta seppur informalissima, ci sono tra l’altro due flautiste e una contrabassista che emanano aria sonora gradevole, ma vedo piccole mandrie di nord americani arrivare con le braghe corte ed infradito oppure vestiti come lo zio Fedele. Usciamo, due passi in questa oasi isolata dalla città, contemplo la luna cubana che romantica splende sopra di noi. Ci fermiamo al bar a bordo piscina, al barista indico una bottiglia di rum, “Rum for two?” mi fa, vorrei spiegargli che non sono un nordamericano,  ma il riff di PAGE che sento nelle orecchie mi ferma ancora una volta.

Jet lag blues: mercoledì mattina, Santa Clara – sveglio alle 5.

Ripartiamo, di nuovo southbound. Trinidad, nella parte vecchia, è uno splendore di  città, ristrutturata per il cinquecentesimo anniversario dalla fondazione dello scorso anno, ti mostra le vesti del colonialismo spagnolo di cinque secoli fa. Giro per la città e mi dico “sei a Cuba Tim Tirelli … niente male”.

A man and his blues in Trinidad (Photo Saura T)

A man and his blues in Trinidad (Photo Saura T)

Trinidad blues (photo Saura Terenziani )

Trinidad blues (photo Saura Terenziani )

Trinidad (photo Saura T)

Trinidad (photo Saura T)

Tardo pomeriggio in albergo, tre stelle, sul mare. C’è il tempo di fare il primo bagno della stagione, prendo la groupie e mi butto. Il mare in questa zona non è quello del nord,  qui raggiunge si è no la sufficienza, ma ci si adatta. Mi sdraio sul lettino ad asciugarsi al sole con un cuba libre in mano … la vita potrebbe andar peggio.

La cena si svolge in un ristorante affollatissimo, di nuovo mandrie di umani che si alimentano. Slavi, russi, canadesi … una calamità. Uomini in sandali con e senza calzino e in maglietta o in canottiera, donne vestite come se fossero le modelle di una sfilata di moda del cattivo gusto. Cuba, sempre dignitosa da questo punto di vista, è sfregiata da questa fiera della cafonaggine. La formula è all inclusive e una banda di croati prende possesso del bar ordinando tre drink ciascuno. Mi intrufolo, ordino un mojito,  ringrazio il barman e me ne fuggo lontano. Sto diventando misantropo.

E’ il primo viaggio che faccio con la groupie, ed è anche il suo primo vero viaggio di una certa importanza, la osservo alle prese con situazioni a lei tutto sommato nuove, vedo che si adatta senza tanti problemi, sorrido, che razza di donna è la groupie …

Groupie in Cuba (foto TT)

Groupie in Cuba (foto TT)

Jet lag blues: giovedì mattina, Trinidad,  sveglio alle 6 (il blues del fuso orario allenta la presa)

Lascio dunque la bella Trinidad, dopo un viaggio di circa due ore arrivo a Sancti Spiritus e rimango a bocca aperta. E’ la prima città di questa parte di Cuba che vedo per la prima volta e l’impatto mi esalta. Sempre stile coloniale ovviamente ma piuttosto differente da quello di Trinidad, comunque uno spettacolo.

Sitting and Thinking in Sancti Spiritus (Photo Saura T)

Sitting and Thinking in Sancti Spiritus (Photo Saura T)

José Marti blues in Sancti Spiritus (Photo Saura T)

José Marti blues in Sancti Spiritus (Photo Saura T)

Downtown Sancti Spiritus (photo Saura T)

Downtown Sancti Spiritus (photo Saura T)

Ripartiamo. Ci fermiamo a mangiare al Fiume Blu, al Rio Azul insomma, in piena campagna zona Ciego de Avila. Bella atmosfera campagnola e buon cibo. Un orchestrina suona su un palchetto sito di fianco a un fiumiciattolo per allietare gli avventori. Inizialmente non ci faccio caso,  penso sia il solito complesso mediocre alle prese con la muzak latino americana e invece dopo un paio di pezzi vengo attratto dalla loro proposta, una sorta di jazz-son suonato benissimo e molto, molto elegante. La groupie drizza le orecchie, il bassista deve essere il leader e suona molto, molto bene. Dopo qualche pezzo vado da loro e lascio 5 cuc e, nel mio spagnolo improbabile, li ringrazio per la bella musica. La cantante mulatta e i musicisti mi sorridono e mi inondano di gracias. Si avventurano quindi a mo’ di dedica per me in qualche evergreen italiano,  suonato con una delicatezza ed eleganza invidiabili. La groupie va a complimentarsi con il bassista, gli stringe la mano, lui, un tipo riservato e sulle sue,  è colpito. La cantante viene a chiederci se siamo musicisti e, una volta capito, ci spiega come sia importante per loro, i GENS, questo nostro apprezzamento. Ci tiene a sottolineare che stanno facendo il possibile per diversificati dai mille complessini cubani che fanno la solita roba commerciale.Rinaldo, credo che il bassista si chiami così, va al microfono e dice che il prossimo pezzo lo dedica a noi. E’ una splendida cavalcata strumentale dove si alternano in momenti solisti lui all basso, il trombettista, il pianista e i percussionisti. Un trionfo. Devo scappare, vado a stringe la mano a tutti i musicisti, la cantante mi bacia, mi chiedono il nome, opto per quello ufficiale “Stefano, Estèban…” ,” Ciao Stefano, buena suerte, buon viaggio”, ormai ci sentiamo fratelli, prima di scappare via dico ” viva Cuba, viva Italia, viva la buena musica, viva la revoluciòn”.

Gens, Rio Azul, Ciego de Avila, (photo TT)

Gens, Rio Azul, Ciego de Avila, (photo TT)

Che bello quello spirito di fratellanza.

Attraverso un altro pezzo di pianura cubana e arrivo a Camagüey, città spesso snobbata dai turisti. La visiterò stasera dopo cena e domattina, intanto mi sistemo in hotel, mi faccio una doccia e mi piazzo nel cortile interno a scrivere queste note sul tablet mentre sorseggio un daiquiri. Mucho gusto, Camagüey.

Writes of springtime in Camaguey (photo Saura T)

Writes of springtime in Camaguey (photo Saura T)

La sera dopo cena cerco il locale La Casa Della Trova, pago un cuc e vi entro. Sono insieme ad altri amici italiani conosciuti a Cuba. La atmosfera è quella da centro sociale ricreativo, o da dopo lavoro ferroviario,  tavolini posti in un bel cortile interno, il palco posto in fondo con i bagni alla sinistra e alla destra. Arriva il complesso, 13 anziani musicisti cubani  che sembrano usciti anch’essi da Buena Vista Social Club; 40 minuti di musica eccellente piena di verve. Il chitarrista fa spavento.

Casa Della Trova - Camaguey (Photo Saura Terenziani)

La Casa della Trova, Camaguey, aprile 2015 (photo TT

La Casa della Trova, Camaguey, aprile 2015 (photo TT

Mentre mi godo lo spettacolo, ringrazio il padre dei quattro venti che mi ha spinto fin qui e osservo la groupie che si gode ogni piccola sfumatura della musica, mi bevo l’ennesimo drink ed elaboro il fatto che sto cadendo in un vortice alcolico. Faccio mente locale, oggi ho già bevuto due birre, una piña colada, un mojito, un daiquiri e un cuba libre, ed è la media che sto tenendo da inizio settimana. Sopporto molto di più l’alcol e a volte non mi riconosco più.  Non ero io quello che fino a due anni fa era succube della dispepsia funzionale, quello che se beveva una bibita fredda se ne stava un giorno intero sul divano con nausea fortissima e con un mal di testa inimmaginabile, incapace di qualsiasi azione? E ora guardatemi un po’, butto giù drink alcolici on the rocks come se niente fosse, misteri del blues!  Rientro in camera, mi preparo per la notte, prima di coricarmi do un’occhiata al frigo bar, valuto se aprire una bottiglietta di rum … uhm … desisto,  per oggi va bene così,  chi mi credo di essere, Ernest Hemingway?

Jet lag blues: venerdì mattina, Camagüey, sveglio alle 5.30.

Camagüey fu costruita a mo’ di dedalo per disorientare i pirati, leggo che è consigliabile noleggiare un bici taxi e toccare le quattro o cinque piazzette caratteristiche che non potrebbero essere raggiunte con altri mezzi. La guida aggiunge che così si aiuta chi fa il bici-tassinaro.  Dopo un minuto mi sono già pentito, sono in imbarazzo … io e la groupie nei due posti coperti posteriori e il poveretto ad arrancare sui pedali per le stradine strette. Mi sento come il colonizzatore bianco e ricco che sfrutta l’indigeno o il negro. Il giro ad ogni modo vale la pena, Camagüey è assai particolare e ti regala in alcuni momenti il vero sapore di Cuba. Aiuta poi il fatto che la parte orientale dell’isola sembra ancora legata alla retorica della rivoluzione: cartelloni, installazioni, murales sono lì a ricordarlo spesso. Ogni volta che ne incontriamo uno io e la groupie incrociamo lo sguardo e ci scambiamo un veloce segno di assenso.

Camaguey (photo Tim Tirelli)

Camaguey (photo Tim Tirelli)

Camaguey (photo Saura Terenziani)

Camaguey (photo Saura Terenziani)

Camaguey (photo Saura Terenziani)

Camaguey (photo Saura Terenziani)

Home chat in Camaguey (photo Saura T)

Home chat in Camaguey (photo Saura T)

Inizia poi il lungo viaggio verso Santiago de Cuba lungo la carrettera Central.

Santiago bound (Photo Saura Terenziani)

Santiago bound (Photo Saura Terenziani)

Una breve visita a Bayamo e arriviamo a Santiago verso sera, prima di arrivare all’albergo sosta alla Plaza de la Revolucion (le piazze principali a Cuba si chiamano tutte così).

Jet lag blues: sabato mattina, Santiago,  sveglio alle 6,45 … inizio a riprendere il ritmo.

Santiago non è male ma non mi prende. Sì certo, la bella piazzetta principale, la casa di Velasquez, il municipio dal cui balcone Fidel fece il primo discorso, la via con le belle case dei francesi scappati da Haiti, ma il feeling non scatta. Però di prima mattina siamo alla Caserma Moncada, quella dove Fidel il 26 luglio 1953 tentò il primo assalto insieme ad un gruppetto di disperati.  L’operazione fallì dal punto di vista militare, ma dal punto di vista politico fu un successo, in quella mezz’ora l’epopea castrista e rivoluzionaria iniziarono il percorso.

Il museo all’interno dell’edificio con visita guidata e spiegazione in italiano e una cosa che non potevo perdermi. Sto attaccato alla bella cubana che ci spiega con sobrietà ma anche con passione la vicenda. Non mi perdo uno parola, mi emoziono, a tratti ho gli occhi lucidi. Riguardo i fori dei proiettili che ancora incorniciano l’esterno di quest’ala della caserma, caserma che ora è una bella scuola.

Caserma Moncada (photo Saura T)

Caserma Moncada (photo Saura T)

Raul Castro giovanissimo e imprigionato - Museo Moncada (photo Saura Terenziani)

Raul Castro giovanissimo e improgionato – Museo Moncada (photo Saura Terenziani)

Nel cortile attiguo c’è una festa, si celebra il 4 aprile, gli alunni avranno una settimana di vacanza, sono intenti a fare una sorta di saggio, bambini che ballano antiche danze francesi, i genitori tutt’ intorno che assistono … poi la festa termina, agli scolari viene dato un diploma in ricordo della giornata, qualcuno rimette musica cubane nell’impianto … genitori che ridono, bambini che corrono, il sole che batte forte, un sentimento di gioia che pare sincero … in quelle stanze e in quei cortili in cui vennero torturati e uccisi i ribelli sessant’anni fa.

Pranzo al ristorante vicino al Morro, il forte che difendeva l’entrata sul mare della città, una terrazza dove mangi all’aperto mentre contempli il mar dei Caraibi.  Nel ristorante ci è venuto anche Paul McCartney,  è tutto scritto sulle tovagliette di carta. Mentre gironzolo attorno a Santiago, la Sierra Maestra fa da contorno … al solo pensiero mi viene un brivido.  Devo tornare di nuovo a Cuba e fare le escursioni sulla Sierra nei posti da dove è partita la rivoluzione.

Sierra Maestra vicino a Santiago (photo Saura Terenziani

Sierra Maestra vicino a Santiago (photo Saura Terenziani

Pomeriggio di relax, risalgo da una bella nuotata nella piscina dell’albergo, mi sdraio sul lettino al sole e sorseggio una piña colada. Passa la groupie ” Dura la vita del rivoluzionario eh ?!” Già.

È sabato sera. Insieme agli amici italiani decidiamo di fare un salto in centro. Cinquanta minuti di passeggiata attraverso la città. Molti giovani in giro, tantissimi davanti alla discoteca da dove proviene pessima musica. Ma poi entriamo alla Casa della Trova e la musica diventa subito vera, profonda, sincera. Ancora una volta il Buena vista Social Club ti si materializza davanti. Il locale, 5 metri x 5, dove siamo stipati in parecchie decine è il posto più blues che io abbia mai visto dopo l’Old Absinthe House di New Orleans (sul cui modello fu ricreato il bar della cover di In Through The Out Door dei LED ZEPPELIN). Il bagno è un qualcosa di terribilmente caratteristico. Vi si accede dalla stanzetta adiacente, la porta di legno è a “tendine”, la privacy non è certo il massimo. Un metro e mezzo per un metro e mezzo, al centro un water, lo sciacquone che non funzione, la tazza ormai piena di piscio. Niente altro, nemmeno un lavandino. Vi vedo entrare anche alcune donne, non capiscono come facciano.L’esperienza però è fantastica. Sono in piedi appoggiato ad una porta laterale e osservo questi esseri umani quasi in preda all’isteria, alla fine di ogni pezzo tutti si spellano le mani, un trionfo per il gruppo.

La Casa Della Trova -Santiago De Cuba - aprile 2015 (photo TT)

La Casa Della Trova -Santiago De Cuba – aprile 2015 (photo TT)

Tre donne austriache di fianco a me continuano ad ordinare rum. Sono brille. Una di loro si mette a ballare con un nero nello stanzino accanto alla sala principale. Io sono appoggiato al varco di passaggio. Dietro di me un baretto derelitto, la atmosfera è da blues profondo del centro america, siamo nel 2015 ma sembra di essere in una epoca lontana. Una delle due austriache rimaste sedute attacca bottone al mio amico di Roma, di qualche anno più vecchio di me; si chiama come me, ma in quell’occasione si fa chiamare Francisco. E’ un tipo fantastico, entra in empatia con tutti in pochi secondi. Sta al gioco, si diverte, e gli piace entrare in contatto con l’umanità. La tipa lo punta, dopo un po’ gli chiede il nome dell’albergo in cui sta, Francisco si defila. Mi racconta la cosa, ci facciamo due risate, che si tramutano presto in una sorta di tristezza: le donne di una incerta età e sole a volte sono davvero disperate.

Usciamo, non resistiamo più al caldo e al tanfo di sudore-piscio-rum del locale. La groupie resta dentro a godersi fino in fondo il son cubano genuino. Nemmeno il tempo di uscire e Francisco è già lì che parla con due cubane. Certo, sono donne che cercano quel tipo di avventure, ma mi chiedo come faccia Francisco ad entrare in contatto così facilmente con tutti. E’ uno spettacolo d’uomo. Ripenso a quello che ho visto poco fa nella backroom del locale, due italiani di mezza età, più o meno miei coetanei ma che sembrano miei zii e vestiti appunto come lo zio Fedele, accompagnati da due giovani cubane tiratissime. Niente di cui sorprendersi, accade in tutte le parti del mondo, ma vederle abbracciate a due matusa un po’ sfigati mentre un po’ annoiate si bevono una bibita, mi fa male, molto male, e capisco che idealizzo troppo Cuba.

Santiago De Cuba (Photo Saura Terenziani)

Santiago De Cuba (Photo Saura Terenziani)

Santiago by night (photo Saura Terenziani)

Santiago by night (photo Saura Terenziani)

Santiago de Cuba blues (photo Tim Tirelli )

Santiago de Cuba blues (photo Tim Tirelli )

Santiago de Cuba blues (photo Tim Tirelli)

Santiago de Cuba blues (photo Tim Tirelli)

Domenica mattina, termina la settimana di tour, lasciamo Santiago diretti a Guardalavaca via Holguin. L’arrivo al resort Playa Pesquero è un po’ traumatico, per lo spirito. Dopo giorni passati on the road, rilassarsi un po’ non è affatto male, ma le comodità, i comfort e il lusso di questo bel cinque stelle stride con quello che abbiamo appena visto. Io e la groupie siamo un po’ in difficoltà, non è facile passare da una situazione all’altra senza un po’ di trambusto nell’animo. Mi dico che non mi devo sentire in colpa, che non posso cambiare il mondo, che dopotutto sto aiutando Cuba visto che il resort è per il 51% in mano allo stato e per il 49% in mano a privati, che lo stesso Fidel è venuto nel 2003 ad inaugurare questo bel complesso, e che è il turismo a tenere in vita Cuba … ma la sensazione di disagio persiste.

Il resort è grandissimo, più di novecento stanze, ad occhio e croce ci deve essere una media di mille/duemila presenze a settimana, ma non sembra, gli spazi sono enormi e a volte sembra sia deserto. Certo, il bar principale nella lobby alla sera è pieno zeppo di persone, lo stesso dicasi per il ristorante a buffet principale, ma se vuoi evitare le proposte dell’ animazione e la vita da turista standard puoi farlo e ritagliarti i tuoi spazi. Io e la groupie siamo fortunati, ci hanno riservato una stanza in una della case più vicine al mare, in più al primo piano, così evitiamo che animaletti entrino a trovarci.

Play Pesquero (Photo TT)

Play Pesquero (Photo TT)

La piscina è da mille e una notte e il mare davvero splendido. Me lo ricordavo bene, ma immergermi di nuovo in quelle acque smeraldo è una sensazione meravigliosa.

Piscina di Play Pesquero (foto di TT)

Piscina di Play Pesquero (foto di TT)

Playa Pesquero Beach (Photo TT)

Playa Pesquero Beach (Photo TT)

Meditabondo al mar dei Caraibi (photo Saura T)

Meditabondo al mar dei Caraibi (photo Saura T)

Mi ritrovo con alcuni amici italiani, il già citato Stefano-Francisco, Elisa, Paola, Franca, Michi e Gabri. I primi quattro partiranno a metà settimana, mentre noi rimaniamo fino a domenica. L’unica escursione che faccio è quella sul katamarano, con snorkeling e bagno coi delfini in una delfinario naturale sito in una baia sul mare. Non avevo considerato il fatto che navigare su quel tipo di imbarcazioni mi rende seasick, così non mi godo appieno la gita, ma riesco ugualmente a sfangarla. Un tuffo con maschera e pinne per vedere quel po’ di pesci colorati che ci sono da queste parti e poi il bagno con i delfini. Nel gruppetto siamo io, la groupie, Franca, Michi e la Gabri; l’istrutture ci affibbia una delfina chiamata Doris (penso subito alla mia amica e collega Simona che in ufficio tutti chiamiamo Doris appunto). Anche qui io e Saura ci facciamo qualche scrupolo, delfini ammaestrati e pazienti che giochicchiano con i turisti, non ci sentiamo esattamente a nostro agio, ma il delfinario non è male, è ampio, è sul mare, e qui ci portano anche i bambini con problemi per un po’ di Dolphin Therapy; organizzano queste escursioni coi turisti proprio per sostenere economicamente la struttura. Con questa giustificazione io e Saura cerchiamo di goderci il momento, perché dopo tutto giocare con un delfino non è una esperienza da poco. Un ultimo bacio a Doris e di nuovo sul katamarano.

A Salty Dog - sul Katamarano  zona Guardalavaca (foto Saura T)

A Salty Dog – sul Katamarano zona Guardalavaca (foto Saura T)

La settimana a Playa Pesquero mette sul piatto un paio di questioni: la Deriva Alcolica e il Problema Canadese.

DERIVA ALCOLICA: anche qui bevo più del solito. Almeno due birre e in media quattro drink (tutti a base di rum) al giorno. Una sera dopo cena mi sparo un margarita, e poco dopo Michi mi porta un Santiago 11 (rum invecchiato). Non sono duro da grattare, ma la groupie deve guidarmi fino alla nostra casetta. Non perdo mai il controllo ma rimango in quella bolla di quasi felicità dove tutto è più bello. Se aggiungiamo che per quindici giorni mi scordo completamente di internet, del lavoro, di Sky, dell’Inter, di quello che succede nel mondo, direi che ho quasi raggiunto il nirvana. Non mi scordo del tutto del Rock, non so perché ma ho in mente PRESENCE, e avrei una voglia matta di ascoltarlo, ma sul telefonino ho solo PHYSICAL GRAFFITI, ITTOD (according to TT) e una manciata di altri dischi (BILLY JOEL, ELTON JOHN, RICK DERRINGER, BAD CO, YES, JOHNNY WINTER, UFO, RICK WAKEMAN, CLAPTON. VAN HALEN, WHO e GENESIS). Ma dopo tutto lanciare la modalità random, contemplare il mare e bere un bel drink on the rocks è un gran bel vivere.

IL PROBLEMA CANADESE: avevo letto su internet qualcosa a proposito, ma non vi avevo dato il giusto peso. Il 30% del turismo di Cuba è costituito da canadesi e fin qui niente di male, il fatto è che, come dice Alejandro – il cubano che si occupa degli italiani nel resort- una volta che atterrano a Cuba i canadesi si trasformano. Evidentemente passare dai -30 ai +30 gradi li stordisce. Così, li vedi tutti, e dico tutti, passeggiare per il resort con dei thermos. Caffè? Acqua? Macché, sono pieni di cuba libre, di daiquiri, di mojito. Roba da non credere. Alle sette e mezza hanno già occupato tutti i posti della piscina, bivaccano lì fino alle 16, bevendo a più non posso, fanno una salto in stanza e alle 18 (alle 18!) sono tutti a tavola pronti per la cena. Dalle 19 alle 24 li trovi seduti ai tavoli o ai divani del bar principale della lobby a sorseggiarsi un drink (alcolico) dietro l’altro. Quei pochi che vengono in spiaggia, si tengono sempre stretto il loro thermos. Alcuni fanno addirittura il bagno con esso. Uno invece del thermos ha un boccale di birra da una pinta con un coperchio in metallo con annessa cannuccia. Dentro vi sono due/tre piantine di menta, e ogni volta che il bicchiere si svuota va al bar a riempirlo di mojito. Sono basito. A colazione mi capita di vedere due donne sui trentacinque anni, bersi un cappuccino e poi un prosecchino a testa. Mi guardo in giro e vedo che su altri tavoli di sono dei calici pieni di prosecco. Sono le otto di mattina.

Questa formula dell’all inclusive mi sa che reca danni, certo è comoda, ma chi non riesce a contenersi è destinato ad una brutta fine. Come buona parte dei nord americani almeno il 50% dei canadesi è sovrappeso, per non dire obeso, e vederli gonfiarsi senza sosta di drink è triste. Non parliamo poi del cibo che ingurgitano, a colazione è frequentissimo vedere piatti stracolmi di frittata, bacon e patatine fritte, e si tratta di uomini e donna di almeno (e ripeto almeno) 100 chili. Ho sempre pensato ai canadesi come ad un popolo civile, riservato, illuminato, ma devo ricredermi. Non fanno troppo casino, ma non sono un bello spettacolo. Poi, alla sera mentre percorri i romantici vialetti che portano alla tua casetta, tra cieli stellati, brezze marine e sguardi languidi, li vedi barcollare e fermarsi a pisciare sulle aiuole perché non ce la fanno a trattenerla fino al prossimo lavatory, oppure lasciare bicchieri mezzi pieni sui bei vasi che ornano i vialetti, tanto che gliene importa, ci pensano poi gli schiavi cubani a rimettere tutto a posto. Poveri canadesi, che misere vite che devono avere.

Gli amici che ho incontrato in questa Cuba adventure, una volta capito che sono un appassionato dell’argomento, mi hanno spesso fatto domande sulla storia della rivoluzione castrista, a volte mi sono fatto prendere dal fervore guevarista che mi pervade e mi sono lasciato andare ad approfondimenti intensi, spero di non averli annoiati, ma direi di no dalla continua attenzione che dimostravano. Tutti mi hanno chiesto un consiglio su quale libro leggere a proposito, a tutti ho consigliato “Che Guevara – una vita rivoluzionaria” di JOHN LEE ANDERSON, giornalista americano del Time che per cinque anni studiò a fondo la vita di Guevara e la rivoluzione cubana. E’ una biografia sobria, veritiera, ben fatta, scritta da un americano, lontano perciò da certe partigianeria tipiche di alcune biografie scritte da autori sudamericani.

Una cosa che ho visto confermata è l’ossessione che hanno tutti con il tipo di vita che fanno i cubani. Non è certo un bel vivere, ma noto che il sottolineare continuamente la cosa succede solo con Cuba. Io non ho girato molto, ma qualcosa l’ ho vista, e non mi pare ad esempio che gli egiziani, i maldiviani, gli abitanti di Capo Verde o di Zanzibar se la passino meglio. Ma non ho mai sentito nulla a riguardo, se non qualche veloce considerazione. Con Cuba invece tutti a pontificare. Sembra quasi che non si sia capaci di considerare null’altro che un sistema capitalista. A Santo Domingo, ad Haiti, in Giamaica, i poveri fanno una vita di merda ma nessuno si scandalizza come si scandalizza con Cuba. Fidel ha le sue colpe, nessuno lo mette in dubbio, ma credo anche che cinquant’anni (cinquanta!) di embargo avrebbero affossato qualunque nazione. E poi non dimentichiamo che a Cuba la alfabetizzazione è al 100%, la percentuale di laureati è al 27% (in Italia siamo al 22%), le cure sanitarie garantite a tutti e di livello altissimo se comparate con quelle del centro e sud america, e la mortalità infantile è tra le più basse al mondo (stessa percentuale del Canada ad esempio). Certo occorre cambiare, Raul lo sta facendo, il popolo ha bisogno di tante cose, ma lo stesso vale per tanti, troppi paesi.

Forse sono di parte, ma mi pare di riuscire a notare in parti eguali i pro e i contro. Alla fine quello che conta è che Cuba la sento dentro di me e che venire qui mi rende la vita migliore. L’ultimo giorno inizio a sentire turbamenti. L’ultimo bagno, l’ultimo sole e poi al pomeriggio il pullman per Holguin. All’areoporto la fila per il check in è lunga. Una parte del nastro trasportatore non funziona, e tutto va avanti a singhiozzo. Capisco solo alla fine cosa sta succedendo, quando vedo il mio amico Michi, d’accordo con la cubana che sta allo sportello, che si mette a spostare le valige bloccate in zona check in. Roba da matti: quello che non funzionava erano solo i primi metri di nastro trasportatore. Bastava che uno degli addetti spostasse via via le coppie di valige dei passeggeri che di volta in volta si presentavano allo sportello per risolvere il tutto. Invece, quasi nessuno interveniva, nemmeno i passeggeri davanti agli sportelli che da quella posizione avrebbero dovuto capire tutto. Si sparge la voce che non ci sono più posti vicini, impreco, passare nove ore e mezzo a fianco di uno sconosciuto in classe economica mi pare una tortura. Tocca a noi. In un misto di italiano, spagnolo, inglese chiedo con la massima gentilezza se per noi e nostri amici c’è la possibilità di avere quattro posti vicini. La cubana, evidentemente grata a Michi dell’aiuto, fa un cenno con la testa, stampa i biglietti e mi indica le posizioni. Capisco che sono vicini, ma deve esserci qualcosa d’altro, il suo sguardo, serio ma ammiccante deve avere un secondo significato. Ci rechiamo di corsa a pagare le tasse e poi al controllo passaporti e bagagli a mano. Giusto il tempo per andare in bagno ed è già tempo per imbarcarsi. Non ho nemmeno un momento per spendere gli ultimi cuc rimasti. Saliamo sull’aereo e li scopriamo il perchè dell’ammiccamento della cubana allo sportello: ci ha messi in “blue class” (la business class della Blue Panorama). Con Michi e Gabri ci abbracciamo, non ci pare vero. Sciampagnino, menù, cena niente male, gambe allungate quanto vuoi, e bella dormita dalle 23 alle 5. Tutti dovrebbero volare in questo modo.

Tim in Blue Class (photo Saura T)

Tim in Blue Class (photo Saura T)

Chiedo alla groupie che voto da alla vacanza, “9” mi risponde, il 10 sarebbe arrivato se fossimo riusciti a cenare con Raul Castro, ma evidentemente il comandante in jefe del momento è troppo occupato con Barack …

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Ad ogni modo ripensando al viaggio e alla vacanza, devo dire che tutto è andato bene e che sono molto soddisfatto di quanto ho fatto, visto, goduto. Cuba ha avuto un effetto notevole sul mio spirito, sul mio corpo, sotto tutti i punti di vista, e sottolineo tutti. Sì, perché anche dal punto del sexual drive, mi sono ritrovato di colpo ventenne. Che cazzo di effetto hanno i viaggi, i nuovi orizzonti, le piccole avventure come queste. Hasta siempre, Cuba.

POSTILLA:

siamo tornati ormai da quattro giorni, ma non riusciamo a liberarci dal Cuba blues. Saura ha persino pubblicato un breve video su youtube con foto e brevi riprese, video che allego qui sotto. L’Emilia ci va stretta in questi giorni, io mi sento un po’ soffocare, avrei già voglia di ripartire, ma l’heat of the moment passerà e spero di mettermi tranquillo, almeno per un po’, perché so che prima o poi tornerò.

CATTIVA COMPAGNIA Stones Café 20/03/2015

24 Mar

L’ho già scritto, fare pochi concerti rende ognuno di essi un piccolo evento per la mia vita blues, e lo è anche questo che tengo al prestigioso STONES CAFE’. Prestigioso sì, perché è uno dei pochi locali in cui anche un musico miserello come me si senta, per un sera, realizzato, locale dove vieni preso sul serio, locale dove passano musicisti di peso (ultimamente il chitarrista di ROD STEWART, no, tanto per dire). Col gruppo ci prepariamo al concerto con un paio di prove. Non sono tante, ma la vita, il lavoro, le situazioni non permettono altro. Di solito proviamo al Little Piggery (il Porciletto, insomma) di Lele, ma causa inagibilità una delle due sere ci troviamo in una sala prova in zona. La serata si trasforma ben presto in una delle peggiori prove con gruppo che abbia mai fatto. Ambiente poco ospitale, sala prove che spegne il suono, amplificatori per chitarra orrendi. Il mood del gruppo si affloscia, suoniamo male e abbiamo dei suoni così malamente distorti che suonare diventa un supplizio. Tornando a casa uno pensa solo a smettere definitivamente. La volta successiva alla Little Piggery Rehearsal Room, le cose vanno meglio, ci riappropriamo dei nostri suoni, delle nostre vibrazioni, dei nostri umori elettrici. Venerdì venti, alle 18,45 mi ritrovo allo STONES. Mike Bravo, commentatore pilastro di questo blog e amico di lunga data è già lì, Bonònia la dotta dista giusto qualche km. Poco dopo arrivano Lele, Lorenz e Pol. Sistemiamo le nostre cose sul Palco, Frank (il titolare, già chitarrista dei ROLLS DOLLS) ci dà una mano e poi partiamo col soundcheck.

CC Stones Café 20-3-2015 - soundcheck  - foto Simon Neganti

CC Stones Café 20-3-2015 – soundcheck – foto Simon Neganti

Una volta finito, inizia ad arrivare la gente, tra cui una parte degli Illuminati del Blues, le Stonecity girls e amici vari. E’ bello vedere tante facce amiche. Ceniamo, un veloce servizio fotografico con Sarwooda ed è ora di salire sul palco. Mentre lo faccio non posso non pensare che stasera è l’equinozio di primavera, che oggi è il giorno dell’eclissi di sole e che io faccio un concerto… un segno del blues. Si apre il sipario, Lele batte il quattro (o meglio, il tre) e WAR PIGS apre le danze.

CC Stones Café 20-3-2015   - foto Simon Neganti

CC Stones Café 20-3-2015 – foto Simon Neganti

L’inizio vola via veloce dopo di che, come ogni tanto accade, arriva la botta di stanchezza dove paghi i travagli e le tensioni della settimana lavorativa. A Lele prima di salire sul palco cola sangue dal naso, e adesso quando mi avvicino per chiedergli se è tutto okay mi dice che non si sente bene, gli dico di bere molta acqua, lui mi risponde in puro stile John Bonham “Sé, ma po’ am pès adòs!” (Lele suonerà il miglior concerto di sempre da quando è con me, dal 2002 dunque). Mentre son lì che suono e ascolto quello che fa, a volte mi scappa da ridere, sarà anche senza energie ma la Tigre della Sacca stasera spacca il culo…

LELE - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

LELE – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Controllo Saura, è stranamente statica, con la faccia un po’ sofferente. Mi dice che è spossata, e che tiene le energie per restare concentrata sul basso e sui cori. Nel pomeriggio le avevo detto di mettersi un’ora sul divano e riposarsi, ma la Wonder Woman di Borgo Massenzio non ha tempo per queste cose, è una super eroina a tempo pieno dopotutto (Saura sarà quella che alla fine riceverà più complimenti di tutti). La guardo la reggiana dagli occhi di ghiaccio, la settima moglie di Enrico VIIIla nostra superfiga… non posso che esserne orgoglioso.

SAURA - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

SAURA – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

L’usignolo Pol se ne sta lì in mezzo a cinguettare, ogni tanto mi avvicino ma non ho idea di come stia vivendo il concerto… però sento che il Brad Delp di Correggio, lo stallone reggiano, ci dà dentro.

Pol - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

Pol – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Dall’altra parte del palco osservo il mio fratello di blues, il Rick Derringer di Vignola, l’uomo che non ha bisogno di presentazioni, l’ineguagliabile, l’inarrivabile, l’inspiegabile LORENZ. Mi basta incrociare lo sguardo con lui per sentirmi a posto. Lor potrebbe letteralmente essere mio figlio, ma quando l’Hard Rock Blues ti lega in quel modo, la differenza di età è una quisquilia. Marshall, Gibson Les Paul, Ray Ban, Johnny Winter… di cos’altro ha bisogno un’amicizia?

LORENZ - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

LORENZ – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

E poi, all’altra chitarrina ci sono io, lo smilzo di Nonantola, Tim Tirelli, oh yeah baby, that’s what I am. E’ buffo come uno cerchi di stare in controllo, di dire okay adesso c’è lo stacco, oppure i giri del riff in La sono quattro o ancora ecco c’è l’assolo e pigio il pedalino del booster ma poi quasi come per un disegno beffardo del demonio, lo stacco non lo fai, di giri del riff in La ne fai solo tre e invece del booster pigi un pedale sbagliato, meglio allora inserire il pilota automatico, gettare la mano, lasciare che l’eclissi batta sul tuo viso e seguire la corrente.

TIM - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

TIM – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

E bello suonare certe cover, non mi sembra ci siano tante band qui in giro che suonino i BLUE OYSTER CULT, i MOTT THE HOOPLE e la BAD COMPANY, ma io sono qua per i quattro nostri pezzi originali.

CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Sì, lo so che durante i nostri brani la gente magari va in bagno o fa una capatina al bar, ma per un songwriter è una cosa di vitale importanza. BELLEZZA D’ARIA PURA, LA SVEGLIA, QUEL CHE CANTAI, PIOVE STAMATTINA sono il motivo per cui mi trovo qui, sul palco dello Stones Café Music Club.

SAURA & TIM - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

SAURA & TIM – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Per CAN’T GET ENOUGH chiamiamo sul palco Picca. E’ dai tempi del WIENNA (music club storico di Mutina) che non divido un palco con lui, qualcosa come 23 anni fa. Farlo poi mentre siamo alle prese con un pezzo del mio eroe MICK RALPHS, è bellissimo. Thank you Pike.

PICCA - CC Stones Café 20-03-2015 - Foto Simon Neganti

PICCA – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti

Lo sprint finale è una accelerazione mica male: ROCK AND ROLL, LET THERE BE ROCK, TRAIN KEEP A-ROLLIN’, WHOLE LOTTA LOVE (con la coda di STARSHIP TROOPER che funge da base per la presentazione e dove Saura può finalmente liberare i suoi pruriti Squireiani e far vedere che razza di gran bassista sia) e i due bis THE OCEAN e HEARTBREAKER. Suonare allo Stones significa anche che dopo lo show Frank ti fa portare da bere e un piatto di frutta ben tagliata nel backstage. Sono quelle piccole cose che ti rimettono a posto, che spazzano via i blues. Saluto poi gli amici che sono venuti e che devono andare, è un peccato essere stato un po’ sfuggente e non avergli dedicato più tempo, ma fra una cosa e l’altra non riesci a seguire tutto. Poi d’un tratto entro nella dimensione astratta, fisicamente sono lì ma il mio spirito vaga per le blue highway cosmiche. Mi getto sul divano del backstage. Arriva l’amico Jaypee e poi arriva Flash, il batterista degli STICKY FINGERS LTD. Flash lo conosco da alcuni anni, ma non abbiamo mai approfondito l’amicizia. Mi fa i complimenti per il concerto e poi si sofferma sui nostri pezzi. Inizia a parlarne e man mano che va avanti scopro quanto lui sia interessato alla cosa, fa una veloce analisi, qualche paragone e poi riassume il tutto – a proposito dello stile compositivo – con “un leggero riffetto e un velo di malinconia”. La descrizione non fa una grinzaE chi se lo immaginava Flash così interessato alle canzoni Rock cantate in italiano? Gianluca, presente in sala con sua moglie, scrive un messaggio su facebook: “Io non capisco una fava di musica ma per me i Cattiva Compagnia dovrebbero suonare tutti i weekend. Bravo Tim, bravi tutti, splendida serata.” Ora, non sono certo qui per cantarmela e suonarmela da solo, ma Gianluca è uno che di musica ne mastica parecchia, e che scriva una cosa del genere mi colpisce molto. Sarwooda mi confessa che quando abbiamo fatto QUEL CHE CANTAI, il nostro pezzo, ha dovuto interrompere di far foto e sedersi perché si era emozionata. Lorenzo Stevens mi riassume con precisione i punti caldi dello spettacolo, punti che non sto riportare perché poi davvero finirei per lodare indirettamente il mio gruppo, ma tra quei punti c’è anche questo: ” la grintosa LA SVEGLIA, molto apprezzata anche da Laura, rock all’italiana che dà 10 a zero a Ligabue”. E così il mio status di autore almeno per stasera si solleva un po’ da terra. E’ difficile lasciare lo Stones Cafè stanotte, quando entri nelle ore piccole tutto si fa più sfumato e tenero. Abbraccio i miei compari, abbraccio forte FRANK e REINZ, saluto lo staff del locale, prendo la groupie e salgo sulla blues mobile. Esco da Vignola e inizio ad attraversare quella fetta di pianura che mi separa da Regium Lepidi. La notte, le luci dei semafori e dei lampioni, le stelle in cielo. Sono quasi le tre, la blues mobile rolla placida sulle strade deserte, la groupie dorme. Entro in autostrada, osservo gli autotreni che mangiano chilometri e che sicuramente vanno molto lontano. Penso al fatto che se non ci saranno impedimenti dell’ultima ora, tra pochi giorni partirò per Cuba. Primo viaggio dopo sette lunghi anni. Non so se me lo merito come continuano a dirmi gli amici, ma cercherò di godermelo tutto. E’ anche il primo viaggio che faccio con la groupie, chissà come sarà la Wakeman woman fuori dai confini italici. Nemmeno il tempo di finire il pensiero ed è ora di uscire. Campogallo sonnecchia, un pezzo di campagna nera e mi ritrovo di nuovo nel posto in riva al mondo. Faccio salire la groupie, io scarico l’armamentario. Sono le 3,30, due macchine arrivano nella casa lì poco lontano, sono i due vaccari che iniziano il turno nella grande stalla lì vicino. Respiro la notte, faccio un giro dietro casa, da lontano l’eco delle poche auto che sfrecciano sull’autostrada che a circa un km da me taglia in due la campagna. Mi godo questa bolla notturna di pace. Salgo in casa. La groupie è crollata. Io non ho sonno, il rock and roll è ancora in circolo, sarebbe il momento del party post concerto. Invece mi infilo sotto le coperte, prendo in mano l’ennesimo libro di GREG ILES che sto leggendo. Spengo la luce alle cinque meno dieci. Socchiudo gli occhi, le luci del Richfield Coliseum si stanno spegnendo, sono su una limousine, il manager si assicura di chiudere le sicurezze delle portiere, le luci della città brillano così forte mentre le attraversiamo, le attraversiamo, le attraversiamo… Cleveland, goodnight.

Richfield Coliseum

Richfield Coliseum

Record collection blues

19 Mar

Con il 2015 è arrivato forte, potente, il “record collection blues”. Ho esitato a parlarne sino ad oggi, ma il trend è ormai costante, la linea tracciata: udite, udite, Tim Tirelli sta smantellando la sua collezione di dischi (e non solo). Che poi non è esatto perché non sono mai stato un collezionista. Non ho mai speso cifre folli per 45 girio rari, non ho mai avuto (in LP) tutte le sei copertine di ITTOD, non ho mai comprato t-shirt della mia band preferita per poi riporle imbustate nei cassetti, no, io ho sempre “vissuto” quello che compravo, certo, non sono nemmeno il casual fan, ho sempre ricercato la versione definitiva dei dischi che mi hanno formato ( Julia diceva che io ricerco sempre “il bello, la perfezione”), in alcuni momenti della mia vita le deluxe edition e i cofanetti di CD hanno avuto la priorità su quasi tutto, ma ora no. Oh, li compro ancora, ho ancora tanti vuoti della mia esistenza da colmare, ma sono molto più selettivo.

le sei cover di ITTOD

le sei cover di ITTOD

Ho iniziato con la cosa più facile: i bootleg dei LZ. Quasi tutti non sono originali, ma copie in cdr, scaricati in qualità lossless da internet, con tanto di copertina e stampa sul dischetto. Che me ne faccio di più versioni dello stesso concerto? Prima uscita soundboard, remaster a cura di soiamè, matrix (ovvero soundboard miscelato con la fonte audience), secondo remaster a cura di un altro soiamè…ne tengo una e sono a posto. Quindi ho tagliato i bootleg audience di qualità audio mediocre, tanto non li avrei mai più ascoltati. Certo, non è stato facile, a volte cadi ancora nel giochetto di “ma se poi devo scrivere il libro definitivo dei LZ, mi servono quanti più riferimenti possibili, non posso darli via”, ma poi rinsavisci e ti dici “ma quando mai qualcuno ti commissionerà il libro definitivo sui LZ?”. Ed è così che ho iniziato il primo passo. decine e decine di bootleg dei LZ regalati ad un amico.

Secondo step: bootleg (sempre non originali) di altri artisti. Ho tenuto solo quelli di qualità molto buona di gruppi a me cari, dunque ELP, BAD CO, FREE, JOHNNY WINTER, EDGAR WINTER e poi JEFF BECK, EAGLES , GENESIS, PFM, FRANK MARINO, PINK FLOYD e così via.

Terzo step: cd originali jewel case. Ma sì, due cd dei PENTAGLE che non ascolterà mai, CONCERT FOR GROUP & ORCHESTA dei DEEP PURPLE che mi ha sempre annoiato, tutti i dischi post 1979 dei FLEETWOOD MAC, i bootleg ufficiali dei LYNYRD SKYNYRD, dei MARILLION me ne basta uno, FUGAZI lo regalo a Biccio, FOREVER e MADE IN HEAVEN dei QUEEN, dischi inutilI che non infilerò mai nel lettore, album di oscuri bluesman neri anni 20/30/40…meglio darli a Riff, GOOD TO BE BAD e FOREVERMORE degli Whitesnake sono così brutti che è meglio gettarli nel cestino direttamente.

Arrivato a quel punto, sei quasi preda di una furia iconoclasta. Inizi a pensare alla tua età, alla percezione del limite, al fatto che non hai figli a cui affidare la tua legacy, ma poi, se anche li avessi, conterebbe qualcosa? Confrontandomi con amici, italiani ed americani, che hanno figli, ho scoperto che pure loro fanno di questi pensieri, che i loro figli in massima parte non sono interessati alla cosa, amici che immaginano che un giorno che non ci saranno più tutto verrà impacchettato e venduto, regalato, gettato (d’altra parte io non ho appena fatto lo stesso con le cose di mio padre e di mia madre?).

E allora, in quel momento di debolezza e incazzatura, posi lo sguardo addirittura sullo scaffale delle DELUXE EDITION e delle confezioni DIGIPACK e inizi a tirar fuori la zavorra:

il LIVE con l’orchestra del 1972 versione giapponese K2-HD dei PROCOL HARUM (noioso), il bootleg ufficiale degli ELF, il disco deglli AFFINITY con JOHN PAUL JONES (preso durante una fiera del disco di Modena nello stand del toscano specializzato in prog di seconda fascia, folk inglese inzio settanta e blues psichedelico, ascoltato una volta e riposto nel mobile) i dischi di BONAMASSA che mi annoia a morte, SF SORROW dei PRETTY THING che per me è un disco lofi, LIVE IN THE SHADOW OF THE BLUES e LIVE AT DONINGTON 1990 degli WHITESNAKE che sono due live inutili e dannosi.

Ho dato agli amici sporte di roba, ma il numero di Cd è ancora ad un livello intollerabile: 2700. Devo farmi forza e arrivare a 1000. Ce la farò? Chissà.

Intanto ho già iniziato a guardar male alcuni cofanetti, presto voleranno dalla finestra. Ittod* sta prendendo il sopravvento su Stefano*e Tim* ormai non reagisce nemmeno più.

Se non altro sono riuscito a compattare quasi tutto in quattro scaffali e mezzo (tranne quei maledetti box set grossi come un baule, tipe le prime tre maledette superdeluxe edition dei LZ che non stanno da nessuna parte, il cofanetto di RAM di Macca, La radiona dei CLASH, e gli scatoloni di BURT BACHARACH, AEROMISTH, JEFF BECK, ROBERT JOHNSON, DARK SIDE OF THE MOON e qualcos’altro)…

Gli scaffali di Tim dopo la sfuriata di Ittod

Gli scaffali di Tim dopo la sfuriata di Ittod

Ho fatto lo stesso con i dvd musicali, e l’altra settimana ho iniziato con i libri sui LZ. Per il momento sono riuscito a toglierne una decina, spero di avere la forza di continuare.

Il problema ora è, che farne? Dovrei metterli su ebay, ma chi ha voglia di star dietro alla cosa e poi di andare in posta a spedirli una volta venduti?

Va mo là che diventare un uomo di blues di una incerta età è un bel problema.

* https://timtirelli.com/2014/11/13/limpulso-irrefrenabile-di-disfarsi-di-certi-cd/

Traslocando

16 Mar

Dopo parecchie telefonate, il fondo che gestisce l’appartamento dove ha vissuto Brian gli ultimi 12 anni, si degna finalmente di darci una risposta, riusciamo così a trovare un accordo per restituirlo nelle prossime settimane senza continuare a pagare l’affitto fino all’estate. Un sollievo da una parte e un ulteriore sforzo dall’altra: svuotare i rimasugli della famiglia Tirelli, spiritualmente, non è cosa facile.

Non tante le cose da tenere, qualche mobile, qualche servizio di cristallo o ceramica ricevuto da miei in regalo il giorno delle loro nozze, e quei piccoli oggetti che riportano alla mente l’infanzia, l’adolescenza, l’idea di famiglia felice. Diligentemente divido il tutto con mia sorella e nel farlo un groppo alla gola mi fa compagnia. Il ricordo di mia madre è sempre vivissimo anche dopo 22 anni.

Mother Mary 1958

Mother Mary 1958

Per il trasloco ci accordiamo con una coppia del sud titolari di una azienda traslochi/vendita mobili usati. Il tipo mi ricorda Filo Sganga, il gallo antropomorfo dell’universo Disney Italia, rigattiere sempre in cerca del migliore affare…

Filo Sganga

Filo Sganga

In questi tardi pomeriggi ogni tanto vado nell’appartamento a sistemare le ultime cose. Tra scatoloni, piatti, cianfrusaglie e vecchi vestiti da buttare mi do da fare in modalità “indaffarato”, poi d’un tratto mi fermo, e soppeso il momento. Guardo la vasca dove mille volte ho fatto il bagno a Brian, la camera dove la domenica sera lo mettevo a letto, il divano dove le domeniche pomeriggio ci mettevamo a guardare un film su Rai Movie o un documentario su Rai 5. Non sono legato a questo appartamento, non abbiamo un casa di famiglia di proprietà a cui legare tutte le fasi della nostra vita, ne abbiamo cambiate diverse di case, eppure mi prende la nostalgia per queste misere mura che sono state l’ultima idea di focolaio per Brian.

Va bene essere un uomo di blues e dunque incline alla malinconia e alla nostalgia, ma mi pare di iniziare a commuovermi per un nonnulla. Il fatto è che sono tutte fasi della vita che si chiudono che ti fanno riflettere, che mettono sempre più in evidenza la percezione del limite (© Julia). Mi asciugo gli occhi, per oggi ho già bluseggiato abbastanza. Salgo in macchina. Sono in uno di quei momenti in cui nessun cd mi va bene. Slitto su Radio Capital, DALLA canta MILANO. Ecco ci voleva solo quello. DALLA mi piace molto ma mi mette sempre in un mood bluesy, un po’ come il DE GREGORI dal 78 in poi e il BATTISTI di PERCHE’ NO…

Finisce il pezzo e poco dopo parte ELTON JOHN con DON’T LET THE SUN GO DOWN ON ME, proprio mentre esco dalla città e, a rilento nel traffico della tangenziale, un velo di nubi incornicia uno di quei tramonti insipidi da fine inverno.

Quando posso mi fermo da Brian, lo trovo in forma, un po’ spernigato ed arruffato ma in forma. Sì, il vecchio si è ripreso, parla a tutto spiano, la sintassi da alzheimer non è di facile comprensione, ma mi basta guardarlo negli occhi per capirlo…

Brian e Tim - Marzo 2015

Brian e Tim – Marzo 2015

Il giorno del trasloco vero e proprio arriva pallido e senza fiato; Filo Sganga e i suoi scagnozzi si danno da fare mentre io faccio su e giù con i sacchetti che vanno nel pattume indifferenziato. Porto anche sei o sette grandi sacchi di vecchie lenzuola, vecchi asciugamani e cose simili al contenitore dei vestiti usati della Caritas. Tutte cose tenute da mia madre per decenni e che ora prendono il volo in un batter d’occhio. Fotografo l’appartamento e qualche vecchio mobile, per avere uno straccio di ricordo, poi,  nel tardo pomeriggio, tutto finisce. Ritorno dopo un paio di giorni per controllare che la signora delle pulizie abbia fatto il suo dovere, per prendere le ultime cose,  dopo di che consegno le chiavi a mia sorella, lancio uno sguardo veloce all’appartamento ed esco. Goodbye Brian’s flat.

Venerdì, la sera in cui gli EQUINOX fanno le prime prove dopo sette anni con le tastiere. Già, era dal 2007 che non suonavamo pezzi come KASHMIR, STAIRWAY, SIBLY e MMHOP. Saura ha impiegato più di mese per rimettersi in onda, per sincronizzare mani e piedi rispettivamente su tastiera e pedaliera basso. Il risultato non è male, a tratti sembrava che si sia mai smesso. Mentre suoniamo e cerchiamo di riappropriarci di certi automatismi, osservo Saura, tutta intenta a suonare contemporaneamente piano e pedaliera basso. Che brava, che musicista! Pol in Kashmir parte morbido, ma una volta scaldato molla gli ormeggi, lo sento arrivare alle vette altissime di MMHOP: che razza di ugola d’oro che ha. Lele poi è sempre il mio batterista preferito. Ad un certo punto, per scherzare, Saura parte con l’intro di I’M GONNA CRAWL.

Lele è un po’ spiazzato, non se la ricorda, mentre l’intro di tastiere prosegue provo a canticchiarli il tempo, Lele intuisce al volo e al mio via parte con il tempo di quel pop blues che tutti i fan dei LZ portano nel cuore. Non è che sia un tempo difficile da tenere, è un blues alla Bonham, ma bisogna sapergli dare il senso giusto, la vibrazione corretta, la dinamica perfetta, e in questo Lele è insuperabile. Mentre mi aggrego con la chitarra alla jam session, provo forti emozioni… I’M GONNA CRAWL è uno dei “miei” pezzi.

Riprendere in mano la doppio manico non è facilissimo, troppo tempo che non la suono, così tendo ad incespicare sul manico con le corde doppie, ma indossarla – sebbene sia una chitarra scomoda – è sempre una bella sensazione.

Tim's guitars

Tim’s guitars

La sensazione è meno bella quando bisogna smontare, caricare, montare, smontare e scaricare tutto l’armamentario sulla e dalla blues mobile. Ah, vita da operaio (precario) del Rock!

Il giorno dopo è sabato, vado a trovare Brian. Mentre mi faccio il solito pezzo di pianura mi ascoto JONI MITCHELL. Con lei ho un rapporto controverso. Non ho la stessa fascinazione che avevano per lei JIMMY e ROBERT, la “regina che canta e che suona la chitarra” di GOING TO CALIFORNIA. Un paio di suoi album però li amo e in più sono legato ai due che comprai in diretta, MINGUS e WILD THINGS RUN FAST, ma c’è qualcosa che mi tiene distante da lei. In primis il fatto che poco più che ventenne abbandonò sua figlia e la diede in adozione. Capisco che possa aver avuto delle difficoltà, ma la faccenda va ad inficiare la sua proposta musicale e i suoi testi. Mi sembra una che abbia sempre e comunque messo sè stessa davanti a tutto, e a me questo individualismo spinto non piace per niente. Alla mia leggera antipatia immagino contribuisca anche il fatto che i suoi dischi erano una must tra le ragazze della mia generazione che ancora subivano qualche influenza dall’epoca fricchettoniana, quelle femministe (senza, poi alla fine, essere di sinistra), quelle che “intellettualizzi sempre tutto anche i baci che mi dai” (© Tommy Togni).

Ma in questo sabato mattina neutro e senza pretese Roberta Joan Anderson (sì, JONI MITCHELL insomma) ci sta a pennello.

I am on a lonely road and I am traveling
Traveling, traveling, traveling…

Il fattore Y

2 Mar

Notte tra venerdì e sabato. Palmiro mi sveglia alle 5. Di solito tiro due madonne e poi mi giro dall’altra parte. In quest’alba livida e vivida no. Mi giro e mi rigiro tra le lenzuola per un po’ e poi mi alzo. Mi preparo un caffè, una spremuta e mi metto davanti al PC. Scorgo la notizia del nuovo cofanetto di un gruppo il cui nome inizia per ipsilon. E’ cosa fresca, internet ne accenna appena, faccio un po’ di ricerche e poi decido di parlarne sul blog. Il gruppo in questione è uno dei nomi che amiamo, il cofanetto mi sembra molto interessante, butto giù due considerazioni e clicco su “pubblica”. Un paio d’ore più tardi l’amazzone che vive con me legge il post e gira il link su un paio di gruppi facebook dedicati al complesso di cui stiamo parlando.

La sera usciamo, andiamo al pub l’Artista di Levizzano, locale e paesino splendidi appoggiati al primo dolce declivio delle colline modenesi. Suonano i Fivesnake, tribute band del Serpente Bianco. Il tastierista è un amico della reggiana dagli occhi di ghiaccio che ho accanto. Lemonsoda e pizza per lei, hamburger e pinta di weiss per me (due anni esatti senza dispepsia, me la godo alla grande). Il concerto si snoda attraverso i classici del 1987, con qualche concessione al 1984 e al 1978. Mi sorprendo a canticchiare diverse canzoni, citando i testi quasi per intero, evidentemente David Coverdale ha inciso parecchio sulla mia formazione.

Weiss al Pu l'Artista di Levizzano.-foto di TT

Weiss al Pub l’Artista di Levizzano.-foto di TT

Rincasiamo verso le 2. Prima di infilarmi nel letto do un’occhiata al blog. Record di visite: 982. Il precedente, di uno o due anni fa, era di 776. Sono sbalordito. Domenica mattina: la fan numero uno di Valentino Rossi mi fa leggere alcuni commenti in uno dei gruppi di facebook di cui sopra. Inizio a comprendere che il mio articolino nella sezione notizie è una delle poche cose visibili sull’argomento. Me ne stupisco, d’altra parte ne sta parlando un noto forum di discussione musicale americano, e la grande catena che vende dischi compatti online ha già pubblicato la cosa. Stranezze della globalizzazione penso. A metà mattina scendo a sistemare un po’ il giardino dopo la grande nevicata di un mese fa…

I danni della nevicata alla Domus Saurea (foto di TT)

I danni della nevicata alla Domus Saurea (foto di TT)

Non è una giornata mite, e nemmeno soleggiata, ma scorgo le prime timide margheritine…

Timide margherite nel posto in riva al mondo (foto di TT)

Timide margherite nel posto in riva al mondo (foto di TT)

Risalgo in casa, mi metto sul divano a guardare un filmato del gruppo La Ditta girato il nove dicembre del 1984 al teatro coperto del quartiere Martellaio della capitale della Terra degli Angli. Un bip sul cellulino, mi è arrivata una email. E’ di quello che suonava le tastiere con il gruppo il cui nome inizia per ipsilon. Sì, avete capito bene, proprio lui, la luce guida della badessa con cui condivido il monastero blues in cui vivo. L’uomo mi chiede conto del mio post, lui non ne sapeva nulla, in copia anche i suoi avvocati e ragionieri. Rispondo in modo deferente e compìto ma il succo è “Ehi stella della musica che rotola e dondola, caspiterina, ho solo ripreso una notizia apparsa su un forum americano di appassionati di musica, se il gruppo con cui suonavi e la casa discografica non ti telefonano quando ci sono nuove uscite d’archivio non è colpa mia, non prendertela con me che ho già abbastanza problemi con l’Inter”. 

Intanto il blog esplode:  alle 22 le visite del blog sono più di 2300. Inizio a preoccuparmi. Sto stendendo questo sciocco articoletto e il timore mi suggerisce di essere il più criptico possibile. Stanno parlando di me sui gruppi facebook di cui parlavo all’inizio, inizio ad aver paura “e’ un po’ come finire su un volantino dell’isis” mi scrive il mio amico P con cui sto chattando circa questa cosa.

Sprango la porta e vado a dormire. Se non mi sentite più, sappiate che vi ho voluto bene. Viva l’Inter, viva i Firm, viva il sol dell’avvenire.

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EPILOGO:

Lunedì mattina. Mi alzo dal letto con una forza che dall’alto mi spinge verso il basso, ho faticato ad addormentarmi, troppi pensieri per la testa (ma non relativi al gruppo che inizia per ipsilon); prima di coricarmi mi son letto un fumetto di Julia e due delle recenti ristampe di Alano* Guardiaparco (sì insomma, Ken Parker), ho spento la luce alle 2,30. Tre ore dopo di nuovo a sacramentare dopo che Palmiro, il diavolo nero(azzurro) della tasmania emiliana, in preda a pruriti primaverili, con precisione fa cadere dal comodino, uno ad uno, tutti i libri. Mi guardo allo specchio, dimostro tutti i miei anni.

Do un’occhiata al cellulino. La settima moglie di Enrico ottavo mi ha inviato un link, il sito ufficiale del gruppo il cui nome inizia per ipsilon annuncia finalmente l’uscita del cofanetto. Controllo la posta. Uh, mi ha risposto quello che suonava le tastiere con il gruppo il cui nome iniziava per … beh, avete capito. Il tono mi pare molto conciliante. Mi dice di non preoccuparmi e che il mio post non lo ha turbato, che cercherà di chiarire la faccenda con la casa discografica, mi ringrazia per il mio sostegno e per la cortese risposta al suo primo messaggio di posta elettronica. Mi augura tutto il meglio. Controllo il numero delle visite di ieri: 2433. Come direbbe Peter Griffin “Oh stracacchio|!”; alla fin fine passare le domeniche a scambiarsi email con il secondo miglior tastierista della musica Rock non è niente male.

* (da wikipedia): Kenneth può avere una duplice origine, come forma anglicizzata tanto di Coinneach quanto di Cináed: il primo è un nome scozzese derivato dal gaelico caoin, “bello”, “attraente”, mentre il secondo significa “nato dal fuoco” ed è in uso sia in scozzese che in irlandese. Nel primo caso, è analogo per significato al nome Alano.

Missouri (another Brian’s tale)

1 Mar

Giovedì. Alle 17,15 esco dell’ufficio, faccio un salto da Brian. Vista l’ora so che Brian sarà in camera, da un paio di mesi il vecchio consuma i pasti nella sua stanza. Arrivo. Brian, sulla sedia a rotelle, sta guardando un film. Mi sorride, ma è chiaro che è un po’ confuso, non mi riconosce.  Aspetto cinque minuti che il cervello esca dallo stand by, ma il processo è più lungo del previsto. Lo bacio, lo accarezzo, Brian capisce che c’è qualcosa tra di noi, che sono una figura a lui legata, ma ancora non collega. Gli ricordo che sono Tim, suo figlio, lui sorride. Come sempre gli chiedo se si ricorda come si chiamava suo padre, l’unico nominativo che di solito pronuncia senza esitazioni, ma oggi quel nome non esce. Non insisto, non voglio metterlo in difficoltà, non voglio che si offenda e si adombri vedendo che non riesce a rispondere a domande così banali.

Arriva la cena, una scodella di pastina in brodo con un po’ di carne frullata, un piatto con stracchino e purè e una mousse di frutta. Dico alla operatrice che assisto io mio padre durante la cena. Inizio ad imboccare Brian. Dopo poco arriva Caterina, la capo nucleo. Due chiacchiere  circa la situazione generale del vecchio quindi mi invita a lasciare che mio padre provi a mangiare da solo. Obbedisco. Brian anche e noto che l’operazione procede in modo più o meno fluido, tanto che Caterina mi dice che, se continua così, tra non molto inizierà a consumare i pasti nel refettorio insieme agli altri ospiti. Con Kate (Caterina insomma) concordo poi di comprare altri due pigiami speciali per mio padre. Sì, perché per anziani con patologie particolari tipo l’alzheimer servono pigiami-tute con la apertura all’altezza della schiena. Mi servo da CONFEZIONI EMY, il tutto online. Mi chiedo se si sia mai visto JOHNNY WINTER acquistare pigiami da CONFEZIONI EMY.

Mentre Brian consuma lentamente il pasto io do un’occhiata al tablet. Brian mi dice qualcosa ma io sono perso a leggere una cosa su internet, allora lui per attirare la mia attenzione mi tocca il braccio e mi chiama “Stefano!”. Lo guardo e gli sorrido, “bentornato Brian”.

Finita la cena, l’uomo da Villa Bagno ritrova la sua voglia di parlare, e inizia a raccontarmi cose che non riesco più a seguire, la scelta delle parole segue una sequenza random. Qualcosa comunque afferro, interpreto e traduco, così cerco di rispondere a tono e quando faccio centro Brian si infervora e nello sguardo compare un guizzo di incredibile vitalità. Ecco poi che torna uno dei punti a cui si aggrappa, suo padre. “Me pèder, Ettore, l’era nè in Missouri”. Sorrido, l’amore di Brian per gli Stati Uniti trapela sempre. Lo correggo “no Brian, tuo padre Ettore era nato al ‘misoun”. Al ‘misoun in dialetto sta per LEMIZZONE, frazione di CORREGGIO. “sè sè, et ghe ragiòn, al ‘misoun, mia in Missouri”. 

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Lemizzone, Missouri (foto di supercalifragili)

Lemizzone, Missouri (foto di supercalifragili)

Mi soffermo a contemplare quest’uomo che chiamo Brian, questo padre che mi è capitato. Da miei diciotto anni in poi non è che siamo andati d’accordissimo, da quando poi quasi 23 anni fa se ne andò mia madre la situazione peggiorò. Mi sorprendo a pensare a quanto io sia stato spietato con lui, alla fredda logica del rinfacciare cose con un rigore da ragioniere scrupoloso. Magari avevo anche ragione, ma infierire su di un anziano rimasto vedovo ed incapace di prendere la vita di petto, come avrei voluto, mi fa sentire piccolo piccolo.

E ora eccomi qui a guardarlo con tutto l’amore possibile, a sondare il suo sguardo appannato, a tenergli la mano, a chiedergli dieci, cento, mille volte se si ricorda chi sono e se mi vuole bene. Stasera non riesco a lasciarlo. Lo faccio alle 19 all’arrivo delle due operatrici che lo preparano per la notte. Lo bacio, lo accarezzo e gli dico che ci vediamo domani. “Va ben a fòm acsé, ciao piròn” mi dice col suo accento reggiano. Mi commuovo, cosa questa ormai automatica. Non ho i Ray ban con me…speriamo che tornino in fretta le giornate di sole.

Brian, sitting and thinking (foto TT)

Brian, sitting and thinking (foto TT)

 

FOTO

Quattro anni di blog

18 Feb

Quattro anni … perbacco, mica male eh? E chi l’avrebbe creso, come direbbe MINGARDI?

I primi due anni sono passati veloci ed intensi come le fasi tipiche dell’innamoramento, il terzo è stato l’anno dell’assestamento e questo appena passato è quello dell’inizio della stabilità, nella speranza che il rapporto sia ancora lungo e duraturo. Io e il blog stiamo iniziando a conoscerci meglio, a lasciarci lo spazio necessario per non rendere la relazione asfissiante; ogni tanto ci ignoriamo, io leggo un libro, lui fischietta, io ascolto i FIRM, lui sonnecchia, io mi annullo davanti a SKY SPORT 24, lui si mette in stand by. Poi, d’un tratto, ci ritroviamo l’uno davanti all’altro, e non riusciamo più a staccarci. Ci raccontiamo in modo profondo, ce la ridiamo, ce la piangiamo, ce la spassiamo. Lui ascolta paziente i miei blues, li dipana, li mette in fila e quando me li rilegge mi fa ridere e mi commuove.

Paziente e tollerante, mi ascolta quando parlo per l’ennesima volta dei LED ZEPPELIN, dell’INTER , delle mie paturnie e di tutte le sciocchezze che mi compaiono nell’animo. Il blog a volte assomiglia a JULIA: lei cercava di non mostrarsi troppo annoiata ed infastidita quando in certi momenti sopra le righe le dicevo che mi sarebbe piaciuto andare a pisciare contro i portoni delle chiese, come certi personaggi di SEPULVEDA. Il blog a sua volta cerca di non levare troppo lo schermo al cielo quando finisco per parlare di gente che interessa solo a me (JOHN MILES, la BAD COMPANY, i LOUSIANA LEROUX, i DETECTIVE, i VIRGINIA WOLF, RICK DERRINGER, etc etc).

Naturalmente è un rapporto aperto, perché poi ci siete voi, donne e uomini di blues, a formare una comunità che, come dico sempre, è davvero sorprendente. Alcune centinaia di anime che insieme riflettono sugli aspetti più blues della vita, siano comici o tragici, e sulla musica che tanto, tanto amiamo.

La comunità del TTBlog. Sullo sfondo la Domus Saurea

Non vi ringrazierò mai abbastanza della pazienza, affetto e bluesitudine. Buon anniversario. I really love you.

 

 

 

LIGHTS OUT (The snow falls hard and don’t you know the winds of Thor are blowin’ cold)

12 Feb

Febbricitante, domenica primo febbraio, mi reco allo Stadio Città Del Tricolore di Regium Lepidi a vedere SASSUOLO – INTER. E’ il match di mezzogiorno, c’è un bel sole, ma fa freddo. Prima di entrare compro una sciarpa del Sassuolo alla groupie. Io naturalmente indosso la mia, regalo di DOC di almeno 3/4 lustri fa. Siamo nella tribuna centrale superiore grazie a due omaggi di un mio cliente (thank you Ricky, thank you Philip), la visuale è eccellente.

Lo stadio si riempie, nel settore in cui sono poche le sciarpe Black And Blue. Nelle ultime due partite contro la squadra di Di Francesco l’INTER ha segnato 14 reti. Non mi aspetto un risultato altrettanto rotondo, ma spero in una bella vittoria che faccia finalmente ripartire la beneamata. Vedere MANCIO, SHAQ ATTACK, POLDI e i ragazzi è un’emozione. Il tutto dura poco. Due bei tiri da fuori aerea e il Sassuolo è già sul 2 a 0. La groupie esulta e con lei quasi tutta la tribuna. Divento nervoso. Ogni fallo che l’arbitro fischia contro i neroverdi diventa un pretesto per lamentazioni assurde da parte dei tifosi con in aggiunta offese contro la mia squadra. Fino a quel momento la mia simpatia per il Sassuolo era indiscussa, ma basta quella mezz’ora per trasformare la squadretta della cittadina in cui lavoro in un avversario a tutto tondo. Giochiamo male, lo vedo, ma nel secondo tempo entra MAURITO ICARDI e poco dopo siamo sul 2 a 1. Goal di rapina quella di MAURITO, gol che mi fa scattare in piedi e urlare di tutto “E’ andiamo! Facciamo il culo a quella squadretta. Serie B, Serie B!”

Ritorno in me, sono uno dei pochi ad esultare, tutti mi guardano. Mi rimetto a sedere. Inizio a pregustare il 2 a 2 quando l’arbitro fischia un rigore (generoso) al Sassuolo. 3 a 1 per loro. Finisce la partita. Pieno di malumore esco dallo stadio con due certezze: non andrò più allo stadio con la groupie a vedere l’INTER contro la sua squadretta (epiteto calzante per entrambe le squadre del cuore della groupie, Milan compreso) e non avrò più in simpatia il Sassuolo calcio appunto. Sassuolo Sassuolo vaffanculo!

Sassuolo - Inter - stadio Città Del Tricolore  - Regium Lepidi

Sassuolo – Inter – stadio Città Del Tricolore – Regium Lepidi

La settimana parte male, il football mi condiziona, poi d’improvviso leggo su IL METEO.IT che sta per arrivare il BIG SNOW (e scrivete LA GRANDE NEVICATA, per dio!). La mia attenzione si sposta, il candore della neve è un’altra delle cose che mi sistemano la vita. Giovedì mattina parto dalla Domus Saurea che piove a dirotto, arrivo a Stonecity che nevica alla grande. Nonostante questo, alla sera torno a Borgo Massenzio che per terra ci sono pochi cm di neve. Vado a letto che non nevica più. “E il Big Snow?”, mi chiedo. Alle 6,30 mi sveglia la groupie: “Tyrrell siamo senza luce, siamo senza riscaldamento, io vado a lavorare” “Ma nevica?” “Non lo so, fuori non si vede nulla”.

Mi alzo, guardo meglio alla luce di una alba timida e grigia “Ma groupie, in du vot andèr, a gh’è zinquànta centimetèr ed neva!”. 

SNOWBOUND in Borgo Massenzio -  Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio - foto di TT

SNOWBOUND in Borgo Massenzio –
Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio – foto di TT

Rimango come sempre incantato dalla bellezza del paesaggio innevato. Facciamo colazione al freddo, ci copriamo bene, ci infiliamo i moonboot e poi scendiamo. Sì, sono quasi 50 i cm caduti, tutti in una notte, e del tipo pesante. Sprofondo nella neve e a fatica cerco di liberare i rami degli alberi dalla coltre pesante che li schiaccia verso il basso. Faccio la rotta, o meglio scavo un sentierino che colleghi casa e garage.

SNOWBOUND in Borgo Massenzio -  Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio - foto di TT

SNOWBOUND in Borgo Massenzio –
Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio – foto di TT

Do un’occhiata intorno alla Domus Saurea, tutto tace, tutto riposa, la neve continua a cadere.

SNOWBOUND in Borgo Massenzio -  Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio - foto di TT

SNOWBOUND in Borgo Massenzio –
Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio – foto di TT

SNOWBOUND in Borgo Massenzio -  Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio - foto di TT

SNOWBOUND in Borgo Massenzio –
Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio – foto di TT

Controllo la stradina lunga e tortuosa: impraticabile. Qui gli spazzaneve del comune non passano, si arrangiano i contadini che abbiamo come vicini, soprattutto quelli della grande stalla che devono permettere al camion del latte di venire a ritirare quanto munto. Devono essere già passati nella notte, ma la neve continua a cadere copiosa e si rimettono in strada con un grosso trattore per una seconda passata. Il problema e che ce ne è troppa ed è pesantissima, lo spazzaneve si blocca nella curva prima del posto in riva al mondo. E’ un trattore potente ed enorme, ma arranca e si arrende.

SNOWBOUND in Borgo Massenzio -  Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio - foto di TT

SNOWBOUND in Borgo Massenzio –
Domus Saura: la nevicata del 6 febbraio – foto di TT

Più tardi la situazione migliora (o peggiora a seconda dei punti di vista), smette di nevicare, il trattore esce dall’impasse e with the grace of the Dark Lord above libera anche il cortile della Domus Saurea. Risaliamo in casa, stremati e spolti. Lavarsi al freddo non è il massimo, ci buttiamo sul divano sotto ad un panno pesante. Siamo imbacuccati come due nessi, la groupie dice che sembriamo i due protagonisti de Il Cinema Polacco Kripstak e Petrektek

Il Cinema Polacco

Il Cinema Polacco

Tim & la groupie: Lights Out alla Domus Aurea

Tim & la groupie: Lights Out alla Domus Aurea

Avrei voglia di ascoltarmi LIGHTS OUT degli UFO:

La corrente elettrica torna nel pomeriggio, ma alcuni quartieri di Borgo Massenzio rimarranno senza per qualche giorno.

Il sabato mattina vado da Brian. A Mutina la situazione sembra più tranquilla, ne deve essere caduta un po’ meno. Lungo la via osservo l’ecatombe di alberi e di rami caduti. Torna a cadere una neve leggera, ma non dura a lungo. Sabato sera andiamo a cena dalla Genny e da LaCocca, torniamo verso le 2, facciamo un giro per Borgo Massenzio… molti gli isolati al buio. La domenica splende il sole. Groupie’s parents sono ancora senza luce e vengono a pranzo da noi se non altro per usufruire dell’acqua calda. Il sole risplende sulla neve, la campagna sonnecchia sotto di essa, mi fermo a rimirarla.

Borgo Massenzio Snowy Skyline - foto TT

Borgo Massenzio Snowy Skyline – foto TT

Borgo Massenzio Snowy Skyline - foto TT

Borgo Massenzio Snowy Skyline – foto TT

Lunedì mattina parto per Stonecity, la via Emilia è bloccata. Me ne sto in coda ad ascolotare gli HANOI ROCKS

Crosstown traffic - Via Emilia (foto TT)

Crosstown traffic – Via Emilia (foto TT)

E mentre ascolto quel gran figo di Mike Monroe penso a Borgo Massenzio che finisce sui TG nazionali. Intervistano alcuni abitanti, una di essi ha un accento diverso dal nostro e si lamenta del tardivo arrivo degli spazzaneve, della mancanza della luce, dello schifo generale. “Ma perché non te ne torni dal paese di merda da cui sei venuta?” penso e rifletto una volta di più sull’isteria che ormai domina sull’intera popolazione. Tutti ripiegati su sé stessi, tutti interessati esclusivamente al proprio pianerottolo. Quasi nessuno riesce più a riflettere sul fatto che siamo esseri viventi finiti chissà come su un pianeta, un pianeta su cui capitano intemperie e disastri naturali, un pianeta che noi per primi stiamo portando alla rovina. Dobbiamo ritenerci fortunati a non avere urgenze tipo dover correre all’ospedale durante  grosse nevicate come queste ad esempio, dobbiamo essere pronti a poter rallentare e starcene a casa. Il lavoro, la scuola, la spesa, il castamasso della Cesira, aspetteranno. Cadono 50cm di neve pesante in una notte, cadono alberi sui cavi della luce e del telefono non possiamo pretendere che tutto si risolva in mezz’ora. I trattoristi di Regium  addetti alla pulizia delle strade sono stati presi a badilate dalla gente inferocita. Non me ne capacito. Dalla Gazzetta Di Reggio:

Articolo Gazzetta di Reggio 10-02-2015

Ma cosa pretende la gente? Di non avere più il benché minimo inconveniente? Che l’amministrazione comunale di un comune abbia sempre a disposizione decine e decine di spazzaneve? Dopotutto al venerdì pomeriggio le strade principali erano già completamente libere… Con i problemi economici che ogni amministrazione comunale deve affrontare e lo stato in cui versa la società è già incredibile che i servizi essenziali siano più o meno garantiti. Certo, la società dovrebbe e potrebbe essere migliore, ma la società siamo noi, e noi – sia chiaro – siamo i responsabili di questo degrado civile e organizzativo.

Ad oggi (giovedì 12 febbraio) a Borgo Massenzio siamo ancora senza telefono e senza internet, abbiamo chiamato Telecom, ci hanno risposto con gentilezza e cortesia scusandosi per il disservizio ma i pali caduti sono tantissimi e i tecnici sono al lavoro ininterrotto da parecchi giorni. Basta guardarsi intono: a Gavassae e sulla strada che dalla Via Emilia va a Scandianum i cavi caduti terra sono davvero molti. Dovrebbero ripristinare il tutto entro il giorno 15.

Lunedì accompagno Brian alla visita controllo pace maker. Il vecchio sembra uscito dalla fase influenzale e sembra più vispo rispetto alle ultime settimane.

Il vecchio Brian - febbraio 2015

Il vecchio Brian – febbraio 2015

Su una di quelle ambulanze private per il trasporto di disabili e malati Brian, sulla sedia a rotelle, osserva il paesaggio. “Mo dio bon Tim, quanta neva!”. La visita va bene, ed è un’occasione per Brian per vivere una piccola avventura, per lasciare l’orizzonte in bianco e nero della struttura in cui vive.

Il vecchio Brian imbacuccato - febbraio 2015

Il vecchio Brian imbacuccato – febbraio 2015

Lo lascio sorridente, mi manda una bacio con la mano “Ciao Piròn, viva la neve!”. Lui la neve non la ha mai sopportata, era un autista di corriere, ma in quello che rimane dei suoi pensieri deve essere radicato un frammento di ricordo, un collegamento al fatto che io invece la neve la amo. Così interpreto il tutto come un pensiero gentile verso di me. Torno verso di lui. Lo abbraccio e mi commuovo. Brian se ne accorge e in tedesco mi dice “Alles gut! Awfiedersen”. Brian 1 Alzheimer o.

Awfiedersen vecchio Brian.

“LED ZEP IN L.A.” Charles Shaar Murray NME, 16 June 1973

1 Feb

SABATO 31 gennaio, interno sera: due giorni chiuso in caso con l’influenza, febbre e tosse. Dopo aver guardato per due giorni su Fox Animation almeno 12 episodi di THE CLEVELAND SHOW, i GRIFFIN e AMERICAN DAD, quattro film, 10 documentari, 20 edizioni di SKYSPORT24, con la schiena e le ossa rotte mi alzo e mi metto davanti al PC. La groupie è al Corallo, io qui che vago per i soliti siti che frequento, guardando le due tessere (gentile omaggio di un mio cliente) che ho qui sulla scrivania relative a due posti in “tribuna centrale super” allo Stadio Giglio per domani in occasione di SASSUOLO-INTER. Riuscirò ad andare? Speriamo che la Tachpirina, il Bisolvon, l’Apropos e il Southern Comfort sortiscano l’effetto desiderato.

Son qui, dicevo, che cazzeggio in internet, quando incappo sul link di una sito che ripubblica vecchi articoli musicali. Oggi ripropone un articolo del giornalista inglese CHARLES SHAAR MURRAY pubblicato sul NEW MUSICAL EXPRESS il 16 giugno del 1973 e dedicato ai due concerti dei LED ZEPPELIN al LA Forum del 31/05/1973 e al Kezar Stadium di SAN FRANCISCO il 02/06/1973.

Lo leggo con interesse; oltre al godimento nel leggere di una band in formissima e di atmosfere piene di buone vibrazioni, ci sono un paio di sfumature di contorno che mi hanno molto divertito:

(dopo lo show del 31/5/1973)

Il party è in una casa di lusso Laurel Canyon di un signore che gestisce una stazione radio, e per dimostrare la sua importanza, mostra con discrezione fotografie di se stesso con tali notabili disparati come Sly Stone e Richard (l’uomo dal WATERGATE)  Nixon. In un videoregistratore gira continuamente il film Deep Throat (Gola profonda) mentre lo stereo riempie la casa con Johnny Winter, gli Stones, Humble Pie e Manassas. 

(prima dello show del 02/06/1973)

Dietro le quinte BILL GRAHAM si aggira controllando i pass. BONHAM borbotta circa le difficoltà che incontrerà a suonare col caldo che fa, per fortuna più tardi si rinfrescherà un poco. Tra la folla, un poliziotto nero indossa un spilla che dice “Incriminate Nixon”. San Francisco ha ancora un sacco di anima.

 QUESTO IL LINK:

http://www.teachrock.org/resources/article/led-zep-in-la/

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La fine del Corallo, groupie nude che mimano i LZ a Earls Court 1975, i dubbi sulla musica che ascolto and other assorted blues songs

29 Gen

Venerdì sera decidiamo di andare al Corallo a vedere i Rockets. Ora, il gruppo francese ha sempre fatto cagare, ma qualche pezzo fa parte della mia adolescenza (ON THE ROAD AGAIN, APACHE, GALACTICA) e in questo venerdì di fine gennaio non sembra una cattiva idea. Sono con la groupie e con Lele. Ci fermiamo a mangiare la pizza al Rock Village, che è lì poco distante, locale che, a dispetto del nome, tiene in sottofondo una muzak che è squallida dance senza arte nè parte. Mentre mangiamo ad alta voce mi chiedo “ma suoneranno dal vivo o in playback?”. Che sciocco sono stato a non pensarci prima e a non dare un’occhiata in internet.

Alle 23 siamo davanti alla biglietteria del Corallo. Con noi solo qualche altra decina di avventori. Strano, i parcheggi intorno al locale sono pieni. Entriamo e scopriamo che non si può andare nella sala-pista principale, ma solo al piano superiore, perché c’è gente che sta cenando? Gente che sta cenando? Sulla pista del Corallo? Ben presto elaboriamo il tutto: il Corallo ha cambiato strategia, ormai è uno di quei posti per quel pubblico medio di (s)fighetti di età variabile tra i 35/60 che vogliono cenare e poi ballare al ritmo dei classici della discomusic. Prosecco dentro a secchi pieno di ghiaccio, donne che in alcuni casi sono vestite come o si atteggiano a Milf e Cougar. Siamo sbigottiti; tutto lecito per carità, ma non al Corallo, nel “nostro” Corallo, locale che dal 1983 è sinonimo di Rock club, di discoteca Rock, teatro di esibizioni live di gruppi leggendari (versione 2.0) e delle band più rinomate del territorio. Al venerdì sera ormai al Corallo è così, e in fin dei conti dal punto di vista del ritorno economico i gestori hanno ragione, i tavoli imbanditi per la cena sono tanti, la pista da ballo è piena…ma…

La nuova fase del Corallo - 23-1-2015

La nuova fase del Corallo – 23-1-2015

Oltre al nuovo pubblico del Corallo ci siamo anche noi, più o meno 40/50 persone venute per il concerto, gente che seguiva i Rockets tra la fine dei settanta e gli inizi degli ottanta, rockettari, metallari, uomini e donne di blues, gente insomma che è curiosa di vedere una band del passato dedita al disco-space-Rock alle prese con un concerto dal vivo. Le nostre aspettative finiscono presto nella toilette. Sul palco qualche tastiera, niente amplificatori, niente batteria. Alle 00,30 ancora nessun segno dei Rockets. La gente balla nella pista e noi ci annoiamo. Lele decide di andarsene. Io e la groupie, stoici, rimaniamo. All’una, dopo due ore d’attesa, quattro sconosciuti con i capelli e vestiti da motociclisti cosparsi di una patina grigiastra salgono sul palco. Parte la musica; il gruppo mima mosse su tastiere e chitarra, il cantante canta in inglese e incita in italiano. I due pezzi che aprono la serata sono inascoltabili.

Il terzo pezzo è ON THE ROAD again versione dance, ed ecco che entra l’unico vero (?) Rocket rimasto. Lo guardo un po’, lo compatisco… svendersi così … girasse con una band vera e propria anche anche, ma con quattro marionette presumibilmente italiane e con questo tipo di serate non c’è d’andarne fieri. Oh sì, i soldi prima di tutto, certo, però che schifo. E in febbraio arriva ALAN SORRENTI, sempre di venerdì. Mah. Prendo la groupie e scappo dal Corallo.

Quel che rimane dei Rockets - foto Saura Terenziani

Quel che rimane dei Rockets – foto Saura Terenziani

Sabato mattina. La sveglia suona alle 07,30. Mentre spigozzo un po’, sento che la groupie si sveglia e mi chiede “Senti, ma secondo te, che versione di STAIRWAY devo fare con le tastiere?”. So che a lei piace quella di EARL’S COURT 25 maggio 1975 contenuta nel DVD ufficiale dei LZ, ha sempre fatto quella quando suonavamo con il tributo otto anni fa, ma io dico la mia “io farei quella di NY 1973, quella di THE SONG REMAINS THE SAME e fosse per me fare anche SIBLY versione live 1973, ma è molto diversa da quella in studio, arrangiamenti di chitarra e piano completamente differenti, impiegherei molto ad impararla, ammesso e non concesso che io sia capace di suonare a quel livello…”. “Mettila su” mi fa la groupie. Vado nello studiolo e mentre infilo il dischetto mi interrogo sui discorsi che faccio con la mia groupie di sabato mattina; invece di “Senti andiamo a vedere se troviamo quelle Adidas in saldo oggi?”, “Vai a farti una pulizia del viso più tardi?”, “Stasera andiamo a cena con la Genny e  Andrea il vecchio cuore rossonero?”, siamo lì a disquisire su che versione di certi pezzi dei LZ dobbiamo fare col gruppo. Ci ascoltiamo tutta SIBLY live 73 (che è probabilmente il mio pezzo preferito in assoluto di musica contemporanea e che comunque per me rappresenta i LZ come nessuna altra cosa), poi STH, sempre da THE SONG REMAINS THE SAME. Entrambi rimaniamo storditi per l’ennesima volta dalla grandezza del gruppo. Quante volte ho ascoltato il live TSRTS, centomila? Eppure eccomi lì ad emozionarmi a tal punto che mi scappa la pipì. Vado in bagno, mi lavo e quindi in camera a preparami per andare da Brian. Lei si infila in bagno, non prima di aver messo su STH da EARLS COURT 75.

Io sono pronto, sto per uscire, il pezzo è giunto alla fine della prima parte di arpeggio, dove PAGE cambia manico ed inizia la sezione “AND IT MAKES ME WONDER”; la groupie esce nuda e coi calzettoni dal bagno e si mette a mimare il tutto, prende perfettamente il SOL introduttivo e mentre lo fa incrocia la gamba destra dietro alla sinistra, in puro stile PAGE. Poi segue diligentemente gli accordi del ponte LA-, RE-, LA-, MI- RE, DO sghiribizzo. Io solo sbalordito. In perfetto sincrono poi mima l’entrata di batteria, alternandosi alle tastiere. Giunto il pezzo al punto della “fanfara”, poco prima del guitar solo, alza la doppio manico immaginaria e schitarra sul re, sempre nuda, con i calzettoni colorati ai piedi. Segue in tutto e per tutto il fraseggio di PAGE; il punto in cui sto per perdere i sensi dallo stupore è quando la vedo ricordarsi di quei licks dove PAGE scivola sul manico alcune volte (minuto 2:28 e 2:32 dello spezzone qui sotto) …

Mentre esco mi dico “an s’è mai vest Johnny Winter con ‘na groupie cla fa chi lavòr che“…oh forse sì?

Air_Guitar_Orihime_by_raevene

Per qualche giorno ho avuto il SAUB Blues. Ora che Brian è ospite fisso in struttura devo fare il cambio del medico. Arrivo al SAUB, Poliambutario del Policlinico di Mutina, un giovedì pom verso le 15,30. Mi dico, vado al pomeriggio che forse c’è meno gente. Prendo il biglietto, sono il 236, stanno servendo il numero 146. davanti agli sportelli SAUB decine e decine di immigrati, soprattutto nordafricani. Sono basito. Mi soffermo qualche secondo a pensare. E’ chiaro che devo tornare, ma come è possibile ci siano file così lunghe? Ora, è un po’ che sto cambiando modo di pensare, tutta questa immigrazione selvaggia mi dà da fare, hai voglia ad essere progressista, solidale e illuminato …io non ci riesco quasi più, perché la stragrande maggioranza di chi arriva è musulmano praticante e fervente, e di religione in Italia ne abbiamo già abbastanza.

Ora, c’è una bella differenza tra islamico ed islamista, ma c’è anche una bella differenza tra democrazia e teocrazia. E poi in Italia siamo già in 60 milioni, non siamo già strettini così? Sì perché poi mi tocca venire al Saub due o tre volte per cambiare medico, e certo è un disagio da nulla in confronto a ciò che hanno dovuto passare questi poveretti, ma dentro di me rimangono pulsioni razionali di ragionamenti difficili da accettare. Poi mi pento e mi dolgo dei mei pensieri … se fossi nato in un paese come i loro, dove magari non c’è stabilità e i problemi sono enormi, non partirei anche io per l’Italia? Io però sarei un Tim Tirelli africano, ateo e con il blues nell’animo, il Tim Tirelli italiano non dovrebbe temere nulla, al massimo potrei inscenare una protesta per far ridiventare il CORALLO un Rock club. Con questi ingarbugliamenti in testa, a testa bassa, lascio questa massa di disperati col foglietto in mano ad aspettare il loro turno.

Ritorno dopo qualche giorno, sono il numero 176, stanno servendo il 161, va un po’ meglio. Tra i quindici in attesa sono l’unico modenese insieme ad un signora di una certa età. Aiuto una africana che non ha capito che è il suo turno e che ora è aggredita dall’operatrice Saub; un nordafricano va in suo soccorso, l’operatrice si mostra sgarbata, il nordafricano indica me facendole capire che sono testimone del disguido, mi alzo faccio per andare a redimere la questione, tutto si risolve.  Scambio due battute con Mustafà (“Ci vuol pazienza” gli dico, e lui “Eh già”). Tocca a me. Sbrigo la pratica. Me ne vado, ma dovrò tornare per la faccenda pannoloni. Vita blues.

Stamattina mi alzo e mentre mi preparo sento per Radio Capital che a Reggio Emilia c’è stata una retata ad opera dei Carabinieri, diversi arresti di imprenditori ed esponenti della politica locale, fanno il nome di GIUSEPPE PAGLIANI. Apro il sito della GAZZETTA DI REGGIO e leggo:

RETATA A REGGIO EMILIA  L’operazione dei carabinieri del comando di Reggio Emilia si è concentrata soprattutto nelle province di Reggio Emilia e Modena. Arresti e perquisizioni in corso dalle 3 di questa mattina a Reggio Emilia città, Bibbiano, Montecchio, Brescello, Gualtieri, Reggiolo. Nel Reggiano sarebbero decine gli indagati e diversi gli arresti di imprenditori e anche esponenti della politica locale. Molti sono nomi di imprenditori cutresi, già noti per vicende legate alle mafie in Emilia. Ma l’arresto eccellente è quello di Giuseppe Pagliani, consigliere comunale e provinciale di Forza Italia a Reggio Emilia. Per lui l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L’avvocato reggiano, noto esponente da anni sulla cresta dell’onda della politica in provincia, è stato portato via da casa sua, a Arceto, verso le 7 di questa mattina. (Dalla Gazzetta di Reggio del 28/01/2015)

Pagliani è il figlio di quello che comprava le vacche da mio nonno, nome quindi a me noto ma non certo simpatico. Giuseppe è uno che va a fare i pellegrinaggi a Predappio sulla tomba di mussolini e che il 25 aprile invece di commemorare la liberazione, se ne va sugli appennini insieme a qualche suo adepto a ricordare i caduti fascisti. Il personaggino è quello dunque, ma non sono felice del suo arresto, insomma… se son vere le accuse ben gli sta naturalmente, ma il segnale per la città in cui vivo e a cui è legata tutta la mia stirpe non è certo lusinghiero. Ancora una volta il giro cutrese fa sprofondare la città verso sinergie del malaffare che non ci appartenevano. E penso ai miei amici del sud che a volte fanno sberleffi a noi del nord, deridendoci per quanto sono brutti certi nostri paesaggi, certe nostre particolarità, la nostra industrializzazione.

Leggo anche che DELLA VALLE sta per scendere in politica, il nome della sua organizzazione o partito sembra sia NOI ITALIANI. A me DELLA VALLE non dispiace affatto, in tutti questi anni è stato l’unico imprenditore che ha avuto il coraggio e la forza di parlare in modo chiaro e netto. Non so cosa proporrà, non credo lo voterò mai, ma di sicuro lo starò a sentire. Qui sento parlare di SQUINZI, sento dire che ha ragione quando critica e dice quello che dice, ma io mi chiedo, ma dove cazzo era SQUINZI durante il ventennio del cavaliere nero? Quasi quattro lustri di inettitudine governativa, di scardinamento di quel poco di senso di comunità che ancora c’era in questo paese, di sfascio generalizzato della morale e del senso civico. SQUINZI è meglio che faccia il presidente del SASSUOLO e basta. E’ comunque curioso che in Italia imprenditori si mettano in politica, non riusciamo ad esprimere personalità adeguate che provengano dalla base, dalla scuola della passione politica.

In Grecia ha vinto TSIPRAS. Vedremo un po’ se un sistema alternativo sia possibile, se il capitalismo selvaggio di questi ultimi decenni potrà avere qualche trasformazione, se riuscirà a diventare qualcosa di più umano salvando così il pianeta e l’umanità dalla catastrofe.

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La smetto con questi pensieri e mi concentro sulla musica. Sto ascoltando da qualche giorno il disco di JIM STEINMAN che tempo fa mi regalò il Pike boy. Il contenuto di questo suo album solista è simile ovviamente alla saga di BAT OUT OF HELL, saga da lui stesso ideata e composta.

E’ una sorta di BORN TO RUN pieno di steroidi, ma mi piace e mi chiedo cosa potrebbe pensare Polbi se sapesse che in questa mattina sto ascoltando JIM STEINMAN. Sorrido, credo che il Michigan boy ormai non si sorprenda più di nulla, dopo che ha visto moltissimi musicisti del giro garage/punk di Detroit andare pazzi per la BAD COMPANY. Mi viene in mente POP, il mio amico, adorava JIM STEINMAN. Spazzo via la tristezza dovuta agli amici assenti, mi ricompongo, sto entrando a Stonecity, un’altra giornata di lavoro mi spetta. Let’s work.

Entering Stonecity - foto TT

Entering Stonecity – foto TT

Giovedì 29 gennaio. Ore 4,30: Palmiro è irrequieto, mi sale sul petto è inizia a fare la pastella. Mi sveglio. Non riesco più ad addormentarmi, troppi pensieri per la testa. Mi alzo, un caffè, qualche biscotto, un arancio. Sento addosso i primi sintomi di quella che potrebbe essere un’influenza. Tiro una madonna, domenica dovrei andare a vedere l’Inter e proprio non vorrei perdere l’occasione. Guardo fuori dalla finestra, tutto buio e freddo, d’altra parte sono i giorni della merla.

 giorni_merla4Mi metto in cuffia, SANTANA…SONG OF THE WIND… mi accovaccio sul divanetto mentre parto per le profondità siderali.