Prendere coscienza di riflessi incondizionati che abbiamo sempre avuto ha aperto porte sorprendenti. L’ASMR è ora un nostro pensiero fisso, ed è ormai prassi quotidiana lavorare, quando possibile, con le cuffiette sintonizzate sui video youtube di DIANADEWASMR. Sì, solo su quelli di Diana Dew, che è italiana ma che fa principalmente video in inglese, perché è con Diana che, su di noi, i “tingles” prendono forma in modo completo. Abbiamo provato altri nomi, naturalmente solo femminili, ma niente da fare, è solo Diana Dew che ci aziona il pulsante start.
La particolarità di Miss Dew era quella di non mostrare mai il viso, atteggiamento che non ha condizionato la piacevolezza dei suoi video. A parte il fatto che noi facciamo quasi sempre solo un uso “audio” del suo materiale, la parte video rimaneva comunque sempre affascinante: il movimento delle mani che sapientemente accompagna quei suoni deliziosi e il dolce sussurrare è comunque un bel vedere.
Per motivi personali DD si era assentata dal suo canale youtube per qualche settimana poi, una volta tornata, ha ricominciato a produrre video…
Poco dopo, all’improvviso, senza tante anticipazioni, pubblica un clip col titolo “♋ OMG Diana has a face? ♋ Hands relaxation soft spoken ramble about ABC ASMR reportage”. Ehi, ci diciamo, Diana mostra la faccia…Finalmente smascherata! Beh, non è del tutto vero. La signorina Rugiada usa quasi lo stesso trucchetto usato da KISS nel 1980:
Insomma, sì, ci mette la faccia, ma lo fa indossando una maschera.
Resta ad ogni modo un qualcosa di clamoroso nel mondo ASMR. Diana Dew è una ragazza piacevole sotto tutti i punti di vista, ma ci chiediamo se ci mancherà il non avere il visual del suo viso mentre ascoltiamo il suo eloquio suadente e quasi inaudibile. Un po’ come vedere, all’inizio degli anni ottanta, i primi video musicali basati su delle storie. Avranno anche avuto molto successo, in alcuni (pochi) casi saranno stati anche ben fatti, ma hanno anche spento o comunque condizionato l’immaginazione.
In giro lungo gli Stonecity citylimits per lavoro. Capatina all’edicola di Marchino a Maranello: è arrivato CLASSIC ROCK UK con la BAD COMPANY in copertina.
In ufficio, discuto di lavoro con Kerla; suonano contemporaneamente il campanello e il telefono. Rispondo a quest’ultimo, mentre Kerla scende a ritirare qualcosa portato dal corriere. Al telefono con un fornitore che mi chiede se siamo interessati ad un corso d’aggiornamento di Indesign, Kerla appoggia il pacchetto alla scrivania e bibsbiglia: “Tirelli, è arrivata la droga“.
Finisco la telefonata. Apro il pacchetto …. è arrivato il cofanetto dei LITTLE FEAT. Con cura lo ripongo vicino a CLASSIC ROCK. Guardo fuori, è spuntato il sole. Mi sento bene.
Estate 1979, gli STRANGERS, o meglio THE STRANGERS, si stanno preparando a fare un concerto. I FORESTIERI (ma allora pensavamo significasse STRANIERI) siamo io, Biccio, Marcel e Mariomarchi. In quello che era il bel cortile interno dell’ abbazia di Nonantola ci si appresta a vivere uno dei guizzi dell’estate nonantolana di quell’anno. Stand gastronomici e intrattenimento musicale. Stasera tocca a noi, uno dei nostri primi concerti seri. Concerti seri, diavolo, probabilmente no, ma lo viviamo con molta partecipazione emotiva, sicuri che sarà il primo passo verso un avvenire di sicuro successo. Il repertorio di basava su DE GREGORI, BENNATO, VENDITTI (dai loro album periodo 1977/78), SAMBA PA TI di SANTANA, SGUARDO VERSO IL CIELO delle Orme e chissà cos’altro. Oggi preferisco non immaginare come suonassi il pezzo di SANTANA o come cantassi SGUARDO VERSO IL CIELO, di sicuro però so che ero determinatissimo nel cantare una versione punk rock de TU GRILLO PARLANTE di EDOARDO BENNATO.
In attesa dell’arrivo del concerto, uno dei nostri amici, leggermente più grande di noi, si occupa di mettere su dei dischi e di far aleggiare sulla festa i motivi di successo di quegli anni. Parte un’intro alla Chuck Berry seguita da uno di quei ritmi rock and roll/boogie che mi fanno impazzire, seguono pezzi dall’andamento avvolgente, tristi ma sensuali e in quel caldo giugno è quello che ci vuole per l’animo già bluesy di Team Teerally. Corro dal mio amico Daniele, mi faccio dare l’ellepi e in un secondo rimango sedotto dalle cosce di LINDA RONSTADT. Ho diciotto anni, il testosterone è probabilmente al suo zenit, la voglia rock – seppur acerba- violentissima, la cazzuttaggine anche. Go Timmy go.
Domenica di febbraio, quasi trentacinque anni dopo. Mi sveglio, sono un po’ in fase imbambitura: venerdì sera allo STONES CAFE’ a vedere PICCA & GLI ARTERIOSCLEROCKERS con ritorno alle due di notte, sabato mattina sveglia alle sette e corsa da Brian per la solita mattina prefestiva di badantaggio, sabato sera cena con amici della groupie. Stamattina Palmiro che alle sei ci sveglia perché vuole mangiare. Ore nove: mi alzo. C’è il sole, primo riflesso della giornata: mettere su un cd. Mi viene in mente LIVING IN THE USA di LINDA RONSTADT, chissà perché. L’aria sonora mi avvolge, preparo le spremute, il caffè, i pasticcini. La mente rivolta a quelle 10 canzoni. Tornano a galla sensazioni, odori, speranze dell’epoca che fu. Il disco batte dentro di me, prende il controllo del mio corpo. Vado in sala, apro lo sportello dei liquori, mi verso due dita di SOUTHERN COMFORT e lo butto giù tutto d’un fiato, come farebbe JOSEY WALES o uno della banda DOOLIN DALTON. La groupie sgrana gli occhi, è ancora metà mattina, poi sorride sorniona: “sei proprio guarito con lo stomaco”. Già, ieri ho festeggiato un anno senza patemi da dispepsia funzionale, dopo un lustro davvero, davvero difficile. Nulla cosmico onnipotente, grazie.
LINDA RONSTADT, cantante americana di musica popolare. Di discendenza tedesca-inglese-olandese-messicana, la sua fu una delle famiglie di pionieri più importanti dell’Arizona. A quattordici anni mette in piedi il suo primo trio folk, a diciotto si trasferisce in California e lì inizia la sua ascesa. Con il secondo album del 1970 sfiora la TOP 100 americana (parlo della classifica THE BILLBOARD 200, quella generale, quella che conta davvero). Col quarto DON’T CRY NOW arriva al 45° posto, con HEART LIKE A WHEEL del 1974 arriva al 1° posto. Nel 1976 è al 3° posto, nel 1977 torna al 1°, nello stesso anno esce un Greatest Hits che arriva alla sesta posizione. Nel 1978 con LIVING IN THE USA riguadagna la vetta. Trionfo.
L’album è pieno di canzoni bellissime ed è suonato da musicisti bravissimi, tra cui il grande WADDY WATCHEL. BACK IN THE USA (esce anche come singolo piazzondosi al 16° posto) è naturalmente quella di CHUCK BERRY e la porto del cuore perché, come scritto, per me fu il primo assaggio della RONSTADT…
JUST ONE LOOK (come singolo nel 1979 arriva alla 44esima posizione) …deliziosa e leggera …
ALISON è quella di ELVIS COSTELLO, ed è, lo sappiamo, un gioiellino. COSTELLO criticò la versione, troppo country-americaneggiante, ma poi se non altro confessò che gradì molto il sacco di soldi che gli arrivarono grazie ai diritti …
WHITE RHYTHM &B LUES del grande JOHN DAVID SOUTHER è la mia preferita. E’ questa la canzone per l’uomo (e la donna) di blues. Risentirla oggi, quando la vita è ormai segnata, quando il più è stato fatto, quando non c’è più tanto tempo per cambiare la strada su cui sei, non può che trasformare i sospiri in pianto …
I don’t want you to hold me tight Till you’re mine to hold And I don’t even want you to stay all night Just until the moon turns cold
All I need is black roses White rhythm and blues And somebody who cares when you lose Black roses, white rhythm and blues
You say that somebody really loves you You’d find her if you just knew how But honey, everyone in the whole wide world Is probably asleep by now
And they’re dreaming of Black roses, white rhythm and blues And somebody who cares when you lose Black roses, white rhythm and blues
Close your eyes Sleep away all your blues I’ve done everything but lie Now I don’t know what else I can do
Ah, the night time sighs and I hear myself But the words just stick in my throat Would you think that somebody like me Might hurt much more than it shows
Just send me black roses White rhythm and blues And somebody who cares when you lose Black roses, white rhythm and blues Black roses, white rhythm and blues
ALL THAT YOU DREAM è dei LITTLE FEAT ed è, sebbene non ci sia lo zampino del mai troppo compianto LOWELL GOERGE, anch’essa splendida. Musica americana at its best.
Altra cover altro successo: OOH BABY BABY, di Smokey Robinson, arriva al 7 posto della classifica americana sempre nel 1979 …
MOHAMMED’S RADIO è l’ennesimo momento da brividi, altro istante di intensità altissima della musica americana, scritta, anche qui, dal mai troppo compianto WARREN ZEVON. Tra l’altro è il pezzo da cui il nostro amato IVAN GRAZIANI prese, diciamo così, l’ispirazione per la sua PASQUA …
WHEN I GROW TOO OLD TO DREAM, BLOWING AWAY e LOVE ME TENDER (il successo di Elvis) sono – a mio parere – gli unici episodi di livello standard. Troppo dolciastri, ma sette canzoni sfavillanti su dieci sono una bella media.
Linda volò alta sulle classifiche fino al 1990, poi divenne semplicemente leggenda. Gli anni duemila l’hanno vista prendere posizioni politiche scomode (per l’America), supportando il lavoro del regista MICHAEL MOORE e definendo l’allora presidente GEORGE W BUSH un cretino, lottando contro l’omofobia, sostenendo l’agricoltura e l’economia sostenibile. Una superfiga quindi, sotto ogni punto di vista. Nel 2013 rivelò di soffrire del morbo di Parkinson.
La groupie, che di solito si sveglia a ridosso dell’alba, prima di partire viene a svegliarmi “Buongiorno Tyrrell, dai tirati su che devi andare da quel cliente”. Mi dà un bacio e poi esce da casa. E’ un po’ che quando ho appuntamenti o riunioni di prima mattina richiedo a lei il servizio sveglia, perché in questi ultimi mesi a fatica riesco a sentire la sveglia. Sono in uno stato di cottura permanente, più psicologica che fisica, così uscire dal letto è un po’ come uscire dal caldo ventre materno…ci manca solo che un’ostetrica mi dia uno schiaffo per farmi piangere e siamo a posto.
Mentre mi preparo controllo il cellulino …. Salvo mi ha mandato un messaggio “Since I’ve Been Loving You dei GREAT WHITE è … non ho parole!”, immagino che il Sicily boy intenda dire che gli piace moltissimo. Vado di fronte agli scaffali, lettera G, tiro fuori il loro live tributo ai LZ, metto su SIBLY…
Fine febbraio, piove, tanto per cambiare. L’anno scorso eravamo a ridosso di forti nevicate, ma ora c’è questa pioggia neutra, insignificante, sfibrata. In garage mi accorgo di non avere la chiave della blues mobile. Tiro la prima madonna. Torno in casa a cercarla. Diretto come ogni dannata mattina a Stonecity, su Radio Capital, Lateral di Luca Bottura. Le country road che a tratti percorro a volte nascondono delle insidie: da Bath (Bagno, insomma) verso Little Court (Corticella, insomma) sto per attraversare un incrocio solitario, lì vicino una macchina ferma, all’interno una coppia di anziani che evidentemente sta cercando la via giusta per andare da Toschi a comprare una coppa (l’insaccato). Improvvisamente Gisto inserisce la retromarcia e viene nella mia direzione mentre sto passando. Con una manovra degna della groupie versione speed-queen riesco a evitarlo con una brusca sterzata, poco più avanti suono il clacson, mi fermo, apro lo sportello e gli urlo “Ma sei cretino, porcamadosca”. Gisto fa l’incazzato, lo vedo agitarsi all’interno della macchina, scendo e faccio per andargli incontro. Gisto si attacca al clacson e parte (nella direzione sbagliata). Ritorno in me. Guardo l’orologio, ore 8,35, e ho già tirato due madonne. Ho bisogno di musica; rendo ovattata l’atmosfera all’interno della blues mobile con gli Steely Dan (in versione SHM-CD of course, alla faccia di Piccus che dice che non c’è differenza con i CD fatti con materiale standard), mentre fuori, sullo stradone Herberia-Stonecity, camion e furgoni s’ inseguono diretti alle grandi fabbriche.
Ripenso a un paio di cose che ho letto di recente sul diario di ROSS HALFIN:
“Oliver Halfin told me I should hear The Winery Dogs, so he played it. I thought it was rubbish, tired old stuff with people who just overplay and can’t write songs”, beh sarà contento il mio amico Lorenzino Stevens che dei WINERY DOGS è un fan…
“Johnny and Edgar Winter (TOGETHER Live 1975 ndTim) is from 1976 and is appalling – they sound like a wedding band…”, ecco qui sono meno contento io. Il live TOGETHER dei fratelli WINTER è schifoso? Davvero sembrano una band da matrimonio? Ora, trattasi di esibizioni del 1975, fatte alla fine di un paio di concerti di JOHNNY WINTER, dove l’EDGAR WINTER GROUP era l’opening act, con tutte e due le band sul palco a suonare insieme qualche vecchio standard amato dai fratelli albini.
Non è semplice in quel contesto, poco più che una improvvisazione tra musicisti dello stesso giro, mettere su vinile esibizioni perfette, ma…gruppo da matrimoni? Sono io ad essere così accecato dall’amore che ho per fratelli INVERNO da non sentire l’aspetto “matrimoniale” della faccenda? Picca, Lorenz, Jaypee, Giancarlo… è così?
Alle 9 in punto sono dal cliente, poco dopo in ufficio davanti a un thé caldo. Alle 13 dovrò essere al Policlinico di Mutina a far rinnovare una carta medica per Brian, poi mi fermerò da lui e infine di nuovo qui in ufficio. Sono già stanco. Guardo fuori dalla finestra, grigiume… si ferma il furgone di un corriere, ho una scossa d’eccitazione, che sia uno dei pacchetti che Amazon UK (avevo scritto “OK”…sintomatico…) mi deve consegnare? Macché, il corriere suono nella palazzina di fronte. Vado sul mio account di Amazon UK a riguardarmi gli ordini fatti:
Con la scusa di raggruppare gli articoli in una unica spedizione per risparmiare sulle spese di trasporto, ho capito che fino a marzo non mi arriverà nulla. Guardo fuori, febbraio continua a piovere da un cielo cinereo, mi bevo un Southern Comfort e mi metto a lavorare. Vita blues.
Pausa pranzo. In tangenziale sud a Mutina. JEFF BECK spara SO WHAT, risvolti metallici e industriali che ben si adattano al mood generale di oggi e al tempo atmosferico…
Al monumento al grappolo d’uva che capeggia al centro di una delle grandi rotonde sulla tangenziale volto a sinistra, mi infilo sulla Vignolese diretto al Policlinico. Osservo vecchie ville padronali, palazzine affacciate sulla strada, distributori chiusi. Piove. JEFF BECK incornicia i quadretti che vedo dal mio parabrezza con JB’S BLUES…
Passo davanti a dove abitava LAURA, il cuore rallenta, maledico il caso, il destino, il fato, dio, il demonio, chissacché o chissacchì. In un fiotto di religiosa laicità mi chiedo se la sua anima è lì che aleggia da qualche parte o se si è inabissata nelle profondità siderali dell’universo.
Fermo ad un semaforo mi cade l’occhio su un manifesto che pubblicizza il “piano solo tour 2014”. di Giovanni Allevi, quel simpaticone che “Beethoven è una mezza sega”. Mi vien voglia di fermarmi e di pisciare sul poster. Entro al Policlinico, ingresso 1 corridoio A. Una infermiera amministrativa mi consegna il rinnovo della “Scheda Prescrizione Per Pazienti Ambulatoriali Esterni” per la terapia anticoagulante di Brian. Mi rimetto in macchina. Sulla via Emilia, fermo ad un altro semaforo guardo la Ghirlandina in lontananza, JEFF BECK mi scioglie l’anima con uno dei suoi pezzi languidi…
Mutina in February (Foto di TT 2014)
Svolto in Ciro Menotti, passo non lontano da Picca, mi piacerebbe chiamarlo e offrirgli chessò (sì, lo so, oggi sono in fissa col raddoppiamento fonosintattico) un CYNAR, un PETRUS, un AMARO BENEDETTINO, ma Brian mi aspetta, sono già in ritardo… un salto veloce in un caffè per far svagare cinque minuti il mio vecchio e poi riparto per l’ufficio. Giornata dunque loffia, poco interessante, giornata in cui anche i blues sembrano “inculenti” ma poi, d’un tratto alle 15,15 RADIO CAPITAL trasmette TARKUS degli EMERSON LAKE AND PALMER… la giornata inizia a svoltare. Poco dopo mi arriva un messaggio da VALERIA del management di LOREDANA BERTE’: m’ invita a vedere il concerto di LOREDANA a BOLOGNA il 3 marzo al Teatro Europauditorium. Ecco, che una del management di un’artista affermata si preoccupi di invitare un uomo di blues che ha un blog miserello dove si parla di musica sì, ma fuori dai binari canonici dei media musicali italiani, lo trovo molto, molto positivo. In Italia, c’è ancora speranza.
Questo terzo compleanno del blog arriva in un momento in cui mi pare di essere più in affanno che in passato. I soliti blues che non descrivo nemmeno più fan sì che io trascuri il blog, che riponga nei cassetti della mente ogni idea che mi viene, che tenda a posticipare ogni fiotto di pensiero che lo riguardi. Vorrei fare di più, vorrei scrivere con più attenzione, affrontare i temi trattati più in profondità, easminare argomenti più interessanti, ma in questo momento non mi è possibile.
Happy Anniversary!
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Un po’ me ne dispiaccio, ma poi mi dico che se dovessi aspettare di avere il tempo a disposizione che desidero, la vena creativa più brillante, gli argomenti più stimolanti, finirei per non fare nulla. Così, nel bene e nel male, porto avanti questa bella avventura, queste storielle raccontate sotto voce nel confessionale del blues, questo confronto con la bella comunità che si è creata intorno a questo “diario tenuto sulla rete” dello smilzo di Nonantola … Nonantolaslim … Magister Timotheus … Steven Tyrrell … insomma io, Tim Tirelli.
Confessionale del blues
Non posso non ringraziare ancora una volta tutti voi che composti restate in ginocchio sui banchi di questa cripta blues, di questa cattedrale dello spirito laico, di questa voragine da cui ci divertiamo a guardare negli occhi l’abisso, di tutti voi che, insieme al vostro magister, in fila indiana, scendete la scala che porta prima agli inferi e poi al paradiso (quello profano of course).
La Cripta della Abbazia di Nonantola
Un giorno ci incontreremo sugli spalti del Los Angeles Forum, del Madison Square Garden, del Budokan o anche solo su quelli della domus saurea e allora porteremo in trionfo la coppa della lega dei campioni del blues e intoneremo tutti insieme i versi sacri:
Mystery surrounds me, and I wonder where I’m going There’s a cloud above me and it seems to hide the way I’m going straight ahead, ‘cos it’s the only way I know I wanna leave the past, and leave just for today
Head upon the highway, just as fast as I could go I rode through the night, and halfway through the day I had no direction I didn’t even want to know where I was going The only thing I knew, was that I had to get away
Sweep those blues outside the door You won’t need them anymore I’m coming to you I must have been a fool before Now all I want All I want All I want is you
So roll away your loneliness You have sent your last S.O.S. Turn you heart on put your mind at rest ‘Cause all I want All I want All I want is you
I’m on flight 1 1 2 The airport’s straight ahead Runway lights in blue and red Now the seatbelt sign’s aglow I’m nearly home, nearly home
So throw throw those long sad books away Times and crimes of yesterday Tonight I’m gonna love you Till the break of day ‘Cause all I want All I want All I want is you
Uomini e donne di blues del TT blog, eye thank yew!
We want to teach you one thing. Take your right hand, and put it in the air, right hand. Right hand, you fool. Cup the hand like that. Take it to your nose, and go. And then, Eye thank yew. After three. One, two, three. Eye thank yew. Good evening.
Paolino Lisoni me lo disse subito dopo il concerto della CATTIVA COMPAGNIA allo Stones Cafè il mese scorso: “(come suono) meglio il Custom che la Standard” e da allora non ho fatto che pensarci. Sono un uomo di blues schietto e sincero e quindi più portato per la LES PAUL STANDARD, la LES PAUL CUSTOM è un po’ più da fighetti, per chitarristi più versatili, quelli che hanno pruriti jazz/rock e che tendono a non accontentarsi di battere i sentieri dell’hard rock. Sapevo che Liso aveva ragione, avere rapporti con la STANDARD non mi dava più la stessa soddisfazione, mentre la CUSTOM continuava a farmi fare delle belle scopate. DARLENE (la mia LPS) aveva bisogno di una messa a punto. Decido così di provare un nuovo liutaio, un ragazzo all’apparenza simpatico che mi aveva chiesto la amicizia su facebook tempo addietro, tal FRANCESCO BEDINI.
Dal sito mi pareva di capire che il ragazzo facesse sul serio, e che sapesse il fatto suo. Costruiva addirittura chitarre, si dava da fare e mi pareva affabile.
Prendo appuntamento e gli porto DARLENE. Francesco è di Stonecity, poco lontano dall’ufficio. Il laboratorio è un po’ caotico, ma nel senso positivo, blues…ecco! Gli chiedo di darle una controllata, il manico…il ponte…etc etc…e di cambiare le corde: ERNIE BALL SUPERSLINKY 9/42. Francesco si sorprende un po’: di solito monta le HYBRID SLINKY 9/46 o mute col cantino 10 o 11. Sorrido…il Rock si suona con le SUPERSLINKY. Punto!
Dopo pochi giorni mi manda un messaggio: “Les Paul pronta”.
Torno da lui, parliamo un po’, approfondiamo la conoscenza. Tira fuori DARLENE e mi dice “Provala e dimmi se l’action è ok?”. L’action sarebbe l’altezza delle corde. Francesco ha inoltre sistemato il manico, e il pick up al ponte. Imbraccio la chitarra, Francesco infila il jack nel Marshall, faccio qualche svisata rock blues e fin da subito mi sembra diversa, regolata, in forma, ready for love. Francesco mi chiede di suonargli un riffone dei LED ZEPPELIN…parto con HEARTBREAKER…mi chiede di fare l’assolo, poi RAMBLE ON e infine chiudo con il riff veloce di BRING IT ON HOME. Francesco è soddisfatto. Pure io: che piacere suonare con la chitarra finalmente a posto, e che superfiga che sembra oggi DARLENE…guardate come è bella in braccio a FRANCESCO:
Francesco Bedini & Darlene (foto di TT)
Torno in ufficio contento. Ho trovato il mio liutaio, blues.
PS: sì, il video dei LZ alla Royall Albert Hall il 9/1/1970 non c’entra nulla, ma…chiudere con i LZ è sempre cosa buona e giusta.
La groupie è una forza della natura, silenziosa, a tratti riservata, ma ostinata e determinata. Correva in moto, in minimoto, adesso corre con i kart, inoltre è bassista, tastierista, mandolinista, animalista, esperta in computer, divoratrice di libri, fan degli YES, che altro…ah sì, ora anche star della tivù.
Con la mia solita spocchia snobbo i programmi nazional popolari. Sono uomo da SKY: le serie TV (Homeland/The Americans/Il Trono Di Spade), THE CLEVELAND SHOW, I GRIFFIN, AMERICA DAD, SKY ARTE, CLASSICA, NAT GEO WILD, e naturalmente la mia droga…SKY SPORT 24 (speciale calciomercato mi tiene incollato al video delle ore intere) e le partite di calcio dell’INTER. Tutto rigorosamente in HD of course. Tutto questo in sala, perchè in cucina SKY non c’è, così quando riusciamo a cenare presto si guarda L’EREDITA’, con CARLO CONTI. Iniziò la groupie parecchio tempo fa e io mi ci sono abituato, finendo per cercare di indovinare i quesiti posti nel programma
Una sera siam lì sul divano che insieme a PALMIRO guardiamo un film, quando un segnale acustico arriva sul Galaxy della groupie: “Ah, ma veh, hanno accettato la mia domanda, il 14 ottobre ho il provino per l’Eredità”. Stupefatto e confuso balbetto: “Co co cosa?”. “Così se vinco abbiamo i soldi per portare la band in studio!”.
Il giorno è piovoso, siamo in prima classe di un INTERcity che porta a FELSINA… BONOMIA… BULAGGNA insomma. Accompagno la groupie al provino per l’EREDITA’. Ci prendiamo il giorno di ferie, visitiamo il centro, un negozio di cd, pranziamo, e poi arriviamo all’hotel preposto per le audizioni. Entriamo e ci troviamo davanti un bivacco di decine di candidati accompagnati da parenti, amici, partner. A fatica troviamo un posto. La fauna è variegata. Quelle che si credono superfighe e cercano i 15 minuti di celebrità, ragazze giovani sovrappeso accompagnate dalla madre al massimo 45enne che però ne dimostra 65, persone distinte, uomini alla deriva, disoccupati disperati, cinquantenni tiratissime, donne sportive che accompagnano il loro compagno…everyday people, insomma.
Un paio d’ore d’attesa stravaccato su un divano nella hall dell’albergo mentre la groupie e quelli del suo gruppo fanno il provino e poi si torna. Qualche settimana dopo arriva la telefonata: “Groupie?”“Sì, sono io” “Ciao, sono Elisabetta dell’organizzazione del programma l’EREDITA’, il provino è andato bene, ti aspettiamo il 21 gennaio a Roma….”
La groupie si emoziona un po’, ma è già carica come una molla. Qualche giorno prima l’accompagno a far compere, sono il suo stylist…non posso far molto, al di fuori dello stile sportivo/casual non si va, ma faccio del mio meglio (col budget a disposizione). Il 21 gennaio, accompagnata da suo nipote ventisettenne STEVE, la groupie s’ imbarca su ITALO nella stazione Medio Padana dell’alta velocità che abbiamo a pochi chilometri da casa.
Italo
La stazione medio padana
Ogni tanto mi aggiorna tramite WHATSAPP, la sento tonica, pronta a gustarsi ogni momento di quella piccola avventura. Posta su facebook le foto all’ingresso dello studio, dei camerini…a metà pomeriggio so che ormai tocca a lei, la penso, cerco di mandarle vibrazioni positive, mi affido ( e non sto scherzando, ci sarebbe da approfondire) a JIMMY PAGE: DARK LORD veglia su di lei, dalle la forza.
Verso le 20 mi telefona, un po’ sconsolata perché non è arrivata fino alla fine e dunque non ha vinto, si ferma a Roma per la notte, nell’hotel offerto dalla RAI. La sera successiva a casa mi racconta tutto, e al di là del risultato le leggo negli occhi la felicità data da una veloce ma intensa scarica di adrenalina. Treno-Roma-camerini-registrazione della puntata-camerini-hotel-Roma-treno-Borgo Massenzio. 30 ore filate via veloci. Esperienza positiva, l’è piaciuto tutto tantissimo, trattata come si deve dai tecnici, dalle truccatrici, dai commessi, dallo stesso CARLO CONTI.
Finalmente domenica sera 2 febbraio la puntata va in onda. E’ un emozione vederla in video, dapprima un pelo impacciata ma poi sempre più sicura. Peccato abbiano tagliato la parte in cui ha parlato della CATTIVA COMPAGNIA (e dei TACCHINI SELVAGGI). Resiste quasi fino alla fine. Il bello è che avrebbe indovinato la parola finale, quella che ti fa vincere il montepremi che sei riuscito a salvare. Ad ogni modo, vederla, con quel trucco poi, sentirla col suo accento reggiano e ammirarla mentre è al contempo schiva e determinata mi rende orgoglioso. Che donna la groupie!
Brian rincula, accusa il colpo, barcolla…ma non cade. Alle prese da tre anni con l’alzheimer, che in questi ultimi mesi è passato alla fase grave, tiene comunque botta, non cede, resta ancestralmente attaccato alla riva del precipizio, in modo quasi inconsapevole. Qualche settimana fa, in una fase di lucidità, è andato incontro alla depressione, quella però che ti fa capire che è ancora con noi. Più volte per telefono mi diceva, mischiando dialetto reggiano e italiano”Ah, Tim, per me ormai l’è finida”. Se non ero troppo teso riuscivo a dirgli “ma no, Brian, dai, farai come tua nonna, andrai avanti fino a 96 anni”, ma dopo la ventesima telefonata nel giro di un paio d’ore non riuscivo a trattenere il “va beh, è così, e di chi è la colpa, mia?” al che lui, lucidamente, rispondeva “Ah, no, è la natura!”.
Allora mi scioglievo e cercavo di sforzarmi di capire questo vecchio di 84 anni, che oltre a sentirsi confuso, ad annoiarsi, ad aver bisogno di qualcuno per fare qualsiasi cosa, e a non riconoscere più nessuno, deve gestire anche la lucidità che lo porta a riflettere sul fatto che è nelle ultime fasi della sua vita. Mi chiedo come mi sentirò io alla sua età, se mai ci arriverò (e chissà in quali condizioni poi).
L’altra sera l’ho accompagnato all’appuntamento semestrale con la geriatra specializzata in anziani con disturbi cognitivi. Subito Brian non voleva andare alla visita, non ne capiva il motivo. Poi, una volta uscita la dottoressa dall’ambulatorio per chiamarlo, ha sfoderato tutto il suo bon ton.
Nei primi venti minuti la visita consiste in un tête-à-tête tra il paziente e la dottoressa, senza parenti…io ero lì, nella sala d’aspetto, nel vecchio ed ex ospedale Estense di Mutina, riconvertito a polo ambulatoriale. Sentivo la dottoressa dirgli: “ripeta dopo di me: casa, pane, gatto”… oppure “quanto fa 100×7?” e io pensavo al povero Brian in difficoltà. Osservavo la porta dell’ambulatorio, con i relativi cartelli per gli utenti scritti con font diversi. Mi soffermavo soprattutto sul foglio indicante il nome dell’ambulatorio e il nome della dottoressa posto, con nastrate di scotch alla buona, dove un tempo doveva esserci un porta targa vero e proprio. Ebbene, lo sfondo del cartello era di un rosso pesante e la scritta in nero. Ora, oltre al fastidioso accostamento cromatico dell’aspetto calcistico, le scritte erano poco leggibili. Ma perché, mi chiedo, perché?
Geriatrics out-patients department at Mutina ex Estense Hospita (foto di TT)
Una volta entrato constato con la dottoressa di come mio padre sia una sorta di caso clinico positivo, di come i medicinali di contrasto all’alzheimer su di lui facciano effetto e di come il suo sia un lento, seppur inesorabile, planare. Che poi abbia ancora il riflesso incondizionato di chiamarmi al telefono, e di farlo da solo, è una cosa davvero straordinaria. La dottoressa ci chiede il permesso di citare l’esempio di mio padre nei seminari a cui parteciperà. Naturalmente diamo l’ok. Riassumendo, la fase grave è conclamata ma non ci sono peggioramenti se non, appunto, il lento scivolare, fisiologico, verso l’abisso. Brian percepisce che la visita è andata bene, o forse è una mia impressione, ma essere in giro con i suoi figli, vedere gente, è una panacea.
Mentre torno a Borgo Massenzio, ascolto bootleg del 1984 degli WHITESNAKE a Spokane…
e quindi a Mosca nel 1997 con TONY FRANKLIN al basso…
Sabato mattina, same old blues: sveglia alle 7, spesa per Brian al Conad del NewTower a Mutina, quindi lavaggio e vestizione di Tirelli senior. Pure stavolta mi lascio andare ad istinti irrefrenabili: perdo la pazienza e vomito addosso al povero Brian tutta una serie di riflessioni negative sul nostro rapporto, gli rinfaccio l’inverosimile, lui reagisce spaurito, anzi dapprima tenta una reazione determinata e logica, ma poi soccombe sotto al mio fuoco incrociato. Bella personcina che sono, prendere a male parole un vecchio confuso….ma è più forte di me, non riesco a contenermi. Una volta però svuotata la bile, riprendo il rapporto affettuoso di parte di questi ultimi anni. Lo vesto (tono su tono of course) in modo giovanile, gli asciugo i capelli, lo accarezzo, gli do un bacio e riporto il nostro rapporto sui giusti binari. Brian rinasce, sorride, ride, parla. Andiamo a far colazione da Chen il cinese, lì al bar del NewTower, il quale in realtà si chiama con un nome il cui suono (per l’orecchio di un europeo) è uan. Come si scriverà? Wan, Uan, One? Uno dei clienti fa lo spiritoso: “Ciao Uan Tu Tri (One Two Three insomma)”. Uan-Chen ci vede e viene a salutare: “Ciao Linno, ciao Steffano”, “ciao Uanno”. Poi aggiunge “Forza Italia!” e io di cortesia “Forza Cina”. Ma poi mi affretto a concludere: “Non intenderai mica Berluskoni, vero? An t’azarder menga Uan!”. Obi Wan “Chenobi” scoppia in una di quelle risate un po’ isteriche tipiche degli asiatici e torna al banco.
Il cielo è grigio, ci fossero 7 gradi in meno sarebbe un tempo da neve, così guardano in the sky inizio la litania “fiocca, fiocca”, Brian mi fa il verso ma alla sua maniera “gnocca, gnocca!”, non è elegante ridere delle difficoltà di un vecchio (con o senza l’alzheimer), ma trovo la cosa molto spassosa. Andiamo a prendere i giornali e poco distante dall’edicola dico “dai Brian mettiti in posa che ti faccio un foto”…
Brian enjoys the saturday morning (foto di TT)
Domenica mattina: di nuovo da Brian. Pranzo e poi caffè da Lasimo a Ninentlyland, e’ stata la mia compagna per 13 anni e più, ma Brian non la riconosce e la chiama “signora”. Lasimo però lo tratta con molto affetto e lui gode di tutte quelle attenzioni. Di nuovo da Brian. Suono la chitarra, e lui mi fa “L’è na bèlasodisfasiòn vèder che te et soun (è una bella soddisfazione vedere che sai suonare)”. Alle 18 lo lascio, ho chiesto il cambio alla signora che ci dà una mano, alle 18,45 c’è il debutto Tv della groupie (more later) e non posso perdermelo.
Arriva poi il momento temuto: la partita J**E – INTER. Risultato finale 3 – 1. L’Inter è l’Inter sono negli ultimi venti minuti dove mette sotto l’odiata armata bianconera, ma nei rimanenti settanta tentenna, singhiozza, latita. Precipito in un burrone di disperazione. Dopo il 3 a 0 spengo la tele, la voglia è quella di scendere in strada e picchiare qualcuno, invece mi mangio un kinder e accarezzo Palmiro…
il gatto Palmiro (foto di TT)
A fine gara chatto su facebook con Picca, Lorri, Fabio e Wilko (e con l’intruso Liso, milanista). Picca e Wilko puntano sull’autoironia, io invece affondo in modo serioso, cercando invano un appiglio andando talvolta sopra le righe. Per me l’Inter è una faccenda seria, e perdere con la J**e è un dolore profondo, totale, disperato. La notte infatti la passo male, mi sveglio alle 3 e da allora fino alle 6 mi sveglio ogni 15/20 minuti. Alle 6 suona la sveglia: devo accompagnare Brian ad un esame del sangue. Scendo…sono le 6,30 di un lunedì mattina, c’è ancora buio, piove e ieri sera l’Inter ha perso con la Juve. Per rendere la mattina ancor più leggera nel car stereo gira STANZE DI VITA QUOTIDIANA, l’album del 1974 di GUCCINI.
Prelievo a Mutina Medica in Trento Trieste e poi lauta colazione al City Bar. Mi bevo la spremuta mentre leggo la Gazza. Voto all’Inter: 4. Migliore nerazzurro in campo: ROLANDO, voto 6. Là, a sòm a post. Alle 08,15 sono sulla freeway Mutina-Stonecity. Tolgo GUCCINI e metto il bootleg di AL DI MEOLA al Belmont Park nel 1980…
…prima GUCCINI, ora un live amatoriale di AL DI MEOLA, di lunedì, in tangenziale, mentre piove…ah!
Bretella Mutina-Stonecity un giorno che piove (foto di TT)
… se poi la tangenziale si blocca, il lunedì mattina post J**e-Inter 3-1 diventa perfetto nella sua imperfezione…
Coda sulla bretella Mutina-Stonecity (foto di TT)
Arrivo in ufficio poco prima delle nove, avrei voglia di andare a dormire, ma devo lavorare e allora, con le cuffiette, cerco di trovare un po’ di pace con l’ASMR, Diana Dew naturalmente…
Gli anni del post triplete sono stati disarmanti: dopo essere stato abbandonato dallo special one non mi aspettavo di continuare a vincere, ma nemmeno di finire nell’abisso della mediocrità. Veder affidare l’armata nerazzurra a discutibili figuri come Gasperini, Benitez e Ranieri non mi dava tante speranze, ma con LEONARDO e STRAMA devo ammettere che il cuore tornò a palpitare e a pregustare un nuovo sol dell’avvenire. Non fu così, purtroppo. Ora sono alle prese con un altro campionato finora modestissimo, fuori dall Coppa Italia e dall’ Europa League e con un cambio societario di immani proporzioni. Fino ad ora non mi ero mai espresso su Thohir, ancora troppo legato al Leader MASSIMO (MORATTI) per poter azzardare un giudizio oggettivo.
il leader MASSIMO
Mi chiedevo come potesse adattarsi un tycoon indonesiano al mondo del calcio europeo, come potesse capirne la storia, le dinamiche, come potesse rilevare le pulsazioni sentimentali al di là del puro business. Poi pian piano iniziavo a notare che Erick Thohir era piuttosto differente dagli sceicchi e dai magnati russi, prima di spendere pareva volesse capire, analizzare, digerire. Così ha fatto, e una volta compreso certe faccende si è mosso in prima persona e con decisione, prima bloccando una stoltissima operazione con la J**e (scambio Vucinic-Guarin praticamente alla pari, con la J**e poi? Ma siamo impazziti?) e poi arrivando in Italia nella settimana decisiva del mercato di gennaio.
Erick Thohir
Sembravamo destinati ad un mercato inesistente, rassegnati, ripiegati su noi stessi, incapaci di fare non dico un buon colpo, ma almeno qualcosa di decente…dirigenti in confusione, tifosi rattristati e incazzati, squadra psicologicamente a terra e poi… Erick, il vichingo indonesiano, arriva, rimedia al pasticcio con la J**e, prende D’AMBROSIO dal TORINO, il profeta HERNANES dalla LAZIO e ANDY POLO, un giovane talento peruviano di 19 anni, rifiuta di dar via MBAYE, definisce le regole dei nuovi contratti e in pratica rende noto a tutti che il vento è cambiato, ridando speranza e fiducia al mio cuore nerazzurro.
Mi appresto dunque al girone di ritorno con l’animo più leggero, con le farfalle nello stomaco: SAN GEMINIANO, patrono di Mutina (che si celebra proprio oggi 31 gennaio), ha fatto la grazia.
San Zemiàn
Sfortunatamente la prossima partita sarà il derby d’Italia, al Cònat Stadium, contro il nemico per eccellenza, la personificazione calcistica del male assoluto… così non riesco nemmeno a godermi questo nuovo forte vento che soffia deciso nelle vele nerazzurre.. .perché sì, quando l’INTER batte la J**e il godimento diventa cosmico, una sorta di nirvana, di beatitudine infernale che dura settimane, un po’ come vedere i LED ZEPPELIN al Los Angeles forum il 3 giugno del 1973…
LZ al LA Forum 3-06-1973
un po’ come avere una tresca con SYLVIE VAN DER VAART …
Sylvie Van Der Vaart
un po’ come se BERARDI e MILAZZO decidessero di riprendere a pubblicare il KEN PARKER MAGAZINE…
…un po’ come se CHE GUEVARA scendesse dalla croce e facesse ritorno…
… ma se l’INTER perde mi aspetta almeno un mese di lacerazioni interiori, di dolori d’animo, di depressione massima.
Ad ogni modo, se non altro sarò consapevole che le cose stanno cambiando, che il sole tornerà a battere sui nostri volti e le stelle a riempire i nostri sogni. Quindi grazie presidente THOIHIR, inizi davvero a piacermi. Fino alla vittoria, sempre!
W l’INTER, W L’INDONESIA, W I FIRM, W IL SOL DELL’AVVENIRE.
PS: profeta pensaci tu…
Anderson Hernanes de Carvalho Viana Lima, il profeta
I PINK FLOYD dal vivo a Boston il 27/06/1977 sono la scelta giusta per quelle mattine in cui hai l’animo traballante e oscurato dalle nuvole, quando senti che l’argine che ti contiene i blues sta per cedere e che le acque fangose ti sussurenno il motivetto di I JUST CAN’T BE SATIFIED per le prossime giornate.
Sì, mi piacciono i PINK FLOYD del 1977, quelli non ancora travolti dall’ondata THE WALL ma già scivolati nel limbo, nell’incertezza teologica più profonda relativa al significato di concerto rock. L’IN THE FLESH TOUR (aka THE ANIMALS TOUR) è probabilmente il mio preferito, il 1977 come punto cardine per gli orizzonti perduti del Rock…
L’estate 1977 al MADISON SQUARE GARDEN
i LED ZEPPELIN ormai fuori controllo alle prese con un successo inimmaginabile che li sta divorando, gli ELP che rischiano l’osso del collo e la bancarotta andando in tour con una orchestra di 70 elementi, gli YES del GOING FOR THE ONE tour, quello senza fine (dalla data di Toledo del 30/07/1977 a quella di Parigi del 06/12/1977), le band di mainstream americano che iniziano a far cassetta, i FLEETWOOD MAC stravolti dal successo di RUMORS, gli EAGLES in giro dal 1976 al 1978 col tour di HOTEL CALIFORNIA, successo interplanetario e vizi di ogni sorta…
Sono attratto da quel momento storico: le grandi band che si lasciano andare all’edonismo sfrenato, il sentimento della decadenza che inizia a farsi (e a farti) sentire fortissimo, gli anni ottanta però ancora lontani e gli anni settanta come una grossa rosa ormai sbocciata del tutto, rosa che nel breve volgere di qualche pulsazione cosmica inizierà a lasciar cadere qualche petalo. A differenza però delle altre band senza dubbio più carnali, i PINK FLOYD attraversano questa atmosfera in maniera più intellettuale, angosciante, alienante. La straordinaria qualità della registrazione audience del bootleg di cui stiamo parlando descrive in modo perfetto il mood in questione, aria sonora che racconta di anime tormentate, di condizione umana, dei grandi misteri e delle grandi paure della vita. Il concerto si basa quasi esclusivamente sugli album WISH YOU WERE HERE e ANIMALS, quest’ultimo soprattutto è un disco che ho vissuto in diretta, disco sghembo, contorto, obliquo e, a mio parere, magnifico.
Pink Floyd Boston Gardens 21/06/1977 – space saving cd sleeve
E allora quando ti senti piantato a terra, incatenato alla tua postazione al lavoro, senza speranza e via d’uscita, infili le cuffiette, clicchi su play, arrivano i PINK FLOYD ai Giardini di Boston nel 1977 e ti senti meno solo.
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