Tim Tirelli’s School Of Rock

9 Lug

Nel dicembre scorso, durante il secondo video colloquio prima di essere assunto, quello che sarebbe diventato il mio presidente, mi disse:

“Tim, per me è molto importante che tu sia un esperto e un amante della musica Rock, e se verrai assunto tu per la posizione aperta in questione, come presidente ti chiederò – quando potremo ritornare ad organizzare queste cose in presenza – di tenere degli incontri sul Rock, in modo che anche i colleghi più giovani possano approfondire queste tematiche”.

Al che io mi dissi:

“vuoi vedere mio caro Tim Tirelli che essere caduto in mare potrebbe non essere così male in caso fossero questi a ripescarti?”

Come ho scritto qui sul blog più volte, ripartire da zero – professionalmente parlando – per un uomo di una (in)certa età non è roba da poco, reinventarsi non è automatico, ma quando i disegni del blues per una volta girano nel modo giusto, quando i pianeti si allineano, quando la vibrazione universale prende la giusta direzione, allora anche avere un blog, un gruppo rock e una visione blu della vita fanno punteggio e ti ritrovi a vivere una nuova esperienza in una realtà davvero speciale.

Sei mesi esatti di appartenenza ad una delle più belle realtà italiane in campo ipertecnologico, sei mesi a contatto di colleghi giovanissimi (almeno rispetto a me, che naturalmente sono il più vecchio) e dotatissimi con cui, in qualche caso, sono persino diventato amico, una direzione illuminata, un ensemble insomma davvero rimarchevole.

Da qualche mese l’AD mi diceva “Tim, quando sarà il momento giusto faremo la prima (non) lezione di School Of Rock, tieniti pronto”.

Martedì sera il momento giusto è arrivato, e dopo un lungo e importante meeting aziendale, ecco che la School Of Rock di Tim Tirelli ha preso forma.

Non sapevo cosa aspettarmi, credevo ci sarebbero state 10/15 persone, e invece quasi tutta l’azienda era presente. C’era anche Saura, la quale proprio non voleva perdere l’evento.

TT’s School of Rock – Good Company

Ho voluto fare una non-lezione, perché credo che il Rock non si possa insegnare, il Rock lo si riceve in dono da una predisposizione spirituale e lo si impara col chilometraggio. Piuttosto che sciorinare una lista di gruppi e album (che poi ho citato brevemente – alla fine – tanto per dare qualche riferimento cronologico) ho preferito fare delle considerazioni, parlare dell’impatto che il Rock ha avuto sulle vite di un paio di generazioni, sulla spinta che ha dato alla più grande rivoluzione socio culturale del secolo scorso, dei viaggi che inconsciamente ci spinge a fare nelle profondità cosmiche. 

TT’s School of Rock – photo by the CEO

E infine ho preferito far loro toccare con mano cos’è il vero senso del rock. Non potendo portare la band con me (siamo in centro storico, in un contesto protetto dai beni culturali) ho portato comunque con me la Les Paul e il Marshall per far “vivere” ai miei colleghi uno degli strumenti del rock. Ho preferito pormi in maniera schietta, e sopra le righe, ho voluto lasciarmi trasportare dalla mia emilianità, perché è vero che il rock è anche profondità, commozione e intelletto, ma di sicuro una fetta importante del suo fascino è data dal battito primordiale e dallo lo scambio di energia, il Rock è un ballo da strappamutande, è cantare l’Hare Hare e ballare l’Hoochie-Koo.

TT’s School of Rock – photo by the CEO


TT’s School of Rock – photo by the CEO

Io credo di essere stato bravino nell’aver saputo catturare per quasi due ore la loro attenzione, penso che non si aspettassero nulla del genere, questo perché molti di loro non avevano tutta questa confidenza con il concetto del Rock.

Tim Tirelli's School Of foto Saura T

Tim Tirelli’s School Of Rock – foto Saura T


Tim Tirelli's School Of foto Saura T

Tim Tirelli’s School Of Rock – foto Saura T

Lo sapete che disdegno la autoreferenzialità, certo ho il mio ego da soddisfare, ma cerco sempre di tenere i piedi per terra, e la perfetta riuscita della serata la imputo alla magia universale che ha questa meravigliosa musica che amiamo.

Sono bastati un paio di riff e qualche svisata per proiettare i miei colleghi nel Madison Square Garden nel 1973.

Riguardando oggi gli spezzoni dei video inviatemi (e che trovate qui sopra), mi imbarazzo un po’, quando prende il controllo ITTOD (uno dei tre uomini che sono) sono dolori per le altre due sfumature più riservate di me stesso. Ma cerco di non pensarci e di soffermarmi sui commenti che la sera stessa e il giorno dopo hanno fatto i miei colleghi:

♦ ♦ ♦

_The Tuscany Boy : “sei la Rockstar numero uno, serata spettacolare, sei un grande. Sei davvero il numero uno.”

_Mr SMST: “Tim, è stato uno spettacolo, sei la figura più importante dell’azienda. Sei una luce guida”.

_TYM: “è stato il discorso più importante che io abbia mai sentito in tutta la mia vita. Quando hai parlato della ricerca del Nido di Stelle mi sono emozionato fino alle lacrime, perché quello sono io. Quando hai detto che il blues più che tristezza è inquietudine, mi ci sono ritrovato in pieno”

al che io ho risposto: “Figliolo, vedi, se oltre ad essere colleghi siamo diventati amici nonostante la grande differenza di età, ci sarà un perché.  Senza saperlo anche tu sei un uomo di blues. Se ci siamo trovati così bene non è un caso, il nostro incontro è un segno del blues”

E lui, che fino a sei mesi fa probabilmente non aveva la minima idea di che cosa fosse il blues, con un candore commovente mi ha detto “Sì, Tim, hai ragione, è un segno del blues”

_Mr Zlatan: il mattino dopo si affaccia davanti alla mia vetrata con le braccia alzate e le mani che fanno le corna e mi grida:  “Tu sei il demonio!”

Mr IT: ” ….comunque … una sola parola: mitico!!!! Dovresti andare in TV!!!!!”

Mr TOGA: “ciao Tim, super ieri sera, davvero super, davvero superlativo!”

Mr Chairman: “Grande Tim, che Rock, che uomo! Ieri hai dimostrato di essere una vera rock star del blues. Sei un grande Tim!

Il responsabile HR: “Grazie per questa serata. Hai fatto una cosa importante per l’azienda e i ragazzi.”

Tim Tirelli's School Of foto Saura T

Tim Tirelli’s School Of Rock – foto Saura T

♦ ♦ ♦

Pensate che questi commenti li abbia pubblicati per soddisfare il mio ego? No, non è così, lo faccio solo per far capire una volta di più la forza propulsiva del Rock, per mettere a nudo le reazioni delle gente (o meglio di certa gente) quando è a contatto con questa musica universale.

Non posso che ringraziare ancora la persona che, una volta saputo che stavo cercando lavoro, ha fatto da tramite, perché pensava che il connubio tra Timmy Blue e la azienda in questione avrebbe funzionato. Thank you baby, I will always love you.

Early In The Morning Blues

5 Lug

La groupie si sveglia alle 4,30, Palmiro evidentemente ha reclamato la sua razione di cibo, espletato con pazienza il compito di sfamare il felino di cui è innamorata, prima di rimettersi a letto e di ripiombare nel sonno ristoratore, alza un poco la tapparella per far entrare il fresco dl mattino al che io mi desto. Guardo la sveglia, so che non mi riaddormenterò più. Ci provo con tutte le mie forze, ma la maruga ha ripreso a macinare … i personaggi della saga miserella di Aramis Reinhardt vanno e vengono nei miei pensieri formando scie che si trasformano in storie, prendo appunti mentali, ho sonno ma resto intrappolato nella ragnatela del processo che si esplica nella formazione delle idee, dei concetti, della coscienza, dell’immaginazione, dei desideri, della critica, del giudizio, e di ogni raffigurazione del mondo. Minnie alle 5:00 miagola perché vuole uscire. Sottovoce le lancio un urlo: “Minnie!”. Lei capisce e va a posizionarsi nel suo posticino preferito.

Verso le 6 dal comò si lancia sul letto, si viene ad accoccolare tra il mio braccio destro e il torace e inizia a fissarmi. Io chiudo gli occhi nella speranza che averla lì mi concili il sonno, li riapro poco dopo e lei è ancora lì che mi fissa, li richiudo, li riapro e lo sguardo di Minnie è sempre fisso sui miei occhi, li riapro e li richiudo almeno altre cinque volte e lei è lì che mi osserva attentamente. Non so dire se sia adorazione o cosa, se sta semplicemente cercando di capire cose che il suo cervellino non è in grado di elaborare, so solo che in quello sguardo sospeso tra il call of the wild e la interazione col suo umano di riferimento deve esserci – seppur minimo – un barlume di coscienza, dunque di anima.

Ma devo sbarazzarmi di me stesso, mi alzo e vado ad estirpare le erbacce in una lunga aiuola giù in giardino, come mi ha chiesto ieri la groupie. Chino in versione El Jardinero, nel misty morning sun di questa calda domenica mattina di luglio, mi chiedo se Johnny Winter abbia mai fatto di quei lavori qua.

LA SALA DEL BLUES

Dopo pochi mesi dal mio arrivo, una delle grandi stanze dell’azienda in cui lavoro è stata ribattezzata sala Blues. Certo che la Direzione ha una bella pazienza …

la sala blues del posto in cui lavora TT – foto TT

MEA CULPA, MEA CULPA, MEA MAXIMA CULPA

Al telefono con Lollo; come sempre tra di noi non si parla mai del più e del meno, casomai del blues e del treno ovvero del sentimento che per certi versi ci porterebbe a salire sul primo convoglio ferroviario con destinazione il Bayou. Percepisco che il mio amico deve dirmi qualcosa … inizia informandomi che si è comprato un nuovo paio di Adidas e che sta iniziando a provare qualche brivido per questo brand di sneakers (va beh, questo marchio di scarpe da ginnastica) poi, sperando di avermi messo di buon umore, se ne esce con un “devo confessarti che ogni tanto esco in braghe corte anche se devo girare in centro … lo so, ho peccato, ho molto peccato” mi dice sconsolato.

“indossavi i sandali?” gli chiedo

“no, i sandali mai!”

“Va bene, stasera prima di addormentarti tre testi dei The Firm e due dei Bad Company, e che non si ripeta. Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Emerson et Lake et Palmer. Amen”.

 

ADIDAS MANIA

Anche il mio amico LIZN si sta dando all’Adidas, l’altra sera durante il sinodo d’estate degli Illuminati del Blues mi dice: “vecchio, mi son comprato due paia di Adidas, adesso ne compro altre”. E niente, ho capito che sono davvero un influencer, l’Adidas dovrebbe tenerlo presente.

E’ PIU’ FORTE DI ME

Quando entro alla Coop, il sabato mattina, do sempre un’occhiata al reparto libri. Da alcune settimane il libro della leader di Fascisti d’Italia è in vetta alle classifiche. Fatico a capacitarmene, e pensare che il suo partito, la Tega e quello del cavaliere nero hanno ormai più del 50% delle preferenze mi getta nello sconforto. Così mi soffermo un po’ davanti alle copie del libro di Donna Cantaloupe, cerco di resistere, ma poi cedo e lo capovolgo. Non ne vado fiero, ma è più forte di me.

L’ANGOLO DELLA POSTA

Da quanto conosco Marco Borsani, Led Zep uber fan & guitarist extraordinaire? E chi se lo ricorda…direi più o meno da trent’anni, era uno dei fedelissimi lettori della fanzine (1985-2003) che dirigevo. Ci siamo visto un paio di volte recentemente … Robert Plant a Milano, Jeff Beck al Vittoriale … forse anche John Paul Jones all’Alcatraz nel 1999.

L’altro giorni mi manda un messaggio su messenger:

“Ciao carissimo, tutto bene? Ti scrivo per dirti che ho riletto il tuo Oh Jimmy qualche giorno fa! So che sei molto (auto)critico su quel libro scritto troppo “col cuore”, ma mi sento di dirti una cosa. Ho parecchi altri libri musicali degli anni ’80 (Gammamlibri, Arcana, ecc) e direi che nessuno di loro svetta per scrittura, italiani o internazionali che siano. Salvo solo Casamonti, accorato e polemico, ma con una certa personalità in un bel libro su Neil Young. Quindi il tuo Oh Jimmy direi che non ha nulla di che impallidire, ma soprattutto ha retto bene il tempo, meglio di quanto tu pensi. Sarò condizionato dall’argomento e dall’autore, ma è stato piacere rileggerlo! Cerca di scrivere qualcosa d’altro, ti leggo sul blog ma lì è spizzichi e bocconi…. Buona giornata e saluta Saura!”

Ora, pur essendo dotato di un certo ego, sono uno che rifugge (o almeno crede di farlo) la autoreferenzialità. Oh Jimmy (il libro) lo scrissi nel 1987 e oggi mi pare un poco obsoleto e deboluccio, come è giusto che sia, ma ne vado comunque fiero. Certo, magari dal punto di vista critico non ero ancora del tutto maturo, avevo letto da poco Hammer Of The Gods e forse in certe parti il libro ne risente, ma dopotutto è un libretto scritto in un periodo in cui era assai complicato recuperare notizie, verificarle, confrontarle. Tutti i mezzi odierni di comunicazione non esistevano, per cui è stato un lavoro da certosino e mica così semplice. Credo di aver fatto del mio meglio, per le possibilità che avevo allora. Ecco, avrei potuto ribellarmi all’editore per un paio di battute “politiche” da lui inserite, battute che magari oggi condivido anche, ma che sono forzature gratuite. 

Che Marco, experienced man and musician, mi scriva questo mi riempie il cuore. Avrei forse dovuto tenere le sue considerazioni per me, ma ehi, il blog è il mio, il blog sono io, potrò concedermi qualche gratificazione no?

PS: Thank you mate, I appreciate.

 

 

LIBRI: Daniel Dyer “Jack London – vita, opere e avventura” (2013 Mattioli 1885) – TTT¾

25 Giu

Jack London è una luce guida di questo blog, la sua scrittura potente, ricca e vividissima, la sua vita avventurosa e i suoi ideali fanno parte del DNA spirituale di questo blog. Abbiamo già scritto di lui, nulla di particolare se non qualche riflessione a proposito dei suoi romanzi, e oggi dunque ritorniamo sull’argomento con queste due righe sulla biografia scritta da Daniel Drew.

Daniel Dyer Jack London biografia

Già nelle nuove edizioni dei romanzi che abbiamo trattato vi sono diverse paginette dedicate alla vita di London, ma era un po’ che sentivo il richiamo dell’approfondimento, e dunque mi sono deciso ad acquistare questo libretto (170 pagine).
La scrittura di Dyer è scorrevole e lineare e queste sono certamente caratteristiche positive, però, leggendo, mi son chiesto se, trattando di un tipetto come Jack London, anche una biografia non dovesse essere un po’ in linea con la personalità del soggetto in questione e magari avere anch’essa – in questo caso – un approccio un po’ avventuroso. Dyer infatti risulta un pelo asciutto e avere l’intenzione del cronista che riporta i semplici fatti. Magari è giusto così, ma per il lettore che sono sento che avrei preferito un po’ di passione in più.

Jack London su questo blog:

JACK LONDON “Martin Eden (1909)” (2016 Universale Economica Feltrinelli ) – TTTTT+

JACK LONDON “Il Richiamo Della Foresta (1903)” (2017 Universale Economica Feltrinelli ) – TTTTT+

JACK LONDON “Zanna Bianca (1906)” (2017 Universale Economica Feltrinelli ) – TTTTT+

JACK LONDON “Il Vagabondo Delle Stelle” (1915 – 2015 Universale Economica Feltrinelli) – TTTT+

L’architetto delle nuvole (just another white summer blues)

19 Giu

Dalla mia postazione lavorativa osservo le mura che formano il perimetro visivo del posto in cui da cinque mesi lavoro, sono mura che hanno 410 anni, piene di storia e di sacralità, mura che inducono a riflessioni, come non fossero già sufficienti quelle in cui mi perdo ogni cavolo di giorno della mia vita blues. Rifletto sull’equilibrio che dopo tutto riesco a mantenere, un delicato gioco di contrappesi tra l’eccitazione data dal mio approccio Rock e il tenebroso esistenzialismo della mia propensione Blues. Già, la problematicità dell’esistenza del singolo individuo capitato chissà come su un pianeta posto nel buco del culo dell’universo e l’effimera eppur gioiosa forte vibrazione spirituale data dalla musica Rock.

Essendo dotato (almeno così pare) di empatia, di solito riesco ad entrare in sintonia con le persone, perlomeno con quelle che non hanno infilato un manico di scopa su per il sedere, quando questo accade è sempre uno spettacolo farlo con tipetti che magari hanno menti scientifiche brillantissime e che, non contenti del loro talento verticale, cercano in tutti i modi di avere anche la più completa visione orizzontale. Interagire con questi giovani uomini è una goduria. Poco dopo le nove del mattino si ferma da me Mr Miller, sbrigate le faccende lavorative spendiamo un paio di minuti a interpretare a nostro modo il vivere quotidiano, il suo giocoso e molto emiliano atteggiamento scientifico rimane per un attimo spiazzato quando, dopo aver parlato per lavoro di cloud architect, gli dico “beh, in fondo sono anche io un cloud architect, nel senso che costruisco strutture con le nuvole che poi si dissolvono alla prima raffica di vento”. Cavolo, Tim, non avrei mai fatto questa associazione … questa deve finire sul blog!” mi dice il mio amico e collega.

Poco dopo entra un altro giovane uomo, anch’egli dotatissimo, uno dei più promettenti under 30 italiani (secondo una nota rivista di settore). Il Tuscany boy, con la cadenza tipica della sua terra, mi informa di certe faccende lavorative e poi mi chiede un po’ di cosette su di me. Gli spiego in due e due quattro che fino ad una paio di anni fa avevo una aziendina mia che ho dovuto lasciare causa visioni e rapporti mutati e quindi professionalmente reinventarmi e riiniziare da capo, faccenda non semplice alla mia età. Pur sottolineando il fatto di aver avuto una buona stella che mi ha condotto nel posto in cui ora mi trovo, il mio collega – attento com’è – coglie le sfumature blues che percorsi accidentati di quel tipo comportano per uomini di una (in)certa età, così se ne esce con un ” Beh, Tim, allora siamo stati fortunati noi ad averti qui”.

Colpito e lusingato da questo istintivo apprezzamento, invece di bearmici sopra, inizio subito ad interrogarmi sulla percezione di me che hanno alcuni colleghi, percezione che ritengo eccessiva, ça va sans dire. Ho l’impressione che l’individuo che sono, il mio presunto umanesimo, le eventuali doti attitudinali e la conoscenza in campo musicale siano caratteristiche che vengano amplificate. Ho perennemente dubbi riguardo le mie capacità, dubbi che invece gli altri sembrano non avere, è tutto un fiorire di “grandissimo Tim!”, “spaziale Tim!”, “mitico Tim!”.

Quello che mi scoraggia un po’ e che non sono nemmeno capace di godermi queste piccole soddisfazioni che dovrebbero risolvermi la giornata. Ah, essere uomini di blues è un bel tormento.

Timmy blue – autoscatto

PS: nel tardo pomeriggio Mr Miller sulla chat aziendale mi scrive: 

“Oh, Maestro del blues globale, eravate molto belli tu e il tuo capo in pausa pranzo” (stavamo suonando la chitarra … già, ne abbiamo una a portata di mano ndtim) “e mi sono anche un po’ ingelosito … non hai mai suonato per me, ma ti perdono perchè sei il sommo”.
 
A parte che non ho mai suonato per lui perché Mr Miller è un guitar player extraordinaire, sorrido nel leggere gli appellativi usati: “Maestro del blues globale” e “il Sommo”…
Saura direbbe:  “Cosa? Hai messo in piedi anche lì il buraccione del blues?!”
 

DOMENICA SCLEROTICA

Domenica scorsa non ce n’era per nessuno, Ittod (uno dei tre uomini che sono) aveva preso il sopravvento e ho rischiato davvero, in senso lato of course, di andare a dissolvermi in cometa. Non m’importava più di nulla, non mi andava più bene niente, progettavo di scappare, fuggire, cambiare vita, trovare “una stella che sia tutta mia“.

Come non sapessi che il nido di stelle di cui l’uomo di blues è sempre alla ricerca non esiste.

Ma niente da fare, salgo in macchina, non saluto nessuno, fuggo, punto il muso della Sigismonda (la blues mobile insomma) verso le blue highway, come le chiamano gli americani, le stradine basse che portano almeno spiritualmente verso spazi infiniti, verso la libertà d’animo, verso altri orizzonti, sapori, odori.

L’estate emiliana è in piena sbocciatura, campagne assolate, umidità, balle di fieno nei campi, mari dorati di spighe di grano. Dallo stereo della macchina il Golden God canta versi che ho incisi sull’animo … Il mio amore è in combutta con l’autostrada, le luci posteriori si dissolvono con l’arrivo della notte, e le domande a migliaia prendono il volo.

Vago per stradine desolate contando le chiuse dei fossi gonfi d’acqua pronti per l’irrigazione; in questo viaggio tra le campagne che mi hanno generato mi accompagnano il canto delle cicale e le lunghe ombre dei cipressi che segnano le coordinate di piccoli cimiteri di campagna, mi immergo in una nuova estate bianca.

Mi fermo nei pressi di una vecchia villa padronale che pare abbandonata, scendo dalla macchina, all’ombra di grandi querce contemplo il mio povero mondo e il mio stato d’animo.

Ma dove credo di andare, cosa credo di fare, troverei davvero il coraggio, la forza e la determinazione per dare una netta svolta alla mia vita? Suvvia, non scherziamo. E così, mentre Ittod si stempera in Tim e quindi in Stefano, la domenica viene declassata da Sclerotica a Lunatica. E tutto torna alla normalità. Più o meno.

BRAGHETTE CORTE & CALZINI

Con l’estate torna il grosso problema degli uomini in braghette corte, calzini e sandali o ciabatte, un argomento evergreen qui sul blog. Esemplari maschi di umani sui trent’anni che senza porsi nessun problema girano per la città con quelle mise, molti dei quali in puro zio Fedele style. Trent’anni e già conciati così, nessun bon ton estetico, nessun amor proprio, nessuna speranza di vita scintillante.

Altri raggiungono livelli di abbruttimento ancor più sorprendenti. Sono alla Coop, in giro col carrello mi imbatto in un essere surreale. Altezza circa 175 cm, peso circa 110 kg, età indefinibile (tra i 39 e i 59), maglietta bianca beige aderente, calzino corto marrone, sneakers viola e calzoncino verde smeraldo con foggia tipo squadra di calcio del 1974, dunque cortissimo.

squadra di calcio (comunque fighissima) del 1974

Un abominio estetico. Mi chiedo cosa spinga gli uomini a una tale De-Evolution.

 

BEER FOR BREAKFAST

Sabato mattina, solita puntatina mensile a Nonatown, il paesello natio. Mi fermo a far colazione al caffè di fronte al Vox. Ordino un cappuccino e un krapfen alla crema. Mentre vado a sedermi ad un tavolino della veranda esterna, sento l’ordinazione del cliente dopo di me: “Mi porti una birra media? Che sia fredda, eh?”.

La schiuma del cappuccio mi scende lenta in gola mentre osservo quest’uomo – anch’egli dall’età indefinita (39/59 anni) – chino sul cellulare spararsi per colazione alle 10 del mattino una media chiara gelata. Braghetta corta modello cargo, calzino corto di spugna, sneakers pesanti, maglietta della salute di lana anni sessanta, cappellino da baseball in testa.

Ognuno ha il suo blues da piangere.

ARAMIS REINHARDT

Lavoro a parte, in queste settimane sono preso soprattutto dallo scrivere capitoletti delle Avventure di Aramis Reinhardt, un tipetto che qui sul blog si troverebbe bene, presumo. Ho già pubblicato in questo spazio i primi tre capitoli, ora sono alle prese con la stesura del quarto. Siccome nella mia maruga temo sempre di dovermi confrontare con giganti tipo Jack London, Franz Kafka, Philip Roth e Greg Iles, mi chiedo se sia il caso di pubblicare le mie sciocchezzuole.

Sì certo, Lollo, Jaypee e un paio di amici del blog mi hanno dato la loro benedizione, ma poi il dubbio rimane, fino a quando mi scrive il Michigan Boy su whatsapp:

“Ho appena letto il tuo ultimo pezzo sul blog” (ARA III, ndTim) “e mi sono perso in quella atmosfera dark e umanissima. Non vedo l’ora di leggere il resto… Come direbbe Rocco Schiavone, meij cojioni”.

Ecco, la vita poi riassume un senso with a little help from my friends. 

 

SUL PIATTO DELLA DOMUS

 

OUTRO

Tra un paio di giorni ci sarà il solstizio d’estate, sarebbe bello passarlo tutti insieme – noi del blog – alla Boleskine House.

Boleskine House 1876

Non sarà possibile certo, ma almeno sogniamolo, e facciamo un brindisi tutti insieme, con un rum o un Southern Comfort … Alla nostra, donne e uomini di blues, buona estate a tutti, e che il Dark Lord ci protegga … ognuno di noi”

(Ognuno di noi © Tim Cratchit)

LIBRI: Stephen Davis “Gold Dust Woman”- the biography of Stevie Nicks (2017 St. Martin’s press)- TTTT½

15 Giu

Parlo di questa biografia nel gruppo whatsapp dei miei confratelli (nome della chat: The Clarksdale Rebels) e uno dei probiviri mi scrive: “prima di tutto, ricordati che Stephen Davis è quello di Hammer of the Gods e gli piace il gossip spinto”.

Sarà anche così, ma Davis è uno dei pochi giornalisti musicali che seguo e leggo con attenzione, e infatti questa biografia mi è piaciuta molto come d’altra parte mi sono sempre piaciuti molto i Fleetwood Mac: quelli del periodo di Peter Green, quelli del periodo intermedio con Bob Welch e infine quelli degli anni del mega successo arrivato con l’inserimento di Lindsey Buckingham e Stevie Nicks.

Davis ovviamente parte dagli inizi, infanzia, adolescenza, il connubio sentimentale e musicale con Lindsey Buckingham, sino all’entrata – grazie al produttore Keith Olsen – nei Fleetwood Mac e di conseguenza nel mondo dorato del Rock.

Naturalmente anche la carriera solista di Stevie, iniziata nel 1981 con l’album di grande successo Bella Donna, è trattata con la dovuta attenzione.

Durante la lettura è interessante seguire i mutamenti del peso specifico della Nicks all’interno dei Fleetwood Mac, dapprima membro meno ascoltato del gruppo e in balia dei voleri di Buckingham quindi figura più importante e di maggior successo del gruppo.

Gli amori con Buckingham, Mick Fleetwood, Don Henley, Joe Walsh, i suoi vestiti svolazzanti e il suo ammiccare al ruolo di strega del Rock, il rapporto con gli stupefacenti e con la vita dissoluta da Rockstar. Colpisce l’irritabilità e le maniere rudi di Buckingham verso la Nicks, umiliazioni e vessazioni continue amplificate dai rapporti conflittuali tra tutti i membri del gruppo.

Nonostante questo va ricordato che nella seconda metà degli anni settanta Stevie è stata, insieme a Jimmy Page, la Rockstar più amata dagli Stati Uniti, una adorazione totale da parte dei fans, completamenti stregati dal personaggio che la Nicks si era costruita.

Nel libro ci sono parecchi riferimenti anche Led Zeppelin il che, dal nostro punto di vista, non guasta. La scrittura è fluida, la lettura scorre, il tutto è molto gradevole. Unico appunto, cosa che riporto spesso quando recensisco queste biografia, è la mancanza di riferimenti tecnici, una recensione accurata di un concerto per tour, un scaletta completa ogni tanto e cose di questo genere avrebbero aiutato a posizionare gli avvenimenti nella giusta prospettiva temporale. 

Gold Dust Woman rimane comunque una gran bella biografia.

Libro in inglese.

FILM: “The Rover” di David Michôd (Aus-Usa 2014 – Prime Video) – TTTT

14 Giu

Su Prime Video è disponibile questo asprissimo road movie, ambientato in Australia in una realtà post apocalittica: paesaggi polverosi e desertici, esseri umani allo sbando, solitudini totalizzanti. Un uomo è alla ricerca della sua automobile, rubata da una banda di criminali in fuga, per questo percorre intere fette del deserto australiano con una determinazione assoluta. L’attore Guy Pearce veste perfettamente i panni di questo uomo dal passato drammatico, senza più nessuna empatia, senz’anima, spietato. E’ un film a tratti molto lento, regia essenziale (e magnetica), colonna sonora ipnotica, fotografia satura e incredibile. Non è per tutti, ma di sicuro è un gran film.

The Rover film 2014

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -III- La Città (Gothic Blues)

6 Giu

di Tim Tirelli

Decisi di uscire che era ormai sera, sentivo la necessità di vedere il palazzo da fuori e scrutare i dintorni di quella che sarebbe diventata la mia nuova zona di riferimento, almeno per qualche tempo.

Guardandolo dalla strada l’edificio era imponente e sembrava avere in sé una forza che schiacciava verso il basso. Avevo cercato velocemente qualche notizia su di esso ma avevo trovato poco.  Architettura gotica, tre piani, due rotonde torri ai lati della facciata, niente finestre tradizionali ma bifore, cordoni in pietra ornavano il fronte del palazzo e dividevano i piani. Provai ad allontanarmi per avere una veduta d’insieme ma mi accorsi che la cupola a base poligonale che si erigeva sul tetto, di cui mi avevano parlato, proprio non si riusciva a scorgere. Voci che arrivavano dal passato remoto volevano l’edificio costruito sulle rovine di una antichissima abbazia, ma non vi era nessuna prova evidente, ma sapevo che quello sarebbe stato il termine che avrei usato per riferirmi ad esso.

Il corso su cui si affacciava era una delle strade centrali più frequentate, soprattutto la parte finale, quella su cui la abbazia poggiava le sue fondamenta, parte che andava a dissolversi in un ampio delta di spiazzi, piazzette, rotatorie e pensiline. La sera cadeva decisa, le scie delle luci al neon offuscavano la vista, il respiro della città batteva nelle tempie, in preda alle vertigini decisi di rientrare.

Presi l’ascensore, fare quattro piani di scale in quelle condizioni non era conveniente. Un cancello vecchio stile fungeva da ornamento e da protezione. Entrai nella cabina, mi sentivo strano, forse avevo sottovalutato cosa significasse per uno come me affrontare La Città. Erano le venti passate, Dafne ancora non era rientrata, mi chiesi cosa ci facessi lì, in quell’enorme abitazione a me aliena.

Avevo conosciuto Dafne diversi anni prima, portammo avanti per un po’ una di quelle amicizie piene di tepore ma non troppo profonde, poi lei era partita, quando la società per cui lavorava le chiese di trasferirsi all’estero lei accettò e io non la vidi più per parecchi anni. Ritrovarmi con lei a cena fu quantomeno strano. La società l’aveva richiamata in Italia, lei obbedì e quindi si ritrovò a riaprire casa e a riorganizzare la sua vita. Fui una delle prime persone conosciute che incontrò, per caso, al suo ritorno. Era così cambiata che faticavo a riconoscerla. Pur ostentando un bel sorriso, ponendo attenzione verso gli altri e mostrando curiosità per tutto, pareva assediata dal tedio. Si presentava sicura di sé e afflitta da una sicumera che faticava a nascondere, vendeva sé stessa come donna affermata, realizzata e soddisfatta ma era chiaro che provava un fastidio interiore che non riusciva a tenere a bada.

Uscimmo tre volte, cena in un buon ristorante seguita da una bella passeggiata lungo i viali alberati che lambivano la zona centrale della Città, poi un bacio sulla guancia e la buonanotte. Alla quarta mi chiese se volevo trasferirmi da lei. Le avevo giusto accennato delle novità che stavo affrontando e delle relative apprensioni, così se ne uscì con quella offerta. Impiegai poco a capire che cercò di persuadersi che stava semplicemente dandomi una mano, quando invece era un suo bisogno quello di avere una boa, una faccia conosciuta e un cuore famigliare a cui rivolgersi negli interminabili momenti in cui da sola fronteggiava la sua sofferenza esistenziale.

Mi ero messo in testa di rilevare dal proprietario la casa in cui aveva vissuto gli ultimi trent’anni mio nonno, la casa che in qualche modo rappresentava il retaggio della famiglia, casa a cui io e i miei cugini eravamo legatissimi e sita in una frazione rurale di una città vicina. Mi accorsi in fretta di aver fatto il passo più lungo della gamba: ero riuscito ad acquistare la casa e le cinque biolche di terra ad essa relative, ma la ristrutturazione prevista per rendere il tutto abitabile e confortevole pareva fuori dalla mia portata.

Già, in quelle condizioni la mia attività non era sufficiente, tre dischi pubblicati da una piccola casa discografica assicuravano entrate non sufficienti, impossibile implementare di molto i guadagni in un momento storico in cui la mia musica di riferimento si stava inesorabilmente trasformando da fenomeno culturale popolare a musica di nicchia. Nemmeno lo scrivere dava garanzie, mi ero forse fatto un nome nell’ambito in cui mi muovevo e richieste di collaborazioni continuavano ad arrivare, ma ne avevo abbastanza di vivere senza certezze economiche. Ero costantemente sotto pressione e preoccupato: ridussi al minimo le spese e diedi la disdetta dell’appartamento che avevo in affitto e provai a trasferirmi nella vecchia barchessa dato che una volta rimessa a posto era diventata in parte garage, in parte cantina e in parte dependance. Tuttavia il tutto era ancora troppo spartano, l’abitabilità non era ancora stata concessa e quegli spazi sarebbero serviti presto a contenere quel poco di mobilio di famiglia rimasto, i miei arredi e tutto il resto. La soluzione offertami da Dafne pareva al momento l’unica strada percorribile. Ero infine alla ricerca di un lavoro affinché potessi aggiungere peso ai miei proventi.

Eccomi dunque lì, con le chiavi in mano di una abitazione che prendeva un intero piano, arredata per metà e gelida come può esserla una casa rimasta disabitata per anni. Avevo riposto le mie cose in una grande camera vuota, scatoloni e borsoni collocati alla bene meglio, anche se cercai di dare un minimo d’ordine ai miei mille effetti ed affetti personali che portai lì al terzo piano.

Tornai a dare un’occhiata alle stanze. In una era stata appena consegnata e montata una moderna cucina componibile ancora senza nessun accessorio: niente piatti, bicchieri, posate, pentole, calendario e brogliaccio della spesa dove notare le necessità quotidiane. Il frigo era acceso ma di fatto vuoto, all’interno solo bottiglie d’acqua. Di fronte e a destra del corridoio un soggiorno, lungo, spazioso e già un po’ vissuto. Un altro paio di stanze prima che il corridoio formasse una biforcazione davanti ad un lungo vano senza finestre: altri ambienti sulla sinistra e sulla destra, e quindi il congiungimento dei due rami del corridoio dove una vecchia porta in legno chiusa a chiave celava un passaggio verso chissà quali altri mondi. Le stanze a destra davano sul corso, quelle a sinistra su un cortile interno, una sorta di chiostro con piante e giardino curato ma senza bellezza alcuna. Non conoscevo bene la storia dell’abbazia, sapevo solo che con la proprietà c’entrava il nonno o il bisnonno di Dafne e che da piccola lei abitava con i genitori e le sorelle nei due grandi appartamenti del primo piano.

Aprii le porte di tutte le stanze, vidi un paio di bagni ampi e poco luminosi, una bellissima camera da letto, uno studio, un disimpegno e altri locali vuoti. Mi stupii di non trovare una cameretta con una brandina o qualcosa di simile e mi chiesi dove avrei dormito quella notte, forse su uno dei divani del soggiorno?

Dafne entrò in casa, aveva con sé una grande borsa con la spesa evidentemente appena fatta e confezioni di cibo take away.

“Se mi avessi detto qualcosa ci avrei pensato io, ma non sapevo come comportarmi. Tutto è una novità, ti confesso che sono un po’ frastornato”.

“Non ci pensare, il mercato coperto qui dietro è sempre aperto ed è tutto quello che mi serve”.

Mangiammo in quella che lei chiamava la living room, su un tavolino; dalla confezione cartonata uscirono alcune porzioni di cibo tailandese, due dessert, una birra bianca per me, una bibita senza zucchero per lei. Rimasi colpito nel notare il tipo di birra scelta, evidentemente Dafne prestava attenzione ai dettagli. Scambiammo poche frasi, non volevo infastidirla, dopo una giornata di lavoro di certo intensa pensavo volesse solo stemperare le tensioni. Si mise sul divano, si tolse le scarpe, controllò qualcosa sullo smartphone, quindi si mise a guardare le news sul canale dedicato di una tv a pagamento. Passò poi ad una puntata di una serie TV che indubbiamente seguiva da tempo.

“Senti, mi dici dove posso dormire stanotte, così preparo le mie cose e se non chiedo troppo mi faccio una doccia?”

“Se vuoi puoi dormire con me” mi disse tra un dialogo e l’altro che la tv rimandava.

Lo scroscio della doccia finì, dopo poco entrò in camera, io intravedevo i tetti della città dalla finestra e fingevo di essere assorto e meditabondo. In realtà lo ero davvero, non potevo che perdermi nel valutare la stranezza della situazione: una amica sconosciuta stava per infilarsi nel letto dove ero anche io, una che al momento sembrava avulsa dall’humus del mio vissuto. Non ero esattamente il tipo per quelle cose.

Avevo cercato di non guardarla, ma la silhouette che mi passò accanto mi sembrò essere quella di una donna stupenda. Si sdraiò, appoggiò il gomito al cuscino e la testa alle nocche della mano, sorrise e si avvicinò. Non riconobbi nulla della donna che conoscevo: profumi e sapori diversi, linguaggio del corpo sconosciuto, sguardi differenti. Fu un rapporto singolare, a tratti freddo e meccanico, ma soddisfacente per entrambi, o almeno quella fu la mia impressione. Tornò in bagno, si lavò di nuovo e quindi – una volta a letto – si mise a leggere un libro. Mi misi su un fianco, pochi secondi prima di abbandonarmi al sonno lei mi accarezzò il viso.

Uscii di casa alle nove. Il mattino sembrava soleggiato benché le previsioni per il pomeriggio minacciassero pioggia abbondante. Poco prima di mezzogiorno avrei avuto un colloquio di lavoro che speravo si sarebbe trasformato in una proposta concreta. Feci colazione in un bar all’interno del mercato coperto e poi mi diressi verso la cattedrale. Non era certo la prima volta che mi ritrovavo davanti ad essa, ma l’effetto che mi fece fu comunque surreale, ero certo di essere preda di suggestioni kafkiane, tutto mi sembrava immenso e alieno, era come essere in una realtà alternativa. Ero conscio del tipo d’uomo che ero, il sapermi individuo del genere umano capitato per caso su un pianeta nella periferia estrema dell’universo ignaro del perché della vita e della direzione da cui provenivo e verso cui stavo andando spostava le mie percezioni, ingigantiva il rumore di fondo e la visione del mondo esterno, facendomi scivolare in una sorta di weird fiction alla H.P. Lovecraft. Forse vi era qualcosa di patologico, ma non me preoccupai mai più tanto, essendo comunque capace di gestire queste mie fasi.

La cattedrale mi appariva dunque gigantesca e la piazza su cui si affacciava vastissima. Non distinguevo più razionalmente fantasia e realtà. Lo stile pareva così gotico da incutere terrore. La scritta incisa nella pietra sopra al portone diceva Ecclesia Maior. L’interno lasciava senza fiato: tre altissime navate con ai lati una serie di navatelle che si dissolvevano nell’ombra profonda. Mi misi a sedere su di una delle vecchie panche poste nella prima navatella a destra, avevo bisogno di riflettere e niente mi metteva nella giusta predisposizione come i grandi edifici silenziosi. Faticavo a raccapezzarmi, il guazzabuglio che era diventata la mia vita mi disorientava e aveva acuito i miei sensi amplificando le percezioni del mondo intorno a me.  Avevo raggiunto l’età in cui di solito si iniziava a raccogliere qualche frutto ma tutto quello che vedevo d’innanzi a me era color tenebra. Esageravo, la musica mi aveva scelto ed irretito, non avrei potuto fare altrimenti, e dopotutto conducevo una vita dignitosa facendo quello per cui avevo un po’ di talento, ma mi chiesi ugualmente cosa sarebbe successo se avessi intrapreso altre strade invece di seguire l’astratto; ripensando al passato vidi solo i momenti in cui evitai la concretezza, la razionalità, perseguendo scelte che ora mi parevano non poi così sagge. Rimasi con i miei pensieri immerso nel silenzio ancora un po’ e poi uscii.

L’enorme piazza era inondata dal sole, misi una mano a protezione degli occhi e andai a dissolvermi in quella spalancata e bizzarra ampiezza metropolitana; incontrai un paio di conoscenti provenienti dalla fascia di quartieri a ovest della Città, ci scambiammo poco più di un saluto, e poi mi diressi verso il luogo in cui avevo l’appuntamento di lavoro.

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Il deposito che il responsabile stava facendomi visitare era in pratica nello stesso corso dell’abbazia, ma nella parte iniziale. Vi si accedeva da una piazzetta laterale, un rettangolo incastonato tra alti stabili a tratti fatiscenti ma decorosi, tramite una rampa circolare che si insinuava nel terreno sino a raggiungere i due piani interrati. Le parti interne in muratura rimandavano a tempi lontani, così come gli alti e stretti finestroni. Tutto in quel deposito sembrava desueto, la poca luce e l’odore di polvere e di pioggia davano ad ogni oggetto un aspetto anacronistico. Ci si occupava di amministrare la logistica di parecchie imprese del centro storico, di organizzare lo spostamento della merce e la catalogazione delle stesse. Il deposito si estendeva su tre livelli:  0, -1, -2. Al piano terra i muri erano intonacati e gli scaffali erano in massima parte del tipo drive in, strutture in acciaio zincate e divise per colori dove venivano stoccati quasi esclusivamente carichi pesanti. Nei due livelli inferiori tutto era diverso. I muri interni erano di pietra grezza, gli scaffali sembravano in ghisa, gli impianti elettrici erano a vista, solo i pavimenti sembravano essere stati oggetto di ristrutturazione recente. Il colloquio durò un’ora, il responsabile mi salutò cordialmente dicendomi che si sarebbe fatto risentire. La settimana successiva passò in fretta, Dafne si era premurata di assegnarmi lo spazio forse più particolare dell’Abbazia dove poter approntare il mio studio: la stanza incastonata nel tetto dell’edificio arricchita dalla cupola di vetro di cui avevo sentito parlare.

Vi si accedeva da quella porticina in legno che mi aveva incuriosito, uno stretto e buio corridoio con a destra due porte chiuse e subito a sinistra una scaletta intonacata alla ben meglio che conduceva ad uno spazio magnifico di circa 25 metri quadri con pavimento in cotto, muri senza intonaco, una grande tavolo in legno, tre scaffali di rovere alle pareti, sedie di design e uno strepitoso divano giallo ocra molto profondo e lungo. Vi portai un paio di chitarre, alcuni dei miei dischi, l’impianto stereo e il necessario per scrivere. Il weekend lo passai con Dafne in giro per la città, voleva muoversi un po’ e riprendere confidenza con l’urbe, come la chiamava lei. Osservavamo portoni e cornicioni, ci perdevamo negli anfratti più obliqui del centro storico, ci fermavamo nei tavoli all’aperto di qualche bar che ambiva al titolo di bistrot e, almeno così mi pareva, ridevamo. Quando passeggiavo con lei la città perdeva la maiuscola, la cattedrale si presentava per quello che era in realtà e la vita mi sembrava meno impegnativa. Passammo la domenica pomeriggio a letto, ebbi la sensazione che Dafne si stesse sciogliendo, che perdesse un po’ dell’armatura che quotidianamente sfoggiava, sembrava quasi che mi volesse bene. Io almeno iniziai a volergliene, non sapevo se fosse amore o cosa, ma con lei stavo volentieri, non avevamo tantissimi argomenti, o meglio passioni, in comune, per lei la musica, ad esempio, non era basilare quanto lo era per me e la letteratura non rappresentava un imperativo ma le nostre conversazioni, in un modo o nell’altro non languivano mai.

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Il responsabile del Deposito si pose in modo semplice e diretto, la persona che fece da tramite gli parlò talmente bene di me che per lui era come fossi già uno degno della massima fiducia. A quanto mi disse era alla ricerca di una figura come la mia da molto tempo e aggiunse che avremmo trovato un accordo in caso la mia attività di musicista avesse richiesto elasticità. Dopo due settimane mi aveva inquadrato, gli piaceva il fatto che non avevo problemi a sporcarmi le mani e che al contempo potesse contare su di me anche per faccende impegnative e complesse. Gli chiesi solo di non dire agli altri dipendenti della mia professione musicale, preferivo rimanere in incognito, senza essere costretto a spiegazioni. Se non vi erano urgenze uscivo alle 18, in 10 minuti ero a casa, una doccia e subito nel mio studio. Dafne rincasava verso le 19:30, le facevo trovare la tavola della cucina apparecchiata e il frigo rifornito, sì, certo, toccava a lei cucinare ma sembrava farlo volentieri mentre mi raccontava qualche aneddoto della giornata. Dafne era naturalmente una dirigente dell’azienda per cui lavorava e rimanevo ad ascoltarla con interesse mentre cercavo di carpire le sinergie ai piani alti di società come la sua. Se dopo cena aveva da fare o capivo che voleva stare da sola me ne tornavo nello studio, altrimenti guardavamo un film o una serie TV insieme. Alla mattina le preparavo il thè verde senza zucchero, l’unica cosa (acqua a parte) che il suo digiuno intermittente le permettesse, mentre io preferivo affrontare la giornata con caffè, biscotti e succo d’arancia. Se la vedevo sorridere, prima che scappasse giù per le scale mi permettevo di abbracciarla e di scambiare con lei qualche effusione visto che, nei momenti opportuni, giocavamo a fare la coppia stabile e felice.

Strokes, Amy Winehouse, White Stripes, i gusti musicali di Dafne, occasionalmente mi chiedeva di suonarle qualcosa e diligentemente mi mettevo ad imparare uno dei suoi pezzi preferiti e glielo proponevo. Ogni volta sorrideva in quel modo tutto suo, tra il compiaciuto e il trattenuto.

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Libri, manufatti in piombo, sedie in ferro battuto, nel Deposito cercavo di sistemare oggetti pesanti nel miglior modo possibile attento a non farmi male alle mani e aggiornavo il sistema operativo che li catalogava. Dopo quattro mesi il responsabile mi diede altre mansioni, passavo così i pomeriggi nell’ampio spazio circolare del piano terra davanti ad un computer a gestire e controllare i flussi della merce che entrava e usciva. Ogni tanto la sera, prima di rincasare, andavo insieme ai colleghi a bere qualcosa in un locale lì vicino che non avrei mai frequentato altrimenti. Mirvjena veniva dall’Europa dell’est e, seppur caratterialmente distaccata, aveva instaurato con me un rapporto come si conviene; non sapeva chi fossi, lasciavo trapelare poco, ma pareva trovarsi bene in mia compagnia. Le cose sembravano sistemarsi, a Roncadella la ristrutturazione procedeva, grazie al nuovo lavoro riuscivo a pagare senza troppi patemi le rate del mutuo che avevo acceso con una banca e i concerti iniziavano ad aumentare.

Avvisai Dafne che avrei passato il weekend fuori città, avevo un paio di date previste per il venerdì e il sabato sera, sarei dunque rientrato la domenica in tarda mattinata. Il concerto del sabato saltò all’ultimo, inagibilità dello spazio dove si sarebbe dovuto tenere o qualcosa del genere, così decisi di tornare in città dopo lo spettacolo del venerdì. La città di notte, affrontata nel mood in cui mi trovavo da un po’, era piena di fascino: discreta, accogliente, assai diversa dall’entità gotica di qualche mese prima.

Arrivato all’abbazia cercai di fare meno rumore possibile, immaginavo che Dafne fosse già a letto, entrai in casa lentamente con l’idea di andare a dormire sul divano dello studio per non svegliarla. Feci per affrontare gli scalini che portavano alla cupola quando mi accorsi con mia grande sorpresa che da una delle porte a destra del corridoio, dietro la porticina di legno, filtrava luce. Dafne mi aveva detto che erano due vecchie stanze senza finestre che contenevano vecchi mobili di famiglia. Pensai che avesse dimenticato di spegnere gli interruttori, benché mi chiedessi cosa fosse andata a fare in una stanza che a sentire lei non apriva da tempo; mi avvicinai, con cautela aprii la porta, una sorta di anticamera era immersa in una soffusa luce rossastra, un paio di poltrone e alcune sedie su cui erano appoggiati soprabiti e giacche erano posizionate ai lati della stanza.

Sulla sinistra un’apertura senza nessun serramento portava ad un altro vano diviso dall’anticamera da un muro al cui centro vi era una vecchia finestra composta da un telaio su cui erano incastonati piccoli vetri quadrati; da quell’ambiente misterioso provenivano rumori indecifrabili, iniziai a spaventarmi, con le spalle al muro provai a sbirciare dalla finestra. Un grande letto che pareva di velluto bordò era posto in fondo alla stanza, lampade con tenui luci rosse rimandavano ombre dei corpi perlopiù nudi che si muovevano sul letto. Rimasi esterrefatto … riconobbi due donne e tre uomini, uno di quei corpi era di Dafne. Pietrificato guardai al di là del vetro una volta ancora, nessuna perversione particolare ma certo i suoi gusti erano piccanti, e subito pensai che forse lo faceva per trovare la soddisfazione che arrivava a provare sempre meno di frequente e di conseguenza alzava l’asticella.

Distolsi lo sguardo, temevo di farmi vedere, così, con una lentezza esasperante e quasi a carponi, mi mossi verso la porta attento a non fare rumore. Una volta uscito mi infilai nello studio e chiusi la porta a chiave. Passati i primi minuti di stupore cercai di elaborare la cosa, in fondo con Dafne non avevamo fatto nessun patto, vivevo a casa sua perché aveva creduto opportuno darmi una mano; certo, talvolta facevamo l’amore e uscivamo insieme ma non eravamo una coppia, almeno secondo lei. Già, io invece mi ero fatto prendere dal legame che si era creato, dopo alcuni mesi passati insieme per un uomo come me era naturale provare qualcosa per una donna come lei, ma in fondo erano miei problemi, mi dissi, lei con la sua vita poteva fare quello che voleva. Mi versai due dita di rum in un bicchiere, presi una coperta e mi sdraiai sul divano a contemplare le stelle che al di là della cupola sembravano lucette ad intermittenza.

Mi svegliai verso le 10, feci colazione e tornai nella cupola, non sapevo come muovermi, non avevo voglia di fare nulla, avevo bisogno di metabolizzare e pensare. Dafne non c’era, rientrò verso sera.

“Ma non saresti dovuto arrivare domani? Quando sei rientrato?”.

“Stanotte”.

Qualche secondo di vuoto comunicativo. Mi scrutò con fredda precisione.

“Hai visto vero?”

Non risposi.

“Hai visto. Ti sei scandalizzato? Te la sei presa? Spero di no …”

Continuai a rimanere in silenzio.

“Sono i piccoli segreti della mia vita, i miei piccoli vizi … non guardarmi così per favore e non giudicarmi”.

“Non ti giudico.”

“E allora cos’hai? Ti eri messo in testa qualcosa? Ah sì, ecco, ti eri messo in testa qualcosa …”.

Fece uno di quei soliti sorrisi indecifrabili e cambiò subito strategia.

“Vieni qui … “

Cercai di divincolarmi, ma senza troppa convinzione, avrei voluto evitare ma avevo una feroce erezione, mi trascinò a letto e finimmo per avere un intenso rapporto sessuale. Sapeva di metallo e di pioggia, pensai potesse addirittura fare uso di cocaina, ma in quel momento non m’importava, ero governato dal piacere sessuale e niente avrebbe potuto distogliermi dal portare a termine il mio compito primordiale.

La Città tornò ad avere la maiuscola, il mondo sfumature metalliche. Mirvjena si accorse subito che qualcosa era cambiato e, a suo modo, mi stava addosso. Non so perché ma le spiegai che la storia con la persona con cui vivevo era finita e che stavo cercando una via d’uscita.

“Ma scusa, ti ospito io, almeno fino a che non termini la ristrutturazione di casa tua”.

Parlava senza nessun accento ma i termini scelti e la costruzione delle frasi la facevano comunque risultare legata al patrimonio di cultura e civiltà attribuito all’Italia. Smisi di considerarla una slava dopo che che mi insegnò che gli albanesi non appartenevano per nulla a quell’etnia; mi piaceva starla a sentire, avevamo background diversi ma in qualche modo sembrava che avessimo una discreta condivisione di principi. Mi raccontava che con l’arrivo del comunismo ai suoi nonni furono confiscate alcune proprietà ma pareva non avere troppi risentimenti. 

Viveva in un curioso appartamento ricavato in un parallelepipedo rettangolare solamente intonacato che sbucava tra i tetti di alcuni palazzi tutt’altro che storici. Davanti all’ingresso una discreta balconata e sul tetto una selva di piante e fiori abbastanza curata, il tutto era in qualche modo riparato da sguardi indiscreti da un gioco casuale di muretti e divisorie. La costruzione era quantomeno bislacca e mi chiesi chi aveva mai potuto dare il benestare alla costruzione, evidentemente decenni prima le maglie della logica e dell’estetica erano piuttosto larghe. Ringraziai Mirvjena e le dissi che mi sarei preso un paio di giorni per riflettere sebbene la decisione la avessi già presa.

Affrontai Dafne la sera stessa.

“Me ne vado. Domani raccolgo le mie cose. Ti lascio le chiavi sul tavolo in cucina.”

Si rabbuiò, l’espressione mutò in quel misto di indifferenza e disapprovazione.

“Come vuoi. Immagino non ci sia nulla che io possa dire per farti restare”.

Cenammo insieme davanti alla TV, ci scambiammo solo qualche battuta. Sistemai la tavola, mi versai due dita di rum e andai su nello studio. Dafne si trattava bene, la bottiglia diceva “Rum Nation Panana 18 Years Old”. Lessi le note di degustazione: “intenso colore ambrato… intrigante e ricco profumo mieloso con freschi sentori di cola, bergamotto, datteri, scorza d’arancia e vermouth…gusto succoso, dolce e rinfrescante di melassa di zucchero di canna, cioccolato, uvetta, scorza d’agrumi, cola e noce di cocco. Sul finale l’assaggio diventa caldo e morbido sulle note di tè nero, miele e camomilla.”

Guardavo le stelle e mandavo giù quell’acquavite ottenuta dalla canna da zucchero, Dafne mi raggiunse, aveva anche lei un bicchiere in mano. Appoggio la testa alla mia spalla e restò a me avvinta. Mi domandi che significato avesse quell’abbraccio. Scivolammo sul divano, lentamente, non ero sicuro di ciò che volevo, ma non riuscii a tirarmi indietro.

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La prima notte da Mirvjena fu strana, passare dall’abbazia a quell’abitazione piuttosto umile non fu automatico e adattarmi per la seconda volta nel giro di qualche mese ad una nuova sistemazione significava spendere energie mentali e fisiche e visto il periodo mi parve rischioso, d’altro canto la ristrutturazione della casa a Roncadella procedeva e contavo di potermici finalmente trasferire prima che arrivasse l’inverno.

Dopo un paio di settimane di sbandamenti, in cui La Città mi parve di nuovo la mia personale versione del Castello di Kafka, tutto sembrò sfumare verso nuance meno gotiche. Una serie di concerti in arrivo, maggiori responsabilità al lavoro, una parvenza di normalità data dalla vita con Mirvjena, benché non fossimo una coppia. Immaginai che fosse abbastanza intelligente da capire che tipo di uomo fossi, passare da un letto all’altro nel giro di una notte non era nella mia indole, tuttavia quando un uomo e una donna, se entrambi eterosessuali, dormono sotto lo stesso tetto, certi pensieri prendono forma, era nell’ordine delle cose. In un freddo sabato mattina di fine ottobre Mirvjena si infilò nel mio letto e fare l’amore fu naturale; capelli neri, un corpo aggraziato, morbido e caldo e un sorriso sempre un po’ malinconico, tutto in sintonia con lo stato d’animo di quell’autunno inoltrato.

Non avevo idea di come sarebbe andata quella storia con Mirvjena, i programmi erano lasciare il parallelepipedo nel giro di poche settimane, ma intanto restavo nel letto abbracciato a lei e mi lasciavo cullare dal crepitio del fuoco di una vecchia cucina a legna posta nella stanza accanto, una di quelle col rivestimento esterno in acciaio porcellanato, con la piastra e i cerchi in ghisa, il forno smaltato e con tanto di vaschetta con mescolo per avere sempre acqua calda disponibile.

Stefano Tirelli – © 2021

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT sul blog:

EPISODIO I: https://timtirelli.com/2021/05/01/le-avventure-di-aramis-reinhardt-i-praenomen-nomen-et-cognomen/

EPISODIO II: https://timtirelli.com/2021/05/16/le-avventure-di-aramis-reinhardt-ii-castles-made-of-sand/

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SERIE TV: “La ferrovia sotterranea” (Usa 2021 – Prime Video) – TTTTT

5 Giu

Serie TV tratta dal romanzo del 2016 di Colson Whitehead (con cui vinse un Pulitzer per la narrativa) che racconta le vicende di una schiava in fuga dalla Georgia in un passato in qualche modo alternativo, e per questo il termine ucronico è legato a doppio filo a questo titolo. Su Prime Video la serie ha una valutazione di tre stelle su cinque, ma io arrivo fino al massimo perché è vero che è molto lenta, a volte al limite dell’apatia narrativa, ma è una scelta consapevole: per raccontare storie così drammatiche e profonde è necessario creare disparità d’animo e indolenza emotiva per reggere la rappresentazione di tutto l’orrore patito dai neri negli Stati Uniti del sud.

 

SERIE TV La ferrovia sotterranea

La Georgia del 1800 è raffigurata in maniera magistrale, i colori sono quelli della copertina di Brothers And Sisters degli Allman Brothers, e dunque per noi è facile ritrovarsi in quelle sfumature. Cora, la protagonista, è intrepretata da Thuso Mbedu, attrice straordinaria, capace di rendere la storia straziante raccontata lungo i dieci episodi con grande realismo.

Come sempre cerco di non svelare nulla, ma è palese che la ferrovia sotterranea che permetteva agli schiavi fuggiaschi di provare a raggiungere il Canada non è mai esistita o meglio quel nome era usato per descrivere la serie di sentieri e  rifugi che a volte permetteva loro di raggiungere il grande nord.

Serie di grande spessore e di immenso impatto emotivo. Da vedere.

BOOTLEGS: Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975 – EVSD 2021 (soundboard) – TTT½

29 Mag

Dopo due warm up gigs in Europa, il tour nord americano del 1975 si apre a Bloomington, piccola città del nord degli Stati Uniti nello stato del Minnesota. Minneapolis è solo a 16 km e naturalmente i 15.000 posti del Metropolitan Center sono tutti esauriti.

Per anni di questo concerto non vi è stata traccia sonora poi, pochi mesi fa, la registrazione audience che fa capolino e oggi arriva addirittura anche il soundboard. Molti fan dei LZ non vedevano l’ora di poter ascoltare una registrazione (non ufficiale, ricordiamolo) di buona qualità relativa alle prime date del tour del 1975, un po’ per potersi gustare le rarissime versioni live di The Wanton Song e When The Leeve Breaks con alta qualità audio, un po’ per verificare le condizioni della voce di Plant e capire se i grossi problemi fossero davvero relativi all’influenza presa nelle date successive o cosa.

Ecco dunque che la Empress Valley Supreme Disc ci regala (si fa per dire, i cofanetti bootleg hanno prezzi stratosferici e trovarli è tutt’altro che semplice) il soundboard del primo concerto americano del tour.

“Ladies And gentleman, the American return of Led Zeppelin” dice al microfono il presentatore e poco dopo parte Rock And Roll. Il suono della chitarra lascia allibiti: non c’è praticamente distorsione, è vero che questo è il tour in cui Page sfoggia il suo suono più pulito di sempre, ma così è davvero inquietante. La voce di Robert Plant non sembra granché, è rauca, roca e in alcuni punti cede. Prende così corpo la teoria che sostiene che i grossi problemi siano dovuti alla operazione alle corde vocali del 1974. L’assolo di chitarra è suonato senza distorsore, l’effetto è comico. E’ vero che Page si è presentato negli USA con l’anulare della mano sinistra fuori uso, ma …

In Sick Again sembra andare meglio ma il primo assolo di chitarra non è all’altezza del nome Jimmy Page. In Over the Hills and Far Away la chitarra è scordata, così la parte iniziale non è godibile come dovrebbe essere. RP fatica con la voce. Il gruppo non suona davanti ad un pubblico dal luglio 1973, diciotto mesi di interruzione si sentono, il gruppo sembra essere poco rodato, i problemi alla mano sinistra di Page, alla voce di Plant e al consumo di certe sostanze poi amplificano le difficoltà.

In quelle condizioni ci vuole coraggio ad affrontare un pezzo come When the Levee Breaks, ma il gruppo ne ha sempre avuto, persino troppo. Per il fan che sono avere WTLB in qualità soundboard è una gran cosa, la versione tuttavia è slabbrata, il lavoro alla slide di Page è impreciso ma la improvvisazione finale – se vogliamo – ha un suo perché. La qualità audio sembra un poco sbilanciata verso frequenze alte.

Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975 - EVSD 2021 (soundboard)

The Song Remains the Same fila via piuttosto bene, il gruppo sembra iniziare ad ingranare pur con le magagne tipiche della prima data di un tour. Nel registro basso di The Rain Song RP mostra di essere ancora un cantante molto espressivo e i LZ di essere – nonostante tutto – il più grande gruppo della storia del Rock (sì, perché poi se vi vanno ad ascoltare i bootleg soundboard degli altri gruppi non è che siano tutte rose e fiori).

Led Zeppelin - Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 18 january 1975

Kashmir (anch’essa in accordatura aperta, come la precedente) procede liscia e apre la strada a The Wanton Song l’altro pezzo che noi amanti del gruppo avremmo sempre voluto sentire in buona qualità audio e lasciatemi dire che con questo pezzo tornano i LZ che conosciamo, se non altro nell’atteggiamento. Il gruppo sembra più caldo e dunque rockeggia bene, peccato che al momento in cui Page parte con l’assolo la registrazione si interrompa e riprenda con No Quarter, più a meno durante l’assolo di piano di John Paul Jones, brano questo che si sviluppa piuttosto bene.

Led Zeppelin, Bloomington (MN) january 18th, 1975

Led Zeppelin soundcheck – Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 17 january 1975 – Photo Neil Preston

Anche Trampled Underfoot contribuisce a riportare il gruppo su buoni livelli, in Moby Dick Page cambia i break di chitarra, forse per il problema all’anulare.

In My Time of Dying è un altro brano in accordatura aperta e Page sembra a suo agio in questo contesto (solo in WTLB  – anch’essa in G open tuning – e sembrato in difficoltà). Durante la prima parte di Stairway To Heaven le tastiere di John Paul Jones non sono presenti e un fastidioso rumore di fondo, dovuto probabilmente a contatti vari, rovina un po’ la performance. Verso il minuto 3 il piano di Jones torna in vita. Malgrado qualche silenzio di troppo l’assolo di Page sembra sufficientemente vitale. Versione senza dubbio dignitosa, per il pubblico certamente superba vista la lunghissima ovazione.

“Questo è il primo concerto del tour, siete davvero buoni con noi, sappiamo di essere arrugginiti” dice Robert al pubblico adorante. 50 secondi del riff di Whole Lotta Love senza cantato servono da trampolino di lancio per Black Dog, ultimo pezzo della serata, suonato discretamente.

Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN january 18 1975 b

Soundcheck – Metropolitan Sports Center, Bloomington, MN, 17 january 1975 – Photo Neil Preston

 
Bootleg dunque non certo memorabile (ma sappiamo che per quanto riguarda il tour nord americano del 1975 pochi lo sono, qualità audio a parte) ma di sicuro intrigante in quanto prima data e notevole per le versioni soundboard di The Wanton Song e When the Levee Breaks.
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LED ZEPPELIN
 
MET CENTER, BLOOMINGTON, MN, USA JANUARY 18th, 1975
 
JESUS, LIVE IN MINNEAPOLIS 1975, BOX SET EMPRESS VALLEY [EVSD-1280/1281]
 
EVSD-1280/1281 > WAV > FLAC
 
Soundboard recording:
 
CD 1:
01 Intro
02 Rock and Roll
03 Sick Again
04 Over the Hills and Far Away
05 When the Levee Breaks
06 The Song Remains the Same
07 The Rain Song
08 Kashmir
09 The Wanton Song
 
CD 2:
01 No Quarter
02 Trampled Underfoot
03 Moby Dick
04 In My Time of Dying
05 Stairway to Heaven
06 Whole Lotta Love
07 Black Dog
 
 
 
 
 
 
 

Deep down in the (black and) blues

28 Mag

Mi sveglio che sono ancora allibito, deluso e infastidito. Sui giornali e sui social ho letto tanto, cerco di farmene una ragione ma non ci riesco, almeno non del tutto. Perché è vero che il calcio non può andare avanti così, che la pandemia ha colpito durissimo (soprattutto chi, come noi, poteva contare su almeno 55.000 spettatori a partita), che le società di calcio necessitano di gestioni oculate … però, ecco, essere interisti a volte può essere un fardello davvero troppo pesante.

Sì, è vero, lo hanno scritto in tanti, “c’è solo l’Inter”, “i giocatori, i presidenti e gli allenatori passano l’Inter rimane” … sì, sì, lo so, ma quanto è maledettamente dura (e al contempo bellissimo) essere un interista! Dopo undici (undici) anni vinciamo lo scudetto, appena il tempo di festeggiare e ubriacarci di gioia che è già il tempo dei sogni infranti: l’allenatore vincente se ne va, la società ridimensiona drasticamente le ambizioni future e il mondo Inter si ritrova di nuovo nel frullatore.

I blues dell'Inter

L’Inter non ha le spalle coperte dal punto mediatico, non possiede i quotidiani e le televisioni che invece anno J**e e Milan, tutto ciò di negativo che ci riguarda viene amplificato ed enfatizzato, ma al netto di tutto questo rimane il fatto che rimaniamo la società che più di tutte è la rappresentazione del concetto del “Blues”. Sì perché, ne parlavo ieri sera con i miei amici con cui mi sono trovato ad affogare nell’alcol i dispiaceri calcistici, solo all’Inter poteva accadere che appena vinta la Champions League (e conseguentemente il Triplete) l’allenatore adorato e idolatrato da tutti uscisse dalla porta laterale dello stadio di Madrid e – dopo aver abbracciato singhiozzando come un bambino un giocatore – salisse sulla macchina della squadra che avrebbe allenato da quella sera in poi. Nemmeno il tempo di un saluto, nemmeno il rientro a Milano e festeggiare con i tifosi a San Siro l’alba del nuovo giorno. Ecco, questa aria da tragedia greca, questo blues ininterrotto che fonde gioia e dolore, questa patologica attitudine alla sofferenza – lasciatemi dire –  a volte sarebbe proprio il caso di evitarla. Non saremmo noi? Forse, ma essere noi costa troppe energie, troppi mal di cuore, troppa nostalgia. E lo scrivo io che da sempre mi dipingo e mi dichiaro uomo di blues!

Ho già scritto su questo blog che il calcio e l’Inter sono la metafora della vita: non si vince quasi mai e quando succede è sempre una faccenda effimera, però è anche vero che ci si appassiona al calcio anche per fuggire dalle tribolazioni e dagli impicci quotidiani che la vita ci costringe ad affrontare, necessitiamo di benessere emotivo, altrimenti è una continua discesa agli inferi.

Ho sempre difeso la attuale proprietà dell’Inter e le scelte fatte, ho sempre difeso il mister che ci ha appena lasciato, ho – nel mio piccolo – sempre supportato le intenzioni, ho impiegato due anni per arrivare a mettere nero su bianco il mio (quasi) amore per Conte e adesso che stavo innamorandomi mi abbandona. Avrà le sue ragioni ma mi pare un pelo isterico, se non trova la condizione perfetta dove gli vengano garantiti forti investimenti e squadre super competitive lui leva le tende. E che dire di Suning? Chiaro che se il governo della Repubblica Popolare Cinese impone dei diktat tu, che ad esso sei legato a doppio filo, non puoi che adeguarti, però che una potenza economica così dismetta in due giorni la squadra che possedeva in Cina e che – ancor più grave – ridimensioni la squadra europea fresca di scudetto che controlla senza farsi troppi scrupoli circa il valore sociale e culturale che il football ha qui da noi, beh, non mi va giù, non è solo business! Sì, non ci sono più grossi industriali italiani o europei che si accollino l’onere di acquistare e dirigere club come il nostro, dobbiamo farci andare bene gli Zhang e realtà come loro, però ecco, qualche madonna la potrò tirare, o no?

Tra l’epopea di Mou e quella di Conte, ho mandato giù (seppur a fatica) diversi nomi di allenatori, farò lo stesso anche con quello scelto ieri sera, ma sto facendo pensieri che non ho mai davvero fatto prima: pur di raggiungere un minimo di Peace Of Mind sto valutando se disdire Sky, rinunciare ad abbonarmi a DAZN e in pratica di smettere di essere così connesso con il football e dunque con la mia Inter. Questo pensiero durerà un paio di giorni, ne sono consapevole, non potrò stare senza di lei, la passione e la pulsione che mi avvinghia a quei colori sono troppo forti e indistruttibili, ma che ci abbia fatto un pensierino la dice lunga sulla disillusione che ammorba il mio animo in questi giorni.