Secondo i dati ufficiali della RIAA la vendita di vinili nel primo semestre 2016, in USA, è calata del 9%, dopo 10 anni di crescite continue. I supporti fisici su cui è commercializzata la musica stanno soffrendo, la vendita di cd , stando alla stessa fonte, è calata del 11% dunque nulla di cui sorprendersi, però il vinile sembrava fosse sganciato da simili trend, sembrava una enclave a sé, i vecchi collezionisti, i vecchi appassionati di musica, i giovani hipster… quelli vicino ai trenta con la barba e il cappellino che trovano interessante, nei loro loft, mettere su un disco e ascoltare la musica in modo differente.
Che sia dunque finita la recente moda del vinile? Chissà. Certo, per noi non cambia molto, qualche centinaia di vecchi LP ancora li abbiamo, e nelle sere tempestose, quelle in cui abbiamo l’animo in subbuglio, la luce soffusa della nostra stanzetta, due dita di Southern Comfort e un disco sul piatto…magari (OH I WEPT dei FREE) ci fanno ancora un certo effetto e ci fanno sentire tutto sommato vivi in questa valle di lacrime.
Per chi ne vuole sapere di più, qui il link all’articolo apparso sul sito digitalmusic:
Ho aspettato a comprare questo cofanetto che i prezzi scendessero, e ora che lo ho in mano rifletto sul fatto che sono passati quattro anni dall’uscita. La sensazione è che sia uscito non più di un anno fa. Quattro anni…mamma mia, come fischia il tempo!
I primi album contengo canzoni voce/chitarra e per quanto affascinante lo stile devo dire che preferisco gli album della maturità, dove canzone d’autore canadese/californiana, jazz, rock e pop si mischiano che è una meraviglia e il tutto arricchito dall’apporto di una band.
SONG TO A SEAGULL (1968 – TTT½) e CLOUDS (1969 – TTT½) aprono la strada a LADIES OF THE CANYON (1970 – TTTTT), l’album di BIG YELLOW TAXI, WOODSTOCK e THE CIRCLE GAME
◊
◊
Arriva poi BLUE (1971 – TTTTT) album che entra nella top 20 di Billboard (15esimo posto) e che segue la fine della storia d’amore con Graham Nash. Album riflessivo con cui Joni affronta le sue malinconie relative al passato, a sua figlia, ai trambusti dell’animo. E’ l’album di ALL I WANT e CALIFORNIA.
◊
◊
FOR THE ROSES (1972 – TTTT) è un album di transizione (tra due album di successo) come si usa (stancamente) dire, riflessivo e meno immediato dei precedenti. Si misurano gli effetti dell’essere una cantante di successo e della vita on the road in maniera disincantata; i brani si fanno ancor più profondi e meno immediati. L’album arriva a sfiorare la Top 10, ma non vende come i due precedenti. COLD BLUE STEEL AND SWEET FIRE, FOR THE ROSES e il singolo (bellissimo) YOU TURN ME ON, I AM A RADIO (con Graham Nash all’Harmonica) le mie preferite, a cui si aggiunge ovviamente ” BLONDE IN THE BLEACHERS, la sarcastica e distaccata analisi circa la vita da musicista Rock, suonata con l’aiuto di una band.
◊
◊
Top class, niente di più, niente di meno, ecco cos’è COURT AND SPARK (1974 – TTTTT). Registrato con musicisti jazz di prim’ordine di Los Angeles, l’album è di una bellezza disarmante. Jazz e Pop d’autore si cercano, si uniscono, si completano in modo stupefacente e insieme risultano efficacissimi. Le chitarre acustiche pigre e raffinate di FREE MAN IN PARIS, PEOPLE’S PARTIES, JUST LIKE THIS TRAIN, gli spazi aperti di DOWN TO YOU ricca di arrangiamenti superbi, il rock and roll di RAISED on ROBBERY. N.2 nella classifica USA, n.1 in Canada.
◊
◊
Stufa del mondo del pop e del rock, consapevole di essere ormai una trentenne, Joni trova conforto nel Jazz e THE HISSING OF SUMMER LAWNS (1975 – TTTT) ne è il risultato. Ottimo album che arriva nella Top 5 Usa.
◊
◊
HEJIRA (1975 – TTTTT) è l’album che vede l’avvento al basso fretless di Jaco Pastorius ed è naturalmente anche l’album di COYOTE. Rarefatte malinconie incorniciate in una musica senza confini. Purezza, coscienza di sé, riflessi del mondo. AMELIA, FURY SINGS THE BLUES, HEJIRA, BLUE MOTEL ROOM.
◊
◊
DON JUAN’S RECKLESS DAUGHTER (1977 – TTTT) è un’arrendersi tra le avvolgenti spire del Jazz. Album doppio, coraggioso e sempre di gran livello.
◊
◊
MINGUS (1979 – TTT) fu registrato in collaborazione con CHARLES MINGUS, il famoso contrabbassista jazz. Lo ricordo bene il disco in questione, quando uscì se ne fece un gran parlare sui giornali. Mi par di ricordare i miei occhi spalancati la prima volta che lo ascoltai, da adolescente, laggiù ai confini con la mia summer of love, l’estate del 1979. Rammento che GOD MUST BE A BOOGIE MAN divenne un concetto stabile nella mia testolina. L’album comunque è meno riuscito e meno bello di quel che si tende a pensare. Sempre interessante, ma meno efficacie.
◊
◊
La purezza della musica di JONI MITCHELL è paragonabile solo a certe fredde e mattine di inizio primavera, col cielo terso e le montagne che si stagliano all’orizzonte, siano esse i Monti Appalachi o i nostri appennini. Questo è un cofanetto da avere.
Primo post sulla nuova stagione dell’Inter, purtroppo non molto diverso dagli articoletti scritti negli ultimi anni. Il nuovo corso non è partito esattamente alla grande: sconfitta col Chievo, pareggio col Palermo, vittoria col Pescara e, ieri sera, sconfitta pesante a San Siro contro una squadra israeliana, l’Hapoel Be’er Sheva
Guardavo la partita col tablet a portata di mano, chiacchierando e commentando in diretta con i fratelli nerazzurri sul nostro gruppo facebook INTERISTA SOCIAL CLUB o su whatsapp. Davo un’occhiata anche ad altri gruppi facebook sulla beneamata, e lo scoramento era generale.
La squadra in campo era l’INTER B, fatta di riserve ad eccezione di HANDANOVIC e forse di un altro paio di giocatori, in più si giocava con la nuova terza maglia e non serviva altro per scatenare commenti negativi. Credo che i social network abbiano dato la stura al nuovo filone di considerazioni calcistiche, quel modo ormai abusato di criticare la propria squadra che sta tra l’ironico, il sarcastico, il volgare e la condanna senza appello. Sembriamo tutti dei professorini, capiamo tutto solo noi, ci aspettiamo sempre di vedere livello di partite tipo semifinali di Champions League, e vorremmo vedere crocifissi certi giocatorini che giocano con i nostri colori.
Pur capendo certe esternazioni, certe ataviche reazioni dovute alla pancia, noto sempre più frequentemente che tendo a dissociarmi da tutto ciò. Non mi va più di intrupparmi tra le fila dei tifosi di questo tipo, non dico certo di rassegnarmi alle mezze calzette che giocano nella nostra squadra, ma l’amor proprio, un po’ di umiltà e la voglia di vibrazioni positive che ad ogni inizio stagione voglio avere, mi portano a distaccarmi da tutta questa negatività.
Ieri sera non si è giocato bene, ma fino al loro primo goal qualcosa si era visto. La cosa brutta è che la squadra si è persa in un dramma esistenziale una volta andata sotto di un goal. Lavorare sull’autostima, sulle certezze, sulle sicurezze e sullo spessore psicologico sarà d’obbligo. Nell’ultima parte della gara sono entrati tre titolari (Banega, Candreva, Icardi) e si è visto il cambiamento, sebbene non abbia portato a nulla. De Boer ieri sera si sarà fatto una idea precisa degli elementi che ha a disposizione. Questa sconfitta gli sarà servita per comprendere meglio i meccanismi mentali e tecnici inceppati.
Che dire della terza maglia? Pigiama, Sprite…sui social si è detto di tutto. Personalmente non la trovo così orrenda e mi fanno davvero ridere quelli che “ma i colori del club, dove sono?“. Siamo nel 2016, il capitalismo e il marketing governano il mondo e noi ci sorprendiamo se abbiamo una terza maglia così? Certo, anche io vorrei che si tornasse alle strisce nerazzurre degli anni sessanta e alla seconda maglia bianca con la striscia trasversale dei nostri colori sociali, vorrei inoltre i pantaloncini neri e i calzettoni neri col bordo blu. Se è per questo vorrei che le scarpette fossero tutte Adidas nere con le tre strisce bianche, e non gialle, viola, spaiate o fluorescenti. I tempi sono cambiati, l’Uefa impone nuove regole riguardo colori di magliette, pantaloncini e calzettoni, e il marketing ordina di differenziale stili e colori. Mi sembra poi che ogni anno si tenda a disapprovare sempre e comunque ogni nuova maglietta presentata.
L’Inter che ha affrontato l’Hapoel Be’er Sheva
Io aspetto ottobre per eventualmente buttarmi giù. Stiamo cercando la nostra strada e non è facile dopo tutto quei cambiamenti e turbamenti. Se in ottobre saremo ancora la solita vecchia Inter degli ultimi sei anni, mi unirò al coro delle critiche.
Confido nell’allenatore, nella nuova proprietà, nei giocatori. Handanovic, Ansaldi, Miranda, Banega, Kondo, Joa Mario, Candreva, Perisic, Eder, Jovetic,Icardi, Gabriel Barbosa…non mi sembra una squadra da niente, con un paio di nuovi difensori saremo un gran bel gruppo. La proprietà ha grosse possibilità finanziarie, è assai determinata e non difetta certo in carattere. Una volta compiuto il passaggio di consegne, quando avremo un AD italiano e figure di riferimento precise, saremo a posto.
Per ora quindi non mi deprimo più di tanto, credo in Frank e in Zhang Jindong, sarà un grande INTER.
David Gilmour è un eccellente storico britannico e questo è il suo libro sull’Italia di qualche anno fa. Questo lavoro ha ricevuto critiche molto favorevoli da parte di prestigiose riviste estere, credo che tutti questi elogi siano meritatissimi.
Il libro è in lingua originale, è necessaria una certa volontà per affrontarlo dunque, ma oltre a migliore il nostro inglese questo libro ci aiuta a chiarire in modo a tratti sorprendente vicende e storia d’Italia.
Gilmour durante tutta la durata del libro cerca di spiegare e di capire perché l’Italia è una nazione così disunita, frazionata e ingovernabile e perché, al di là della faccenda geografica, si fatichi così tanto a trovare lo spirito nazionale e perché siamo lo stato che siamo.
Precise le pagine che trattano dell’Unità di Italia e di come CAVOUR, VITTORIO EMANUELE, MAZZINI e GARIBALDI (i quattro padri della patria) abbiano tramato e bisticciato per arrivare a quello che siamo oggi; è semplice intuire come siano solo gli ultimi due ad entrare nella storia come eroi nazionali, essendo stati gli altri due figure troppo ambigue per sfangarla completamente.
Interessante capire che il Piemonte prese il potere sulla penisola unicamente grazie alla potenza del proprio esercito, di come MILANO, FIRENZE e NAPOLI fossero città e territori ben più illuminati, progrediti e moderni. La difficoltà del Regno delle Due Sicilie di unirsi all’Italia e l’eterna domanda: fu un errore annetterlo al nuovo stato? A sentire i meridionali se non si fosse giunti all’unità oggi starebbero tutti molto meglio, inutile dire che anche i centro-settentrionali la pensano così, senza la zavorra del sud sarebbero certamente uno degli stati più avanzati d’Europa. Argomenti delicati che Gilmour cerca di esaminare con tatto e onestà intellettuale.
Ancora, Spagnoli che al tempo dell’occupazione della Sicilia (nel XVII secolo) chiamavano il parlamento di Palermo “il parlamento del gelato”, vista la propensione dei propri componenti a dedicarsi ai piaceri della gola piuttosto che alla politica. La grandezza di Venezia e le difficoltà dei territori della Venezia Euganea e del Venezia Giulia a considerarsi italiani, per non parlare della spinosa questione del Trentino Alto Adige. Anche qui la stessa domanda, è stato giusto, producente e sensato annettere le tre Venezie all’Italia? I veneti risponderebbero di certo no.
David Gilmour
Desolante vedere il parlamento agli inizi degli anni venti regalare il paese ai fascisti, un movimento che valeva soltanto il 7%; l’atteggiamento snob dei socialisti, la scissione dei comunisti, la facilità con cui i liberali permisero a Mussolini di diventare primo ministro, i grandi latifondisti e la borghesia che sovvenzionavano i fascisti pur di non perdere un centesimo dei loro patrimoni e del loro potere.
Altresì desolante rileggere dell’ascesa di Berlusconi, Presidente del Consiglio dei ministri per un ventennio, malgrado i suoi guai con la giustizia e il suo potere mediatico, industriale e patrimoniale e la mancanza di etica e di spessore umanistico. A rileggerlo oggi ci si chiede come sia stato possibile.
David Gilmour mantiene un grande equilibrio, è appassionato ma al contempo distaccato, ed è quindi salutare leggere la storia italiana raccontata da uno straniero che ama e studia l’Italia da tanti tanti anni, capace senza la nostra solita enfasi mediterranea e campanilista, di analizzare con freddezza ed obbiettività le pagine scure e chiare della nostra storia, è una esperienza nuova davvero utile e divertente.
Questo dovrebbe essere un testo scolastico; è comunque uno dei libri più importanti che io abbia mai letto.
Ho già accennato alla cosa terribile che mi è capitata recentemente: la nuova macchina acquistata non ha il lettore cd. Per un uomo di blues questo è un fatto che cambia, turba, sconvolge la vita. Già abituarsi agli mp3 è terribile, il corpo delle canzoni si sgonfia, infezioni dell’apparato auditivo in agguato, si diventa una volta di più consapevoli che l’umanità non ha futuro, se poi si pensa che una mattina ci si sveglierà con in testa un disco o un bootleg particolare che non si è messo su chiavetta e non lo si potrà ascoltare durante il lungo tragitto al lavoro, viene da morire. Miserere mei, Zeus, secundum magnam misericordiam tua.
Venuti a patti con la faccenda però, occorre adeguarsi e far buon viso a cattivo gioco.
Mi sono preso così quattro chiavette usb da 64 GB cadauna e ho iniziato a riempirle di musica. A parte che le vendono come usb da 64 giga quando in realtà ne hanno appena 58, riempire 232 GB di file mp3 è una impresa quasi titanica.
Occorre fare il rip dei cd che vuoi metterti sulle chiavette, e cioè estrarre i file contenuti nei dischetti e trasformarli da wav a mp3. Per uno attento ai dettagli come me (altrimenti detto “precisino” dalle persone meno autodisciplinate) è importante collegare ad ogni album, e quindi ad ogni file, l’immagine della copertina relativa.
La sequenza degli eventi è questa: infili il cd nel pc, apri il software Ashampoo / estrai il file del cd in una cartella / rinomini la cartella aggiungendo l’anno d’uscita del disco in modo che l’elenco dei dischi dell’artista in questione sia in ordine cronologico /scarichi da internet una copertina dell’album scegliendo quella dalla cromia più soddisfacente e che non sia troppo pesante in termini di kb / apri il software Metatogger, aggiungi la copertina esterna, trasformi la copertina esterna in copertina integrata (cioè la colleghi ad ogni canzone dell’album), salvi tutto, rimuovi tutto e apri un’altra cartella.
schermata di Metatogger – foto internet
Già così è una discreta lavorata, quando poi infili il cd nel pc e vedi che il database di internet (da cui prendere le informazioni per il disco…titolo canzone, artista, album, anno di uscita) non è disponibile ti viene da sacramentare, perché significa che con Metatogger non devi solo cercare una copertina e fare il collegamento e salvataggio, ma pezzo per pezzo devi aggiungere manualmente titolo, album, artista.
Giocarsi le serate così è da poveretti, lo so, ma sono una persona caparbia e come ho imparato da un film visto ieri su SKY (IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI), le persone caparbie hanno delle ossessioni, una delle mie è questa.
Prima o poi la cosa finirà, una volta terminato di riempire le chiavette (quella ormai con la capacità piena contiene al momento 83 cartelle di artisti diversi, dentro ogni cartella diversi album, per alcuni gruppi tutta la discografia), ma nel frattempo io impazzisco. Ci sono sere che, verso mezzanotte, con gli occhi rossi e ormai in palla causa gli automatismi che digito sulla tastiera, mi dico: “Ma Ittod (di solito mi rivolgo a me stesso in questo modo), ti sembra il caso? E chissenefrega se qualche album non ha la copertina, non morirai mica, no? Lasa cla vaga, per dio, le cose importanti della vita sono altre. Vai a ballare un shake con la groupie, prendi la chitarra e vai sotto la quercia nera vicino allo stradello a strimpellare un blues, fatti una vita insomma”.
Convinto e finalmente libero copio i file così come sono sulle chiavette e vado a dormire.
L’indomani in macchina passa sul display un file musicale senza copertina e un velo di crepe nere mi piomba addosso. Me tapino, come ho potuto. So che la sera stessa dovrò riportare le chiavette su in casa e sistemare tutto. Sì perché già vedo la scena: a pranzo con Mixi, che per queste cose è un metrosexual come me (anzi ancor di più essendo lui un Apple-head abituato a itunes), andiamo con la mia visto che è nuova di zecca. Mixi che curiosa nel media player della macchina…”cazzo Tim, hai cinque album degli APRIL WINE, sei un grande vecchio!”, io che gonfio il petto, lui che aggiunge “il primo dei TESLA, i THIN LIZZY, gli UFO…evvai. ” Mixi che poi clicca sulla selezione casuale… partono i LITTLE FEAT, i CHICAGO, gli ALLMAN, i RETURN TO FOREVER, arriva quindi un pezzo di ELTON JOHN e non c’è la copertina, ne arriva un’altro da TUSK dei FLEETWOOD MAC e anche quello è senza cover, Mixi che mi guarda e mi fa “ma Tim…!”.
Io accosto, apro la portiera, scendo dalla macchina e, disperato, corro verso la brughiera.
Ecco perché stasera sono ancora qui ad aggiungere le cover negli album mancanti e a controllare che tutti i file siano completi di copertine e dei dati corretti.
Segnalo l’uscita di questo volumetto scritto da GIANNI DELLA CIOPPA, giornalista musicale assai noto e amico da più di cinque lustri. Durante la preparazione dell’opera ci siamo sentiti un paio di volte, Gianni mi chiedeva un consiglio o semplicemente un punto di vista e nel farlo mi anticipava che sarebbe stato un libro facile da criticare per la natura stessa dell’opera.
Gianni lo ripete anche nella introduzione, fece un libro del genere anche 25 anni fa, che senso ha farne uno adesso, dopo tutto quello che è capitato al Rock e con ogni tipo di informazione reperibile con un clic in rete? Eppure sono d’accordo con lui e con i tipi della Tsunami Edizioni, queste pubblicazioni oggi come oggi servono davvero, perché ci sono generazioni di amanti del Rock o del genere in questione che faticano a mettere tutto in prospettiva.
Gianni ha scelto parecchi dischi famosissimi, ed altrettanti meno noti, un bilanciamento per lui importantissimo, impegnato com’è nella battaglia contro chi si ferma “ai soliti venti nomi“. Ognuno di noi avrebbe una lista personale da proporre, dunque non ha senso sindacare sulle scelte però non riesco a non scrivere che, per quanto riguarda gli SCORPIONS, invece di TAKEN BY FORCE avrei proposto LOVEDRIVE. Gianni però me lo aveva accennato, pur non potendo esimersi da scegliere certi classici ha cercato di allontanarsi, per quanto possibile, dalle scelte più ovvie e questo è un punto a suo favore. Ci sono classici meno considerati di altri che vanno messi in vetrina, è cosa buona e giusta aggiornare l’abbecedario.
Gianni ha una impostazione metal, la sua prosa è dunque piena d’enfasi, è massimalista, vivace e coerente col genere di riferimento, col modo di scrivere dei cantori del metal; verbi come “forgiare“, sostantivi come “cavalcata” sono usati spesso, quasi a sottolineare l’entusiasmo dell’autore verso certe formule musicali. Bizzarro l’uso del verbo “estirpare” che si ripete più volte nel pagine del libro.
Essendo uno che dà parecchia importanza ai dettagli ho trovato qualche imprecisione qua e là (ma in un libro di 172 pagine che parla di più di novanta nomi è fisiologico): Jeff Beck, ad esempio, si è unito agli Yardbirds nel 1965 e non nel 1966 (anno in cui se ne andò dal gruppo) e definire Rod Stewart scozzese mi pare azzardato. Rod è nato a Londra (dunque è inglese) da padre scozzese e da madre inglese, l’aggettivo britannico sarebbe stato forse più azzeccato. Certo, sono minuzie, ma come ho scritto Gianni è un amico, dovevo pur trovare qualcosa su cui punzecchiarlo.
Non mi sorprenderei nel sapere che anche amanti del rock duro più attempati si sono avvicinati a questo libro, sfogliare l’album dei ricordi è piacevole e magari anche i più preparati potrebbero trovare modo di ampliare, migliorare e perché no modificare la loro visione di un genere che su questo blog tutti amiamo molto.
Di comodo formato 15×21, il libro è stampato a colori su carta gradevole al tatto, per una volta qualcuno azzarda un po’ e dà la giusta importanza alla “confezione”. Brava Tsunami, bravo Gianni. Io il libro l’ho comprato, potreste fare lo stesso, è così che si mantiene vivo il Rock in Italia.
PS: un paio di anni fa abbiamo intervistato Gianni qui sul blog, ripropongo qui sotto il link.
Alcuni strumenti musicali hanno per me un qualcosa che va al di là del fascino, è una sorta di reazione chimica che mi fa innamorare proprio come capita con le donne. E’ il caso delle chitarre elettriche solid body GIBSON LES PAUL (standard, traditional, custom), delle GIBSON FIREBIRD, delle DANELECTRO DC59, della PAUL REED SMITH MD 10, della EKO M24, di pianoforti a gran coda STEINWAY & SONS e di certe batterie LUDWIG.
Per i bassi ho una predilezione per il FENDER JAZZ, ma quello che mi fa davvero girare la testa è il basso custom a 8 corde usato da JOHN PAUL JONES dal 1976 in poi.
JPJ Becvar 8 corde
L’altro giorno ne parlavo con amici americani sul forum di quel club esclusivo ed esoterico sui LZ di cui faccio parte, e mi è venuta voglia di scrivere due righe anche qui sul blog.
Non ho in simpatia bassi e bassisti che suonano con i bassi a 5 o 6 corde, il basso a 8 corde non deve trarre in inganno, è come una chitarra 12 corde, sono le solite 4 corde ma raddoppiate. Il sound è dunque più corposo, pieno, terrificante. Il basso di Jones ha la forma molto simile ad un ALEMBIC SERIES II con il corpo TRIPLE OMEGA , ma come accennato non è un Alembic. Fu costruito da BRUCE BECVAR, un liutaio che lavorò per la Alembic diversi anni prima di mettersi in proprio. Una volta costruito il basso di JONES, la Alembic lo diffidò di continuare ad usare quella forma. Jones lo comprò nel 1975 in un negozio di strumenti a San Francisco. Lo portò in studio per la prima volta nel gennaio 1976 quando i LED ZEPPELIN iniziarono le registrazioni di PRESENCE. Il basso fu ribattezzato THE RIFF KING.
Jones lo usò in ACHILLES LAST STAND e il risultato fu fenomenale.
◊
◊
Naturalmente fu usato anche nelle versioni dal vivo del pezzo durante il tour del 1977, le quattro date del 1979 e il tour del 1980.
John Paul Jones col Becvar live 1977
◊
◊
Nell’album seguente, IN THROUGH THE OUT DOOR del 1979, non ci sono – tra i pezzi pubblicati – brani con l’otto corde (forse in HOT DOG ma non si capisce bene), la cosa è dovuta all’ uso al massiccio uso di tastiere che già riempivano a sufficienza, ma in due delle tre outtakes di quelle session al Polar Studio di Stoccolma nel novembre del 1978, il RIFF KING tornò fuori. Almeno in una la cosa è certa, OZONE BABY, probabilmente anche in WEARING AND TEARING.
◊
◊
Jones possiede (o possedeva) anche un ALEMBIC SERIES II a 4 corde.
JPJ Live 1979 con l’Alembic Series II 4 corde
Il Becvar a 8 corde ora è in mostra permanente alla ROCK AND ROLL HALL OF FAME di Cleveland.
Costume di scena e Bevar a 8 corde di John Paul Jones alla Rock And Roll Halla Of Fame.
Questo post miserello è dunque un piccolo tributo al BECVAR 8 CORDE di JOHN PAUL JONES, uno degli strumenti più belli che io abbia mai visto. Che meraviglia, ragazzi.
Primo sabato di settembre. Il bayou reggiano alla sera continua a rimandare vapori. Le due zanzariere principali sono in riparazione (Palmiro ci si allenava a fare free climbing), i due finestroni devono rimanere chiusi se non voglio morire divorato dalle “sarabighe”; il caldo umido si avvinghia come l’edera se decidi di tenere spenta l’aria condizionata. Alfin bisogna uscire.
Io e la groupie montiamo sulla Aor mobile (ne deve fare di km prima di diventare una blues car) e ci spingiamo nella bassa, alla ricerca della brezza che spira sul grande fiume, il MississipPo. Nel buio della notte attraversiamo tratti di campagna così isolata che ci stringiamo stretti l’uno all’altra, nella speranza che la strada ci conduca da qualche parte e non ci lasci in balia dei demoni che intravediamo tra i pioppeti. Nel car stereo – in modalità random – passa ad un certo punto il mio padre putativo, proprio mentre attraversiamo un ponte incorniciato da frasche nere che sembrano ghermire la Aor mobile… sincronicità, ah.
◊
◊
Arriviamo a Bis Ruptus (Boretto insomma); siam venuti fin qua perché stasera al Lido Po suonano i Killer Queen. Di tribute band dei Queen ormai non se ne può più, ma questi li vedemmo qualche anno fa a Bosco Albergati e ci piacquero parecchio. Sono le 22 passate, il gruppo ha già iniziato. Arriviamo nello spazio palco e notiamo subito che il gruppo ha cambiato il cantante; è un gran peccato, l’ex vocalist era il motivo per cui stasera siamo qui. Stanno facendo un tributo a Bowie, LET’S DANCE. Storco il naso. Segue ANOTHER ONE BITES THE DUST. Così di primo acchito non rimaniamo impressionati. C’è parecchio pubblico, ma come spesso succede è di bocca buona. Basta riconoscere qualche melodia familiare, qualche successo che riporti alla propria storia personale per essere contenti ed applaudire. Notiamo un nuovo elemento, un chitarrista con in braccio un’acustica. Cosa ci faccia lì è un mistero.
Il suono del piano di SOMEBODY TO LOVE è inadeguato, sembra il primo suono che trovi quando vai a provare una tastiera da Lenzotti. Nessuno si accorge di questa cosa, ma il cagacazzo che c’è in me inizia a fare il maestrino. Anche la groupie, che fu amante dei QUEEN, fa una smorfia di disgusto. La chitarra acustica accompagna lo stacco gospel, mi sembra una cosa da matti. Sta proprio male.
Buona INNUENDO, ma benché sul palco ci sia il chitarrista acustico, lo stacco spagnoleggiante è fatto utilizzando una base con i fraseggi di chitarra acustica preregistrati. Mah.
Mai piaciuta SHOW MUST GO ON, ma la gente applaude.
Lunghissima la presentazione della band, per ultimo l’ospite alla chitarra acustica che dicono abbia suonato con diversi artisti italiani famosi. Il tipo si lancia in una improvvisazione fatta di accordini e corde vuote, niente di particolare per qualsiasi chitarrista che non sia alle prime armi. Il tutto è sostenuto dalla batteria, la cosa si dilunga un po’ e diventa surreale quando il baffo inizia ad accennare riff conosciuti. La scelta è così ovvia che inizio a scuotere la testa: SMOKE ON THE WATER (e notare che qui pasticcia il riff), OWNER OF A LONELY HEART, SWEET HOME ALABAMA (Sweet Home Alabama! Si può?) in cui si aggiunge tutto il gruppo che vince il premio per la versione più “centuriona”, e infine LONG TRAIN RUNNING. Finché c’erano avrebbero potuto fare anche LA DONNA CANNONE di De Gregori, (tu dimmi) QUANDO di Pino Daniele e CARO AMICO TI SCRIVO di Dalla.
KQ a Boretto 2016 – foto TT
Finalmente il “buraccione” finisce e allora ripartono con i QUEEN: CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE. Tutti ballano sul ritmo di questo gustoso rock and roll , il gruppo allunga troppo la coda e la poveretta vicino a me (ragazza di nemmeno trentanni, bassa, culo grosso, occhiali) deve continuare a ballare (ovvero a darsi continuamente dei calci una volta sulla caviglia destra, una volta sulla caviglia sinistra e così via) fino quasi allo sfinimento. Alla fine le chiedo “devo accompagnarla al pronto soccorso?”
Arriva poi I WANT IT ALL, uno di quei pezzi dei QUEEN che trovo piuttosto brutti. Già il brano per me non è un granché, già non lo suonano i QUEEN ma questi qui, già la gente si mette a suonare la air guitar…è venuto il momento di togliermi di torno.
Il chitarrista e fondatore ha un suo perché, suona bene, è bravo, ha il piglio del leader, ma mi pare che il gruppo si sia spegnendo. Il nuovo cantante (ad occhio e croce direi di origine araba) ha della voce ma non è esattamente bellissima, è soprattutto sembra non avere personalità, e per uno che deve mettersi nei panni di FREDDIE MERCURY è un bel problema. Sì, sono rimasto deluso dato che si vantano di esser stati la prima tribute band italiana dei Queen (since 1995…per i meno accorti: badate che i miei inglesismi esasperati sono ironici), di aver suonato all’Arena di Verona con BRIAN MAY, di essere un gruppo che si appoggia ormai da tanto tempo ad una agenzia … ecco, visto tutto questo lo spettacolo non mi è sembrato sufficientemente professionale.
Ci allontaniamo, compriamo un paio di gelati e facciamo due passi. Ci sono le solite bancarelle di zavaglieria. Di fianco al ristorante c’è un locale da ballo all’aperto. Si balla discomusic anni settanta. La “dimension”, come direbbe Riff, è spumeggiante…
Lido Po Dancing – foto TT
Costeggio il fiume, osservo la barca comunale Amico del Po che ora si chiama Padus…
La “Padus” – foto TT
Chiudo gli occhi e per un momento rivivo l’emozione di essere stato, con Mixi, sul vero bayou intorno a New Orleans, parecchi anni fa. Ritorno in me, il gruppo ha smesso di suonare, ora la mia attenzione è rivolta alla Stradivari, motonave in attesa di trasformarsi in discoteca.
Stradivari – foto TT
Incontro per caso amici della mia vita precedente con i quali scendo verso l’attracco. Chiediamo info alla security. Stasera è prevista una serata a tema anni sessanta, con discoteca e viaggio sul Po. 28 euro a testa. Verso mezzanotte arrivano i primi pulmini con giovani uomini e giovani donne agghindati in stile sixties. Dagli altoparlanti BEATLES, JANIS JOPLIN, ANIMALS…
La groupie è gasatissima, vorrebbe andare, ma 56 euro in due non sono pochi. Decidiamo di rincasare e mentre lo facciamo medito sul fatto che alle 0,30 io torno verso casa e tutti questi giovani, che sembrano usciti dal film Easy Rider, iniziano la loro serata. Sapranno qualcosa della musica al cui ritmo stasera balleranno?
Lido Po Boretto – internet
Riattraversiamo le campagne; è l’una di notte, la selezione casuale propone WHO’S TO BLAME dalla colonna sonora di DEATH WISH II e a seguire SONIC TEXTURES 2 dal disco bonus di LICIFER RISING del cofanetto JIMMY PAGE SOUND TRACKS.
Prigioniero dalla suggestione, nelle vicinanze di un incrocio accosto. La groupie si chiude in macchina, io prendo la chitarra dal bagagliaio. Avanzo fino a che le due carreggiate di campagna si intersecano. Guardo la luna, mi inginocchio. Attendo qualche minuto, mi sembra di intravedere un bagliore, ma forse è solo un’impressione. Non succede nulla, mi alzo, provo un giro di blues ma sono rimasto il chitarrista miserello che sono. Anche stavolta è andata male.
Mesto me torno nel posto in riva al mondo. Mi infilo sotto al lenzuolo e sospiro. Rosedale, goodnight.
Venerdì 9 settembre sarà disponibile nei negozi (in quei due o tre rimasti) il cofanetto THE DECCA ALBUMS di JOHN MILES.
Contiene ovviamente i primi 4 dischi da studio usciti per la Decca e il live registrato per la BBC. A proposito di quest’ultimo, le prime notizie danno come data delle registrazioni marzo 1978, ma temo ci sia un errore e che sia il solito live registrato in marzo 1976 e in febbraio 1977 all’ Hippodrome di Londra. Qui sotto i titoli completi (a cui ho aggiunto la mia personale valutazione).
1. Rebel 1976 -TTTTT
2. Stranger In The City 1977 – TTTTT
3. Zaragon 1978 -TTT
4. More Miles Per Hour 1979 – TTTTT
5. BBC In Concert (March 1978) – registrazione inedita?
aggiornamento del 9/9/2016
Il nostro lettore Stefano ci invia questo aggiornamento che è il dettaglio del contenuto del cofanetto arrivato al negozio di dischi da cui si fornisce. Sembra che il 5° cd sia un concerto inedito del 1978, fosse così il cofanetto acquisterebbe un valore ben superiore.
“Cofanetto di 5 CD per il cantante britannico, tutti gli album incisi in studio per la Decca tra il 1976 e il 1979 e, nel quinto CD, la registrazione inedita dal vivo di uno show per la BBC del 1978. Chitarrista, pianista e cantante, JOHN MILES è noto in Italia soprattutto per il singolo “Music” del 1976. Dopo la sua carriera solistica ha attivamente collaborato con Tina Turner, Joe Cocker, Jimmy Page e l’Alan Parsons Project. Tutti i brani sono stati ri-masterizzati dai nastri analogici originali ed il box-set contiene un booklet di 20 pagine compilato da Phil Hendricks del sito ufficiale di John Miles. Il primo CD contiene “Rebel” (1976) ed include gli hit “Music” e “Highfly”; inoltre 4 bonus-tracks tra cui, per la prima volta in CD, il raro singolo del 1971 “Jose”. Il secondo CD è l’album “Stranger In The City” (1977) che contiene 4 bonus-tracks con singoli e b-sides. Il terzo CD contiene l’album “Zaragon” (1978) + la bonus-track “Nice Man Jack”. Il quarto CD è l’album “MMPH More Miles Per Hour” (1979) ed aggiunge 5 bonus-tracks, rarità con singoli e b-sides. Il quinto CD contiene invece un concerto inedito registrato per la trasmissione In Concert della BBC nel 1978”.
Io naturalmente ho già i 4 album da studio in questione che, insieme a MILES HIGH del 1981 sono stati ripubblicati rimasterizzati dalla Lemon Records negli anni scorsi. Non posso però esimermi dal comprare questo box set, JOHN MILES è uno dei miei artisti preferiti, cantante. chitarrista e tastierista extraordinaire. Figuriamoci poi se il quindto cd contiene davvero un concerto inedito.
Spero solo che prima o poi qualcuno faccia uscire anche il cofanetto con i restanti album: MILES HIGH (1981), PLAY ON (1983 al momento introvabile su cd), TRANSITION (1985), UPFRONT(1993) e TOM & CATHERINE (1999 colonna sonora di un musical). Sarà complicato, i primi due uscirono per la EMI e gli altri per etichette minori, poi non è che siano album memorabile, però chissà…
PS: per quanto inviti sempre a comprare nei negozi di dischi veri e propri, su Amazon Italia il cofanetto (dato in uscita per il 16 settembre) costa 26,37 euro, l’occasione è troppo ghiotta per non approfittarne.
Cartello di tutto rispetto quello di FESTAREGGIO quest’anno. Questa sera è la volta di ERIC BURDON, cantante degli ANIMALS. La band che lo accompagna pur chiamandosi come lo storico gruppo d’appartenenza è costituito da giovani musicisti americani:
L’arena concerti è piuttosto gremita, il pubblico è assai eterogeneo: Diversi settantenni, molti uomini di una (in)certa età come il sottoscritto, giovani donne, ragazzine, fastidiosi biker sfatti di spinelli alla ricerca di un sussulto hippie, spaventosi umani tatuati da testa a piedi, coppie di 50enni pseudo dandy col ciuffo ingrigito ma dal taglio moderno, stivale corto da motociclista, calze lunghe, pantalone, corto, maglietta nera.
Io e la groupie ci ritroviamo con Francesco, con FrappèFreddo Manfredi e con gli altri appassionati di Bologna.
Entra la band sulle note di quel che mi sembra “Hit me with your rhythm stick” di Ian Dury. Arriva ERIC BURDON e il tutto si trasforma in SPILL THE WINE. Eccolo dunque qui il vecchio ERIC, che a 75 anni è ancora in giro a suonare.
Mi piace quello che sento, ma sia Eric che il gruppo paiono un po’ freddi. Passano SEE SEE RIDER, WHEN I WAS YOUNG, MONTEREY e DON’T BRING ME DOWN e l’atmosfera inizia a cambiare. ERIC si toglie la giacca di pelle, rimane con una maglietta scura un po’ “slanata”. E’ vestito in modo un po’ sciatto. Mi sorprendo sempre quando musicisti di quella fama vanno in giro vestiti come lo zio Fedele quando lavora dietro casa (come in questo caso) o come quando va a trovare i parenti (come Mick Ralphs ad esempio).
Arriva l’ assistente e gli infila una sciarpa al collo, la “guazza” reggiana non è il massimo per un ultra settantenne. Eric ci guarda con autoironia e poi inizia il vero show.
Eric Burdon, Reggio Emilia 31-8-2016 – foto TT
IN THE PINES di Huddie William Ledbetter (LEADBELLY insomma) inizia a farci capire cosa abbiamo davanti. Di voce BURDON non ne ha più tanta, ma l’atteggiamento è quello del campione. Il vero blues arriva a Regium Lepidi: tenebre tra i pini, ululati d’angoscia dati dalla condizione umana, venti freddi che soffiano. Un trionfo.
◊
◊
BO DIDDLEY SPECIAL (per quanto io non abbia nessuna simpatia per il soggetto del canzone) è forse il momento migliore della serata. Gran prova di gruppo. Un groove e un andamento come non si sentiva da tempo in queste campagne. E’ qui che salta fuori tutta la classe di BURDON, capitano di una band che lo segue con devozione. Quello che ERIC ci propone stasera è gran rhythm and blues bianco, ma non quello da fighetti dagli occhi azzurri, bensì quello imputanito, quello da centri sociali del dopolavoro per tranvieri nel nord est dell’Inghilterra.
Segue MAMA TOLD ME NOT TO COME di RANDY NEWMAN , altra scelta mica da ridere.
Eric Burdon, Reggio Emilia 31-8-2016 – foto TT
DON’T LET ME BE MISUNDERSTOOD è uno di quei pezzi che mi sono sempre piaciuti un sacco, più che l’originale di NINA SIMONE, le cover che sono venute dopo; anche stasera me lo godo appieno.
◊
◊
Il bassista (e musical director) imbraccia la acustica per la introduzione di HOUSE OF THE RISING SUN, è il tripudio.
◊
◊
Il primo bis è composta da SINNER’S PLEASE e WE’VE GOTTA GET OUT OF THIS PLACE, il secondo da HOLD ON I’M COMING, il classicissimo di SAM & DAVE.
◊
◊
Il gruppo saluta e se ne va. Sembra che BURDON sia in qualche modo sorpreso dal calore del pubblico, sembra che pensi “ma guarda un po’, sono qui in una pianura del nord Italia e questa gente mi acclama, ma cosa cazzo ho creato?”
Ad ogni modo, missione compiuta per ERIC: 80 minuti di spettacolo riuscito e credibile e sprazzi di ottimo Rock. Un plauso alla band: gruppo funzionale ed efficace.
Di nuovo un grazie agli organizzatori della Festa Dell’Unità per aver portato tra le vigne e i campi di malghetti reggiani il vecchio leone di Newcastle Upon Tyne.
Commenti recenti