Con più si legge Buzzati con più ci si rende conto di che razza di scrittore sopraffino sia stato. Fosse uscito oggi questo libro sarebbe stato catalogato nel genere fantasy e, per quanto il genere in questione non faccia per me, ritengo che sia un’altra grande opera di Buzzati. Qualcuno ha scritto che il romanzo ha una vena dickensiana, il che è indubbio, Sebastiano Procolo non è distante, nei modi e nei sentimenti, da Ebenezer Scrooge e il finale della storia, sebbene non esattamente a lieto fine, può in qualche modo fare il verso al breve romanzo di Dickens. Uniamo a questo l’aspetto fantastico che pervade entrambe le storie e le connessioni tra le due opere diventano diverse.
Il libro è ovviamente anche una riflessione sulla visione poco illuminata e antropocentrica dell’uomo nei confronti della natura. La scrittura di Buzzati è come sempre superba. Un altalenarsi tra l’ innata e leggera eleganza dell’autore e la visione pesante e di tenebra che non si può non avere quando si contempla questo povero mondo.
La ristampa è semplice ma ben fatta. Bello il gioco della doppia copertina. Mondadori, Oscar Moderni, 12 euro.
SINOSSI:
Un romanzo che fonde fiaba e realismo
Il vecchio colonnello Sebastiano Procolo ha ricevuto in eredità un bosco di abeti secolari, ma vorrebbe impadronirsi dei possedimenti che sono toccati a suo nipote Benvenuto, un ragazzo orfano. Ma ecco che entrano in scena,accanto ai protagonisti umani, esseri magici e fantastici: il vento Matteo, complice del vecchio colonnello, e i geni del bosco, pronti a soccorrere Benvenuto. E, come è giusto che avvenga in una narrazione che ha i toni della fiaba, non manca il lieto fine.
* Al pari delle altre opere di Dino Buzzati (1906-1972) Il segreto del Bosco Vecchio intreccia con felice naturalezza elementi realistici e fantastici, in una narrazione che è sempre piana e scorrevole.
Attraverso il fantastico problematiche molto attuali
* In quanto romanzo fantastico, Il segreto del Bosco Vecchio si colloca in una linea di continuità con le fiabe, risultando dunque vicino al gusto dei ragazzi.
* Sviluppa anche le attuali problematiche di ordine ecologico. Sebastiano Procolo rappresenta una metafora dell’atteggiamento distruttivo dell’uomo nei confronti della natura.
* Emblematica è anche la figura di Benvenuto, che vive le emozioni e i problemi tipici del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e che verifica quanto sia importante la solidarietà e l’appoggio degli amici per superare i momenti più difficili.
* L’intento morale del romanzo è evidente, ma non appesantisce mai la narrazione perché si stempera nel sorriso e nell’ironia.
Che genere fa John Errington, JOHN MILES insomma? Rock sinfonico? Hard Rock inglese? White soul? Pop rock? Per me rimane un artista Rock, sebbene nel corso della sua carriera abbia toccato un po’ tutti i generi citati. Questo nuovo cofanetto contiene i suoi quattro album da studio del periodo d’oro (1976-79) e la registrazione mai pubblicata ufficialmente prima di un concerto registrato per la BBC nel 1978.
Il cofanetto esce per la CAROLINE, etichetta del gruppo UNIVERSAL, che a sua volta è proprietario della Decca. La qualità audio è nettamente migliorata rispetto alle ristampe della Lemon Records uscite nel 2008. In particolare, le ristampe di allora di ZARAGON e di MMPH furono fatte utilizzando del vynil transfer nemmeno perfetti, compromettendo la qualità audio. Per questo cofanetto sono stati finalmente usati i nastri originali, tuttavia MMPH contiene – seppur in maniera leggerissima – le imperfezioni dovute alle registrazioni originali (qualche click di troppo fu lasciato sulle piste registrate).
CD 1 [‘Rebel’ – 1976]: TTTTT
01. Music
02. Everybody Wants Some More
03. Highfly
04. You Have It All
05. Rebel
06. When You Lose Someone So Young
07. Lady Of My Life
08. Pull The Damn Thing Down
09. Music {Reprise}
10. Jose * Bonus Track *
11. You Make It So Hard * Bonus Track *
12. There’s A Man Behind The Guitar * Bonus Track *
13. Putting My New Song Together * Bonus Track *
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Il primo album è quello realmente importante, quello che contiene MUSIC, il brano (sublime) con cui è identificato MILES. HIGHFLY, PULL THE DAMN THING DOWN, PUTTING MY NEW SONG TOGETHER…grande passione, grandi canzoni. Tra le bonus track sono pubblicate per la prima volta JOSE e YOU MAKE IT SO HARD tratte dal singolo del 1971, singolo uscito quando l’etichetta discografica non sapeva bene cosa fare di Miles. Trattasi di due canzonette pop che già allora dovevano apparire retrò … retrogusto inglese fine anni sessanta, roba da passare in televisione. Niente di speciale dunque, ma curiosità gradite per i fan del biondo della contea di Durham. L’album fu prodotto da ALAN PARSONS (con cui JM ebbe una proficua collaborazione nel corso degli anni).
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CD 2 [‘Stranger In The City’ – 1976]: TTTTT
01. Stranger In The City
02. Slow Down
03. Stand Up And Give Me A Reason
04. Time
05. Manhattan Skyline
06. Glamour Boy
07. Do It Anyway
08. Remember Yesterday
09. Music Man
10. House On The Hill * Bonus Track *
11. Remember Yesterday [Single Version] * Bonus Track *
12. Stand Up {And Give Me A Reason} [Single Version] * Bonus Track *
13. Slow Down [Single Version] * Bonus Track *
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Secondo album, secondo successo (anche in termini di qualità musicale). L’album segue un tour di sei settimane in USA a far da spalla a Elton John, Aerosmith e Peter Frampton, e nei testi e nei temi trattati l’America fa capolino. Il bel pop rock di STAND UP AND GIVE ME THE REASON e MANHATTAN SKYLINE, l’hard rock funk (ai confini del disco-rock) irresistibile di SLOW DOWN, le due malinconiche romanticherie di TIME e REMEMBER YESTERDAY…(ma potrei citare ogni titolo contenuto in questo disco).
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CD 3 [‘Zaragon’ – 1978] – TTTT
01. Overture
02. Borderline
03. I Have Never Been In Love Before
04. No Hard Feelings
05. Plain Jane
06. Nice Man Jack
i.) Kensington Gardens
ii.) Mitre Square
iii.) Harley Street
07. Zaragon
08. Nice Man Jack [Single Version] * Bonus Track *
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Dopo due album di successo (in UK) Miles firma con la Arista per il mercato americano. L’investimento però non paga. Zaragon in termini di vendite non decolla, (appena) fuori dalla Top200 in Usa, fuori dalla Top40 in UK. Ottimi piazzamenti però in Scandinavia. L’album non è immediato, in pratica non contiene singoli e per un artista come Miles è un problema. Il disco però è di buon livello, ed è il più prog della intera discografia di JM. Due pezzi di più di 8 minuti, OVERTURE e PLAIN JANE (in entrambi echi dei GENESIS di WIND & WUTHERING), una mini suite di 7 e passa minuti intitolata NICE MAN JACK (dove si narra di Jack lo squartatore) tutta incentrata sull’hard rock, il momento per il romanticume (NO HARD FEELING) e altre cosette interessanti come I HAVE NEVER BEEN IN LOVE BEFORE e ZARAGON. Questo terzo episodio della discografia di JM ha il respiro del concept album.
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CD 4 [‘More Miles Per Hour’ – 1979]: TTTT1/2
01. Satisfied
02. It’s Not Called Angel
03. Bad Blood
04. Fella In The Cellar
05. Can’t Keep A Good Man Down
06. Oh Dear!
07. C’est La Vie
08. We All Fall Down
09. Sweet Lorraine * Bonus Track *
10. Don’t Give Me Your Sympathy * Bonus Track *
11. If You Don’t Need Lovin’ * Bonus Track *
12. Cant Keep A Good Man Down [Single Version] * Bonus Track *
13. Oh Dear! [Single Version] * Bonus Track *
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MORE MILES PER HOUR è un album che personalmente amo molto, ALAN PARSONS torna alla produzione, l’Hard Rock/Pop Rock di Miles torna a brillare e il mood giusto sembra essere ristabilito. L’album tuttavia rimane fuori dalla TOP40 britannica, in America non viene nemmeno pubblicato, solo la Scandinavia sembra accordare un po’ di successo al disco. In Usa uscirà nel 1980 col titolo SYMPATHY e conterrà 5 pezzi tratti dalla versione inglese e quattro nuovi brani scritti per l’occasione. Di queste nuove canzoni solo due (le solite) sono incluse nelle bonus track, le rimanenti (Where Would I be Without You’ or ‘Do it All Again) sembra non siano state incluse per problemi di diritti, dopotutto appartengono alla Arista e non alla Decca. Stando alla logica SWEET LORRAINE sarebbe dovuta essere messa tra il materiale bonus di REBEL visto che fa parte di quel periodo, ma d’altra parte occorre ricordare che fu scelta come lato B del singolo di CAN’T KEEP A GOOD MAN DOWN. Nella ristampa del 2008 furono usate le single-version di OH DEAR e CAN’T KEEP THE GOOD MAN DOWN, in questa finalmente sono state inserite le originali album-version.
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CD 5 [‘BBC In Concert’ – March 1978]: TTTT
01. Nice Man Jack
02. Music Man
03. Plain Jane
04. Overture
05. Zaragon
06. No Hard Feelings
07. Stand Up {And Give Me A Reason}
08. Stranger In The City
09. Borderline
10. Slow Down
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Mostrato in TV per la volta nel 1978 dalla BBC col titolo originale SIGHT & SOUND IN CONCERT, il concerto viene finalemnte pubblicato ufficialmente nel formato cd audio (sì, esiste anche il video relativo). E’ il tour del terzo album dunque parecchie sono le canzoni tratte da ZARAGON, mancano diversi classici, ma d’altra parte sono contenuti nell’altro cd pubblicato dalla BBC nel 1992 e relativo ai tour del 1976 e 1977. Ottima esibizione, c’è classe e si vede. Sarebbe bello se prima o poi facessero uscire anche il DVD.
Aggiungo che i concerti di JOHN MILES registrati per la BBC furono quattro: uno del 1976 (della durata di soli 30 minuti), uno del 1977, uno del 1978 e uno del 1979. Come scritto poca fa quello del 1977 e due pezzi di quello del 1976 sono stati pubblicati nel 1992 in un cd intitolato IN CONCERT. Per questo cofanetto ci si è domandati quale pubblicare tra quelli del 1978 e quello del 1979 e si è finito per allegare quello del tour di ZARAGON perché apparentemente era il più richiesto dai fan. Nella mia testolina adesso gira l’idea di un cofanetto riguardante the complete BBC concerts, chissà che un giorno i miei desideri non si avverino.
E’ un cofanetto dunque molto appetibile questo, per 26 euro ci si porta a casa gli album da studio più belli ed importanti di JOHN MILES con la qualità audio finalmente all’altezza, ed un live inedito del 1978. Il booklet è di 20 pagine e non è niente male, se le note fossero state scritte da Stephen Carson (massimo esperto di JM) sarebbe stato perfetto. Da sottolineare che sulle etichette dei dischetti sono stampate delle foto tratte dagli artwork originali. Gradevole sorpresa.
Non starò ad annoiarvi con le solite frasette usate ormai da tutti gli scribacchini musicali… artista sottovalutato, album che avrebbero meritato maggior fortuna, gemme di incomparabili bellezza…JOHN MILES è uno dei miei artisti cult, dunque non sono esattamente lucido quando ne parlo, certo si tratta di album suonati con classe, di musica ben scritta e di un musicista (voce, chitarra, tastiere) di pari livello dei grandi artisti inglesi usciti da quella generazione.
MAX STEFANI scrive, il giorno dopo il concerto degli WHO a BOLOGNA e dopo aver letto evidentemente commenti entusiastici, questa considerazione su FB:
“io li ho visti negli anni sessanta, settanta e anche primi anni ottanta. bei concerti anche se niente di cui strapparsi i capelli. ma se così è stato vuol dire che o a settanta anni si suona meglio che a venti/trenta (senza dimenticare che sono solo 2 su 4) o che avete voluto vedere di più di quello che avete visto. come succede d’altra parte anche con springsteen.”
Da quando seguo Stefani con più attenzione su facebook, mi accorgo di essere spesso in sintonia con lui e, malgrado io abbia cambiato idea negli ultimi anni circa l’andare a vedere i vecchi gruppi, conservo sempre un atteggiamento un po’ disincantato.
E’ con questo spirito che mi butto sulla Bazzanese in modo di arrivare al palasport evitando di prendere l’autostrada, ancora scottato dalle tre e più ore di fila in occasione del concerto di McCartney alcuni anni fa. Alle 18,30 entro nel parcheggio (10 euro) e mi godo l’atmosfera pre concerto. Mi guardo in giro: tutti hanno indosso una maglietta degli WHO, solo io e qualche altro disperato indossiamo quella dei LED ZEPPELIN. Incontro diversi amici con cui scambio qualche battuta.
L’Unipol Arena è un bel palasport, uno dei più capienti d’Europa (più di 15.000 posti, c’è chi dice 19.000), peccato che i seggiolini siano stretti e poco comodi. Nulla a che vedere con quelli della O2 Arena di Londra. Ho uno di quei biglietti da 92 euro, sono sulle tribune a sinistra guardando il palco, biglietto acquistato (senza avere la possibilità di scelta del posto) nel quarto d’ora iniziale del primo giorno di vendita, parecchi mesi fa. Il mio amico Frank, che ha comprato tre biglietti due giorni prima del concerto, è nel settore sotto al mio e ha dunque posti migliori. Misteri della mai limpida vendita biglietti in Italia.
Il palasport è pieno per metà quando alle 20 entra il gruppo di supporto, gli SLYDIGS. Quattro (+ un session man) giovinastri britannici che provengono dalle parti di Manchester. La loro proposta (anche visiva) è un brit pop rock sull’onda di quello degli OASIS. Tra le loro canzoni scorgo riferimenti plateali a ARE YOU GONNA GO MY WAY di Kravitz e SYMPATHY FOR THE DEVIL dei Rolling. E’ tutto un “fucking” di qua e un “fucking” di qua, ci tengono a darsi un aria da inglesacci del nord. Ricevono una buona risposta del pubblico. Io rimango impassibile, per incantare me non è sufficiente sculettare a ritmo di un grigio brit pop, provenire dalla perfida Albione e calarsi nella parte … i ragazzi non hanno i pezzi.
Verso le 21 l’Unipol Arena è piena. Qualche posto vuoto sulle tribune qua è la, ma il colpo d’occhio è impressionante.
Poco dopo arrivano gli WHO. Senza tanto clamore, si presentano sul palco in maniera semplice e disinvolta. Un’entrata non ad effetto. Curiosa questa cosa. Qualche parola. PETE sembra di buon umore. Gli accordi di I CAN’T EXPLAIN… si dia inzio alle danze.
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Seguono the SEEKER e WHO ARE YOU. Mi vedo sorpreso, la verve del gruppo è notevole, quello che sento davvero buono. Malgrado siano accompagnati da session men, riescono a dare credibilità alla musica Rock che mettono in scena. Scatto una foto…eccoli qui dunque gli WHO. L’emozione sale, PETE TOWNSHEND e ROGER DALTREY non sono esattamente figure di secondo piano della musica che più amo.
The WHO, Bologna 17-9-2016 foto Tim Tirelli
WHO ARE YOU
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THE KIDS ARE ALRIGHT, I CAN SEE FOR MILES… che bello risentire questi pezzi dal vivo avvolto da una energia che temevo non mi arrivasse. Il pubblico della Unipol Arena è tutto per loro. Pete dice qualcosa in Italiano, capiamo che intende qualcosa che sta per “let’s go crazy” ma evidentemente sbaglia accento e pronuncia e nessuno capisce la frase esatta. Parte MY GENERATION ed è buffo vederla suonata da due settantenni, ma l’ossimoro diventa un divertente siparietto tutto sommato credibile.
MY GENERATION
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Sì, sì, TOMMY certo, QUADROPHENIA certo, ma vogliamo parlare di WHO’S NEXT? Potrebbero suonarlo per intero e tramortirci con canzoni Rock di una bellezza inarrivabile. Quando PETE inizia l’arpeggio di BEHIND BLUE EYES, un brivido intenso mi irretisce.
BEHIND BLUE EYES
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Nel introdurre BARGAIN, sempre dallo stesso magnifico album, TOWNSHEND cita la data del 1972, è un errore, l’anno d’uscita è il 1971, mi verrebbe da correggere PETE, e in quell’istante capisco quanto rompicoglioni siamo diventati noi appassionati, sempre attenti a date, dati, formazioni e minuzie del genere.
Più o meno a metà concerto mi sovviene una prima impressione, completamente positiva. DALTREY non ha più una gran voce, ma pensavo peggio. Regge l’urto del Rock degli WHO e si disimpegna con astuzia ed esperienza. Mi tolgo il cappello davanti a lui. TOWNSHEND stasera è un gran trascinatore e il suo lavoro sulla chitarra mi piace proprio. Probabilmente non è quello del 1976, eppure suona tutto con classe, convinzione e buona tecnica. Rimane un fuoriclasse e restare ad ammiralo è una cosa naturale. Alla seconda chitarra c’è il fratello di PETE, sbriga il lavoro in maniera diligente.
05:15
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Dopo 05:15 e THE SEEKER arriva lo strumentale THE ROCK con DALTREY che nella presentazione usa parole di affetto e di stima nei confronti del suo partner musicale. Bella prova.
Ogni tanto, mentre guardo questi due giganti sul palco, mi dico ” cosa cazzo mi sto perdendo…se solo Jimmy Page non fosse vittima dell’accidia e prigioniero della sua torre d’avorio, quanto sarebbe bello divertirsi nel rivederlo sul palco”. A fine concerto sarà un pensiero che anche i miei amici Lollo e Frank mi confesseranno di aver fatto. Non che io sia a favore di una reunion dei LZ, sarei molto più interessato ad un tour della Jimmy Page Band, però ammetto che rivederli insieme su di un palco mi darebbe una gran gioia. Spengo queste considerazioni e ritorno agli WHO.
LOVE, REIGN O’ER ME mi commuove, chi è – tra le anime blues – che non si è sentito almeno una volta come Jimmy? Rain on me…rain on me…grazie WHO.
EMINENCE FRONT (il brano del 1982 tratto da IT’S HARD) e AMAZING JOURNEY sono il preludio al finale: PETE canta THE ACID QUEEN, quindi parte con l’ introduzione di PINBALL WIZARD e alla fine ci invita ad abbandonarci a SEE ME FEEL ME.
Il finale è un po’ scontato, ma i due pezzi non perdono nulla del loro valore, della loro freschezza, della loro bellezza…
BABA O’ RILEY
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WON’T GET FOOLED AGAIN
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E’ un trionfo. In WON’T GET FOOLED AGAIN, PETE si lancia nella famosa scivolata sulle ginocchia, scivolata che gli riesce perfettamente. Vedere un 71enne fare uno sgobbo di quel tipo genera una sorta di isteria, un incantesimo: tutti i 15.000 in quel preciso istante sono convinti che il Rock sia vivo e che lo sarà per sempre. (Due sere dopo, però, a Milano, la scivolata di PETE sulle ginocchia sarà rovinosa e comica, segno che il Rock, forse, se non è morto, è vicino alla fine).
Il pubblico tributa al gruppo una serie di ovazioni a cui neppure gente scafata come loro rimane indifferente. I due sono palesemente colpiti dalla quantità e qualità di affetto, amore e riconoscenza. Ci mettono un po’ prima di lasciare il palco. Durante la presentazione del gruppo impressiona il coro “Pino Pino Pino” intonato più volte, Pino Palladino è un vero eroe da queste parti. Io rimango un po’ perplesso. Sicuramente è bassista di gran talento ma rimane essenzialmente un session man: versatile, impeccabile, preparato, però un po’ ingessato, inamidato. Nel corso della sua carriera ha suonato con grossi nomi del Rock (tra l’altro, visto che siamo su questo blog, citiamo il fatto che Paul Rodgers e Jimmy Page avevano pensato a lui per i FIRM ma Palladino declinò, per poi far parte alcune anni dopo dei THE LAW di Kenny Jones e Paul Rodgers), ma anche con altri discutibili.
ZAK STARKEY è un batterista giusto per il gruppo attuale. Non mi ha impressionato come credevo, ma è al posto giusto. JOHN COREY alle tastiere mi è piaciuto molto. Anch’egli è in pratica un session man (non scordiamo il suo lavori con Eagles e Don Henley), ma possiede un tocco da membro fondante di gruppo rock. Certi suoi passaggi pianistici mi hanno toccato l’animo.
Un ultimo saluto e i musicisti escono dal palco. Nessun bis. Meglio così. Un gruppo con questa integrità e con questi contenuti non ha bisogno di assoggettarsi a certe manfrine.
La notte fuori dal palasport è fresca, le facce degli amici sorridenti. Siamo tutti convinti che sia stato un gran concerto Rock, persino io, pensate un po’. Lascio che l’ingorgo fuori dal parcheggio si sfilacci e poi mi lascio trasportare dalla placida corrente della Via Emilia verso i miei territori.
Il giorno dopo sui social e sugli spazi musicali affini è tutto un fiorire di Rock di qua, Rock di là, Rock di su, Rock di giù.
Malgrado qualche eminenza grigia scriva, a proposito del concerto di Bologna, che “se vi dicono che il rock e morto…è una balla…è morto per i deboli per quelli che non sognano più per i pavidi per i comodi per quelli che non ci credono e non ci hanno mai creduto” io non sono mica convinto. Quasi quasi penso che il Rock sia morto proprio perché ieri sera ho visto un gran concerto Rock. Sì perché è stato un gran concerto Rock tenuto da settantenni (e comunque si potrebbe pure discutere sull’uso di tre, tre, tastieristi e, se non ho inteso male, ogni tanto di alcune basi, escluse quelle arcinote di Baba O’Riley e Won’t get Fooled Again), perché il giovane gruppo di supporto non ha mostrato nessuna arma convincente contro il mito, perché il Rock (quello vero) come impatto sociale e culturale al giorno d’oggi è ad un livello prossimo allo zero. Riesce ancora a far parlare di sé grazie a questo tipo di concerti, ma temo che quando i grandi nomi chiuderanno il sipario, il Rock, quello vero, rimarrà solo un ricordo nella mente degli appassionati.
Poi, sì, certo, il Rock resiste nella vita di tutti i giorni in gente come noi, nelle pieghe musicali dei gruppetti di cui facciamo parte, nella rappresentazione che mettiamo in scena nei pochi posti in cui riusciamo ad esibirci, ma sarà sempre più un fenomeno di nicchia. E se proprio mi lascio andare alla malinconica razionalità il Rock lo si può trovare – tranne rarissime eccezioni – fino al 1979 o addirittura solo fino ai primissimi anni settanta. Ma è meglio non pensarci. Per stasera W il Rock, ovunque esso sia, W gli WHO.
Scaletta:
1.I Can’t Explain
2.The Seeker
3.Who Are You
4.The Kids Are Alright
5.I Can See For Miles
6.My generation
7.Behind Blue Eyes
8.Bargain
9.Join Together
10.You Better You Bet
11.5:15
12.I’m One
13.The Rock
14.Love, Reign O’er Me
15.Eminence Front
16.Amazing Journey
17.The Acid Queen
18.Pinball Wizard
19.See Me, Feel Me
20.Baba O’Riley
21.Won’t Get Fooled Again
Secondo i dati ufficiali della RIAA la vendita di vinili nel primo semestre 2016, in USA, è calata del 9%, dopo 10 anni di crescite continue. I supporti fisici su cui è commercializzata la musica stanno soffrendo, la vendita di cd , stando alla stessa fonte, è calata del 11% dunque nulla di cui sorprendersi, però il vinile sembrava fosse sganciato da simili trend, sembrava una enclave a sé, i vecchi collezionisti, i vecchi appassionati di musica, i giovani hipster… quelli vicino ai trenta con la barba e il cappellino che trovano interessante, nei loro loft, mettere su un disco e ascoltare la musica in modo differente.
Che sia dunque finita la recente moda del vinile? Chissà. Certo, per noi non cambia molto, qualche centinaia di vecchi LP ancora li abbiamo, e nelle sere tempestose, quelle in cui abbiamo l’animo in subbuglio, la luce soffusa della nostra stanzetta, due dita di Southern Comfort e un disco sul piatto…magari (OH I WEPT dei FREE) ci fanno ancora un certo effetto e ci fanno sentire tutto sommato vivi in questa valle di lacrime.
Per chi ne vuole sapere di più, qui il link all’articolo apparso sul sito digitalmusic:
Ho aspettato a comprare questo cofanetto che i prezzi scendessero, e ora che lo ho in mano rifletto sul fatto che sono passati quattro anni dall’uscita. La sensazione è che sia uscito non più di un anno fa. Quattro anni…mamma mia, come fischia il tempo!
I primi album contengo canzoni voce/chitarra e per quanto affascinante lo stile devo dire che preferisco gli album della maturità, dove canzone d’autore canadese/californiana, jazz, rock e pop si mischiano che è una meraviglia e il tutto arricchito dall’apporto di una band.
SONG TO A SEAGULL (1968 – TTT½) e CLOUDS (1969 – TTT½) aprono la strada a LADIES OF THE CANYON (1970 – TTTTT), l’album di BIG YELLOW TAXI, WOODSTOCK e THE CIRCLE GAME
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Arriva poi BLUE (1971 – TTTTT) album che entra nella top 20 di Billboard (15esimo posto) e che segue la fine della storia d’amore con Graham Nash. Album riflessivo con cui Joni affronta le sue malinconie relative al passato, a sua figlia, ai trambusti dell’animo. E’ l’album di ALL I WANT e CALIFORNIA.
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FOR THE ROSES (1972 – TTTT) è un album di transizione (tra due album di successo) come si usa (stancamente) dire, riflessivo e meno immediato dei precedenti. Si misurano gli effetti dell’essere una cantante di successo e della vita on the road in maniera disincantata; i brani si fanno ancor più profondi e meno immediati. L’album arriva a sfiorare la Top 10, ma non vende come i due precedenti. COLD BLUE STEEL AND SWEET FIRE, FOR THE ROSES e il singolo (bellissimo) YOU TURN ME ON, I AM A RADIO (con Graham Nash all’Harmonica) le mie preferite, a cui si aggiunge ovviamente ” BLONDE IN THE BLEACHERS, la sarcastica e distaccata analisi circa la vita da musicista Rock, suonata con l’aiuto di una band.
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Top class, niente di più, niente di meno, ecco cos’è COURT AND SPARK (1974 – TTTTT). Registrato con musicisti jazz di prim’ordine di Los Angeles, l’album è di una bellezza disarmante. Jazz e Pop d’autore si cercano, si uniscono, si completano in modo stupefacente e insieme risultano efficacissimi. Le chitarre acustiche pigre e raffinate di FREE MAN IN PARIS, PEOPLE’S PARTIES, JUST LIKE THIS TRAIN, gli spazi aperti di DOWN TO YOU ricca di arrangiamenti superbi, il rock and roll di RAISED on ROBBERY. N.2 nella classifica USA, n.1 in Canada.
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Stufa del mondo del pop e del rock, consapevole di essere ormai una trentenne, Joni trova conforto nel Jazz e THE HISSING OF SUMMER LAWNS (1975 – TTTT) ne è il risultato. Ottimo album che arriva nella Top 5 Usa.
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HEJIRA (1975 – TTTTT) è l’album che vede l’avvento al basso fretless di Jaco Pastorius ed è naturalmente anche l’album di COYOTE. Rarefatte malinconie incorniciate in una musica senza confini. Purezza, coscienza di sé, riflessi del mondo. AMELIA, FURY SINGS THE BLUES, HEJIRA, BLUE MOTEL ROOM.
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DON JUAN’S RECKLESS DAUGHTER (1977 – TTTT) è un’arrendersi tra le avvolgenti spire del Jazz. Album doppio, coraggioso e sempre di gran livello.
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MINGUS (1979 – TTT) fu registrato in collaborazione con CHARLES MINGUS, il famoso contrabbassista jazz. Lo ricordo bene il disco in questione, quando uscì se ne fece un gran parlare sui giornali. Mi par di ricordare i miei occhi spalancati la prima volta che lo ascoltai, da adolescente, laggiù ai confini con la mia summer of love, l’estate del 1979. Rammento che GOD MUST BE A BOOGIE MAN divenne un concetto stabile nella mia testolina. L’album comunque è meno riuscito e meno bello di quel che si tende a pensare. Sempre interessante, ma meno efficacie.
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La purezza della musica di JONI MITCHELL è paragonabile solo a certe fredde e mattine di inizio primavera, col cielo terso e le montagne che si stagliano all’orizzonte, siano esse i Monti Appalachi o i nostri appennini. Questo è un cofanetto da avere.
Primo post sulla nuova stagione dell’Inter, purtroppo non molto diverso dagli articoletti scritti negli ultimi anni. Il nuovo corso non è partito esattamente alla grande: sconfitta col Chievo, pareggio col Palermo, vittoria col Pescara e, ieri sera, sconfitta pesante a San Siro contro una squadra israeliana, l’Hapoel Be’er Sheva
Guardavo la partita col tablet a portata di mano, chiacchierando e commentando in diretta con i fratelli nerazzurri sul nostro gruppo facebook INTERISTA SOCIAL CLUB o su whatsapp. Davo un’occhiata anche ad altri gruppi facebook sulla beneamata, e lo scoramento era generale.
La squadra in campo era l’INTER B, fatta di riserve ad eccezione di HANDANOVIC e forse di un altro paio di giocatori, in più si giocava con la nuova terza maglia e non serviva altro per scatenare commenti negativi. Credo che i social network abbiano dato la stura al nuovo filone di considerazioni calcistiche, quel modo ormai abusato di criticare la propria squadra che sta tra l’ironico, il sarcastico, il volgare e la condanna senza appello. Sembriamo tutti dei professorini, capiamo tutto solo noi, ci aspettiamo sempre di vedere livello di partite tipo semifinali di Champions League, e vorremmo vedere crocifissi certi giocatorini che giocano con i nostri colori.
Pur capendo certe esternazioni, certe ataviche reazioni dovute alla pancia, noto sempre più frequentemente che tendo a dissociarmi da tutto ciò. Non mi va più di intrupparmi tra le fila dei tifosi di questo tipo, non dico certo di rassegnarmi alle mezze calzette che giocano nella nostra squadra, ma l’amor proprio, un po’ di umiltà e la voglia di vibrazioni positive che ad ogni inizio stagione voglio avere, mi portano a distaccarmi da tutta questa negatività.
Ieri sera non si è giocato bene, ma fino al loro primo goal qualcosa si era visto. La cosa brutta è che la squadra si è persa in un dramma esistenziale una volta andata sotto di un goal. Lavorare sull’autostima, sulle certezze, sulle sicurezze e sullo spessore psicologico sarà d’obbligo. Nell’ultima parte della gara sono entrati tre titolari (Banega, Candreva, Icardi) e si è visto il cambiamento, sebbene non abbia portato a nulla. De Boer ieri sera si sarà fatto una idea precisa degli elementi che ha a disposizione. Questa sconfitta gli sarà servita per comprendere meglio i meccanismi mentali e tecnici inceppati.
Che dire della terza maglia? Pigiama, Sprite…sui social si è detto di tutto. Personalmente non la trovo così orrenda e mi fanno davvero ridere quelli che “ma i colori del club, dove sono?“. Siamo nel 2016, il capitalismo e il marketing governano il mondo e noi ci sorprendiamo se abbiamo una terza maglia così? Certo, anche io vorrei che si tornasse alle strisce nerazzurre degli anni sessanta e alla seconda maglia bianca con la striscia trasversale dei nostri colori sociali, vorrei inoltre i pantaloncini neri e i calzettoni neri col bordo blu. Se è per questo vorrei che le scarpette fossero tutte Adidas nere con le tre strisce bianche, e non gialle, viola, spaiate o fluorescenti. I tempi sono cambiati, l’Uefa impone nuove regole riguardo colori di magliette, pantaloncini e calzettoni, e il marketing ordina di differenziale stili e colori. Mi sembra poi che ogni anno si tenda a disapprovare sempre e comunque ogni nuova maglietta presentata.
L’Inter che ha affrontato l’Hapoel Be’er Sheva
Io aspetto ottobre per eventualmente buttarmi giù. Stiamo cercando la nostra strada e non è facile dopo tutto quei cambiamenti e turbamenti. Se in ottobre saremo ancora la solita vecchia Inter degli ultimi sei anni, mi unirò al coro delle critiche.
Confido nell’allenatore, nella nuova proprietà, nei giocatori. Handanovic, Ansaldi, Miranda, Banega, Kondo, Joa Mario, Candreva, Perisic, Eder, Jovetic,Icardi, Gabriel Barbosa…non mi sembra una squadra da niente, con un paio di nuovi difensori saremo un gran bel gruppo. La proprietà ha grosse possibilità finanziarie, è assai determinata e non difetta certo in carattere. Una volta compiuto il passaggio di consegne, quando avremo un AD italiano e figure di riferimento precise, saremo a posto.
Per ora quindi non mi deprimo più di tanto, credo in Frank e in Zhang Jindong, sarà un grande INTER.
David Gilmour è un eccellente storico britannico e questo è il suo libro sull’Italia di qualche anno fa. Questo lavoro ha ricevuto critiche molto favorevoli da parte di prestigiose riviste estere, credo che tutti questi elogi siano meritatissimi.
Il libro è in lingua originale, è necessaria una certa volontà per affrontarlo dunque, ma oltre a migliore il nostro inglese questo libro ci aiuta a chiarire in modo a tratti sorprendente vicende e storia d’Italia.
Gilmour durante tutta la durata del libro cerca di spiegare e di capire perché l’Italia è una nazione così disunita, frazionata e ingovernabile e perché, al di là della faccenda geografica, si fatichi così tanto a trovare lo spirito nazionale e perché siamo lo stato che siamo.
Precise le pagine che trattano dell’Unità di Italia e di come CAVOUR, VITTORIO EMANUELE, MAZZINI e GARIBALDI (i quattro padri della patria) abbiano tramato e bisticciato per arrivare a quello che siamo oggi; è semplice intuire come siano solo gli ultimi due ad entrare nella storia come eroi nazionali, essendo stati gli altri due figure troppo ambigue per sfangarla completamente.
Interessante capire che il Piemonte prese il potere sulla penisola unicamente grazie alla potenza del proprio esercito, di come MILANO, FIRENZE e NAPOLI fossero città e territori ben più illuminati, progrediti e moderni. La difficoltà del Regno delle Due Sicilie di unirsi all’Italia e l’eterna domanda: fu un errore annetterlo al nuovo stato? A sentire i meridionali se non si fosse giunti all’unità oggi starebbero tutti molto meglio, inutile dire che anche i centro-settentrionali la pensano così, senza la zavorra del sud sarebbero certamente uno degli stati più avanzati d’Europa. Argomenti delicati che Gilmour cerca di esaminare con tatto e onestà intellettuale.
Ancora, Spagnoli che al tempo dell’occupazione della Sicilia (nel XVII secolo) chiamavano il parlamento di Palermo “il parlamento del gelato”, vista la propensione dei propri componenti a dedicarsi ai piaceri della gola piuttosto che alla politica. La grandezza di Venezia e le difficoltà dei territori della Venezia Euganea e del Venezia Giulia a considerarsi italiani, per non parlare della spinosa questione del Trentino Alto Adige. Anche qui la stessa domanda, è stato giusto, producente e sensato annettere le tre Venezie all’Italia? I veneti risponderebbero di certo no.
David Gilmour
Desolante vedere il parlamento agli inizi degli anni venti regalare il paese ai fascisti, un movimento che valeva soltanto il 7%; l’atteggiamento snob dei socialisti, la scissione dei comunisti, la facilità con cui i liberali permisero a Mussolini di diventare primo ministro, i grandi latifondisti e la borghesia che sovvenzionavano i fascisti pur di non perdere un centesimo dei loro patrimoni e del loro potere.
Altresì desolante rileggere dell’ascesa di Berlusconi, Presidente del Consiglio dei ministri per un ventennio, malgrado i suoi guai con la giustizia e il suo potere mediatico, industriale e patrimoniale e la mancanza di etica e di spessore umanistico. A rileggerlo oggi ci si chiede come sia stato possibile.
David Gilmour mantiene un grande equilibrio, è appassionato ma al contempo distaccato, ed è quindi salutare leggere la storia italiana raccontata da uno straniero che ama e studia l’Italia da tanti tanti anni, capace senza la nostra solita enfasi mediterranea e campanilista, di analizzare con freddezza ed obbiettività le pagine scure e chiare della nostra storia, è una esperienza nuova davvero utile e divertente.
Questo dovrebbe essere un testo scolastico; è comunque uno dei libri più importanti che io abbia mai letto.
Ho già accennato alla cosa terribile che mi è capitata recentemente: la nuova macchina acquistata non ha il lettore cd. Per un uomo di blues questo è un fatto che cambia, turba, sconvolge la vita. Già abituarsi agli mp3 è terribile, il corpo delle canzoni si sgonfia, infezioni dell’apparato auditivo in agguato, si diventa una volta di più consapevoli che l’umanità non ha futuro, se poi si pensa che una mattina ci si sveglierà con in testa un disco o un bootleg particolare che non si è messo su chiavetta e non lo si potrà ascoltare durante il lungo tragitto al lavoro, viene da morire. Miserere mei, Zeus, secundum magnam misericordiam tua.
Venuti a patti con la faccenda però, occorre adeguarsi e far buon viso a cattivo gioco.
Mi sono preso così quattro chiavette usb da 64 GB cadauna e ho iniziato a riempirle di musica. A parte che le vendono come usb da 64 giga quando in realtà ne hanno appena 58, riempire 232 GB di file mp3 è una impresa quasi titanica.
Occorre fare il rip dei cd che vuoi metterti sulle chiavette, e cioè estrarre i file contenuti nei dischetti e trasformarli da wav a mp3. Per uno attento ai dettagli come me (altrimenti detto “precisino” dalle persone meno autodisciplinate) è importante collegare ad ogni album, e quindi ad ogni file, l’immagine della copertina relativa.
La sequenza degli eventi è questa: infili il cd nel pc, apri il software Ashampoo / estrai il file del cd in una cartella / rinomini la cartella aggiungendo l’anno d’uscita del disco in modo che l’elenco dei dischi dell’artista in questione sia in ordine cronologico /scarichi da internet una copertina dell’album scegliendo quella dalla cromia più soddisfacente e che non sia troppo pesante in termini di kb / apri il software Metatogger, aggiungi la copertina esterna, trasformi la copertina esterna in copertina integrata (cioè la colleghi ad ogni canzone dell’album), salvi tutto, rimuovi tutto e apri un’altra cartella.
schermata di Metatogger – foto internet
Già così è una discreta lavorata, quando poi infili il cd nel pc e vedi che il database di internet (da cui prendere le informazioni per il disco…titolo canzone, artista, album, anno di uscita) non è disponibile ti viene da sacramentare, perché significa che con Metatogger non devi solo cercare una copertina e fare il collegamento e salvataggio, ma pezzo per pezzo devi aggiungere manualmente titolo, album, artista.
Giocarsi le serate così è da poveretti, lo so, ma sono una persona caparbia e come ho imparato da un film visto ieri su SKY (IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI), le persone caparbie hanno delle ossessioni, una delle mie è questa.
Prima o poi la cosa finirà, una volta terminato di riempire le chiavette (quella ormai con la capacità piena contiene al momento 83 cartelle di artisti diversi, dentro ogni cartella diversi album, per alcuni gruppi tutta la discografia), ma nel frattempo io impazzisco. Ci sono sere che, verso mezzanotte, con gli occhi rossi e ormai in palla causa gli automatismi che digito sulla tastiera, mi dico: “Ma Ittod (di solito mi rivolgo a me stesso in questo modo), ti sembra il caso? E chissenefrega se qualche album non ha la copertina, non morirai mica, no? Lasa cla vaga, per dio, le cose importanti della vita sono altre. Vai a ballare un shake con la groupie, prendi la chitarra e vai sotto la quercia nera vicino allo stradello a strimpellare un blues, fatti una vita insomma”.
Convinto e finalmente libero copio i file così come sono sulle chiavette e vado a dormire.
L’indomani in macchina passa sul display un file musicale senza copertina e un velo di crepe nere mi piomba addosso. Me tapino, come ho potuto. So che la sera stessa dovrò riportare le chiavette su in casa e sistemare tutto. Sì perché già vedo la scena: a pranzo con Mixi, che per queste cose è un metrosexual come me (anzi ancor di più essendo lui un Apple-head abituato a itunes), andiamo con la mia visto che è nuova di zecca. Mixi che curiosa nel media player della macchina…”cazzo Tim, hai cinque album degli APRIL WINE, sei un grande vecchio!”, io che gonfio il petto, lui che aggiunge “il primo dei TESLA, i THIN LIZZY, gli UFO…evvai. ” Mixi che poi clicca sulla selezione casuale… partono i LITTLE FEAT, i CHICAGO, gli ALLMAN, i RETURN TO FOREVER, arriva quindi un pezzo di ELTON JOHN e non c’è la copertina, ne arriva un’altro da TUSK dei FLEETWOOD MAC e anche quello è senza cover, Mixi che mi guarda e mi fa “ma Tim…!”.
Io accosto, apro la portiera, scendo dalla macchina e, disperato, corro verso la brughiera.
Ecco perché stasera sono ancora qui ad aggiungere le cover negli album mancanti e a controllare che tutti i file siano completi di copertine e dei dati corretti.
Segnalo l’uscita di questo volumetto scritto da GIANNI DELLA CIOPPA, giornalista musicale assai noto e amico da più di cinque lustri. Durante la preparazione dell’opera ci siamo sentiti un paio di volte, Gianni mi chiedeva un consiglio o semplicemente un punto di vista e nel farlo mi anticipava che sarebbe stato un libro facile da criticare per la natura stessa dell’opera.
Gianni lo ripete anche nella introduzione, fece un libro del genere anche 25 anni fa, che senso ha farne uno adesso, dopo tutto quello che è capitato al Rock e con ogni tipo di informazione reperibile con un clic in rete? Eppure sono d’accordo con lui e con i tipi della Tsunami Edizioni, queste pubblicazioni oggi come oggi servono davvero, perché ci sono generazioni di amanti del Rock o del genere in questione che faticano a mettere tutto in prospettiva.
Gianni ha scelto parecchi dischi famosissimi, ed altrettanti meno noti, un bilanciamento per lui importantissimo, impegnato com’è nella battaglia contro chi si ferma “ai soliti venti nomi“. Ognuno di noi avrebbe una lista personale da proporre, dunque non ha senso sindacare sulle scelte però non riesco a non scrivere che, per quanto riguarda gli SCORPIONS, invece di TAKEN BY FORCE avrei proposto LOVEDRIVE. Gianni però me lo aveva accennato, pur non potendo esimersi da scegliere certi classici ha cercato di allontanarsi, per quanto possibile, dalle scelte più ovvie e questo è un punto a suo favore. Ci sono classici meno considerati di altri che vanno messi in vetrina, è cosa buona e giusta aggiornare l’abbecedario.
Gianni ha una impostazione metal, la sua prosa è dunque piena d’enfasi, è massimalista, vivace e coerente col genere di riferimento, col modo di scrivere dei cantori del metal; verbi come “forgiare“, sostantivi come “cavalcata” sono usati spesso, quasi a sottolineare l’entusiasmo dell’autore verso certe formule musicali. Bizzarro l’uso del verbo “estirpare” che si ripete più volte nel pagine del libro.
Essendo uno che dà parecchia importanza ai dettagli ho trovato qualche imprecisione qua e là (ma in un libro di 172 pagine che parla di più di novanta nomi è fisiologico): Jeff Beck, ad esempio, si è unito agli Yardbirds nel 1965 e non nel 1966 (anno in cui se ne andò dal gruppo) e definire Rod Stewart scozzese mi pare azzardato. Rod è nato a Londra (dunque è inglese) da padre scozzese e da madre inglese, l’aggettivo britannico sarebbe stato forse più azzeccato. Certo, sono minuzie, ma come ho scritto Gianni è un amico, dovevo pur trovare qualcosa su cui punzecchiarlo.
Non mi sorprenderei nel sapere che anche amanti del rock duro più attempati si sono avvicinati a questo libro, sfogliare l’album dei ricordi è piacevole e magari anche i più preparati potrebbero trovare modo di ampliare, migliorare e perché no modificare la loro visione di un genere che su questo blog tutti amiamo molto.
Di comodo formato 15×21, il libro è stampato a colori su carta gradevole al tatto, per una volta qualcuno azzarda un po’ e dà la giusta importanza alla “confezione”. Brava Tsunami, bravo Gianni. Io il libro l’ho comprato, potreste fare lo stesso, è così che si mantiene vivo il Rock in Italia.
PS: un paio di anni fa abbiamo intervistato Gianni qui sul blog, ripropongo qui sotto il link.
Alcuni strumenti musicali hanno per me un qualcosa che va al di là del fascino, è una sorta di reazione chimica che mi fa innamorare proprio come capita con le donne. E’ il caso delle chitarre elettriche solid body GIBSON LES PAUL (standard, traditional, custom), delle GIBSON FIREBIRD, delle DANELECTRO DC59, della PAUL REED SMITH MD 10, della EKO M24, di pianoforti a gran coda STEINWAY & SONS e di certe batterie LUDWIG.
Per i bassi ho una predilezione per il FENDER JAZZ, ma quello che mi fa davvero girare la testa è il basso custom a 8 corde usato da JOHN PAUL JONES dal 1976 in poi.
JPJ Becvar 8 corde
L’altro giorno ne parlavo con amici americani sul forum di quel club esclusivo ed esoterico sui LZ di cui faccio parte, e mi è venuta voglia di scrivere due righe anche qui sul blog.
Non ho in simpatia bassi e bassisti che suonano con i bassi a 5 o 6 corde, il basso a 8 corde non deve trarre in inganno, è come una chitarra 12 corde, sono le solite 4 corde ma raddoppiate. Il sound è dunque più corposo, pieno, terrificante. Il basso di Jones ha la forma molto simile ad un ALEMBIC SERIES II con il corpo TRIPLE OMEGA , ma come accennato non è un Alembic. Fu costruito da BRUCE BECVAR, un liutaio che lavorò per la Alembic diversi anni prima di mettersi in proprio. Una volta costruito il basso di JONES, la Alembic lo diffidò di continuare ad usare quella forma. Jones lo comprò nel 1975 in un negozio di strumenti a San Francisco. Lo portò in studio per la prima volta nel gennaio 1976 quando i LED ZEPPELIN iniziarono le registrazioni di PRESENCE. Il basso fu ribattezzato THE RIFF KING.
Jones lo usò in ACHILLES LAST STAND e il risultato fu fenomenale.
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Naturalmente fu usato anche nelle versioni dal vivo del pezzo durante il tour del 1977, le quattro date del 1979 e il tour del 1980.
John Paul Jones col Becvar live 1977
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Nell’album seguente, IN THROUGH THE OUT DOOR del 1979, non ci sono – tra i pezzi pubblicati – brani con l’otto corde (forse in HOT DOG ma non si capisce bene), la cosa è dovuta all’ uso al massiccio uso di tastiere che già riempivano a sufficienza, ma in due delle tre outtakes di quelle session al Polar Studio di Stoccolma nel novembre del 1978, il RIFF KING tornò fuori. Almeno in una la cosa è certa, OZONE BABY, probabilmente anche in WEARING AND TEARING.
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Jones possiede (o possedeva) anche un ALEMBIC SERIES II a 4 corde.
JPJ Live 1979 con l’Alembic Series II 4 corde
Il Becvar a 8 corde ora è in mostra permanente alla ROCK AND ROLL HALL OF FAME di Cleveland.
Costume di scena e Bevar a 8 corde di John Paul Jones alla Rock And Roll Halla Of Fame.
Questo post miserello è dunque un piccolo tributo al BECVAR 8 CORDE di JOHN PAUL JONES, uno degli strumenti più belli che io abbia mai visto. Che meraviglia, ragazzi.
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