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Robert Greenfield “THE LAST SULTAN – the life and times of Ahmet Ertegun” (Simon & Schuster 2011 – US $ 30) TTTTT

11 Ott

Atlantic records legacy

Questo è il libro a carattere musicale più illuminante che io abbia mai letto. La biografia di AHMET ERTEGUN, il fondatore dell’etichetta discografica ATLANTIC RECORDS non è solo il resoconto accurato della vita straordinaria di un uomo, ma anche (o forse soprattutto) uno spaccato sull’evolversi della musica americana e quindi del rock in generale.

THE LAST SULTAN077

Leggendolo ho capito molte cose, o meglio, ho collocato nei posti giusti le nozioni che avevo a proposito della musica nera e del rock. Greenfield racconta in maniera superba le varie fasi della vita di ERTEGUN, e attraverso di essa il nascere e il fiorire della cultura e del costume americani, del business legato alle case discografiche, e della società in genere.

THE LAST SULTAN078

Occorre aggiungere che questa biografia mi ha toccato nel profondo anche perché la ATLANTIC, in quanto casa discografica dei LED ZEPPELIN, è sempre stata la mia label preferita, ma è indubbio che sia stata probabilmente l’etichetta discografica più importante di sempre. RAY CHARLES, RUTH BROWN e tutti quegli artisti neri che forgiarono la musica che diventerà poi rock and roll. E inoltre tutta l’epopea rock, dai BUFFALO SPRINGFIELD ai CSN&Y, dai CREAM AI LED ZEPPELIN, dagli YES agli ELP, fino ai ROLLING STONES (per citare solo i primi artisti, a noi più cari, che ci vengono in mente).

Atlantic Ruth Brown

Atlantic ray charles

sì, dai va beh, questa l'ho messa per farvi sorridere...la conoscete la mia ossessione per LB, no?

sì, dai va beh, questa l’ho messa per farvi sorridere…la conoscete la mia ossessione per LB, no?

JERRY WEXLER poi , uno dei soci di ERTEGUN, fu quello che se ne venne fuori con il termine RHYTHM AND BLUES, se ci pensate mica una robetta da poco.

Visto che siamo su questo blog notoriamente LED ZEPPELIN-oriented, aggiungo che l’argomento LZ non è trattato con particolari riguardi come magari ci si poteva aspettare, solo sette le paginette a proposito, con una imprecisione grossolana.

Ahmet Ertegun & Jimmy Page

Ahmet Ertegun & Jimmy Page

Ahmet Ertegun & Robert Plant

Ahmet Ertegun & Robert Plant

Atlantic Led Zeppelin

Al di là di questo, il libro è da leggere assolutamente. AHMET ha fatto una vita da rockstar, con una eleganza e una intelligenza che probabilmente nessuna rockstar ha mai avuto.

Ahmet Ertegun & Mick Jagger

Ahmet Ertegun & Mick Jagger

Il libro è in inglese, ed un inglese un po’ sofisticato e ricco , lontano dalla prosa semplice e facile delle autobiografie tipiche dei musicisti rock…a volte bisogna tornare sulla stessa frase un paio di volte per capirla appieno, ma è una lettura molto piacevole, che arricchisce, al di là della storia in sé. Credo che i libri musicali di questa portata andrebbero letti nella lingua originale, per coglierne le sfumature esatte, visto che troppo spesso le traduzioni in italiano sono fatte frettolosamente e da gente non preparata sull’argomento. Capisco tuttavia che ci sia molta gente non pronta ad affrontare un libro tutto in inglese… è un peccato però.

BOOK NOT TO BE MISSED!

ahmet-atlantic

Donato Zoppo: “King Crimson: Islands – Testi commentati” (Arcana)

9 Ott

Il nostro amico DONATO ZOPPO ha appena pubblicato per l’ARCANA questo volume sui KING CRIMSON. Sembra succulento. Ne riparleremo.

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KING CRIMSON

Islands. Testi commentati

Arcana TXT

pp. 380

22,00 euro

Le beibe beibe a gambe spalancate care ai Led Zeppelin, i pruriti e gli sberleffi di casa Zappa, i diavolacci su di giri a zonzo con i Black Sabbath, i mattoni in caduta sui Pink Floyd, le strade di tuono per raggiungere Springsteen: i King Crimson sono davvero lontani.

Uomini schizoidi, divinità marine, risvegli di principi e isole lontane, lingue di allodola, grandi ingannatori e incubi rossi, chiacchiere da elefante, nevrotiche e uomini modello, dinosauri, luci in costruzione e curve pericolose. Altro che musica leggera. Qui ci sono anomalie dentro altre anomalie, una matrioska rock tutta da smontare.

Se il progressive rappresenta una grande “deviazione” nella storia popular, i King Crimson – che del prog sono stati gli artefici e tuttora la massima incarnazione – sono una cellula impazzita a dir poco sorprendente. Hanno inventato un genere, se ne sono distaccati senza abbracciare i suoi opposti, hanno un padre-padrone-fondatore-demiurgo senza il quale non esisterebbero, ma i testi delle varie incarnazioni del Re Cremisi sono opera di personalità esterne come Peter Sinfield e Richard Palmer-James, o di un alter ego conflittuale e pacifico come Adrian Belew.

Un gruppo/progetto che cammina tra esoterismo e humour, letterature e surrealtà, razionalismo e follia, allegorie e clare loqui. Un’isola nel mare magno del rock, una piccola unità collettiva dove si parla con il vento e si attende il ritorno di me, Neal e Jack.

www.arcanaedizioni.com

Intervallo: ANN TURKEL “I’m Still On My Way” (David Jordan)

6 Ott
Ann Turkel negli anni settanta  (flickriver)

Ann Turkel negli anni settanta (flickriver)cc

Domenica piovosa, le fusa di Palmiro sul divano, la biografia di AHMET ERTEGUN e Sky. Me ne sto al calduccio, anche per cercare di lenire i dolorosi football blues di ieri sera. Mi riguardo il film CASSANDRA CROSSING in HD…amo le atmosfere anni settanta, il colore dei film di quegli anni, certe ingenuità così naturali, e ANN TURKEL, una delle attrici, mi colpi già dalla prima volta in cui vidi il film, negli anni settanta appunto. Imberbe ragazzino, fantasticavo sulle sue gambe. Riguardandolo sorrido nel riascoltare  la canzone che lei canta accompagnata dai suoi amici hippie  nello scompartimento del treno. Niente da fare, non mi scosto nemmeno un centimetro dagli anni settanta.

L’ “avtunno”, l’integrazione e il vecchio Brian

5 Ott

Grigio e umido sabato autunnale. Io e Lakerla di primissima mattina siamo già in giro. Ci mandiamo sms per confortarci a vicenda. Mentre attraverso la campagna, penso che solo un sabato fa era piena estate, e che in centro a Mutina per un mini sinodo insieme a Picca, Jaypee e Lorenzo Stevens, sotto la Ghirlandina in piazza Grande, dopo un pranzo a base di e tortelli di zucca e bollito, si stava da Page.

TRES HOMBRES: da sx a dx JayPee, Tim, Picca - Foto di Lorenzo Stevens

TRES HOMBRES: da Sx a DX: JayPee, Tim, Picca – Foto di Lorenzo Stevens

Invece oggi il cambio di stagione si inizia a sentire e a vedere.  Entro da Brian che, in pigiama, esordisce con:“Tim è arrivato l’avtunno”. Lo lavo, lo preparo e usciamo. Restiamo a Mutina, troppo cotto per andare a Ninetyland. Caffè e paste al bar di Chen il cinese, spesa e chiacchiere lì al centro commerciale New Tower. Brian si ferma a parlare con gente che non riconosce più. Un vecchio di 85 anni, che vengo a sapere Brian conosce da almeno 40 anni,  e che si tiene in forma spazzando la corte interna del New Tower, mi dice che lo fa per tenersi in forma, altrimenti se si adagia sulla poltrona a guardare la TV “per me l’è finida”. Con la stessa nonchalance mi informa che ha perso sua moglie due mesi fa.

Stiamo parlando davanti al negozio MEDITERRANEO – ARTICOLI ORIENTALI gestito da un nordafricano di mezza età che viene ad aggregarsi. Mi sorride, attento ad essere gentile, cercando in maniera discreta di sentirsi parte del gruppo. Cerco, per quanto possibile, di tenere i discorsi di Brian incanalati su terreni comprensibili, Khalid (non conosco il suo nome ma lo chiamo così) se ne accorge, ma mi fa cenno che capisce e che non devo preoccuparmi. Il vecchio modenese parla di politica e del cavaliere nero caduto – sembra – finalmente in disgrazia. Commento e alla fine mi scappa, in modenese stretto,  un “Mo’ dio canta an s’pol menga”. Khalid, ride. In quel momento mi è sembrato uno di noi, intendo dire…uno perfettamente integrato. Mantiene sempre un atteggiamento sempre un po’ reverenziale che la dice lunga su meccanismi vecchi di secoli, ma Khalid ormai è un modenese.

Entriamo al Conad, non prima di aver salutato la zingare seduta per terra all’entrata. La guardo negli occhi, si vede che non è abituata alla cosa. Mi sorride ma con un punto interrogativo gigante che le si accende sul viso. Facciamo la spesa. Usciamo, lascio qualche spicciolo alla zingara. Magari è una vittima del racket delle elemosine, ma non riesco ad evitare quel piccolo gesto. Mi viene in mente una frase che ho sentito tante volte: “ste atenti ca ghè di singànai in giro!” (state attenti che ci sono degli zingari in giro).

GipsyGirl

Ci fermiamo all’edicola della LITTLE CROSS…La GAZZA dello sport, la REPUBBLICA, il MANIFESTO. Nel lunotto della blues mobile bagnato di gocce di pioggia Brian scrive “W TE”. Il TE è riferito a me.

Che tenero che è diventato Brian. Lo osservo, dietro il velo dell’alzheimer credo di scorgere il giovane Brian…

Il vecchio Brian - foto di TT

Il vecchio Brian – foto di TT

Il giovane Brian (1958 circa)

Il giovane Brian (1958 circa)

Torno verso Borgo Massenzio. Ancora preda di un STEVE VAI kick, mi godo ad alto volume EAT ‘EM AND SMILE  e SKYSPCRAPER di DAVID LEE ROTH, due magnifici album di big hard rock americano. L’approccio alla take no prisoners (seppur scanzonato) del primo, gli accenti progressive del secondo… spettacolo…

Arrivo alla domus saurea, osservo lo squarcio prodotto dai due boscaioli (i genitori della groupie). Scuoto la testa.

Domus Saurea, l'opera dei boscaioli.

Domus Saurea, l’opera dei boscaioli.

Pranzo. Bistecca e birra media. Caffè, doppio southern comfort. Crollo sul letto. Mi alzo alle 18, subito dopo aver sognato che stavo per morire e che stavo scrivendo una lettera d’addio agli illuminati del blues. Avevo appena iniziato quella a Picca. Zabaione, frutta.  Sullo stereo READY AN’ WILLING degli WHITESNAKE.

Rising with the morning sun
I turn to greet the dawn,
Knowing I must face another day
Sleepless night behind me,
Just a memory of pain,
My heart has always been a cross to bear

Mi accingo a guardare INTER-ROMA.

Just another saturday for the ordinary bluesman…

Tim Tirelli, ordinary bluesman (foto di repertorio)

Tim Tirelli, ordinary bluesman (foto di repertorio)

STEVE VAI live al Vox di Nonantola (MO) 2 ottobre 2013 – TTTT

4 Ott

Steve Vai lo seguo dal 1984. Ero abbonato a GUITAR PLAYER, rivista americana che in quegli anni allegava un 45 giri in vinile “flessibile” dedicato soprattutto ai nuovi talenti chitarristici. In uno dei numeri di quell’anno c’era ATTITUDE SONG di STEVE VAI.

Ascoltandolo in fonoteca a Nonantola insieme a GIANNI NICOLINI (famoso chitarrista jazz modenese), arrivammo alla conclusione che in quei tre minuti e passa c’era davvero qualcosa di nuovo, chitarristicamente parlando. A quel punto STEVE aveva già suonato qualche anno con FRANK ZAPPA e pubblicato FLEXABLE, il suo primo album. Lo vidi poi nella parte del chitarrista del diavolo in CROSSROADS/MISSISSIPPI ADVENTURE (figura perfetta vista la sua data di nascita: 6/6/60), quindi nella band di DAVID LEE ROTH per tre anni sfavillanti ed infine negli WHITESNAKE dove suonò in SLIP OF THE TONGUE. Lo vidi dal vivo nella tour relativo a quest’ultimo album, al MONSTERS OF ROCK di Bologna nel 1990, dove tra l’altro insieme al maestro BEPPE RIVA e a GIANNI DELLA CIOPPA, bazzicavo il backstage.

Nel 1989 VAI pubblicò PASSION AND WARFARE, il suo disco solista più di successo, che conteneva la ormai leggendaria FOR THE LOVE OF GOD…

Quello fu il punto più album del mio interesse per lui. Gli anni novanta, duemila e dieci mi videro lontano da tutto il movimento dei guitar-hero, tuttavia continuavo a gettare un orecchio alle cose di JOE SATRIANI e di STEVE VAI appunto. VAI venne anche un paio di volte al VOX di Nonantola, ma snobbai la cosa. Non è stato così per il concerto dell’altra sera.

Alle 20,30 sono nella mia dolce, cara, amorevole home town. Prima di infilarmi nel VOX, faccio un giro per il centro insieme alla groupie, ed è bello sentirle dire: “Che carina che è Nonantola!” Probabilmente non è vero, ma far due passi per via Roma (the heart of the city) con l’Abbazia che appare pian piano al di sopra delle vecchie case del centro, di sera, coi lampioni accesi, ha il suo fascino…

Nonantola - the heart of the city - foto di Saura Terenziani

Nonantola – the heart of the city – foto di Saura Terenziani

L' abbazia di Nonantola - foto di Saura Terenziani

L’ abbazia di Nonantola – foto di Saura Terenziani

E mentre passeggio sotto ai portici, il mio pensiero non può che tornare all’autunno di 7 lustri fa quando, ragazzino, insieme a Biccio giravo instancabilmente per le stesse stradine fantasticando sulla vita e sul futuro. Ah.

VOX: a sedere su due poltroncine di pelle a parlare amabilmente con la groupie fin verso le 21. Dopo pochi minuti, le luci si abbassano, ci incamminiamo verso il palco, raggiungiamo senza fatica un buona posizione (il Vox è mezzo pieno, o, come dice la groupie, mezzo vuoto). E così eccolo qui, STEVE VAI.

STEVA VAI al Vox di Nonantola (MO) - 2 ottobre 2013 (foto di Saura Terenziani)

STEVA VAI al Vox di Nonantola (MO) – 2 ottobre 2013 (foto di Saura Terenziani)

Oltre alla sua (incredibile) abilità chitarristica, noto con piacere che ha un riflesso incondizionato che dimostra quanto da ragazzino abbia amato i LED ZEPPELIN: i pantaloni richiamano il “dragon suit” di JIMMY PAGE del 1975, spesso si lancia nel JIMMY PAGE WALK (minuto 0:08/0:11, 1:11/1:16, 2:35/2:43 e soprattutto 3:12/3:12 di ROCK AND ROLL 1973), e in pose comunque relative al modo di PAGE di star sul palco nel film TSRTS.

La band che lo accompagna ha una sezione ritmica di quelle che non mi interessano, musicisti dotati che però non mi smuovono, che non mi danno praticamente nulla, e anzi, spesso mi infastidiscono. Il batterista non suona quasi mai “chiuso”, è costantemente sui piatti, soprattutto sui crash che hanno un suono orribile. Pure il ride che dovrebbe essere più dolce, ha il suono di una lingua barbara anziché di una romanza.Per non parlare poi di una sorta di piatto china, che non riesco a vedere, ma che suona appunto come il china cymbal, una delle cose che detesto maggiormente nell’universo. Aggiungiamoci l’uso smodato del doppio pedale, una batteria davvero brutta, pantaloni da basket. tatuaggi etc etc. Il bassista ha un basso arancione sei corde e porta pantaloni militari. Dave Weiner, l’altro chitarrista, invece mi piace. Umile e bravissimo, mette la sua tecnica superba al servizio del gruppo, senza la pretesa di dover dimostrare nulla. Molto carino il suo intermezzo acustico.

Dave Weiner

Dave Weiner

Di VAI in generale colpisce il, seppur sottinteso, controllo totale dello strumento. Mi chiedo come si possa andare oltre quello che fa lui. Si può anche non amare completamente il suo lavoro (specialmente sui pezzi duri), ma è difficile non rimanere a bocca aperta nel vedere come utilizza la whammy bar, o quanto va veloce o che razza di intonazione (sulla chitarra) abbia…cose che noi umani non riusciremmo mai ad ottenere. Tutto questo mentre, in qualche modo, riesce spesso a travalicare il modus operandi da guitar-hero ed entrare nel mondo della musica vera e propria.

In un paio di momenti, quelli più lenti, mi sciolgo e divento tutt’uno con il liquido musicale che galleggia nell’aria…

…TENDER SURRENDER, dal sapore hendrixiano…

WHISPERING A PRAYER, lenta coinvolgente, piena i spiritualità…

Brividi.

Nel mezzo di questi due strumentali lenti, la groupie filma WEEPING CHINA DOLL…

Verso le 23, dopo due ore di concerto inizia il set acustico… io avrei iniziato i bis. Comincio infatti ad annoiarmi un po’. Accompagno la groupie al bar per una lemonsoda (o meglio due dita di lemonsoda e dieci di ghiaccio… 4 euro), controllo sul cellulino i risultati della Champions League.

STEVE VAI al Vox di Nonantola (MO) - foto di Saura Terenziani.

STEVE VAI al Vox di Nonantola (MO) – foto di Saura Terenziani.

Finito il set acustico, l’assolo di batteria e di basso, arriva sul palco PREDATOR…

Predator

Un STEVE VAI dal futuro atterra al vox…è tempo di THE ULTRA ZONE.

STEVA VAI al Vox di Nonantola (MO) - foto di Saura Terenziani

STEVA VAI al Vox di Nonantola (MO) – foto di Saura Terenziani

Io ne avrei già abbastanza, ma voglio aspettare FOR THE LOVE OF GOD che puntualmente arriva alla fine per concludere il rituale nel modo giusto. Serata piacevole, e a tratti sorprendente, meglio di quanto mi aspettassi. Ultimo appunto: concerto troppo lungo. VAI comunque è un buon intrattenitore, a volte buffo, ironico e mai sopra le righe. Suona per il piacere di farlo, lo vedi, lo senti. In alcuni momenti capisci che si perde dentro ad una spiritualità tutta sua, ed bellissimo starlo a guardare e a sentire. Bravo Steve.

Steve Vai al Vox di Nonantola (MO) - foto di Saura Terenziani

Steve Vai al Vox di Nonantola (MO) – foto di Saura Terenziani

Scaletta “Story of Light Tour 2013″:

Intro
Racing the World
Velorum
Band Introductions
Building the Church
Tender Surrender
Gravity Storm
Dave Weiner Solo (Acoustic Guitar)
Weeping China Doll
Answers
The Animal
Whispering a Prayer
The Audience Is Listening
Michael Aaron Solo (Keyboard)Rescue Me or Bury Me (Vai song)
Sisters
Treasure Island (with The Beast)
Salamanders in the Sun
Pusa Road
Jeremy Colson Solo (Drums)
The Ultra Zone
Frank
Build Me a Song
For the Love of God

Encore:

Taurus Bulba

La ex casetta di JOHN PAUL JONES

1 Ott

L’ex casetta di JOHN PAUL JONES è in vendita per 3 milioni di sterline (3,6 milioni di euro circa) in caso qualcuno fosse interessato.

l'ex casetta di JPJ

l’ex casetta di JPJ

Immortalata nel miglior film di tutti tempi (THE SONG REMAINS THE SAME insomma), per noi ledhead è una delle casette del cuore.

Qui sotto il link del MAIL Online e il clip di NO QUARTER dove appare in tutto il suo fascino msterioso.

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2439436/Home-owned-Led-Zeppelins-John-Paul-Jones-featured-1976-concert-film-goes-onthe-market-3million.html

PS: ogni volta che mi capita di guardare un spezzone di TSRTS rimango – anche a distanza di 35 anni – rapito, senza nessuna possibilità di staccarmi. Questo film crea dipendenza. Come diceva Tommy Togni …“ma cosa c’è lì dentro, la droga?”.

Baraonda in BARILLA blues

29 Set

Secondo me siamo all’isterismo collettivo, uno non può più nemmeno permettersi un piccola sbavatura dal politicamente corretto che viene messo in croce su tutto il globo in 10 minuti. Sono basito.

Guido Barilla rilascia una intervista a RADIO24 dove in modo quasi innocente e sincero dice che le per gli spot pubblicitari la azienda preferisce appoggiarsi alla famiglia tradizionale. Aggiunge poi quel banalissimo concetto universale (usando altre parole) dell’ognuno è libero di fare ciò che vuole fino a che non compromette la libertà degli altri.

Là, da quel momento si è scatenato un andirivieni disordinato e rumoroso di giudizi moralistici e insopportabili. Sono veramente schifato.

Allora cosa dovrebbe dire uno di questi suscettibili paladini del politicamente corretto (soprattutto di sinistra) che legge queste blog, che detto per inciso è assolutamente contro l’omofobia? Si perché qui uso spesso la parola “finocchietti”, pur scherzando, per descrivere tutti quelli che non sono veri uomini come JOHNNY WINTER o FRANK MARINO (e i gusti sessuali naturalmente non c’entrano).

Chiedo scusa a potenziali lettori omosessuali del blog, sono uno stupidino, così come quando uso “fighe” al posto di donne, e “negri” al posto di neri. Ma il blog lo voglio così, senza troppi filtri, un po’ sopra le righe proprio perché il politically correct tra noi di sinistra ha veramente rotto le palle.

Fighe Anna & Nancy Wilson

Fighe

Negri

Negri

L’omosessualità è una faccenda delicata, ci sono ancora paesi retrogradi che la considerano reato, ci sono ancora tante, troppe persone che si rapportano ad essa esibendo un rifiuto così violento da far venire il voltastomaco.

L’ipotesi  sul perché della omosessualità che più sento credibile è questa descritta una volta da Piero Angela nel 2005:

“Come mai l’omosessualità permane e riappare di generazione in generazione se la storia dell’evoluzione è tutta orientata a selezionare individui che hanno maggiori probabilità di riprodursi? Non c’è risposta per ora…una delle ipotesi è che gli individui omosessuali si riproducano, almeno parzialmente, attraverso i fratelli (con cui hanno mediamente un 50% di geni in comune) e che la natura abbia affidato loro un ruolo di supporto per il gruppo: è quella che viene definita “kin selection”, la selezione che favorisce i consanguinei. Ma anche questa è solo un’ipotesi”.

Nascono omosessuali Ii 4-5% dei maschi e il 2-4% delle femmine. A loro va tutto il mio rispetto, lo stesso che ho per tutti gli esseri umani (tranne quelli che ascoltano musica di merda, che votano PDL e che si iscrivono al gruppo “interista pezzo di merda”*), a loro va tutta la mia solidarietà per le ferite spiritali e fisiche che questa società immatura infligge loro, però non inneschiamo reazioni a catena prodotte, appunto, dall’isteria.

Io continuerò a comprare le buonissime PIPETTE della BARILLA.

Le pipette Barilla

* salvo una eccezione

The crazy world of Tim Tirelli’s enlightened men of blues: CORSO DI PREPARAZIONE ALLA MORTE

28 Set

L’altra mattina mi chiama Ronnie, gli parlo con piacere, è una dozzina di settimane che non ci sentiamo, forse di più. Il lavoro, la donna che vive in un’altra città, il duro mestiere di sopravvivere…tutte cose che ci portano ad attraccare a porti diversi durante le tempeste. Con Ronnie oltre a parlare di fighe e dei “migliori dischi di tutti i tempi”, finiamo spesso a filosofeggiare sul senso blues della vita, o almeno della nostra vita. Entrambi uomini di una (in)certa età, ci lasciamo scivolare lungo la discesa ardita della contemplazione del futuro, sulle incertezze a cui andiamo incontro, sui cocci dei cento sogni infranti su cui siamo costretti a camminare, sulla percezione del senso del limite (come diceva Julia) che poi è il succo della crisi di mezza età. Insomma, le solite esuberanti tristezze di cui noi uomini di blues siam soliti discorrere mentre ci beviamo un southern comfort o un caffè corretto sambuca.

Ad un certo punto mi dice “Sai, per cercare di dominare l’ansia relativa a quel che sarà ho partecipato ad un corso di preparazione alla morte”

Di quello che ci siamo detti da quel momento in poi non ricordo nulla, rammento solo di aver pensato “Ma che cazzo di amici fighissimi ho?” Perché no, voglio dire, non è che partecipiamo a questi corsi o che ci fiondiamo in analisi introspettive su questi temi per diletto o strane manie, no, cazzo, è che l’uomo di blues affronta, cerca di capire, vuole sapere. Pur non amandola, l’uomo di blues, non teme la morte falciatrice…

074646591826

PS: Ronnie numero uno!

BLACK CROWES – TORNADO OF SOULS (SINGING) ALL’ALCATRAZ (Milano luglio 2013) – di Lorenzo Stefani

27 Set

Lorenzo Stefani ci racconta le sue impressioni del concerto di quest’estate a Milano dei suoi (e nostri) prediletti BLACK CROWES.

Di solito vado a vedere uno-due concerti all’anno, quindi cerco di scegliere qualcosa che mi dia motivazione: il programma dei concerti dell’estate 2013 mi lasciava un po’ perplesso, nulla che mi spingesse  davvero a sobbarcarmi il costo e la fatica di subappaltare la gestione delle figlie e trascinare Laura (mia moglie) a vedere qualcuno che lei a malapena sconosce… sino a che mi sono reso conto che il cartellone dei “10 Giorni Suonati” di Vigevano includeva i Black Crowes.

Seguo questo gruppo di Atlanta da tanti anni, via via ho comprato la maggior parte dei loro album e la qualità del loro suono, la continuità e la coerenza della loro produzione mi hanno sempre appassionato ed – a tratti – entusiasmato.

Che io  ricordi è stato uno dei primi gruppi che, oltre a rispolverare sonorità del tutto seventies, hanno anche ritirato fuori tutti gli strumenti, l’abbigliamento e le movenze dell’epoca d’oro del rock. Però non in modo furbesco o artificioso, davano proprio l’impressione di crederci a fondo, di essere completamente calati nel loro ruolo di messaggeri del rock vintage, fuori dal tempo e dalle mode del momento, che è poi quello vero e che piace a me.

Black Crowes SF 1991  - photo by Clayton Call

Black Crowes SF 1991 – photo by Clayton Call

A quell’epoca, non si capisce bene perché, vennero imbarcati nel caravanserraglio del Monsters of Rock e passarono pure da Modena insieme a Metallica e AC/DC; non li andai a vedere principalmente perché il biglietto costava troppo  per le mie tasche, qualche amico che aveva partecipato al montaggio dell’immane palco ed aveva seguito il soundcheck raccontò che il tastierista puzzava di alcool lontano un miglio, ma comunque avevano ben poco a che spartire con le star del metal in cartellone (“In molti, e non ultimi tanti sapientoni della stampa specializzata, cascano nel tranello di considerarli i nuovi esponenti di una corrente metallara, confondendoli con roba come Scorpions o, peggio, Europe. Loro, fricchettoni fino al midollo, non battono ciglio e quando nel 1991 vengono invitati al festival Monsters of rock accanto a Metallica e Pantera sembrano prendere tutti per i fondelli con una strepitosa versione di Rainy day women 12&35 di Bob Dylan intrisa di boogie. Le radici della band sono altrove, sembrano dire” – Gabriele Gatto http://www.rootshighway.it/folklore/crowes_mono.htm; RAINY DAY WOMEN 12&35: http://www.youtube.com/watch?v=Je2tnlOlW_Q).

La location originaria per il mio concerto dell’estate 2013 era il Castello di Vigevano, tutti mi avevano detto che è un gran posto, ma scomodo da raggiungere e funestato da zanzare. Poi però tutta la manifestazione è stata ripensata ed i vari concerti ridistribuiti in diversi locali, pare per ridurre I costi di organizzazione dovuti alla necessità di montare, smontare o adattare freneticamente il palco del Castello, o qualche esigenza di questo genere.

Sta di fatto che ero un po’ preoccupato all’idea di infilarmi dentro l’Alcatraz all’inizio di luglio, temevo una sauna disgustosa e mi sembrava un peccato non poter vivere l’evento all’aperto e in una cornice suggestiva come da programma iniziale. Ma me ne sono fatto una ragione, ho preso un letto gonfiabile per la baby sitter – per consentirle di rimanere a casa con la prole – ho detto e ridetto a Laura di essere puntuale per poter partire alle 18 al più tardi perché non volevo perdere neppure una nota, e mi sono fiondato a Milano. Questa faccenda della tensione sulla fase iniziale del concerto merita un mimima spiegazione: un po’ come quando si va al cinema e si perde l’inizio del film, mi dà un fastidio tremendo perdere la parte iniziale dello show, fosse solo una canzone. Un evento  rock è qualcosa di coeso, con una sua logica ed un suo mood che cogli bene se sei lì prima che la magia cominci a fluire dal palco. Agli ultimi due concerti prima di quello del Corvi Neri mi era capitato esattamente così (ossia di perdere la prima canzone), quindi ero un po’ agitato perché temevo la regola del non c’é due senza tre.

Arriviamo invece all’Alcatraz alle 20:15, c’é l’aria condizionata, si sta benissimo: tempo di prendere una birretta a stomaco vuoto (mai riuscito a cenare prima di un concerto), di dare un’occhiata al palco, molto semplice, e le luci si abbassano, il pubblico è numeroso, molto attento e carico, salgono gli applausi e parte la batteria: un battito secco e inconfondibile, è JEALOUS AGAIN, il primo grande successo.

Ed eccoli, tutti i Corvacci schierati: Chris Robinson, leader carismatico indiscusso, a piedi nudi, figura sciamanica fuori del tempo, assomiglia un po’ al Gesù di Nazareth di Zeffirelli. La sua voce mi sembrava un po’ da cornacchia, le prime volte che la ascoltavo, mi dava fastidio ma insieme mi piaceva (un po’ le sensazioni che Page dice tuttora di provare quando canta Plant, fatte tutte le debite differenze). Ora mi piace e basta, nel tempo si è evoluta mantenendo grande estensione e potenza intatte ma guadagnando calore ed espressività.  Il modo di muoversi di Chris, che sembra trasportato da una danza magica, in trance, ha portato qualcuno a parlare, con immagine che trovo azzeccata, di “movenze da spettatore di un festival degli anni ’60” (Paolo Panzeri/Gianni Sibilla, in http://www.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano).

Chris Robinson

Chris Robinson

Il fratello, Rich Robinson è un po’ appesantito, coi capelli raccolti ricorda vagamente Russel Crowe. Concentrato, impeccabile, ma di una serietà eccessiva, mai un mezzo sorriso durante l’intero arco del concerto: al limite della scontrosità, mi ha ricordato un po’ Blackmore (ma è sempre stato così fin dagli anni ’80: tutto concentrato sul suo strumento, non concede nulla allo spettacolo). Nel corso del concerto sfoggia, tra l’altro, oltre ad una Fender Telecaster, una bella chitarra con finitura madreperlacea, non sono un intenditore ma da quanto ho visto su http://www.vintageguitar.com/3449/rich-robinson potrebbe trattarsi di una James Trussart Steelphonic.  Comunque non deve essere un tipino facile da suonarci insieme e ancor meno da dividerci i guadagni: probabilmente è per il suo carattere ombroso che i due fratelli sono arrivati allo scioglimento del gruppo, qualche anno fa, anche se ora sono ripartiti con bello slancio.

Rich Robinson

Rich Robinson

Sezione ritmica: alla batteria c’é (e più o meno c’é sempre stato, a parte un intervallo dal 2001 al 2005) Mr. Steve Gorman:  suona con una Ludwig minimalista, Bonzowise (il filo sottile che collega Crowes e Zeppelin esiste anche negli strumenti, basta cercarlo). Gesticola poco, si limita all’essenziale e rifugge dal gesto “atletico”. Per intenderci, molto diverso dall’enfasi di certi drummer come – che so – Tommy Aldridge. Al basso si presenta Sven Pipien, con un phisique du role da perfetto rocker anni ‘70, un fossile vivente ed in ottime condizioni di conservazione (per quanto ne posso capire, mi sembra faccia il suo lavoro brillantemente).

Steve Gorman

Steve Gorman

La novità è il secondo chitarrista, Jackie Green: è giovane, con gli occhi a mandorla ed uno strano panama bianco, anche lui serio e compreso nel suo ruolo. Rispetto a Rich Robinson suona più aggressivo, più rock ma con meno “anima”: la differenza si sente piuttosto bene nel corso “duello” chitarristico durante la chilometrica WISER TIME, in cui i due si sfidano a suon di assoli. Mentre Green snocciola note su note come una mitragliatrice, Robinson sembra più preoccupato di cavar fuori suoni dal sentore psichedelico, ed assolutamente non preoccupato di mantenere il passo di Green in termini di velocità pura. Strumentazione: una Gibson SG blu, varie Gibson Les Paul ed altro, compreso un mandolino.

Sven Pipien & Jackie Green

Sven Pipien & Jackie Green

Buon ultimo, Adam Macdougall alle tastiere: molto presente con i suoi suoni – come deve essere nella musica dei Black Crowes spesso accompagnata da Hammond vintage o pianoforte – ma di bassa statura e sepolto dietro una barricata di tastiere, semi invisibile durante tutto il concerto.

Purtroppo niente coriste; d’accordo che i musicisti sono già sei sul palco, ma le coriste hanno sempre aggiunto qualcosa di lussurioso e circense al southern rock dei nostri e un po’ mi mancano. Mi andrebbero benissimo le due donnone sovrappeso che li hanno accompagnati in questa strepitosa Soul Singing eseguita nel 2001 al David Letterman Show (http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=tv5NRHOGrrU#at=120), ma niente da fare.

Progressivamente mi avvicino al palco, e mi trovo di fianco la sagoma imponente e tutto sommato  familiare di Antonio “Rigo” Righetti, ex bassista di Ligabue, che incontro spesso in Piazza Matteotti a Modena al sabato mattina mentre accompagnamo la rispettiva prole alla giostra o a zampettare in bicicletta. Sto per dirgli qualcosa ma, come misteriosamente era apparso in mezzo alla folla, altrettato velocemente sparisce, Me lo sarò sognato. Misteri southern rock.

Il suono delle tastiere da sotto il palco è un po’ fastidioso a causa dell’acustica del locale non eccellente, ma il wall of sound è comunque imponente e travolge il pubblico: la scaletta è ben calibrata, un torrente di eletticità con brevi intervalli acustici, tra cui SHE TALKS TO ANGELS (vedi più avanti la set list interattiva).

In breve: 16 canzoni praticamente senza interruzione, senza respiro, con pochissime parole (quasi nulla) tra una e l’altra: grande professionalità, ma ti aspetteresti di più, come dire…capisci che il gruppo avrebbe nelle corde (vocali e delle chitarre) le 3 ore e passa di concerto di uno Springsteen o degli Zep del’epoca d’oro… la gente se li starebbe ad ascoltare più che volentieri. Pare sia accaduto in altre occasioni, ma non in Italia. Qui lo show era stato enfaticamente presentato come “due ore di rock” e due ore di rock sono state, esattamente dalle 20:30 alle 22:30, ma non un minuto di più.

All’uscita mi sento molto appagato e al banchetto del merchandising acciuffo una maglietta da 15 euro, in bianco e nero, che porto poi intensamente e con orgoglio tutta l’estate, con il risultato che ora si sarà accorciata di 10 centimetri e tra poco andrò in giro come Cristina Aguilera, ossia con la panza (pelosa, nel mio caso) al vento.

Cenetta finale rilassante in ristorantino di quinta (come si dice a Bologna) vicino all’Alcatraz, con inquietanti foto di Formigoni e Tettamanzi ritratti insieme ai titolari, disseminate dappertutto sulle pareti con evidente orgoglio. Formigoni è uno che non si tratta male quanto a ristoranti ma deve essere capitato lì per caso, non è un posto da lui: il mio palato non può comunque valutare con obiettività, data la fame da lupo e lo spirito incline a considerare tutto buono e bello (beh, non quelle foto) grazie alle good vibrations dispensate a piene mani dai corvacci.

BC promo 1990

Al netto di tutto quanto: una delle migliori band in attività, uno dei più esaltanti spettacoli live in circolazione, no doubt. Perché mi piacciono tanto? Probabilmente perché rappresentano il sogno di tutti noi: essere in tutto e per tutto una rockstar anni ’70 vivendo nell’epoca presente, e miracolosamente essere ancora sulla quarantina. E poi è uno di quei gruppi che, se li vedi dal vivo, ti scatta una voglia matta di essere sul palco con loro, tanto sono fluide e naturali le note che escono dai loro strumenti. Ecco, è proprio una band che dà l’impressione di poter suonare (bene) sott’acqua, a testa in giù e magari incatenata, come il mago Houdini.  Deve essere più o meno quello che ha pensato il buon Page quando, scuotendosi di dosso la polvere del suo esilio (dorato), nel 1999 ha voluto calcare di nuovo il palcoscenico ed ha scelto proprio loro, non a caso.

Jimmy Page & Black Crowes

Jimmy Page & Black Crowes

Ho un ricordo personale a questo proposito: per l’appunto nel 2000, in un gigantesco salone dell’aeroporto di Milano Malpensa, mentre aspetto un volo per Chicago, immerso in una folla immensa, all’improvviso avvisto una chioma bionda che riconoscerei tra un milione. Ben più alto della media, con un camicione rosso bordeaux di foggia vagamente indiana, spinge un carrello strapieno di valigie come un qualunque turista un po’ fricchettone, ma è Sua Maestà Mr. Plant in persona, di ritorno dal Pistoia Blues.

Non ci penso due volte, lo saluto, gli dico che l’ho visto due anni prima nel tour Plant-Page (e che mi sono piaciute le canzoni più vecchie, in particolare, BABE, I’M GONNA LEAVE YOU), ed infine – prima di strappargli un autografo in formato A4 che tuttora custodisco in una teca ad umidità controllata – me ne esco con la domanda più ovvia e più idiota che poteva venirmi in mente: “Where’s Jimmy?”. La risposta è secca, chiaramente scocciata e al tempo stesso precisa: “He’s in the States with the Crowes”.

Ripensandoci ora, dopo aver visto l’ultima, efficacissima formazione dei Black Crowes dal vivo ed aver provato quell’irrestitibile voglia di essere sul palco insieme ad un gruppo che suona con la stessa naturalezza con cui i comuni morali respirano, penso che il buon Percy volesse dire, in pratica: “È in America. A spassarsela coi Corvacci. Beato lui”.

Ma un’esclamazione in modenese renderebbe ancora meglio il tono e l’epressione facciale che accompagnarono la storica frase. Più che “Beato lui”, i suoi occhi dicevano: “Ch’a-g végna n’azideint!”, ossia  che gli venga un accidente (a Page che si divertiva alla facciaccia sua) o, forse più probabilmente, “Cat végna n’azideint”, rivolto al molesto fan italiano intento a fargli domande inopportune.

SETLIST INTERATTIVA

(quando non c’erano filmati di Milano disponibili, ho racimolato materiale alternativo privilegiando ovviamente quello tratto dall’ultimo tour

Jealous Again

Su Youtube sembra che nessuno si sia filata questa canzone, la sera di Milano. Rimedio con quella suonata a Memphis http://www.youtube.com/watch?v=xm6n7PbOFLI in maggio e soprattutto con quella di Londra, ripresa professionalmente tre giorni prima dell’esibizione all’Alcatraz (http://www.youtube.com/watch?v=-ABFGfRIrFg).

A Pistoia Blues, il 4 luglio, il brano di apertura è stato STING ME, il suo grande riff mi è mancato un po’ (http://www.youtube.com/watch?v=iSXiCbnZqOs – altra grande rendition del 1992: http://www.youtube.com/watch?v=bawY3kgOdbI).

Thick N’ Thin

Purtroppo nessuno pare aver filmato questa song a Milano: rimedio con questo breve estratto dall’esibizione del 21 giugno 2013 a Bruxelles http://www.youtube.com/watch?v=JI4XUhbODi8

Hotel Illness

Grande armonica, cantato vigoroso (qui siamo a Chicago, 17 aprile 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IAOC3IR5ypE)

Black Moon Creeping

http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Bad Luck Blue Eyes Goodbye

Amsterdam, 19 giugno 2013: http://www.youtube.com/watch?v=IfYohpNao6I

Medicated Goo (Traffic cover)

Jones Beach, Wantagh NY, 10 agosto 2013: http://www.youtube.com/watch?v=xCIGOvQy1hw

Soul Singing

Qui a Bottle Rock, Napa, CA, 9 maggio 2013: http://www.youtube.com/watch?v=MboJH-JqxG4

Wiser Time

16 minuti e passa a suon di duelli di chitarre e altre amenità: http://www.youtube.com/watch?v=bLJD8mAfLj8

She Talks to Angels

http://www.youtube.com/watch?v=wCIs52LGhWY   http://www.youtube.com/watch?v=24mbAqowHO4

Pistoia, 4 luglio (qualità migliore, molto godibile): http://www.youtube.com/watch?v=B_zFY_6Gx4o

Whoa Mule

Intermezzo acustico, da WARPAINT (2008): il batterista afferra un bongo e “fa cantare le sue mani”, come direbbe Franz di Cioccio. Anche qui per rendere l’idea di cosa ho visto e sentito mi vedo costretto a pescare da una recente esibizione del medesimo tour: Amsterdam, 20 giugno http://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v=bJ11bYvUUh0

Thorn in My Pride

http://www.youtube.com/watch?v=PUI5aYzQLeA (voce strepitosa)

Remedy

Una delle mie canzoni preferite, potente e grintosa, le casse sembrano esplodere tanto sono piene zeppe di suono chitarroso: http://www.youtube.com/watch?v=jTBvF6VabzU

Eccola in versione ancora più sciamancica, in black & white, suonata il 30 luglio negli States:  http://www.youtube.com/watch?v=06tH3LGcEoA#t=21 )

Hard to Handle (Otis Redding cover)

Pistoia, 4 luglio (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=f6304fQ9hqg

Parigi, 27 giugno (inclusa “Hush”): http://www.youtube.com/watch?v=n0OsRufYLEc

Hush (Billy Joe Royal cover)

Pistoia, 4 luglio: http://www.youtube.com/watch?v=4BNnGhpnCsM

ENCORE:

No Expectations (The Rolling Stones cover)

http://www.youtube.com/watch?v=VIQcqnH4CgY

Per i miei gusti meglio Jumpin’ Jack Flash, suonata con grande impeto ed allegria pochi giorni prima, il 27 giugno, a Parigi:  http://www.youtube.com/watch?v=97mjxuLsd3Q (immagini e sound di alta qualità, con un tifo d’inferno da parte dei fans: chi ha detto che gli italiani sarebbero il pubblico più “caldo”?)

Movin’ On Down the Line

Una delle canzoni meno riuscite di WARPAINT (soprattutto nel ritornello), a mio personale avviso, e che pertanto avrei evitato di suonare in chiusura di concerto, se fossi stato nella testa della band (qui nella versione suonata a Westbury, NY, il 9 aprile 2009:  http://www.youtube.com/watch?v=OjIJ35qYC5Y; il video è nitidissimo, ottimo suono) . Peccato, perché WARPAINT è un grande disco ed ha segnato una delle tante rinascite del gruppo, se avessero suonato OH JOSEPHINE (http://www.youtube.com/watch?v=onjGCk_3jH0&NR=1&feature=endscreen) sarei stato molto più contento, ancora meglio se avessero fatto GOODBYE DAUGHTERS OF THE REVOLUTION (http://www.youtube.com/watch?v=cGRKkxoh_Q0).

A Pistoia, il 4 luglio, hanno suonato anche GOOD MORNING CAPTAIN che mi è sempre piaciuta, allegra e positiva (http://www.youtube.com/watch?v=VOOoZ5oRix0), e la travolgente TWICE AS HARD, con i suoi splendidi riffoni southern (http://www.youtube.com/watch?v=G7JgieGhlV4).

P.S.(1)

In rete si trovano commenti anche più entusiastici del mio; di seguito alcuni passaggi che mi fa piacere  condividere.

–        “Può un capannone industriale trasformato in discoteca, con travi e tubi di acciaio sul soffitto, sembrare un torrido locale californiano degli anni ’70? Può sembrarlo ed essere credibile seppur a migliaia di miglia dallo Stato dell’oro? La risposta è sì, se c’è la band giusta sul palco. E non c’è band più giusta dei Black Crowes” – (http://mobile.rockol.it/news-514689/concerti-black-crowes-recensione-live-milano – Paolo Panzeri/Gianni Sibilla).

–        “Qualcuno ha detto che il 1973 è stato l’ultimo grande anno del rock, poi basta. Gli anni in cui la musica rock sarebbe morta – the day that music died – sono moltissimi, grazie a Dio però risorge sempre. I Black Crowes come immagine (allampanati hippie dai lunghi capelli che sembrano usciti dalla foto di copertina del live “At Fillmore East” della Allman Brothers Band) e come proposta musicale sono probabilmente ibernati in quel 1973 reso celebre anche da uno dei più bei film sulla musica rock, “Almost famous/Quasi famosi”. Sono una anomalia spazio-musicale. D’altro canto il cantante Chris Robinson è stato anche sposato con l’attrice Kathe Hudson, la protagonista di quel film là. … Chris … è sempre di più una reincarnazione di uno sciamano che mette insieme James Brown e Mick Jagger per le movenze ma anche per quella capacità unica di evocare i sapori del profondo sud degli States, tra R&B, country soul e gospel … una versione spezzacuori di No Expectations, degli Stones del loro periodo migliore … Forse è un caso, ma stasera è il 3 luglio, giorno in cui si ricorda la morte di Brian Jones. Il modo come Chris Robinson la canta con partecipazione straboccante, i dolenti assolo di slide del fratello, tutto concorre a far pensare che a lui sia dedicata … I Corvi sono ancora il miglior spettacolo rock in circolazione. D’altro canto, loro stessi una volta si erano definiti The Most Rock ‘n’ Roll Rock ‘n’ Roll Band in the World. Avevano ragione. Lunga vita ai Corvi Neri” (http://www.ilsussidiario.net/mobile/Musica-e-concerti/2013/7/5/BLACK-CROWES-Il-concerto-di-Milano-The-Most-Rock-n-Roll-Rock-n-Roll-Band-in-the-World-/409063 – Paolo Vites).

–        “Ci sono band di cui ti innamori, ci sono suoni di cui non puoi fare a meno, ci sono atmosfere speciali che parlano alla tua anima. Un concerto dei Black Crowes racchiude un po’ tutto quello che desideri: il buon rock’ n’ roll, il blues, il soul, il romanticismo ed il divertimento … Il gruppo di Atlanta diverte e si diverte, dimostrando ancora una volta di essere una delle migliori live band in circolazione: il prelibato sound mutuato delle radici della musica americana, avvolge la serata in un sensibile clima di sincerità musicale, che parte dal delta del Missisipi ed arriva al rock contemporaneo … Ci sono concerti da ricordare, ci sono sensazioni che rievocherai per sempre, ci sono serate in cui la musica è magia. Ieri sera i Crows erano tutto questo” (http://www.onstageweb.com/recensione-concerto/black-crowes-milano-3-luglio-2013-recensioneThe Black Crowes a Milano, tutto quello che desideri in un solo concerto” – Claudio Morsenchio).

–        “Quelli del sud suonano meglio. Almeno nel rock. Se occorreva una riprova bisognava essere all’Alcatraz di Milano la sera del 3 luglio … quello che si è sentito all’Alcatraz non è cosa che capita di sentire e vedere tutti i giorni, non è la normale amministrazione del rock, anche di quello più famoso che riempie gli stadi o l’ultimo fenomeno del momento e magari bisognerà aspettare altri due o tre anni per assistere ad un concerto così tosto, impetuoso e bello, dove si vive una speciale euforia interiore che non capita sempre, perché una droga la si può comprare ma questa euforia che nasce dentro naturale non è facile provarla, non sempre è a disposizione di sensi e cuore. E’ capitato la sera del 3 luglio, il passato ed il presente che si fondono in una specie di santificazione laica del rock n’roll, dove canzoni che parlano di fratellanza, di pace, di salvazione, di umanità, cantate da un Chris Robinson che con le sue movenze dinoccolate e la sua voce spiritata delira come  un predicatore del soul e del sud, trovano accompagnamento in una band dal sound sporco, febbricitante, urgente ma anche estatico e a tratti visionario . C’è tutto quello che serve per andare in paradiso nella musica dei Black Crowes: le unghiate del British Blues, i riff degli Stones, la potenza dei Led Zeppelin, la sensualità del soul, il ritmo della musica di Memphis, il botta e risposta di due chitarristi favolosi, le jam degli Allman, l’acustica agreste del country-blues, le slide metalliche del Delta, i voli pindarici dei Dead, i sognanti paesaggi pastorali dei  Traffic all’esordio, l’ugola arsa di alcol e negritudine  del primo Rod Stewart, la gagliarda immediatezza dei Faces. Insomma, una enciclopedia del rock derivato dal blues … al posto di Luther Dickinson adesso è Jackie Green, rocker e songwriter californiano con qualche buon disco solista alle spalle, a far compagnia a Rich Robinson con le chitarre. La differenza è sostanziale, con Dickinson erano due chitarristi blues in azione, Dickinson dava una forte impronta roots al sound della band, con Jackie Green l’impasto è più equilibrato, il sound risente di un maggior tasso rocknrollistico, è tagliente, urgente, scavezzacollo, come se avessero messo un Keith Richards in formazione così da controbilanciare il tocco bluesy ed allmaniano della Gibson di Rich Robinson. Anche Green suona la Gibson ma la sua chitarra è sferzante, bruciante e cattiva e la si sente in tutta la sua efficacia quando regala un assolo da brividi, lungo e liberatorio in una incandescente versione di Wiser Time, la migliore mai sentita dal sottoscritto, l’inizio bucolico e “sospeso” con il piano di  Adam McDougall a fare da intro e poi via verso i saliscendi di una ballata ora morbida ora incalzante, che prende la via della jam, si incasina, si apre a tutta una serie di orizzonti, idilliaci prima e sulfurei poi e quando ritorna nelle amene colline della Georgia  mi fa venire in mente il “clima” di Brothers and Sisters degli Allman. E’ stato uno degli highlights di un concerto potente come pochi ma di una potenza lucida, perentoria, illuminante, dove le cantilene esasperanti della messianica voce di Chris Robinson, ripetute come una ipnosi gospel, ad un certo punto si inerpicavano in tesi, ossessivi e nervosi scatti di ritmo,  che come un elicoide si attorcigliavano attorno al refrain di base creando una specie di trance che immancabilmente portava il pubblico eight miles high. Micidiali, estasi e furia, un sound che viene giù dal palco con una compattezza unica, una potenza di fuoco che vede  Chris nel ruolo di sciamano, attorniato da due chitarristi che se la giocano e se la sparano come facevano Keef e Taylor nel tour di Exile dei Rolling Stones ed un sezione ritmica che sposa funky e R&B come si è insegnato nelle università della Stax e dei Muscle Shoals, oltre ad un tastierista che riempie tutti gli spazi lasciati liberi dagli altri con un suono magmatico e fluente” (http://zambosplace.blogspot.fr/2013/07/the-black-crowes-alcatraz-milano-3.html?m=1 – Mauro Zambellini).

Sempre Mauro Zambellini aveva scritto sagge ed ancora attuali parole, recensendo CROWEOLOGY, nel 2010: “Ancora una volta il rock mischiato alle radici della musica americana, al blues, al country, al bluegrass, al folk con un approccio di basso profilo molto diverso da quello che aveva accompagnato i Black Crowes agli esordi, quando addirittura venivano messi in cartellone nelle adunate e nei festival metal.

Il tempo è stato dalla loro parte, i Black Crowes si sono rivelati una potente rock n’roll band e poi, dopo un periodo di silenzio, hanno avuto il coraggio di cambiare e con l’innesto del chitarrista Luther Dickinson al posto di Marc Ford hanno maturato un sound dalle forti implicazioni roots, un sound con tante sfumature, legato alle radici della musica americana senza per questo venir meno a quella verve rock che si sente nel modo in cui compongono le canzoni e le interpretano.

Per certi versi assomigliano ai migliori Stones di fine anni 60/inizio anni 70, a loro dire i punti di riferimenti di questa evoluzione sono stati Beggar’s Banquet ed il terzo album dei Led Zeppelin, quello delle connessioni con il folk, ma il batterista Steve Gorman cita anche Every Picture Tells a Story di Rod Stewart e personalmente ci trovo molto di The Band e di Delaney and Bonnie and Friends oltre agli Allman Brothers più pastorali, quelli per intenderci degli episodi acustici di Eat A Peach … la grandezza di questa band, secondo chi scrive il miglior gruppo rock in senso classico uscito dagli anni novanta, ritornato alla ribalta negli ultimi anni dopo un periodo di stallo e oggi in grado di far rivivere il grande rock degli anni settanta tra liberatorie esplosioni di cruda elettricità, sprazzi di psichedelia e intense ballate calde come un camino d’inverno”.

Chiudo con Massimiliano Spada (Jam – settembre 2013): “Il tempo ha reso saggi i corvi, e non ha minimamente scalfito la loro voglia di rock. É questione di passione. E la passione la riconosci subito, la fiuti già nelle prime note di Jealous Again e ora della fine di Thick N Thin ti ha già impregnato le narici. Sai di essere nel posto giusto, e soprattutto con la band giusta. I Black Crowes vanno diritti al punto; la loro miscela di rock, soul e blues ti investe senza troppi preamboli. É sporca, graffianti e reale, come la stra che li ha portati a Milano. … Chris non è mai stato così in forma, é la perfetta incarnazione del Soul Singing. La sua voce è il perno attorno a cui ruota la musica dei Corvi, e sul palco dell’Alcatraz lo ha dimostrato per l’ennesima volta. Due ora di grande musica … sono una macchina ritmica perfettamente rodata, alla quale ora si è aggiunto il chitarrista e songwriter Jackie Green, cui spetta il compito di riempire il vuoto lasciato da Luther Dickinson. Tralasciando inutili paragoni, Greene sta facendo un ottimo lavoro: il suo guitar playing è essenziale, diretto, decisamente efficace, e  versatile al punto giusto. Jackie sa ingaggiare intensi duelli chitarristici con Rich, ma anche arricchire con il mandolino i momenti acustici (She Talks To Angels, Whoa Mule). Non c’é trucco e non c’é inganno, ciò che sentite corrisponde a ciò che vedete sul palco: sei musicisti dotati di cuore e talento, passione e attributi.

P.S.(2)

Il titolo di questo resoconto deriva da un intreccio di tre diverse canzoni: la splendida TORNARDO dei Black Crowes (THE LOST CROWES, 2006 – http://www.youtube.com/watch?v=tIqscjO3tYg), SOUL SINGING degli stessi Corvi (LIONS, 2001) e TORNADO OF SOULS dei Megadeth (RUST IN PEACE, 1990).

Una domenica allo stadio: SASSUOLO – INTER 0 – 7

24 Set

Era dagli anni novanta che non andavo allo stadio, e in quel tempo andarci significava entrare nel tempio, nella cattedrale, nell’abbazia di Thelema del calcio: San Siro, naturalmente. Con Doc o con Dennis ero solito fare una gita fuori porta a Milano per vedere la beneamata.  Poi più nulla. Nonostante la cavalcata eroica di non troppo tempo fa, dove l’INTER in un lustro vinse 5 scudetti, alcune coppe italia, supercoppe e…ahem… la COPPA DEI CAMPIONI, (e vogliamo tacere del Triplete? Soli in Italia ad averlo raggiunto…), nonostante questo dicevo, causa una situazione personale un po’ traballante, mai mi riuscì di trovare l’energia per una scampagnata del genere.

Oggi, che il SASSUOLO è in A e che gioca nello stadio di REGIUM LEPIDI che ho dietro casa, torno a a vedere una partita di calcio dal vivo. Scelgo biglietti d’un certo tipo, tribuna inferiore, poco sopra alle panchine delle squadre. La giornata è perfetta, una dolce domenica soleggiata di fine settembre, la groupie e suo padre (interista) al mio fianco.

Riassaporo con gioia l’entrata nello stadio, è un’emozione anche solo questo. I posti scelti sono ottimi, mi guardo intorno e appena sopra di noi scorgo quella grande superfiga di BEDY MORATTI, sorella del presidente…

Bedy Moratti – Foto di Saura Terenziani

In breve lo stadio si riempie, più di ventimila persone, l’atmosfera è rilassata… uomini, donne, vecchi, bambini, famiglie… ah, che bello. Buffo vedere da vicino PAVENTI, NEBULONI e ADANI di SKY in posizione, a bordo campo, pronti ad iniziare il lavoro. Ad un tratto un po’ di trambusto dietro di noi: è arrivato il presidente,  l’unico che riconosco, MASSIMO MORATTI. Lo guardo con ammirazione mentre è assaltato da tifosi, giornalisti, fotografi… decide di tornare a seguire la squadra in trasferta dopo un anno e mezzo proprio quando io torno allo stadio… oh Page, adoro questi segni del blues.

Massimo Moratti - Sassuolo-Inter 22-9-13 - foto di Saura Terenziani

Con lui, la moglie MILLY, il presidente del Sassuolo e di Confindustria SQUINZI, GRAZIANO DEL RIO, oggi ministro ed ex sindaco di Regium Lepidi.

Come un bambino osservo incantato le squadre entrare in campo, vedere i miei ragazzi lì poco distante mi elettrizza.

Sassuolo-Inter 22-9-73 - foto di Saura Terenziani

Il mister davanti alla panchina è fighissimo, mi sembra bellissimo anche GIUSEPPE BARESI. Sono nell’empireo dei beati. In tribuna vicino a me due vecchi con logori cuscinetti da stadio con su scritto “Forza Reggiana”, qualche tifosa della domenica del Sassuolo che non sta zitta un momento e tanti, tanti, tanti interisti. Mi sento a casa. Io poi per il SASSUOLO provo simpatia, è la squadra del paese dove lavoro, è una squadra della provincia di Modena che gioca nello stadio di Reggio Emilia, che voglio di più? E poi, avere il Sassuolo in serie A è un bel segnale per tutto il distretto ceramico, un segnale di speranza, senza contare l’aspetto “promozionale”. Il centro commerciale inglobato nello stadio Giglio è pieno… pizzerie, bar, ristoranti, negozi, lavorano a pieno ritmo. Molto bene.

Rimango piacevolmente sorpreso dallo stadio in sé, dopo anni di abbandono e di miserie dovuti al fatto che la REGGIANA è impantanata da 15 anni in serie C, finalmente il Giglio risorge… il manto erboso è uno spettacolo e tutto sembra funzionare bene. Sono orgoglioso dello stadio di una delle mie due città.

La curva dei tifosi del Sassuolo è meravigliosa, gremita in “ogni ordine di posto”, applaude ed incita i proprio ragazzi. Il coro “chi non salta Carpigiano è” fa tenerezza. La curva dei tifosi dell’INTER invece si vede che è oliata bene in ogni meccanismo (anche nei più meschini). Canta, salta, balla, grida all’unisono…

Sassuolo-Inter 22-9-13 - curva intersita - foto di Saura Terenziani

Gli incitamenti alla beneata mi riempiono il cuore, ma quando parte il coro “Juventino pezzo di merda” inizio a storcere il naso. Lo Juventino è il mio avversario, anzi nemico, numero uno, la Juve è l’unica squadra contro cui tifo sempre e comunque, ma questa volgarità così gratuita non mi fa piacere sentendola gridata da una curva intera. “Milan Milan vaffanculo” mi fa sorridere, ma subito dopo con “milanista pezzo di merda” torno ad inquietarmi. Poco dopo parte poi un coro vergognoso contro i napoletani rei di essere (secondo la curva interista) “colerosi, terremotati” e poco propensi ad usare il sapone. Dura solo 20 o 30 secondi, ma me ne vergogno, da interista e da essere umano. Accenno al sorriso quando cantano “Si è già rotto Kakà”, visto il leggero fastidio muscolare che ha già bloccato il milanista, ma la voglia di leggerezza mi è passata.

La partita… che dire, dopo venti minuti siamo 3 a 0… per i primi goal scatto in piedi come una molla, ma poi assisto un po’ intristito alla debacle del Sassuolo. Nel secondo tempo, dopo sette mesi rientra in campo MILITO, e sono felice di essere lì ad assistere al ritorno del “prinsipe”.

Milito Entra in campo

La curva intona, sull’aria di WHEN THE SAINTS GO MARCHIN’ IN, “…Diego Milito facci un goal, è la Nord che te lo chiede, Diego Milito facci un goal”, ho la pelle d’oca e quando Dieghito risponde all’appello segnando, mi commuovo fino alle lacrime.  Che effetto che mi fa l’INTER quando vince, ragazzi… come l’assolo di JIMMY POIGE in SIBLY versione live 73 dal minuto 00:50 al minuto 01:03… brividi, tremori, giramenti di testa, palpitazioni, stelle negli occhi, rintocchi di campane,  pipì che scappa…

La partita finisce 0 a 7 per noi. Sassuolo a tratti inesistente, il solo SCHELOTTO a cercare di combattere, in quel suo modo sghembo ma viscerale. Sarà l’unico a fine partita che si metterà a piangere per la frustrazione, consolato poi dai giocatori dell’INTER…

Fino alla fine io e la groupie abbiamo sperato che proprio lui, Ezequiel, facesse il goal della bandiera. Per noi, da domenica, SCHELOTTO idolo assoluto.

Rincuorare Schelotto

Rincuorare Schelotto

Spiace per il Sassuolo, ma tutto sommato è stata una gran bella domenica. Certo, non si può giudicare l’INTER da una gara come questa, ma se ripenso a due anni  fa, quando la squadra lasciò 6 punti al NOVARA, il SASSUOLO odierno di quel campionato, beh non posso che rilevare lo stato di buona salute dei ragazzi: contro una squadra materasso, un team serio vince di goleada, e questo abbiamo fatto.

(Tutte le foto di Saura Terenziani)