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PINK FLOYD – The Early Years 1965-1967 Cambridge St/Ation (PF Records 2017) – di Paolo Barone

5 Giu

Il nostro Polbi oggi ci parla del primo volume di The Early Years dei Pink Floyds.

Adesso posso dirlo apertamente, ho fatto pace con i Pink Floyd. Si, me l’ero presa molto con Mason e David, e con Rog ancora di piu’. Mi avevano fatto girare le palle con quel megacofanetto dal costo vergognoso, ne avevamo parlato anche qui nel Blog. Mi ero incazzato come una bestia, anche perche’ la qualita’ del materiale che avevo potuto ascoltare nel piccolo doppio cd “esca” eraveramente stellare…

Ma ora i tre hanno mantenuto la promessa, e ecco che ci hanno messo a disposizione ben 6 cofanetti da tre o quattro CD/DVD/Blueray ciascuno a prezzi ragionevoli, con praticamente tutto quello che c’era da sentire nel Big One. Io, come credo la maggior parte dei fan Floydiani, sono andato subito a prendere il primo volume 1965-1967 Cambridge St/ation, sia per cercare di partire con un minimo di senso cronologico, ma anche e forse soprattutto, per la voglia di mettere le orecchie nei primi materiali di era Barrett rimasti semi inediti fino ad oggi.

L’oggetto in sé si presenta senza dubbio bene, riconciliandoci per un attimo con il mondo dei cd, in questo momento di gloria del vinile e delle cassette (qui in america stanno andando fortissimo). Nero con la banda bianca, come la grafica del box set originale, a sua volta ricalcata dalla verniciatura del furgone Bedford che la band usava quando ancora si chiamavano Tea Set, e rappresentato all’interno in una bella foto con Mason intento a caricare i pezzi della sua batteria. Nella confezione i quattro dischetti riescono a starci bene ed essere accessibili senza cadere ad ogni apertura. Ci sono poi 14 pagine di note e fotografie del periodo, alcune a colori, la maggior parte gia’ viste, ma qualcuna molto interessante e perlomeno per me inedita. In una tasca interna trova posto la riproduzione di memorabilia legata a questa fase della band e un libricino di difficile lettura, con delle note in piu’. Sono materiali belli da vedere, da tirar fuori e tenere in giro, sognando che fossero costosissimi e irragiungibili originali, fra cui la locandina del leggendario “Games for May” alla Queen Elizabeth Hall. Che tempi la seconda meta’ degli anni sessanta a Londra… In quel periodo io nascevo e si vede che le ho assorbite come il latte materno certe vibrazioni che fanno parte del mio mondo spirituale.

I dischi di questo primo volume sono 4, ma di fatto e’ come se fossero 3 considerato che il DVD e il Blueray contengono le stesse identiche cose, quindi due audio e due video. Per un fan pigro come me, e’ una manna. Si parte subito con tutte le registrazioni semi inedite fatte dai Floyd in formazione a cinque elementi con Bob Klose alla chitarra nel 1965, inizio di tutto. Sono sei brani veramente imperdibili per chi e’ interessato all’evoluzione e alla storia del Rock inglese. Non credo fossero mai esistite come Bootleg o in rete (ma potrei essere smentito) fino alla riscoperta negli archivi di Mason, e alla successiva strana e affascinante pubblicazione in vinile limitato, avvenuta un paio di anni fa in occasione di un Record Store Day. Poche copie sparse nei negozi di tutto il mondo, fra cui diverse in Italia, che qualche negoziante lascio’ a soli trenta euro, mentre molti altri le misero immediatamente su ebay in media sui trecento euro.

Sei pezzi validissimi, tutti scritti da Barrett, in cui si sente nettamente la band, ma sarebbe meglio dire il Rock e il mondo della controcultura inglese del periodo, partire con i piedi ben piantati nella tradizione americana ma con la testa che inizia ad aprirsi verso spazi onirici originali, sganciati dalle strutture a stelle e strisce. Certo, e’ un percorso che sara’ portato avanti da molti, ma l’impatto e la portata del lavoro fatto dai Pink Floyd in questo senso, e’ al tempo stesso essenziale e profondamente diverso.

I semi della futura germogliazione della Psichedelia inglese, del Progressive, della musica Cosmica Tedesca e del mondo sonoro di Canterbury, sono tutte in queste canzoni di Barrett in cui la tradizione Blues, Rock and Roll, Rythm and Blues, che le compone deraglia verso un altrove ancora inesplorato. E’ solo un timido affacciarsi, un mettere un piede in questo universo di suoni ancora da scoprire, che diventera’ poi il mondo della band e di buona parte del Rock inglese dal 1966-67 in poi. Non stiamo parlando di qualche inascoltabile demo, o di Live registrati con un mangianastri portatile. No, qui ci sono sei canzoni prodotte professionalmente in uno studio della Decca, sei inediti di valore di una delle Band piu’ importanti della storia del Rock quando ancora era guidata da Syd Barrett, una rockstar che nel tempo ha assunto una statura mitologica, e del quale pensavamo fosse stato pubblicato ormai ogni minimo sussurro. Che tutto questo sia rimasto sconosciuto fino a pochissimi anni fa ha dell’incredibile, e visti i prezzi dell’edizione limitata in vinile, basterebbero anche soloquesti sei brani a giustificare ampiamente l’acquisto del primo cofanetto.Sempre sul primo dischetto troviamo gli onnipresenti Arnold e Emily, un paio di singoliarcinoti, qualche remix del 2010 di materiale era Barrett, la strumentale “ In the Beachwoods” di cui avevamo gia’ parlato da queste parti, e finalmente per la prima volta in versione ufficiale le famose “Vegetable Man” e “Scream thy Last Scream”. Le avevamo ascoltate sempre in versioni Bootleg, risentirle con questa qualita’ audio, se pur sottoposte ad un remix del quale specialmente in questo caso non se ne capisce il motivo, e’ una bella esperienza.

Il secondo cd si apre con la registrazione professionale di un concerto a Stoccolma del 10 settembre 1967, sicuramente materiale gia’ noto ai fan piu’ hard core della band, ma per tutti noi una bella scoperta. Sono otto brani registrati molto bene, se non fosse che per qualche motivo la voce e’ quasi totalmente assente, in un altro contesto sarebbe una pecca insuperabile, invece qui le cose funzionano lo stesso e anzi ci propongono un angolatura del tutto inedita per queste canzoni, fra cui una bellissima “Set the Controls for the Heart of the Sun” che inserisce una volta per tutte questo brano fondamentale fra i capolavori dell’era Barrett.

Il tutto si chiude con nove prove strumentali, registrate professionalmente nell’ottobre dello stesso anno e prodotte da Norman Smith. Interessanti, tipiche del periodo.

Il DVD video ci propone un ora di filmati in larga parte gia’ disponibili in rete, ma qui finalmente raccolti in maniera ordinata. E poi, un conto e’ saltabeccare su youtube, e un altro mettersi comodi e poterseli guardare in ottima qualita’ audio e video. C’e’ un po’ di tutto, da loro che bivaccano davanti allo studio, fino ai famosissimi filmati di Syd con la camicia ad ali di Astronomy Domine alla BBC, fino alle ultime apparizioni della band in formazione originale, e tanto altro ancora.

E’ strano pensare che ci siano voluti ben cinquanta anni perche’ la band si decidesse a celebrare degnamente questa fase della sua lunga storia, in un certo senso la piu’ cara ai suoi fan, e sicuramente quella piu’ ricercata. Ma in qualche modo ne e’ valsa la pena visto il risultato prodotto. Da quel che ho capito, nei cofanetti successivi si entra profondamente nel periodo magico che arriva fino all’esplosione di Dark Side of the Moon. Li prendero’ tutti un po’ alla volta, questi sono per me i Pink Floyd piu’ misteriosi e affascinanti, e potremmo tornare a parlarne qui nel Blog se Tim acconsente. Ma mentre quelle saranno cose destinate agli appassionati della band, questo primo volume si ritaglia un ruolo autonomo nella documentazione della storia del Rock e della cultura del secolo scorso, e sono sicuro che sara’ sempre apprezzato anche da chi poi non si sente particolarmente dentro al mondo sonoro dei Pink Floyd.

Che il Dio del Tuono e del Rock and Roll sempre benedica Nick Mason, archivista della band, per quanto mi riguarda non vedo l’ora di mettere le mani sul resto!

©Paolo Barone 2017

Patti Smith Royal Oak Music Theater Detroit 11 marzo 2017 – di Paolo Barone

8 Mag

Lo scorsco 11 marzo Patti Smith e’ venuta a suonare al Royal Oak Music Theater. Io la conosco bene, sono letteralmente cresciuto con lei e la sua musica, ho visto molti suoi concerti e li conservo tutti nei miei ricordi piu’ cari. Questa volta sento che sara’ diverso, che per lei venire qui sara’ una cosa carica di significati, emozioni e ricordi. Per Patti Smith Detroit non e’ un posto qualsiasi.

Si, questo posto non e’ un posto qualsiasi per nessuno che lo abbia vissuto veramente, non ci sono dubbi su questo, ma per lei ha un significato ancora piu’ forte.Questa e’ stata la sua casa nei lunghi anni del periodo piu’ difficile e controverso della sua vita. E’ qui che sono nati e che tutt’ora vivono i suoi figli, e’ qui che ha vissuto la fortissima storia d’amore con Fred Sonic Smith, ed e’ qui che ha scritto con lui le sue ultime canzoni veramente memorabili.

Ma Detroit non e’ rose e fiori per nessuno. Come tutte le citta’ e le persone che si sentono assediate, la Motorcity ti respinge e ti guarda di traverso con un mix di finta superiorita’ e vera paura. Non e’ stata tenera con lei, intellettuale di New York City, cosi come non lo e’ con tutti i naufraghi esistenziali che continuano ad arrivare qui da ogni dove. Ieri in cerca di un lavoro, oggi di un posto dove si possa vivere anche senza lavorare.

E’ qui che lei ha visto impotente la disintegrazione fino alla morte di Fred, e’ qui che ha vissuto isolata dal mondo, e’ qui che ha visto in faccia quel cuore di tenebra che tanto aveva ammirato nei libri e nell’arte. Qui ha attraversato il suo deserto.

Ora Patti e’ tornata a vivere a NYC, non e’ piu’ soltanto una rockstar ma e’ diventata un icona americana, ma nonostante tutto qui a Detroit, con i suoi figli e la sua casa, e’ rimasta per sempre anche una parte importante di lei. E ora, in questa primavera fredda del 2017 Detroit ha bisogno di lei piu’ che mai. Perche’ c’e’ poco da fare, qui abbiamo bisogno di una mano per andare avanti anche se ovunque vedi le magliette e gli adesivi sulle macchine con scritto “ Detroit Vs Everybody”. E’ tutta scena, sono arie da sopravvisuti per darsi un tono. Ma in realta’ abbiamo bisogno di credere e sperare, e spesso non sappiamo come farlo, l’impossibilita’ di andare in una chiesa a pregare un Dio che vuole sottomissione e pentimento non significa non aver bisogno di pregare e sperare.

Questo lei lo sa benissimo, meglio di chiunque altro, “ La cosa bella del rock and roll e dell’arte e’ che non escludono nessuno. Ecco perche’ penso che l’arte e il rock and roll siano risposte alle esigenze spirituali. Abbiamo disperatamente bisogno di credere in qualcosa, ma ogni volta che cerchiamo di farlo riceviamo in cambio un mucchio di regole, non funziona…” Patti Smith e’ stata da sempre consapevole di questa cosa, l’ha provata sulla sua pelle sin da piccola, e lo ha messo in chiaro sin dalle prime parole del suo primo disco.

Il concerto e’ sold out da settimane, e io riesco ad entrare soltanto grazie alla gentilezza di Lenny Kaye. E’ una serata freddissima e dopo i metal detector post Bataclan, immergersi nel calore della folla del teatro e’ una sensazione di calore necessario.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Suonera’ tutto Horses, primo album che in questi giorni compie 40 anni. Sul palco con lei ci sono Lenny e il batterista originale del Patti Smith Group, con i figli Jackson e Jessie a chitarre e tastiere. Ma e’ lei che dal momento che prende il microfono, subito mandando affanculo chi guarda il concerto dallo schermo del telefonino, e’ la sacerdotessa di questa messa Rock.

Lo so, e’ ormai un luogo comune associarla con questi termini, ma proprio non se ne puo’ fare a meno, non esistono altri modi per descrivere un concerto come il suo di questa sera.

I brani di Horses scorrono uno dopo l’altro, lei ci accompagna per mano in questo viaggio di letteratura americana messa in musica.

Parla tanto fra un brano e l’altro, parla di sé, di Fred e lei a Detroit, del rigurgito di una minoranza che ci ha vomitato addosso Trump, di noi, di quanto possiamo ancora farcela  nonostante tutto con quest’America che non si vuole omologare.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Alza le mani come fossero antenne emozionali, capaci di intercettare tutto quello che passa nel pubblico in quel momento, caricarsene e rimandarlo indietro amplificato e in qualche modo per ciascuno di noi cambiato.

Parla tanto dei suoi amici che non ci sono piu’, e che ormai sono entrati nel Pantheon delle sue divinita’, in un altrove molto prossimo, insieme a Jim Morrison, Sonic Smith, Robert Mapplethorpe, Richard Shol, Kurt Cobain, Brian Jones, Joe Strummer e tanti tanti altri che lei nomina forte, nome per nome, mentre la band continua a suonare Elegie. Lo sa che tutti abbiamo qualcuno da ricordare, che la vita che con lei e’ stata cosi dura nel portarle via alcuni degli affetti piu’ importanti in maniera cosi violenta e improvvisa, in qualche modo lo ha fatto anche a tutti noi. E lei sa che abbiamo bisogno di ricordare e dare un senso sacro a tutto questo, sacro a modo nostro, se ne fa carico e ci invita a farlo, per una volta senza freni e pudore ma tutti insieme in questo forte momento collettivo.

Non ho mai visto nessuno come lei essere capace di una cosa del genere, per lo meno non in maniera cosi vera e potente.

La band fa il suo lavoro, Lenny Kaye con una marcia di passione in piu’, e specialmente qui a Detroit fa un certo effetto vedere i suoi Jackson e Jessie Smith portare con grazia la loro difficile eredita’ su quel palco.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

Il finale e’ dedicato alle canzoni della speranza, e con People Have the Power e My Generation, e forse ancora di piu’ con una breve Rock and Roll Nigger fatta solo da lei e Lenny, Patti Smith tira fuori tutta la sua straordinaria capacita’ di unire e incoraggiare, in un momento in cui questa America che vedo intorno a me stasera, bella, libertaria e collettiva ha bisogno piu’ che mai di sentirsi forte, pronta ancora una volta a tenere duro e non mollare.

Il concerto finisce, restiamo in pochi con un Pass per il backstage. La situazione si fa subito paradossale, i camerini del teatro non sono adatti ad ospitare una piccola festa e resto bloccato per le scale insieme a Jessie e Jackson. Lei non si e’ fermata, e’ voluta subito andare via a casa, molto stanca e provata. Faccio la stessa cosa anche io, e mentre guido perso in mille pensieri nel gelo di questa notte detroitiana, ricevo una gentilissima telefonata di saluto da Lenny Kaye, ancora una volta sorprendendomi della sua particolare delicatezza.

Patti Smith – Royal Oak Music Theater – Detrit 11 march 2017 – photo Scott Legato

E’ raro tornare da un concerto, o da una qualsiasi altra cosa, con le sensazioni che mi ha lasciato Patti Smith dal vivo, questa e molte altre volte.

Per noi, specialmente per noi italiani, e’ difficilissimo riuscire a parlare di una dimensione spirituale in maniera laica e libera da ogni imbarazzo. Siamo sempre cosi preoccupati a prendere le distanze da tutto cio’ che possa essere associato alla chiesa cattolica, che rischiamo di finire in un materialismo arido e ottuso. Nel Rock, nelle sue storie, nel suo senso profondo e nei suoi rituali, privati e collettivi, abbiamo trovato una casa per certe nostre sensazioni. Cosi come nella letteratura e nell’arte.

Una casa che ci portiamo appresso in tutto il mondo e una luce di speranza.

Perlomeno per quanto mi riguarda, aldila’ della musica e delle canzoni, Patti Smith ha un ruolo molto importante in tutto questo.

Paolo Barone ©2017

 

 

ERBAZZONE FOR MR WAKEMAN (RW Teatro Manzoni Milano 3/5/2017)

5 Mag

Secondo Wikipedia l’ERBAZZONE  “è una tipica specialità gastronomica reggiana. Viene chiamato anche scarpazzone, dal reggiano scarpasòun, perché, nella sua preparazione, le umili famiglie contadine usavano anche il fusto bianco, cioè la scarpa, della bietola. Lo scarpazzone è quindi “di stagione” da fine giugno ai Santi, il periodo di crescita delle bietole. L’erbazzone in pratica è una torta salata composta da un fondo di pasta (detta Foieda), ripieno per due centimetri con un impasto di bietole lesse e insaporite (a volte unite con spinaci lessi), uovo, scalogno, cipolla, aglio e tanto Parmigiano-Reggiano. Viene poi richiuso con un altro strato di pasta cosparso di lardelli o pezzetti di pancetta e punzecchiato con la forchetta.”

Benché io sia (modenese ma) di chiara origine reggiana non ne sono mai stato troppo ghiotto e questa è una cosa che ho sempre trovata strana, legatissimo come sono alla mia terra e al ricordo di mia madre (che lo preparava di sovente).

Erbazzone

Eppure eccomi qua, in pieno centro a Milano, in via Montenapoleone, la strada dei fighetti con un sacco di pilla (soldi, in modenese), con sottobraccio un cabarè di erbazzone dentro ad una di quelle borse della spesa della Coop…se non è blues questo… RW è di nuovo in Italia per tre date, questa volta partecipiamo ad una sola, quella che si tiene al Teatro Manzoni della città della squadra più blues d’Italia.

Dopo aver percorso circa 100 miglia (vabbè, 150 km) tra autostrada del sole, tangenziale di Milano e strade del centro, e dopo aver trovato trovato un buco dove infilare la blues mobile nel parcheggio di Piazza Meda, eccoci qui di fronte al teatro.

Saura – RW Teatro Manzoni Milano 3 may 2017 – photo TT

Abbiamo appuntamento col promoter italiano di RW, il nostro caro amico Claudio. Ci abbracciamo con il solito affetto sincero e ci dirigiamo nei camerini.  C’è anche altra gente tra manager, medico personale e conoscenti che vogliono stringere la mano all’illustre musicista. Rick è nel suo camerino, non vogliamo disturbarlo ma Claudio entra e gli riferisce che Tim e Saura sono qui. Da dietro la porta sento il biondo di Perivale che dice, “oh yes, Tim and Saura sure”. Sentire i propri nomi dalla voce di una rockstar di quel calibro produce un effetto strano. Rick mi stringe la mano, quindi  prende Saura e le dà un bacio sulla guancia. Sono ormai tre anni che vediamo Rick con una certa regolarità, che diamo una mano a Claudio e che quindi bazzichiamo nei backstage, che siamo vicini al suo entourage italiano, ma ogni volta fa sempre una discreta impressione capire che i nostri volti sono ormai familiari al Mr Wakeman.

Ci trasferiamo nell’altro camerino insieme a Claudio, ai suo amici appassionati di musica, a Paolo – il medico di fiducia di RW – e al simpatico fonico del teatro. L’erbazzone sembra avere un certo successo. Una volta che Rick termina di farsi foto con gli altri avventori e che torna alle sue faccende, Saura gli porta il cabarè di erbazzone. La seguo, mi diverto vederla interagire nel suo inglese dall’accento reggiamo con uno dei suoi eroi musicali. Rick gradisce e la ringrazia molto. Più tardi arriva Radio Montercarlo per una intervista, Claudio riporta l’erbazzone da noi. Finita l’intervista, Rick si affaccia nella nostra stanza, ne vuole ancora un po’ . Stringo l’occhio a Saura, l’idea dell’erbazzone non è stata niente male.

Con alcuni amici di Claudio ci troviamo in un bar per mangiare qualcosa prima del concerto. Alle nove meno cinque siamo al teatro, sesta fila, posti ottimi.

Il concerto è molto simile a quelli che ho già visto, nessuna novità in particolare. Mi segno i pezzi suonati che, salvo errori ed omissioni, dovrebbero essere questi:

The Jig/Catherine Of Aragon/Catherine Howard/Morning Has Broken (Cat Steven)/King Arthur/The Meeting (ABWH)/And You And I (Yes)/Wonderous Stories (Yes)/Children Of Chernobyl/Space Oddity (David Bowie)/Life On Mars (David Bowie)/Help (Beatles)/Eleanor Rigby (Beatles)

1°bis Merlin The Magician 2°bis After The Ball

RW – Teatro Manzoni Milano 3-5-17 – Foto Maurizio Cavalca

L’esibizione di Rick è come al solito entusiasmante, in alcuni momenti il suo virtuosismo ci trasporta in galassie lontane, il feeling non manca, sebbene abbia notato un po’ di stanchezza e – ad essere pignolissimi –  qualche leggera imprecisione. La durata del concerto è di 90 minuti, più corta rispetto a quella del recente passato, ma 90 minuti per uno spettacolo di piano solo sono la durata ideale.

Richiamato a gran voce per i bis d’obbligo, Rick ritorna in scena e prima di risedersi al pianoforte ci chiede “What happened to your footballs teams?”. Chi segue il blog sa che Rick è un gran appassionato di calcio e che con lui ho discusso più volte di football e del misero stato in cui versa il calcio milanese. Un ultimo saluto, qualcuno gli allunga una rosa, Rick sembra colpito.

A fine concerto mi intrattengo con due Yes Head che sono diventati cari amici, Maurizio Cavalca e Umberto Montanari. Mi lega a loro anche la passione per il calcio. Umberto tiene il Bologna mentre Mauri il Genoa. Il prossimo turno vedrà di fronte la mia e la sua squadra, entrambe finite nell’abisso di una involuzione sconcertante. Ci abbracciamo cercando conforto l’uno nell’altro. Mauri mi presenta sua moglie, c’è solo un piccolo problema: la Vale è una tifosissima della Samp. Mi chiedo come facciano. Mauri mi confida che dopo il derby – perso dal Genoa – ha dormito sul divano. Penso alla mia situazione, Saura tiene l’altra squadra di Milano, ma per fortuna la sua passione calcistica si è molto affievolita, ora simpatizza anche per il Sassuolo, ciononostante il suo sguardo soddisfatto dopo il goal del pareggio del Milan all’ultimo secondo del 97esimo minuto (97esimo!) nel recente derby, è ancora una ferita aperta nel mio costato.

Saluto anche Docustard Pie, Elio Marena insomma, il mio amico Led head venuto al concerto insieme a Michele, cuori nerazzurri con cui condivido il dolore di questo ultimo mese terribile.

Rick arriva nel foyer ed ha un momento per tutti: stringe mani, si lascia fotografare, autografa dischi. Che disponibilità che ha sempre quest’uomo. Alla fine, una volta usciti i fan soddisfatti, Rick si avvicina a noi, è il momento adatto per un paio di scatti.

Saura & Rick – RW Teatro Manzoni Milano 3 may 2017 – photo TT

Rick & Tim – RW Teatro Manzoni Milano 3 may 2017 – photo Saura Terenziani

Salutiamo la combriccola e ci inoltriamo nella notte piovosa di Milano. Pago il parcheggio (17,40 euro, però…), seguo le indicazioni del navigatore e in breve siamo di nuovo in autostrada. Saura si appisola, io cerco di godermi il driving thru’ the night blues. Sullo stero THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY e JUMPIN’ JIVE di JOE JACKSON. Alle 1,45 sono sotto le coperte. Leggo un po’ prima che il sonno mi porti via. Un’altra serata degna di nota, un’altra piccola avventura grazie al Rock. Chiudo gli occhi … Perivale … goodnight.

PUNTATE PRECEDENTI:

https://timtirelli.com/2017/03/29/the-2017-londinium-affair-arw-live-at-the-hammersmith-apollo-the-house-of-the-holy-e-luomo-che-chiede-un-cappuccino-dopo-hamburger-e-birra/

https://timtirelli.com/2017/02/17/rick-wakeman-udine-teatro-nuovo-9-febbraio-2017/

https://timtirelli.com/2016/06/29/the-londinium-affair/

https://timtirelli.com/2015/09/23/rick-wakeman-the-english-rock-ensemble-live-at-the-barrow-hill-roundhouse-engine-shed-derbyshire-england-11092015-di-saura-terenziani/

https://timtirelli.com/2015/07/14/just-another-lovely-night-with-the-keyboards-wizard-rick-wakeman-asti-italy-july-8-2015/

https://timtirelli.com/2015/04/28/mood-for-a-night-rick-wakeman-live-in-vicenza-teatro-olimpico-24-aprile-2015/

https://timtirelli.com/2014/06/01/rick-wakeman-schio-vicenza-italy-30th-may-2014-diary-of-a-piano-man/

 

FRANK MARINO & MAHOGANY RUSH “Live” (1978 – Rock Candy 2017) – TTTTT

3 Mag

La Rock Candy ha appena pubblicato la nuova ristampa dello storico LIVE di FRANK MARINO & MAHOGANY RUSH, benché abbia sfiorato più volte l’argomento qui sul blog, non ne ho mai parlato in maniera consona, colgo dunque l’occasione per porvi rimedio.

FRANCESCO ANTONIO MARINO è un chitarrista italo canadese che amo molto. E’ vero, i suoi (primi) album sono influenzati troppo da Hendrix, ma già col quarto album (chiamato IV) le cose iniziano a migliorare, lo stile si fa più definito, la nube hendrixiana un po’ meno scura e il songwriting interessante. Il LIVE in questione è il più equilibrato, contiene la cover di PURPLE HAZE è vero, ma mette in mostra i momenti migliori del lavoro in studio dei primi anni e un paio di cover di due pezzi blues e rock and roll che sono diventate in pratica le versioni definitive degli stessi.

I dischi degli anni settanta di FRANK MARINO e i suoi MAHOGANY RUSH (PAUL HARWOOD al basso e JIMMY AYOUB alla batteria) non raggiunsero mai posizioni in classifica notevoli, il secondo album arrivò al 74esimo post in America mentre gli altri fecero un po’ peggio, nonostante questo la popolarità del gruppo come attrazione live fu sempre altissima. MARINO è un chitarrista rock sublime dal talento smisurato, l’approccio rock blues è arricchito da variazioni e accenti jazz nonché da psichedelia e sperimentazioni che rendono il chitarrismo di Frank essenziale per ogni amante della chitarra.

Recentemente anche PAUL GILBERT ha reso omaggio all’album in questione:

“This album is another example of superior shred being produced before ‘shred’ was a musical term. Frank Marino plays blindingly fast guitar with a tone that sounds like it will form a new indestructible metal alloy – once it cools. Only it stays molten for the whole record.

“Frank is another victim of Hendrix-clone accusations. He does cover Purple Haze, and he also does Johnny B. Goode, which Hendrix covered, but to my ear, Frank’s playing and tones have a flavour and intensity that are unique to him.

“I still marvel at Frank’s jazz lines in I’m a King Bee. I’ve tried working on similar changes for years, and I still don’t get close to how good he sounds. Either Frank is really smart, or I’m really dumb. But let’s take me out of the equation – just listen to the record and dig it!” (PAUL GILBERT  – TEAMROCK.COM)

 http://teamrock.com/feature/2016-02-10/paul-gilbert-s-5-essential-guitar-albums

FRANK MARINO & MAHOGANY RUSH – Live (recorded live in late 1977 – released in 1978) – ORIGINAL ALBUM: TTTTT

’Ladies and Gentleman… Will you please welcome… Frank Marino… and Mahooooogany Rush…” terminata la introduzione ad effetto parte THE ANSWER a cui segue DRAGONFLY, sono i due pezzi di punta del disco IV del 1976, i primo è un potente hard rock di stampo hendrixiano, mentre il secondo è un tempo medio con un ottimo groove funk. Con il terzo brano l’album raggiunge il momento più alto, I’M A KING BEE/Excerpt from BACK DOOR MAN è uno dei più grandi esempi di rivisitazione di vecchi blues da parte di musicisti bianchi. Qui il chitarrismo di MARINO è semplicemente stratosferico. Oltre alla tecnica sublime e al fraseggio rock blues senza macchia, ci sono aperture che fanno rimanere a bocca spalancata. Il pezzo fu scritto e registrato da SLIM HARPO (pseudonimo di JAMES MOORE) nel 1957 e fu ripreso da un sacco di altri artisti tipo PINK FLOYD, ROLLING STONES, GRATEFUL DEAD, DOORS, MUDDY WATERS, BLUES BROTERS e come detto è in questa versione che assume connotati cosmici.

A NEW ROCK AND ROLL è preso dal secondo album CHILD OF NOVELTY del 1974 ed è – come facilmente intuibile – uno scatenato rock and roll con una sua originalità, altro esempio di approccio risoluto, altro assolo brillantissimo.

Quante versioni di JOHNNY BE GOODE ESISTONO? Centinaia, migliaia? Beh, questa è una delle top 5 e nel mio cuore rivaleggia solo con quella di JOHNNY WINTER (e ROCK DERRINGER) presente in JOHNNY WINTER AND LIVE del 1971. Già dalla introduzione l’incantesimo dato dallo sfavillio chitarristico è totale, quando poi il pezzo parte, ciao…non ce ne è più per nessuno. Peccato che il batterista faccia un uso dei crash a tratti fastidiosissimo, altrimenti sarebbe tutto perfetto. Gli stacchi di chitarra, la qualità dell’assolo, la velocità… dopo aver ascoltato il pezzo mi serve ogni volta un quarto d’ora per riprendermi. Assai riuscito l’intermezzo strumentale creato dal gruppo.

 

TALKIN’ ABOUT A FEELIN’ proviene anch’esso dal secondo album dei MAHOGANY RUSH, bel rock seppur troppo hendrixiano, Il tutto naufraga in WHO DO YOU LOVE dove FM si cimenta in un altro dei suoi assoli porodigiosi; a sua volta il buracchione si tramuta in ELECTRIC REFLECTION OF WAR dove FM sperimenta suggestioni sonore hendrixiane. Tre minuti di magniloquenza elettrica alternata ad un breve assolo di batteria che vanno a scioglersi in THE WORLD ANTHEM, inno che Frank scrisse per le Olimpiadi del 1976.

Chiude il disco una buona versione di PURPLE HAZE. Oggi la scelta pare scontata, ma allora non erano molti gli artisti capaci di proporre cover di tal spessore con tanta efficacia.

Gli amanti del rock blues – e del rock in senso stretto – non dovrebbero fare a meno di questo album.

FRANK MARINO & MAHOGANY RUSH – Live –  BONUS TRACKS: TTT

Mi chiedo come mai le bonus track siano prese da California Jam 1978 e non da i nastri multitraccia originali dell’epoca (1977), sarebbe stato preferibile avere due pezzi diversi presi dalle registrazioni fatte in origine piuttosto che i due pezzi in più qui proposti già presenti nell’album. Chissà, magari la Sony prima o poi vorrà fare una vera expanded edition con il resto delle canzoni che il gruppo presentava dal vivo verso la fine del 1977. Questo è il motivo per cui non vado oltre le tre TTT per queste due bonus track, che altrimenti avrebbero una valutazione ben più alta.

Per avere un idea di come fossero i FM & MR dal vivo suggerisco questo video contenente filmati che vanno dal 1975 al 1983.

ELF “Carolina County Ball” (1974 – Cherry Red 2016) TTTT½ – “Trying To Burn The Sun” (1975 – Cherry Red 2016) TTTT

24 Apr

Fine settanta/inizio ottanta, sono un giovinetto che appena può passa il sabato pomeriggio al Peecker Sound, il più grande negozio di dischi della zona (proprio di fianco ad una delle discoteche simbolo dell’epoca, Il Picchio Rosso). Con gli amici passiamo ore a girovagare per il negozio, a curiosare tra gli scaffali, a cercare di decidere quale disco comprare tra le decine che vorremmo portare a casa.  Il negozio è un grande open space, nello spazio salottino c’è un giradischi su cui qualcuno ha iniziato ad ascoltare un disco…un suadente e moderato boogie esce dalle casse, vengo immediatamente rapito. Sono già un discreto conoscitore di Rock, considerata l’età,  l’amore per i grandi gruppi leggendari, per il blues revival inglese, per il blues nero del delta e di Chicago, per l’hard rock, per i nuovi nomi che arrivano dalla Britannia e dall’America che suonano il punk rock. Nell’animo ho anche una naturale predisposizione per il boogie e lo swing che credo mi abbia passato mia madre. HUMAN CONDITION dei CANNED HEAT uscito da poco e da me acquistato è una presenza costante sul mio giradischi.

Corro verso la fonte di quella vibrazione musicale che mi sta irretendo, chiedo al tipo se posso dare un’occhiata alla copertina, la prendo in mano: sfondo verde, nome del gruppo in bella evidenza, edizione americana, alla voce c’è l’attuale cantante dei RAINBOW, il pezzo che stiamo sentendo è CAROLINA COUNTY BALL. Ok, ho deciso, lo prendo.

E’ così che quasi 40 anni fa entro in contatto con Gli ELF di RONNIE JAMES DIO e MICKEY LEE SOULE. Da allora il loro secondo (soprattutto) e terzo LP fanno parte del mio corredo genetico. Erano anni in cui reperire informazioni non era esattamente semplice, mi ci volle un po’ per scoprire che LA/59 era il titolo della versione americana del secondo album, in origine intitolato CAROLINA COUNTY BALL e presentato in Europa con una copertina diversa.

Qualche anno fa nella rubrica HOW TO BUY della rivista CLASSIC ROCK (UK) fu presa in considerazione la produzione di RONNIE JAMES DIO e rimasi allibito nel vedere questi album degli ELF finire nella colonna degli album da evitare di comprare. Non me ne capacitai. I gusti sono gusti, si discutono per carità ma è chiaro che ad ognuno arriva la musica in maniera differente, magari chi scrisse quelle cose era un amante dell’heavy metal in senso stretto incapace di impressionarsi per atmosfere discordi dal proprio modo di sentire la musica, ma scaricare in maniera così totale album del genere mi pare ancora oggi una follia.

Trattasi di due dischi ricchi di Hard Rock, Rock, Rock And Roll, Blues, mescolati in maniera ariosa da un songwriting magnifico. Per come la vedo io CAROLINA COUNTY BALL e TRYING TO BURN THE SUN compongono due dei migliori momenti dell’intera produzione artistica di RONNIE JAMES DIO, insieme a RISING dei RAINBOW e HEAVEN AND HELL dei BLACK SABBATH.

I dischi sono stati ristampati recentemente dalla Cherry Red Records, ed è dunque un piacere poterne riparlarne.

ELF “Carolina County Ball” (1974 – Europe: Purple Records) “LA/59”  (1974 – USA: MGM): TTTT½

Il boogie che intitola all’album dà l’inizio alle danze con il suo incedere dicemente ipnotico. Accenti dixieland, gran voce e ottimo pianino. Niente di particolare l’assolo di chitarra e sarà così in quasi tutto il disco. Steve Edwards non impressiona e non contribuisce alla scrittura dei brani, mi sono sempre chiesto se non fosse stato il caso di avere in formazione un chitarrista più adatto, ma tant’è… verso la fine comunque CCB si trasforma in un boogie scatenato.

Con LA/59 gli ELF ritornano alla fisionomia che forse più gli compete, una bel Rock deciso sempre venato di boogie. Entra in scena GARY DRISCOLL, uno di quei batteristi che mi piacciono un sacco: potente e possente eppur leggiadro, con la capacità di suonare “indietro” o come dicono gli americani behind the beat, quel modo di interpretare il ritmo e l’andamento dei pezzi in modo non frenetico, ma sensuale e dal sapore squisitamente musicale.

AIN’T IT ALL AMUSING si muove sulle stesse coordinate, altro bel Rock. HAPPY lascia intendere come il gruppo sia maturato molto dal disco d’esordio del 1972. Quadretto meraviglioso.

ANNIE NEW ORLEANS è un bel rockaccio, dissoluto e deciso. Grandissimo RONNIE JAMES. Peccato che ancora una volta l’assolo di chitarra non sia incisivo.

ROCKING CHAIR ROCK ‘N’ ROLL BLUES riassume (anche nel titolo) lo scopo musicale del gruppo. Inizia sognante per poi diventare un bel tempo medio fino a trasformarsi in un grandissimo pezzo Rock. RONNIE JAMES DIO è semplicemente magnifico. Nella coda hard rock si canta un po’ addosso ma il tutto rimane sublime. Bella prova d’insieme del gruppo. GARY DRISCOLL brilla alla batteria.

RAINBOW ricorda un po’ ELTON JOHN, DO THE SAME THING è un rock di maniera. BLANCHE parla di giorni piovosi e chiude il disco in modo appropriato, un dolce ritornello che si stempera in lontananza.

CAROLINA COUNTY BALL è insomma un piccolo gioiello per il sottoscritto. Nonostante MICKEY LEE SOULE abbia dichiarato che probabilmente lui e RONNIE avevano osato un po’ troppo nel cercare nuove soluzioni compositive e che la distanza dal primo LP è forse troppa, io trovo che sia proprio per questo motivo che CCB rimane uno dei veri grandi album degli anni settanta da riscoprire. Lo so, è una conclusone banale, lo dicono e lo scrivono in molti a proposito di tanti, troppi dischi, ma  mi sembra proprio che questo ne abbia tutte le caratteristiche. Buona la produzione di Roger Glover.

ELF “Trying To Burn The Sun”” (1975 – Europe: Purple Records /USA: MGM) – TTTT

Il secondo album riprende il discorso lasciato col precedente disco. La produzione (sempre di Glover) si fa un po’ più raffinata, il songwriting si conferma su alti livelli. RJD e il mai abbastanza celebrato MICKEY LEE SOULE sono una ottima coppia di autori. BLACK SWAMPY WATER è un gran bell’esempio di hard rock americano, vagamente paludoso, ancorato al blues e sostenuto dalla gran batteria di GARY DRISCOLL.

 Sullo stesso ritmo sostenuto segue PRENTICE WOOD. WHEN SHE SMILES è un blues pastello che poi si arricchirsce di parti sospinte dall’orchestra. Momento assai carino. GOOD TIME MUSIC è quello che descrive il titolo con suggestioni ragtime (ma con ancora assoli di chitarra piuttosto neutri). LIBERTY ROAD mostra il RONNIE JAMES DIO che più abbiamo amato negli anni successivi ma inserito nel contento di rock and roll blues e il risultato è incantevole. SHOTGUN BOOGIE è un irresistibile boogie dove MICKEY LEE SOULE mette in tavola tutto il suo talento. WONDERWORLD è un momento di riflessione, paesaggi musicali, maestosità dell’orchestra, e dal cui testo verrà preso il titolo dell’album.

Chiude STREETWALKER, musichetta bluesy da night-club che si trasforma in un funk blues saporito. Giusto il tempo di terminare le registrazioni e di fare uscire l’album e RITCHE BLACKMORE si appropria della band e – chitarrista escluso – la trasforma nei suoi RAINBOW. Gli ELF/RAINBOW dureranno solo il tempo di un disco, già dal secondo il solo RJD resisterà alle purghe blackmoriane.

TRYING TO BURN THE SUN rimane comunque sullo stesso piano del precedente, altro album dunque da riscoprire. Altro plauso alla CHERRY RED per il lavoro svolto, lavoro che permette a tanti appassionati di trovare edizioni ripulite di vecchi piccoli capolavori che all’epoca d’oro non ebbero troppa fortuna.

The Band:

Ronnie James Dio: Lead Vocals, Additional Bass

Steve Edwards: Guitar

Mickey Lee Soule: Keyboards, Additional Guitars

Craig Gruber: Bass

Gary Driscoll: Drums

FROZEN SAND “Fractals: A Shadow Out Of Light” (2017)

13 Apr

FROZEN SAND, gruppo italiano dedito al prog metal. FRACTALS: A SHADOW OUT OF LIGHT è un concept album e benché sia stato stampato in proprio cerca di essere il più professionale possbile. Confezione digipack, libretto esterno e libro formato A4 esterno dove il concept viene esposto con testi e grafiche.

A MELODY THROUGH TIME AND SPACE è creata da piano e tastiere ed è l’introduzione sognante al lavoro che già da PERFECT INSPIRATION cambia subito marcia e s’ incammina sui sentieri del prog metal più classico, doppia cassa, chitarre dalla distorsione levigata, cantato epico e qualche momento lento. EVERLASTING YEARNING è di nuovo sostenuto dalla doppia cassa. Le chitarre di Cerutti e Federico De Benedetti percorrono le autostrade del genere in questione a velocità sostenuta con precisione davvero notevole.

Si continua con la durissima SAIL TOWARDS THE UNKNOWS e con YELL OF HESITATION che con i suoi tempi dispari spariglia un po’ le carte prima di buttarsi nell’abisso del black metal e ritornare alla vita in altri spazi melodici.

RULE THIS WORLD si avviluppa attorno al metal europeo, narrazioni gutturali da metallo scandinavo freddo e scuro e controcanti più ariosi. YOU-PARTIAL-PERFECTION-DAYLIGHT ha qualche accento AOR. SILENT RAVEN chiude il lavoro con le chitarre acustiche di Mattia Cerutti su cui si innesta un cantato che non di rado ricorda quello di James Hetfield.

Per gli amanti del genere questo è un album che potrebbe piacere parecchio. Deciso, professionale, compatto, con nulla da invidiare alle grandi produzioni internazionali.

MONKEY DIET “Inner Gobi” (Black Widow 2017)

11 Apr

MONKEY DIET, gruppo di Bologna alle prese con un primo album distribuito dalla Black Widow Records. Musicisti provenienti da diverse esperienze precedenti pronti a fari a pezzi la musica e a ricomporla. L’album è un atto di coraggio, musica strumentale e sperimentale che flirta con l’heavy rock. E’ chiaro che l’approccio alla King Crimson è fonte di ispirazione, ma i tre musicisti riescono a tracciare un percorso personale.

EGO LOSS si manifesta tra cambi di tempo e riff che sono un mix tra KC e Black Sabbath…

EGO LOSS

Di nuovo chitarre dure e nere in INNER GOBI, mentre in SLIDIN’ BIKE le atmosfere si fanno rarefatte e dove Martelli con il wah wah mostra il cammino. THE ENDLESS DAY OF THE ROBBY THE ANT mi ricorda certe cose dei Marillion. Bel giochetto ritmico di Piccinini e Bernardi. In MOTH tornano cupi capitoli musicali

SORRY SUN è un bel rock con un tocco funk, sarò anche fissato ma ci sento una spruzzata di Led Zeppelin. MOONSHINE  contiene qualche traccia di Hendrix ma trattato in modo acido e stacchi che ricordano i Genesis.

SEPPUKU è dura, se fosse cantata potrebbe far ricordare certo metal nero scandinavo anche se qui l’anima progressive è sempre presente. VIKING a dispetto da titolo è un episodio dal respiro più ampio, a tratti coglie le caratteristiche dell’inno. La durata della traccia è di 11 minuti ma il pezzo musicale ne dura “solo” poco più di sette, dopo tre minuti di silenzio il gruppo chiude il tutto con un’ultima schitarrata e qualche risata.

Un plauso alla Black Widow, perché anche se la conosciamo come un’etichetta temeraria occorre davvero essere risoluti per distribuire un album come questo. E un plauso anche ai ragazzi: mettere in scena una musica così complessa e priva di appigli melodici non è da tutti.

 

DERRINGER “The Complete Blue Sky Albums 1976-78” (box set – Cherry Red / Sony 2017)- TTTT

6 Apr

La Cherry Records (e le sue mille sottoetichette) è specializzata nella ristampe di album di seconda fascia (in quanto a notorietà). Il cofanetto dedicato ai DERRINGER è una gradevolissima sorpresa per chi come me è un attento amante della Winter brothers family. Rick infatti produsse e suonò diversi album dei due fratelli texani, scrivendo poi alcuni inni per il maggiore degli Winter (ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO, STILL ALIVE AND WELL e ROLL WITH ME). Rick sì è forse  espresso al meglio come spalla, come alter ego, come collaboratore principale dei due fratelli blues anche se alcuni episodi della sua carriera solista sono notevoli. ALL AMERICAN BOY del 1973 è un album stupendo ad esempio e anche il suo lavoro con i DERRINGER è degno di nota. E’ nel 1976 che Derringer (nato Ricky Dean Zehringernel 1947 in Ohio) decide di mettere in piedi una sua band, recluta Kenny Aaronson al basso, Vinny Appice alla batteria e all’altra chitarra Danny Johnson e si mette in moto.

Nei primi due anni si consuma il tutto, due buoni album in studio, due live esplosivi (uno per la verità fu distribuito solo alle radio), concerti “in ogni buco di merda” (nelle parole della stessa band) degli Stati Uniti. Da segnalare la partecipazione dei Derringer al DAY ON THE GREEN del 1977, come primo gruppo spalla nelle due ultime date americane dei LZ, il 23 e 24 luglio. Dopo un paio di anni Rick scioglie la band (dirà di Danny Johnson “pensava di essere Jimmy Page”),  registra un terzo album da studio con lo stesso brand e bye bye Derringer.

DERRINGER "The Complete Blue Sky Albums 1976-78"

La confezione di questo mini cofanetto è di livello, nulla di eclatante certo ma è fatta con al dovuta cura (teniamo presente che i budget per queste operazioni è sempre limitato). Il box set non contiene il LIVE AT THE PARADISE THEATER BOSTON del 1978, uscito anch’esso a nome DERRINGER, ai più potrà sembrare una mancanza ma temo ci siano in ballo altre storie, copyright, etichette diverse e qualche altra bega (non è nemmeno presente nella sezione discografia del sito ufficiale di RD).

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DISC ONE: DERRINGER (1976) – TTT½

1. LET ME IN
2. YOU CAN HAVE ME
3. LOOSEN UP YOUR GRIP
4. ENVY
5. COMES A WOMAN
6. SAILOR
7. BEYOND THE UNIVERSE
8. GOODBYE AGAIN
BONUS TRACK
9. LET ME IN (MONO VERSION)

LET ME IN è hard rock un po’ troppo adolescenziale per essere preso sul serio, mentre il resto dell’album brilla per concretezza e splendido lavoro di chitarre. La produzione non è il massimo, a volte sembra di ascoltare un ottimo demo o poco più. Rick produsse bene alcuni album di Johnny e Edgar Winter ma avrebbe dovuto capire che per in un primo disco di una band dove la sua era l’indiscutibile figura centrale, una voce esterna sarebbe stata d’aiuto. YOU CAN HAVE ha ponti e sviluppi interessanti benché sia costruita anch’essa su musica di maniera. LOOSEN YOUR GRIP è il lento in minore pieno di riflessioni. Con ENVY ci si dà al rock funk di provenienza Edgar Winter, mentre COMES A WOMAN ritorna alle tonalità minori e meditabonde. Un po’ Jimi Hendrix un po’ Bad Company, sarà uno di quei pezzi che influenzerà il giovane Steve Vai.

SAILOR è un pezzo scritto e cantato da Danny Johnson, è vivace e brioso e contenente un botta e risposta tra le due chitarre. BEYONDE THE UNIVERSE è così  hendrixiana che sembra un pezzo dei primi Mahogany Rush di Frank Marino. Chiude GOODBYE AGAIN un midtempo con ancora echi che rimandano al nero di Seattle.

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DISC TWO: LIVE IN CLEVELAND (1976) – TTTT
1. LET ME IN
2. TEENAGE LOVE AFFAIR
3. SAILOR
4. BEYOND THE UNIVERSE
5. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO
6. ROLL WITH ME
7. REBEL REBEL

In origine questo live fu registrato per le radio affinché lo trasmettessero e facessero capire l’attacco micidiale che il gruppo aveva dal vivo. La differenza con l’album da studio è notevole, qui il rock dei Derringere prende alla gola, l’interazione tra le due chitarre è a tratti sublime. LET ME IN è più feroce e più godibile. TEENAGE LOVE AFFAIR proviene dal album solista di Rick ALL AMERICAN BOY (1973), un altro anthem per i ragazzini americani dell’epoca alle prese con i primi pruriti. Tra un pezzo e l’altro le introduzioni di Rick fanno capire che tutta questa carica era dovuta forse anche a qualcosa di chimico, gli interventi al microfono sono infatti quantomeno sopra le righe. Si prosegue con SAILOR e BEYOND THE UNIVERSE prima di arrivare alle celeberrime ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO e ROLL WITH ME, due successi di JOHNNY WINTER scritti appunto da RD e qui resi in maniera scatenata. L’album si chiude con REBEL REBEL di DAVID BOWIE. Versione tosta. Se il cantato soffre un po’ il confronto con Bowie, chitarristicamente è un trionfo.

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DISC THREE: SWEET EVIL (1977) TTT½
1. DON’T STOP LOVING ME
2. SITTIN’ BY THE POOL
3. KEEP ON MAKIN’ LOVE
4. ONE EYED JACK
5. LET’S MAKE IT
6. SWEET EVIL
7. DRIVIN’ SIDEWAYS
8. I DIDN’T ASK TO BE BORN
BONUS TRACK
9. DON’T STOP LOVING ME (MONO VERSION)

SWEET EVIL è prodotto da Jack Douglas (sì, quello degli Aerosmith) e la resa sonora aumenta di livello. Arrangiamenti meglio definiti, prove più convincenti. DON’T STOP LOVING ME gioca sul giro d’accordi di BABA O’RILEY degli WHO, nulla di speciale dunque ma le chitarre acustiche e certe aperture lo rendono un bel quadretto. SITTING BY THE POOL porta con sé qualche accento progressive tra approcci blues rock e slide guitar. Si avverte un certo sentimento Zeppelin. In KEEP ON MAKIN’ LOVE la mano di Douglas si sente, l’odore degli Aerosmith di Last Child è forte. ONE EYED JACK è di Danny Johnson, l’ombra Zeppelin di nuovo presente. LET MAKE IT è un hard rock alla Jeff Beck, se ci concentra sulle chitarre non si può che rimanere affascinati. Di nuovo la sensazione che Steve Vai abbia ascoltato questo gruppo. SWEET EVIL per lunghe parti è lenta e riflessiva, poi si tramuta in suggestioni epiche prima di esplodere in un breve momento veloce e furioso. DRIVING SIDEWAYS mischia riffoni hard rock e ritmiche reggae, non certo il massimo, ma in quegli anni il “pezzo reggae” iniziava ad essere d’obbligo, purtroppo. Vale comunque la pena ascoltarlo non fosse altro per le anche qui splendide chitarre soliste. In I DIDN’T ASK TO BE BORN ancora  Aerosmith ancora LAST CHILD, buffo. Hard rock funk che chiude il disco.

 

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DISC FOUR: DERRINGER LIVE (1977) TTTT
1. LET ME IN
2. TEENAGE LOVE AFFAIR
3. SAILOR
4. BEYOND THE UNIVERSE
5. SITTIN’ BY THE POOL
6. UNCOMPLICATED
7. STILL ALIVE AND WELL
8. ROCK AND ROLL, HOOCHIE KOO

I primi quattro pezzi di questo secondo (ma allora era il primo) album dal vivo sono in pratica gli stessi di LIVE IN CLEVELAND quindi passo direttamente al quinto pezzo che è SITTING BY THE POOL e che nella dimensione live acquista un extra sapore Zeppelin (IN MY TIME OF DYING / BRON Y AUR STOMP). UNCOMPLICATED è presa dall’album solista di RD del 1973, mentre STILL ALIVE AND WELL fu scritta da Derringer per JOHNNY WINTER. Durante la tempesta finale chitarristica di ROCK AND ROLL HOOCHIE KOO c’è anche il tempo di riprendere YOU REALLY GOT ME dei Kinks (e questo ben prima che diventasse “quella dei Van Halen”).

DISC FIVE: IF I WEREN’T SO ROMANTIC, I’D SHOOT YOU (1978) TTT
1. IT AIN’T FUNNY
2. MIDNIGHT ROAD
3. IF I WEREN’T SO ROMANTIC, I’D SHOOT YOU
4. EZ ACTION
5. LAWYERS, GUNS AND MONEY
6. POWER OF LOVE
7. SLEEPLESS
8. TONIGHT
9. ROCKA ROLLA
10. ATTITUDE
11. MONOMANIA
BONUS TRACK
12. LAWYERS, GUNS AND MONEY (MONO VERSION)

Per il terzo disco si opta per un suono più contemporaneo, si tratta sempre di rock americano ma il punk inglese e certo rock newyorkese iniziano a farsi sentire nelle produzioni e IT AIN’T FUNNY ce li introduce. Aaronson è al basso e alla batteria c’è Myron Grombacher. L’album è prodotto da Mike Chapman (Blondie, Sweet, Suzi Quatro). MIDNIGHT ROAD lascia intendere che gli ottanta sono dietro l’angolo, IF I WEREN’T SO ROMANTIC è scritta insieme a Bernie Taupin e Alice Cooper. EZ ACTION dà voce al nuovo corso, LAWYERS, GUNS AND MONEY è naturalmente il pezzo del grande Warren Zevon. In questo disco si rifà vivo DAN HARTMAN (polistrumentista e autore sopraffino dell’EDGAR WINTER GROUP) ma POWER OF LOVE non è nulla di speciale. SLEEPLESS è surreale, costruita come è su un riff che è praticamente lo stesso di PETER GUNN THEME. TONIGHT è scritta dai due della sezione ritmica e si pone nel solco tracciato, quel rock moderno a cui il disco aspira, lo stesso si può dire per ROCKA ROLLA, ATTITUDE e MONOMANIA.

Si chiude qui il cofanetto che comunque, ripeto, reputo di livello, sì perché ormai i bei dischi del Rock li abbiamo tutti, ora non ci resta che esplorare tra le pieghe di latitudini che abbiamo un po’ snobbato nel corso degli anni. Visto il prezzo abbordabile (27 euro) e le magnifiche chitarre presenti lo consiglio in tranquillità.

ROLLING STONES “Blue & Lonesome” (Universal 2016) TTT

7 Mar

Sono parecchie settimane che ho in mente di recensire questo album. Mi peritavo a farlo perché, visto che non mi piace granché, sapevo che avrei finito per parlarne in termini non proprio lusinghieri. Non che mi faccia problemi a farlo, la caratteristica di questo blog é quella di essere schietto e sincero, ma far sempre la parte di chi va contro corrente non è il massimo, e inoltre il fastidio di sentire poi commenti del tipo “ma tu non capisci gli Stones allora, e se non li capisci allora non capisci il Rock” diventa poi insopportabile. Potevo però far finta di niente circa il disco di uno di quei gruppi che mi hanno formato, che mi hanno fatto diventare quel che sono? Potevo snobbare un disco dove compaiono Mick Jagger e Keith Richards, guiding lights della mia intera vita?

L’idea non è malaccio, ovvero pubblicare un disco di vecchi blues non troppo consunti , ma già il genere non aiuta e averlo registrato live in tre giorni poi non ha aiutato certo a rendere il tutto un po’ variegato. Certo, mi si dirà, è questo il bello, un disco vivo, palpitante, sporco, vibrante, spontaneo…sarà, ma a me non dà emozioni particolari. Troppo cazzeggio, troppe sbavature, armonica poco intonata, produzione approssimativa. Sì, va bene, questo è il mood dei Rolling Stones, ma a me sembra che ci sia qualcosa che non va.

Rolling Stone Blue & Lonesome

JUST YOUR FOOL è un bel blues con un minimo di melodia e un buon ritmo. La versione originale di Buddy Johnson è del 1954 e la si può descrivere blues orchestrale. I Rolling lo portano sul confine del minimalismo. Mi sembra di ascoltare un gruppo di amici tipografi che si ritrovano in sala prove il giovedì sera a fare un po’ di blues. La differenza è che qui c’è Jagger. COMMIT A CRIME è piuttosto fedele all’originale di Howlin’ Wolf. Il pezzo non respira. Ascoltato in cuffia diventa un buraccione . L’inizio di BLUE & AND LONESOME sembra fatto da un gruppo agli inizi, piuttosto imbarazzante. Questo è uno di quei blues che non mi piacciono, nemmeno la versione di Little Walter mi ha mai scaldato. Il titolo però mi si confà. La versione dei Rolling è sgangherata. Sì, lo sappiamo questo è il loro bello, ma o sono diventato isterico io o i Rolling però sono peggiorati parecchio. ALL YOUR LOVE di Magic Sam è un po’ scolastica. Di nuovo Little Walter: I GOTTA GO. Il ritmo veloce scuote un po’ di fiacca cosicché il pezzo sembra funzionare.

Non appena Eric Clapton entra in scena, lo fa in EVERYBODY KNOW ABOUT MY GOOD THING, le cose iniziano a migliorare. La slide è intonata e di spessore e anche il gruppo sembra giovarne. Jagger fa il Jagger, ed è assai gradevole. RIDE ‘EM ON DOWN funziona, di nuovo ritmo sostenuto di nuovo Jagger sopra tutti. La versione del 1956 di Eddie Taylor è insuperabile ma i Rolling non sfigurano.

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HATE TO SEE YOU GO è fedele alla versione di Little Walter. HOO DOO BLUES fu registrata da Lightnin’ Slim nel 1960 in una versione con la voce ben in primo piano (forse troppo) e una armonica tetra. I Rolling tentano di replicarne l’atmosfera. Ci riescono, il pezzo è riuscito. LITTLE RAIN di Jimmy Reed è uno di quei blues che sentiamo nostri, al contempo leggeri e grevi, pieni di quel pathos blues che ci siamo costruiti nell’anima. L’inizio di quella dei Rolling Stones è da brividi, non fosse per il cantato sfacciato di Mick che toglie qualcosa dall’aggettivo spaventoso. Anche questo un blues riuscito.

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Chiuduno due pezzi di Willie Dixon. Il primo, JUST LIKE I TREAT YOU, fu cantato da Howlin’ Wolf e i nostri ne danno una interpretazione davvero niente male. Il secondo è la celeberrima I CAN’T QUIT YOU BABY, qui riproposta nella versione di base senza le variazioni di OTIS RUSH. E’ un po’ noiosetta malgrado Jagger cerchi tenerla su. Piuttosto canonico pure l’assolo di Clapton.

Rolling Stone Blue & Lonesome

In sostanza un album da 6+, dai Rolling Stones, seppur settantenni, si vorrebbe sempre ben altro, ma temo che oggi non riescano ad andare oltre. Le chitarre di Richards e Wood paiono sempre più anacronistiche, perse come sono –  spesso – in prestazioni che al giorno d’oggi si fatica ad accettare (da musicisti bianchi britannici della loro epoca). Il basso di Darryl Jones non c’entra nulla col mood del gruppo, ma questo lo andiamo dicendo da lustri ormai. Certo, sono gli Stones alle prese con qualche blues davvero notevole, e alla fine il disco fa la sua figura, ma ecco…teniamo i piedi per terra.

PS: Il disco è masterizzato altissimo, la compressione è da fuori di testa. In cuffia è quasi impossibile ascoltarlo, appena tocchi il volume va in saturazione.

 

RICK WAKEMAN Udine, Teatro Nuovo, 9 febbraio 2017

17 Feb

Rick Wakeman cala in Italia anche quest’anno e Saura naturalmente scalpita. Le date sono due, Trento e Udine, un mercoledì e un giovedì. Per Trento si organizza con una amica, tutto si svolge bene, incontra Rick “solo” nel dopo concerto quando il gigante di Perivale si ferma con i fan e poi torna a casa. Giovedì mattina si alza con comodo e mi chiama. Io sono in ufficio indaffarato. Cerco di convincerla di non andare anche a Udine.

“Insomma” le dico “lo abbiamo già visto più volte in versione Piano Solo, lo hai già visto in Inghilterra con la band, lo abbiamo visto alla O2 Arena di Londra con l’orchestra, lo hai visto ieri…accontentati”

Questa è una scenetta che si svolge ormai da mesi, so che la groupie non molla l’osso così gioco la carta del senso di colpa:

“Senti, sono due anni che io in primavera vorrei farmi una settimanina in un posto esotico, l’anno scorso nisba perchè in giugno siamo andati a Londra a vedere Wakeman, quest’anno idem perché in marzo andremo all’Hammersmith Odeon a vedere Anderson, Rabin e Wakeman e ora vuoi che si vada in giornata a Udine per rivedere Rick…non ti sembra di esagerare?”

Ma sono gli ultimi anni, sono musicisti di una certa età, avremo tempo per andare in Costa Rica…, e poi posso andare a Udine anche da sola”

“Primo: da sola non ti lascio andare, secondo: dimentichi che sono un uomo di una (in)certa età anche io. Vorrei farmi qualche giretto finché sono più o meno in forma e giovane (ehm…)…e poi dai, Udine in giornata è una pazzia, è una sfacchinata, si tornerebbe tardissimo, domattina dovrò essere in ufficio… “

“Sì lo so, però tu faresti lo stesso per Jimmy Page…”

Silenzio.

Ho una socia comprensiva, mi prendo il pomeriggio. Esco dall’ufficio di corsa, dopo circa un’ ora arrivo alla Domus Saurea, una doccia, una pasta e via, direzione Udine. La Sigismonda (la mildly blues mobile insomma) rolla placida sulla A1 e quindi sulla Bologna – Padova. Poi la Milano – Venezia e quindi sempre più su. Una volta lasciato il Veneto il paesaggio sa di Deserto dei Tartari o comunque di Mitteleuropa. Poco dopo le 18,30 siamo a Udine, guardo il contachilometri parziale: 336.

Ci aggiriamo nei pressi del Teatro Nuovo, c’è una sibiola* mica da ridere così ci rifugiamo in biglietteria. Siamo in contatto con Claudio, il promoter, da lì a poco dovrebbero arrivare. Nel frattempo si materializza anche Umberto, un nostro amico bolognese super fan degli Yes. Sta passando un periodo difficile, lo abbraccio con affetto.

Verso le 19,30 attraversiamo l’entrata riservata agli artisti insieme a Claudio, Paolo e Paolo, lo staff italiano di RW. Vediamo di sfuggita Rick che si fionda sul palco a provare il piano a coda che userà stasera. Torna dopo pochissimi minuti, d’altra parte ha un piano anche nel camerino per esercitarsi. Claudio chiede a Rick se si ricorda di noi, e il biondo di Perivale è così gentile da esclamare “Sure!”. Non so se sia vero, certo ci ha già visto diverse volte, siamo già stati back stage insieme a lui però, chissà. Lo lasciamo in pace nel suo camerino; Rick si esercita al piano mentre io Claudio e Paolo (il dottore di Rick) chiacchieriamo amabilmente.

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Poi Rick si affaccia nel camerino dove siamo noi e iniziamo a conversare. Finisco anche stavolta a parlare di calcio. Rick è un appassionato, lo si capisce da come ne parla. Il Brentford (che milita in Championship, la serie B inglese) è la sua squadra del cuore, insieme al Manchester City. Parliamo delle sue due squadre, della mia (la beneamata insomma), di Mancini, Conte, De Boer, Guardiola. Mi piace parlare di football col vecchio Rick. Gli chiedo se posso scattargli una foto insieme a Saura, lui sa che è una sua fan scatenata e accetta di buon grado.

Saura e Rick - Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Saura e Rick – Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Saura ha in mano un vecchio libro su RW, lui lo prende e, prima di autografarlo (“to Saura, lots of love, RW”), riguarda divertito certe foto. Una lo ritrae in mutande al pianoforte e dice “10 minuti dopo questo scatto fui arrestato, allora ero davvero un bad boy”. Poi ci racconta di quando fu arrestato a Leningrado nel 1982 e aggiunge “sono fortunato ad esserne uscito.”

Poi ci scattiamo una foto insieme. Lo ringrazio molto per la sua disponibilità. E’ una cosa che mi colpisce ogni volta, non delude mai nessuno, è sempre (sempre!) pronto ad accontentare i fan.

Tim & Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Tim & Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Sono ormai le 21. Qualcuno viene ad avvisare che tra 5 minuti si va in scena. Rick ci saluta “meglio che vada a lavorare adesso!”. Io e Saura prendiamo i nostri posti nel teatro. Ci sono più di 400 persone, il colpo d’occhio non è niente male. Questa è la quarta volta che vedo il suo spettacolo Piano Solo, pensavo di annoiarmi, ed invece me lo godo tutto.

Ci sono momenti in cui la sua performance è strabiliante. Il medley di 3 delle 6 mogli, il medley di Re Artu’ e Viaggio Al Centro Della Terra contengono momenti pianistici di una bellezza, di un virtuosismo, di un fascino incredibili. Mentre lo guardo suonare nel silenzio assoluto del teatro, elaboro il fatto che Wakeman è il musicista più bravo che io abbia mai visto dal vivo. Sono un Emersoniano, non è facile arrivare a questa conclusione, ma il talento pianistico di Rick mi tocca profondamente. Mi piace perché mette il suo virtuosismo al servizio della musica, non se la tira, non fa scena, ma – ripeto – suona come non ho mai visto suonare nessuno.

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Rick Wakeman Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Lo show dura poco più di un’ora e mezza. Wakeman riceve applausi fortissimi. Alla fine la standing ovation esplode in modo naturale. Che musicista ragazzi. Ci riversiamo nel foyer, alcune decine di fan rimangono ad aspettarlo. Poco dopo si presenta. Ha un momento per tutti. Che rockstar disponibile e paziente che è!

Mentre ci dirigiamo all’uscita gli dico: “Complimenti Rick, hai suonato magnificamente. Non lo dico tanto per dire né per compiacerti, ma sei stato bravissimo”.“Grazie, sei molto gentile. Sai una cosa? Sto diventando vecchio. Dopo i concerti sono stanchissimo”.

Andiamo a mangiare qualcosa in un ristorante lì vicino. Con Claudio ci scambiamo storielle Rock, è sempre molto interessante confrontarsi con lui.

Essere a cena con RW fa sempre effetto. Non è la prima volta,  però – per quanto lui sia affabile, disponibile e gentile – quando elabori il fatto ti viene da scuotere la testa e dire “ma pensa un po’!

Paolo e Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 - foto TT

Paolo e Rick Wakeman -Udine, Teatro Nuovo, 09/02/2017 – foto TT

Usciamo dal ristorante. Salutiamo tutti, per ultimo Rick. “Arrivederci Rick, ci vediamo all’Hammersmith Odeon, tra poco più di un mese”.

Verrete anche là? Siete pazzi. Vedremo di prenderci cura di voi. Ci vediamo presto allora”.

Usciamo da Udine e iniziamo la rotta sulle autostrade. Sulla Padova-Bologna do il cambio a Saura. Lei si adagia sul sedile (riscaldato) e si appisola. La guardo dormire beata. Un’altra serata memorabile passata insieme a RW. E’ una fan fortunata, poter seguire (e in qualche modo frequentare) la sua rockstar preferita con questa frequenza non è da tutti. Io ne so qualcosa.

Arrivati alla Domus Saura, una doccia, un thè, qualche coccola a Palmiro. Ci infiliamo sotto le coperte; sono 4,30. Tra 3 ore la sveglia. Va beh, che importa, d’altra parte come dice Pike, is just anothe Tale From Massenzatic Oceans.

 

* (in reggiano-modenese: vento freddo)