LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT – VI – Corvo Rosso

20 Mar

Sesto Episodio (in fondo i link agli episodi precedenti)

di Tim Tirelli

“Ma sei sicuro di quello che stai facendo Ara? A me sembra una cosa da pazzi. Poi, devo dirtelo, mi chiedo come possa uno come te non superare il piccolo tradimento di Michela.” Mino questa volta mi parla senza tanti filtri. Siamo amici intimi dunque può usare il tono che desidera, ma mi colpisce questa sua determinazione diretta e senza fronzoli. Di solito siamo sempre molto attenti l’uno nei confronti dell’altro, è anche per questo che siamo così amici. Non capisce a fondo il perché di quelle scelte, non posso fargliene una colpa, nemmeno io comprendo quello che sto facendo, questa spinta autolesionistica che mi sta cambiando la vita.

E’ il 24 dicembre, cerco di incanalare il discorso su altri versanti: “Che programmi hai per stasera? Sei a Roma adesso no? Che farai?”

“Mi chiedo perché non ci siamo messi d’accordo, potevamo passarle insieme ‘ste feste, giusto? Io, te, i nostri dischi, Roma, un paio di amiche, non ci voleva mica tanto.” La cadenza e l’accento romano di Mino mi riportano ad un clima famigliare, a Roma, città che vivo da non residente e che quindi amo, l’idea di passare le feste là col mio amico sarebbe stata magnifica.

“Già, mi manchi tu e mi manca Roma, ma lascia stare le amiche, una mia conoscente l’altro giorno mi ha detto che sto sempre in giro a scopare di qui e di là, questa cosa mi ha dato pensare, io non mi vedo così…”

“Non ti ci vedi, Ara, lo so, come dici sempre non sei un cantante, eppure se ti pensano così un motivo ci sarà …”

Forse Mino ha ragione, perché dico tanto ma poi in testa ho solo la vecchia stufa di Mirvjena e le sue gambe lisce e morbide e non vedo l’ora di essere da lei stasera, le ho pure comprato qualche regalo: un pigiama di Biancaneve, un completo intimo e un libro. Le ho anche preparato una chiavetta con un po’ di musica.

Passo il pomeriggio tra me e me, con Minnie perennemente assopita, ha il pelo corto, il freddo non lo sopporta proprio e ovviamente preferisce il divano, il letto o il suo angolino nella mia stanza musicale. Il cielo è nuvoloso, a tratti cade una pioggia fredda che la suggestione trasforma in nevischio. Sfoglio le pagine de I Tre Moschettieri che sto rileggendo proprio in questi giorni, fisso le lucine ad intermittenza dell’albero che mi sono costretto a fare, osservo i regali che mi sono comprato e quelli che mi sono arrivati. Dalla grande portafinestra della sala contemplo la campagna, è silenziosa, umida, scura come la China calda che sto sorseggiando. La sensazione è piacevole, ho appena fatto una doccia, indosso un bel maglione di lana a collo alto e sto scivolando in un piacevole torpore.

Mi risveglio alle 18:00, devo essere a casa di Mirvjena alle 20:30, mi risistemo e mi metto in macchina, meglio investire un po’ di tempo tra le stradine del centro di Modena che rimanere qui da solo. Do un bacio alla Minnie, le lascio due luci accese, chiudo la porta a doppia mandata e parto. Mirvjena ha cambiato casa, ora abita in pieno in centro, trovare da parcheggiare sui viali alla vigilia sarà pressoché impossibile; infatti giro a vuoto più volte, provo all’ex ippodromo fino a che nei pressi di via Berengario, in via Bono da Nonantola, trovo un buco. Il problema è che sono dietro casa di Michela, a pochi metri dalle sue finestre. Prima di scendere mi alzo il bavero, mi infilo lo zaino, mi aggiusto la messenger, che Page me la mandi buona. Scendo, pago il parcheggio, la pioggia si sta trasformando in neve. Mi incammino verso via Berengario, lo scalpiccio dei miei passi sul marciapiede non copre il rumore di una finestra che si apre.

“Ste! Ciao, che ci fai qui?”

“Ho una cena con alcuni amici.”

“Aspetta che scendo e ti saluto.”

Rimaniamo cinque minuti sulla porta di casa a congelare, poi salgo da lei, non riesco a dirle di no.

La trovo bene, magari ha il viso stanco, ma rimane sempre una donna splendida. Mentre mi prepara un thè mi dice: “Appena ti ho visto ho sperato che fossi venuto per me …” e qui un tuffo al cuore mi fa barcollare. “Ti prego Michela, è la vigilia, c’è già abbastanza malinconia nell’aria …”

“Sì, sì, certo, scusa”. “Cosa fai stasera?” le domando. “Vado dai miei. Vengono anche le mie sorelle con figli e mariti. Ma finita la cena torno qui, non ho una gran voglia di stare tra la gente”.

E’ sincera, non lo dice per impietosirmi. “Tu invece? Cena con amici? E amiche?”.

Non rispondo.

“Beh, se finisci presto e ti va al ritorno puoi fermarti qui, ci beviamo qualcosa e ci facciamo gli auguri”.

Mi avvicino, le do un bacio sulla guancia e le dico “Buon Natale Michi”. Non ho la forza di usare auguri più in linea con il mio essere e dunque con le celebrazioni del solstizio d’inverno, non ho nemmeno la forza di chiamarla Michela e quel Michi non farà altro che peggiorare le cose. La pioggia si è trasformata in neve, fossi in un mood diverso sarei molto felice.

Attraverso via Berengario, faccio il giro largo mi dirigo alla Pomposa, cammino lentamente sotto alla neve, prendo Castel Maraldo, attraverso la via Emilia, prendo Rua Muro quindi via de’ Correggi, via Carteria ed infine Via della Vite. La porzione di caseggiato in cui abita è arancione, gli scuri dei vari piani hanno colorazioni e condizioni diverse: color marcio quelli del primo piano, grigi nel secondo e marroni nel terzo e nel sottotetto, dove abita Mirvjena. Entro e invece di trovare l’atmosfera piena di tepore che mi aspettavo noto subito che qualcosa non va, la tavola è apparecchiata per metà, la tovaglia dozzinale, piatti e bicchieri di tutti i giorni, nessun odore di buon cibo in cucina, giusto una bottiglia di spumante da due soldi, un paio di calici in plastica e qualche stuzzichino in un piatto.

Mirvjena mi sorride, versa lo spumante nei bicchieri, si getta in soliti e freddi convenevoli, mi viene vicino e io in un paio di minuti passo dall’essere spiazzato all’essere infastidito, e sento ITTOD dentro di me premere.

“Scusa Mirvjena, mi spieghi che succede? Non è che mi aspettassi chissà che ma c’è qualcosa che non quadra. Non dovevamo cenare insieme? Passare la vigilia insieme? Starcene un po’ in pace? Me lo hai proposto tu, ricordi?”

“Certo, è così, è solo che il mio fidanzato sta tornando dall’Albania, dovrebbe arrivare verso l’una o le due dopo mezzanotte e non ho tanto tempo, ma ci tenevo a stare con te…”

“Hai un fidanzato? E non mi hai detto nulla? No, fammi capire, mi fai venire da te la sera della vigilia per fare una sveltina prima che il tuo amichetto arrivi? Ma come cazzo ti è saltato in mente?”

“Ma … che male c’è, tu mi piaci e mi pareva ti piacessi anche io, stiamo un po’ insieme e poi prima di mezzanotte te ne vai”. Mi dice questo mentre si avvicina a me, cerca di abbracciarmi, mette la bocca vicino alla mia, ma io sento solo la rabbia salire e il suo alito che sa di spumante scadente.

“Cos’è che faccio? Ma tu sei fuori di testa! Ma come cazzo ragionate in Albania? Vai, vai Mirvjena, vatti a fare benedire che è meglio”.

Mi infilo il giaccone, prendo armi e bagagli ed esco; la sento dire che le dispiace, che non intendeva, che non pensava avrei avuto una reazione del genere … ma io intanto scendo in fretta le scale maledicendomi e mandandola – tra me e me – a farsi dare dove si nasano i meloni, come diciamo da queste parti. Ma che mi aspettavo, di conoscerla bene solo perché in passato per qualche settimana mi ha ospitato? Ma pensa te se il 24 dicembre mi devo trovare in una situazione del genere.

L’aria fredda mi entra nei polmoni, lo stordimento passa in un attimo, la rabbia diminuisce repentinamente, torno in me, riprendo possesso delle mie facoltà mentali. Sotto ai portici di via Carteria vedo che alcuni senza tetto si sono sistemati per la notte, faccio un pensiero un po’ trito e mi dico che i loro sono veri problemi non i miei. Chiamo il 118 e faccio presente la cosa, dopo 15 minuti arriva una pattuglia di vigili urbani, seguita da un furgoncino dei servizi sociali. In breve fanno accomodare le tre persone sui sedili, li porteranno in un centro d’accoglienza. Tra loro vi è una donna, prima che lo sportello venga chiuso le allungo i tre regali che avevo preso per Mirvjena. “Buon natale signora” le dico. Il suo sguardo non tradisce nessuna emozione, nessuna parola esce dalla sua bocca. I vigili mi augurano buon natale, lo sportello si chiude e i due veicoli partono verso la via Emilia.

In Sant’Eufemia uno dei Ristobar di quell’angolo medioevale è aperto, mi fermo a mangiare qualcosa. Ordino una media bianca, il piatto del giorno e un dessert. Vi sono altri avventori: tre coppie, alcuni amici che parlano di calcio e di donne, e un altro solitario come me. Mentre consumo il pasto guardo la neve cadere attraverso la porta a vetri; se non mi sentissi così inquieto direi che è buffo in una vigilia come questa, meteorologicamente perfetta, trovarsi a cenare da solo in un bar. Tuttavia, come sono solito fare già da un po’, cerco di adeguarmi alla situazione e trarre il massimo dal momento, dopotutto il locale è caldo, il cibo niente male e la compagnia gradevole. Tutti sembrano ben disposti, in breve tempo ci mettiamo ad interagire gli uni con gli altri, io cerco di non dire tanto ma sto al gioco. Mi chiedono come mai io sia capitato lì la sera della vigilia, quello che mi esce dalla bocca è:

“quando accetti di passare la vigilia con la ragazza sbagliata devi mettere in conto la possibilità di finire a passare la cena di natale da solo in un bar …”, un momento di silenzio, abbozzo un sorriso e tutti si mettono a ridere, alzando il calice alla mia salute: “tranquillo, ne troverai un’altra” dice una e via altre risate. Il barista offre a tutti qualcosa da bere, do una occhiata alle bottiglie che ha dietro di sé e chiedo un Jack Daniel’s Single Barrel, dopotutto sono un chitarrista Rock, no?

Esco dal locale dopo aver mandato un bacio con la mano a tutti, la neve cade con regolarità, la luce gialla e calda che illumina il Duomo rende lo spettacolo notevole. Piazza Grande poi è ancor più suggestiva. Torno verso via Bono da Nonantola. Alle 21,45 salgo in macchina e scappo via, ma sulla via Emilia all’altezza dell’Ottavo Campale torno indietro e, giunto nei pressi di casa di Michela, entro nel parcheggio del vecchio Palasport. Sono le 22 del 24 dicembre. Michela è già a casa, la vedo affacciarsi più volte alla finestra. La neve ora cade più decisa, niente di che ma è già un bel vedere. Vorrei trovare la forza di andarmene, ma non me la sento di lasciarla lì ad aspettare, potrebbe essere tornata presto per me, per non perdere quella minuscola probabilità che pensava di avere, almeno un saluto glielo devo. Torno a parcheggiare sotto casa sua, nemmeno il tempo di spegnere la macchina che la vedo correre alla finestra. So che è uno sbaglio, rimarrà comunque delusa, non andrà come si aspetta, ma le ho voluto bene, se sono qui è anche per questo.

“Ste, ci speravo ma in fondo non mi aspettavo arrivassi, non così presto perlomeno. E la cena con gli amici?”

“Non era serata. Le cose a volte non sono come te le aspetti”.

Che Michela sia splendida l’ho già detto, ma stasera con un maglione rosso a collo alto, la gonna e gli stivali si supera, e l’aria un po’ stanca e lo sguardo malinconico aggiungono spessore al suo fascino.

Michela accende il camino, mette sul tavolo uno spumante Gancia e un vassoio di tortelli dolci con le prugne, sa che per me sono uno dei simboli del natale. La tovaglia, i calici e gli addobbi sono perfetti, Michela sa come si fa. Un brindisi, qualche tortello, un rum, e il film d’animazione del 2009 della Disney “Canto di Natale”.

La Londra vittoriana che scorre sullo schermo mi riempie l’animo di buone vibrazioni, il nome Ebenezer – quello del protagonista – poi come sempre mi suscita emozioni fonetiche.

“Ste, ma il personaggio di Scrooge nel racconto di Dickens è pura invenzione o si rifà a personaggi realmente esistiti?” mi chiede Michela sapendo il tipo di interessi che ho.

Mr Sapientino, come mi chiamava una mia ex, sale in cattedra: “si dice che la figura di Ebenezer sia stata ispirata da un paio di persone facoltose e al contempo molto avare della Londra dell’epoca vittoriana, un mercante di nome Scroggie e un altro riccone, mi pare si chiamasse John Elwes. Scrooge è l’evidente storpiatura del cognome Scroggie, cognome che deriverebbe da un toponimo scozzese che descriverebbe un posto dove il fogliame stenta a crescere. Anche il nome Ebenezer si rifà ad un toponimo, in questo caso ebraico, citato nell’Antico Testamento, Eben-haezer, ovvero pietra dell’aiuto, o qualcosa del genere.”

Michela mi guarda stupefatta “Ma com’è che sai a memoria queste cose?

“Perché sono matto, ecco perché”.

Ho i suoi occhi fissi di me, lo sguardo che ha è chiarissimo “ …e poi non chiedermi come mai ci si innamora di te”, aggiunge.

Non voglio fare quella parte, e comunque se è ancora innamorata di me è perché tra di noi c’è una reazione chimica, reazione che prima o poi finirà, l’attrazione fisica e l’innamoramento potranno anche trasformarsi in un sentimento più intimo, quello relativo all’innamoramento consolidato, ma poi si arriverebbe alla terza fase, quella che Robert Sternberg chiama impegno e dunque la scelta di vivere con la persona amata senza considerare altre opzioni, ed è questo il punto, è una fase che lei non è stata in grado di rispettare. Mentre mi avventuro in questa digressione tra me e me, un po’ nauseato dalla sentenza supponente che ogni volta che gironzolo intorno a quel discorso emetto dopo quanto quanto accaduto, sento Michela parlare, raccolgo qualche spicciolo del suo discorso a cui non do riposta. Mi alzo deciso ad andarmene. Rimane delusa, la capisco ma non ci posso fare nulla. Devo sbrigarmi prima che Wesley mi giochi brutti scherzi e mi faccia finire a letto con lei, lo sento imbizzarrirsi laggiù. La abbraccio forte, le do un bacio sui capelli e scappo via.

Di nuovo in macchina, sulla via Emilia. Mi chiama Penny per assicurarsi che non sia solo, quando capisce che lo sono mi invita da loro per un brindisi, ma gentilmente rifiuto. Sul telefono lampeggiano le chiamate perse a cui non ho dato risposta. Sono di Mirvjena. Mi chiama Michela, questa volta è più risoluta, mi dice che non capisce, sa che ha sbagliato, ma le pare che io sia troppo fermo nel dare per chiusa la nostra storia, crede ci sia altro e che comunque vorrebbe passare il natale con me, che se cambio idea stasera, domani o quando voglio lei mi aspetta. Sono le 23,40, manca poca a casa, faccio inversione a U e mi rimetto in direzione est, l’impeto mi spinge a tornare da lei,  ma dopo un paio di chilometri mi fermo a bordo di una rotatoria deserta … la neve scende, il tergicristallo tiene un tempo costante, ostinato, duro, senza swing, dalla chiavetta un tributo orchestrale ai Pink Floyd (preso solo perché in un brano compare Edgar Winter) che ora mi pare pesantissimo; scendo dalla macchina, respiro e mi dico “ma che cazzo sto facendo?”. Cambio idea per l’ennesima volta, punto verso Roncadella, pochi minuti e apro la porta di casa.

Minnie scende dal castello tiragraffi, si stira, e mi guarda con quei suoi occhioni tondi. Accendo la stufa a legna. Mentre mi preparo qualcosa, prima di mettermi davanti alla TV a guardare qualche vecchio cartone natalizio della Disney metto sul piatto Hold That Plane di Buddy Guy. Pur nella miseria di un umore tutt’altro che buono, accenno a qualche passetto a tempo di blues.

Sul tavolinetto della sala, un piatto con datteri, fichi secchi, scacchetti, spongata, succo d’arancia e un bicchiere di Southern Comfort … buon natale Aramis Reinhardt.

Il 25 non mi muovo, ci sono 40 cm di neve per terra e qui in campagna gli spazzaneve non è certo passino. Spendo parte della mattina al telefono, amici, zii, cugini, Michela. Ha smesso di nevicare ma il panorama è magico: la campagna completamente innevata, il fumo che sale dai camini delle case, le genti che nonostante la tanta neve arrivano alla chiesetta di Roncadella per la messa delle 11, il rintocco delle campane. Indosso la mia tuta Adidas più calda e sopra il mio giubbotto di lana pesante con pelo sintetico all’interno. La mattina sullo stereo passano Tale Spinnin’ dei Weather Report, il Piano Concerto di Keith Emerson dall’album Works degli ELP e Physical Graffiti dei Led Zeppelin. Scendo a prendere legna per la stufa, risalgo, mi preparo un pranzetto da uomo di blues. Poi, sospinto dal rum, mi appisolo sul divano. Riemergo, suono, scrivo qualcosa per il blog, sul piatto Crusade di John Mayall e il Live di Muddy “Mississippi” Waters. Natale se ne vola via così.

Il 26 tradizionale pranzo da mia sorella e pomeriggio passato qui da me a Roncadella con tutti i cugini. Tortelli dolci, spumanti e i soliti vecchi ricordi di noi bambini qui in campagna dal nonno. Risate, un po’ di malinconia, un brindisi a chi non c’è più, e la nostra piccola saga famigliare enfatizzata a più non posso.

I giorni dopo Santo Stefano si confondono gli uni con gli altri, fino all’epifania perlomeno, non sai mai che giorno della settimana sia, quanto manchi alla fine dell’anno o al sei gennaio. In uno di  quei giorni indistinguibili ricevo una telefonata da Roma, è il responsabile di una casa discografica che vorrebbe sapere se sono interessato a fare due chiacchiere, ha saputo che al momento sono senza contratto, sarebbe interessato agli ARA e non gli dispiacerebbe capire se la cosa può stuzzicarmi. Gli dico che dal 7 gennaio non sarò più un professionista, che mi sono preso una pausa e che inizierò a lavorare in una azienda di logistica. Insiste: “guardi Rinaldi, sono al corrente della sua situazione, il nostro conoscente comune Scopelliti mi ha illustrato la cosa, ma per il momento va bene anche così, i suoi dischi con gli ARA qui da noi sono sempre piaciuti. Se le va ci vediamo e ci annusiamo. Che ne dice?”. Cesare de Angelis lo avevo sentito nominare da Mino appunto, e dal chitarrista di una band che conosco. Sembra gente a posto, un incontro lo possiamo anche fare. Ne parlo con Penny, meglio evitare di farlo con Giovanni, è appena tornato a lavorare nella ditta del padre, non voglio metterlo in difficoltà anticipandogli qualcosa che potrebbe anche non andare a buon fine.

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Alla stazione Mediopadana di Reggio prendo il treno ad alta velocità per Roma. Due ore e mezza di viaggio; leggo, sul laptop scrivo qualcosa per il blog, sonnecchio, parlo a bassa voce con Michela al telefono. Mino viene a prendermi all’arrivo, l’abbraccio che ci diamo è virile e pieno di amicizia, dio, quanto voglio bene a quest’uomo. Giusto il tempo per bere qualcosa insieme e per accompagnarmi alla casa discografica poi – causa impegni di lavoro – deve scappare. De Angelis mi accoglie nella saletta ricavata nel suo grande ufficio. Insieme a lui anche la sua collaboratrice Elisabetta Bonaga, presentata come responsabile del sales enablement. Quei termini inglesi mi innervosiscono un poco, ma faccio buon viso a cattivo gioco. La loro intenzione è di espormi in breve la visione della casa discografica e la necessità di diversificare il business visto che di dischi in formato fisico naturalmente non se ne vendono più come un tempo. Il programma dell’incontro sarebbe di accennare alla cosa per un’oretta, poi pranzare insieme e quindi terminare informalmente la chiacchierata nel primo pomeriggio. Succede però un imprevisto, De Angelis e la Bonaga vengono chiamati da una terza persona, devono assolutamente assentarsi per un po’. Si scusano molto, e chiedono se non è un problema rivederci più tardi. Mi lasciano in compagnia di una loro collega la quale, sembra di controvoglia, mi porta a pranzo.

“Ci scusi ancora signor Rinaldi, ma a volte capitano urgenze imprevedibili.” In altri momenti avrei anche potuto alzarmi e tornarmene in Emilia, ma non stavolta; sono senza contratto e, per quanto faccia finta di credere di volere cambiare vita e allontanarmi dalla musica, meglio non fare troppo il difficile.

Non ho capito esattamente il ruolo della tipa che ho davanti all’interno dell’azienda, mi hanno detto che è laureata in lingue e si occupa di contratti e di marketing, o qualcosa del genere. Al ristorante ci scambiamo i biglietti da visita.

“Lucrezia Michelle Dalle Monache? Nome singolare, articolato … complimenti. Io sono sempre molto interessato all’onomastica”. Non si sbilancia, sembra disinteressata a fare conversazione. Ordiniamo, poi, probabilmente pentita di apparire troppo distante, cerca di rientrare in carreggiata.

“Beh, anche lei in quanto a nome non scherza… i miei nonni comunque erano di Viterbo, una città dove il mio cognome è comune, i nomi personali invece li devo a mia madre. Mentre mi aspettava stava leggendo il libro di Dumàs I Tre Moschettieri, in una pagina lesse ‘Lucrezia d’Inghilterra’ e le venne l’ispirazione. Michelle non proviene dalla canzone dei Beatles ma bensì da un pezzo dei Pooh.”

“Ah, certo, Che Ne Fai Di Te”.

“La conosce? Non credevo ascoltasse i Pooh…”

“Il mio amico di sempre aveva Poohlover e Rotolando Respirando, e nella adolescenza fecero parte dei dischi che ascoltavamo, insieme ai tanti altri album Rock che formarono i nostri DNA.”

Lucrezia guarda il mio biglietto da visita: “Aramis Reinhardt – Uomo di Blues”, uhm, come mai Uomo di Blues e non musicista?”

“credo che Uomo di Blues mi descriva meglio, è inteso in senso lato, non solo musicale …”

Vedo che preferirebbe starsene sulle sue, ma parte del suo lavoro è pur sempre trattare con gente come me, dunque si sforza di mantenere viva la conversazione.

“In senso lato?”

“Per come lo intendo io l’uomo di blues è uno sempre alla ricerca del proprio nido di stelle, pur sapendo che non esiste, è sospinto quindi da una irrequietezza atavica” le dico, e non riuscendo a fermare la mia emilianità aggiungo” prenda me, fino a poco fa avevo una storia d’amore con un’amazzone meravigliosa, per una faccenda antipatica ma a cui avrei potuto passare sopra ho interrotto tutto. Inoltre tra pochi giorni non sarò più un musicista professionista. Avevo avuto proposte discretamente allettanti dall’altra casa discografica per proseguire un progetto che mi avrebbe garantito un minimo di fama in Europa e entrate di un certo tipo, e invece cosa faccio? Rinuncio, perdo il contratto e mi accingo a iniziare un lavoro in una azienda di Logistica. Le pare normale?”.

Lucrezia è sorpresa, non si aspettava fossi così sincero con una sconosciuta. Pranziamo, la conversazione scivola verso i soliti temi neutri. Ha occhi profondi, pare una donna con un passato, deve avere più o meno la mia età. Rientriamo. De Angelis e la Bonaga mi presentano un’altra giovane collega che si occuperà di me in caso ci accordassimo, Margherita Passacantando.

“Buongiorno Aramis, è un piacere conoscerla.”

“Ciao Margherita, quindi anche tu farai parte del team che mi seguirà in caso la faccenda vada in porto?”

“Sì, è così, per le cose importanti avrà Cesare, Elisabetta e Lucrezia, per tutto il resto chieda pure a me.”

“Lo so che sono più vecchio di te, ma se io ti do del tu, anche tu devi farlo”.

Il feeling sembra quello giusto al punto che mi chiedono di fermarmi un altro giorno, l’indomani potremmo andare più sul concreto e lasciarci con le idee molto più chiare, su cui poi riflettere. Mi trovano un tre stelle nelle vicinanze, Elisabetta si preoccupa di accompagnarmi all’albergo e di organizzare un aperitivo, questo prima della cena in un agriturismo a una decina di chilometri dall’albergo. Salgo in camera, mi sistemo, mi rinfresco e scendo. Elisabetta mi aspetta al banco del bar, ha in mano uno Spritz. “Mi spiace tu debba prolungare l’orario di lavoro con questo aperitivo e la cena” le dico, “Non ti preoccupare quando ci sono riunioni con gli artisti è così. Comunque questo è anche il mio albergo. Sono già salita in camera.” “Dunque non abiti a Roma, Infatti hai l’accento emiliano, sei di Bologna?”. “Sì, abbiamo qualche ufficio anche lì, scendo a Roma quando c’è bisogno. Sono la coordinatrice dei sales, ma faccio anche la commerciale pura e in pratica quello di cui c’è bisogno. Le cose sono cambiate, anche se da un paio di anni tutto si è stabilizzato, e la situazione adesso non è malvagia.” Elisabetta è carina, alta, capelli neri e puliti raccolti in uno chiffon davvero ben fatto, ha un cappotto corto molto bello, nero decorato da fiori vivaci di stoffa, jeans infilati dentro a stivali al ginocchio. Da brava Emiliana mi racconta della sua vita, quarant’anni, single, con un figlio grandicello, le piace la musica non melodica.

La cena si rivela piacevole, sembra davvero gente in gamba e ben disposta. Con De Angelis e Dalle Monache siamo ancora al lei, ma con Elisabetta e Margherita il tu ormai è liscio come l’olio. A mezzanotte ritorno in albergo con Elisabetta.

Ore nove di mattina, colazione e poi alla casa discografica. La riunione è alle dieci, passo così quasi mezz’ora con Margherita. Venticinque anni, laurea breve, bellezza del sud, sguardo sveglio. Le chiedo da dove viene visto che non riesco a decifrarne l’accento “Sono campana, ma ho girato molto, e non ho un accento del tutto riconoscibile”.

Le due ore di riunione sono proficue, mi offrono un contratto per due album a condizioni niente male. Ci risentiremo tra una settimana, intanto ci stringiamo la mano e con Elisabetta corro in stazione, Margherita ci ha trovato due biglietti su Italo per le 13.

Il treno sfreccia, ci mangiamo un panino, beviamo una coca, poi lei si mette a lavorare sul laptop. Io guardo passare l’Italia ai miei piedi, giocando a carte col mio destino. A bassa voce faccio qualche telefonata a Penny, Bianca e Mino. Spiego per sommi capi le prime impressioni. Due ore e mezza dopo scendo alla Mediopadana di Reggio Emilia, Elisabetta mi abbraccia “Ciao Aramis, ci sentiamo allora tra qualche giorno. Valuta bene, noi siamo davvero interessati, lo hai capito. E alla prima occasione andiamo a pranzo o a cena insieme, va bene?”.

Mi faccio lasciare dal taxi davanti al cancello, percorro lentamente i 50 metri dello stradello d’entrata, in quel momento arriva Sabrina, la mia vicina: “Ciao Ara, tutto bene? Senti, ieri sera non sono riuscita a mettere dentro la Minnie. Stamattina l’ho cercata ma non l’ho vista…sono preoccupata, mi spiace…”.

Mi guardo intorno, alzo lo sguardo e la vedo sul tetto della barchessa.

“Minnie, sciocca! Cosa fai lì? Hai passato la notte fuori disgraziata? Dai andiamo in casa!”

Mi avvicino al caseggiato di servizio, lei salta sul tetto più basso, quindi su alcune assi di legno appoggiate al muro, atterra sull’erba e corre verso le scale. La casa è fredda, accendo riscaldamento, stufa a pellet e stufa a legna. Dopo averle dato da mangiare e acqua fresca da bere, con la salvietta la pulisco, come faccio ogni sera, per oggi non esce più. Rassegnata e obbediente mi lascia fare, cerco di adempiere al compito con dolcezza, è una faccenda che non ama molto, la guardo negli occhi, mi piace pensare che sappia che lo faccio per il suo bene (e per il mio). Se vuole vivere in casa, condividere, letto, tavola e in pratica ogni cosa, deve pagarne il prezzo.

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L’ultimo dell’anno lo passo da solo, voglio vivere il mio blues tranquillamente, ma il pomeriggio mi vedo con gli amici in centro a Modena, quindi con Ricca, Lizn, Ellade, Fede, Martino, Zakk, Rod, Cole e Lauro. Siamo all’Irish Pub Griffin in via Gallucci angolo Largo Hannover. Ci sediamo all’esterno, si gela, così ci raggruppiamo stretti intorno a tre tavoli, i funghi di calore tentano di riscaldarci un poco, ma sono le due medie a testa che in qualche modo lo fanno, Belgian Blanche per me, Rosse per Ella, Guinness e Harp per gli altri. Mi chiedono degli sviluppi lavorativi, musicali e sentimentali, racconto per sommi capi quello che sta accadendo, ma non voglio annoiare e intristire nessuno, preferisco che si saluti l’anno vecchio alla solita maniera, parlando quindi dei massimi sistemi: calcio, donne e musica Rock. Dopo un’oretta ritorno al parcheggio, sono mezzo brillo, due medie e un irish whiskey a stomaco vuoto sono un po’ troppo. Devo attraversare buona parte del centro, tiro su il bavero del giaccone, fa un freddo becco che spero mi faccia passare il torpore che ho in corpo. Mi viene in mente Cartello Alla Porta di De Gregori e dentro di me la canticchio con allegra malinconia

Ho fatto il pieno e cammino di notte

Come uno scemo

E mi prendo gli schiaffi e le botte

Del freddo e del vino

E premo l′acceleratore

Quando incrocio le luci blu

Ho fatto il pieno, ho perso il treno

Di quei treni che non passano più

Percorro corso Canalgrande, poi la laterale che porta in piazzale San Giorgio e quindi via Taglio. Verso la Pomposa passo svelto tra i locali stracolmi dei forzati da aperitivo. Mi dirigo verso via Berengario, in uno degli ultimi locali noto una rossa seduta di schiena ad un tavolino con alcune amiche; una di queste esclama “Aramis!”. La rossa si volta di scatto “Ste!”. Mi fermo a salutare, le amiche di Michela chiedono di farsi una foto con me. La amazzone mi prende da parte: “Ma … hai bevuto”. “Sì, una paio di birre con i ragazzi al Griffin. Adesso torno a casa.” “Solo birre?” “Anche un whiskey”, “Si sente” mi dice avvicinando il muso alla mia bocca. “Non penserai di metterti subito in viaggio, vero?” “No, pensavo di stare un po’ in macchina nel parcheggio ad aspettare che mi passi…” “Con questo freddo? Sei pazzo? Vuoi finire come Bon Scott? Aspetta …”. La sento dire alle amiche che si vedranno più tardi alla cena o qualcosa del genere, poi mi prende a braccetto. “Dove hai la macchina?” “Al Novi Sad” “Beh, allora adesso vieni a casa mia, ti faccio un thè e un caffè e aspettiamo che ti passi un po’”. Non dico nulla, mi lascio guidare da lei. Saliamo le scale, davanti alla porta mentre cerca le chiavi la guardo e le dico “Ti ho voluto tanto bene”, non so come mi sia uscito, deve essere l’alcol. Alza lo sguardo, mi avvicino e le appoggio leggermente le labbra alle sue. Entriamo, vorrei mettermi sul divano accanto al camino, lo faccio ma solo dopo averla strinta a me. “Hai bevuto Ste, temo tu lo faccia solo per questo”. Torno in me. Sul divano mi bevo il caffè caldo, e poi il thè con i biscotti svedesi. Michela è un tesoro, prepara tutto con molta cura. Sorseggio il thè, lei fa lo stesso, ci guardiamo negli occhi, appoggio la tazza sul tavolino, mi avvicino e la bacio con passione, poi torno sul divano e mentre mi si chiudono gli occhi sento che mi copre con una plaid. Poco dopo le 20 mi sveglia. “Ste, io dovrei andare, se vuoi rimanere per me va bene, ma vedi tu”. Mi alzo, mi risistemo e decido di tornare a casa. Prima di lasciarci Michela mi guarda negli occhi “Se mi vuoi ancora, io sono qui, per te, solo non impiegarci troppo”. Mi abbraccia, mi augura buon anno e sale in macchina.

Sulla Sigismonda, la blues mobile, rollo sulla via Emilia, cerco di non riflettere troppo sull’anno che si sta chiudendo, il car stereo passa De Gregori, è la compilation che ho fatto con i pezzi che sento di più quando sono in questo mood: Cartello Alla Porta appunto, e poi Deriva, Sempre e per Sempre, Compagni di Viaggio, Ti leggo Nel Pensiero, Showtime e Jazz, quest’ultima la canticchio sostituendo il termine Jazz con Blues

Qualcuno l’avrebbe saputo perfino suonare quel blues
Certamente non proprio benissimo
ma quel tanto che basta e che fa.
Che si dica “Ha vissuto la vita sotto l’ombra del blues’.
Che si dica ‘Quell’uomo ha vissuto sotto i colpi del blues’.

Arrivato a casa, mi fermo in cortile ad osservare le stelle, ricordi di campeggi estivi organizzati dal prete del paese mi tornano su, le settimane di vacanza alle Piane di Mocogno, i fazzolettoni al collo e le serate passate intorno ad un falò acceso in mezzo ad una piana nel bosco ad intonare i canti dei Lupetti …quante stelle quante stelle dimmi tu la mia qual è … sto diventando sentimentale, meglio entrare in casa. Minnie sta giocando con la pallina, io mi butto sotto alla doccia; quindi mi preparo un paio di toast che porto sul tavolino della sala insieme a frutta, sughi d’uva, una paio di paste diplomatiche e la Lemonsoda, in frigo metto la bottiglia di Bellussì Blanc De Noir che mi ha regalato Lauro per natale e che aprirò più tardi per il brindisi che farò con Minnie, io lo spumante freddo e lei un poco di latte tiepido. Infilo nel lettore il divudi di Jeremiah Johnson, il mio film preferito, non sarà un fine anno scoppiettante ma è già qualcosa. Alle 23:30 suona il campanello. Dal finestrone cerco di capire chi può essere, c’è un’auto con i fari accessi davanti al cancello, una figura scende, vede la mia sagoma in lontananza ritagliata dalla luce che la stanza riflette alle mie spalle, si ferma, mi guarda, la guardo, aziono l’apricancello.

La sento salire le scale, la faccio entrare. “Non potevo non venire, non mi importa nulla di quello che sarà, stasera dovevamo stare insieme.” Non dico nulla, apro il frigorifero, prendo il Blanc De Noir, riempio due calici, li facciamo tintinnare, ci auguriamo buon anno, lei svuota il suo in un istante e si dirige in camera, si spoglia, rimane in mutandine e reggiseno e si infila sotto al piumone, faccio lo stesso, inutile chiedersi se sia un errore o meno, sono gli ultimi minuti di un anno turbolento, è giusto così, viviamo il momento. La abbraccio, scivolo sopra di lei, la guardo negli occhi, mi appresto a baciarla mentre la campagna fredda e scura rimanda gli echi dei botti di fine d’anno e Robert Redford, dopo aver sconfitto i migliori guerrieri della tribù dei Corvi mandati ad affrontarlo uno alla volta alla maniera dei Crow, scorge da lontano Paints-His-Shirt-Red (Corvo Rosso insomma), i due nemici si osservano, Redford imbraccia il fucile ma Corvo Rosso inaspettatamente alza il braccio e apre la mano in segno di pace, Redford lentamente contraccambia il gesto, sancendo la fine del loro conflitto.

Stefano Tirelli – © 2022

Aramis Reinhardt

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT SUL BLOG:

EPISODIO I:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

EPISODIO II:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

EPISODIO III:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -III- La Città (Gothic Blues)

EPISODIO IV:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -IV- Codeluppi & Reinhardt

EPISODIO V:

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT – V – Nell’Ombra Del Blues 

◊ ◊ ◊

L’incanto della musica Rock e dell’amore

6 Mar

PARAGRAFO 1: L’INCANTO DELLA MUSICA ROCK

Interno giorno in azienda ipertecnologica proiettata verso l’iperspazio. Primo pomeriggio, chino sulle faccende lavorative che mi competono. Giulia, giovane stagista, passa da me e nota alcuni LP sulla scrivania. Per quanto nelle settimane passate abbia cercato come sempre di pormi in maniera aperta, non lavorando insieme oltre all’augurarci una buona giornata non siamo mai andati, troppa la differenza di età. Deve aver saputo per forza che tutti lì mi chiamano Tim, ma la confidenza è poca dunque esordisce con un: “ma Stefano, quelli sono …?”,

“Sì Giulia sono ellepì.”

Ci riferiamo a “Seconds Out” dei Genesis, “Sandinista” dei Clash e Peter Gabriel Live In Modena 1983 che l’amministratore delegato ha fatto arrivare alla mia attenzione affinché io li porti nella Sala Blues aziendale, la sala che abbiamo dedicato alle riunioni informali e al dopolavoro e attrezzata con un buon impianto hifi, offerto generosamente dal titolare nonché presidente.

“Intendi vinili?”

“Sì, Giulia, vinili, ma la mia generazione non li chiamava così, bensì dischi o appunto ellepì, long playing”.

“Ma quelli sono nuovi modelli vero?”

Nuovi modelli mi chiedo? Poi capisco: “sì Giulia, sono le nuove edizioni, rimasterizzate … ripulite insomma.”

Giulia li guarda con meraviglia “ho quelli di mio padre e mi piacciono davvero tanto, sono fantastici, e contengono musica così diversa da quella che si sente oggi …”

Giulia lo sai che nella Sala Blues abbiamo un impianto hifi dove dopo il lavoro a volte ci mettiamo ad ascoltare musica?

Giulia mi guarda stupita. Capisco che oltre all’ufficio che le è stato assegnato non ha visto molti altri spazi dell’azienda. Le chiedo di seguirmi. Lo fa quasi in punta di piedi. Arrivati, legge la scritta Blues fuori dalla sala e, una volta entrata, davanti all’impianto le scappa un “Wow!”. Sono le due del pomeriggio, i colleghi stanno lavorando, chiudo le porte, metto sul piatto Dark Side Of The Moon e faccio partire Breathe. Mi metto comodo sul divanetto e la osservo.

Giulia rimane in piedi, chiusa nel suo giaccone, il volto nascosto dalla mascherina e dallo sciarpone che la avvolge fino al naso. Sulle spalle lo zaino con il laptop e chissà cos’altro la costringe a bilanciarsi tenendo il busto e le braccia spostate in avanti. E’ ferma, incredula, irretita e rapita dal giradischi e dalla musica che fuoriesce dalle casse. Ogni tanto le scappa un “wow“. Guardo questa giovane donna, che a me sembra una ragazzina, iniziare a vagare per le profondità cosmiche, condotta dalla vibrazione musicale della musica che tanto amiamo. Evidentemente è un mondo che ha appena iniziato a capire e a guardare, le invidio la gioia assoluta della scoperta, lo stupore che avrà mentre esplorerà quel nuovo universo.

Contemplo ancora una volta la magia della musica Rock, la capacità che ha di farci volare per sentieri sconosciuti, di riempirci l’animo, di dare risposte a questo cazzo di vita che risposte non dà. Vorrei poterle fare ascoltare il disco sino alla fine ma siamo in orario di lavoro, mi spiace rompere l’incanto ma devo far alzare la puntina e spegnere l’amplificatore. Giulia si ridesta, si scuote e mi segue verso i nostri uffici. Dopo il lungo corridoio ci salutiamo, la sento – mentre sale al secondo piano – dire “fantastico…fantastico…“. Sorrido, e benedico il Dark Lord per avermi fatto salire sull’astronave in cui lavoro e su quella in cui ho viaggiato in questi decenni lungo le coordinate del Rock.

Jimmy Page Knebworth august 1979

The Dark Lord

Elo Out Of The Blue

Electric Light Orchestra live

PARAGRAFO 2: L’INCANTO (e le pene) DELL’AMORE

Interno sera, nella mia pizzeria preferita a Regium Lepidi. E’ venerdì, dopo una settimana lavorativa portare la pollastrella a mangiare una pizza è cosa buona e giusta. Ne abbiamo girate parecchie ma questa di viale Gramsci secondo noi è la pizzeria migliore, ed è diventata una sorta di comfort zone. Ci piace il locale e ci piace interagire con gli addetti alla pizzeria, sono giovani uomini e giovane donne con cui a pelle ci troviamo bene e per i quali cerchiamo di essere clienti decenti. (Quella che io chiamo) Judith, Antonio, (quella che io chiamo) Hermione, Miss N… ci accolgono sempre con grande calore.

Antonio viene a prendere le ordinazioni, ci parla con la solita leggerezza e simpatia delle ultime disavventure sue e – purtroppo – del mondo. Io e Polly parliamo fitto fitto, dopo 13 anni di convivenza abbiamo ancora un sacco di cose da dirci, ehi, mica male. Poi arrivano le pizze: Paprika (e Coca cola media) per la groupie, Bella Napoli (e belgian blanche media nove luppoli) per l’uomo di blues.

Tim Tirelli marzo 2022

L’uomo di blues – Tim Tirelli marzo 2022

Non sono nemmeno le 20, d’altra parte tra non molto ci sarà la partita dell’Inter e non posso perdermela. Polly paziente e rassegnata sa che deve adattarsi, non ci prova nemmeno a mettersi in competizione col mio grande amore, quella meraviglia nerazzurra che mi fa palpitare il cuore e che mi scuote nel profondo.

Come dessert torta mimosa per Guajira Guantanamera e sorbetto (in realtà una mini granita) al mandarino per me, una delle droghe a cui non so resistere. Ultime chiacchiere prima di alzarci, arriva Miss N, una giovane donna con cui ci siamo già raccontati un pochino in passato. Un genitore italiano, l’altro straniero, universitaria che per pagarsi gli studi lavora dunque in pizzeria. E’ intenta a sparecchiare.

Ciao N, tutto bene, come stai?

“In verità non va benissimo…” e ci racconta delle sue pene d’amore. Lo fa con candore e onestà, ci spiace davvero vederla così, amori finiti e non più corrisposti, ci siamo passati tutti, si soffrono le pene dell’inferno. La ascoltiamo attentamente, lei cerca il conforto di due adulti con i quali pensa di avere un rapporto niente male. Miss N si mette in discussione, fino a sminuirsi. “Ma N, che dici? Sei stupenda, non farli nemmeno quei discorsi!” Sembra un po’ rinfrancata. Cerchiamo di non fare la parte di quelli con esperienza, di non essere gli adulti che fanno la lezioncina. Non sono sicuro che si riesca nell’intento, finiamo per raccontarle le nostre esperienze dopotutto, ma cerchiamo di farlo rimanendo sullo stesso piano “vedi, N, noi siamo te solo con (parecchi, troppi!) anni in più, ci siamo passati, e si soffre, si soffre molto … sappiamo che in questo momento non riesci a concepire una vita senza di lui, e che non crederai ad una delle parole che stiamo per dirti, ma visto che abbiamo attraversato questa palude prima di te, possiamo assicurarti che non solo passerà, ma che sicuramente troverai uno per il quale perdere ancora più la testa, per il quale varrà la pena spendere la vita insieme, per il quale ti tremeranno le gambe e sentirai l’amore in tutta la sua forza. Sì, quello che senti oggi è un torrentello a confronto, sappi che proverai dentro di te l’impeto di un fiume in piena, uno di quelli che romperà gli argini a monte, a valle e a ridosso del mare, che ti travolgerà l’anima. Ora, ripetiamo, non ci credi e non lo pensi possibile, è giusto, tutto deve fare il suo corso. Soffri, ma fallo nel miglior modo possibile, ci sono momenti in cui è necessario metterti nel tuo angolino, racchiusa su te stessa, altri in cui dovrai trovare la forza di uscire e stare con la gente, sebbene non avresti voglia di farlo. Ma soprattutto N …guardaci negli occhi … non mollare mai. Sono fasi della vita in cui ci si deve passare.”

Ah, mi dico, meglio scendere dal piedistallo, non volevamo ma abbiamo fatto la parte che non volevamo fare, tuttavia N mi sembra meno afflitta, forse parlare con due adulti come noi non le ha fatto del tutto male, dice cose molto carine sul nostro conto, sorride, è malinconica, ma nei suoi occhi c’è la scintilla vitale che volevamo vedere.

Mentre alla cassa sbrighiamo le ultime faccende la osservo da lontano, mi spiace per lei ma al contempo sono quasi felice, essere scossi da questi sentimenti fa sentire vivi, gioire, soffrire … sono i crazy circles di cui cantava Paul Rodgers …

Poter provare quelle sensazioni, esseri travolti dall’impulso dell’impollinazione, riuscire a darsi completamente, essere capaci a dirle “tu sei tutto per me”, “ho in testa solo te“, “ti amo”, essere felici quando la si sente, quando la si pensa, quando si è in quello stato in cui si accetta anche una sua sfuriata con un sorriso e con pazienza poi cercare di comprendersi, spiegarsi e quindi ritornare a ridere insieme. E poi certo, il lato oscuro della luna, il dubbio di non riuscire ad averla, di non vedere corrisposto il proprio sentimento, lo struggersi, l’essere impossibilitati ad incanalare il proprio flusso emotivo verso di lei, lei che magari è innamorata di un altra persona o vive addirittura con un’altra persona … ma dopotutto, non è comunque un incanto? Essere vivi, provare forti emozioni, sentirsi scombussolati … non ha prezzo, fare rafting discendendo le impetuose acque fluviali della propria passione significa essere! Tanto, comunque vada, in un modo o nell’altro, anche se il loro corso a volte può deviare, i fiumi sempre raggiungono il mare.

Then as it was, then again it will be
and though the course may change sometimes
rivers always reach the sea

Nonfiction blues

27 Feb

Sabato mattina, giornata fredda, cielo terso. Al Café Des Antilles Franca mi prepara il solito, cappuccio e krapfen.

Café Des Antilles a Reggio Emilia

Il bel blu del cielo che filtra dal tetto trasparente del centro commerciale fa a botte con l’illuminazione elettrica che avvolge il bar. La crema del krapfen che  scende lungo la gola e il cappuccino aiutano il mio equilibrio sul mondo. La gente passa, stamane non la osservo, sono assorto nei miei pensieri.

Entro alla Coop. Ci sono due addette accanto ad una specie di urna e cartelloni elettorali, i soci coop sono chiamati a scegliere il nuovo Consiglio di Zona. Mi avvicino. “Buongiorno signore vuole votare?” mi chiede la addetta che ho già visto mille volte all’interno del supermercato. “Sì, ma non conosco nessuno dei nomi e delle faccine del manifesto elettorale, quindi le chiedo una cosa in modo schietto: mi indicherebbe tre nominativi di sinistra? Un uomo e due donne se possibile. Mi fido di lei.” La addetta coglie al volo la richiesta e mi indica – spiegandomi per sommi capi chi sono le persone in questione – i nomi. La ringrazio molto e lei aggiunge “Guardi, un tempo ero di sinistra anche io, lo sono ancora, sebbene oggi non si capisca più tanto dove trovarla la sinistra o cosa significhi essere di sinistra”. “E’ vero” le dico “ma dobbiamo pur continuare a cercare di fare qualcosa e a credere in certe valori, no? E voi che siete donne cercate di prendere in mano questo mondo, non vedete cosa ne stiamo facendo noi uomini? 2022 ed ecco un’altra guerra…” L’ addetta mi guarda, siamo più o meno della stessa generazione, nel suo sguardo vedo il carattere dell’Emilia dell’immaginario collettivo, la osservo aggiustarsi la felpa rossa della Coop che indossa, un cenno d’intesa, un mezzo sorriso ed entrambi torniamo alle nostre faccende, sotto ai pallidi raggi del Sol dell’Avvenire.

In farmacia devo acquistare qualcosa contro il mal di blues:

Buongiorno vorrei una confezione di … Nurofen?

Non lo so, me lo dica lei, vuole il Nurofen?” mi dice la farmacista.

“Ha ragione, non avrei dovuto usare il tono da punto interrogativo, ma è che in passato spesso non riuscivo a ricordare esattamente il nome del farmaco …”

La farmacista sorride, si avvicina allo scaffale e me ne consegna una confezione. Mentre pago le dico: “Scusi ancora per il punto interrogativo, ha ragione, chissà quante stranezze da parte dei clienti deve sopportare ogni giorno…”

“Si figuri, anzi, mi ha fatto sorridere. Buona giornata.” Fossi un cantante ne avrei approfittato per attaccare bottone.

Da lontano la pollastrella guarda la scena, la raggiungo. “Niente, non c’è niente da fare, cadono sempre tutte ai tuoi piedi!” “Cadono ai miei piedi? Mo’ magari, ma non è così, non sono mica Jimmy Page!

Farmacista

Jimmy Page

Al banco della gastronomia, in fila in attesa del mio turno. La giovane nuova commessa, di cui ho parlato nel post del 30 gennaio scorso, mentre chiama il numero da servire incrocia il mio sguardo, mi riconosce e con la solita cortese enfasi mi saluta sottolineando il lei. Nel frattempo un coppia di persone avanti negli anni è intenta a chiedere un pollo arrosto all’addetta della gastronomia. Sono vestiti nello stile sportivo-elegante-neutro da gente della terza età con la pilla (con possibilità economiche insomma). Trattano la commessa con un tono che non mi piace nemmeno un po’, è chiaro che si sentono di un’altra casta, le danno del tu ed aggiungono alla cosa una malcelata forma di disprezzo, la trattano come una serva. Li osservo ancora un po’, continuano con il loro fare annoiato e altezzoso. Impiegano interi minuti a scegliere il pollo. Mi passano vicino, si accorgono che li sto osservando, ho l’impulso di dir loro “Che ci fate qui? Andate all’Esselunga borghesi di melma”, ma faccio rientrare Ittod nei ranghi e mi sforzo di rientrare in modalità Stefano.

Io e la pollastrella siamo in reparti dell’ipermercato diversi, essendo un uomo sono un po’ inetto nel trovare gli articoli segnati sulla lista della spesa, dunque il mio compito è essenzialmente spingere il carrello (e al limite scegliere birre, lambrusco e frutta). Una giovane donna seguita da un figlio è vestita di tutto punto, un completo bianco un po’ retrò, un basco in testa, un viso da bambolina annoiata. Porta tacchi altissimi contro i quali sbatte il carrellino della spesa che trascina.

Ritorno a casa e ricevo una telefonata inaspettata, a quanto pare in giro c’è ancora qualcuno che mi corteggia, professionalmente parlando. Mi dirigo poi a Corrigium ad acquistare sacchi di pellet; ormai costano come l’oro, ma chi vive in campagna e non ha l’allacciamento al gas di città (il metano insomma) fare un pieno di GPL nel bombolone dietro casa al giorno d’oggi significa chiedere un mutuo ad una banca o vendere le proprie Gibson Les Paul

Mentre torno mi fermo al cimitero di Saint Martin On The River, porto i fiori a Brian e a Mother Mary, un momento di raccoglimento in cui puntualmente mi commuovo, quindi risalgo in macchina. Rifaccio per partire ma non riesco. C’è una forza magnetica che mi tiene incollato, una vibrazione atavica, un sentimento che mi scoppia nel cuore, che inonda l’anima, deborda, travolge il mio essere e come un fiume dirompente si dirige over the hills and far away … verso le colline che vedo a sud insomma. Mi chiedo ancora come sia possibile che un uomo di una (in)certa età quale sono sia ancora così incapace di governare i sentimenti e i blues, e continui a perdersi nelle profondità cosmiche dalle quali poi è difficile fare ritorno sani di mente.

Eppure sono razionale, so perfettamente che il nido di stelle non esiste, ma allora perché spendere così tante energie in una attività tanto futile? Venerdì ho partecipato ad un corso nella azienda in cui lavoro …diversity management, intelligenza emozionale, empatia … un corso diretto da due docenti di altissimo livello e in cui occorre interagire molto con se stessi e con gli altri. In uno dei vari momenti ci è stato chiesto di scrivere su cinque post it, da apporre sopra ad una nostra foto da bambini, cinque cose che ci descrivono. Oltre a scrivere che sono nato in una stazione dei treni il giorno del solstizio d’inverno (un classico per TT) e sciocchezzuole simili, in uno ho semplicemente vergato “sono irrequieto”. Ecco, appunto irrequieto, e quindi, come cantava McKinley Morganfield, Can’t Be Satisfied.

Lo si vedeva già da quando ero piccolo che ero irrequieto, ero già un ometto di blues

Little Tim (in te sixties)

Eppure pur sentendomi sperduto, qui nel buco del culo del mondo, al contempo mi sento vivo, col cuore che batte forte. Sono ormai 40 minuti che sono qui fermo nel parcheggio del cimitero di Saint Martin … dietro di me un piccolo parco, poco più distante il campo da calcio e poi tanta campagna, la campagna brulla di febbraio pronta ad esplodere al primo fiotto di vita, un po’ come succede a me, e su in alto il cielo blu dell’Emilia.

Il cielo sopra Tim Tirelli – 27/02/2022 Emilia Romagna, Regium County – foto TT

Torno in me, accendo la Sigismonda, la blues mobile insomma, e faccio ritorno a Borgo Massenzio. Attraverso il paese che era di mia madre, rivedo i posti in cui sono stato da piccolo con lei, poi viro verso sud. Campagna aperta a vista d’occhio e il car stereo che passa Nonfiction dei Black Crowes; me lo suggeriscono anche loro, devo lasciare le mie fantasie e tornare alla realtà, ma il cuore continua battere forte …

I’m no builder, I’m no gardener
I sing some songs ….
Some like their water shallow
And I like mine deep …

Avrei bisogno di parlare col mio amico di Roma, lui saprebbe cosa dirmi, ma c’è una guerra in atto, tutte queste paturnie individuali mi mettono in imbarazzo, non voglio che pensi che sono ripiegato su me stesso, anche se è il mio amico voglio che mi veda con gli occhi di sempre.

Ma intanto i Corvi Neri continuano a circumnavigare la mia anima…

 
 

NAKED GYPSY QUEENS “Georgiana”(2022 – Mascot Records) – TTT½

20 Feb

Nuovo e giovane gruppo del Tennessee che cerca di entrare di prepotenza nel giro dei gruppi che stanno tentando la rinascita dell’Hard Rock vecchia scuola. Questo primo EP è saltato fuori durante una delle interazioni che sono solito avere con lo rock scriba extraordinaire e amico Donato Zoppo. Vediamo di che si tratta.

naked gypsy queens georgiana

Georgiana è durissima, hard rock potente e slide guitar con tanto di cambio di tempo. Le prime impressioni riportano ai Led Zeppelin e all’approccio dei MC5. La batteria cerca di apparire come quella di Bonham, nel sound e nel drumming, magari ci giocano un pochino troppo, ma è bello avere a che fare con quel modo di suonare e con una batteria con un solo tom.

In Down To The Devil il fantasma che si presenta sembra essere quello dei Deep Purple di Stormbringer, almeno nel riff e nello sviluppo di una parte del cantato. Poi arrivano le influenze dell’hard rock blues classico e qualche buon cambio d’accordi. Al minuto 2:00 di nuovo rimandi ai Led Zeppelin. Malgrado un po’ di enfasi e qualche esagerazione (nel video, dove fingono di azzuffarsi), in questo pezzo il gruppo inizia a piacermi. Il modo di porsi è sopra le righe, ma la giovane età, il testosterone e il rock and roll sono lì per questo.

Nella loro biografia il gruppo cita Rolling Stones, MC5, Allman Brothers e Pink Floyd … sarà, ma io ci sento ancora i Led Zeppelin; deformazione professionale? Può darsi ma Strawberry Blonde #24 proviene dal mondo creato da When The Levee Breaks. Ad ogni modo, Hard Rock Blues di ottimo livello con uno spruzzo di MC5. La divagazione di metà brano, riporta al southern rock classico. Chris Attigliato (vocals/guitar) è una figura da tenere d’occhio.

Wolves è un pezzo più lento, tempo medio, sviluppo più articolato. La base dell’assolo si fonda su di un ottima divagazione musicale. Niente male davvero.

If Your Name is New York (Then Mine’s Amsterdam) inizia con una bella acustica e con sentimento e retorica da Southern Rock. Molto bello il lavoro del basso. A tratti sembrano i Greta Van Fleet (non è un gran complimento). L’assolo di chitarra di Cade Pickering è uno di quelli classici.

L’EP contiene  anche una versione di Georgiana registrato dal vivo, e mi chiedo a che pro. Sì, certo, per far capire che sono un gruppo vero, però è una ripetizione inutile per quanto mi riguarda.

Concludendo, un buon EP, per me vale 7 (forse un goccio di più), gruppo da tenere d’occhio soprattutto se il songwriting saprà germogliare.

◊ ◊ ◊

Chris Attigliato vocals/guitar – Cade Pickering guitar – Bo Howard bass – Landon Herring drums

naked gypsy queens

Ma come cazzo mai DARLENE non è finita su IN THROUGH THE OUT DOOR?

16 Feb

Sabato mattina, diretto alla Coop per la solita spesa settimanale. Sul sedile di fianco al mio la pollastrella contempla la campagna, la blues mobile avanza a velocità di crociera, la chiavetta – in modalità random – inonda l’abitacolo col Rock. Ad un certo punto arriva Darlene dei Led Zeppelin e la giornata svolta: il sole diventa più lucente, la campagna proletaria in cui viviamo si trasforma in un paesaggio bucolico del sud degli States e l’impeto vitale detona in tutta la sua potenza dentro di noi. Polly esclama “Va beh, non ce n’è più per nessuno!”. Da quella musicista talentuosa che è mima perfettamente il lavoro al piano di Jones, gli stacchi di batteria di Bonham, il riff e gli accordi di Page. Quando quest’ultimo poi inizia il primo assolo Polly si mette a lavorare di stringbender facendo le stesse faccette che immaginiamo avrà fatto fatto lo stesso Page al momento di quella registrazione. Poco prima Polly, presa dal sentimental blues, mi aveva stretto a sé e detto “per me ci sei solo tu, non mi interessa nessun altro“. Lusingato e colpito dalla cosa poco dopo vedo disintegrarsi il tutto, quando – sospinta dall’assolo del nostro chitarrista preferito – mi dice: “Ti devo confessare una cosa: io amo anche Jimmy Page“.

◊ ◊ ◊

“The first name Darlene is derived from the Old English darel-ene, meaning “little dear one”.

Nel maggio del 1978 – dopo nove mesi di silenzio dovuti ai fatti che sappiamo – i Led Zeppelin si ritrovano allo Clearwell Castle, Forest Of Dean, Gloucestershire, UK, per provare nuovo materiale.

Forest Of Dean, Gloucestershire, Clearwell Castle (Nick-Murray-Photography)

Nel novembre (e dicembre) dello stesso anno si trasferiscono per alcune settimane (dal lunedì al venerdì) ai Polar Studios di Stoccolma di proprietà degli ABBA. Gli studi, aperti il 18 maggio 1978, sono situati a piano terra di un grosso edificio degli anni trenta del secolo scorso chiamato Sportpalatset (palazzo dello sport), nello spazio che fino a poco prima era occupato da un cinema.

Sportpalatset, Stockholm – 2010

Polar Studios Stoccolma, maggio 1978

ABBA Museum

Il gruppo registra (almeno) 11 pezzi: In the Evening, South Bound Saurez, Fool In The Rain, Hot Dog, Caroulselambra, All My Love e I’m Gonna Crawl finiscono su In Through The Out Door che esce in agosto del 1979,

Ozone Baby, Darlene e Wearing And Tearing su Coda, album compilation di inediti che esce nel novembre del 1982 a due anni dallo scioglimento del gruppo.

led zeppelin Coda a

led zeppelin Coda c

led zeppelin Coda d

led zeppelin Coda inner

Dell’undicesimo brano sappiamo che esiste ma non cosa sia né quando (e se mai) verrà pubblicato.

Il gruppo valutò l’idea di fare uscire in occasione dei due concerti di Knebworth nell’estate del 1979 anche un EP contenente Wearing And Tearing e qualcos’altro, ma la cosa non si concretizzò. Nel 2006 uscì un singolo non ufficiale di Wearing And Tearing / Darlene, ma si trattò di una contraffazione.

Led Zeppelin Special limited Edition Wearing And Tearing-Darlene

Su questo blog abbiamo già trattato il tema per cui In Through The Out Door sarebbe stato un album diverso se al posto di South Bound Saurez e Hot Dog fossero stati pubblicate due delle outtake poi messe su Coda. Proviamo a pensare a Darlene al posto di SBS e Wearing And Tearing (o Ozone Baby) al posto di HD. L’album avrebbe certamente avuto uno spessore rock più significativo. Magari certe scelte furono fatte anche per questione di spazio relativo alle due facciate del disco, ad ogni modo per quanto possa essere sembrata divertente a Page e Plant, Hot Dog non è esattamente un brano da album dei LZ. Il gruppo raggiunge lo zenit quando affronta drammaticità, quando si lascia trasportare dall’intensità, quando cerca di raggiungere le profondità cosmiche, quando si getta(va) nella carnalità suonata a regola d’arte, raramente risulta credibile quando è alle prese con motivetti scanzonati.

Certo, Darlene è good time music, ma la carica e la caratura musicale ne fanno un brano potente, vibrante, di godimento assoluto. Altro che Hot Dog!

Immagino che Plant abbia in qualche modo posto il veto, la sua prova vocale non è impeccabile (ma lo stesso potremmo dire del piano di Jones e della chitarra di Page) e il testo praticamente non esiste, ma il risultato è comunque sensazionale, un boogie rock furibondo, letteralmente irresistibile, possente e leggero al tempo stesso.

La fascinazione del gruppo (o meglio di Page e Plant) per i Little Feat, per il blues nero proveniente dal Mississippi e per certi locali di New Orleans giocarono un ruolo fondamentale nella creazione delle nuove sfumature musicali degli ultimi anni del gruppo. La musica americana proveniente dal blues in In Through The Out Door prende il sopravvento – lo stesso accade coi Bad Company di Desolation Angels (1979) e Rough Diamonds (1982), alfieri anch’essi della Swan Song Records. La copertina come sappiamo è ispirata all’Old Absinthe House, celeberrimo bar di New Orleans (che tra l’altro ho avuto la fortuna di vedere).

Old Absinthe House

Old Absinthe House

Led Zeppelin In Through The Out Door

Alcuni brani delle session di cui stiamo parlando hanno colorazioni riconducibili a New Orleans, al bayou, a quei pianini dissoluti suonati nelle calde e umide notti vicino al fiume Mississippi, naturalmente con l’aggiunta del piombo zeppelin. Darlene è ovviamente una di queste.

Una breve apertura e poi irrompe subito il riff irresistibile di chitarra, seguito dagli interventi di Robert Plant. Un po’ di piombo zeppelin, sempre accompagnato dal piano di Jones, per gli accordi SI, SIb DO e si ricomincia da capo. La prima parte dell’assolo di Page sulla Telecaster con lo Stringbender è formidabile, molto, molto Jimmy Page. La chiusura pare insicura, ma siamo nel periodo in cui Jimmy – non più supportato da una volontà, e quindi da una tecnica, superba e maschia –  fatica a tenere il passo col Jimmy Page fissato nell’immaginario collettivo e si avvicina così pericolosamente e continuamente al precipizio.

Luis Rey, autore, fan e studioso dei LZ extraordinaire fa notare come il lavoro alla solista ricordi quello di una delle primi incisioni che il Dark Lord fece come session man, ovvero Somebody Told My Girl di Carter-Lewis & The Southerners:

L’assolo di piano è delizioso, ma anche per Jones la chiusura pare al limite e non proprio pulitissima. Al minuto 2:30 il pezzo corregge il ritmo, Bonham va sul ride e Page cambia metodo per accordi e riff; il piano di Jones è meno presente nel mix. Robert ha la voce è un po’ tirata, ma ha quell’approccio sporco e blues che risolve comunque tutto. Dopo 30 secondi il ritmo si aggiusta ulteriormente fino a diventare un rock and roll boogie woogie blues scatenato; il piano di Jones torna presente, gli stacchi di batteria tra una giro e l’altro sono un cazzo di meraviglia. Nei sessanta secondi finali il pezzo veleggia veloce accompagnato da un assolo di chitarra di chiusura. Curioso come il volume della solista sia decisamente più basso rispetto all’assolo presente nella prima parte del brano. Il ritmo è irresistibile, uno di quelli da strappa mutande, e gli Zeppelin ci ricordano ancora una volta che cazzo di rock and roll band fossero. Sia chiaro, a me piace molto anche South Bound Saurez e in fondo anche Hot Dog, ma con Darlene l’album In Through The Out Door sarebbe diventato – almeno per me, amante degli album obliqui – ancora più leggendario.

“Darlene”

Oh yeahDarlene
Ooh, Darlene
Ooh Darlene
Ooh, yeah

Darlene
Oh, oh Darlene
Oh, oh, oh Darlene
Ooh, come on baby give me, me some

When I see you at that dance
With your tight dress on
What you got it sure is fine
I want to get me some

Darlene
Ooh baby baby Darlene
Ooh, be my baby Darlene
Ooh, come on baby
Come on, come on, come on my babe

Darlene
Ooh, Darlene
Hey hey, Darlene
Oh oh, come back and be my sweet little girl

When I see you on the street
It makes my heart go flitter
I see you walking with all those guys
It makes me feel so sick

Now I don’t care what people say
And I don’t care what they do
Sweet child I gotta make you mine
You’re the only thing that I want: you, yeah

And baby baby, when you walk down the block
See the people walk by
Woo child, y’know you drive me wild!
I got to do it with you, come on try

Ooh baby, I got my car
I will take you where it’s fine
I am going to take you every place
Do you wanna boogie-woogie-woogie-woogie, that’s fine

I’m going to boogie, Darlene
I’m going to make you my girl
I’m going to boogie, Darlene
I’m going to send you in another world

Cause I love you, Darlene
And I love you, Yes I do
I’ve been saving all my money
I’ve been working all day long
I gotta give it all back to you

Oh but I love you, Darlene
Cause I love you, yes I do
I’ve been working, it’s true
I’ve been working all day long
I’ve been trying to get it home for you

And I love you, Darlene
Yes I love you, yes I do
I got a pink carnation and a pickup truck
Saving it all for you
Oh I love you

Go
Go, go, go, go, go

PS: Esiste un versione più lunga di Darlene contenuta nei bootleg dedicati alle session di fine 1978. Si tratta di una alternative half-mixed version, con un finale più lungo, con ulteriori interventi di Plant e di Page. Molti di quelli eseguiti da Plant non compaiono nella versione finale.


ALEXANDRE DUMAS “I Tre Moschettieri” (Universale Economica Feltrinelli – 2016) – TTTTT

15 Feb

Su questo blog la mia passione per le ristampe della Universale Economica Feltrinelli è nota, dunque non deve sorprendere il fatto che ogni tanto proponga queste veloci note a proposito di volumi di questa collana. Oggi è la volta de I Tre Moschettieri di Dumas; tutto è scritto benissimo nella descrizione qui sotto presa dal sito della Feltrinelli, non ci sarebbe nulla da aggiungere, se non appunto sottolineare che l’introduzione di Claude Schopp e la (magnifica) traduzione di Camilla Diez, rendono questa nuova edizione splendida. Una sorta di rimissaggio fatto con garbo, senno ed eleganza. In quanto al romanzo, beh, è un capolavoro, scritto a metà dell’ottocento da un Dumas ispiratissimo. Sì, è vero, in verità è la storia del quarto moschettiere, d’Artagnan, e di altri personaggi strepitosi tipo Milady, ma io sono come sempre rimasto colpito dalla figura di Aramis, per pure preferenze personali. Alla libreria Coop ho comprato questa edizione da più di 750 pagine per 9,35 euro. Dovreste farlo anche voi. Imperdibile.

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Descrizione

https://www.lafeltrinelli.it/tre-moschettieri-libro-alexandre-dumas/e/9788807902376

Dove sta la magia? Nella forza del plot? Nella qualità possente dello scenario storico che è in grado di evocare? Nella suspense? Forse, più di tutto, nella gioia del raccontare. Questo capolavoro dell’intrigo cattura a ogni pagina il lettore, lo spiazza, lo depista, lo inganna e lo rende complice, per poi coinvolgerlo in uno strabiliante “effetto meraviglia”. A partire dal titolo: non solo I tre moschettieri sono quattro, ma – come ha osservato Umberto Eco il romanzo è palesemente “la storia del quarto”, di d’Artagnan, che è l’assoluto protagonista non solo di questo libro, ma degli altri due che seguiranno: Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. “Immaginatevi un Don Chisciotte a diciott’anni”: è questo il primo impatto del lettore con d’Artagnan, e attorno a questo virtuoso della spada, a questo campione di lealtà, di dedizione assoluta alla regina, si dipanerà la storia dei tre romanzi, la storia di una vita. L’altra figura decisiva, antagonistica, è Milady, quintessenza dell’inganno, maschera erotica della perfidia e del tradimento, di cui porta il segno indelebile inciso nelle carni. C’era bisogno di una nuova edizione dei Tre moschettieri per riportare il romanzo all’altezza della sua scrittura: attraverso una nuova traduzione che unisce rigore e respiro narrativo, un’Introduzione del più grande studioso vivente di Dumas e un dettagliatissimo Dizionario dei personaggi.

Fine Gennaio Blues

30 Gen

Gennaio agli sgoccioli, paura e terrore a proposito di possibili capi e cape di stato, sospiri di sollievo alla notizia di SM disponibile suo malgrado al bis e dunque rieletto, senso di vergogna per una classe politica incapace di trovare una nuova figura istituzionale adatta a ricoprire quel ruolo FONDAMENTALE per la Repubblica. Questo è il pensiero che faccio appena sveglio, mentre mi preparo per la spesa settimanale alla Coop di Regium Lepidi. Ennesima mattina fredda, se non altro la nebbia mista a smog che da settimane e settimane ci tormenta e ci avvolge in un freddo e umido scialle, sembra lasciare posto al sole e i campi di Gavassa mettono a cromia la giornata.

Gavassa gennaio 2022 – foto Tim Tirelli

Colazione al Cafè Des Antilles, cappuccino e ciambella.

appuccino al Café Des Antilles – gennaio 2022 – foto Tim Tirelli

Do una occhiata alla prima pagina della Gazza, la prima metà è dedicata alla mia squadra del cuore, l’altra all’arcinemica. Lascio stare, ho voglia di pensieri a colori. Avanzo a passo moderato, questo sarà un weekend lungo per noi che lavoriamo a Mutina, lunedì 31 sarà la festa del Patrono della città, San Zemiàn, e vorrei prenderla dolce, anche nelle piccole cose.

S-Geminiano

Col carrello navigo a velocità di crociera tra gli scaffali, nel reparto liquori come sempre controllo se sono presenti il rum Legendario e il bourbon Southern Comfort, sebbene sappia che non sarà così. Si sa, non sono uomo da whisky irlandesi o scozzesi, niente torba, brughiera e cuoio per me, ma piuttosto spezie e accento fruttato di New Orleans e melassa da canna da zucchero della mia isoletta caraibica preferita.

Southern Comfort e Rum Legendario

Una delle commessa al reparto gastronomia della Coop mi sembra nuova; il display mostra il numero 666, il mio, e tocca a lei occuparsi di me. Mi serve con un pelo d’enfasi, accentuando gentilezza e cortesia, mi dà del lei, rispondo alla stessa maniera. Mi prepara le tre vaschette di cibo richieste e rimane in attesa: “Non prendo altro. Grazie mille, gentilissima. Arrivederla.” La giovane donna gongola, mi ringrazia a sua volta e unisce le mani nel gesto della preghiera. “Sempre sia lodato” le dico, e aggiungo subito dopo “il Dark Lord”

praying hand

Jimmy Page (1973 - photo Neil Preston)

Il Dark Lord (1973 – photo Neil Preston)

Poco più in là al reparto frutta, intento a scegliere mirtilli, arance e mele. Una anziana signora è ferma col carrello vicino a me. Non sembra male in arnese, ma non è vestita benissimo, capi indossati senza continuità cromatica o stilistica, un cappottone sopra ad una giacca sportiva, pantalonacci casual, scarpe ginniche generiche. E’ al telefono, la sento concludere con un ” ...e smetti di telefonare, rompicoglioni!”. E getta il cellulare nella borsa. Un figlio troppo premuroso, un o una amante geloso/a, un consanguineo, un o una amico/? Chi lo sa, come dice Vasco “ognuno in fondo perso dentro ai cazzi suoi”.

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Una volta lasciato il reparto frutta mi appresto ad affrontare la parte di supermercato in cui ancora non sono passato. Incrocio lo sguardo con la cassiera slava (ma magari è albanese e dunque non lo è) che ormai mi conosce.

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Mi fa un cenno d’intesa e mi strizza l’occhio. Non pensavo fossimo così in confidenza.

Confidenza

◊ ◊ ◊

L’ANGOLO DELLA POSTA – MOTOR CITY 1 (The Polbi Blues Experience)

Scambio di whatsapp tra me e il Scylla boy, lo strettonauta.

Polbi “Wayne Kramer degli MC5 una volta sciolta la band diventò un tossico spacciatore a tempo pieno. Lo arrestarono e fece diversi anni in galera. Una volta uscito riprese logicamente a suonare e ora da qualche anno ha un progetto di musica nelle carceri per i detenuti. Per finanziare questa iniziativa ha fatto questa cover di un brano storico degli MC5 con la cantante pop Kesha…sorprendentemente, a me piace molto in questa versione e ho voglia di fartela sentire. Non me ne volere…”

Tim: Mi piace molto. Molto.

Polbi: Wow

Tim: Gran pezzo, grande versione. Uno dei pezzi degli MC5 che amo. Già mi piaceva la versione originale, ma questa, visti i tempi, spacca. Pop senza svendersi. Toghissima.
Polbi: La penso esattamente così.
Tim Tirelli: AEROSMITH e MOTLEY CRUE devono molto a questo pezzo, nella versione originale.

Polbi: non ci avevo mai pensato
Polbi: comunque anche per me è uno dei loro pezzi preferiti
Tim: ci sono dentro almeno 10 pezzi degli Aero!
Polbi: ma pensa te
Tim: è un pezzo bellissimo. Scritto bene, articolato ma senza sbrodolature, un momento di magico songwriting.
Polbi: sì, una benedizione arrivata a Wayne Kramer
Tim: beh, il primo degli Aero – che detto per inciso non è un gran disco … siamo già nel 1973 – è di derivazione MC5 / Stooges e Yardbirds.
Polbi: sì mix con Stones e NY Dolls forse …
Polbi: poveri MC5 che destino disgraziato
Tim: ad esempio l’arpeggio di chitarra di I DONT’ WANNA MISS A THING degli Aerosmith (non scritta da loro) è pressoché uguale e anche direi in CRAZY ci sono passaggi di chitarra molto simili … è indubbio
Polbi.: non so se stai prendendo Blow Up. È molto diversa da prima e ormai ci scrivono tanti in gamba orfani di altre riviste. Ultimo numero se vuoi con il primo libro scritto sugli MC5 in Europa dal mio amico Roberto Calabro’. Non avevo assolutamente mai pensato alla connessione con Aero ma sicuramente hai ragione …! Interessante…
Tim: vatti a risentire il primo, di chiarissima derivazione
Polbi: non credo di averlo qui in cd o vinile ma provvedo subito con internet….
Tim: poi già dal secondo virarono su un rock più classico (GET YOUR WINGS 1974 – per me meraviglioso) ma vengono da lì, dagli Yardbirds e dal british blues.
Polbi: sì il primo Aero è forse un po’ fiacco…ci sento MC5 Yardbirds e quello che non mi piace molto dei NY Dolls
Polbi: certe band americane dal vivo erano una potenza ma in studio forse per scarsa produzione o che so io, erano mosce e appiattite. Il secondo MC5, il primo Aero, il primo BOC, anche NY Dolls…esempi di quello che vorrei dire
Tim: produzione sì. Budget basso e produttori non all’altezza
Polbi: ecco. Sono dischi che potevano essere tutt’altro…

◊ ◊ ◊

SERIE TV e FILM

The Silent Sea – serie TV coreana del 2021. Non essendo abituato a produzioni asiatiche ho faticato un pochino ad adattarmi, ma il soggetto non è niente male, il genere mi piace e la protagonista ha un un’anima tormentata. – TTT½

SERIE TV THE SILENT SEA

AFTER LIFE – serie TV del Regno Unito del 2019 col grandissimo Ricky Gervais – TTTTT

Umorismo nerissimo, drammi umani, padre con l’alzheimer, ateismo, blues estremo … serie TV da vedere assolutamente. Avevo provato ad iniziarla diverse volte, ma dopo10 secondi puntualmente cambiavo. Vedere una serie basata su di un uomo che perde la propria compagna non mi va, mi dicevo. Poi, sulla chat del mio gruppo di amici (The Clarksdale Rebels), Liso scrive:

“Sono arrivato tardi…come sempre ….ma la serie più bella è After Life con Ricky Gervais, idolo …trovare un senso a questo caos per andare avanti, per continuare a vivere ed evitare così il precipitare in una depressione che come fine ha solo quello di interrompere la vita stessa. Mai nessuna serie mi ha entusiasmato tanto … mio parere ovviamente”.

Aveva ragione!

After Life

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FILM

I SEGRETI DI WIND RIVER – film di produzione USA, CANADA, UK del 2017 – TTT½

Il filone è quello della frontiera americana contemporanea, il panorama è quello innevato dello Wyoming, specificatamente quello della riserva indiana Wind River. Un po’ western, un po’ thriller, un po’ dramma. Niente male davvero.

film wind river

THE MAURITIAN – film del 2021 di produzione USA/UK. Tratto da una storia vera. – TTTT

I 14 terribili anni passati nelle carceri di Guantanamo da un innocente. E gli americani che parlano di diritti umani calpestati in altre nazioni!

locandina The mauritian

RADIOACTIVE – GB 2019 – TTTT

La storia delle scoperte scientifiche e della relazione sentimentale dei fisici Marie e Pierre Curie, entrambi premiati con il premio Nobel per la fisica. Bel film sulla grande Maria Salomea Sklodowska.

RADIOACTIVE film

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NOTIZIE DAL MONDO DEL ROCK: Led Zeppelin – Live in New York, NY (June 10th, 1977) – 8mm film (Source 2) (NEW FOOTAGE)

Ieri è stato caricato su Youtube un filmato dei LZ di sei minuti mai apparso prima E relativo ad una delle sei date consecutive al Madison Square Garden nel giugno 1977. Malgrado sia un filmato amatoriale e sia formato da spezzoni, è uno dei ritrovamenti più eccitanti di questi ultimi anni. In alcuni momenti l’immensa grandezza dei LZ esplode in tutta la sua energia cosmica. Il martello degli dei, cazzo.

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SUL PIATTO DELLA DOMUS

Larks' Tongues in Aspic

off the record The Sweet

peter green the anthology

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OUTRO

L’inverno è ancora lungo, il freddo durerà per un altro bel po’. Qui alla Domus abbiamo avuto una spolverata di neve tre settimane fa e poco altro

Domus Saurea - 9 gennaio 2022 - Foto TT

Domus Saurea – 9 gennaio 2022 – Foto TT

per il resto, come abbiamo detto, nel pezzo d’Emilia in cui vivo soprattutto nebbia e temperature sotto zero. Non mi resta che ripararmi – in pausa pranzo – nella Sala Blues della azienda in cui lavoro, cercando di scaldarmi con certi long playing

Sala Blues - foto Tim Tirelli 2021

Sala Blues – foto Tim Tirelli 2021

Sala Blues - foto Tim Tirelli 2021

Sala Blues – foto Tim Tirelli 2021

e sfogliando sul cellulare gli album dei ricordi.

Tim Tirelli Radio Blues 1997 - da sx a dx David Bowie Aka Athos Bottazzi TT John Paul Cappi Mixi Croci

Tim Tirelli Radio Blues 1997 – da sx a dx David Bowie (aka Athos Bottazzi ), TT, John Paul Cappi, Mixi Croci.

In attesa della primavera andiamo avanti confidando nel Dark Lord. Che continui a vegliare su noi tutti.

The Dark Lord - Jimmy Page

Hiss Golden Messenger “Quietly Blowing It” (2021 – Merge Records) – TTT¾

25 Gen

Questo disco mi è stato segnalato dal mio amico e Rock scriba extraordinaire Donato Zoppo, come spesso capita io e Don siamo sintonizzati sulle stesse lunghezze d’onda dunque eccoci qua a parlare di quello che mi sembra un buon disco.

Genere “americana” sebbene in giro venga definito anche come “alternative country” and “country rock”, due etichette da cui di solito sto alla larga.

Gruppo del North Carolina, formatosi nel 2007, guidato da MC Taylor e, in seconda battuta, da Scott Hirsch. Questo è il loro 12esimo album da studio. C’è un po’ di tutto nel calderone degli HGM, influenze varie che rendono la proposta appetibile.

Hiss Golden Messenger - Quietly Blowing It (2021)

Way Back in the Way Back mostra sin da subito che ci sono conti da saldare con Bob Dylan, nel cantato  è evidente, detto questo è un buon pezzo, bell’andamento, bei fiati, chitarre per intenditori. The Great Mystifier utilizza un gradevole canovaccio tradizionale, Mighty Dollar è il pezzo in minore, tempo ostinato, a tratti echi dei Fleetwood Mac (era Buckingham Nicks), intrecci delle chitarre piuttosto belli.

Quietly Blowing It è lenta, su di essa la lap steel guitar incastona pietre preziosissime. Uno di quei pezzi a cui gli uomini di blues come noi non sanno resistere. Il brano proviene da quella fonte a cui si sono abbeverati in tanti, anche i non americani (Rolling Stones, Van Morrison, etc etc). Chitarre meravigliose, organo incantevole, atmosfera delicata.

In It Will If We Let It voce e chitarra danno il via a un quadretto dalle sfumature soul, Hardlytown mostra in modo esplicito l’amore di MC Taylor per Bob Dylan, è sufficiente dare una occhiata al video per capirlo.

If It Comes in the Morning rimane su canoni simili, ed è una canzone sospesa, densa e rada, piena di umanità, guidata da sentimento indefinito che ci porta tutti verso i colori pastello e un po’ malinconici di un tramonto americano un po’ sbiadito.

Glory Strums (Loneliness of the Long-Distance Runner) non è male, ma col suo arrivo si inizia ad affrontare il già sentito … il genere come sappiamo non è che offra una gamma compositiva articolata, dunque all’interno dello stesso disco posso capitare momenti come questo. Chitarre acustiche per Painting Houses, ancora i colori tendono a essere gli stessi, è facile faticare a distinguere i motivetti, tuttavia tra mandolini, chitarre e richiami a The Band ci si bea ugualmente di questa indolenza musicale. Angels in the Headlights è obliqua, un’acustica, un pianino, una lap steel, un cantato appena abbozzato.

Il lavoro si chiude con Sanctuary, la più dylaniana di tutte.

Bel disco, quattro/cinque i pezzi notevoli. Potrebbe piacere a chi ha amato i brani più roots dei Black Crowes.

Credits

01 Way Back in the Way Back
02 The Great Mystifier
03 Mighty Dollar
04 Quietly Blowing It
05 It Will If We Let It
06 Hardlytown
07 If It Comes in the Morning
08 Glory Strums (Loneliness of the Long-Distance Runner)
09 Painting Houses
10 Angels in the Headlights
11 Sanctuary

Released June 25, 2021Produced by M.C. Taylor

M.C. Taylor – Acoustic & Electric Guitar, Singing
Alex Bingham – Bass, Synthesizer
Chris Boerner – Electric Guitar
Stuart Bogie – Saxophone
Matt Douglas – Saxophone
Griffin Goldsmith – Singing
Taylor Goldsmith – Singing
Brevan Hampden – Drums, Percussion
Devonne Harris – Piano, Hammond Organ, Wurlitzer, Clavinet
Scott Hirsch – Lap Steel Guitar, Synthesizer
Josh Kaufman – Acoustic & Electric Guitar, Mandolin
Matt McCaughan – Drums, Percussion, Synthesizer
Buddy Miller – Electric Guitar
Sonyia Turner – Singing
James Wallace – Piano
Zach Williams – Singing

All songs written by M.C. Taylor with the exception of “If It Comes in the Morning” by Taylor and Anaïs Mitchell and “Painting Houses” by Taylor and Gregory Alan Isakov. M.C. Taylor/Prophecy Connection, BMI. Copyright 2021.

Recorded at Overdub Lane, Durham, NC, by Chris Boerner, with assistance from Luc Suèr. Additional recording by Scott Hirsch at Echo Magic, Ojai, CA; Matt Douglas at The Shed, Raleigh, NC; Stuart Bogie at Starr Sound, Brooklyn, NY; James Wallace at The Old Pillow, Durham, NC; Josh Kaufman at The Boom Boom Room, Kingston, NY; and M.C. Taylor at Dad’s Bar & Grill, Durham, NC.

Mixed by Scott Hirsch at Echo Magic, Ojai, CA.

Mastered by Chris Boerner at The Kitchen Mastering, Carrboro, NC.

Pretenders – Pretenders II (Deluxe Edition) (1981/2021WM UK) – TTTT

12 Gen

Nel 1979 i primi singoli dei Pretenders, ero nella fase finale dell’adolescenza, il rock classico pompava fortissimo dentro me ma ero anche figlio del mio tempo: il punk (Damned e Ramones in primis), la new wave (Devo), il nuovo rock (Police, Joe Jackson, Blondie, Dire Straits, Graham Parker & The Rumours ). Dal Regno Unito, soprattutto, arrivavano nomi nuovi quasi ogni settimana, era musica che allora mi appariva in bianco e nero, accecato com’ero dal technicolor delle grandi band degli anni settanta che però ormai iniziavano a segnare il passo, ma alcuni di quei nuovi gruppi e artisti facevano breccia dentro di me, quelli il cui songwriting si rivelava vincente. Il primo disco dei Pretenders (dicembre 1979) fu un successone, primo in UK, nei primi 10 in USA, tantissime copie vendute e almeno quattro pezzi in rotazione continua nelle radio FM: Stop Your Sobbing, Kid, Brass In Pocket, Precious. 

Il secondo album non ebbe l’impatto del primo ma fu comunque un successo: top 10 sia in UK che in USA è fu l’ultimo registrato con la formazione originale, il chitarrista James Honeyman-Scott e il bassista Pete Farndon infatti morirono purtroppo due anni dopo. E’ uscita da poco l’edizione di lusso in occasione del quarantennale, motivo per parlare del disco qui sul blog.The Adultress si rifà alla formula del Rock che andava in quegli anni, tempo serrato, pochi fronzoli sulla chitarra, basso lineare, sfacciataggine (tra l’altro il titolo significa La Adultera). James Honeyman-Scott è stato un chitarrista che mi piaceva e seguire il suo lavoro mi dà ancora soddisfazione. Anche Bad Boys Get Spanked prosegue sulla scia del Rock di quel tempo. Message of Love fu il secondo singolo, finì per sfiorare la Top 10 del regno Unito; bel rock, non banale e con un buono sviluppo. Il fascino di Chrissie Hynde fa il resto.

I Go To Sleep fu uno degli ultimi singoli, quello che arrivò più in alto nella classifica inglese. Il pezzo è di Ray Davies (come d’altronde Stop Your Sobbing presente sul primo album) e i Pretenders ne danno una versione convincente.

In Birds of Paradise le chitarre definiscono lo stile tipico del gruppo nei brani meno duri. Talk Of The Town fu il primo singolo, un bel rock melodico e sfumato scritto da Chrissie che arrivò nella Top ten in UK.

Pack It Up è più vicina a certe cose del Punk inglese degli anni settanta, scritta da Chrissie Hynde e James Honeyman-Scott funziona alla grande; Waste Not Want Not invece sa di new wave con una spruzzata di reggae e anche questo è un pezzo meritevole. Day After Day è di nuovo scritta dalla coppia Chrissie Hynde James Honeyman-Scott, bel giretto di chitarra, buon ritmo e l’incanto aggiunto dalla Hynde. Jealous Dogs è anch’esso un episodio degno di stare sull’album, sul finire un assolo di chitarra per così dire tradizionale, magari non complicato ma che ci sta a pennello. The English Roses è l’ennesima canzone azzeccata, anche questa contiene un assolino di chitarra canonico niente male. Louie Louie chiude l’album con una carica notevole. Rhythm and blues, ska, fiati, rock … tutto si mescola. Honeyman-Scott alla solista convince.

Un bel disco dunque, fresco, energico, efficace, con belle chitarre e belle canzoni.

I due cd di materiale bonus sono piuttosto ricchi, tra versioni demo, missaggi alternativi, e pezzi live.

What You Gonna Do About It se non ricordo male uscì come flexi-disc nel 1981, l’arrangiamento è simile a Everybody Needs Somebody To Love. In The Sticks è uno strumentale che apparve sul lato B del singolo Louie Louie.

Dal vivo nel 1980 il gruppo aveva un approccio punk, nel 1981 sembrava esserci qualcosa di più articolato, tuttavia essendo una band che non concedeva tanto alla musicalità come la si intendeva negli anni settanta, il materiale live va accolto nella sua semplicità così come è. Detto questo sottolineo una volta ancora che seguire il lavoro di Honeyman-Scott alla chitarra per me è sempre piacevole.

Buona deluxe edition, l’album originale in sé è di valore.

Tracklist
CD1
1. The Adultress (2018 Remaster) (3:58)
2. Bad Boys Get Spanked (2018 Remaster) (4:07)
3. Message of Love (2018 Remaster) (3:25)
4. I Go to Sleep (2018 Remaster) (2:57)
5. Birds of Paradise (2018 Remaster) (4:15)
6. Talk of the Town (2018 Remaster) (2:44)
7. Pack It Up (2018 Remaster) (3:51)
8. Waste Not Want Not (2018 Remaster) (3:45)
9. Day After Day (2018 Remaster) (3:47)
10. Jealous Dogs (2018 Remaster) (5:37)
11. The English Roses (2018 Remaster) (4:30)
12. Louie Louie (2018 Remaster) (3:29)

CD2
1. Talk of the Town (Demo) (2:49)
2. What You Gonna Do About It (2:42)
3. I Go to Sleep (Guitar Version) [Outtake] (3:00)
4. Pack It Up (Radio Mix) [Outtake] (3:52)
5. Day After Day (Single Mix) (4:00)
6. In the Sticks (2:39)
7. Louie Louie (Monitor Mix) (3:33)
8. Precious (Live in Central Park, August 1980) (3:28)
9. Space Invader (Live in Central Park, August 1980) (2:42)
10. Cuban Slide (Live in Central Park, August 1980) (4:37)
11. Porcelain (Live in Central Park, August 1980) (4:17)
12. Tattooed Love Boys (Live in Central Park, August 1980) (3:47)
13. Up The Neck (Live in Central Park, August 1980) (5:43)

CD3
1. The Wait (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:19)
2. The Adultress (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:06)
3. Message of Love (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:30)
4. Louie Louie (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:48)
5. Talk of the Town (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:19)
6. Birds of Paradise (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:15)
7. The English Roses (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:50)
8. Stop Your Sobbing (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:40)
9. Private Life (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (7:06)
10. Kid (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:41)
11. Day After Day (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:49)
12. Up the Neck (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (6:02)
13. Bad Boys Get Spanked (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:15)
14. Tattooed Love Boys (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:41)
15. Precious (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (5:03)
16. Brass in Pocket (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (3:19)
17. Mystery Achievment (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (5:31)
18. Higher and Higher (Live in Santa Monica, Sept. 1981) (4:22)

  • Chrissie Hynde — lead vocals, rhythm guitar
  • James Honeyman-Scott — lead guitar, keyboards, backing vocals
  • Pete Farndon — bass guitar, backing vocals
  • Martin Chambers — drums, backing vocals
  • Chris Mercer — tenor saxophone
  • Henry Lowther, Jim Wilson — trumpets
  • Jeff Bryant — French horn
  • Chris Thomas — sound effects

 

  • Bill Price — recording
  • Gavin Cochrane — front cover photography

La nebbia ai lisci piani piovigginando cade

4 Gen

Nebbia, nient’altro che nebbia. Sono due settimane che non vediamo altro, immersi come siamo in un impasto di goccioline di acqua liquida o cristalli di ghiaccio sospesi in aria. Qui in Valpadana a volte ci sembra di essere nel regno delle tenebre.

nebbia in valpadana

nebbia in Valpadana

Il fatto è che passare le vacanze natalizie in questo contesto non è il massimo: la nebbia per quanto faccia parte del nostro DNA ed abbia un indiscusso fascino (specialmente per noi donne e uomini di blues), poi sfilaccia la volontà, schiaccia verso il basso, costringe ad una situazione di stallo.

Sembra di vivere in una bolla, bianca durante il giorno, nera alla notte, nessun orizzonte, nessun paesaggio, solo questa membrana impalpabile che gonfia la testa.

Luzzara (RE) – foto di Emanuele Caleffi

A volte arriva quasi all’improvviso, sospinta da un vento maligno

Muro di nebbia su Modena – credit: Osservatorio Geofisico di Modena

ricopre le città, i paesi, le campagne e a noi non rimane che arrenderci e stenderci sotto quel mantello freddo e umido cercando di trovare gli aspetti positivi del fenomeno, d’altra parte con la nebbia anche i blues più vividi si fanno sfumati e magari ci si metti a cercare film da guardare con più impegno.

◊ ◊ ◊

Nomadland di Chloé Zhao, con Frances McDormand – USA 2020 – TTTT½

La trama: Dopo aver perso il marito e il lavoro durante la Grande recessione, la sessantenne Fern lascia la città industriale di Empire, Nevada, per attraversare gli Stati Uniti occidentali sul suo furgone, facendo la conoscenza di altre persone che, come lei, hanno deciso o sono state costrette a vivere una vita da nomadi moderni, al di fuori delle convenzioni sociali.

Qualcuno ha scritto: “Un poetico studio dei personaggi sui dimenticati e gli emarginati, Nomadland cattura splendidamente l’irrequietezza seguita alla grande recessione”

Film splendido.

The Unforgivable – Regia di Nora Fingscheid,  con Sandra Bullock, Jon Bernthal, Vincent D’Onofrio, Viola Davis, Richard Thomas, Aisling Franciosi. Gran Bretagna, Germania, USA, 2021 – TTT+

Discreto film drammatico sul difficile reinserimento in società dopo il carcere. Il finale e alcuni escamotage narrativi non sono inaspettati, ma tutto sommato il film si lascia guardare.

Don’t look Up – Regia di Adam McKay, con Timothée Chalamet, Leonardo DiCaprio, Melanie Lynskey, Jennifer Lawrence, Cate Blanchett. Cast completo Genere Commedia, – USA, 2021 – TTT¾

Tra i più visti su Netflix, questo film genera reazioni discordanti, chi lo apprezza, chi lo odia. Il soggetto è trito e ritrito, ma l’esposizione critica del sistema umano in cui viviamo è da apprezzare.

Una Relazione – di Stefano Sardo. Con Guido Caprino, Elena Radonicich, Thony, Freddy Drabble, Giacomo Mattia – Italia 2021 – TTT¾

Il protagonista è un musicista songwriter di 44 anni, dunque uno che vive e respira – musicalmente – gli anni novanta, nonostante questo potrebbe essere uno di noi: insoddisfatto, pieno di blues emotivi, piscia sui manifesti che reclamizzano “concerti” trap, scrive canzoni niente male … i film italiani di questo tenore mi piacciono sempre.

 ◊ ◊ ◊

Oltre ai film, reimpariamo a suonare qualche nostro vecchio pezzo stimolati dai recenti apprezzamenti fatti dal presidente della azienda in cui lavoriamo; riprendere in mano la Les Paul, risuonare certi licks introduttivi, ci riporta a sensazioni passate quando ci  si illudeva di essere chitarristi.

Dalla finestra guardiamo la nebbia trasformarsi in foschia, posiamo la Gibson, facciamo ripartire la musica, che oggi significa mettere i Weather Report, musica dilatata che ben si adatta al … ehm … bollettino meteorologico odierno.

Dopo tre ore di Zawinul con i suoi amichetti occorre però qualcosa che ci riporti sulla terra e chi se non il vecchio Jimbo in versione smandrappata?

Qualcosa magari di più semplice ma che siamo sicuri ci dà soddisfazione.