Antonio Manzini “Fate il vostro gioco” (Sellerio 2018) – TTTTT

21 Mag

 

Altro magistrale episodio della saga del viceispettore Rocco Schiavone, e ancora mi chiedo come faccia Manzini a mantenere un livello così alto. Che talento, ragazzi!

Pag 182: “Ci sono delle regole, imbecille, e te non le conosci, questo è chiaro. E adesso ti dico il decalogo Schiavone, apri bene le orecchi e metti a memoria. Non si ruba sul luogo di lavoro, non si ruba negli spogliatoi di una palestra, non si ruba ai ragazzini,, alle mamme, ai vecchi e si ruba ai ladri, ai corrotti, ai figli di puttana e ai mercenari. Non si ruba alle mignotte, si ruba ai papponi, non si rubano le pensioni, si svaligiano le banche, ammesso che hai i coglioni e sai fare un lavoro pulito. Non si ruba al tossico, si ruba al fornitore. Non si ruba il portafogli del cadavere, ma quello dell’omicida. E soprattutto quando si ruba, se si vuol rubare, non ci si fa beccare.”

Pag 250: “Non ci vuole niente a morire, lo sapeva, eppure, nonostante gli esseri umani vivano su un baratro ogni giorno della loro vita, fanno finta di niente.”

Pag 289: “Rocco si chiedeva sempre perché la gente negli alberghi si comportasse come se fosse drogata di ecstasy nel mezzo di un rave party. Chi a casa sua butta i vestiti per terra o lascia il bagno un immondezzaio e gli asciugamani sparsi come se ci fosse stata un’evacuazione? E soprattutto a colazione mangia quanto un sommergibilista russo dopo sei mesi di profondità marine? Gli italiani soprattutto, che al massimo consumavano due biscotti ed un caffè, negli alberghi spazzolavano uova, prosciutto, fagioli, plumcake, formaggio e sei marmellatine con quattro pagnotte al sesamo.”

Fate il vostro gioco Manzini

Sinossi

https://www.lafeltrinelli.it/libri/fate-vostro-gioco/9788838938283

Non ci abbiamo capito niente, Deruta. Forza, al lavoro».
Due coltellate hanno spento la vita di Romano Favre, un pensionato del casinò di Saint-Vincent, dove lavorava da «ispettore di gioco». Il cadavere è stato ritrovato nella sua abitazione dai pochi vicini di casa dell’elegante palazzina, e serra in mano una fiche, però di un altro casinò. Rocco Schiavone capisce subito che si tratta «di un morto che parla» e cerca di decifrare il suo messaggio. Si inoltra nel mondo della ludopatia, interroga disperati strozzati dai debiti, affaristi e lucratori del vizio, amici e colleghi di quel vedovo mite e ordinato. Individua un traffico che potrebbe spiegare tutto; mentre l’ombra del sospetto sfiora la sua casa e i suoi affetti. Ed è ricostruendo con la sua professionalità la tecnica dell’omicidio, la scena del delitto, che alla fine può incastrare l’autore. Ma il morto è riuscito a farsi capire? Forse non basta scavare nel passato: «Favre ha perso la vita per un fatto che deve ancora accadere».
Il successo dei libri di Antonio Manzini deve probabilmente molto al loro andare oltre la semplice connessione narrativa tra una cosa (il delitto) un chi (il colpevole) e un perché (il movente). Con le inchieste del suo ruvido vicequestore, Manzini stringe il sentire del lettore a una vicenda umana complessa e completa. Così i suoi noir sono in senso pieno Romanzi, racconto delle peripezie di un personaggio che vale la pena di conoscere, sentieri esistenziali. Sono, messi uno dietro l’altro, la storia di una vita: Rocco Schiavone, un coriaceo malinconico che evolve e cambia nel tempo, mentre lavora, ricorda, prova pietà e rabbia, sistema conti privati e un paio di affari. Sicché, in Fate il vostro gioco, il vicequestore riconosce apertamente un semifallimento: ha smascherato il criminale ma troppe cose non tornano. Resta un buco nella sua consapevolezza che gli rimorde come una colpa, e deve colmarlo. Lo farà, si ripromette, la prossima volta e, per il lettore, nella prossima avventura.

 

Rocco Schiavone sul blog:

https://timtirelli.com/2021/02/14/antonio-manzini-pulvis-et-umbra-sellerio-2017-ttt%c2%bd/

https://timtirelli.com/2020/11/06/antonio-manzini-7-7-2007-sellerio-2016-ttttt/

https://timtirelli.com/2020/09/15/antonio-manzini-era-di-maggio-sellerio-2015/

https://timtirelli.com/2019/10/05/antonio-manzini-non-e-stagione-sellerio-2015-2018-tttt/

https://timtirelli.com/2019/05/16/antonio-manzini-la-costola-di-adamo-sellerio-2014-2018/

https://timtirelli.com/2019/04/21/antonio-manzini-pista-nera-sellerio-2013-2018/

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -II- Castles Made Of Sand

16 Mag

di Tim Tirelli

Io e Michela ce ne stiamo in un tavolino un po’ in disparte, i Jedi Del Liscio stanno suonando una cover di Luna Messicana di Castellina Pasi e io, sotto la luna emiliana che abbiamo sopra alla testa in questa calda serata estiva, sento di essere preda della pulsione che in genere viene definita innamoramento. Cerco di analizzare il coinvolgimento emotivo che scuote ogni parte di me, quello stato febbrile composto da attaccamento, amore romantico e desiderio sessuale. Guardo Michela e tutto quello che voglio è stare con lei. Al tempo stesso sono un po’ restio nel rivelarmi completamente, stare con una regina del rock and roll non è esattamente una passeggiata, una donna così può far venire a galla le tue insicurezze, mi dico che è meglio tenere un atteggiamento un po’ distaccato, ma il problema è che spesso non ne sono capace. Cerco di non guardarla negli occhi, tanto tempo addietro una ragazza con cui stavo mi disse che il mio sguardo era limpido come un laghetto di montagna, ma come si fa ad evitare di perdersi in quel verde diamante quando si è così innamorati? Infatti Michela scopre il mio gioco, appoggia il bicchiere di mojito sul tavolino, avvicina le labbra alle mie e con un sorrisetto ironico mi dice “sì, ti amo anche io”.

Penny con la sua fisarmonica ora è alle prese con “Tutto Pepe”, la celeberrima polka scritta da Roberto Giraldi in arte Castellina (dalla omonima frazione del comune di Brisighella di Ravenna in cui nacque). Giraldi insieme al sassofonista Pasi e alla cantante Irene Vioni, fu una delle figure più importanti del liscio emiliano romagnolo, il loro gruppo – Castellina Pasi – fu senza dubbio l’ensemble principe di questo genere musicale. Penny è cresciuta con questa legacy nel sangue, i suoi genitori sono stati grandi ballerini di liscio, per continuare a vivere da musicista professionista formare un gruppo di liscio come si deve è stato naturale. E’ lei la star indiscussa e la sua fisarmonica lo strumento principale, oltre a questo vi sono voce, chitarra, basso, batteria, tastiera e clarino/sassofono; vietata ogni base. Ammiro molto Penny per questo, sta rivitalizzando un genere e una cultura ormai ridotta ad immondizia da mille gruppetti di tre/quattro persone che fanno finta di suonare seguendo basi di basso livello. Stasera qui alla Festa dell’Unità di Bosco Albergati c’è il pienone, non si trova un tavolino libero, la grande pista da ballo di fronte al palco è piena di coppie che danzano. Gli applausi del pubblico e dei ballerini sono fragorosi, come non si sentiva da tempo sui palchi del liscio, Penny sorride soddisfatta. Lo fa per sopravvivere, ma vuole ugualmente che la sua sia una proposta di qualità. Le hanno persino chiesto di registrare un disco, ma lei è molto restia, il suo unico vero interesse è il nostro gruppo Rock.

Già, sopravvivere di musica di questi tempi significa adattarsi, e farlo senza svendersi e tenere un livello dignitoso è uno sport estremo. A me piace quando i musicisti suonano soltanto nei gruppi di riferimento, trovo disdicevole che tutti ormai suonino con tutti pur di allargare la loro possibilità di fare serate; capisco la necessità ma così si snatura l’identità del gruppo principale di cui si fa parte, si disperde energia che andrebbe messa nel progetto, si toglie la particolarità al proprio gruppo, si finisce per diventare mestieranti.

Penny ci ha comunque chiesto il permesso prima di mettere in piedi i Jedi, non potevamo che approvare, aveva davvero necessità di trovare altre entrate; il nostro gruppo è una società divisa in tre parti uguali, gli introiti vengono divisi equamente, ma essendo io il compositore principale ho entrate che gli altri non hanno e comprendo le loro difficoltà, già è difficile per me figuriamoci per loro due. Credo mi siano comunque grati per aver dato questa impostazione alla nostra unione musicale, i solisti di solito si contornano di gente a libro paga, ma io tengo molto al concetto di gruppo, come dice il mio amico Davide Riccadonna “sono i gruppi ad aver creato la musica Rock”. Prendiamo le decisioni insieme e non abbiamo mai avuto grandi problemi, magari il mio voto ha una sfumatura più intensa, è fisiologico che all’interno dei gruppi qualcuno che diriga debba esserci, ma Gio e Penny non sono certo comprimari, sono parte integrante della band, senza di loro gli Aramis Reinhardt And sarebbero il solito trio Rock Blues, formato che io proprio vorrei evitare. A volte lo siamo, sia chiaro, ma solo perché decidiamo di esserlo.

Salutiamo Penny, le faccio i complimenti e ci diamo appuntamento su quello stesso palco tra due giorni. Ci fermiamo a prendere un gelato, un’ultima passeggiata tra il verde di Bosco Albergati e risaliamo in macchina diretti a Modena. La via Emilia è quieta, lo stereo della macchina è in riproduzione casuale, Billy Joel, JJ Cale, Skip James, Robert Palmer, le luci della città brillano mentre noi le attraversiamo scivolando.

Michela abita in un palazzo signorile a poche decine di metri dal centro storico della città, dove via Jacopo Berengario diventa delta e si versa sulla via Emilia. Mi bacia e mi dice “Spero di riuscire a venire sabato sera, mi piace sempre un sacco vederti dal vivo”.

La guardo aprire il cancello ed entrare, alta quanto me, portamento disinvolto, una sorta di amazzone dedita al rock and roll. Laurea breve alla Sapienza in Ingegneria Aerospaziale, il master in ingegneria meccanica presso la Delft University of Technology e il PhD in Ingegneria Aerospaziale sempre presso la Delft University of Technology, nei Paesi Bassi. Due anni di lavoro in Olanda e ora una delle punte di diamante della Reggiani Industries, l’azienda del padre, tuttavia è ben decisa a non mollare il rock and roll. Che femmina!

Sabato sera, Bosco Albergati, ore 21:30, salgo sul palco, davanti alcune centinaia di persone. Come sempre capita ci sono quelli venuti per le nostre canzoni, quelli che sono qui per i Led Zeppelin, chi invece è qui per il Rock Blues, chi per l’Hard Rock, infine chi è qui per caso. Penny e Gio si sono sempre lamentati del fatto che l’elenco di brani da preparare è lungo, che sono troppi i pezzi da tenere in mente, ma io non mollo, creo le scalette a seconda del mood del giorno. Essendo un grande appassionato della musica Rock ho sempre ascoltato molti dischi dal vivo e bootleg dei grandi gruppi anni settanta e uno degli aspetti meno piacevoli è sempre stato constatare quanto fossero sempre uguali le scalette all’interno dello stesso tour.

L’estate che descrive questa bella notte, gli alti alberi tutt’intorno, le risate della gente, chiudo gli occhi e mi sembra d’essere in uno di quei festival fine anni settanta, che so al Day On The Green che si teneva all’Alameda County Coliseum di Oakland o al Texxas Jam del 1978 che prese vita al Cotton Bowl di Dallas con Van Halen, Heart, Mahogany Rush, Aerosmith.

Dopo l’assolo di Rock And Roll dei Led Zeppelin rialzo la testa e scorgo, sul lato sinistro dell’arena davanti al palco, Michela con Giorgia, la sua chitarrista. L’ultimo “lonely lonely lonely lonely lonely … time” e parto subito col riff di Tie Your Mother Down. Il pubblico inizia a muoversi a ritmo, l’effetto è notevole, simile a una grossa ondata di un mare minaccioso nella notte nera. Seguono Bellezza D’Aria Pura, Silver Train dei Rolling versione Johnny Winter, Fabbro Ferraio e Il Gioco. Controllo l’accordatura della mia Les Paul n.1, mi avvicino al microfono e “we got an old rock and roll number… something that goes way back … it’s called I’m a King Bee, baby…”. Tre svisate di chitarra e inizio con l’irresistibile riff di Frank Marino.

https://www.youtube.com/watch?v=q_JBdjtc5RQ

I’m A King Bee è un vecchio blues di Slim Harpo del 1957 riproposto in maniera sublime da Frank Marino & Mahogany Rush nel loro album Live del 1978 in cui agglomera anche The Back Door Man di Willie Dixon, blues portato al successo da Howlin’ Wolf nel 1960. Il live dei Mahogany Rush in questione è uno dei miei album dal vivo preferiti. In studio Marino è troppo soggetto all’influenza di Jimi Hendrix, ma dal vivo – soprattutto negli anni settanta – era un chitarrista assolutamente godibile. Affrontare questo pezzo nella versione di Frank è sempre stata una sfida per me perché mi spingo al limite delle mie possibilità chitarristiche. Qui Frank Marino è semplicemente stratosferico, oltre alla tecnica sublime e al fraseggio rock blues senza macchia, ci sono aperture jazz che fanno rimanere a bocca spalancata. Giovanni e Penny mi seguono alla grande, evitando l’uso del piatto cosiddetto “china” – che io proprio non sopporto – il lavoro di Gio è molto più godibile di quello di Jimmy Ayoub sul disco originale.

Mentre canto la prima strofa fisso Michela, mi sento sciocco ma in petto mi preme un sentimento dissoluto ….

Well I’m a king bee baby
Buzzing around your hide
Well I’m a king bee, babe
Buzzing around your hide
Well we can make honey baby
Let me come inside

Più di otto minuti di rock blues infuocato, la gente apprezza molto, alcuni sono in delirio, brani come questo hanno sempre un gran ascendente sui rockettari. Bevo un po’ d’acqua, Giovanni introduce il tempo di Dixie Chicken e allegri ci gettiamo nel groove dei Little Feat. Ci vuole coraggio a proporne una versione senza il pianoforte, ma noi tre a volte siamo folli, e d’altra parte il basso pulsante del pezzo non poteva essere rimpiazzato a dovere dalla pedaliera basso che Penny suona quando è al piano. La gente balla, la luna è gialla, io guardo Michela.

Altri quarantacinque minuti passano in fretta, è ora di chiudere. Il pubblico è generoso, ci rivuole sul palco a tutti i costi. Lo so, si aspettano tutti una chiusura col piombo Zeppelin, ma Penny si siede al piano ed inizia gli accordi di You Are So Beautiful, versione Joe Cocker. La canto con passione e trasporto, il pubblico si emoziona ed applaude, ma io ho occhi solo per Michela, lei capisce che la sto guardando e mi manda un bacio con la mano.

You are so beautiful to me
You are so beautiful to me
Can’t you see

You’re everything I hoped for
You’re everything I need
You are so beautiful to me, to me

https://www.youtube.com/watch?v=WvAr9umnZ54

Allunghiamo il finale, entra la batteria, Penny aggiunge il lavoro sulla pedaliera basso mentre accompagna col piano e io mi lancio in un lungo assolo, forse un po’ enfatico, ma di sicura presa.

Ringraziamo il pubblico, facciamo l’inchino e chiudo il concerto come sono solito fare “New York, goodnight”, il solito giochetto che faccio col mio pubblico al momento dei saluti, una sciocchezza autoironica: servendomi della frase di chiusura usata da Robert Plant nei concerti tenuti dai Led Zeppelin a New York nel luglio del 1973 e immortalata nel film The Song Remains The Same, ironizzo sul fatto che suono alle Feste dell’Unità dell’Emilia per alcune centinaia di persone mentre nella mia testolina penso di essere al Madison Square Garden di New York davanti a ventimila fan.

Anche stasera Michela è venuta con me a Roncadella, mentre scarico l’attrezzatura lei si sdraia sul divanetto del bersò a contemplare le stelle. Da dietro l’alloro la osservo senza farmi vedere … chissà a cosa pensa. Entriamo in casa. Mi butto sotto la doccia, Michela è appoggiata al davanzale della finestra del bagno, contempla la campagna di notte sotto la luna. “Ste, mi parli dei Little Feat? Io non ne so praticamente nulla. Come sei arrivato a loro?”.

Diminuisco lo scroscio dell’acqua e parto con uno dei miei monologhi:

“Quando ero ragazzo qualcuno mi aveva registrato su una cassetta, mi par di ricordare fosse una Basf verde C90 o C120, il live Waiting For Columbus del 1978; all’epoca non ero in grado di percepire tutta la loro grandezza, le sfumature della loro musica, il blend del loro Rock, la raffinatezza ritmica … a quel tempo le mie band americane preferite erano Johnny Winter And, Aerosmith, Van Halen, Edgar Winter’s White Trash, Eagles e ancora Allman Brothers, Heart, Cheap Trick e se vogliamo tra i nomi della nuova ondata Ramones, Devo e Television. Con la maturità arrivarono i mezzi per assorbire musiche più articolate o più rarefatte ma pur sempre pulsanti ed eccitanti. E’ così che i Little Feat si insinuarono nel mio animo, quasi senza che me accorgessi presero possesso del mio DNA e malgrado continuassi ad essere percepito dagli altri come un fan dell’Hard Rock e parlassi poco o nulla di quanto mi stesse capitando, diventai un loro fan. Devi capire Mick che, a parte la musica e le sensazioni, c’era poco da parlare, nessuno dei miei amici di allora aveva dischi dei Little Feat, tutti erano presi dal Rock Inglese e ancora mi chiedo chi è che mi passò quella benedetta cassetta. Ad ogni modo il gruppo si sciolse nel 1979 e dopo poco Lowell George, cantante-chitarrista-compositore principale nonché leader, morì di un attacco di cuore causato dall’uso di cocaina in una stanza d’albergo a Arlington, Virginia. Era il 29 giugno 1979, Lowell aveva 34 anni. Il gruppo aveva avuto un discreto successo, ma di fatto rimase sempre una cult band, durissima trovare in Italia articoli su di loro. Ancora non conoscevo Ricca, che come sai è un altro modenese come me innamorato dei Feat e dei Led Zeppelin.

Dopo tutti questi anni ancora mi scateno al ritmo irresistibile di Dixie Chicken e Fat Man In A Bathtube o finisco per struggermi nel seguire il mirabile quadretto pieno di malinconica speranza di Willin’, manifesto di ogni uomo di blues che si rispetti. Questi tre pezzi sono diventati esempi mirabolanti di musica americana, anzi tre pezzi che sono essi stessi la musica americana, ma quello che mi avvinghia a loro è rappresentato anche dai brani più obliqui, le back roads del loro repertorio tipo Lafayette Railroad o Day Or Night. Comunque è tutto il loro catalogo 1970-1979 a piacermi, il loro Blues, il loro country, il loro Rock, il loro New Orleans feel, persino il loro Jazz Rock, deriva questa che andava poco a genio a Lowell.

https://www.youtube.com/watch?v=d2X69qBR8m8

Amo quasi tutti i membri della formazione più conosciuta: Bill Payne (piano), Sam Clayton (percussioni), Richie Hayward (batteria), Kenny Gradney (basso) ma ovviamente è Lowell George a catturare il mio cuore. Già il nome è molto blues, Lowell deriva dal francese e sarebbe un diminutivo della parola Lupo. Lupetto dunque.

E’ uno dei miei songwriter preferiti, uno dei miei cantanti preferiti, uno dei miei chitarristi slide preferiti e una delle mie rockstar preferite … quell’atteggiamento e quella faccia tra il malinconico, l’incazzato, il pensoso e il I don’t give a fuck è una qualcosa di speciale.

Ora, è facile per il tipo di uomo che sono immedesimarsi in chitarristi il cui fisico possa in qualche modo sovrapporsi al mio …  Jimmy Page, Johnny Winter, Mick Ralphs … ma Lowell George, ragazzotto californiano bene in carne che ha flirtato spesso con la bulimia, ha una costituzione fisica molto diversa dalla mia, eppure  … “

Michela è ammutolita, quasi esterrefatta “Ma tu devi scrivere un libro, il tuo blog e le lezioncine che dai sul Rock non sono sufficienti”.

Già, forse dovrei decidermi a trovare un editore, ma sono sempre stato dell’idea che un musicista dovrebbe fare il musicista e basta, anche se ha qualche altro talento, e non proporsi in altre vesti come blogger, scrittore o regista. E’ vero però che fare i musicisti oggi è complicato ed essere presenti sui social, avere un blog e un canale youtube aiuta a raggranellare qualche entrata in più, così come le “lezioncine” (come le chiama Michela) sulla musica Rock che ogni tanto sono chiamato a tenere.

Estraggo l’album Dixie Chicken dallo scaffale, lo metto sul piatto e faccio scendere la puntina su Roll Um Easy.

“Senti qui Michi” le dico.

“Non mi chiami quasi mai Michi, lo fai solo quando sei sentimentale …” risponde sorridendo.

Le passo il testo della canzone di Lowell George e le dico “ecco vedi, io mi sento sempre così …”

Whoa I am just a vagabond, a drifter on the run
the eloquent profanity, it rolls right off my tongue
And I have dined in palaces, drunk wine with kings and queens
But darlin’, oh darlin’, you’re the best thing I ever seen

Won’t you roll me easy, oh slow and easy
Take my independence, with no apprehension, no tension
You’re a walkin’, talkin’ paradise, sweet paradise

I’ve been across this country, from Denver to the ocean
And I never met girls that could sing so sweet like the angels that live in Houston
Singing roll me easy, so slow and easy
Play that concertina be a temptress
And baby I’m defenseless

Singing harmony, in unison, sweet harmony
Gotta hoist the flag and I’ll beat your drum

https://www.youtube.com/watch?v=b7TLnRThxL0

Le specifico persino che quando Lowell canta sweet paradise il testo potrebbe essere in realtà pair a dice, classico gioco di parole americano. Lei mi guarda in quel suo modo speciale, la mia propensione ai dettagli la diverte sempre molto.

Sono così preso dal pezzo e da Michela che mi aspetto che si metta a suonare la concertina visto che mi sento senza difese e che in questo preciso istante mi sembra proprio che lei sia la cosa migliore che io abbia mai visto.

In realtà Michela sarebbe una donna diversa, ma io tendo a idealizzare le donne con cui sto, plasmandole a immagine e somiglianza della donna ideale che ho in testa.

Finito il pezzo tolgo il long playing, prendo il cofanetto Hotcakes & Outtakes: 30 Years Of Little Feat, inserisco il primo cd e finiamo a letto.

———————

E’ maggio ma fa ancora freddo, piove, il cielo è grigio, imbocco una stradina che mi porta su Corso Vittorio Emanuele, due imbianchini fumano sotto la pioggia mentre dai loro furgoni scaricano all’interno di un palazzo i bidoni di vernice con cui tinteggeranno chissà quale appartamento. I miei pensieri vanno agli ultimi dieci mesi, la fine dell’estate, l’autunno e il lungo inverno; dieci mesi spesi con lei, dalle calde serate estive passate a scambiarci baci e bere rum, ai caldi abbracci dell’autunno e alle domeniche mattina invernali passate sotto alle coperte ad ascoltare musica mentre la neve si posava sui campi.

Tre ore fa ero a casa sua, mi ha chiamato per dirmi che il weekend scorso a Pescara, dopo il concerto del suo gruppo è finita a letto con Giorgia, la chitarrista, e il tipo che stava con lei. Il concerto era andato bene, erano tutti su di giri, avevano bevuto e una volta arrivati in hotel si era lasciata trascinare da Giorgia. Ha impiegato due giorni per trovare la voglia di parlarmi e dirmi che di quella notte non ricorda molto, che le dispiace moltissimo, che non sa cosa le è passato per la testa. Nei suoi occhi un velo di commozione, ma è rimasta comunque lucida, fredda, logica. Non ha cercato scuse, ha riconosciuto l’errore, ha detto che non se lo perdonerà mai, che è comunque innamorata di me e che accetterà ogni mia decisione.

Io sono rimasto immobile, quasi impassibile. Ogni tanto mi capita di non lasciare filtrare emozioni, di estraniarmi dal contesto in cui mi trovo. Sono rimasto seduto, non ho proferito parola e dopo qualche minuto di silenzio me ne sono andato. Ho passato un paio d’ore in macchina per riprendermi dalla botta, mi son detto che son cose che nella vita possono capitare a tutti, figuriamoci in un ambiente come quello del circo del Rock and Roll, ma sapevo che nei tempi a venire avrei patito e mi sarei trovato a camminare su sentieri pieni di sassi e pietre.

Sarei potuto tornare subito a Roncadella, invece eccomi qui, in centro a Modena, in un tavolo all’esterno del mio bar preferito. Un succo d’arancia, un toast, un rum. Passa un conoscente “Ciao Ara, tutto bene?”, alzo il pollice. Sapevo che sarebbe andata così? Che una donna come quella non era esattamente il prototipo di compagna con cui fare progetti? Che cosa cavolo mi aspettavo? Che castelli mi ero costruito in testa? E poi in quel modo … qualche anno prima mi era capitata una cosa simile, possibile che me le andassi a cercare col lanternino?

Il cielo si è fatto più scuro, il freddo insiste, l’abisso su cui si affaccia il mio animo sembra profondissimo; mi alzo, vado alla cassa, mentre faccio per pagare mi accorgo che la radio del bar è accesa, quando sono in questo stato non sento nemmeno la musica e questo la dice lunga, percepisco unicamente i blues feroci che albergano dentro di me. Ma Jimi Hendrix non può passare inosservato, per qualche secondo rimango in ascolto delle trame che la Fender tesse intorno all’amara verità del ritornello: “and so castles made of sand fall in the sea eventually”.

https://www.youtube.com/watch?v=XJ035W-2p6M

Stefano Tirelli – © 2021

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT sul blog:

EPISODIO I: https://timtirelli.com/2021/05/01/le-avventure-di-aramis-reinhardt-i-praenomen-nomen-et-cognomen/

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GRETA VAN FLEET “The Battle at Garden’s Gate” (Lava/Republic 2021) – TT½

7 Mag

Qui sul blog parliamo dei GVF dal 2017, quattro anni fa ci colpì l’aria sbarazzina con cui quattro monelli del Michigan portavano in giro il loro amore per i Led Zeppelin, ma già l’anno successivo iniziammo a ricrederci. Quest’anno mi sa che il giudizio continui a non essere proprio positivo. Non è per supponenza, invidia o chissà che, ma solo constatazioni circa lo stato della musica Rock al giorno d’oggi e la non riuscita maturazione del gruppo. Mi sono messo all’ascolto di questo album di buon voglia, ma al primo tentativo dopo quattro pezzi ho dovuto smettere. Volendo poi parlarne qui sul blog mi sono impegnato e ho finito per ascoltarlo tutto. Credo ci siano spunti carini, ma troppe volte i Led Zeppelin tornano prepotentemente a galla. Dopo due extended play e un album vero e proprio sarebbe stata l’ora di un disco da Greta Van Fleet, dove le naturali ispirazioni ed influenze (se non le capisco io!) fossero carburante per l’anima e non un foglio di carta carbone. Al momento i GVF non sembrano riuscire a replicare il percorso degli Heart, altro gruppo innamorato dei LZ, ma capace di tenere a bada le influenze o perlomeno di usarle non in maniera grossolane, per questo i GVF si avvicinano sempre più pericolosamente a Kingdome Come e Great White, gruppi oggi inascoltabili.

I GVF non riescono dove i led Zeppelin stessi hanno costruito il loro successo, magari riciclare idee e riff di altri ma riproporli con stile e marchio di fabbrica proprio.

Ultimo appunto prima di partire con qualche considerazione sui pezzi: la voce di Joshua Kiszka è diventata quasi insopportabile. A furia di rifarsi al primissimo Robert Plant è si è trasformato in una macchietta. Oggi è un cantante difficile da reggere.

greta-van-fleet-the-battle-at-gardens-gate-2021

Parte Heat Above e ti dici, ma veh, in modo autoironico iniziano subito con una citazione (l’intro di Your Time Is Gonna Come) ma poi il pezzo funziona, organo, chitarra, acustica e un sviluppo niente male.

My Way, Soon è un rockettino che sa di già sentito ma che funziona. Assolo alla Joe Perry Aerosmith fine anni ottanta.

Broken Bells parte in maniera riflessiva, ci sono echi di Ship Of Fools di Robert Plant ma fai finta di niente, il pezzo ti fa ben sperare ma poi compare la parte finale di Stairway To Heaven ed inizi a scuotere la testa.

Built By Nations ha un riff alla LZ, un po’ Black Dog, un po’ Whole Lotta Love versione live, il resto non dice nulla.

Age Of Machine continua col songwriting basato su svolgimenti musicali articolati e ricami chitarristici di buon livello, ma anche qui Page è sempre presente: stavolta è il momento di Whisper A Prayer For The Dying dall’album Coverdale-Page.

Tears Of Rain ha una partenza un po’ alla Hotel California, il brano è rovinato dal cantato di Joshua Kiszka, sopra le righe e sempre al limite della propria estensione.

Arrivati a Stardust Chords l’album inizia a stancare. Light My Love non riesce a lenire il tedio, la voce continua ad essere un elemento di disturbo. Il giro di chitarra di Caravel è molto americano, lo spessore del brano non è granché.

The Barbarians continua sugli stessi sentieri, brano per niente memorabile e cantato ridondante. Trip the Light Fantastic non di discosta da quanto appena scritto. 

The Weight Of Dreams inizia con un arpeggio preso pari pari da Babe I’m Gonna Leave You e tu non sai più dove sbattere la testa, anche perché il resto della canzone non si differenzia di un millimetro dalle precedenti: stesso andamento, steso cantato, stessi arrangiamenti.

I GVF si sforzano di scrivere musica ricca, questo glielo si deve riconoscere, ma alla fin fine il progetto da un punto prettamente musicale non decolla, le tracce di valore sono poche e ancora sotto la pesante influenza dei Led Zeppelin. Arrangiamenti troppo simili, pezzi troppo lunghi, deriva verso il massimalismo … troppi orpelli negli arrangiamenti e nella scrittura dei pezzi, la ricchezza e l’eccesso vanno dosate con molta, moltissima cura.

L’influenza dei Led Zeppelin risalta particolarmente nella prima parte del disco, come scritto all’inizio alla quarta prova discografica ci si aspettava maggiore originalità. Temo siano della stessa lega di Frank Marino e Robin Tower, musicisti incapaci di evolversi e togliersi dalla pesante ombra dei propri idoli musicali.

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Nelle classifiche l’album è arrivato in alto: primo nella regione belga della Vallonia, terzo in Germania, sesto in Italia, ottavo nel Regno Unito, secondo in Scozia, undicesimo in Svezia. Da un parte è bello che un disco puramente (hard) rock torni in classifica, significa che ancora c’è un pubblico, e che non tutti si sono rassegnati ed assuefatti alla melma che c’è in giro oggi, ma mi chiedo se non sia l’ennesima conferma che il Rock è prigioniero di se stesso.

Per me il disco non raggiunge la sufficienza, ma se è questa la roba che piace, se è questo il futuro del rock, allora ce ne faremo una ragione. Solo un avvertenza: non venite a romperci le scatole se preferiamo continuare ad ascoltare gli originali.

I Greta Van Fleet sul blog:

https://timtirelli.com/2017/08/13/greta-van-fleet/

https://timtirelli.com/2018/10/22/greta-van-fleet-anthem-of-the-peaceful-army-republic-records-2018/

 

Australian Albums (ARIA)[28]42
Belgian Albums (Ultratop Flanders)[29]13
Belgian Albums (Ultratop Wallonia)[30]1
Dutch Albums (Album Top 100)[31]16
German Albums (Offizielle Top 100)[32]3
Irish Albums (IRMA)[33]62
Italian Albums (FIMI)[34]6
Japanese Albums (Oricon)[35]39
Norwegian Albums (VG-lista)[36]30
Scottish Albums (OCC)[37]2
Swedish Albums (Sverigetopplistan)[38]11
UK Albums (OCC)[39]8
UK Rock & Metal Albums (OCC)[40]

” È vero, ci sono cose più importanti … “

3 Mag

Questa è la prima grande vittoria dell’Inter che festeggio da quando esiste questo blog, questo significa che sono passati più di 10 anni, 11 per l’esattezza. 11 anni pieni di speranze, di sofferenze, di disillusioni, di momenti belli e di momenti brutti, 11 anni spesi ad aspettare quello che è accaduto ieri sera, ovvero l’Inter, la mia amatissima Inter, campione d’Italia.

Inter campione d'Italia 2020/21

Dalla grande epopea della seconda grande Inter di Mancini e Mourinho, dove si è vinto tutto quello che c’era da vincere, al decennio di desolazione, di privazione della gioia, di aspettative poi coperte dalle tenebre che sono seguite.

Inter campione d'Italia 2020/21

L’arrivo di Antonio Conte ci ha visto tutti dubbiosi, il suo passato da giocatore e da allenatore della squadra che ci costa sempre fatica nominare ci ha tormentato per molto tempo, ma se non altro qui sul blog gli abbiamo sempre concesso la possibilità di mostrarci di valere tutti i soldi che la società gli riconosce e tutti i sacrifici spirituali che noi cuori nerazzurri abbiamo fatto per non farcelo andare di traverso. Ci avevamo visto giusto, Antonio ci ha ripagato alla grande, a tratti anche al di là delle aspettative. Lo scudetto certo, traguardo auspicabile ma per certi aspetti inimmaginabile per la squadra pazzoide che eravamo prima che arrivasse lui, ma anche tutta la passione che ha mostrato verso i suoi uomini e verso il progetto Inter. Certi abbracci pieni di incontenibile trasporto, certi sorrisi, il linguaggio del corpo così plateale, il furore agonistico sempre presente. E poi, sì, naturalmente lo strappo definitivo con il suo passato nella semifinale di Coppa Italia.

Spettacolo forse poco edificante, ma la decisa reazione alle volgarità e alle violenti provocazioni verbali della dirigenza bianconera, quel dito medio alzato, ci ha fatto bene al cuore. Non sarà diventato interista forse, ma ora di sicuro capisce cosa significa esserlo. Non avrei mai pensato di arrivare a scriverlo, ma nei confronti di Antonio Conte provo un sentimento molto, molto vicino all’amore.

Foto Piero Cruciatti / LaPresse
25/04/21 – Inter campione d’Italia 2020/21

L’importanza di una dirigenza che è rimasta salda in momenti a volte davvero difficili, il lavoro indispensabile del Piper Oriali, la dedizione di tutti i giocatori, per una volta uniti, felici e coesi … Big Rom, il Toro, Ivan il terribile, Marrakesh Express, Cerottino Barella, Brozo, Sensi, il nostro Milan, Stefan, il Briscola, Darmian, d’Ambrosio, Ashley, Samir e tutti gli altri. Vorrei tuttavia dedicare una menzione particolare ad un paio di loro: al Principe di Danimarca che nonostante la sua algida regalità scandinava si è fatto convincere dal Mister e ha fatto convincere il Mister a rivedere le proprie posizioni, riuscendo là dove Dennis Bergkamp fallì tanti anni fa. Situazione ribaltata e adesso uomo importante (talvolta decisivo) del centrocampo. Nessuno all’Inter ha il suo tocco e la sua visione, se si italianizzasse un altro pochino, Christian Eriksen potrebbe davvero diventare per qualche anno il faro della squadra.

Infine il capitano morale del gruppo, Froggy, alias Andrea Ranocchia. Ruolo di riserva, poche partite giocate, sempre pronto a dare il massimo in caso di necessità, uomo sensibile, intelligente, mai banale. Uno dei pochi calciatori della serie A – forse l’unico – ad aver festeggiato il 25 aprile. Una bandiera che rappresenta i valori dell’interismo nella giusta maniera. Per quanto ci riguarda, Andrea, questo scudetto è per te.

Domenica alla fine di Sassuolo – Atalanta, ho pianto. Dopo i tanti colpi di scena (espulso giocatore dell’Atalanta / goal dell’Atalanta / goal del Sassuolo / espulso giocatore del Sassuolo / rigore per l’Atalanta parato dal portiere del Sassuolo) grazie ai quali ho sofferto come si soffre durante l’ultimo quarto d’ora delle partite dell’Inter, ho sentito la commozione salire, poi quel misto di felicità, tristezza e cazzutaggine.

11 anni della vita passati, 11 anni spesi ad aspettare – tra le mille cose che non si sono avverate – una gioia proveniente dal football e dalla mia squadra del cuore.

Milano la notte dello scudetto – foto Francesco Carelli

Già, l’Inter e la bramosia che mi lega ad essa, quella vibrazione primitiva e cosmica, quel senso di appartenenza che mi fa sentire meno solo su questo pianeta sperduto nel buco del culo dell’universo, questa passione travolgente che mi scuote dappertutto, questa sorta d’innamoramento perenne verso colori che formano il mio DNA. Più la amo, più vivo, c’è poco da fare, perché io nell’Inter ritrovo me stesso. Grazie Amore Mio, ti prego fammi piangere di nuovo.

Tim Tirelli – Inter campione d’Italia 2020/21 – foto Saura T.

È vero, ci sono cose più importanti

Di calciatori e di cantanti

Ma dimmi cosa c’è di meglio

Di una continua sofferenza

Per arrivare alla vittoria

E poi non rompermi i coglioni

Per me c’è solo l’Inter

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT -I- Praenomen, Nomen et Cognomen

1 Mag

di Tim Tirelli

No, io non mi sento Antonio, non ne ho i connotati, ho la faccia da Stefano, Ettore, Fernando, Brenno o Aramis appunto; ma come aveva potuto mio padre farsi convincere a chiamarmi Antonio? Mia madre mi disse che aveva scelto Aramis, il personaggio dei tre moschettieri che più l’aveva colpita, ma l’impiegato dell’anagrafe a cui mio padre si rivolse non capiva come andava scritto e pareva indispettito dalla cosa:

“ma come vi è venuto in mente un nome del genere? Non possiamo usarne uno più comune? Antonio ad esempio …”.

Antonio era il nome di un carissimo amico di mio padre, morto tra le sue braccia subito dopo un incidente, in fondo capisco, ma avrebbe perlomeno dovuto chiedere a mia madre.

Che quel nome debba la sua diffusione al gentilizio romano Antonius non mi dispiace per nulla, ma proviene da un nome etrusco dalla etimologia sconosciuta, e io non potevo portarmi in giro un nome di cui non conosco il significato. Aramis invece – oltre al bel legame col romanzo di Dumas – proviene dal nome del villaggio di Aramits, sui Pirenei francesi, e significherebbe un “posto tra le valli”.

Stefano (incoronato), Ettore (colui che tiene forte, che sta saldo), Fernando (audace nel sostenere la pace), Brenno (re, principe o corvo) poi, sarebbero andati tutti benissimo, infatti una volta rimessasi dal parto mia madre chiese udienza al sindaco, il quale capì e tramite stratagemmi dell’ufficio anagrafe di cui nessuno seppe mai spiegarmi con esattezza, Aramis divenne il secondo nome, Stefano il primo (fui battezzato il 26 dicembre) e il codice fiscale totalmente ricodificato. Ma benché Antonio fu il mio primo nome solo per cinque giorni, alcuni parenti finirono per usare quello, anche perché nei registri della chiesa sono ancora Stefano Antonio.

Ci si mise poi la questione del mio cognome a rendermi ulteriormente irrequieto. Pare infatti che il mio trisnonno fosse austriaco e di cognome facesse Reinhardt; negli anni caotici che andarono dal 1859 al 1866 nel bel mezzo della dissoluzione del Regno Lombardo-Veneto, stato dipendente dall’Impero Austriaco, mio trisnonno decise di averne abbastanza di far parte dell’esercito e si ecclissò nelle campagne a sud del Po. Testimonianze arrivate sino ai miei zii e tramandate sino a noi sostengono che – una volta arrivato nei territori della provincia di Reggio Emilia – quest’uomo cercò di sopravvivere alla bene meglio, muovendosi furtivo in ogni occasione a tal punto da essere soprannominato dai locali “sòreg”, topo. In qualche modo sopravvisse, si fece accettare dalle comunità reggiane, cambiò il cognome in Rinaldi (è curioso che fosse l’esatta traduzione del suo cognome austriaco) e si sposò poco dopo la terza guerra d’indipendenza italiana.

Rinaldi proviene dal nome germanico Raginald (potente consigliere) il che non è male, ma mi sono sempre chiesto se non dovessi usare la forma originaria di Reinhardt (variante del nome crucco in questione). In famiglia quasi tutti mi hanno sempre chiamato Aramis, e così ha sempre fatto chi entrava un po’ in confidenza con me, ma resta lo scompiglio dato da chi a scuola, al lavoro o negli impicci formali della vita mi ha chiamato e mi chiama con nomi con cui non sono sempre allineato.

Stefano Antonio Rinaldi dunque o Aramis Reinhardt? La seconda direi, infatti è quella che uso per il mio mestiere di musicista; visto poi che sono stato un seguace di un chitarrista americano ed in particolare della fase della sua carriera in cui al suo nome e cognome aggiungeva un AND per rendere il concetto di solista accompagnato da un gruppo stabile, ho aggiunto anche io tale suffisso: Aramis Reinhardt And.

Sono sempre stato ossessionato dal rigore fonetico, i suoni di una lingua per me devono sempre essere fluidi, eleganti e morbidi anche se hanno a che fare con parole ruvide. Aramis Reinhardt And mi pare suoni bene, anche l’acronimo non è affatto male, ARA, ma ara è un termine che in italiano ha due significati precisi: Ara è un genere di pappagalli molto grandi che hanno il loro habitat in centro e sud America, inoltre Ara è un’unita di misura, pari ad un decametro quadrato, infine è naturalmente la terza persona dell’indicativo presente arare. Aggiungo che sono le prime tre lettere del nome che aveva pensato per me mia madre, in diversi infatti mi chiamano Ara.

Lo scroscio della doccia lava via gli ultimi pensieri bislacchi, mi preparo velocemente, stasera suonerò al Parco Ferrari, non voglio arrivare in ritardo. Come richiesto alle 18 sono sul posto, uno degli organizzatori mi vede e mi guida a bordo palco. Procedo a passo d’uomo, il via vai delle ore pre concerto è sempre lo stesso dappertutto. Mi sento in qualche modo fortunato, sebbene la musica rock non abbia più la valenza sociale e culturale del passato né il successo, ci sono ancora promoter coraggiosi che riescono ad organizzare concerti con nomi di seconda, terza o quarta fascia che richiamano diverse centinaia di persone, soprattutto nei weekened.

Sopravvivere con la musica è possibile, ma è molto meno romantico di ciò che pensa la gente, ma in serate estive come queste senti che ne vale la pena. I tempi sono cambiati, molto cambiati, i tre dischi da me pubblicati in passato oggi sarebbero dischi d’oro in quanto a copie vendute, mentre allora faticarono ad entrare nella Top 40. La tradizione di andare a concerti come questo si sta perdendo, le giovani generazioni tendono a snobbare questo tipo di eventi e di musica, di dischi non se vendono più ma dopotutto ci sono sacche di resistenza dure a morire, il Rock ancora non si dà per vinto.

I tecnici scaricano dalla mia macchina chitarre, amplificatore e pedaliera e raggiungono Penny e Gio sul palco per sistemare l’attrezzatura. Penny, al secolo Penelope Bondavalli, è la vera musicista del gruppo, come dice il mio amico Davide Riccadonna, anch’egli chitarrista e cantante, “la Penny è l’unica tra noi che sa davvero suonare”, anni al conservatorio a studiare pianoforte per poi mollare tutto per darsi totalmente al rock and roll. Porta il nome impegnativo che ha con molta disinvoltura, sua nonna si chiamava così e lei ne è molto orgogliosa, nome importante che la distingue tra le tante. Penelope deve naturalmente la sua diffusione al poema omerico e significherebbe tessitrice (dal greco pēné, tela) ma anche anatra; secondo la mitologia greca infatti suo padre Icario da piccola la fece gettare in mare, Penelope si salvò grazie ad alcune anatre (pēnélops) che la portarono sino a riva. Dopo questo imprevisto salvataggio la famiglia la riaccolse dandole il nome di “anatra” appunto.

Tastiere, basso, mandolino, batteria, chitarra, Penny è un vero talento, come lo è anche Giovanni Ferrari, a mio modo di vedere il miglior batterista rock di quel pezzo dell’Emilia in cui viviamo.

Il concerto di stasera è uno di quelli inseriti nell’ambito del Rock Summer Festival della città, da metà giugno a fine luglio ogni weekend tre concerti, praticamente tutti soldout. Il venerdì e la domenica nel palco piccolo, presenza media 500 spettatori, il sabato nel palco grande, presenza media 1.500 persone.

Stasera, un caldo sabato di luglio, tocca a noi e alle Serpi Blu che apriranno il concerto, il gruppo della tipa con cui sto già da un po’, genere Street Rock (soprattutto) americano, New York Dolls, Aerosmith, Guns N’ Roses, (London) Quireboys. La vedo al bar insieme al suo gruppo, un cenno d’intesa e niente più.

Il soundcheck in posti come questo non è mai tranquillo, troppa gente in giro nel grande parco e nei dintorni del palco, bisogna evitare di provare passaggi ancora poco chiari, è consigliabile non fare brutte figure.

Verso le venti arrivano gli amici, il ragazzo di Penny, anch’egli chitarrista e compositore, la ragazza di Gio, amica di Penny, ed altri conoscenti e parenti. Ceniamo insieme, a bordo palco è stata allestito una sorta di backstage, visto il carattere aperto di questa rassegna chiunque può in pratica avvicinarsi senza problemi. La sicurezza c’è ma è molto tollerante. Si unisce a noi anche Michela. “Ciao, ti senti pronta per stasera?” le chiedo. “Certo che lo sono, ci mancherebbe”. Non arretra mai di un millimetro, sicura di sé, bella, coraggiosa, è lei che prende a schiaffi la vita, non viceversa. “Ci vediamo da te dopo? Posso restare anche domani …”. E come posso dirle di no, avere una donna come lei è una benedizione per un uomo di blues come me. Ci sono quindici anni di differenza ma a lei non importa, una sera mi vide suonare, le piacqui e mi volle per sé. Mi raccontò infatti che durante il finale di I’m Gonna Crawl dei Led Zeppelin, brano che lei allora non conosceva e che invece per me era una sorta di manifesto, la colpì la parte ad libitum dove, sul cambio di accordi do e la bemolle, gridavo al mondo il mio blues utilizzando frasi fatte, titoli e frasette di canzoni e luoghi comuni della lingua inglese: I’m down on my knees baby … don’t leave me this way … I’m walking in the shadow of the blues … please pleeaaase bring it on home to me … I need your love … help me thru the day.

Mi disse che sembravo totalmente ispirato e sincero e che non aveva mai sentito nessuno andare così allo sprofondo. Dopo quel concerto venne da me e si presentò, nel stringerci la mano sentii una scossa, la guardai e i suoi occhi verdi iniziarono a lavorarmi. Mi chiese di chi era quel blues lento con le tastiere, le dissi che era dei Led Zeppelin e per farle capire meglio che razza di pezzo fosse, dal cellulare le feci leggere una nota che tenevo sempre a portata di mano, la magistrale descrizione di I’m Gonna Crawl scritta dal mio amico Davide Riccadonna:

I’m Gonna Crawl è un capolavoro assoluto. Il miglior modo di concludere una carriera. Mai abbastanza celebrata. Posso vedere la band sul palco, locale chiuso, una donna delle pulizie che passa lo straccio. La festa è finita, ma prima di andare a dormire c’è tempo per questo piccolo ma gigantesco blues che riporta tutto all’inizio. Un doo-wop spettrale che esce da una radio A.M., fuori dal tempo. Echi di Five Satins, Flamingos, Skyliners, Penguins. La tastiera vagamente da music-hall è perfetta. I ragazzi, in piena malinconia, sembrano volerci dire ‘Vi facciamo sentire per l’ultima volta cosa cazzo state per perdervi per sempre’. Irripetibile. E’ il ‘Last Waltz’ degli Zep. Pensate se avessero chiuso il disco con Hot Dog … ” 

Io avevo i brividi ogni volta che leggevo quelle righe e anche lei rimase colpita e mi chiese se – visto che sapeva della mia passione per il gruppo in questione – avessi tempo per darle delle ripetizioni dato che sentiva di avere molti buchi da colmare. Da lì iniziò tutto.

Vederla sul palco era sempre una esperienza, si muoveva con una eleganza innata trasportata da un impeto che in pochi avevano. Era una tipo alla Lea Massari, un viso bellissimo, una bocca e un corpo che ti promettevano viaggi nelle profondità siderali. Il riflesso dei suoi lunghi capelli rossastri sotto le luci del palco formava un bagliore che irretiva. Le Serpi Blu iniziarono con Up Around The Band dei Creedence versione Hanoi Rocks, a seguire Looking For A Kiss dei New York Dolls, poi alcuni brani dal loro unico album alternati ad altre cover tra cui Girls Girls Girls dei Mötley Crüe.

L’interazione tra Michela e Giorgia, la chitarrista, era il clou dello spettacolo, ammiccamenti sessuali, vestiti sgargianti, mosse studiate. Chiunque avrebbe detto che tra loro due ci fosse qualcosa, il che rendeva il concerto piccante. La sezione ritmica era formata da due ragazzotti senza talenti particolari, nonostante questo quarantacinque minuti di rock and roll meno sguaiato di quel che ci si potesse aspettare, potente e ben fatto.

Un quarto d’ora per togliere la loro strumentazione ed eccoci sul palco alle 22 precise. Mentre suono e canto mi sento sospinto dalle buone vibrazioni, dopotutto è sabato sera e ci sono millecinquecento persone ad applaudire in uno spazio recintato di un grande parco, la situazione è davvero gradevole. Non avevo voglia di brani troppo complicati o cupi così avevo preparato una scaletta in massima parte fluida e godibile col classico inizio 2112: due cover, un pezzo originale, una cover, due pezzi originali. A New Rock And Roll dei Mahogany Rush e California Man dei Cheap Trick, Blu dal nostro primo album, Still Alive And Well di Johnny Winter, Bellezza D’Aria Pura e Vento Di Maestrale. Il pubblico risponde con passione, la voglia di passare una bella serata è evidente, il concerto sembra un successo. Stasera presento anche per la prima volta uno dei nuovi pezzi che potrebbero finire sul quarto album, sempre che la casa discografica decida di farmelo fare. Sono parecchio orgoglioso di Fabbro Ferraio, mentre canto certe parti del testo guardo Michela:

Fabbro ferraio batti forte

mantice e fuoco che il mio cuore è tutto di metallo

Batti luna d’argento

la tarda notte dura poco che col giorno arriva il sole giallo

 

La consonante del suo nome in testa un’allitterazione

Penso alle forme sue che Euclide chiamerebbe geometrie

 

Giù lungo il fiume sbuffa

la vaporiera che ha il motore pieno di scintille

La ruota gira, lei sulla prora

La vedo e il cuore batte le sue meraviglie

 

 lì soprastante il nostro cielo è tutta una costellazione

sciolte le chiome sue svaniscono le mie malinconie

 

Non senti che viene l’amore, il bene

La luce lunare, il fiume, il mare

Le notti insieme, l’amore, il bene

 

Giorni perduti, amori andati

Poi tu che arrivi e accendi tutte le mie stelle

Un arco d’acqua, notti d’ardesia

Luci lontane su colline dietro il fondo valle

 

la chiromante intorno al fuoco aspetta una rivelazione

sbuffo di fumo bianco e il treno lascia la stazione

 

Azzurre le vene, il fiume, le piene

La stanza, il soffitto, io e te dentro al letto

Sudore, catene, poi mille sirene

 

La canonica ora e mezza vola via veloce, un paio di bis e il tutto termina.

Il tempo per infilarmi un accappatoio addosso e bere qualcosa che Michela si avvicina, “molto bello, bravo, come sempre”.

La tengo per la vita, avere una come lei al mio fianco in serate come questa mi fa sentire titanico dinnanzi al futuro. Penny e Gio vengono ad abbracciarmi, siamo un buon gruppo, l’apporto di ognuno di noi è fondamentale, ne siamo ben consapevoli e ci vogliamo un gran bene. Subito dopo qualche decina di persone ci viene a salutare e a fare i complimenti: i nomi usati per riferirsi a me come sempre sono un melting pop: “Bravo Antonio”, “Grande Stef” “Ara, anche stasera perfettamente sul pezzo” “dio bono Rinaldi che bel concerto”, “Oh, Reinhardt, scomodo!  “Ari, che meraviglia”; i miei amici per fortuna mi tolgono dai problemi di identità che puntualmente mi assalgono: “vecchio, trionfo!”.

Sulla sua Renault Kadjar rossa Michela mi segue lungo la via Emilia. Abito a Roncadella, con grandissimi sacrifici ho riscattato dal proprietario la casa in cui ha vissuto gli ultimi trent’anni mio nonno. E’ la casa che rappresenta per me e i miei cugini l’infanzia, casa a cui siamo legatissimi. Villa Roncadella consiste in un gruppetto di case sparse che formano una delle frazioni rurali ad est di Reggio Emilia. La cosa curiosa è che di un minuscolo insediamento come questo vi sono accenni in documenti regionali già dal 1116, e che la umile e piccola chiesetta fu eretta addirittura nel XII secolo.

Michela viene qui sempre volentieri, dice che la casa è bellissima e in una posizione invidiabile. Non so se sia così, sono troppo di parte, ma certo è stata ristrutturata con gusto e giudizio, ha un nonsoché di tenebroso che si stempera con l’ampio spazio che permette di godersi in lontananza l’appenino reggiano grazie alle poche biolche di terra che mi sono potuto permettere e ai tanti poderi che si susseguono uno dopo l’altro sino al dolce declivio delle prime colline.

E’ anche una casa spartana, finiture e corredi edilizi sono faccende ancora incompiute, ma non potevo fare di più e a me va bene anche così.

Sotto la doccia la osservo, lei se ne accorge e mi chiede “Cosa canti a proposito di Euclide nella nuova canzone?”, “Penso alle forme sue che Euclide chiamerebbe geometrie …” le dico a bassa voce, mi dà uno dei suoi baci e mi dice “ Mi è piaciuta un sacco, ma perché non facciamo un gruppo insieme?”, “non funzionerebbe lo sai” rispondo.

“Dai andiamo di là Ste” mi fa. Non mi piace quando mi chiamano Ste, io non sono Ste, Stef caso mai, o ancora meglio Stefano, ma lei ha un modo di dirlo particolare che mi incanta ogni volta e mi fa rabbrividire dal piacere, così come quando mi chiama col nome completo, Stefano. Per lei posso essere Ste, senza dubbio.

Apriamo una bottiglia di Valdo Florale Rosé ghiacciato, finalmente possiamo bere senza preoccuparci di dover guidare.

Iniziamo a fare l’amore, è notte fonda, il frinire dei grilli entra dalla finestra aperta che dà sulla campagna, i baci che mi dà fanno girare la testa, e invece di perdermi tra i suoi capelli finisco per dirle “hai sentito anche stasera in quanti modi mi hanno chiamato? Mi piacerebbe avere uno solo nome e cognome come hanno tutti e invece … Antonio, Aramis, Stefano, Rinaldi, Reinhardt e i vari diminutivi …” “dai facciamo l’amore non ci pensare, in fondo così ti distingui, sei diverso da tutti …” Sì, ma a volte mi piacerebbe andare all’anagrafe e .., “dacci un taglio, scopami e smettila di foneticarti il cervello.”

Stefano Tirelli – © 2021

LE AVVENTURE DI ARAMIS REINHARDT

 

Immagino sia questo il perché lo chiamano blues

28 Apr

Uno di quei martedì mattina di fine aprile in cui piove, fa freddo e i pensieri sono cupi. Appena alzato la prima cosa che faccio è chiedere ad Alexa di sparare gli AC/DC … o così o non riuscirò ad uscire di casa …

Al lavoro la mattina passa veloce, un paio di riunioni, i soliti impicci e sono già le 13. Il tempo non permette di stazionare nei tavolini all’aperto dei ristobar, un panino veloce e un giro a piedi in compagnia di me stesso. Non ho una meta precisa, voglio proprio vedere dove mi porta il pilota automatico.

Illustration from 19th century – getty images

Poco dopo mi ritrovo di nuovo in Three Kings Road, la via di cui ho parlato qualche giorno fa qui sul blog. Rigurgiti sentimentali relativi alla tipa con cui stavo e che abitava in quella stradina del centro? Nah, ci mancherebbe altro, giusto la necessità della mia maruga di trovare rifugio nei posti in cui ho vissuto o che ho frequentato nella fascia d’età della mia giovinezza o giù di lì, quella che va dai venti ai trent’anni, trentacinque to’! Ne parlo spesso con i Clarksdale Rebels (i miei streminati amici del blues), c’è evidentemente un riflesso autonomo del cervello che porta un individuo ad avere come riferimenti quegli anni. Non importano le belle cose che possono essere successe dopo, i fatti avvenuti tra i 18/20 anni e i 30/33 sembrano avere la precedenza assoluta nell’immaginario individuale di ognuno di noi, o perlomeno di ogni uomo o donna di blues degno di questo nome.

Sembro spinto da un bisogno ancestrale di ripercorrere luoghi in cui ho formato il mio essere, d’incontrare – anche solo metaforicamente – le persone che mi hanno conosciuto in quegli anni, le persone che sanno o sapevano chi sono e da dove vengo. E allora rigiro quella stradina, rincorro con lo sguardo le finestre da cui mi affacciavo, quel palazzo del 1500 che ancora sembra reggere allo scorrere veloce del tempo.

Mi chiedo se sono il solo a rosolarmi in questo tipo di blues, poi penso a Julia, nove anni fa mi diceva che più un albero diventa grande più le sue radici affondano nella terra … già … poi dopotutto anche un mio carissimo amico a volte rimane intrappolato in un rituale del tutto simile al mio.

Lascio via Tre Re, percorro qualche altra back street e mi ritrovo in via Camatta, la stradina chiusa dove c’era il Wienna, il locale musicale storico della città. Chiunque abbia mai suonato o frequentato il giro dei musicisti è passato per di lì.

Wienna Club – Mutina – Aprile 2021 – foto TT

Quante serate passate tra quelle mura, quanti sogni costruiti intorno alle canzoni che scrivevo con Tommy, il mio cantante di allora e che proponevamo insieme al nostro gruppo …

Mi sposto verso l’heart of the city, facendo un pezzo di via Canalino, riannuso i ricordi allora, il negozio di dischi, l’ortofrutta di un mio conoscente, il negozio dove compravo regali per le mie ex, tutti esercizi che oggi non ci sono più.

Attraverso la via Emilia, passo davanti ai palazzi in cui ai miei tempi vi erano i cinema Splendor e Metropol, quindi davanti alle vetrate dove c’era la Casa Della Musica, negozio di strumenti e libri di didattica musicale.

Quando sento che inizio a commuovermi e a sentirmi sperduto in a time and a place che non sento più miei, cerco di  uscire dal tunnel di strade secondarie,

Mutina – aprile 2021 – foto TT

arrivare a Roma square è quasi un sollievo, gli spazi ampi aiutano a respirare meglio …

Roma Square – Mutina – Aprile 2021 Foto TT

e capire che in fondo sono solo sentimenti umani, inevitabili per chi si sofferma a valutare la vita, impulsi, emozioni che arrivano all’animo di chi magari è un po’ più coraggioso e si affaccia a sullo sprofondo e su malinconie e nostalgie strutturali. Immagino sia questo il perché lo chiamano blues …

DINO BUZZATI “Un Amore” (1965)(2016 Mondadori) – TTTT

27 Apr

Che Buzzati sia un gigante non lo scopriamo certo noi, ogni suo scritto che leggiamo ci colpisce, succede anche per questa sorta di romanzo erotico, questa discesa nell’animo di un uomo di una incerta età folgorato dall’amore per una giovanissima meretrice. 

dino buzzati un amore

SINOSSI:

Una Milano che è insieme ritratto della metropoli e simbolo della babele d’ogni tempo. Su questo sfondo si muove il protagonista di “Un amore”: un uomo inconsapevole di aver atteso troppo, che è rimasto nell’intimo un giovane e crede che il sentimento possa compiere miracoli. E così il professionista maturo si innamora perdutamente di una donna giovanissima, ma già carica della cinica spregiudicatezza e della stanchezza morale di un’epoca. Unico romanzo erotico di Buzzati, “Un amore” continua l’indagine nelle inquietudini dell’uomo contemporaneo descrivendo la parabola di un amore vero, di esemplare limpidezza, destinato a smarrirsi nella menzogna come in un labirinto.

SERIE TV: Snabba Cash (Svezia 2021 – Netflix) – TTTT

26 Apr

L’attrice svedese di origine armena Evin Ahmad è la indiscussa protagonista di questa bella serie svedese tratta in qualche modo dalla Trilogia di Stoccolma di Jens Jacob. Siamo appassionati di Nordic Noir, dunque non poteva non piacerci  questa nuova serie TV, un crime/thriller ambientato in Svezia appunto. I protagonisti sono in massima parte immigrati o comunque svedesi di etnia non nordica. Sei episodi davvero riusciti. Confido in una seconda stagione.

Unico neo la musica che fa da colonna sonora: il rap che sfortunatamente rappresenta la realtà in cui viviamo oggi.

L'attrice svedese Evin Ahmad

L’attrice svedese Evin Ahmad

'attrice svedese Evin Ahmad

L’attrice svedese Evin Ahmad

SnabbaCash serie tv

IL DIFFICILE RAPPORTO COL CHITARRISMO ODIERNO

24 Apr

E’ un venerdì dell’ultima decade di aprile, il sole splende sulla campagna sveglia da poco, sono quasi le 8, salgo sulla Sigismonda diretto al lavoro; qualche metro della carreggiata John Miles (lo stradello principale della Domus Saurea)

Carreggiata John Miles - Domus Saurea aprile 2021 - foto Tirelli

Carreggiata John Miles – Domus Saurea aprile 2021 – foto Tirelli

e mi immetto sulla stradina lunga e tortuosa. Nemmeno il tempo di fare qualche metro e dal fossettino lì accanto si alzano in volo due anatre, le guardo salire nel cielo, mi chiedo se siano germani reali, alzavole, marzaiole o chissà cosa.

Il Fossettino delle anatre - Domus Saurea aprile 2020 - foto Tirelli

Il Fossettino delle anatre – Domus Saurea aprile 2020 – foto Tirelli

Giusto il tempo di fare la doppia curva sul torrente Bondeno e due lepri fuggono verso campi lontani.

Il Torrente Bondeno, dove giocano le lepri - nei paraggi della Domus Saurea - aprile 2021 - Foto Tirelli

Il Torrente Bondeno, dove giocano le lepri – nei paraggi della Domus Saurea – aprile 2021 – Foto Tirelli

Vivere in campagna a volte ha i suoi vantaggi, incontrare anatre, lepri, aironi, gufi, fagiani, falchi, corvi e merli (per non parlare di volpi, lupi e caprioli) ti aiuta a ritrovare la posizione in questo cavolo di pianura.
Sia io che lo stereo della macchina siamo in modalità (sì Mr Bodhrán, so che è un termine che non puoi soffrire) random. Mentre dalle strade campagnole mi sposto a strade provinciali che portano verso Mutina, la chiavetta mi propone:

Il blues che ho nella maruga stamattina è quello relativo alla chitarra, ai chitarristi, al chitarrismo. Sono un tipo social, ho account sulle diverse piattaforme, avendo il blog, gestendo un gruppo sulla mia squadra del cuore, uno sulla mia band e curando la pagine del gatto Palmiro sono uno attivo su quel fronte.
Questa attività porta con sé anche molti aspetti negativi, leggere i commenti e le idee di certa gente mi fa capire che l’evoluzione umana deve compiere ancora tantissima strada per raggiungere un livello dignitoso, anzi molto spesso arrivo alla conclusione che proprio non abbiamo futuro … è davvero spaventosa la melma di violenza, volgarità, assenza di rispetto, sovranismo, populismo, nazionalismo (che viene spacciato per patriottismo), omofobia, misoginia e integralismo religioso che viene messa in circolazione.

Passando a faccende meno tremende, anche dal punto musicale vi sono aspetti che fatico a digerire. Ne parliamo spesso sul blog, mi riferisco alla mancanza di capacità critica di chi scrive di musica (anche su testate nazionali), al peccato mortale di non saper distinguere tra capitoli importati della musica e della propria vita. Essendo poi in qualche modo un chitarrista, noto con grande fastidio cosa siano diventati oggi la chitarra e il chitarrismo. Lo strumento è sempre più sganciato dal valore artistico, dall’espressione umana ed individuale, è sempre più vissuto come omologazione e funambolismo. La chitarra come uno strumento acrobatico dove fare evoluzioni ardite, e pazienza se nessuna emozione sgorga più da quello che una volta era LO strumento passionale.

Facebook mi inonda di consigli relativi a video di cosiddetti maestri di chitarra, tipetti di mezza età che si fingono giovani, qualche chilo di troppo, cappellino alla Breaking Bad, effetti a pedale che ti permettono di mandare in loop sequenze di accordi e di accorgimenti ritmici appena suonati su cui poi improvvisare sopra. Il solismo che si snoda attraverso le inaccettabili coordinate del funky blues, con quelle svisatine tutte uguali, perfettine, con i bending (il tirare le corde) precisi, quel sapore rock blues che i veri uomini di blues come noi – amanti del genere – rifuggono come fossero la peste.

Quei professorini ormai cinquantenni forzatamente vestiti da giovani che hanno un nome nel panorama italiano per aver suonato con diversi artisti famosi (la cui proposta musicale, diciamolo, era però una cagata pazzesca) che ci insegnano su che nota finire una frase, la formula per saltare da un accordo all’altro, come fare un assolo insomma  senza però aggiungere che il sentimento che guida dovrebbe essere quel qualcosa di indefinibile che abbiamo dentro di noi che ci fa prendere in mano uno strumento e condividere sensazioni con gli altri. Si creano così legioni di insipidissimi aspiranti musicisti senza nessuno stile personale e senza nessuna particolarità. E’ davvero questo che vogliamo? Poi ci si chiede come mai da decenni la musica popolare e rock non offra assolutamente più nulla di rilevante (se non rarissime gemme germogliate in piccolissime nicchie di resistenza).
Altro tema è quello del virtuosismo fine a se stesso, ma magari ne parliamo un altra volta.

Intanto è già passato il venerdì, otto ore al lavoro piuttosto intense e volate velocemente il cui momento top è stato vedere entrare dal portone l’amministratore delegato mentre dall’impianto stereo della sua macchina usciva l’assolo di Stairway To Heaven versione New York 1973. “Ehi Tim, senti che roba” mi dice.

Qualcuno che sa cos’è il vero chitarrismo rock c’è ancora.

Dark Lord, in te confidiamo.

JIMMY PAGE The Dark Lord "“La tecnica non conta, io mi occupo di Emozioni”

The Dark Lord ““La tecnica non conta, io mi occupo di Emozioni”

Genesis live at Bataclan, Paris (France), 10 january 1973 – 16mm footage

19 Apr

Qualche giorno fa su youtube è stato caricato un filmato dei Genesis con Peter Gabriel a cura dei tipi del sito Genesis Museum, il tutto completamente rimesso a nuovo nella parte video e nella parte audio e dunque presentato per la prima volta in questa prodigiosa qualità. Probabilmente il miglior filmato del gruppo con PG. Trentotto minuti da non perdere.

00:00 The Musical Box

10:03 Supper’s Ready

21:22 Return Of The Giant Hogweed

26:48 The Knife

33:21 Interviews