Giancarlo Trombetti era presente al ritorno in Italia di David Gilmour, queste le sue impressioni.
A Firenze ho donato cinque anni della mia vita. La conosco benino. Ma anche se sai che Le Cascine “sono da quella parte lì”, ti rendi conto che a Firenze si risparmia sui cartelli stradali. Mi affido a una signora che mi dice: “mi venga dietro”. E arrivo. L’ippodromo è esattamente davanti al Parco dove qualche vita fa vidi Lou Reed farmi due coglioni notevoli nel tour di Growing Up InPublic. Mi pare si chiamasse Parco delle Cornacchie, ma non ci giurerei.
Le file, già alle cinque sono almeno tre, nessuna con una indicazione, quindi ci si accoda a caso. Giusto per scoprire dopo dieci minuti che si è dalla parte sbagliata; pare che lì si vendano biglietti, là nemmeno si sa. Un altro amico, Claudio, è in fila dall’altra parte dell’Ippodromo. Ci sentiamo per telefono e gli suggerisco di informarsi. Anche lui in coda dalla parte sbagliata. Verso le sei, a file ferme chiediamo se i biglietti, acquistati quasi sette mesi fa, rispetteranno le priorità e ci saranno i famosi posti numerati, quelli per cui avevo scritto una decina di volte alla Live Nationdopo lo spostamento da un teatro a un ippodromo senza, logicamente, ottenere uno straccio dirisposta. E diamo subito un senso a questo straziante quesito : perché chi ottiene da appassionati fessi con sette mesi di anticipo il denaro per un concerto su cui gravano mille incognite – in sette mesi può accadere di tutto al mondo e che infarcisce di succosi “diritti di prevendita” come se donare il proprio denaro in assoluto anticipo, invece di un trattamento di favore meriti un aggravio di spesa , non si pregia di emanare un banale comunicato stampa che informi, semplicemente, il fedele acquirente ? Risposta. A causa di un vezzo tutto italiano : la maleducazione e la mancanza di professionalità.
E’ così che un giovanotto fiorentino ci dice, stupito : “…non capisco perché abbiate tutta questa fretta di entrare che tanto i biglietti sono tutti numerati e si può accedere al proprio posto anche cinque minuti prima del concerto”. Andiamo bellamente in culo alla fila e iniziamo a girovagare per le Cascine in cerca di cibo. Verso le otto, dopo aver pagato un euro a pisciata nei locali gabinetti pubblici…il fratello di Claudio, con due ragazzi al seguito, paga tre euro per tre pisciate… ci indirizziamo ai tornelli come mucche al pascolo.
Umidità all’80 per cento, misurata con accuratezza dai miei capelli fradici come se fossi appena uscito dalla doccia, non piove, maledico la mia paura di avere freddo e il conseguente fastidio del maglione legato in vita. Si starebbe bene in calzoni corti e canotta. Bello il palco, dove spicca sullo sfondo il famoso cerchio che i Pink Floyd crearono nel 1967 proiettandovi immagini “psichedeliche” in tono con la musica e che da allora è un marchio di fabbrica delle loro produzioni. Lo so, siamo a un concerto di Gilmour, ma oggi come oggi, andare a vedere David è quanto di più prossimo a un concerto dei Floyd e la gente è lì esattamente per quello. La voglia di Pink Floyd si taglia con il coltello e stupido, nei nostri commenti, ci appare l’atteggiamento masochista e presuntuoso di quel “Assassing” come lo definirebbe Fish dei Marillion di amici che è Roger Waters. Uno che della presunzione e dell’autogratificazione ha fatto una regola di vita. Uno che crede di valere, da solo, quanto tutto il resto del gruppo. Tutti vorrebbero i Floyd, qui e altrove. Tranne lui. E di conseguenza tranne Gilmour. Ci accontenteremo, anche se il mio feeling non è del tutto in “modalità positiva”: ho visto negli anni i Floyd quattro volte, è la mia prima volta con Gilmour solista e temo di uscirne deluso.
Nell’entrare ci siamo sbrancati. Ma siamo nell’era dei telefonini e recuperarsi tutti e sei non è un problema. La tecnologia ha i suoi vantaggi. Tecnologia che pare non sfiorare i chioschi, che per spillare birra impiegano ore, tra un moccolo e l’altro di chi sta in fila, tutti moccoli espressi in rigoroso, variopinto dialetto di varie regioni. No, io no…sono lì per una Lemonsoda, ma la fila me la puppo lo stesso. E’ così che 5 A.M. una intro strumentale, e Rattle that lock, il primo singolo dal nuovo disco, me li seguo bestemmiando in coda davanti al chioschetto. Ci pensa Claudia, con una fila di cortesi solleciti urlati in toscano con un tono superiore al volume dell’amplificazione, a sbloccare la situazione. La signorina comprende e serve, velocemente. Per Faces of stone siamo finalmente a sedere.
Prima nota: dal vivo, Rattle that lock, un pezzo che mi era sembrato al limite del conato sentito su Spotify, suona benissimo, bello, gradevole, ben arrangiato. La stessa impressione, anticipo subito, l’avrò di tutti i nuovi brani, tranne un brano jazzato che non è brutto in sé, ma che risulta così lontano dalle atmosfere di Gilmour che proprio non riesco a digerirlo.
Seconda impressione. Il suono della chitarra cambia radicalmente a ogni cambio. Metallico e old fashioned quando viene utilizzata una Telecaster consumatissima nel corpo superiore, classico e impossibile da non riconoscere quando si imbraccia una Gibson nera. Ho sempre pensato che alcuni musicisti abbiano creato un proprio suono, forse ancor più che un proprio stile, e che tra questi Gilmour fosse uno dei più riconoscibili. Un brevissimo suo solo su un brano di Bryan Ferry, colonna sonora di un buon film degli ottanta, Is your love strong enough, al primo ascolto ricordo perfettamente che rese assolutamente evidente che ci fosse lui, per dieci secondi, alla chitarra. E che oggi siano di moda tecniche di esecuzione dove la velocità ricopre l’emozione, non fa che rendere ancor più evidente il fatto incontestabile che quel suono, quella chitarra, facciano parte di quel film del rock and roll che rivediamo ogni giorno davanti ai nostri occhi aperti mentre facciamo al spesa o guidiamo l’auto. E grazie a Dio che sarà sempre così, meravigliosamente così. Ho visto i Pink Floyd più volte e non ho mai sentito Gilmour parlare, introdurre brani, dialogare con il pubblico, uscire dagli schemi della scaletta e….sembrare umano. Tutto, nei Floyd doveva essere incentrato sulla musica e sulle immagini, come se gli esecutori fossero solo una fastidiosa presenza. Il culmine di questa scelta venne un tempo cristallizzata dalla follia di Waters che volle, per il tour di The Wall, addirittura fa scomparire il gruppo dietro un muro per parte del concerto, cosa che, le cronache riportano, David non riuscì mai a digerire.
Stasera Gilmour parla per due volte, con un accento che più londinese non potrebbe essere, anche per uno nato a Cambridge. Maglietta nera e calzoni grigi, barbetta bianca rada, arriva persino ad accennare alcuni passi di danza mentre passa dalla chitarra acustica alla Telecaster nel corso del recupero di Fat Old Sun, eseguito in una versione luminosa, con un solo inedito, vintage e aggressivo, in coda. Potrei dire che “quelli” siano i miei Floyd, ma sarebbe ridicolo legarsi al recupero di questa e Interstellar Overdrive. In quasi cinquant’anni evolvere e mutare è doveroso. Il palco è sicuramente una sorpresa per chi non abbia mai visto i PF dal vivo; un po’ meno per chi ricorda quanto più eccessivi e invadenti fossero i mille trucchi di quelle produzioni. Ma il caro vecchio telone circolare infarcito di luci ed effetti laser rende emozionante anche questa esperienza “minore”. Mi manca e mi mancherà per sempre, temo, il gigantesco fiore luminoso che usciva dal retropalco nel solo finale di Comfortably Numb, una delle sequenze armoniche in crescendo più indimenticabili del rock and roll, ma ad occhi chiusi, riesco a godermela tutta lo stesso, nel finale.
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Abbiamo detto che sia questa l’esperienza più prossima a un concerto dei Floyd; David lo sa e cadenza il ritmo della scaletta con i classici che siamo lì per ascoltare. Wish you were here viene eseguita come terzo brano, poi Money, Us and Them, High Hopes e , dopo un intervallo di quindici minuti, Shine on you crazy diamond, Coming back to life, Sorrow, Run Like hell e la micidiale sequenza finale Time/Breathe/Numb… è impossibile non uscire soddisfatti, nonostante, la Live Nation, nonostante un coglione in piedi sulla seggiola nel bis davanti a me, nonostante la voglia di vederli ancora tutti insieme.
Nonostante Waters. Bello, perché no? In fondo il rock è oramai cosa per vecchi, e alla faccia dei feticisti che godono a recuperare dischi ignoti di cui nemmeno più gliesecutori ricordano aver contribuito all’incisione, il mercato stesso ti spinge a non dimenticare chi, la storia che tanto amiamo, ha creato. E che stasera fossimo davanti a un pezzo di storia, era indubbio. Tutto perfetto, quindi ? Beh… il dispiacere di vedere Phil Manzanera, oramai un pezzo inscindibile del lavoro di Gilmour, relegato a fare da mezza spalla, presentato, sì, come a Living Legend, ma trattato come un mediocre sideman e cui viene lasciato un unico assolo, a due, per eseguire il quale deve persino cambiare la chitarra…nove i musicisti sul palco, di cui due tastieristi, cosa che fa riflettere su quanto David facesse conto del lavoro di Wright.
Il concerto è lui, quindi, poco spazio ad altro e forse non saprei dire se chi era lì avrebbe desiderato altrimenti. I telefonini hanno sostituito gli accendini e i quindici minuti di intervallo sono serviti più ai frequentatori di social a pubblicare in tempo reale la propria presenza che, forse, al gruppo a bersi qualcosa di fresco, nel retropalco.
Se lo rivedrei ? Sì, subito, stasera. Nonostante la Live Nation. Perché sono un romantico, perché prima vengono le basi, la memoria, le emozioni, e poi tutto il resto. Grazie, Davide. Mi ricorderò di te quando andrò a frugare tra i miei dischi per cercarmi qualcosa da ascoltare. Ancora una volta.
Giancarlo Trombetti©2015










































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