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VV.AA. “ Yes is the Answer – and other progrock tales” (Weingarten&Cornell – Rare Birdbook 2014) di Paolo Barone

4 Lug

Il nostro Polbi boy ci invia una recensione sul libro YES IS THE ANSWER. L’ultima frase racchiude una considerazione degna del nostro asso detroitiano. Prog sì, ma con Nesquik.

“ Yes is the Answer” mi e’ capitato fra le mani per puro caso, guardando fra i libri in vendita nel negozio di dischi vicino casa, e ho deciso di prenderlo al volo.

E’ un libro particolare, forse non del tutto riuscito ma senza dubbio interessante. Si tratta di una raccolta di riflessioni sul Prog, fatte da scrittori e giornalisti americani che hanno avuto a che fare in qualche fase della loro vita con questo genere musicale. Questo di fatto e’ l’unico punto veramente in comune nei diversi interventi che compongono il libro, ventitré articoli per altrettanti autori. Ne viene fuori una collezione di storie e punti di vista, secondo me, molto interessante.

Yes is the answer and other prog rock tales

Quasi tutti ci raccontano di un amore adolescenziale per il Prog, vissuto poi negli anni successivi con un latente imbarazzo ma non per questo dimenticato. Per molti parlare di Genesis o Yes e’ solo il pretesto per raccontare, e in maniera anche molto divertente e insolita, storie personali degli anni settanta americani. Per altri invece e’ l’occasione per poter finalmente rivendicare a testa alta una passione che non hanno mai lasciato “…Alcune cose le nascondi anche a te stesso. Certe musiche per esempio, sono fatte per essere ascoltate a palla, “Can’t you  Hear me Knocking?” con i finestrini abbassati in macchina. Altre invece per quanto abbiano lo stesso bisogno di volume mentre le ascolti non puoi fare a meno di sperare che i vicini non siano in casa. Yes. Diosanto, Yes. Sto veramente ascoltando un disco degli Yes?! Dove sono le cuffie!?!…Genesis? Avevano Peter Gabriel. Crimson? Cazzo, sono piu’ duri dei Sex Pistols. Van Der Graaf? Art Rock per chi pensava che Bowie fosse un pesopiuma. Ma gli Yes? Yes? Qui siamo a un passo dai nanetti di Stonehenge. Ma nonostante tutto, erano incredibili e tutto quello che hanno fatto fino a Close to the Edge e’ meraviglioso!”.

YES

YES

Pochi scrivono qui di Prog in termini strettamente di critica musicale, e il risultato e’ che si riempie di vita ed emozioni una musica che altrimenti, soprattutto qui negli States, rischierebbe di perdere senso.

Nessuno parla della scena Prog underground, che probabilmente qui non e’ proprio arrivata, e le riflessioni girano quasi sempre intorno ai grandi gruppi.

Molto divertente e ben fatto ad esempio un capitolo su Emerson, Lake and Palmer intitolato “Difendere l’Indifendibile” scritto da Rick Moody. Si sviluppa come se fosse un dibattimento in tribunale, con atti di accusa e difesa finale, riuscendo ad essere oltre che divertente, a fuoco e pieno di risvolti emotivi e riflessioni sul rock non da poco. “ …L’aura di invincibilita’ che hanno certe band (mi vengono i mente i Led Zeppelin) e’ un aura, appunto, e nulla piu’. Nel mondo del rock nulla di buono dura nel tempo se non  le registrazioni. Anche provando a ripetersi disco dopo disco, alla fine non dura e non puo’ durare. Musicisti e pubblico rimangono soli con i loro ricordi. E quindi io resto con il ricordo degli ELP, e sento la perdita di una certa ambizione senza compromessi, specialmente in tempi come questi. Saranno stati anche eccessivi, ma credevano in quello che facevano, e fosse anche solo per questo sono da ammirare. Non ho alcuna intenzione di mollarli, cosi come non mollero’ mai quel tempo in cui anche per me l’ambizione era uno stile di vita.”

ELP

ELP

Purtroppo non tutti i contributi sono dello stesso livello, e qualcuno butta pagine per dire, ero giovane, ero uno sficato senza ragazze, mi piaceva questa musica di merda, poi sono cresciuto sono diventato un fico e non la ascolto piu’.

Ma nella maggior parte dei casi siamo su tutt’altri livelli.

Per esempio lo spagnolo Rodrigo Fresan nel suo pezzo sui Pink Floyd “ …I concerti rock sono fatti di pura aspettativa. Una volta che la band sale sul palco con la botta di elettricita’, nulla di quello che segue si puo’ paragonare a quel momento di apertura, quando tutta la potenza erutta in un istante, e tu sei, enfaticamente, non piu’ nell’attesa di qualcosa che deve avvenire. Molto presto pero’, non vedi l’ora che finisca…” non e’ una cosa che capita sempre, ma sono sicuro che tutti ci siamo ritrovati con questa sensazione addosso in piu’ di un concerto.

“Yes is the Answer” e’ anche un libro pieno di ironia, scritto da appassionati che hanno capito che se ami una band con un tastierista vestito da angelo, il cantante mascherato, e brani che durano una facciata intera, va benissimo, e’ rock anche questo, ma e’ meglio se prendi il tutto con la giusta dose di autoironia. Insomma, un libro particolare che affronta l’argomento Prog in maniera inusuale. Un po’ come facciamo in questo Blog.

Paolo Barone © 2016

FEDERICO BUFFA/CARLO PIZZIGONI “Storie Mondiali” (2014 – Sperling & Kupfer) – TTTTT

5 Giu

Questo è un libro che dovrebbero leggere le fighe, quelle che non sopportano il calcio, quelle che se fosse per loro lo abolirebbero, quelle che ti guardano con compatimento quando tu non fai nulla per nascondere una delle tue grandi passioni. E’ un libro che dovrebbero leggere pure quegli uomini disinteressati totalmente al giuoco del football, quelli che ti guardano con quel sorrisino che sta per “povero sfigato”. Questo perché così potrebbero capire il valore del calcio, la bellezza del calcio, la poesia del calcio e il fatto che non c’entra nulla con la violenza e la maleducazione delle curve, la strafottenza di certi giocatori odierni, il fiume di denaro che vi gira intorno, aspetti che semplicemente riflettono la società in cui viviamo. Naturalmente è un libro che devono leggere anche gli amanti del calcio, Buffa e Pizzigoni mettono in scena opere di una poetica struggente, tutte legate a storie dei mondiali del calcio, quelle storie che scaldano il cuore, che ti fanno sentire fortunato di essere un tifoso dello sport più bello del mondo.

federico buffa storie mondiali

Per noi l’Uruguay degli anni trenta vale i tormenti blues di Robert Johnson, per noi vedere Pelè è come sentire Jimi Hendrix, per noi le giocate di Joahn Cruijff valgono gli assoli di Jimmy Page. Buffa è il perfetto frontman, è unp storyteller dotato, uno che cattura l’attenzione, Pizzigoni è il Brian Wilson della loro collaborazione (oltre a questo libro, le puntate su Sky).

Da non perdere.

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 Sinossi:
STORIE MONDIALI
FEDERICO BUFFA, CARLO PIZZIGONI
Un secolo di calcio in 10 avventure
«Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio »: Federico Buffa e Carlo Pizzigoni hanno avuto ben presente la lezione di José Mourinho nello scrivere le dieci storie della serie andata in onda su Sky, mentre i tifosi aspettavano l’inizio del Mondiale 2014. Dieci avventure che in questo libro diventano un racconto inedito ed entusiasmante della vita, dello spettacolo e delle emozioni che ruotano attorno al pallone. Si comincia con la sconfi tta più amara della storia calcistica, quella del Brasilecontro l’Uruguay, al Maracanã, nel 1950, e si fi nisce con la più bella vittoria dell’Italia, quella del mundial spagnolo del 1982, con l’indimenticabile urlo di Tardelli e l’esultanza di Pertini nella tribuna d’onore. Tra le due, ritornano le veroniche di Cruijff e i colpi di testa di Zidane; il mitico rigore in movimento con cui Rivera, nel 1970, chiude 4 a 3 la partita con la Germania e i rigori sbagliati da Baresi e da Baggio contro il Brasile nel 1994; le notti magiche di Italia ’90 e, naturalmente, la Mano de Dios di Maradona, che vendica l’orgoglio della sua Argentina ferito dagli inglesi nell’assurda guerra delle Malvinas. Azioni indimenticabili viste mille volte, ma mai vissute come in queste pagine appassionanti che, rievocando le musiche, le atmosfere, gli eventi politici e i fatti di cronaca legati ai mondiali, celebrano l’incanto del gioco più bello del mondo.

FEDERICO BUFFA, giornalista e telecronista sportivo per Sky, è uno dei massimi esperti italiani di NBA e sport made in USA. Tifa per il Milan perché sua madre non gli ha concesso libero arbitrio. Spende più della metà di quello che guadagna in viaggi, durante i quali annota tutto a matita.

CARLO PIZZIGONI è nato a Pero, periferia milanese. Di solito è in giro a vedere cose, specie di calcio. Coppa d’Africa e mondiali giovanili, visitati in serie e vissuti sul posto, sono le esperienze professionali che più lo hanno soddisfatto, al netto di «BuffaRacconta» e fi no al Mondiale 2014 in Brasile. Collabora con Sky, ha scritto per La Gazzetta dello Sport, Guerin Sportivo e per il quotidiano svizzero Giornale del Popolo

Free Appreciation Society Magazine – Issue136

26 Mag

E’ uscito il nuovo numero della fanzine sui FREE & Related del nostro caro amico DAVID CLAYTON. Questo n. 136 è dedicato a PAUL KOSSOFF nel 40esimo anniversario della sua scomparsa.

FAS n 136

44 pagine a colori dedicate in massima parte alla riproposizione di vecchie interviste dell’epoca fatte a Koss. All’interno inoltre le recensioni della raccolta ROCK AND ROLL FANTASY – The Very Best Of Bad Company e di una nuova edizione (non si capisce se legittima o no) di FREE AT LAST, il giochetto di una versione alternativa di THE FREE STORY (la prima compilation dei FREE uscita milioni di anni fa) e  le considerazioni relativa alle registrazioni dei FREE al Blackbird di Ginevra il 13/02/1970 e all’Electric Circus di Losanna il 14/02/1970 apparse per la prima volta qualche mese fa su youtube.

Per maggiori dettagli:

fasarticle@aol.com.

GREG ILES “Il progetto Trinity” (Piemme 2005) – TTTT

16 Mag

Sono un fan di Iles ormai da qualche anno, continuamente alla ricerca di suoi libri pubblicati in Italia ma ormai fuori catalogo; grazie al lavoro di detective della groupie sono riuscito a trovare IL PROGETTO TRINITY, il suo ottavo romanzo scritto nel 2003. Trovo che la trama, lo sviluppo, i concetti e il modo di scrivere siano decisamente degni di nota, a conferma del fatto che, almeno secondo me, Iles è un grandissimo autore di thriller. Tecnologia, religione, metafisica…magari il mix non è originalissimo, ma Greg ne ricava una storia davvero avvincente. Solo le ultimissime pagine sono un po’ debolucce.

Cercando un po’ in internet ci si imbatte in giudizi che vanno da una a cinque stelle, alcuni davvero lapidari, il tutto fa sorridere…chiaro che ognuno ha la propria sensibilità, ma l’impressione è che ormai tutti si sentano in grado di criticare, sbeffeggiare, stroncare le opere degli artisti che non fanno al caso loro, anche quando non è il caso, il tutto da una prospettiva ossessivamente soggettiva e per sfuggire alla propria miseria  E’ un po’ così in tutti i campi, pensi che quell’allenatore sia un cretino perché fa giocare quella formazione, che quel politico sia una merda perché non riesce a trasformare il paese nel posto idilliaco che tutti saremmo bravi a creare fossimo noi nel posto giusto, quel film è noioso da far schifo perché non va incontro al nostro gusto personale o al contrario ad esempio sono capolavori dischi in realtà mediocri solo perché sono capitoli importanti della propria vita (e non della musica in generale) o comunque perchè appartenenti al sottogenere che prediligi.

C’è un’isteria ormai totalizzante che rende quasi impossibile avere giudizi di buon senso. Con questo non voglio naturalmente dir che il mio lo sia, Per me questo è un thriller molto bello, da quattro o cinque stelle, poi che altri possano ritenerlo non così sublime posso capirlo, ma di sicuro rimane in ogni caso un libro di un certo spessore.

Greg Iles Il progetto Trinity

Precedenti articoli su Greg Iles:

https://timtirelli.com/2016/03/02/greg-iles-un-gioco-quieto-piemme-2004-ttttt/

https://timtirelli.com/2014/09/29/greg-iles-la-notte-non-e-un-posto-sicuro-piemme-linea-rossa-2013-e1990-tttt%C2%BD/

https://timtirelli.com/2015/01/12/greg-iles-il-sorriso-dei-demoni-piemme-bestseller-2012-e12-tttt%C2%BD/

https://timtirelli.com/2015/02/22/greg-iles-una-faccenda-privata-piemme-bestseller-2011-e1150-tttt/

https://timtirelli.com/2015/04/24/greg-iles-il-pianto-dellangelo-piemme-bestseller-2011-e1150-tttt%C2%BD-%E2%97%8A-la-memoria-del-fiume-piemme-bestseller-2012-e1150-ttttt/

https://timtirelli.com/2015/08/24/greg-iles-laffare-cage-piemme-2015-ttttt/

Sinossi:

“Se state guardando questo video, significa che sono morto.” È questo il messaggio che David Tennant, celebre professore di Etica all’Università della Virginia, lascia inciso su una videocassetta prima di fuggire. La posta in gioco per i suoi inseguitori è troppo alta per lasciarlo in vita. È in gioco la più grande invenzione di tutti i tempi, il progetto Trinity, un computer capace di riprodurre e amplificare i meccanismi del cervello umano. Ideato da un pool composto dalle migliori menti scientifiche al mondo, Trinity sta per essere attivato, ma alcuni dei ricercatori coinvolti nel progetto scompaiono. Tennant è l’unico in grado di svelare i rischi legati all’invenzione. Quando inizia a soffrire di terribili allucinazioni in cui rivive episodi della vita di Gesù, lo studioso capisce che la macchina produce effetti collaterali molto pericolosi e che qualcuno trama per assumerne il controllo.

Greg Iles

Nato nel 1960 in Germania, è cresciuto a Natchez, Mississippi, dove vive tuttora e dove ha ambientato molti dei suoi romanzi.
Appassionato di musica, suona con i Rock Bottom Remainders: una band formata da soli scrittori, tra cui Scott Turow e Stephen King.
I suoi thriller, amati da colleghi illustri come John Grisham, Clive Cussler e Dan Brown, sono bestseller tradotti in oltre dodici lingue e pubblicati in più di venti paesi. Presso Piemme sono usciti: Ore di terrore, L’uomo che rubava la morte, Un gioco quieto, Il progetto Trinity, La regola del buio, La memoria del fiume, Il pianto dell’angelo, Il sorriso dei demoni e Una faccenda privata.
La notte non è un posto sicuro è a oggi il romanzo con cui Greg Iles ha ottenuto il maggior successo di vendite e ha raggiunto le posizioni più alte nelle classifiche americane.

LOREDANA BERTÈ “Traslocando – E’ andata così” (Rizzoli 2015) – TTTTT

18 Apr

Qui sul blog di LOREDANA BERTÉ abbiamo parlato un paio volte…

https://timtirelli.com/2014/03/05/loredana-berte-live-a-bologna-europauditorium-3-marzo-2014/

https://timtirelli.com/2013/09/08/loredana-berte-live-al-festival-dellunita-reggio-emilia-campovolo-6-settembre-2013-ttttt/

e ritorniamo a farlo oggi per dire due cose sulla sua autobiografia uscita poco fa.

lOREDANA BERTé TRASLOCANDO è ANDATA COSì

Fin dalle prime pagine si rimane basiti e attoniti, la cruda descrizione di certi episodi famigliari è senza filtro, senza appello, definitiva. Capisci subito che tipo di biografia sarà. Loredana rimane se stessa sempre e comunque, e questo rende questo libro sublime. Come tutte le biografie delle Rockstar, i dati tecnici e i riferimenti temporali sono fuori fuoco (ad esempio se erano gli anni di Demis Roussos, degli Animals, di Demetrio Stratos, e dei Beatles, non potevano contemporaneamente essere anche quelli dei Ramones), ma poco importa, quando una rockstar decide di essere onesta e sincera il racconto che ne scaturisce è  sempre interessante e divertente.

E allora via tra gli anni sessanta, la Rai, Mita Medici, Adriano Panatta e Mick Jagger, storie tutte godibilissime.

Ad un certo punto parla di Lucio Battisti “Un ragazzo semplice, onesto, molto innamorato di sua moglie, e, a differenza di chi collaborava con lui, in apparenza quasi estraneo all’enfasi creativa che lo circondava”  e la mia stima per Loredana aumenta di una spanna: aver colto la fuffa dell’estasi creativa le dà un credito illimitato presso di me. Non sopporto chi si riempie la bocca con il concetto di “creatività” e chi si comporta di conseguenza, è un’isteria che ha ben poco di artistico.

Loredana narra gli episodi con un candore dissoluto e preciso…la colonia estiva a cui era obbligata ad andare era “un rottura di coglioni lunga un mese, con la maestra di turno e le suore del cazzo”, l’ incontro col quel “guerrafondaio” del presidente americano George Bush, le vicissitudini del suo rapporto con Bjön Borg del quale mette a nudo la personalità disturbata e l’ omosessualità, la rottura del suo rapporto con l’amico di sempre Renato Zero (“se uno mi ha fatto una mascalzonata, perchè cazzo lo devo perdonare”).

Prima di trovare pace, rispetto e sicurezza nel management che la segue in questi ultimi anni, cadde nelle grinfie di certi personaggi (che poi diventarono presidenti del Kosovo) che la fregarono in toto e che lei qui nel libro cita senza nessuna paura.

Le affinità elettiva si fanno concrete quando leggo che“Bergoglio, il papa argentino di cui sono tutti entusiasti non mi dà nessuna emozione” e che ha voluto la parabola satellitare con CHE GUEVARA in effigie.

Al di là di questi semplici episodi, lo spessore del libro sta nel carattere sincero del resoconto di una vita piena di insidie spesa a folle velocità, alla capacità atavica di superare tragedie e episodi violenti, alla forza vitale ed ancestrale che la Berté ha dentro di sé.

Il libro l’ho letto in un giorno… scorrevole, divertente, amaro, vivo. Living Loving Lori.

SINOSSI:

“Sono cresciuta con la regola del niente. Niente giocattoli. Niente bambole. Niente regali. Niente ricorrenze. Niente di niente.” È così che può iniziare una vita, in fuga da una stanza senza quadri alle pareti, da una casa senza dolcezza, senza amore, senza infanzia. E allora la voglia di libertà diventa più forte di tutto, più forte del ricatto e di qualsiasi convenzione. Così cominciano le bravate di chi è costretto a rompere le regole con l’esagerazione, gli anni del terzetto Loredana, Mimì e Renato in perenne scorribanda per Roma, in fuga dagli alberghi, calandosi dalla finestra con le lenzuola annodate perché i soldi per pagare il conto non c’erano. Finché arriveranno, inaspettati, i primi successi, Sei bellissima e Non sono una signora, gli incontri straordinari, l’America di Andy Warhol e ritorno. Il grande amore per un bel tennista svedese e il disastro di un altro sogno infranto. Sempre in guerra, sempre in cerca di altri voli. Ma quale musica leggera! Il palco più difficile è quello di Sanremo, nel 1997, quando Loredana salirà per cantare Luna, per urlare all’Italia dei canone-paganti la rabbia e il dolore per la morte di Mimì, la sorella maggiore che aveva cercato di proteggerla dall’inferno dell’infanzia e che nessuno era stato in grado di proteggere dalla vita. Sono gli anni del buio, della solitudine che fa più paura, del dolore che spezza il fiato. Se la vita non ha fatto sconti a Loredana, lei non fa sconti in questo racconto, in cui resti- tuisce tutta la brutalità e l’esuberanza della sua vita in perenne ribellione, sempre in bilico tra la tragedia e la farsa.

 

John “Mangiafegato (liver-eating)” Johnson

4 Apr

Ho letto recentemente il libro Thorpe & Bunker “CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO” (La Frontiera Edizioni 1988 – titolo originale CROW KILLER 1958) e lo ho trovato intrigante essendo un argomento che mi interessa davvero molto.

Thorpe & Bunker Crow killer book

Thorpe & Bunker Crow killer book

Il libro narra naturalmente le avventure del mountain man John Johnson, il personaggio realmente vissuto a cui si ispirarono ROBERT REDFORD e SYDNEY POLLACK per il film del 1972 JEREMIAH JOHNSON (in italiano CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO).

Jeremiah Johnson - il film

 

Lo sapete, è il mio film preferito in assoluto, ma è molto romanzato e si prende parecchie libertà rispetto a quella che probabilmente è stata la vita di Johnson, e la stessa cosa fa il libro. Non credo sia facile fare dei distinguo tra la cruda verità e le leggende che sono nate dai racconti sgorgati davanti ai falò di quegli anni in quelle terre selvagge.

Davvero alcuni incauti indiani Crow uccisero la moglie indiana (incinta nel libro) (e il “figlio” adottivo dato al mountain man da una donna diventata pazza dopo che gli indiani sterminarono quasi tutta la sua famiglia – nel film) e per vendetta JJ iniziò ad ammazzare guerrieri Crow fino a che ne uccise così tanti che i Crow finirono per rispettarlo?

Robert Redford - Jeremiah Johnson

Robert Redford – Jeremiah Johnson

Davvero una volta fu catturato dai Crow (nel libro) e riuscì a fuggire, non prima di aver ucciso la sentinella, di averne tagliato abilmente una gamba, e di essersela portata con sé come scorta di cibo durante una interminabile fuga di più di 200 miglia sotto tempeste di neve?

Sembra siano tutte esagerazioni. Biografie meno romantiche e forse più attendibili dipingono JJ come un uomo diverso da quello che la leggenda vuole.

Mangiafegato Johnson era un uomo violento, attaccabrighe e senza tanti scrupoli, alto un metro e novanta per 118 chili (senza un filo di grasso) divenne un mountain man leggendario, ma senza dare all’aggettivo accezioni positive.

La prima immagine conosciuta di JJ 1876-1877 (photo Fouch)

La prima immagine conosciuta di JJ 1876-1877 (photo Fouch)

Nasce come John Garrison a Little York nel New Jersey nel giugno del 1824. Il padre Isaac di origine irlandese o scozzese era alcolizzato e manesco, picchiò il figlio quasi fino a morte. Fu obbligato dal padre a lavorare per pagare i debiti del genitore, fino a che John si stufò e si imbarcò su una nave. Cacciò balene per circa 12 anni prima di abbandonare. Si arruolò in marina, ma il carattere focoso lo costrinse a fuggire dopo aver colpito un ufficiale. Cambiò nome in Johnston (con la t) per confondere le acque e si diresse all’ovest.  California, Colorado, Wyoming e Montana. Cercatore d’oro, cacciatore, trapper, trafficante di whiskey, taglialegna, scout per l’esercito. Combatté costantemente contro gli indiani.

John Garrison - John Johnson

John Garrison – John Johnson

Anche il soprannome mangiafegato (dovuto al fatto che ogni volta che uccideva un crow asportava il fegato del malcapitato e lo assaggiava) sembra sia falso. Potrebbe derivare dal fatto che nel 1868 lui e alcuni suoi amici taglialegna furono attaccati dai Sioux perché abbattevano alberi (per procurare legname per le navi a vapore) su territorio indiano. Mangiafegato piantò il coltello sul fianco di un guerriero, quando lo estrasse notò che sulla lama era rimasto una parte del fegato, così scherzando chiese agli altri “qualcuno ne vuole un boccone?”

Il coltello di mangiafegato Johnson

Il coltello di mangiafegato Johnson

Tra il 1863 e il 1865 diventò scout per la cavalleria del Colorado durante la guerra civile americana. Tornò quindi nel Montana, cercò l’oro e combatté gli indiani. Spese tutti i suoi soldi a bere whiskey a Fort Benton fino a che non fu costretto a tornare a lavorare vendendo merci ai minatori. Col suo compare JX Beider poi si rimise a fare il boscaiolo sul fiume Missouri, mestier pericolosissimo in quei luoghi: nell’estate del 1868 sette taglialegna furono uccisi dagli indiani. Si mise anche a vendere teschi di indiani ai turisti che passavano da quelle parte sulle navi a vapore. Tornò poi a fare il trapper e a cacciare. Ebbe molti scontri con i Sioux, i quali continuavano a rubargli trappole e pelli di castoro. Johnson lasciava avanzi di cibo avvelenati nella sua tenda affinché i pellerossa li mangiassero. Una volta alcuni lo aspettarono nella sua capanna, ma lui fiutò il pericolo, si infilò nel tunnel che aveva costruito e li sorprese.

Liver-eating Johnston cabin

Liver-eating Johnston cabin

Tornò a trafficare in Whiskey, a tornò a fare lo scout per l’esercito e fece da guida ad alcune spedizioni in Montana. Ebbe poi a che fare con la linea delle diligenze, diventò uomo della legge a Coulson nel Montana, si unì persino al Wild West Show. Si ritirò poi nella sua capanna a Red Lodge, ma tornò a fare lo sceriffo fino a che una vecchia ferita alla spalla avuta durante la guerra civile non lo constrinse a smettere per sempre.

late 1800's - Wyatt Earp, Teddy Roosevelt, Doc Holliday (John Henry), Morgan Earp - Liver Eating Johnson - Butch Cassidy - The Sundance Kid

late 1800’s – Wyatt Earp, Teddy Roosevelt, Doc Holliday (John Henry), Morgan Earp – Liver Eating Johnson – Butch Cassidy – The Sundance Kid

Nel 1899 si ritirò al Veteran Hospital di Los Angeles, dove morì il 21 gennaio del 1900. Fu sepolto in California. Nel 1974 finalmente i suoi resti furono portati a Old Trail Town, Cody, WY, uno dei posti più amati da Johnson, a nemmeno cento chilometri dalla “sua” Red Lodge, MT.

 

John Johnson Grave - Old Trail Town, Cody, Wyoming

John Johnson Grave – Old Trail Town, Cody, Wyoming

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DONATO ZOPPO “La Filosofia Dei Genesis – Voci E Maschere Del Teatro Rock” (Mimesis 2016 – Euro 8) – TTTTT

7 Mar

Piccolo formato, poco più di cento pagine, lettura sorprendentemente scorrevole (viste le tematiche). Donato riflette sul periodo storico dei GENESIS, quello con PETER GABRIEL, quello che va dal 1970 al 1975, sei anni densi di dischi stupefacenti e di momenti visivi teatrali e profondi.

La-filosofia-dei-Genesis_copertina

L’autore (sì insomma, il nostro DONATO ZOPPO) come sempre raggiunge l’argomento grazie ad una perfetta introduzione, analizzando la crescita della musica Rock, l’onda che parte da lontano e che arriva fin sulle spiagge della teatralità, connubio che GABRIEL e i GENESIS in quei pochi anni hanno espresso come forse nessun altro.

Donato, per permetterci di comprendere a pieno l’evoluzione e il significato del Rock, scrive cosette tipo “La cultura Rock, un blocco condiviso di valori musicali, artistici, sociali, culturali e comportamentali consolidatosi tra 1965 e 1967, nasce dalla disponibilità onnivora dei giovani musicisti ad accogliere qualsiasi spunto estraneo al Rock e alla musica stessa (poesia, esoterismo, narrativa, etc) e soprattutto dal desiderio insopprimibile di affermare anche con il concerto la propria identità , che nasce dalla consapevolezza dell’alterità generazionale e dal conflitto con l’universo di valori genitoriali.”

DZ ci guida quindi alle prime sorgenti degli anni sessanta per poi condurci finalmente alle sponde della vecchia Britannia, dove questo manipolo di rampolli della borghesia inglese, usciti dalle scuole private, mette in scena il loro Rock, che chiameremo poi ” progressivo”, su cui il cantante, proto-leader e anima inquieta, disegnerà le proprie mappe teatrali.

TRESPASS, NURSERY CRIME, FOXTROT, SELLING ENGLAND, THE LAMB … album che fanno parte del nostro DNA, album di cui pensavamo di conoscere ogni sfumatura, ma che con questo nuovo approfondimento di Donato ci accorgiamo di poterli ancora approcciare con spirito candido e assetato. Credo che proprio questo faccia di questo lavoro un libro da avere assolutamente, oltre alla maestria di DONATO nel condurre in porto in modo lineare, comprensibile e cronologico (per chi scrive qualità fondamentali) un aspetto del Rock spesso preso sotto gamba. In molto casi la teatralità nel Rock non è null’altro che qualche pulsione superficiale e kitsch, ma nel caso dei Genesis e di Gabriel in particolare, rappresenta significati profondi, magari a volte anche ingenui, ma carichi di suggestioni metafisiche e/o comunque artistiche.

DONATO ZOPPO si rivela una volta di più una delle penne più ispirate del giornalismo musicale italiano. Giù il cappello.

 

GREG ILES “Un Gioco Quieto” (Piemme 2004) – TTTTT+

2 Mar

Sono ormai due anni che parlo di GREG ILES qui sul blog, autore che ho scoperto tardi e che amo con tutto me stesso. I suoi romanzi thriller sono tutti dei capolavori. UN GIOCO QUIETO è del 1999, ed è arrivato in Italia nel 2004 grazie alla PIEMME. E’ il primo capitolo della saga di PENN CAGE, saga di cui sono un fervente seguace. Nelle precedenti recensioni ho già detto delle doti di ILES, non starò a ripetermi, aggiungo solo che anche questo è un libro stupendo.

Un gioco Quieto - Greg Iles

https://timtirelli.com/2014/09/29/greg-iles-la-notte-non-e-un-posto-sicuro-piemme-linea-rossa-2013-e1990-tttt%C2%BD/

https://timtirelli.com/2015/01/12/greg-iles-il-sorriso-dei-demoni-piemme-bestseller-2012-e12-tttt%C2%BD/

https://timtirelli.com/2015/02/22/greg-iles-una-faccenda-privata-piemme-bestseller-2011-e1150-tttt/

https://timtirelli.com/2015/04/24/greg-iles-il-pianto-dellangelo-piemme-bestseller-2011-e1150-tttt%C2%BD-%E2%97%8A-la-memoria-del-fiume-piemme-bestseller-2012-e1150-ttttt/

https://timtirelli.com/2015/08/24/greg-iles-laffare-cage-piemme-2015-ttttt/

Sinossi:

Per Penn Cage, ex procuratore distrettuale diventato un famoso romanziere, il ritorno a casa, a Natchez in Mississippi, è qualcosa di sacro. Il punto di partenza per ricostruirsi una vita dopo la morte straziante della moglie e diciotto anni d’assenza. Ma la placida cittadina in cui Penn è cresciuto non è più quella che ricordava. Tra i campi di cotone e dietro le eleganti facciate delle ville del Sud si annidano lotte intestine, segreti e passioni mai sopite. Così, quando la madre confida a Penn di temere che il padre sia vittima di un vile ricatto, il velo di omertà che avvolge la comunità si squarcia e dalle ombre del passato riemerge un delitto sepolto da trent’anni. Quando Penn riapre il caso, comprende che saranno in molti a ostacolarlo nella sua battaglia per dare voce a decenni di silenzi e smascherare nemici invisibili disposti a tutto pur di non rinunciare all’enorme potere che si sono costruiti. “Un autore di thriller come ce ne sono pochi, capace di creare una suspense straordinaria, che ti divora come un fuoco” Stephen King.

Greg Iles

Nato nel 1960 in Germania, è cresciuto a Natchez, Mississippi, dove vive tuttora e dove ha ambientato molti dei suoi romanzi.
Appassionato di musica, suona con i Rock Bottom Remainders: una band formata da soli scrittori, tra cui Scott Turow e Stephen King.
I suoi thriller, amati da colleghi illustri come John Grisham, Clive Cussler e Dan Brown, sono bestseller tradotti in oltre dodici lingue e pubblicati in più di venti paesi. Presso Piemme sono usciti: Ore di terrore, L’uomo che rubava la morte, Un gioco quieto, Il progetto Trinity, La regola del buio, La memoria del fiume, Il pianto dell’angelo, Il sorriso dei demoni e Una faccenda privata.
La notte non è un posto sicuro è a oggi il romanzo con cui Greg Iles ha ottenuto il maggior successo di vendite e ha raggiunto le posizioni più alte nelle classifiche americane.

DINO BUZZATI “Sessanta Racconti” (Oscar Mondadori 2015 – euro 10,50) – TTTTT

3 Feb

Con i libri mi capita l’opposto che con i dischi: leggo solo cose nuove o comunque uscite di recente. I classici li ho affrontati da giovane, quando ero mosso da una passione furiosa, quando robetta leggera come Kafka, Svevo e Dostoevsky dava refrigerio alla mia lussuria letteraria. Capita però che sei in vacanza e in una di quelle calde serate estive in cui passeggi beato sul lungomare, ti fermi in una libreria e vedi la nuova edizione di racconti di un autore che col suo titolo più famoso ti ha fatto sorvolare il deserto, e allora ti raggiunge quel fremito, quello sghiribizzo, quella voglia di gettarti di nuovo tra le sue parole.

Dino Buzzati Sessanta racconti 2015 oscar Mondadori 029

I racconti e gli scritti di Buzzati sono magnifici. In molti lo hanno paragonato a Kafka, equazione che lui non ha mai amato troppo, ma naturalmente non avevano tutti i torti, il “genere” è quello, ma detto questo Buzzati ha una dimensione tutta sua, in lui c’è una forza, una malcelata sinistra ironia che Kafka non aveva.

Buzzati era uno scrittore meraviglioso, il suo italiano è bellissimo, supremo, definitivo. La sua trasposizione della realtà è straordinaria.

Dino Buzzati

Dino Buzzati

Su sessanta racconti, circa una decina li ho abbandonati dopo una pagina o poco più, ma i rimanenti mi hanno tenuto incollato a loro sino alla fine, e mi sono spesso rammaricato della loro brevità, del mancato sviluppo, perché sono storie superbe. Inutile citare qualche titolo, i cinquanta che mi sono piaciuto sono tutti tra l’otto e il dieci. Gran bella raccolta.

“Sarà logora romanticheria, ma ci consolò il sapere che mentre gli altri erano sprofondati nel tetro sonno, lassù, alla luce di una solitaria lampada, lui stesse poetando. Questa era infatti l’ora remota e massima, il profondo recesso della notte dove nascono i sogni, e l’anima, se può, si libera dei dolori accumulati, spaziando sopra i tetti e le caligini del mondo, cercando le parole misteriose che domani soccorrendo la grazia, trapaneranno i cuori della gente, inducendola a pensare cose grandi. Sarebbe infatti mai possibile che i poeti lavorassero, poniamo, alle dieci del mattino, con la barba appena fatta, dopo una abbondante colazione?” (dal racconto UNA PALLOTTOLA DI CARTA).

Dino Buzzati sessanta racconti

 

Ted Gioia “Delta Blues – The Life and Times of the Mississippi Masters Who Revolutionized American Music” (W. W. Norton & Company, 2009) di Bodhran

1 Feb

Il nostro Bodhran ci parla del libro DELTA BLUES…

Quando Tim mi ha chiesto di scrivere due righe su questo libro ci ho messo qualche giorno a trovare il bandolo della matassa per raccontarlo. È stata una lettura intensa che ha smosso tante riflessioni e mi piacerebbe riuscire a riproporvele tutte, nei limiti delle mie capacità. Parto dal fatto che sono convinto che chi ama il “reale” ha bisogno di ascoltare una musica che lo vada a smuovere nel profondo, magari andando a toccare qualcosa di sconosciuto, di pericoloso, di privato, e non si accontenta solo di un innocuo sottofondo di compagnia. Non sono la bellezza formale, la complessità armonica o la precisione nell’esecuzione gli ingredienti necessari per ottenere questo effetto, credo capiti a tutti di restare completamente indifferenti a tante “belle voci” o a tanti “begli assoli”.

Delta blues parla (chiaramente) di “quel blues”, quello vero, del Mississippi, descritto molto bene da John Lee Hooker: “because it’s the worst state, you have the blues all right if you’re down in Mississippi”, lo stato che negli anni ’20 e ’30 era il più povero degli Stati Uniti.

Ted Gioia DElta Blues

Il libro inizia con W. C. Handy, considerato “il padre del blues”, che raccontando di un suo viaggio nel 1903, nella stazione di Tutwiler, Mississippi, scrisse: “Un nero dinoccolato cominciò a pizzicare una chitarra accanto a me mentre dormivo… Mentre suonava, utilizzava la lama di un coltello sulle corde della chitarra, nella maniera resa popolare dai chitarristi Hawaiani… Il cantante ripeteva lo stesso verso tre volte mentre si accompagnava alla chitarra con una delle musiche più strane che avessi mai sentito” (trad. Wikipedia),

W. C. Handy 1892 circa

W. C. Handy 1892 circa

La fascinazione provata da W. C. Handy nel 1903 continua da più di un secolo, e ad intervalli più o meno regolari il blues riemerge da solo o in altra musica, dandogli vita e senso, e il libro affronta in maniera interessante questa continua ricerca di realtà e verità in un mondo, anche quello musicale, che è diventato via via più artificiale. In parole povere, Robert Johnson è ancora un personaggio “affascinante” eppure è l’antitesi totale dell’artista moderno, nemmeno minimamente paragonabile ad altri eroi rock in quanto a successo, soldi e fama, non solo per un amore nostalgico dei bei tempi andati, ma perché il carattere di verità di quella musica e quelle parole è troppo forte e riesce ancora ad essere credibile.

Durante la lettura dei capitoli, dedicati ai personaggi maggiori di questa storia (Charlie Patton, Son House, Skip James, Robert Johnson, Muddy Waters, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf e B.B. King), il libro si sviluppa su più livelli: uno appunto quello cronologico delle biografie dei grandi, un secondo, in parallelo, quello dedicato ai cantanti “minori”, o più semplicemente quelli che hanno avuto meno occasione di farsi ascoltare, legati ai maggiori in quanto loro ignari maestri, precursori o eredi musicali, in un spostamento nel tempo che descrive anche i cambiamenti sociali che hanno portato a certi cambiamenti musicali (un esempio su tutti, l’introduzione della raccolta meccanica del cotone che spinge una massa di ancor più diseredati a cercare fortuna verso nord, Memphis e Chicago).

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Da come scrive si capisce che Ted Gioia di musica ne sa, ne scrive anche in termini tecnici, e la descrizione di alcuni brani in dettaglio aiuta ad entrare in quel mondo di miseria, paure, leggende e capire anche le differenze e gli sviluppi del genere.

Un altro livello, fondamentale per capire questa storia, è la scelta di raccontare le storie degli antropologi, discografici o dei semplici appassionati che sin dagli inizi si sono dannati a registrare questi disgraziati solitari davanti alle loro catapecchie o portandoli in primitivi studi di registrazione, anche per guadagnarci soldi ovviamente con quei vecchi 78 giri prima, 45 e 33 poi, e che hanno consentito che quella musica, appartenente alla tradizione orale, fosse fermata e potesse autoalimentarsi, prima solo dentro gli Stati Uniti e poi fino a scavalcare l’Oceano Atlantico, sbattere contro l’Inghilterra e farci diventare quello che siamo.

E se è ovviamente fondamentale il lavoro fatto ad inizio ‘900 lo è anche quello fatto poi negli anni ’60, senza il quale non sarebbero stati riscoperti ad esempio personaggi come Son House, ritrovato grazie ad una indagine degna dei migliori romanzi polizieschi.

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Ah, un’altra cosa: non c’è mai retorica, eppure la storia è prepotente e affascina. Il capitolo dedicato a Robert Johnson è pieno di mancate informazioni, poche ce ne sono e poche se ne riportano, ma non è stato riempito da fantasiose e colorite leggende per fare effetto, non si indulge con “il diavolo all’incrocio”, storia peraltro di un altro Johnson, tal Tommy, che la raccontava come sua, ma chissà ovviamente ripresa da chi prima di lui. Piuttosto si cerca di spiegare bene come il blues fosse considerato pericoloso, di quanta superstizione girava intorno e dentro questa musica in quei tempi, in quegli ambienti, e come mai si decidesse di cantare una musica così malata. E di come spesso tanti bluesmen, anche tra i migliori, abbiano voluto allontanarsene, perché quella musica era sofferenza e dolore, reali.

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Un piccolo inciso: durante la lettura mi sono chiesto quante rockstar che si sono crogiolate in sogni di”dannazione” tra dollari mignotte e cocaina sarebbero riuscite a reggere le condizioni vissute da questi cantanti per più di una settimana?

Comunque sia, Ted Gioia non concede niente al sensazionalismo o all’invenzione, è un libro che si propone come rigoroso; Robert Johnson, oggi il simbolo e il re di quella storia, ai suoi tempi era praticamente uno sconosciuto e così viene delineato, per quello che era.

Robert Johnson early 1930s

Robert Johnson early 1930s

Tanti gli aneddoti riportati, citando accuratamente le fonti, tanti quelli toccanti, con l’intento di farci capire di come sia accaduto tutto “per davvero”, non gonfiando a posteriori per renderci la storia più accattivante. E diventa talvolta anche comico quando alcuni dei personaggi, raggiunto il successo, inizino loro sì ad inventare, nascondere e mentire, per aggiungere fascino ad una storia che Delta Blues ci rivela essere incredibilmente affascinante per quel che è stata.

Arrivare in fondo a questo libro è stato tutto tranne che una lettura noiosa.

In ultimo, alla fine del libro è organizzata una discografia, composta da canzoni e non album, ricchissima e che apre un universo di ascolti.

Il libro naturalmente è in inglese.

Bodhran© 2016