La groupie trova da qualche parte e pubblica sul gruppo facebook che gestisce (RW KEYBOARDS WIZARD) questa foto interessante di RICK WAKEMAN alla premiere londinese del film THE SONG REMAINS THE SAME dei LZ nel 1976. RICK uno di noi.
Rick Wakeman 1976 TSRTS premiere London
Venerdì 15/05/2015, prima mattina, sono sintonizzato sul programma LATERAL di Luca Bottura su RADIO CAPITAL, passano Where Did You Sleep Last Night? del 1944 di LEADBELLY. Mi vengono i brividi. RADIO CAPITAL non è nuova a questi exploit, ma è bello vedere una volta di più un network commerciale nazionale rispolverare pezzi del nostro DNA.
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Arrivo in ufficio, SARWOODA è già al suo posto, si sta bevendo un caffè mentre legge qualcosa al computer, mi avvicino: è la pagina wikipedia su LeadBelly. “Tim, ho sentito una sua canzone stamattina su Radio Capital, mi ha incuriosito molto, mi piace, puoi prestarmi qualche suo cd?”. Se c’è una donna blues che lavora con me, quella è SARWOODA, lo so da tempo, ma continua a sorprendermi. In pausa pranzo viene nel mio ufficio e mi chiede di strimpellare qualcosa di Huddie Leadbetter, così improvviso un giro miserello di folk-blues in una specie di fingerpicking che è una sorta di incrocio tra Jimmy Page, Leadbelly e la completa incompetenza.
Sarwooda: Leadbelly blues – photo TT
Così, in preda al kick LEADBELLY, mentre lavoro mi metto le cuffiette e faccio partire youtube, dove tra l’altro riscopro questo incredibile film del 1976 …
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In questo periodo oltre agli SPOOKY TOOTH mi sono riascoltato anche gli album che ho amato meno dei DIRE STRAITS: LOVE OVER GOLD, ON EVERY STREET, ALCHEMY. Li ho trovati più interessanti di quel che ricordavo. Nel live del 1984 mi ha colpito la performance di TERRY WILLIAMS alla batteria.
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Ci ha lasciati BB KING e su facebook è tutto un fiorire di “E’ morto il re del blues”. A parte il gioco di parole consunto e per questo evitabile, mi chiedo se davvero BB King meriti tutta questa considerazione. Ho sempre pensato che facesse del cabaret e non del blues e che non fosse il chitarrista che vogliono farci credere: inesistente come ritmico, deve la sua fama alle quattro note che mette in ogni brano. Per come la vedo io, scompare davanti alle figure di ROBERT JOHNSON e MUDDY WATERS e come chitarrista il vero KING del blues era FREDDIE. Tutta questa retorica la trovo francamente insopportabile, ma come sempre sarà un problema mio che vedo le cose da un punto di vista obliquo.
Per il resto vivo la mia solita vita d’inferno, al sabato mattina faccio colazione con una estranea che mette sullo stereo ASTRAL TRAVELLER degli YES ad alto volume e mentre si mangia tutte le sue cosette da figa (fette biscottate integrali, marmellata prodotta da casolari collinari che garantiscono la assoluta naturalità, yougurt Activia), con le mani mima con precisione ogni passaggio strumentale di basso, chitarra, batteria e tastiera…
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Per sopravvivere, non appena l’estranea esce di casa, mi precipito allo stereo e metto su HARD AGAIN, l’album del 1977 di MUDDY WATERS con JOHNNY WINTER, in modalità pump up the volume …
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Mi metto poi in macchina Mutina bound, infilo STAMPEDE dei DOOBIE BROTHERS nel carstereo; dopo alcuni giorni in cui sembrava essere già arrivata la primavera, questa è una mattina fredda e nuvolosa. RAINY DAY CROSSROADS BLUES fa al caso mio mentre attraverso le campagne nere; dopo un paio di minuti, nella lunga coda finale, diventa la colonna sonora perfetta per il mio animo di questo sabato mattina …
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Entro nella struttura in cui è ospite Brian, mio padre è lì che confabula con i suoi amici, chissà cosa racconta loro col suo eloquio frastagliato courtesy of the alzheimer blues. Stiamo un’oretta mano nella mano, cercando di comunicare attraverso le difficoltà. Brian è in forma per essere uno nella sua condizione, ma è innegabile che ogni settimana perde qualcosa. Osservo parenti che vengono e vanno e i vecchi che non ricevono visite che dalle loro sedie a rotelle osservano indifferenti il via vai. Mi chiedo per l’ennesima volta se anche noi finiremo così. Do un bacio al vecchio e riparto.
Ore 18: INTER – J**E. La partita che più di tutte può rovinarmi l’umore per giorni interi. Anche stavolta precipito nel burrone dell’incazzatura più cupa e fredda. Dominiamo la partita, alla fine il possesso palla sarà 65% INTER e 35% J**E, potevamo chiudere il primo tempo 4 a 0 per noi ed invece riusciamo a perdere 1-2 contro la squadra dei gobbi imbottita di riserve. MEDEL passa la palla indietro, VIDIC, lento come la mano sinistra di PAGE nell’ARMS TOUR del 1983, si fa superare da MATRI e lo atterra in area. Rigore per la squadra di Torino. 1 a 1. Secondo tempo: azione in aerea dell’INTER, Morata ciabatta un passaggio ad HANDANOVIC e questi fa una di quelle cappelle che non sai spiegarti. 1-2 per la J**E. Non importa che ci abbiano annullato un goal regolare che ci avrebbe portati sul 2 a 0, la J**E non demorde mai, anche piena di riserve lotta sempre fino alla fine. Siamo noi che non riusciamo a chiudere le partite, mai. Quinta stagione consecutiva di football blues dolorosi, profondi, feroci. Sì certo, c’è di peggio nella vita, ma l’INTER è una delle mie passioni, non posso farci niente, mi fa soffrire e godere a livelli altissimi. Confido nel prossimo campionato, che il dio del football (Hendrik Johannes Cruijff) vegli su di noi.
Cerco di distrarmi con un paio di film: MARINA (storia di emigranti italiani in Belgio, biografia del cantante Rocco Granata) e TRACKS (attraversata in solitaria dell’outback australiano del 1977 di Robyn Davidson, storia vera). Belli entrambi, il secondo però ha una marcia in più.
Domenica mattina, mi alzo alle 7,30. Torna il sole, sono ancora depresso, ho bisogno di tornare nel ventre materno della BAD COMPANY, sentirmi al riparo dalle angherie del mondo (perdere con la J**e insomma) … il PAUL RODGERS degli anni settanta ha sempre un effetto benefico su di me, soprattutto se aiutato da un bicchierino di Rum Matusalem invecchiato 15 anni. Oh yeah baby, let’s have the booze.
Ritorno alla normalità dopo il bel break di quindici giorni a Cuba. Quel che rimane, oltre alla nostalgia, è un’eco della deriva alcolica vacanziera, il rum ha sostituito il Southern Comfort e mi si versa nel caffè anche a colazione. Mah.
Due settimane di vacanza sono forse troppe, perché ti disabitui al monotono scorrere della tua vita miserella e finisci per interrogarti circa eventuali scelte drastiche, che poi alla fine non farai mai, ma i cui pensieri intanto ti destabilizzano l’animo. Con tali presupposti intontito e confuso cerco di darmi da fare in ufficio, ma i risultati non sono granché…
Tim at the office – aprile 2015 (Foto Sarwooda)
Sto comprando biglietti per alcuni dei prossimi concerti che si terranno in Italia, ho bisogno di distrazioni, di allontanarmi da me stesso almeno per una notte. Così, dopo aver ticketoneannato per AC/DC, CROSBY STILLS & NASH, SUPERTRAMP, ho aggiunto gli UFO, previsti per il primo novembre al Legend Club di Milano. Certo, non c’è SCHENKER e nemmeno PAUL CHAPMAN, ma vedere PHIL MOGG, ANDY PARKER, PAUL RAYMOND e forse PETE WAY, non sarà male.
Vedendo che l’animo mi scivola via, cerco di tenermi su ascoltando spesso i THIN LIZZY, in particolare FIGHTING, BAD REPUTATION e CHINATOWN. Il periodo 1974-80 della MAGRA LISETTA mi piace molto. Di base potrebbe anche essere un gruppo Hard Rock, ma le aperture del songwriting di LYNOTT e dei ragazzi collocano la band forse al di fuori degli stretti confini del genere citato. I THIN LIZZY mi fanno bene al cuore e non li ringrazierò mai abbastanza per questo…
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And when the music that makes you blue Unfolds its secrets, the mysteries are told to you
Anche la sera, a casa, riesco a far poco, sarà il residuo blues del fuso orario, ma oltre che dissolvermi davanti a SKY non faccio nulla. E’ iniziata la nuova stagione de IL TRONO DI SPADE, così Daenerys Targaryen mi tiene a galla, aiutata anche da Palmiro, che dopo qualche giorno di atteggiamento scorbutico (mi deve far pagare i 15 giorni di lontananza) sta tornando il gatto sentimentale che è.
Tim & Palmiro – April 2015 (Foto Saura T)
Quando posso vado a trovare il vecchio Brian che piuttosto sorprendentemente sta sbocciando di nuovo; ha lasciato la sedia a rotelle quando pensavo non sarebbe stato più possibile, e, compatibilmente con l’alzheimer blues, è tonico, pronto, presente. Ogni volta che vado a trovarlo in orari decenti è in salone che chiacchiera con i suoi amici e con le sue amiche e non appena mi vede esclama “Tim!” e poi informa gli altri che “quello è mio figlio”. Quando invece vado da lui in pausa pranzo, lo trovo a letto per il pisolino pomeridiano, lo sveglio e prima di caricarsi tutta la memoria serve almeno mezz’ora. In quella fase un po’ appannata, mi chiede se sono Giuseppe, “sente” che sono un Tirelli, ma non riesce a fare il collegamento preciso. Questo però solo se consciamente cerca di ricordare chi sono esattamente, se si estrania un momento da sé stesso e gli sovviene di avere la mia attenzione, mi chiama per (sopran)nome senza problemi: “veh Tim, at vliva dìr che ier sìra…”.
Quando però torna a cercare di essere in controllo di se stesso e la memoria ram non si è ancora del tutto caricata e gli faccio vedere un po’ di foto di sua moglie che non c’è più, gli parlo dei suoi genitori che ovviamente non sono più con noi, di uno dei suoi fratelli che se ne è andato qualche anno fa e poi passo a foto di noi due insieme, mi chiede se siamo al mondo: “ma me te sommia al mond?”. “Certo Brian, se siam qui che parliamo, siamo al mondo.” “Ah, mei acsè”…meglio così, mi dice con dolcezza Brian. Che razza di pantani che mette in atto la demenza senile. Però, anche nelle sue difficoltà il vecchio Tirelli non molla del tutto: “Quant’an goia me?” “85? Bemo’, alora a sun vech!” Quanti anni ho? 85? Ma allora son vecchio! Caro, tenero, Brian.
Brian, aprile 2015 (foto TT)
In certi weekend, l’INTER batte la ROMA, e il TORO la J**e, così una botta di adrenalina è sicura, poi passo il resto della domenica pomeriggio a guardar la groupie che taglia l’erba intorno alla domus saurea. Suo padre invece di regalarle che so un weekend in una spa o in una città europea le ha preso un trattorino JOHN DEER; la groupie è contentissima essendo una motorhead, così sfreccia felice sui campi erbosi di questa fetta di pianura…
Mowin’ on (the fantastic drowse of the afternoon Sundays) – photo TIm Tirelli
Primo sabato di maggio, prima matinée con i ragazzi in centro a Modena. Erano anni che l’ avevo in mente, ma fino al mese scorso il sabato mattina era tutto dedicato a Brian, ora che lo vedo sistemato nella struttura giusta, posso rallentare e riprendermi lentamente la mia vita. Rendez vous alle 10 in piazza Matteotti, presenti Nonantolaslim, Livin’ Lovin’ Jaypee, il Pike boy e Lorenzo Stevens. Facciamo colazione al Caffé Bicicletta in Sant’Eufemia, uno degli angoli medievali più belli di Modena a ridosso del Duomo. Ordino succo di frutta, cornetto con marmellata, caffé corretto; gli amici mi guardano “Zio can, Tim, caffè corretto alle 10 di mattina?”“Quando scrivo di deriva alcolica, cosa credete, che lo faccia per fare il fighetto sul blog?”. Chiacchieriamo di musica, non ne avremmo mai abbastanza. Picca mi promette di scrivere qualcosa per il blog a proposito di un recente articolo apparso su A.V. Club che parla dell’età in cui si smette di cercare musica nuova e si torna indietro.
Facciamo poi un salto da DISCHINPIAZZA, in piazza Mazzini. Avevo detto che avrei resistito, ma poi ho ceduto e ho preso la deluxe edition di TRILOGY degli ELP. Già che c’ero ho aggiunto anche il cofanettino di HAMPTON 1981 dei ROLLING. Jaypee è stato costretto a comprare la deluxe edition del primo della BAD COMPANY, pena la perdita della mia amicizia. Lorenzo ha già preso STRAIGHT SHOOTER e Picca mi ha promesso che procederà all’acquisto quanto prima. D’altra parte, se non le comprano gente come noi le deluxe edition della BAD CO, chi cavolo le compra? Picca mi fa vedere la versione in vinile di STRAIGHT SHOOTER. Mi viene un mezzo accidente: quando vedo quella copertina fremo. Per un momento valuto se spendere i 30 euro per questo bel doppio vinile, mi trattengo quando capisco che nella versione in vinile manca qualcosa del bonus material. Però il long playing mi rimane negli occhi per un bel po’.
Salutiamo Robby e ci sdraiamo per un po’ al sole in Piazza Grande, che bella la mia città in un sabato mattina di sole di inizio maggio. Il Duomo ripulito è di una bellezza emozionante.
Tim & Jaypee Modena 02/05/2015 – Foto Lorenzo Stefani
Torno a Borgo Massenzio facendo la via Emilia, da Mutina fino a Regium Lepidi, non ho voglia di tangenziali oggi. Mentre attraverso il cuore pulsante della mia terra, sento che sto tornando nel groove a me tanto caro, che il crush avuto per CUBA sta iniziando a mollare la presa, e che torna a galla la passione carnale per l’Emilia. E adesso che le sono sopra, che la guardo negli occhi mentre le nostre anime tornano ad essere una sola, che la sento così morbida sotto di me, le sussurro che è tutto quel che ho, che è tutta la mia vita, che senza di lei non sarei. In breve siamo di nuovo avvinghiati e raggiungiamo l’estasi… le acque tiepide del Panàro e del Secchia raggiungono il delta di venere e una pace ci pervade l’animo. Io e l’Emilia ci amiamo.
La avventura del Wakeman Trophy 2015 è del tutto simile a quella dell’anno passato: partenza alle 15, arrivo a Vicenza alle 17, appostamento in zona Teatro Olimpico per vedere se RICK compare per il soundcheck, chiacchiere con nuovi e vecchi amici che nel frattempo arrivano, toast e birretta, entrata, concerto e qualche momento passato con the keyboards wizard in persona. Che meraviglia quando tutto si dipana bene.
Arrivare sul posto alle 17 forse è un po’ troppo, ma non voglio frenare la groupie, è il suo momento e se lo vuole godere tutto. Stazioniamo in zona per un ora e mezza, un paio di proghead si avvicinano. Poco dopo arriva PAOLO BOLLA, di SchioLife, ci ricorda dal concerto dello scorso anno così fraternizziamo e iniziamo amabilmente a parlare di musica. Un quarto d’ora e arrivano due fotografi. Ci presentiamo, loro sono MARCO CHIERICO, fotografo ufficiale degli eventi di SchioLife, e RAFFAELLA VISMARA. Non so come mai ma in pochi minuti si gettano le fondamenta di un rapporto d’amicizia probabile e profondo. Credo si tratti di reazione chimica, ancora non sappiamo se abbiamo affinità elettive tali da impegnarci in un rapporto serio, ma la gentilezza e l’educazione di MARCO e il sincero approccio di RAFFAELLA fanno scattare qualcosa. Mentre siamo lì, RAFFAELLA prova la sua nuova macchina fotografica e ci scatta qualche foto, MARCO fa lo stesso…
Groupie & Uomo Di Blues – Saura e Tim – Vicenza 24-4-2015 PHOTO RAFFAELLA VISMARA
Saura & Tim Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
Parliamo un po’ e scopro che Raffaella è una grande amica di MEL PREVITE, esimio chitarrista modenese (ROCKING CHAIRS e LIGABUE) nonché mio grande amico e che gli amici bolognesi che sta aspettando sono anche i nostri, infatti GIANLUCA GOLLINI, GABRY MARTELLI e company arrivano di lì a poco. Poi d’improvviso dalla strada principale arriva RICK WAKEMAN accompagnato dal manager e da CLAUDIO CANOVA promoter di Schio Life. Non ci permettiamo di disturbarlo, sta andando a provare il pianoforte, ci limitiamo a seguirli. La groupie si mette a filmare col cellulino, potrebbe essere uno di quei video che si vedono su YOUPROG nella categoria RILF (Rockstar I Love …).
In breve anche altri storici YES/PROG fan ci raggiungono, UMBERTO MONTANARI, MAURIZIO CAVALCA, RICCARDO SCIVALES su tutti, nomi pesanti per il contesto in cui siamo. Arriva anche il vecchio DOC che però prima si ferma in pizzeria. Ore 20:30, si entra. Il teatro è uno spettacolo, probabilmente il più bello del mondo. La profondità e la prospettiva sono un qualcosa di incredibile.
RW Vicenza 24-4-2015 (photo Tim Tirelli)
La gente inizia a prender posto, cerco con lo sguardo DOC, lo vedo lassù in tribuna. Io e la groupie siamo in platea, seconda fila, di fronte al pianoforte: posti eccellenti. Alla fine ci sarà il sold out.
Doc in Vicenza (photo TT)
Tim & Groupie Vicenza 24-4-2015 – Photo Doc Marena
Prima del concerto mi viene a salutare GIANNI DELLA CIOPPA, è in the house perché deve scrivere un articolo per CLASSIC ROCK Italia.
Verso le 21,15 entra CLAUDIO CANOVA appunto, due parole e dà spazio al sindaco di Vicenza. Chiosa finale di CLAUDIO ed ecco RICHARD CHRISTOPHER WAKEMAN. Si parte come nel 2014: THE JIG.
RW Vicenza 24-4-2015 (Saura Terenziani)
La scaletta e il mood del concerto sono molto simili a quelli dello scorso anno a Schio, andando a memoria l’unico pezzo nuovo dovrebbe essere Children Of Chernobyl, ad ogni modo le dita di RICK incantano grazie a:
The Jig”, lunghe parti tratte da “King Arthur” e da “Journey to the Centre of the Earth”, “Catherine Of Aragon”, “Catherine Howard”, “Life On Mars” di DAVID BOWIE, “And You And I” e “Wonderous Stories” degli YES, “Children Of Chernobyl”, “Merlin The Magician”, “Eleanor Rigby” dei BEATLES versione PROKOFIEV, “The Meeting”, “Morning Has Broken” di CAT STEVENS
RW Vicenza 20-4-2014 – PHOTO MARCO CHIERICO
RW d Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
Come prevedibile, i pezzi che forse ho gustato di più sono stati i miei due preferiti: THE JIG e CATHERINE HOWARD, quest’ultimo catturato su video dalla groupie tramite cellulare:
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RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
Rispetto al 2014, RICK mi sembra un pelino più appoggiato, ma suona comunque divinamente. Che pianista meraviglioso che è. Ogni tanto vedo MARCO CHIERICO che scatta fotografie, foto che sono a corredo di questo misero articoletto e che rendono giustizia alla grandezza del personaggio di cui sto parlando.
RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO MARCO CHIERICO
RW Vicenza 20-4-2014 – PHOTO MARCO CHIERICO
RW Vicenza 20-4-2014 – PHOTO MARCO CHIERICO
Ogni tanto catturo con la coda dell’occhio anche la chioma bionda di RAFFAELLA VISMARA che si adagia sull’obbiettivo, anche le sue foto aiutano questo post a dare le esatte coordinate dell’evento…
RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
RW Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
RW d Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
Un paio di bis e il concerto finisce. Applausi scroscianti. Un trionfo. Guardo la groupie, sembra molto soddisfatta. Di nuovo quattro chiacchiere con GIANNI, col quale ci ripromettiamo di vederci quanto prima e poi via verso l’uscita.
Tim & Gianni Della CioppaVicenza 24-4-2015 (photo Saura T)
In molti escono definitivamente, altri – come noi – si fermano in attesa che venga aperto l’accesso ad una grande sala interna dove sembra RICK si intratterrà con i fan. Incontro finalmente DOC. Quattro chiacchiere sul DARK LORD e poi diligentemente ci mettiamo in fila.
Tim & Doc Vicenza 24-4-2015 (photo Saura T)
Questa volta il tutto è organizzato meglio, ci sono persone dello staff che gestiscono il flusso di fan per far sì che ogni gruppetto di amici abbia un minimo di tempo da passare con RICK con la dovuta privacy. Osservo questa rockstar disponibile, paziente, gentile e mi interrogo circa le possibilità che potrei avere io con le rockstar preferite che mi sono rimaste: JIMMY PAGE, MICK RALPHS, KEITH EMERSON, PAUL RODGERS. Nessuna, naturalmente. Tocca a noi tre. La groupie mi dice “vieni anche tu con me”. Salutiamo RICK, la groupie gli chiede se gentilmente può autografare un paio lp (SIX WIVES OF HENRY VIII e CLOSE TO THE EDGE) e la sua autobiografia. RICK diligentemente assolve il compito …
e mentre lo fa io ripeto più o meno quello che gli dissi l’anno scorso: “She is my girl, Rick, but she’s crazy on you”. Poi mi sposto per immortalare il momento col cellulino. RICK guarda di nuovo la groupie, ride e le dice “Saoourra, you need to see a doctor”. Rido di gusto.
Taking the picture – Tim Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
Ho la groupie e RW nell’obbiettivo, cerco di fare la foto migliore che posso, guardo the girl from Gavassa, lì abbracciata al suo idolo, è raggiante. Che culo che hai, groupie!
Saura & RW Vicenza 24-4-2015 (Photo Tim Tirelli)
Vedo lì di fianco RAFFAELLA che ci sta scattando foto, che il padre dei quattro venti la benedica, mica da tutti avere una fotografa professionista a disposizione quando sei lì con una delle tue rockstar preferite.
Ora chiedo a RICK se è possibile fare una foto anche con me, lui acconsente senza nessun problema, la groupie mi inquadra…
RW & Tim Vicenza 24-4-2015 (Photo Saura Terenziani)
e anche RAFFAELLA fa il suo dovere…
RW & Tim Vicenza 24-4-2015 – PHOTO RAFFAELLA VISMARA
Un ultima foto con DOC e il nostro momento è terminato. Vado da RICK, gli stringo la manona e gli dico “Thank you for everything, Rick, you are always too kind“, e lui di rimando “noproblem, you are welcome … Tim Tirelli master of the blog” (va beh, quest’ultimissima l’ultima parte me la sono inventata).
Cincischiamo ancora un po’ in zona mentre altri lo vanno ad incontrare. Ringrazio RAFFAELLA per la pazienza e la disponibilità. Thank you baby, we do love you.
Tim & Raffaella Vismara Vicenza 24-4-2015 (photo Saura T)
Siamo tra gli ultimi a lasciare il teatro. Ci fermiamo lì fuori insieme a RICK, al suo manager, allo sponsor, allo staff di Schio Life, a MARCO e RAFFAELLA e a qualche altro fan. Mi sposto un momento e osservo la scena, noi lì in strada con RICK WAKEMAN a un metro, come se stessimo tirando tardi dopo una serata in pizzeria con gli amici. E’ poi il momento del commiato, RICK se ne torna in albergo visto che è a dieta ferrea e non può sgarrare, abbraccio e ringrazio PAOLO e CLAUDIO, MARCO e RAFFAELLA, saluto gli amici e, con la groupie che cammina a due metri da terra, mi avvio verso il parcheggio.
Ci buttiamo sulla Venezia-Milano e arrivati sulla Brennero mi metto io alla guida, la groupie è esausta, scende e crolla sul sedile. Troppe emozioni immagino. La sua yes-mobile attraversa di buon passo la notte nera, rollando sicura sull’autostrada, adelante adelante c’è un uomo di blues al volante. Amo questi momenti, quando la notte profonda rende tutto più lieve, un po’ come succede con la neve. Mi sento bene, lontano dai miei blues, due settimane a Cuba e questa piccola grande avventura vicentina sono una panacea per i dolori del (non più) giovane Tim. I fari della freccia giallo di Borgo Massenzio fendono la coltre di notte che copre le corsie, nei miei pensieri prendono corpo la melodia e il testo del pezzo che preferisco in assoluto in questi momenti …
And I think it’s gonna be a long long time Till touch down brings me round again to find I’m not the man they think I am at home Oh no, no, no, I’m a rocket man Rocket man burning out his fuse up here alone
… no, non sono l’uomo che credono io sia, non sono nemmeno quello che io stesso credo di essere, sono solo un uomo di blues che vaga su questo piccolo pianeta sperduto e sospeso chissà come nelle profondità siderali, un uomo di blues che grazie a serate come queste riesce a trovare il carburante per continuare il cammino. Thank you Rick, thank you groupie.
Sette anni che non faccio un viaggio e ora che Brian è sistemato nella struttura giusta e che mi sembra di aver finito di attraversare un periodo difficile e turbolento della vita, mi pare il momento adatto per farne uno. Fantastico di mete esotiche tipo Vietnam spinto dal tour che fece lì non troppo tempo fa il mio amico Massimo Bonelli o tipo Patagonia grazie alle suggestioni mai sopite ricevute dai libri di Sepulveda, ma poi mi faccio due conti in tasca, sondo il mio animo e decido di venire a più miti consigli. Una sera su SKY Tg 24 sento che gli Usa stanno riallacciando le relazioni diplomatiche con Cuba … guardo la groupie e le dico: “devo portarti a Cuba prima che ...”. Il riflesso è incondizionato, è la considerazione più banale da fare, ma voglio che abbia la possibilità di vedere l’ultimo afterglow di quello che fu un’idea di mondo diverso. Io ci son già stato dieci anni fa ma poco importa, amo quell’isola, la sua storia, e ci torno volentieri.
Pochi mesi dopo mi trovo a Malpensa in procinto per partire due settimane per la “chiave del golfo”, Cuba appunto. Sono un pochino nervoso, soffro di vertigini (e ti pareva…) e i voli aerei mi danno da fare, in più ho dormito solo due ore ma ad ogni modo son qui.
Malpensa – Blue Panorama Starship (foto di TT)
Imbarco, allacciarsi le cinture, si parte. Stringo forte la mano alla groupie, lei si gasa per l’accelerazione del decollo, io perdo l’equilibrio, la testa acquista una rotazione tutta sua, cerco di pensare a MICK RALPHS, recito i titoli di WILDLIFE dei MOTT, quelli di STRAIGHT SHOOTER, non basta, aggiungo i nomi dei titoli dei due album dei FIRM, quelli di CUT LOOSE, di IN THROUGH THE OUTDOOR according to Tim Tirelli. L’aereo non smette di salire e di destabilizzarmi, sto per iniziare con gli album dei DETECTIVE ma poi mi dico “ecchecazzo an s’ pol menga”, svuoto la mente, guardo la mano della groupie: è viola, mollo la presa … siamo finalmente ad alta quota, il Boeing 767 adesso rolla placidamente, posso ricompormi. A metà traversata do un’occhiata al finestrino, ma solo un momento, è meglio che non mi soffermi troppo a guardare di sotto…
Atlantic crossing (foto di TT)
Il comandante è Roberto Reggianini, un modenese ex pilota di caccia dell’areonautica militare, mi sento tranquillo. Undici ore in economy sono lunghe da passare, mi chiedo quando e se mai potrò permettermi un viaggio in business class. Penso al mio amico Athos, lui dice che in realtà sono un radical chic … forse ha ragione: faccio tanto il guevarista ma poi voglio volare in prima classe.
Alle 22,30 atterriamo al José Marti. A Cuba sono le 16,30. Dieci anni fa il viaggio dall’aeroporto all’albergo Havana Libre, in centro, fu una folgorazione, ero nel bel mezzo dei miei studi sulla rivoluzione, e toccare finalmente con mano la città che sentivo mia fu una rivelazione, piena com’era di cartelloni di propaganda alla revoluciòn e alle figure ad essa centrali. Questa volta niente di tutto ciò, il Chateau Miramar è all’estrema periferia, ci arriviamo attraversando anonime calle e piccole avenida. L’albergo è un quattro stelle, ma per i nostri standard non è nemmeno un due. In camera nulla funziona, il cibo lofi, il servizio di basso ordine, tutto molto diverso dalla mia precedente esperienza. L’Habana Libre era ed è un splendido cinque stelle che mostrava (e immagino mostri tuttora) i segni decadenti della realtà cubana post rivoluzione, oltre che simbolo della rivoluzione stessa ( in origine era L’Hotel Hilton, requisito da Fidel Castro quando questi entrò trionfalmente all’Avana i primi giorni del 1959 trasformato in base operativa iniziale.)
Mi torna in mente di nuovo Athos. Che posso farci, sono un europeo, un occidentale, i miei standard sono questi. Ad ogni modo faccio il reset, mi posiziono in modalità Cuba, seguo lo stream della città e tutto diventa più morbido e meno impegnativo.
Jet lag blues: lunedì mattina, Havana – sveglio alle 3.
L’Avana mi sembra la stessa di dieci anni fa, senonché sono spariti tutti i visual “pubblicitari” propagandistici della Rivoluzione come ho già detto. È un colpo al basso ventre che per un po’ mi lascia senza fiato. Parlando con alcuni cubani capisco che loro apprezzano la mancanza di questi cartelloni, io invece mi sento orfano di icone che sentivo fondamentali. Ma lo skyline della città mi lascia comunque a bocca aperta, sento di appartenere ad essa, quasi quanto l’Emilia …
Habana skyline (Foto TT)
Tappa d’obbligo alla Plaza De La Revoluciòn, contemplo con ammirazione i due visual giganteschi del CHE e di CAMILO CIENFUEGOS, la groupie si emoziona un po’; sento turisti che confondono CAMILO e lo stesso CHE con FIDEL CASTRO, scuoto la testa e penso che l’umanità non ha futuro… posso capire CIENFUEGOS, ma GUEVARA!!!
Tim in Plaza De La Revoluciòn (foto Saura T.)
Camilo Cienfuegos – Plaza De La Revoluciòn (foto Saura T.)
Giro per la città vecchia e per le sue quattro piazze principali con piacere, ma porto in giro la mia nostalgia per un’era che si sta inesorabilmente concludendo. Alcuni cubani sui trent’anni mi vedono passare e intonano l’ultima frase del ritornello di quello che per me è l’inno nazionale della mia anima …“comandante Che Guevara” canticchiano, mi volto e li saluto militarmente.
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Mi chiedo cosa possano pensare dell’ennesimo europeo imbevuto della retorica guevarista, ma d’altra parte la mia mise lascia pochi dubbi sul mio essere …
Il Che Guevara dei poveri (Poor man Che Guevara) Playa Veja, Habana (photo Saura T.)
Mi sembra che i turisti siano aumentati in modo esponenziale, c’è ne sono davvero tantissimi, d’altra parte lo sono anche io, ma la sensazione è quella che Cuba sia diventata giusto una delle varie mete caraibiche, spogliata come sembra dal turismo più romantico, quello legato alla storia degli ultimi sessant’anni.
Mi fermo a bere un Rum. Il barista ci fa ” Rum for two?” e io, visto che la groupie non beve alcolici, “No, rum for one” e mentre lo dico sento JIMMY PAGE che parte col riff …
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Prima di tornare al quartiere Miramar, dove ho l’albergo, sosta obbligata al teatro Karl Marx dove la groupie deve fotografare la venue dove dieci anni fa RICK WAKEMAN ha tenuto un concerto.
Teatro Karl Marx, Habana (photo Saura Terenziani)
Dopo cena decidiamo di tornare in centro. Passiamo dal Taberna Café lì a ridosso della Plaza Veja, dove nel pomeriggio avevamo tentato di prenotare un tavolo per la sera (30 cuc, quindi 30 euro a testa, e tre consumazioni comprese), ma tutti i posti erano esauriti. Era prevedibile, è probabilmente il locale migliore dell’Avana, quello dove puoi ascoltare il vero son di Cuba, dove ogni sera si materializza il Buona Vista Social Club. Venti minuti ad ascoltare, lì fuori, quel sound così profondo e poi un salto all’ Ambus Mundo (sito nel palazzo dove soggiornava Hemingway) e al Café Paris. Passeggiare di sera tra quelle vie è molto suggestivo, la notte rende sfumate le ferite e le difficoltà della città e il tutto assume un aspetto più dolce. Una giovane cubana mi si avvicina, mi chiede il nome e intavola un discorso fatto di luoghi comuni sull’Italia. Poi mi dice che è incinta e che non ha da mangiare. “Tieni un dollaro baby, ma non raccontarmi storielle”.
Plaza Veja by night, Habana (photo Saura Terenziani
Per tornare ci affidiamo ad uno di quei taxi “privati”, una Chevrolet Bel Air del 1955 rosso scuro. Il cubano alla guida sfreccia senza paura lungo il Malecon, e percorrerlo su una delle macchine per cui Cuba è famosa, in una notte stellata col mare che sbuffa poco lontano, è una sensazione notevole.
1955 Chevrolet Bel Air (Photo TT)
Jet lag blues: martedì mattina, Havana – sveglio alle 4.
Diretto a sud destinazione Santa Clara. Mi fermo a pranzo sul bayou cubano vicino Playa Giron e poi proseguo verso il mausoleo di Che Guevara. Mentre la attraverso, Santa Clara, non sembra cambiata di una virgola. Povera, malmessa, spoglia eppure accogliente. La grande piazza della Rivoluzione appare quasi d’improvviso, la groupie ha un sobbalzo. Entriamo subito a visitare le lapidi del Che e dei suoi companeros. La groupie individua quella del Che e inizia a commuoversi sul serio, ha gli occhi umidi e rossi, la capisco, io feci lo stesso dieci anni fa, e anche oggi un fervore particolare mi scuote. Appoggio la mano sulla lapide, saluto il Comandante. Non si possono fare foto, così ne rubo una da internet …
Interno del mausoleo Guevara – santa Clara (photo internet)
Rivedo con piacere anche il museo a lui dedicato, e il mio guevarismo risale come un fiotto purissimo dal mio animo.
Mi fermo per un momento di raccoglimento anche nel parco lì accanto, dove sono sepolti altri guerriglieri che hanno combattuto col Che …
Santa Clara, il riposo dei guerriglieri del Che (photo Sauta T)
Santa Clara, Plaza de la Revoluciòn (photo TT)
Santa Clara, Plaza de la Revoluciòn (photo TT)
Un salto poi a rivedere il treno pieno di soldati che il Che fece deragliare, mossa che gli permise di conquistare la città di Santa Clara. Lì nelle vicinanze un vecchio e una vecchia male in arnese chiedono l’elemosina. Do 5 dollari ad ognuno. Mi abbracciano, mi augurano tutto il bene, sembrano sinceri. Io ricambio l’abbraccio, il vecchio sembra interrogarsi circa la mia gentilezza, gli dico in spagnolo “y soi un hombre de esquierda“. Mi sorride e mi abbraccia di nuovo. Poco dopo mi corre dietro, mi chiama, “Hombre, hombre” e mi allunga una banconota della valuta locale per i residenti, il valore economico è irrisorio, ma quello spirituale immenso: su entrambi i lati appare Che Guevara. Ci lasciamo guardandoci negli occhi, augurandoci buona fortuna. Te quiero Santa Clara.
Santa Clara, the train to nowhere (photo TT)
Santa Clara gets it right (Photo TT)
Spiritual Graffiti – Santa Clara (Photo Saura T)
A Santa Clara alloggiamo nel bel complesso Los Caneyes, struttura di un certo livello. Abbiamo una “capanna” tutta nostra, semplici architetture ad omaggiare gli indios che vivevano qui prima che arrivassero i conquistadores spagnoli.
La capanna dello zio Tim – Los Cayenes, Santa Clara (photo Saura Terenziani)
Los Cayenes -Santa Clara (photo Saura TT)
Cenetta a due con la groupie. Osservo i turisti canadesi, l’ambiente del ristorante credo varrebbe un minimo di etichetta seppur informalissima, ci sono tra l’altro due flautiste e una contrabassista che emanano aria sonora gradevole, ma vedo piccole mandrie di nord americani arrivare con le braghe corte ed infradito oppure vestiti come lo zio Fedele. Usciamo, due passi in questa oasi isolata dalla città, contemplo la luna cubana che romantica splende sopra di noi. Ci fermiamo al bar a bordo piscina, al barista indico una bottiglia di rum, “Rum for two?” mi fa, vorrei spiegargli che non sono un nordamericano, ma il riff di PAGE che sento nelle orecchie mi ferma ancora una volta.
Jet lag blues: mercoledì mattina, Santa Clara – sveglio alle 5.
Ripartiamo, di nuovo southbound. Trinidad, nella parte vecchia, è uno splendore di città, ristrutturata per il cinquecentesimo anniversario dalla fondazione dello scorso anno, ti mostra le vesti del colonialismo spagnolo di cinque secoli fa. Giro per la città e mi dico “sei a Cuba Tim Tirelli … niente male”.
A man and his blues in Trinidad (Photo Saura T)
Trinidad blues (photo Saura Terenziani )
Trinidad (photo Saura T)
Tardo pomeriggio in albergo, tre stelle, sul mare. C’è il tempo di fare il primo bagno della stagione, prendo la groupie e mi butto. Il mare in questa zona non è quello del nord, qui raggiunge si è no la sufficienza, ma ci si adatta. Mi sdraio sul lettino ad asciugarsi al sole con un cuba libre in mano … la vita potrebbe andar peggio.
La cena si svolge in un ristorante affollatissimo, di nuovo mandrie di umani che si alimentano. Slavi, russi, canadesi … una calamità. Uomini in sandali con e senza calzino e in maglietta o in canottiera, donne vestite come se fossero le modelle di una sfilata di moda del cattivo gusto. Cuba, sempre dignitosa da questo punto di vista, è sfregiata da questa fiera della cafonaggine. La formula è all inclusive e una banda di croati prende possesso del bar ordinando tre drink ciascuno. Mi intrufolo, ordino un mojito, ringrazio il barman e me ne fuggo lontano. Sto diventando misantropo.
E’ il primo viaggio che faccio con la groupie, ed è anche il suo primo vero viaggio di una certa importanza, la osservo alle prese con situazioni a lei tutto sommato nuove, vedo che si adatta senza tanti problemi, sorrido, che razza di donna è la groupie …
Groupie in Cuba (foto TT)
Jet lag blues: giovedì mattina, Trinidad, sveglio alle 6 (il blues del fuso orario allenta la presa)
Lascio dunque la bella Trinidad, dopo un viaggio di circa due ore arrivo a Sancti Spiritus e rimango a bocca aperta. E’ la prima città di questa parte di Cuba che vedo per la prima volta e l’impatto mi esalta. Sempre stile coloniale ovviamente ma piuttosto differente da quello di Trinidad, comunque uno spettacolo.
Sitting and Thinking in Sancti Spiritus (Photo Saura T)
José Marti blues in Sancti Spiritus (Photo Saura T)
Downtown Sancti Spiritus (photo Saura T)
Ripartiamo. Ci fermiamo a mangiare al Fiume Blu, al Rio Azul insomma, in piena campagna zona Ciego de Avila. Bella atmosfera campagnola e buon cibo. Un orchestrina suona su un palchetto sito di fianco a un fiumiciattolo per allietare gli avventori. Inizialmente non ci faccio caso, penso sia il solito complesso mediocre alle prese con la muzak latino americana e invece dopo un paio di pezzi vengo attratto dalla loro proposta, una sorta di jazz-son suonato benissimo e molto, molto elegante. La groupie drizza le orecchie, il bassista deve essere il leader e suona molto, molto bene. Dopo qualche pezzo vado da loro e lascio 5 cuc e, nel mio spagnolo improbabile, li ringrazio per la bella musica. La cantante mulatta e i musicisti mi sorridono e mi inondano di gracias. Si avventurano quindi a mo’ di dedica per me in qualche evergreen italiano, suonato con una delicatezza ed eleganza invidiabili. La groupie va a complimentarsi con il bassista, gli stringe la mano, lui, un tipo riservato e sulle sue, è colpito. La cantante viene a chiederci se siamo musicisti e, una volta capito, ci spiega come sia importante per loro, i GENS, questo nostro apprezzamento. Ci tiene a sottolineare che stanno facendo il possibile per diversificati dai mille complessini cubani che fanno la solita roba commerciale.Rinaldo, credo che il bassista si chiami così, va al microfono e dice che il prossimo pezzo lo dedica a noi. E’ una splendida cavalcata strumentale dove si alternano in momenti solisti lui all basso, il trombettista, il pianista e i percussionisti. Un trionfo. Devo scappare, vado a stringe la mano a tutti i musicisti, la cantante mi bacia, mi chiedono il nome, opto per quello ufficiale “Stefano, Estèban…” ,”Ciao Stefano, buena suerte, buon viaggio”, ormai ci sentiamo fratelli, prima di scappare via dico ” viva Cuba, viva Italia, viva la buena musica, viva la revoluciòn”.
Gens, Rio Azul, Ciego de Avila, (photo TT)
Che bello quello spirito di fratellanza.
Attraverso un altro pezzo di pianura cubana e arrivo a Camagüey, città spesso snobbata dai turisti. La visiterò stasera dopo cena e domattina, intanto mi sistemo in hotel, mi faccio una doccia e mi piazzo nel cortile interno a scrivere queste note sul tablet mentre sorseggio un daiquiri. Mucho gusto, Camagüey.
Writes of springtime in Camaguey (photo Saura T)
La sera dopo cena cerco il locale La Casa Della Trova, pago un cuc e vi entro. Sono insieme ad altri amici italiani conosciuti a Cuba. La atmosfera è quella da centro sociale ricreativo, o da dopo lavoro ferroviario, tavolini posti in un bel cortile interno, il palco posto in fondo con i bagni alla sinistra e alla destra. Arriva il complesso, 13 anziani musicisti cubani che sembrano usciti anch’essi da Buena Vista Social Club; 40 minuti di musica eccellente piena di verve. Il chitarrista fa spavento.
La Casa della Trova, Camaguey, aprile 2015 (photo TT
Mentre mi godo lo spettacolo, ringrazio il padre dei quattro venti che mi ha spinto fin qui e osservo la groupie che si gode ogni piccola sfumatura della musica, mi bevo l’ennesimo drink ed elaboro il fatto che sto cadendo in un vortice alcolico. Faccio mente locale, oggi ho già bevuto due birre, una piña colada, un mojito, un daiquiri e un cuba libre, ed è la media che sto tenendo da inizio settimana. Sopporto molto di più l’alcol e a volte non mi riconosco più. Non ero io quello che fino a due anni fa era succube della dispepsia funzionale, quello che se beveva una bibita fredda se ne stava un giorno intero sul divano con nausea fortissima e con un mal di testa inimmaginabile, incapace di qualsiasi azione? E ora guardatemi un po’, butto giù drink alcolici on the rocks come se niente fosse, misteri del blues! Rientro in camera, mi preparo per la notte, prima di coricarmi do un’occhiata al frigo bar, valuto se aprire una bottiglietta di rum … uhm … desisto, per oggi va bene così, chi mi credo di essere, Ernest Hemingway?
Jet lag blues: venerdì mattina, Camagüey, sveglio alle 5.30.
Camagüey fu costruita a mo’ di dedalo per disorientare i pirati, leggo che è consigliabile noleggiare un bici taxi e toccare le quattro o cinque piazzette caratteristiche che non potrebbero essere raggiunte con altri mezzi. La guida aggiunge che così si aiuta chi fa il bici-tassinaro. Dopo un minuto mi sono già pentito, sono in imbarazzo … io e la groupie nei due posti coperti posteriori e il poveretto ad arrancare sui pedali per le stradine strette. Mi sento come il colonizzatore bianco e ricco che sfrutta l’indigeno o il negro. Il giro ad ogni modo vale la pena, Camagüey è assai particolare e ti regala in alcuni momenti il vero sapore di Cuba. Aiuta poi il fatto che la parte orientale dell’isola sembra ancora legata alla retorica della rivoluzione: cartelloni, installazioni, murales sono lì a ricordarlo spesso. Ogni volta che ne incontriamo uno io e la groupie incrociamo lo sguardo e ci scambiamo un veloce segno di assenso.
Camaguey (photo Tim Tirelli)
Camaguey (photo Saura Terenziani)
Camaguey (photo Saura Terenziani)
Home chat in Camaguey (photo Saura T)
Inizia poi il lungo viaggio verso Santiago de Cuba lungo la carrettera Central.
Santiago bound (Photo Saura Terenziani)
Una breve visita a Bayamo e arriviamo a Santiago verso sera, prima di arrivare all’albergo sosta alla Plaza de la Revolucion (le piazze principali a Cuba si chiamano tutte così).
Jet lag blues: sabato mattina, Santiago, sveglio alle 6,45 … inizio a riprendere il ritmo.
Santiago non è male ma non mi prende. Sì certo, la bella piazzetta principale, la casa di Velasquez, il municipio dal cui balcone Fidel fece il primo discorso, la via con le belle case dei francesi scappati da Haiti, ma il feeling non scatta. Però di prima mattina siamo alla Caserma Moncada, quella dove Fidel il 26 luglio 1953 tentò il primo assalto insieme ad un gruppetto di disperati. L’operazione fallì dal punto di vista militare, ma dal punto di vista politico fu un successo, in quella mezz’ora l’epopea castrista e rivoluzionaria iniziarono il percorso.
Il museo all’interno dell’edificio con visita guidata e spiegazione in italiano e una cosa che non potevo perdermi. Sto attaccato alla bella cubana che ci spiega con sobrietà ma anche con passione la vicenda. Non mi perdo uno parola, mi emoziono, a tratti ho gli occhi lucidi. Riguardo i fori dei proiettili che ancora incorniciano l’esterno di quest’ala della caserma, caserma che ora è una bella scuola.
Caserma Moncada (photo Saura T)
Raul Castro giovanissimo e improgionato – Museo Moncada (photo Saura Terenziani)
Nel cortile attiguo c’è una festa, si celebra il 4 aprile, gli alunni avranno una settimana di vacanza, sono intenti a fare una sorta di saggio, bambini che ballano antiche danze francesi, i genitori tutt’ intorno che assistono … poi la festa termina, agli scolari viene dato un diploma in ricordo della giornata, qualcuno rimette musica cubane nell’impianto … genitori che ridono, bambini che corrono, il sole che batte forte, un sentimento di gioia che pare sincero … in quelle stanze e in quei cortili in cui vennero torturati e uccisi i ribelli sessant’anni fa.
Pranzo al ristorante vicino al Morro, il forte che difendeva l’entrata sul mare della città, una terrazza dove mangi all’aperto mentre contempli il mar dei Caraibi. Nel ristorante ci è venuto anche Paul McCartney, è tutto scritto sulle tovagliette di carta. Mentre gironzolo attorno a Santiago, la Sierra Maestra fa da contorno … al solo pensiero mi viene un brivido. Devo tornare di nuovo a Cuba e fare le escursioni sulla Sierra nei posti da dove è partita la rivoluzione.
Sierra Maestra vicino a Santiago (photo Saura Terenziani
Pomeriggio di relax, risalgo da una bella nuotata nella piscina dell’albergo, mi sdraio sul lettino al sole e sorseggio una piña colada. Passa la groupie ” Dura la vita del rivoluzionario eh ?!” Già.
È sabato sera. Insieme agli amici italiani decidiamo di fare un salto in centro. Cinquanta minuti di passeggiata attraverso la città. Molti giovani in giro, tantissimi davanti alla discoteca da dove proviene pessima musica. Ma poi entriamo alla Casa della Trova e la musica diventa subito vera, profonda, sincera. Ancora una volta il Buena vista Social Club ti si materializza davanti. Il locale, 5 metri x 5, dove siamo stipati in parecchie decine è il posto più blues che io abbia mai visto dopo l’Old Absinthe House di New Orleans (sul cui modello fu ricreato il bar della cover di In Through The Out Door dei LED ZEPPELIN). Il bagno è un qualcosa di terribilmente caratteristico. Vi si accede dalla stanzetta adiacente, la porta di legno è a “tendine”, la privacy non è certo il massimo. Un metro e mezzo per un metro e mezzo, al centro un water, lo sciacquone che non funzione, la tazza ormai piena di piscio. Niente altro, nemmeno un lavandino. Vi vedo entrare anche alcune donne, non capiscono come facciano.L’esperienza però è fantastica. Sono in piedi appoggiato ad una porta laterale e osservo questi esseri umani quasi in preda all’isteria, alla fine di ogni pezzo tutti si spellano le mani, un trionfo per il gruppo.
La Casa Della Trova -Santiago De Cuba – aprile 2015 (photo TT)
Tre donne austriache di fianco a me continuano ad ordinare rum. Sono brille. Una di loro si mette a ballare con un nero nello stanzino accanto alla sala principale. Io sono appoggiato al varco di passaggio. Dietro di me un baretto derelitto, la atmosfera è da blues profondo del centro america, siamo nel 2015 ma sembra di essere in una epoca lontana. Una delle due austriache rimaste sedute attacca bottone al mio amico di Roma, di qualche anno più vecchio di me; si chiama come me, ma in quell’occasione si fa chiamare Francisco. E’ un tipo fantastico, entra in empatia con tutti in pochi secondi. Sta al gioco, si diverte, e gli piace entrare in contatto con l’umanità. La tipa lo punta, dopo un po’ gli chiede il nome dell’albergo in cui sta, Francisco si defila. Mi racconta la cosa, ci facciamo due risate, che si tramutano presto in una sorta di tristezza: le donne di una incerta età e sole a volte sono davvero disperate.
Usciamo, non resistiamo più al caldo e al tanfo di sudore-piscio-rum del locale. La groupie resta dentro a godersi fino in fondo il son cubano genuino. Nemmeno il tempo di uscire e Francisco è già lì che parla con due cubane. Certo, sono donne che cercano quel tipo di avventure, ma mi chiedo come faccia Francisco ad entrare in contatto così facilmente con tutti. E’ uno spettacolo d’uomo. Ripenso a quello che ho visto poco fa nella backroom del locale, due italiani di mezza età, più o meno miei coetanei ma che sembrano miei zii e vestiti appunto come lo zio Fedele, accompagnati da due giovani cubane tiratissime. Niente di cui sorprendersi, accade in tutte le parti del mondo, ma vederle abbracciate a due matusa un po’ sfigati mentre un po’ annoiate si bevono una bibita, mi fa male, molto male, e capisco che idealizzo troppo Cuba.
Santiago De Cuba (Photo Saura Terenziani)
Santiago by night (photo Saura Terenziani)
Santiago de Cuba blues (photo Tim Tirelli )
Santiago de Cuba blues (photo Tim Tirelli)
Domenica mattina, termina la settimana di tour, lasciamo Santiago diretti a Guardalavaca via Holguin. L’arrivo al resort Playa Pesquero è un po’ traumatico, per lo spirito. Dopo giorni passati on the road, rilassarsi un po’ non è affatto male, ma le comodità, i comfort e il lusso di questo bel cinque stelle stride con quello che abbiamo appena visto. Io e la groupie siamo un po’ in difficoltà, non è facile passare da una situazione all’altra senza un po’ di trambusto nell’animo. Mi dico che non mi devo sentire in colpa, che non posso cambiare il mondo, che dopotutto sto aiutando Cuba visto che il resort è per il 51% in mano allo stato e per il 49% in mano a privati, che lo stesso Fidel è venuto nel 2003 ad inaugurare questo bel complesso, e che è il turismo a tenere in vita Cuba … ma la sensazione di disagio persiste.
Il resort è grandissimo, più di novecento stanze, ad occhio e croce ci deve essere una media di mille/duemila presenze a settimana, ma non sembra, gli spazi sono enormi e a volte sembra sia deserto. Certo, il bar principale nella lobby alla sera è pieno zeppo di persone, lo stesso dicasi per il ristorante a buffet principale, ma se vuoi evitare le proposte dell’ animazione e la vita da turista standard puoi farlo e ritagliarti i tuoi spazi. Io e la groupie siamo fortunati, ci hanno riservato una stanza in una della case più vicine al mare, in più al primo piano, così evitiamo che animaletti entrino a trovarci.
Play Pesquero (Photo TT)
La piscina è da mille e una notte e il mare davvero splendido. Me lo ricordavo bene, ma immergermi di nuovo in quelle acque smeraldo è una sensazione meravigliosa.
Piscina di Play Pesquero (foto di TT)
Playa Pesquero Beach (Photo TT)
Meditabondo al mar dei Caraibi (photo Saura T)
Mi ritrovo con alcuni amici italiani, il già citato Stefano-Francisco, Elisa, Paola, Franca, Michi e Gabri. I primi quattro partiranno a metà settimana, mentre noi rimaniamo fino a domenica. L’unica escursione che faccio è quella sul katamarano, con snorkeling e bagno coi delfini in una delfinario naturale sito in una baia sul mare. Non avevo considerato il fatto che navigare su quel tipo di imbarcazioni mi rende seasick, così non mi godo appieno la gita, ma riesco ugualmente a sfangarla. Un tuffo con maschera e pinne per vedere quel po’ di pesci colorati che ci sono da queste parti e poi il bagno con i delfini. Nel gruppetto siamo io, la groupie, Franca, Michi e la Gabri; l’istrutture ci affibbia una delfina chiamata Doris (penso subito alla mia amica e collega Simona che in ufficio tutti chiamiamo Doris appunto). Anche qui io e Saura ci facciamo qualche scrupolo, delfini ammaestrati e pazienti che giochicchiano con i turisti, non ci sentiamo esattamente a nostro agio, ma il delfinario non è male, è ampio, è sul mare, e qui ci portano anche i bambini con problemi per un po’ di Dolphin Therapy; organizzano queste escursioni coi turisti proprio per sostenere economicamente la struttura. Con questa giustificazione io e Saura cerchiamo di goderci il momento, perché dopo tutto giocare con un delfino non è una esperienza da poco. Un ultimo bacio a Doris e di nuovo sul katamarano.
A Salty Dog – sul Katamarano zona Guardalavaca (foto Saura T)
La settimana a Playa Pesquero mette sul piatto un paio di questioni: la Deriva Alcolica e il Problema Canadese.
DERIVA ALCOLICA: anche qui bevo più del solito. Almeno due birre e in media quattro drink (tutti a base di rum) al giorno. Una sera dopo cena mi sparo un margarita, e poco dopo Michi mi porta un Santiago 11 (rum invecchiato). Non sono duro da grattare, ma la groupie deve guidarmi fino alla nostra casetta. Non perdo mai il controllo ma rimango in quella bolla di quasi felicità dove tutto è più bello. Se aggiungiamo che per quindici giorni mi scordo completamente di internet, del lavoro, di Sky, dell’Inter, di quello che succede nel mondo, direi che ho quasi raggiunto il nirvana. Non mi scordo del tutto del Rock, non so perché ma ho in mente PRESENCE, e avrei una voglia matta di ascoltarlo, ma sul telefonino ho solo PHYSICAL GRAFFITI, ITTOD (according to TT) e una manciata di altri dischi (BILLY JOEL, ELTON JOHN, RICK DERRINGER, BAD CO, YES, JOHNNY WINTER, UFO, RICK WAKEMAN, CLAPTON. VAN HALEN, WHO e GENESIS). Ma dopo tutto lanciare la modalità random, contemplare il mare e bere un bel drink on the rocks è un gran bel vivere.
IL PROBLEMA CANADESE: avevo letto su internet qualcosa a proposito, ma non vi avevo dato il giusto peso. Il 30% del turismo di Cuba è costituito da canadesi e fin qui niente di male, il fatto è che, come dice Alejandro – il cubano che si occupa degli italiani nel resort- una volta che atterrano a Cuba i canadesi si trasformano. Evidentemente passare dai -30 ai +30 gradi li stordisce. Così, li vedi tutti, e dico tutti, passeggiare per il resort con dei thermos. Caffè? Acqua? Macché, sono pieni di cuba libre, di daiquiri, di mojito. Roba da non credere. Alle sette e mezza hanno già occupato tutti i posti della piscina, bivaccano lì fino alle 16, bevendo a più non posso, fanno una salto in stanza e alle 18 (alle 18!) sono tutti a tavola pronti per la cena. Dalle 19 alle 24 li trovi seduti ai tavoli o ai divani del bar principale della lobby a sorseggiarsi un drink (alcolico) dietro l’altro. Quei pochi che vengono in spiaggia, si tengono sempre stretto il loro thermos. Alcuni fanno addirittura il bagno con esso. Uno invece del thermos ha un boccale di birra da una pinta con un coperchio in metallo con annessa cannuccia. Dentro vi sono due/tre piantine di menta, e ogni volta che il bicchiere si svuota va al bar a riempirlo di mojito. Sono basito. A colazione mi capita di vedere due donne sui trentacinque anni, bersi un cappuccino e poi un prosecchino a testa. Mi guardo in giro e vedo che su altri tavoli di sono dei calici pieni di prosecco. Sono le otto di mattina.
Questa formula dell’all inclusive mi sa che reca danni, certo è comoda, ma chi non riesce a contenersi è destinato ad una brutta fine. Come buona parte dei nord americani almeno il 50% dei canadesi è sovrappeso, per non dire obeso, e vederli gonfiarsi senza sosta di drink è triste. Non parliamo poi del cibo che ingurgitano, a colazione è frequentissimo vedere piatti stracolmi di frittata, bacon e patatine fritte, e si tratta di uomini e donna di almeno (e ripeto almeno) 100 chili. Ho sempre pensato ai canadesi come ad un popolo civile, riservato, illuminato, ma devo ricredermi. Non fanno troppo casino, ma non sono un bello spettacolo. Poi, alla sera mentre percorri i romantici vialetti che portano alla tua casetta, tra cieli stellati, brezze marine e sguardi languidi, li vedi barcollare e fermarsi a pisciare sulle aiuole perché non ce la fanno a trattenerla fino al prossimo lavatory, oppure lasciare bicchieri mezzi pieni sui bei vasi che ornano i vialetti, tanto che gliene importa, ci pensano poi gli schiavi cubani a rimettere tutto a posto. Poveri canadesi, che misere vite che devono avere.
Gli amici che ho incontrato in questa Cuba adventure, una volta capito che sono un appassionato dell’argomento, mi hanno spesso fatto domande sulla storia della rivoluzione castrista, a volte mi sono fatto prendere dal fervore guevarista che mi pervade e mi sono lasciato andare ad approfondimenti intensi, spero di non averli annoiati, ma direi di no dalla continua attenzione che dimostravano. Tutti mi hanno chiesto un consiglio su quale libro leggere a proposito, a tutti ho consigliato “Che Guevara – una vita rivoluzionaria” di JOHN LEE ANDERSON, giornalista americano del Time che per cinque anni studiò a fondo la vita di Guevara e la rivoluzione cubana. E’ una biografia sobria, veritiera, ben fatta, scritta da un americano, lontano perciò da certe partigianeria tipiche di alcune biografie scritte da autori sudamericani.
Una cosa che ho visto confermata è l’ossessione che hanno tutti con il tipo di vita che fanno i cubani. Non è certo un bel vivere, ma noto che il sottolineare continuamente la cosa succede solo con Cuba. Io non ho girato molto, ma qualcosa l’ ho vista, e non mi pare ad esempio che gli egiziani, i maldiviani, gli abitanti di Capo Verde o di Zanzibar se la passino meglio. Ma non ho mai sentito nulla a riguardo, se non qualche veloce considerazione. Con Cuba invece tutti a pontificare. Sembra quasi che non si sia capaci di considerare null’altro che un sistema capitalista. A Santo Domingo, ad Haiti, in Giamaica, i poveri fanno una vita di merda ma nessuno si scandalizza come si scandalizza con Cuba. Fidel ha le sue colpe, nessuno lo mette in dubbio, ma credo anche che cinquant’anni (cinquanta!) di embargo avrebbero affossato qualunque nazione. E poi non dimentichiamo che a Cuba la alfabetizzazione è al 100%, la percentuale di laureati è al 27% (in Italia siamo al 22%), le cure sanitarie garantite a tutti e di livello altissimo se comparate con quelle del centro e sud america, e la mortalità infantile è tra le più basse al mondo (stessa percentuale del Canada ad esempio). Certo occorre cambiare, Raul lo sta facendo, il popolo ha bisogno di tante cose, ma lo stesso vale per tanti, troppi paesi.
Forse sono di parte, ma mi pare di riuscire a notare in parti eguali i pro e i contro. Alla fine quello che conta è che Cuba la sento dentro di me e che venire qui mi rende la vita migliore. L’ultimo giorno inizio a sentire turbamenti. L’ultimo bagno, l’ultimo sole e poi al pomeriggio il pullman per Holguin. All’areoporto la fila per il check in è lunga. Una parte del nastro trasportatore non funziona, e tutto va avanti a singhiozzo. Capisco solo alla fine cosa sta succedendo, quando vedo il mio amico Michi, d’accordo con la cubana che sta allo sportello, che si mette a spostare le valige bloccate in zona check in. Roba da matti: quello che non funzionava erano solo i primi metri di nastro trasportatore. Bastava che uno degli addetti spostasse via via le coppie di valige dei passeggeri che di volta in volta si presentavano allo sportello per risolvere il tutto. Invece, quasi nessuno interveniva, nemmeno i passeggeri davanti agli sportelli che da quella posizione avrebbero dovuto capire tutto. Si sparge la voce che non ci sono più posti vicini, impreco, passare nove ore e mezzo a fianco di uno sconosciuto in classe economica mi pare una tortura. Tocca a noi. In un misto di italiano, spagnolo, inglese chiedo con la massima gentilezza se per noi e nostri amici c’è la possibilità di avere quattro posti vicini. La cubana, evidentemente grata a Michi dell’aiuto, fa un cenno con la testa, stampa i biglietti e mi indica le posizioni. Capisco che sono vicini, ma deve esserci qualcosa d’altro, il suo sguardo, serio ma ammiccante deve avere un secondo significato. Ci rechiamo di corsa a pagare le tasse e poi al controllo passaporti e bagagli a mano. Giusto il tempo per andare in bagno ed è già tempo per imbarcarsi. Non ho nemmeno un momento per spendere gli ultimi cuc rimasti. Saliamo sull’aereo e li scopriamo il perchè dell’ammiccamento della cubana allo sportello: ci ha messi in “blue class” (la business class della Blue Panorama). Con Michi e Gabri ci abbracciamo, non ci pare vero. Sciampagnino, menù, cena niente male, gambe allungate quanto vuoi, e bella dormita dalle 23 alle 5. Tutti dovrebbero volare in questo modo.
Tim in Blue Class (photo Saura T)
Chiedo alla groupie che voto da alla vacanza, “9” mi risponde, il 10 sarebbe arrivato se fossimo riusciti a cenare con Raul Castro, ma evidentemente il comandante in jefe del momento è troppo occupato con Barack …
Ad ogni modo ripensando al viaggio e alla vacanza, devo dire che tutto è andato bene e che sono molto soddisfatto di quanto ho fatto, visto, goduto. Cuba ha avuto un effetto notevole sul mio spirito, sul mio corpo, sotto tutti i punti di vista, e sottolineo tutti. Sì, perché anche dal punto del sexual drive, mi sono ritrovato di colpo ventenne. Che cazzo di effetto hanno i viaggi, i nuovi orizzonti, le piccole avventure come queste. Hasta siempre, Cuba.
POSTILLA:
siamo tornati ormai da quattro giorni, ma non riusciamo a liberarci dal Cuba blues. Saura ha persino pubblicato un breve video su youtube con foto e brevi riprese, video che allego qui sotto. L’Emilia ci va stretta in questi giorni, io mi sento un po’ soffocare, avrei già voglia di ripartire, ma l’heat of the moment passerà e spero di mettermi tranquillo, almeno per un po’, perché so che prima o poi tornerò.
L’ho già scritto, fare pochi concerti rende ognuno di essi un piccolo evento per la mia vita blues, e lo è anche questo che tengo al prestigioso STONES CAFE’. Prestigioso sì, perché è uno dei pochi locali in cui anche un musico miserello come me si senta, per un sera, realizzato, locale dove vieni preso sul serio, locale dove passano musicisti di peso (ultimamente il chitarrista di ROD STEWART, no, tanto per dire). Col gruppo ci prepariamo al concerto con un paio di prove. Non sono tante, ma la vita, il lavoro, le situazioni non permettono altro. Di solito proviamo al Little Piggery (il Porciletto, insomma) di Lele, ma causa inagibilità una delle due sere ci troviamo in una sala prova in zona. La serata si trasforma ben presto in una delle peggiori prove con gruppo che abbia mai fatto. Ambiente poco ospitale, sala prove che spegne il suono, amplificatori per chitarra orrendi. Il mood del gruppo si affloscia, suoniamo male e abbiamo dei suoni così malamente distorti che suonare diventa un supplizio. Tornando a casa uno pensa solo a smettere definitivamente. La volta successiva alla Little Piggery Rehearsal Room, le cose vanno meglio, ci riappropriamo dei nostri suoni, delle nostre vibrazioni, dei nostri umori elettrici. Venerdì venti, alle 18,45 mi ritrovo allo STONES. Mike Bravo, commentatore pilastro di questo blog e amico di lunga data è già lì, Bonònia la dotta dista giusto qualche km. Poco dopo arrivano Lele, Lorenz e Pol. Sistemiamo le nostre cose sul Palco, Frank (il titolare, già chitarrista dei ROLLS DOLLS) ci dà una mano e poi partiamo col soundcheck.
CC Stones Café 20-3-2015 – soundcheck – foto Simon Neganti
Una volta finito, inizia ad arrivare la gente, tra cui una parte degli Illuminati del Blues, le Stonecity girls e amici vari. E’ bello vedere tante facce amiche. Ceniamo, un veloce servizio fotografico con Sarwooda ed è ora di salire sul palco. Mentre lo faccio non posso non pensare che stasera è l’equinozio di primavera, che oggi è il giorno dell’eclissi di sole e che io faccio un concerto… un segno del blues. Si apre il sipario, Lele batte il quattro (o meglio, il tre) e WAR PIGS apre le danze.
CC Stones Café 20-3-2015 – foto Simon Neganti
L’inizio vola via veloce dopo di che, come ogni tanto accade, arriva la botta di stanchezza dove paghi i travagli e le tensioni della settimana lavorativa. A Lele prima di salire sul palco cola sangue dal naso, e adesso quando mi avvicino per chiedergli se è tutto okay mi dice che non si sente bene, gli dico di bere molta acqua, lui mi risponde in puro stile John Bonham “Sé, ma po’ am pès adòs!” (Lele suonerà il miglior concerto di sempre da quando è con me, dal 2002 dunque). Mentre son lì che suono e ascolto quello che fa, a volte mi scappa da ridere, sarà anche senza energie ma la Tigre della Sacca stasera spacca il culo…
LELE – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti
Controllo Saura, è stranamente statica, con la faccia un po’ sofferente. Mi dice che è spossata, e che tiene le energie per restare concentrata sul basso e sui cori. Nel pomeriggio le avevo detto di mettersi un’ora sul divano e riposarsi, ma la Wonder Woman di Borgo Massenzio non ha tempo per queste cose, è una super eroina a tempo pieno dopotutto (Saura sarà quella che alla fine riceverà più complimenti di tutti). La guardo la reggiana dagli occhi di ghiaccio, la settima moglie di Enrico VIII, la nostra superfiga… non posso che esserne orgoglioso.
SAURA – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti
L’usignolo Pol se ne sta lì in mezzo a cinguettare, ogni tanto mi avvicino ma non ho idea di come stia vivendo il concerto… però sento che il Brad Delp di Correggio, lo stallone reggiano, ci dà dentro.
Pol – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti
Dall’altra parte del palco osservo il mio fratello di blues, il Rick Derringer di Vignola, l’uomo che non ha bisogno di presentazioni, l’ineguagliabile, l’inarrivabile, l’inspiegabileLORENZ. Mi basta incrociare lo sguardo con lui per sentirmi a posto. Lor potrebbe letteralmente essere mio figlio, ma quando l’Hard Rock Blues ti lega in quel modo, la differenza di età è una quisquilia. Marshall, Gibson Les Paul, Ray Ban, Johnny Winter… di cos’altro ha bisogno un’amicizia?
LORENZ – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti
E poi, all’altra chitarrina ci sono io, lo smilzo di Nonantola, Tim Tirelli, oh yeah baby, that’s what I am. E’ buffo come uno cerchi di stare in controllo, di dire okay adesso c’è lo stacco, oppure i giri del riff in La sono quattro o ancora ecco c’è l’assolo e pigio il pedalino del booster ma poi quasi come per un disegno beffardo del demonio, lo stacco non lo fai, di giri del riff in La ne fai solo tre e invece del booster pigi un pedale sbagliato, meglio allora inserire il pilota automatico, gettare la mano, lasciare che l’eclissi batta sul tuo viso e seguire la corrente.
TIM – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti
E bello suonare certe cover, non mi sembra ci siano tante band qui in giro che suonino i BLUE OYSTER CULT, i MOTT THE HOOPLE e la BAD COMPANY, ma io sono qua per i quattro nostri pezzi originali.
CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti
Sì, lo so che durante i nostri brani la gente magari va in bagno o fa una capatina al bar, ma per un songwriter è una cosa di vitale importanza. BELLEZZA D’ARIA PURA, LA SVEGLIA, QUEL CHE CANTAI, PIOVE STAMATTINA sono il motivo per cui mi trovo qui, sul palco dello Stones Café Music Club.
SAURA & TIM – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti
Per CAN’T GET ENOUGH chiamiamo sul palco Picca. E’ dai tempi del WIENNA (music club storico di Mutina) che non divido un palco con lui, qualcosa come 23 anni fa. Farlo poi mentre siamo alle prese con un pezzo del mio eroe MICK RALPHS, è bellissimo. Thank you Pike.
PICCA – CC Stones Café 20-03-2015 – Foto Simon Neganti
Lo sprint finale è una accelerazione mica male: ROCK AND ROLL, LET THERE BE ROCK, TRAIN KEEP A-ROLLIN’, WHOLE LOTTA LOVE (con la coda di STARSHIP TROOPER che funge da base per la presentazione e dove Saura può finalmente liberare i suoi pruriti Squireiani e far vedere che razza di gran bassista sia) e i due bis THE OCEAN e HEARTBREAKER. Suonare allo Stones significa anche che dopo lo show Frank ti fa portare da bere e un piatto di frutta ben tagliata nel backstage. Sono quelle piccole cose che ti rimettono a posto, che spazzano via i blues. Saluto poi gli amici che sono venuti e che devono andare, è un peccato essere stato un po’ sfuggente e non avergli dedicato più tempo, ma fra una cosa e l’altra non riesci a seguire tutto. Poi d’un tratto entro nella dimensione astratta, fisicamente sono lì ma il mio spirito vaga per le blue highway cosmiche. Mi getto sul divano del backstage. Arriva l’amico Jaypee e poi arriva Flash, il batterista degli STICKY FINGERS LTD. Flash lo conosco da alcuni anni, ma non abbiamo mai approfondito l’amicizia. Mi fa i complimenti per il concerto e poi si sofferma sui nostri pezzi. Inizia a parlarne e man mano che va avanti scopro quanto lui sia interessato alla cosa, fa una veloce analisi, qualche paragone e poi riassume il tutto – a proposito dello stile compositivo – con “un leggero riffetto e un velo di malinconia”. La descrizione non fa una grinza. E chi se lo immaginava Flash così interessato alle canzoni Rock cantate in italiano? Gianluca, presente in sala con sua moglie, scrive un messaggio su facebook: “Io non capisco una fava di musica ma per me i Cattiva Compagnia dovrebbero suonare tutti i weekend. Bravo Tim, bravi tutti, splendida serata.” Ora, non sono certo qui per cantarmela e suonarmela da solo, ma Gianluca è uno che di musica ne mastica parecchia, e che scriva una cosa del genere mi colpisce molto. Sarwooda mi confessa che quando abbiamo fatto QUEL CHE CANTAI, il nostro pezzo, ha dovuto interrompere di far foto e sedersi perché si era emozionata. Lorenzo Stevens mi riassume con precisione i punti caldi dello spettacolo, punti che non sto riportare perché poi davvero finirei per lodare indirettamente il mio gruppo, ma tra quei punti c’è anche questo: ” la grintosa LA SVEGLIA, molto apprezzata anche da Laura, rock all’italiana che dà 10 a zero a Ligabue”. E così il mio status di autore almeno per stasera si solleva un po’ da terra. E’ difficile lasciare lo Stones Cafè stanotte, quando entri nelle ore piccole tutto si fa più sfumato e tenero. Abbraccio i miei compari, abbraccio forte FRANK e REINZ, saluto lo staff del locale, prendo la groupie e salgo sulla blues mobile. Esco da Vignola e inizio ad attraversare quella fetta di pianura che mi separa da Regium Lepidi. La notte, le luci dei semafori e dei lampioni, le stelle in cielo. Sono quasi le tre, la blues mobile rolla placida sulle strade deserte, la groupie dorme. Entro in autostrada, osservo gli autotreni che mangiano chilometri e che sicuramente vanno molto lontano. Penso al fatto che se non ci saranno impedimenti dell’ultima ora, tra pochi giorni partirò per Cuba. Primo viaggio dopo sette lunghi anni. Non so se me lo merito come continuano a dirmi gli amici, ma cercherò di godermelo tutto. E’ anche il primo viaggio che faccio con la groupie, chissà come sarà la Wakeman woman fuori dai confini italici. Nemmeno il tempo di finire il pensiero ed è ora di uscire. Campogallo sonnecchia, un pezzo di campagna nera e mi ritrovo di nuovo nel posto in riva al mondo. Faccio salire la groupie, io scarico l’armamentario. Sono le 3,30, due macchine arrivano nella casa lì poco lontano, sono i due vaccari che iniziano il turno nella grande stalla lì vicino. Respiro la notte, faccio un giro dietro casa, da lontano l’eco delle poche auto che sfrecciano sull’autostrada che a circa un km da me taglia in due la campagna. Mi godo questa bolla notturna di pace. Salgo in casa. La groupie è crollata. Io non ho sonno, il rock and roll è ancora in circolo, sarebbe il momento del party post concerto. Invece mi infilo sotto le coperte, prendo in mano l’ennesimo libro di GREG ILES che sto leggendo. Spengo la luce alle cinque meno dieci. Socchiudo gli occhi, le luci del Richfield Coliseum si stanno spegnendo, sono su una limousine, il manager si assicura di chiudere le sicurezze delle portiere, le luci della città brillano così forte mentre le attraversiamo, le attraversiamo, le attraversiamo… Cleveland, goodnight.
Con il 2015 è arrivato forte, potente, il “record collection blues”. Ho esitato a parlarne sino ad oggi, ma il trend è ormai costante, la linea tracciata: udite, udite, Tim Tirelli sta smantellando la sua collezione di dischi (e non solo). Che poi non è esatto perché non sono mai stato un collezionista. Non ho mai speso cifre folli per 45 girio rari, non ho mai avuto (in LP) tutte le sei copertine di ITTOD, non ho mai comprato t-shirt della mia band preferita per poi riporle imbustate nei cassetti, no, io ho sempre “vissuto” quello che compravo, certo, non sono nemmeno il casual fan, ho sempre ricercato la versione definitiva dei dischi che mi hanno formato ( Julia diceva che io ricerco sempre “il bello, la perfezione”), in alcuni momenti della mia vita le deluxe edition e i cofanetti di CD hanno avuto la priorità su quasi tutto, ma ora no. Oh, li compro ancora, ho ancora tanti vuoti della mia esistenza da colmare, ma sono molto più selettivo.
le sei cover di ITTOD
Ho iniziato con la cosa più facile: i bootleg dei LZ. Quasi tutti non sono originali, ma copie in cdr, scaricati in qualità lossless da internet, con tanto di copertina e stampa sul dischetto. Che me ne faccio di più versioni dello stesso concerto? Prima uscita soundboard, remaster a cura di soiamè, matrix (ovvero soundboard miscelato con la fonte audience), secondo remaster a cura di un altro soiamè…ne tengo una e sono a posto. Quindi ho tagliato i bootleg audience di qualità audio mediocre, tanto non li avrei mai più ascoltati. Certo, non è stato facile, a volte cadi ancora nel giochetto di “ma se poi devo scrivere il libro definitivo dei LZ, mi servono quanti più riferimenti possibili, non posso darli via”, ma poi rinsavisci e ti dici “ma quando mai qualcuno ti commissionerà il libro definitivo sui LZ?”. Ed è così che ho iniziato il primo passo. decine e decine di bootleg dei LZ regalati ad un amico.
Secondo step: bootleg (sempre non originali) di altri artisti. Ho tenuto solo quelli di qualità molto buona di gruppi a me cari, dunque ELP, BAD CO, FREE, JOHNNY WINTER, EDGAR WINTER e poi JEFF BECK, EAGLES , GENESIS, PFM, FRANK MARINO, PINK FLOYD e così via.
Terzo step: cd originali jewel case. Ma sì, due cd dei PENTAGLE che non ascolterà mai, CONCERT FOR GROUP & ORCHESTA dei DEEP PURPLE che mi ha sempre annoiato, tutti i dischi post 1979 dei FLEETWOOD MAC, i bootleg ufficiali dei LYNYRD SKYNYRD, dei MARILLION me ne basta uno, FUGAZI lo regalo a Biccio, FOREVER e MADE IN HEAVEN dei QUEEN, dischi inutilI che non infilerò mai nel lettore, album di oscuri bluesman neri anni 20/30/40…meglio darli a Riff, GOOD TO BE BAD e FOREVERMORE degli Whitesnake sono così brutti che è meglio gettarli nel cestino direttamente.
Arrivato a quel punto, sei quasi preda di una furia iconoclasta. Inizi a pensare alla tua età, alla percezione del limite, al fatto che non hai figli a cui affidare la tua legacy, ma poi, se anche li avessi, conterebbe qualcosa? Confrontandomi con amici, italiani ed americani, che hanno figli, ho scoperto che pure loro fanno di questi pensieri, che i loro figli in massima parte non sono interessati alla cosa, amici che immaginano che un giorno che non ci saranno più tutto verrà impacchettato e venduto, regalato, gettato (d’altra parte io non ho appena fatto lo stesso con le cose di mio padre e di mia madre?).
E allora, in quel momento di debolezza e incazzatura, posi lo sguardo addirittura sullo scaffale delle DELUXE EDITION e delle confezioni DIGIPACK e inizi a tirar fuori la zavorra:
il LIVE con l’orchestra del 1972 versione giapponese K2-HD dei PROCOL HARUM (noioso), il bootleg ufficiale degli ELF, il disco deglli AFFINITY con JOHN PAUL JONES (preso durante una fiera del disco di Modena nello stand del toscano specializzato in prog di seconda fascia, folk inglese inzio settanta e blues psichedelico, ascoltato una volta e riposto nel mobile) i dischi di BONAMASSA che mi annoia a morte, SF SORROW dei PRETTY THING che per me è un disco lofi, LIVE IN THE SHADOW OF THE BLUES e LIVE AT DONINGTON 1990 degli WHITESNAKE che sono due live inutili e dannosi.
Ho dato agli amici sporte di roba, ma il numero di Cd è ancora ad un livello intollerabile: 2700. Devo farmi forza e arrivare a 1000. Ce la farò? Chissà.
Intanto ho già iniziato a guardar male alcuni cofanetti, presto voleranno dalla finestra. Ittod* sta prendendo il sopravvento su Stefano*e Tim* ormai non reagisce nemmeno più.
Se non altro sono riuscito a compattare quasi tutto in quattro scaffali e mezzo (tranne quei maledetti box set grossi come un baule, tipe le prime tre maledette superdeluxe edition dei LZ che non stanno da nessuna parte, il cofanetto di RAM di Macca, La radiona dei CLASH, e gli scatoloni di BURT BACHARACH, AEROMISTH, JEFF BECK, ROBERT JOHNSON, DARK SIDE OF THE MOON e qualcos’altro)…
Gli scaffali di Tim dopo la sfuriata di Ittod
Ho fatto lo stesso con i dvd musicali, e l’altra settimana ho iniziato con i libri sui LZ. Per il momento sono riuscito a toglierne una decina, spero di avere la forza di continuare.
Il problema ora è, che farne? Dovrei metterli su ebay, ma chi ha voglia di star dietro alla cosa e poi di andare in posta a spedirli una volta venduti?
Va mo là che diventare un uomo di blues di una incerta età è un bel problema.
Dopo parecchie telefonate, il fondo che gestisce l’appartamento dove ha vissuto Brian gli ultimi 12 anni, si degna finalmente di darci una risposta, riusciamo così a trovare un accordo per restituirlo nelle prossime settimane senza continuare a pagare l’affitto fino all’estate. Un sollievo da una parte e un ulteriore sforzo dall’altra: svuotare i rimasugli della famiglia Tirelli, spiritualmente, non è cosa facile.
Non tante le cose da tenere, qualche mobile, qualche servizio di cristallo o ceramica ricevuto da miei in regalo il giorno delle loro nozze, e quei piccoli oggetti che riportano alla mente l’infanzia, l’adolescenza, l’idea di famiglia felice. Diligentemente divido il tutto con mia sorella e nel farlo un groppo alla gola mi fa compagnia. Il ricordo di mia madre è sempre vivissimo anche dopo 22 anni.
Mother Mary 1958
Per il trasloco ci accordiamo con una coppia del sud titolari di una azienda traslochi/vendita mobili usati. Il tipo mi ricorda Filo Sganga, il gallo antropomorfo dell’universo Disney Italia, rigattiere sempre in cerca del migliore affare…
Filo Sganga
In questi tardi pomeriggi ogni tanto vado nell’appartamento a sistemare le ultime cose. Tra scatoloni, piatti, cianfrusaglie e vecchi vestiti da buttare mi do da fare in modalità “indaffarato”, poi d’un tratto mi fermo, e soppeso il momento. Guardo la vasca dove mille volte ho fatto il bagno a Brian, la camera dove la domenica sera lo mettevo a letto, il divano dove le domeniche pomeriggio ci mettevamo a guardare un film su Rai Movie o un documentario su Rai 5. Non sono legato a questo appartamento, non abbiamo un casa di famiglia di proprietà a cui legare tutte le fasi della nostra vita, ne abbiamo cambiate diverse di case, eppure mi prende la nostalgia per queste misere mura che sono state l’ultima idea di focolaio per Brian.
Finisce il pezzo e poco dopo parte ELTON JOHN con DON’T LET THE SUN GO DOWN ON ME, proprio mentre esco dalla città e, a rilento nel traffico della tangenziale, un velo di nubi incornicia uno di quei tramonti insipidi da fine inverno.
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Quando posso mi fermo da Brian, lo trovo in forma, un po’ spernigato ed arruffato ma in forma. Sì, il vecchio si è ripreso, parla a tutto spiano, la sintassi da alzheimer non è di facile comprensione, ma mi basta guardarlo negli occhi per capirlo…
Brian e Tim – Marzo 2015
Il giorno del trasloco vero e proprio arriva pallido e senza fiato; Filo Sganga e i suoi scagnozzi si danno da fare mentre io faccio su e giù con i sacchetti che vanno nel pattume indifferenziato. Porto anche sei o sette grandi sacchi di vecchie lenzuola, vecchi asciugamani e cose simili al contenitore dei vestiti usati della Caritas. Tutte cose tenute da mia madre per decenni e che ora prendono il volo in un batter d’occhio. Fotografo l’appartamento e qualche vecchio mobile, per avere uno straccio di ricordo, poi, nel tardo pomeriggio, tutto finisce. Ritorno dopo un paio di giorni per controllare che la signora delle pulizie abbia fatto il suo dovere, per prendere le ultime cose, dopo di che consegno le chiavi a mia sorella, lancio uno sguardo veloce all’appartamento ed esco. Goodbye Brian’s flat.
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Venerdì, la sera in cui gli EQUINOX fanno le prime prove dopo sette anni con le tastiere. Già, era dal 2007 che non suonavamo pezzi come KASHMIR, STAIRWAY, SIBLY e MMHOP. Saura ha impiegato più di mese per rimettersi in onda, per sincronizzare mani e piedi rispettivamente su tastiera e pedaliera basso. Il risultato non è male, a tratti sembrava che si sia mai smesso. Mentre suoniamo e cerchiamo di riappropriarci di certi automatismi, osservo Saura, tutta intenta a suonare contemporaneamente piano e pedaliera basso. Che brava, che musicista! Pol in Kashmir parte morbido, ma una volta scaldato molla gli ormeggi, lo sento arrivare alle vette altissime di MMHOP: che razza di ugola d’oro che ha. Lele poi è sempre il mio batterista preferito. Ad un certo punto, per scherzare, Saura parte con l’intro di I’M GONNA CRAWL.
Lele è un po’ spiazzato, non se la ricorda, mentre l’intro di tastiere prosegue provo a canticchiarli il tempo, Lele intuisce al volo e al mio via parte con il tempo di quel pop blues che tutti i fan dei LZ portano nel cuore. Non è che sia un tempo difficile da tenere, è un blues alla Bonham, ma bisogna sapergli dare il senso giusto, la vibrazione corretta, la dinamica perfetta, e in questo Lele è insuperabile. Mentre mi aggrego con la chitarra alla jam session, provo forti emozioni… I’M GONNA CRAWL è uno dei “miei” pezzi.
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Riprendere in mano la doppio manico non è facilissimo, troppo tempo che non la suono, così tendo ad incespicare sul manico con le corde doppie, ma indossarla – sebbene sia una chitarra scomoda – è sempre una bella sensazione.
Tim’s guitars
La sensazione è meno bella quando bisogna smontare, caricare, montare, smontare e scaricare tutto l’armamentario sulla e dalla blues mobile. Ah, vita da operaio (precario) del Rock!
Notte tra venerdì e sabato. Palmiro mi sveglia alle 5. Di solito tiro due madonne e poi mi giro dall’altra parte. In quest’alba livida e vivida no. Mi giro e mi rigiro tra le lenzuola per un po’ e poi mi alzo. Mi preparo un caffè, una spremuta e mi metto davanti al PC. Scorgo la notizia del nuovo cofanetto di un gruppo il cui nome inizia per ipsilon. E’ cosa fresca, internet ne accenna appena, faccio un po’ di ricerche e poi decido di parlarne sul blog. Il gruppo in questione è uno dei nomi che amiamo, il cofanetto mi sembra molto interessante, butto giù due considerazioni e clicco su “pubblica”. Un paio d’ore più tardi l’amazzone che vive con me legge il post e gira il link su un paio di gruppi facebook dedicati al complesso di cui stiamo parlando.
La sera usciamo, andiamo al pub l’Artista di Levizzano, locale e paesino splendidi appoggiati al primo dolce declivio delle colline modenesi. Suonano i Fivesnake, tribute band del Serpente Bianco. Il tastierista è un amico della reggiana dagli occhi di ghiaccio che ho accanto. Lemonsoda e pizza per lei, hamburger e pinta di weiss per me (due anni esatti senza dispepsia, me la godo alla grande). Il concerto si snoda attraverso i classici del 1987, con qualche concessione al 1984 e al 1978. Mi sorprendo a canticchiare diverse canzoni, citando i testi quasi per intero, evidentemente David Coverdale ha inciso parecchio sulla mia formazione.
Weiss al Pub l’Artista di Levizzano.-foto di TT
Rincasiamo verso le 2. Prima di infilarmi nel letto do un’occhiata al blog. Record di visite: 982. Il precedente, di uno o due anni fa, era di 776. Sono sbalordito. Domenica mattina: la fan numero uno di Valentino Rossi mi fa leggere alcuni commenti in uno dei gruppi di facebook di cui sopra. Inizio a comprendere che il mio articolino nella sezione notizie è una delle poche cose visibili sull’argomento. Me ne stupisco, d’altra parte ne sta parlando un noto forum di discussione musicale americano, e la grande catena che vende dischi compatti online ha già pubblicato la cosa. Stranezze della globalizzazione penso. A metà mattina scendo a sistemare un po’ il giardino dopo la grande nevicata di un mese fa…
I danni della nevicata alla Domus Saurea (foto di TT)
Non è una giornata mite, e nemmeno soleggiata, ma scorgo le prime timide margheritine…
Timide margherite nel posto in riva al mondo (foto di TT)
Risalgo in casa, mi metto sul divano a guardare un filmato del gruppo La Ditta girato il nove dicembre del 1984 al teatro coperto del quartiere Martellaio della capitale della Terra degli Angli. Un bip sul cellulino, mi è arrivata una email. E’ di quello che suonava le tastiere con il gruppo il cui nome inizia per ipsilon. Sì, avete capito bene, proprio lui, la luce guida della badessa con cui condivido il monastero blues in cui vivo. L’uomo mi chiede conto del mio post, lui non ne sapeva nulla, in copia anche i suoi avvocati e ragionieri. Rispondo in modo deferente e compìto ma il succo è “Ehi stella della musica che rotola e dondola, caspiterina, ho solo ripreso una notizia apparsa su un forum americano di appassionati di musica, se il gruppo con cui suonavi e la casa discografica non ti telefonano quando ci sono nuove uscite d’archivio non è colpa mia, non prendertela con me che ho già abbastanza problemi con l’Inter”.
Intanto il blog esplode: alle 22 le visite del blog sono più di 2300. Inizio a preoccuparmi. Sto stendendo questo sciocco articoletto e il timore mi suggerisce di essere il più criptico possibile. Stanno parlando di me sui gruppi facebook di cui parlavo all’inizio, inizio ad aver paura “e’ un po’ come finiresu un volantino dell’isis” mi scrive il mio amico P con cui sto chattando circa questa cosa.
Sprango la porta e vado a dormire. Se non mi sentite più, sappiate che vi ho voluto bene. Viva l’Inter, viva i Firm, viva il sol dell’avvenire.
EPILOGO:
Lunedì mattina. Mi alzo dal letto con una forza che dall’alto mi spinge verso il basso, ho faticato ad addormentarmi, troppi pensieri per la testa (ma non relativi al gruppo che inizia per ipsilon); prima di coricarmi mi son letto un fumetto di Julia e due delle recenti ristampe di Alano* Guardiaparco (sì insomma, Ken Parker), ho spento la luce alle 2,30. Tre ore dopo di nuovo a sacramentare dopo che Palmiro, il diavolo nero(azzurro) della tasmania emiliana, in preda a pruriti primaverili, con precisione fa cadere dal comodino, uno ad uno, tutti i libri. Mi guardo allo specchio, dimostro tutti i miei anni.
Do un’occhiata al cellulino. La settima moglie di Enrico ottavo mi ha inviato un link, il sito ufficiale del gruppo il cui nome inizia per ipsilon annuncia finalmente l’uscita del cofanetto. Controllo la posta. Uh, mi ha risposto quello che suonava le tastiere con il gruppo il cui nome iniziava per … beh, avete capito. Il tono mi pare molto conciliante. Mi dice di non preoccuparmi e che il mio post non lo ha turbato, che cercherà di chiarire la faccenda con la casa discografica, mi ringrazia per il mio sostegno e per la cortese risposta al suo primo messaggio di posta elettronica. Mi augura tutto il meglio. Controllo il numero delle visite di ieri: 2433. Come direbbe Peter Griffin “Oh stracacchio|!”; alla fin fine passare le domeniche a scambiarsi email con il secondo miglior tastierista della musica Rock non è niente male.
* (da wikipedia): Kenneth può avere una duplice origine, come forma anglicizzata tanto di Coinneach quanto di Cináed: il primo è un nome scozzese derivato dal gaelico caoin, “bello”, “attraente”, mentre il secondo significa “nato dal fuoco” ed è in uso sia in scozzese che in irlandese. Nel primo caso, è analogo per significato al nome Alano.
Giovedì. Alle 17,15 esco dell’ufficio, faccio un salto da Brian. Vista l’ora so che Brian sarà in camera, da un paio di mesi il vecchio consuma i pasti nella sua stanza. Arrivo. Brian, sulla sedia a rotelle, sta guardando un film. Mi sorride, ma è chiaro che è un po’ confuso, non mi riconosce. Aspetto cinque minuti che il cervello esca dallo stand by, ma il processo è più lungo del previsto. Lo bacio, lo accarezzo, Brian capisce che c’è qualcosa tra di noi, che sono una figura a lui legata, ma ancora non collega. Gli ricordo che sono Tim, suo figlio, lui sorride. Come sempre gli chiedo se si ricorda come si chiamava suo padre, l’unico nominativo che di solito pronuncia senza esitazioni, ma oggi quel nome non esce. Non insisto, non voglio metterlo in difficoltà, non voglio che si offenda e si adombri vedendo che non riesce a rispondere a domande così banali.
Arriva la cena, una scodella di pastina in brodo con un po’ di carne frullata, un piatto con stracchino e purè e una mousse di frutta. Dico alla operatrice che assisto io mio padre durante la cena. Inizio ad imboccare Brian. Dopo poco arriva Caterina, la capo nucleo. Due chiacchiere circa la situazione generale del vecchio quindi mi invita a lasciare che mio padre provi a mangiare da solo. Obbedisco. Brian anche e noto che l’operazione procede in modo più o meno fluido, tanto che Caterina mi dice che, se continua così, tra non molto inizierà a consumare i pasti nel refettorio insieme agli altri ospiti. Con Kate (Caterina insomma) concordo poi di comprare altri due pigiami speciali per mio padre. Sì, perché per anziani con patologie particolari tipo l’alzheimer servono pigiami-tute con la apertura all’altezza della schiena. Mi servo da CONFEZIONI EMY, il tutto online. Mi chiedo se si sia mai visto JOHNNY WINTER acquistare pigiami da CONFEZIONI EMY.
Mentre Brian consuma lentamente il pasto io do un’occhiata al tablet. Brian mi dice qualcosa ma io sono perso a leggere una cosa su internet, allora lui per attirare la mia attenzione mi tocca il braccio e mi chiama “Stefano!”. Lo guardo e gli sorrido, “bentornato Brian”.
Finita la cena, l’uomo da Villa Bagno ritrova la sua voglia di parlare, e inizia a raccontarmi cose che non riesco più a seguire, la scelta delle parole segue una sequenza random. Qualcosa comunque afferro, interpreto e traduco, così cerco di rispondere a tono e quando faccio centro Brian si infervora e nello sguardo compare un guizzo di incredibile vitalità. Ecco poi che torna uno dei punti a cui si aggrappa, suo padre. “Me pèder, Ettore, l’era nè in Missouri”. Sorrido, l’amore di Brian per gli Stati Uniti trapela sempre. Lo correggo “no Brian, tuo padre Ettore era nato al ‘misoun”. Al ‘misoun in dialetto sta per LEMIZZONE, frazione di CORREGGIO. “sè sè, et ghe ragiòn, al ‘misoun, mia in Missouri”.
Lemizzone, Missouri (foto di supercalifragili)
Mi soffermo a contemplare quest’uomo che chiamo Brian, questo padre che mi è capitato. Da miei diciotto anni in poi non è che siamo andati d’accordissimo, da quando poi quasi 23 anni fa se ne andò mia madre la situazione peggiorò. Mi sorprendo a pensare a quanto io sia stato spietato con lui, alla fredda logica del rinfacciare cose con un rigore da ragioniere scrupoloso. Magari avevo anche ragione, ma infierire su di un anziano rimasto vedovo ed incapace di prendere la vita di petto, come avrei voluto, mi fa sentire piccolo piccolo.
E ora eccomi qui a guardarlo con tutto l’amore possibile, a sondare il suo sguardo appannato, a tenergli la mano, a chiedergli dieci, cento, mille volte se si ricorda chi sono e se mi vuole bene. Stasera non riesco a lasciarlo. Lo faccio alle 19 all’arrivo delle due operatrici che lo preparano per la notte. Lo bacio, lo accarezzo e gli dico che ci vediamo domani. “Va ben a fòm acsé, ciao piròn” mi dice col suo accento reggiano. Mi commuovo, cosa questa ormai automatica. Non ho i Ray ban con me…speriamo che tornino in fretta le giornate di sole.
Quattro anni … perbacco, mica male eh? E chi l’avrebbe creso, come direbbe MINGARDI?
I primi due anni sono passati veloci ed intensi come le fasi tipiche dell’innamoramento, il terzo è stato l’anno dell’assestamento e questo appena passato è quello dell’inizio della stabilità, nella speranza che il rapporto sia ancora lungo e duraturo. Io e il blog stiamo iniziando a conoscerci meglio, a lasciarci lo spazio necessario per non rendere la relazione asfissiante; ogni tanto ci ignoriamo, io leggo un libro, lui fischietta, io ascolto i FIRM, lui sonnecchia, io mi annullo davanti a SKY SPORT 24, lui si mette in stand by. Poi, d’un tratto, ci ritroviamo l’uno davanti all’altro, e non riusciamo più a staccarci. Ci raccontiamo in modo profondo, ce la ridiamo, ce la piangiamo, ce la spassiamo. Lui ascolta paziente i miei blues, li dipana, li mette in fila e quando me li rilegge mi fa ridere e mi commuove.
Paziente e tollerante, mi ascolta quando parlo per l’ennesima volta dei LED ZEPPELIN, dell’INTER , delle mie paturnie e di tutte le sciocchezze che mi compaiono nell’animo. Il blog a volte assomiglia a JULIA: lei cercava di non mostrarsi troppo annoiata ed infastidita quando in certi momenti sopra le righe le dicevo che mi sarebbe piaciuto andare a pisciare contro i portoni delle chiese, come certi personaggi di SEPULVEDA. Il blog a sua volta cerca di non levare troppo lo schermo al cielo quando finisco per parlare di gente che interessa solo a me (JOHN MILES, la BAD COMPANY, i LOUSIANA LEROUX, i DETECTIVE, i VIRGINIA WOLF, RICK DERRINGER, etc etc).
Naturalmente è un rapporto aperto, perché poi ci siete voi, donne e uomini di blues, a formare una comunità che, come dico sempre, è davvero sorprendente. Alcune centinaia di anime che insieme riflettono sugli aspetti più blues della vita, siano comici o tragici, e sulla musica che tanto, tanto amiamo.
La comunità del TTBlog. Sullo sfondo la Domus Saurea
Non vi ringrazierò mai abbastanza della pazienza, affetto e bluesitudine. Buon anniversario. I really love you.
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