Non avrei mai creduto di arrivare a questo punto, ovvero di smettere di acquistare dischi e di leggere Rock. Certo, per i saturnali faccio acquisti di long playing e cd da regalare agli amici, ogni tanto mi scappa un ordine fatto a oscure etichette americane che commerciano in cd di delta blues anni 20 e 30 del secolo scorso, inoltre se esce qualche nuova edizione di dischi storici e o nuovo materiale d’archivio dei miei gruppi preferiti è ovvio che mi ci butto a testa bassa, ma in generale ho smesso di interessarmi al Rock.
Non so come sia potuto accadere, ma il punto a cui sono arrivato è questo. La noia e lo sdegno mi assalgono quando leggo i commenti sui gruppi facebook dedicati alle band e agli artisti che più amo, quando mi capita di finire su blog musicali italiani o di dare un’occhiata alle riviste musicali. Raramente trovo spunti degni di nota, scritti appassionanti o innovativi, la quasi totalità degli articoli è vittima della pigrizia dei giornalisti (?) i quali raccontano le stesse storie senza aggiungere nulla (!) non dico di nuovo ma almeno di personale, impantanati inoltre nelle ormai insopportabili iperbole e negli assoluti. Il senso critico, la prospettiva, la differenza tra capitoli importanti della musica e della propria vita sono andati a farsi friggere.
Oltre a tutta questa miseria si aggiunge anche il problema derivante dall’idea che mi ero fatto del Rock, avevo infatti idealizzato questa forma di musica e i suoi relativi contenuti, mi ero costruito castelli nella maruga, fatto viaggi intellettuali e spirituali, innalzato mondi intorno alla immacolata concezione che avevo della musica che tanto ho amato, mentre invece, mi duole moltissimo ammetterlo, mi sa che il Rock – a parte rarissimi casi – sia sempre stato solo una forma di intrattenimento.
Boutade? Forse, ma non ne sono sicuro. Sì, certo, tra il 1967 e il 1971 ci sono stati cinque anni in cui la rivoluzione culturale nata con la musica Rock è stata totalizzante, la summer of love, gli hippies, il sessantotto, la controcultura … I Grateful Dead, Dylan, i Jefferson, i Doors, CSN con o senza Y (e qualche anno dopo i Clash) … parevano davvero soffiare venti nuovi, ma poi già nel 1973 tutto era terminato, i musicisti divennero rockstar, le rockstar scivolarono nell’edonismo, il Rock divenne una musica con cui fare essenzialmente dei gran profitti. Non che ci sia nulla di male, solo se fai profitti poi puoi portare avanti il tuo disegno, i tuoi sogni, ma la musica avrebbe potuto rimanere anche altro.
Nella canzone The Boys Of Summer del 1984, Don Henley canta:
“Out on the road today I saw a Deadhead sticker on a Cadillac” frase che per me (e forse anche per il nostro Pike) significa “the end of innocence”, la perdita degli ideali che si avevano un tempo o in generale l’appannamento degli ideali della musica Rock. Un’adesivo dei Gratetful Dead su una macchina molto costosa non ha tanto senso … immaginiamo una BMW di grossa cilindrata con l’adesivo degli Aerea, o più banalmente dell’hippie che si fuma una canna e che se ne va libero per il mondo rinunciando alle logiche del mondo occidentale. La cosa sarebbe inadeguata e un po’ patetica, un paradosso insomma. C’è addirittura la possibilità che il possessore di quella Cadillac fosse un business man di successo venduto alla logica del capitalismo ma a cui piaceva pensare di essere in fondo ancora il giovane hippie/libero pensatore che era da ragazzo. Questa seconda ipotesi sarebbe ancor più patetica.
Ed è per questo che mi sto affrancando dal Rock, un po’ come quando t’innamori perdutamente di una donna (o di un uomo), la idealizzi ma poi – passata la sbrusia passionle – ti accorgi che forse non è esattamente come te la eri dipinta. Pensavo che il Rock fosse chissà cosa, ma ora non ne sono per niente sicuro
Mi chiedo anche perché io debba sempre farmi intrappolare da questi tarli, non sarebbe meglio godersi la musica per quel che è senza farsi condizionare troppo dal costrutto che può o non può esserci?
Perché poi come ebbe a scrivere Pike qui sul blog già nel 2012, in un articolo che toccava lo stesso tema:
“… Il dibattito su cosa sia o meno rock mi pare un po’ sterile. Chi è che decide dove va posta l’asticella per dividere i campi? A me pare molti gruppi ‘rock’ estremamente popolari si limitino a usare una certa iconografia rock da fumetto per sbolognare pessima musica diretta a ‘simple minds’ a cui piacciono gli stivaletti di pitone, le Les Paul zebrate e le foto di gente spappolata col Jack Daniel’s in mano. Lenny Kravitz è un rocker o solo uno che ‘roccheggia’ di comodo? I Guns n’ Roses sono rock o solo una cover band da comic book che ha venduto milioni di dischi di una carnevalata? Il punto è: nel momento in cui il rock significa poco, quanto può essere credibile un rocker? Si tratta di ‘poseurs’ o di gente sincera? E’ possibile riconoscere la sincerità? Ed è così importante? In fondo vogliono tutti diventare ricchi, famosi e giganteschi scopatori, da sempre. Qual è e dov’è il semino etico che distingue il ‘reale’ dal ‘farlocco’.
Se l’accezione del rock è ‘musicista sincero che propone musica scaturita dall’anima suonata con strumenti in variabile distorsione con sezione ritmica prevalentemente in 4/4, che ha forgiato il suo look, il suo sound e la sua ‘attitude’ su modelli riconducibili al blues elettrico e alla prima ondata di rock ‘n’ roll poi sviluppato da Stones, Who e Zeppelin’…beh, allora possiamo cominciare a potare il 75 per cento della gente che dice di suonare rock.”
Credo che Picca abbia ragione, anche perché per gestire il disordine universale che regola le nostre vite dobbiamo pur attaccarci a qualcosa, e l’Inter e gli ordini Adidas – seppur fondamentali – forse non mi bastano mica.
E’ ormai giunta l’ultima decade del mese, fino a qualche giorno fa c’era un freddo becco, come diciamo qui in Emilia, la settimana scorsa è caduta persino la neve, ma ora le temperature verso mezzogiorno si fanno più miti, il Generale Inverno sembra ormai ritirarsi dietro la collina dove ci sta la notte crucca e assassina, possiamo pensare di riporre i maglioni più pesanti, indossare i nostri cappottini, mettere il naso fuori la porta e cercare di catturare i primi segnali di primavera. Con la nuova stagione dietro l’angolo cercheremo di scrollarci di dosso il Delta Blues anni venti e trenta del secolo scorso che ci ha tenuto compagnia durante l’inverno, l’Hard Rock, il Jazz Rock e il Rock in generale sapranno richiamarci alla vita e iniziare così la nuova stagione concretamente.
Febbraio proviene dal latino februare, purificar, espiare o rimediare agli errori, nel calendario romano infatti questo era il periodo dei rituali della purificazione, in onore della dea Romana Febris e del dio etrusco Februus, in origine derivato dal sabino februm ovvero purificazione, appunto.
Cerco dunque di purificarmi, di mondare i miei blues, immergendo la mano nell’acquasantiera della Domus Saurea, invocando colui che fa scivolarello su ringhiere di scale rinascimentali,
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e richiamando col theremin i flussi cosmici provenienti dalle profondità dell’animo umano
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in modo da far uscire i vecchi blues dalla maruga ed essere vestito di nuova energia in vista, come detto, della springtime of my loving, the second season I am to know
DOWNTOWN TALES
Congiuntivo blues
In pausa pranzo in giro per Mutina. Mi dirigo verso Altero per il paio di (squisite) pizzette calde settimanali.
Passo sostenuto, scarponcini adidas blu, pantaloni rocciatore di velluto blu, maglione blu, calze blu, maglietta blu, boxer blu, giaccone Superdry blu, zainetto blu (già, ho finito per portare lo zainetto anche io …an s’è mai vest Johnny Winter con lo zainetto), come sempre I’m walking in the shadow of the blue.
Son lì che zampetto in piazza Mazzini, circumnavigando la sinagoga quando – proveniente dalla direzione opposta – incontro una donna su 35/40 anni, parla al telefono, anch’ella come se stesse varando il piano quinquennale dell’ex Unione Sovietica. Una frase mi arriva all’orecchio: “ … allora quante vuoi che ne prendo?”.
Mi viene un mancamento, mi piego su me stesso pronto a precipitare sul marciapiede, ma mi riprendo in fretta, le corro dietro e sto per dirle: “signorina, signorina, mi scusi, ma in questo caso è necessario usare il congiuntivo, deve dire quante vuoi che ne prenda, dio bonino …” ma poi desisto, Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, nel libro Lezioni di italiano dice che forse “non è il caso di farne un dramma”, gli psicodrammi della lingua italiana parlata sono quattro e tra questi ovviamente c’è il congiuntivo, casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno, ma invitando però a una “minore schizzinosità”.
Sarà, ma io so che nel mio intimo stanotte non riuscirò a prendere sonno e che se fosse per me quella gente andrebbe portata nei campi di rieducazione.
Sinodi improvvisati
Uno degli aspetti positivi del lavorare a ridosso del centro di Mutina è avere un paio di confratelli a portata di mano, Lollo Stevens infatti abita poco distante e Pike qualche viale più in là, è quasi fisiologico dunque organizzare in pausa pranzo dei mini sinodi con i miei confratelli più prossimi. Questo venerdì si aggiunge anche il pontefice del blues, aka Livin’ Lovin’ Jaypee, che pur di stare con la confraternita di cui fa parte parte arriva dalla lontana Sulêra .
L’anfratto in cui è sito il ristorante è piuttosto inner city, ma la pizza è squisita, i locali molto spaziosi e la distanza di sicurezza garantita.
In attesa dell’arrivo di Pike e di Livin’ Lovin’ io e Lollo osserviamo un gothic dandy col ciuffo biondo platino sfrecciarci davanti a bordo di un monopattino elettrico un paio di volte, scuotiamo la testa, an s’è mai vest Frank Marino andèr su un monopattino.
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Una volta arrivati anche gli altri entriamo. Pike mi chiede come va col mio nuovo impiego e aggiunge “tra l’altro sei nella zona dell’ex Manifattura Tabacchi, complesso che fa molto zona industriale di Londra inizi secolo scorso…”, “Già, molto Battersea Power Station…” rispondo io.
Battersea, Power Station, London.
Manifattura Tabacchi – Mutina . foto TT
Manifattura Tabacchi – Mutina . foto TT
Poi torniamo ai nostri argomenti prediletti, poco più di un ora per spararci una pizza a La Smorfia 2 (la sorella de La Smorfia, rinomata pizzeria del centro di Nonatown) e per ubriacarci di nuovo di Rock e di Blues, così tanto per non morire (come canterebbe la Mannoia). Friends will be friends.
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PEOPLE
Redneck in Springfield.
L’altro ieri di prima mattina, diretto alla stazione Mediopadana. Esco da Borgo Massenzio, mi inoltro nella campagna desolata che porta a Springfield (Pratofontana, insomma).
Springfield – Regium Lepidi
Un paio di curve e dal parabrezza della Sigismonda inquadro un tipo che cammina a bordo strada (naturalmente sul lato errato). Sembra uscito da una porcilaia dell’Arkansas: salopette di jeans, camicia giallastra, fazzolettone al collo, stivali di gomma, stelo d’erba in bocca, baffi pronunciati e cappello di paglia simil cowboy. Lo guardo stupito temendo di essere preda di una delle mie solite allucinazioni temporali, quelle che mi catapultano spesso in Mississippi e talvolta in Louisiana e Arkansas appunto. Elijah Zachry, come lo ribattezzo all’istante, mi guarda fisso negli occhi, e in quei due secondi in cui incrociamo lo sguardo mi sfida dall’alto del suo redneckismo, ostenta infatti la sua mise da farmer statunitense, da orgoglioso membro di un mondo immaginario che si è creato in testa. Mi piacerebbe fermarmi e scattargli una foto, ma sono pavido, sotto quella salopette potrebbe avere un fucile e star andando ad un incontro segreto con altri proud boys come lui per pianificare un assalto a Montecitorio. Via via, meglio stare lontani da Springfield.
Old Man Peter.
Ieri mattina visita a Nonatown, essendo l’ultimo giorno in zona gialla – prima dell’ennesimo ritorno in zona arancione – mi regalo un colazione nel mio amato paese natale. Incontro amici, colori, sapori e profumi del mio passato. Come sempre due passi in via Maestra del Castello, in piazza Liberazione, in piazza Caduti Partigiani. Sbrigo le mie commissioni, mi godo il tepore di una giornata di quasi primavera e quindi torno nel piazzale dove ho parcheggiato la macchina. Dalla farmacia vedo uscire un vecchio, lo guardo al di sopra della mascherina, lui fa lo stesso, mi riconosce immediatamente e mi fa “Veh, Tirelli, ciao!”.
E’ Pirèn (Peter insomma, come l’ho sempre chiamato io) uno dei grandi amici di Brian. Lo guardo con ammirazione, 89 anni e in giro da solo per il paese, che spettacolo. Gli chiedo aggiornamenti sulla famiglia e su suo suo figlio (mio amico) e poi finiamo come sempre a parlare di politica essendo lui stato una figura di spicco in quel campo a Nonatown.
“Allora Peter, il governo Draghi?” gli faccio, lui mi risponde in dialetto stretto … “cosa vuoi che ti dica, si fa fatica a stare insieme a … e … , quello là fino a due giorni prima andava a dire peste e corna dell’Europa, adesso sembra ne sia diventato il primo cultore … mo’ che razza di politici … sai cosa ti dico, non ci sono più personaggi come De Gasperi e Moro …” mi parla come se fossi uno che la pensa esattamente come lui e come Brian, non ho cuore di spiegargli che in verità pendo decisamente verso altri colori e che sono refrattario ad ogni sfumatura religiosa, così sto al gioco e aggiungo “e Zaccagnini e Mino Martinazzoli”. Il suo viso si illumina, mi abbraccia virtualmente e mi saluta. Faccio lo stesso, con affetto e rimpianto … in lui ho rivisto Brian, sarebbe bello averlo ancora con me e portarlo a Nonatown a bere un caffè come facevamo qualche anno fa. Mi giro un’ultima volta e vedo Peter andare per i fatti suoi. Sorrido e gli mando un bacio, anche perché, dopotutto, mi sa che ha ragione.
Old Friend
Dopo quasi un decennio mi ritrovo con Dennis, un piacere immenso. Gli ultimi anni li ha passati per lavoro in giro per il mondo a supervisionare cantieri, per poi ritirarsi a fare l’eremita tra i picchi più solitari dell’appennino. Welcome back my friend to the blues that never ends.
Tim & Dennis – Regium Lepidi febbraio 2020 – foto Saura T.
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Nastassja Kinski a Borgo Massenzio
Sabato scorso, diretto alla Coop per la spesa settimanale. Il Burian soffia, l’aria è freddissima, la neve caduta nella notte è un velo di ghiaccio steso sulla campagna.
Neve alla Domus – febbraio 2020 – foto TT
Prima di imboccare la strada che ci porta in città mi fermo nel parcheggio della chiesa, devo gettare pile e farmaci scaduti negli appositi contenitori di raccolta posizionati lì vicino. Dal bar lì accanto esce una giovane donna, da lontano pare una tipa alla Nastassja Kinski, magari non lo è, ma se la tira come se lo fosse. E’ vestita in modo accurato: pantalone simil zuava, maglioncino lilla, cappottino appoggiato alle spalle come le dive di certi film anni cinquanta / sessanta. Esce con enfasi, si accende una sigaretta e spavalda si appresta a fare due passi nel piazzale; nemmeno il tempo di fare tre / quattro metri che si rifugia di nuovo sotto al piccolo portico nell’antro più riparato. Siamo a -4 gradi, il Burian sferza il viso senza pietà, c’è poco da fare le star. Ma ormai Nastassja ha fatto la sua entrata, non può certo tirarsi indietro e rientrare nel bar, il pubblico (quei due o tre disperati – sottoscritto compreso – che stanno guardando il suo spettacolo non vanno delusi). Stoica rimane al vento col cappotto sulle spalle a fumare più in fretta possibile la sigaretta che si è accesa. Mi verrebbe da andarle incontro e dirle “Signorina, venga, entriamo, le offro una China calda”, ma quei tempi sono passati, la lascio lì fuori al freddo e al gelo come una povera fiammiferaia qualunque e me ne vado alla Coop.
Nastassja Kinski a Borgo Massenzio – febbraio 2020 – foto TT
CHARTS
Ehi, niente male vedere due album dei LZ nella Top 20 dei vinili più venduti oggi in Italia.
Italian Top 20 vinyl chart week jan 29 / feb 4 2021 LZ IV at n.11 and LZ I at number 20. (FIMI official charts)
GATTI ALLA DOMUS
Ancora oggi mi soffermo ad osservare le espressioni dei gatti che vivono con me alla Domus, a volte la Stricchi sembra essere cosciente del suo fascino e lo usa per farmi fare tutto quello che vuole… che smorfiosa.
Stricchi – Domus Saurea febbraio 2020
Palmir invece fa lo spiritoso, sulla sua pagina di facebook pubblica una sua foto con il seguente commento: “L’altra sera la squadra di Tyrrell non è riuscita a qualificarsi per la finale di Coppa Italia, stamattina Tyrrell ha una faccia tipo questa.”
Palmiro – Domus Saurea febbraio 2020
SUL PIATTO DELLA DOMUS
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OUTRO
E va bene dunque, finiamo pure di purificarci e prepariamoci alla primavera, ritiriamo fuori i buoni propositi, le Gibson dalle custodie, i dischi dallo scaffale. Lasciamo che i bei tempi scorrano, che la musica sia la nostra padrona, che Mister Tamburino suoni una canzone, che il treno continui a rollare tutta la notte.
Sono già stanco al solo pensiero. Che la forza sia con me.
Dieci anni di blog, mica male eh? Se ci penso mi vengono i brividi, non dico che siano volati ma sono passati più in fretta di quello che pensavo. Parlare del tempo in questi termini è banale, ne sono consapevole, ma sono ormai in quell’età in cui il tempo sembra scivolare dalle mani come fosse acqua, oramai le settimane sono fatte solo di lunedì e venerdì e passano veloci, così come i mesi. Dieci anni fa decisi di tuffarmi nel web, il concetto di blog stava esplodendo ed iniziava a sostituire quello relativo ai siti veri e propri grazie alla immediatezza del formato; seguivo un blog sul calcio (Settore) che credo mi abbia influenzato, almeno nei primi tempi, quando il mio amico Stefanino Piccagliani (il nostro Pike insomma) se ne uscì con un: “ma perché non metti in piedi un blog? Ci passiamo l’estate.” Avevo già il tarlo nella mio maruga e questo fu l’ulteriore stimolo verso la realizzazione del mio piccolo spazio internet.
Rileggendo certi post, soprattutto quelli dei primi anni, provo imbarazzo, allora era ITTOD (una delle mie tre personalità) ad avere le redini del blog, e certi interventi, certi toni, certe boutade furono davvero troppo sopra le righe. Poi man mano che il tempo passava fu TIM ad assumere il comando, ultimamente supervisionato da STEFANO. Chissà se qualcuno ha mai notato questo (insignificante) cambiamento.
Ricordo di aver fatto l’abbonamento a wordpress il 18 febbraio 2011, il 19 pubblicai i miei primi post, ben tre. Quanta tenerezza in quegli scritti miserelli, ancora cercavo la mia strada e allora mi basavo spesso sugli scambi che avevo con Pike che avvenivano via email.
Oltre ad avere la necessità di avere un spazio dove sfogare la mia voglia di scrivere, fu anche il desiderio di condividere con gli altri emozioni, sentimenti, blues. Come mi scrisse Giancarlo Trombetti “con la scusa di parlare della tua vita, delle tue cose, affronti temi che sono comuni a tutti.”
Già, il sentirsi un mammifero della specie degli umani che osserva l’immensità dell’universo e si sente sperduto sul piccolo pianeta in cui misteriosamente è capitato, il sentimento kafkiano che ci avvolge nell’affrontare gli impicci (come direbbe Polbi) della vita, i blues del quotidiano … amori che finiscono e iniziano, amicizie che s’interrompono e poi ripartono, il doloroso addio alle persone e ai felini (o animali in genere) con i quali si è condiviso un pezzo di strada, la gestione del tuo vecchio che lentamente si inabissa nelle paludi dell’Alzheimer. Già, il vecchio Brian, per alcuni anni è stato uno dei punti focali di queste paginette, parlare di lui e delle sue peripezie è stato un modo per affrontare un argomento delicato che prima o poi – in un modo o nell’altro – tocca tutti. In parecchi hanno interagito a tal proposito e mi hanno aiutato molto nel momento finale del distacco.
Sì, la comunità che si è formata intorno al blog è uno degli aspetti di cui sono più orgoglioso, un insieme di donne e uomini di blues che – chi silenziosamente chi esplicitamente – si confronta spiritualmente tra le ombre di queste pagine. Mi piacerebbe nominare tutti, non lo farò ma ringrazio con tutto il fervore sia le colonne che commentano, sostengono e scrivono al blog con costanza, sia chi ci segue da lontano in punta di piedi.
Dieci anni, ten years gone … tanto per citare la mia canzone preferita, chissà se ce ne saranno altrettanti, non do nulla per scontato, portare avanti un progetto del genere non è automatico, gli impegni della vita sono tanti, all’inizio avevo qualche special guest (Polbi, Pike, Giancarlo Trombetti, Beppe Riva, Bodhran, etc etc) i cui scritti contribuivano ad allentare la tensione data dall’onere costante di dover scrivere, ora sono pressoché solo ma fino a che sentirò il fremito che mi spinge a scrivere credo che questo spazio continuerà ad esistere.
Pag 106: “Doveva calmare tutte quelle vocine che le fischiavano nelle orecchie, che qualcuno chiamava coscienza, Caterina invece coercizione educativa. Sin dalle elementari, nella scuola delle suore. Buone quelle.”
Pag 107: “Dio, patria e famiglia. Ridicolo come di tutti questi valori, nel cuore, Caterina non ne riconoscesse uno. Mamma è papà neanche a parlarne, Gesù la Madonna e Dio non ci credeva e dell’Italia erano più le volte che si vergognava che quelle di cui andava fiera.”
Altra indagine niente male per Rocco Schiavone, con un colpo di scena sul finale.. Forse però questo è il libro si Schiavone che mi ha colpito meno. Il livello comunque rimane notevole.
Aosta e Roma, doppia indagine per Rocco Schiavone nell’attesissimo nuovo romanzo. Un noir mozzafiato dal ritmo perfetto con un meccanismo dai mille ingranaggi che non perde mai un colpo.
Dice Antonio Manzini che i suoi romanzi li immagina, non semplicemente come una serie, ma come i «capitoli di un libro più grande» sul vicequestore Rocco Schiavone. Ad ogni episodio, mentre fruga tipicamente svogliato e vigile nel freddo di Aosta, il vicequestore con le sue Clarks entra anche in un pezzo ignoto del suo passato. Di modo che il caso criminale diventa un passaggio esistenziale. Un affondo psicologico dentro di sé avvolto in un’inchiesta di polizia. In Pulvis et umbra due trame si svolgono in parallelo. Ad Aosta si trova il cadavere di una trans. A Roma, in un campo verso la Pontina, due cani pastore annusano il cadavere di un uomo che porta addosso un foglietto scritto. L’indagine sul primo omicidio si smarrisce urtando contro identità nascoste ed esistenze oscurate. Il secondo lascia un cadavere che puzza di storie passate e di vendette. In entrambi Schiavone è messo in mezzo con la sua persona. E proprio quando il fantasma della moglie Marina comincia a ritirarsi, mentre l’agente Caterina Rispoli rivela un passato che chiede tenerezza e un ragazzino solitario risveglia sentimenti paterni inusitati, quando quindi la ruvida scorza con cui si protegge è sfidata da un po’ di umanità intorno, le indagini lo sospingono a lottare contro le sue ombre. Tenta di afferrarle e gli sembra che si trasformino in polvere. La polvere che lascia ogni tradimento.
Una veloce carrellata degli ultimi film e serie TV visti.
FILM
La Nave Sepolta (The Dig) di Simon Stone (2021 UK – Netflix) – TTTTT
Tratto dal libro di John Preston questa pellicola narra la storia vera di un ritrovamento di due cimiteri anglosassoni medievali risalenti al VI-VII secolo nel Suffolk ed in particolare della nave funeraria di re Raedwald, sovrano anglosassone dell’Anglia orientale del VII secolo. Fu una scoperta sensazionale che portò a nuove considerazioni su quei quattro secoli intercorsi tra la ritirata dei romani e l’arrivo dei vichinghi, periodo di cui si sapeva pochissimo.
Ho trovato questo film meraviglioso, denso di una poetica blues magnifica, merito anche dei due protagonisti, Ralph Fiennes e Carey Mullingan, entrambi bravissimi. Da vedere assolutamente.
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Il Primo Re di Matteo Rovere. (2019 Italia / Belgio) – TTTT
Avendo amato molto la serie TV Romulus (di cui abbiamo parlato qui sul blog non troppo tempo fa) non potevo certo perdermi anche il film da cui è stata originata; film che non mi ha deluso e che anzi mi ha appassionato parecchio. La trama la sapete, 750 avanti cristo, i popoli che vivono intorno al Tevere cercano un equilibrio tra battaglie e voglia di primeggiare, equilibrio da cui nascerà Roma.
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Una Notte Di Dodici Anni (La noche de 12 años) di Álvaro Brechner (2018 Uruguay, Spagna, Argentina, Francia, Germania-) – TTTT
La trasposizione cinematografica dell’imprigionamento di tre uomini appartenenti ai Tupamaros da parte della dittatura militare in Uruguay nel 1973. 12 anni di torture piscologiche e fisiche in completo isolamento. Altro film da non perdere.
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Sylvie’s Love di Eugene Ashe (2020 USA – Prime Video) – TTT½
Harlem fine anni cinquanta, un sassofonista pieno di talento lavora di giorno in un negozio di dischi, lì conosce la figlia del proprietario e finisce per restarne affascinato. La sua carriera inizia a decollare e … niente spoiler qui sul blog. Filmetto carino: strade di New York bagnate a tarda notte, i lampioni che riflettono sull’asfalto, il jazz, l’amore tribolato e una trama a tratti scontata ma che si fa seguire.
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SERIE TV
SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano di Carlo Gabardini, Gianluca Neri e Paolo Bernardelli – regia di Cosima Spender (2020 Italia / Netflix) – TTTT
Non pensavo che una docu-serie del genere potesse avere il successo che ha avuto questa, ma dopotutto è fatta molto bene e tratta un argomento non facile ma di grande impatto. Personalmente dopo averla vista sono rimasto con la stessa idea che avevo da giovinetto quando iniziai a cercare di capire di cosa si trattava. A differenza di quello di tanti, il mio personalissimo giudizio rimane sospeso, il risultato non si sblocca, i lati positivi e negativi sono ancora più o meno in equilibrio per me, non sono in grado di formulare un pensiero esaustivo a riguardo. La docu-serie va guardata, comunque la si pensi.
“Il mese di Gennaio, Ianuarius, fu introdotto nel caledario romano da Numa Pompilio nel 713 a.C. Per i romani era il mese dedicato a Giano Bifronte, patrono dei momenti di passaggio, da cui deve il nome in quanto in latino Giano si diceva Ianus da cui Ianuarius. Dal 153 a.C fu stabilito che i Consoli entrassero in carica proprio il primo giorno di Ianuarius”
Gennaio freddo qui alla Domus, in certe mattine mi sembra di essere il Dottor Zivago nel ghiaccio degli Urali, la campagna emiliana sotto zero diventa tundra e il mio animo torna a vagare senza requie nel gelo che tutto irretisce.
Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT
Tra la nebbia cammino nei campi, ad ogni passo il cric croc dell’erba,
Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT
l’aria freddissima entra nei polmoni,
Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT
i pensieri sembrano cristallizzarsi,
Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT
i blues per un istante ghiacciano e diventano nuvolette azzurre sospese a mezz’aria,
Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT
il silenzio è tratti irreale, i rumori vanno a rintanarsi chissà dove,
Domus Saurea – gennaio 2021 – foto TT
le idee diventano ghiaccioli conficcate nella maruga,
Below zero mood at Domus Saurea, Tundra time is here again. – photo TT
ed è quello in momento per rientrare in casa, una bella tazza di caffè fumante, qualche biscotto, frutta rossa e per finire una China Martini calda, nella speranza che i blues più blu vengano congelati a data da destinarsi
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NEW JOB BLUES
Gennaio mi porta una nuova avventura lavorativa, la seconda nel giro di un anno e mezzo. Già, 18 mesi fa lasciai – causa visioni ormai inconciliabili – la mia piccola azienda di Stonecity, approdai quindi su sponde che avevo già frequentato e amato in passato, sponde che causa pandemia ho dovuto abbandonare (con gran dispiacere di entrambe le parti) dopo quattordici mesi. Ed ora eccomi qui, uomo blues di una (in)certa età caduto in mare e ripescato da una intraprendente e cosmica giovane impresa, scelto per quello che sono al di là delle eventuali competenze professionali; è la prima volta che il blog, la musica Rock, la mia visione delle cose e il senso di Tim per il Blues giocano a mio favore, la prima volta che il link al blog e un video degli Equinox (inviati all’azienda – insieme al curriculum – da chi ha fatto da tramite) mi fanno guadagnare punti. La prima volta che durante i due video colloqui avuti mi è stato chiesto il titolo dell’ultimo libro letto e chi sono i 5 più importanti gruppi Rock della storia, la prima volta che – alla domanda “parlaci un po’ di te” – ho avuto la sfrontatezza e il coraggio di iniziare con “ beh, sono nato nel solstizio d’inverno di alcuni decenni fa in una vecchia stazione dei treni e questa coincidenza ha fatto di me l’uomo di blues che sono”, la prima volta che proprio questo è stato l’elemento vincente. Certo, avevo capito che i personaggi e l’azienda che avevo davanti erano fuori dall’ordinario e quindi decidere di mettere in campo la Tirellitudine è stato piuttosto naturale, ma si trattava pur sempre di un amministratore delegato, di un presidente e di un responsabile HR …
Goin’ to work again – Magpie Mill Place – gennaio 2021 – foto TT
Ma il blues ha perché tutti suoi, così ora eccomi qui, in un’azienda giovane diretta verso l’iperspazio. Inutile dire che sono il più vecchio, spero non sia per questo che tutti sono così carini, gentili e pieni di premure verso di me, perché dopotutto rimango Tim Tirelli, The King Of The (Massenzatico) Blues, the one and only, baby, eccheccazzo!
Tim’s new job – autoscatto
DOWNTOWN BLUES
Vista la mia nuova avventura lavorativa, vivo adesso il centro di Mutina quotidianamente; in pausa pranzo mi faccio almeno mezz’ora di camminata a passo sostenuto per le vie dell’heart of the city. Riscopro odori, rumori e percorsi che avevo abbandonato dai tempi in cui mi vedevo con Julia. Scopro angoli dell’inner city con bar annesso frequentato da stranieri, piccole comunità che si esprimono in idiomi a me incomprensibili che formano un tessuto sociale arlecchino. Riscopro poi quanto io sia avulso da tanta gente con cui condivido la modenesità e perlomeno l’emilianità. Donne giovani e meno giovani che camminano sui marciapiedi del centro affiancate per due o per tre e che non accennano minimamente a spostarsi quando incrociano qualcuno che viene dalla direzione opposta. Donne vestite secondo la moda odierna che raramente appare vincente: jeans larghissimi, caviglia scoperta, sneakers, cappottazzi verdi. Purtroppo per loro a volte incontrano uomini di blues cagacazzo come me, uomini di blues che – restando correttamente sulla stessa linea di percorso e camminando da soli – non si spostano e contro cui quelle poverette finiscono poi per sbattere.
Oppure in fila davanti alla storica pizzeria da asporto di piazza Mazzini, ora gestita da asiatici. Si entra uno alla volta per pagare alla cassa. Davanti a me madre e figlia, diciamo 43 e 16 anni. Entrambe vestite secondo i dettami della moda di cui sopra e ipnotizzate dai cellulari, si parlano enfatizzando ogni sciocchezza come se si trattasse di piani quinquennali della ex Unione Sovietica. La cassa si libera, tocca a loro, ma non entrano, stanno lì a “pitugnare” (come diciamo noi a Regium Lepidi): “Di chi era il messaggio, di Giorgio?” “Sì, che sciocco”“Ma allora poi cosa facciamo stasera?”. Mi innervosisco, per fortuna si decidono ad entrare; “Allorwa – è un “allora” con molta enfasi – mi fai una marghe, una coi carciofini … Alessia, tu come le vuoi le pizzette, ai funghi? “ Alessia non risponde, sta chattando sul cellulare. Tre persone sospese ad aspettare che la principessa si degni di rispondere: il cassiere asiatico, la madre e l’uomo di blues di Villanona. Va mo là piròuna che s’te fos me fiòla per te la s’cambia!
ma devo tornare sull’argomento anch’ io avendolo terminato da poco ed essendo stato rapito completamente dalle sue pagine, a maggior ragione adesso che è stato pubblicato in italiano (dicembre 2020). La versione nella nostra lingua (con traduzione di Francesco Martinelli) è uscita mentre io stavo leggendo la versione inglese, dunque non ho avuto modo di affrontarla e quindi non so se sia stata tradotta in maniera consona, ma sospetto di sì, Martinelli è un grande (e ad ogni modo l’edizione italiana si presente molto bene: https://www.edt.it/libri/delta-blues).
Dicevo che devo accennarne anche io perché questo è uno dei libri sulla musica più importanti che abbia mai letto, Ted Gioia infatti esplora il Delta Blues in maniera impeccabile, cogliendone il respiro filosofico, etnico, spirituale, culturale, carnale.
Ed è tramite libri come questo che si può comprendere quanto il Delta Blues sia il concetto da cui è nata tutta la musica contemporanea profonda, non commerciale, espressione alta dell’animo umano. Sì perché pur arrivando ad essere messo su disco dopo il Big City Blues (il blues confezionato per le genti delle grandi città), il Delta Blues fu la prima forma di musica senza compromessi, senza concessioni patinate e fatto di melodie ruvide e spigolose, sviluppi armonici spartani che – almeno all’inizio – non rispettavano in pieno le metriche, le concezioni e le divisioni in battute occidentali, ma che contenevano ancora riflessi provenienti dall’Africa, terra dove la parola scritta ancora non esisteva e la storia e la cultura dei popoli veniva narrata oralmente, spesso tramite locali cantori. Ma mentre nel continente nero i cantori erano tenuti in massima considerazione e trattavano temi della comunità di cui facevano parte, i bluesman afroamericani erano visti come lazzaroni e demoni e i loro canti disperati si basavano sulla loro storia individuale, storia fatta di privazioni, di mancanza di affetto, di vite vissute al limite e on the road. Ed è questo che incantò i primi studiosi e scopritori bianchi di questo fenomeno, la purezza di canzoni senza filtri, l’importanza culturale di questo stile musicale plasmato in un contesto sociale particolare; da lì si sviluppò un interesse che attrasse le prime etichette discografiche disposte a pubblicare dischi di questi bluesmen.
Thomas Edison inventò il fonografo / grammofono sul finire del 1800 (la prima registrazione conosciuta è del 1888), nel primo novecento i dischi e l’apparecchio per riprodurli arrivarono anche nel Delta* del Mississippi e lo scopo dei musicisti blues divenne anche quello di registrare dischi. Benché i primi successi di “Blues” -come detto – facciano parte del Big City Blues, e dunque siano spesso suonati da orchestre o comunque da una band (alcuni esempi: MAMIE SMITH “ CRAZY BLUES” 1920, BESSIE SMITH “DOWNHEARTED BLUES” 1923 che vende 780.000 in sei mesi, e il famosissimo ST. LOUIS BLUES di W.C.HANDY pubblicato come spartito nel 1914,) tutti derivano dal Delta Blues.
W. C. HANDY (all’epoca famoso musicista dell’Alabama) infatti dichiarò che all’epoca in cui guidò un’orchestra di musicisti di colore a Clarksdale MS, intorno al 1903, una sera, nella stazione dei treni di Tutwiler, ascoltò per la prima volta il country blues da un bluesman sconosciuto (forse HENRY SLOAN o BEN MAREE, due figure che non ebbero la fortuna di lasciare tracce audio), ne rimase affascinato, ne contemplò il contenuto, chiamò quella musica “earth-born music” e con quella influenza scriverà MEMPHIS BLUES (1914) e ST. LOUIS BLUES (1914), brani che ebbero un tremendo successo all’epoca, trascinando il Big City Blues alla popolarità, musica diversa, più sofisticata, trendy e tutto sommato snob rispetto al blues tradizionale del Mississippi.
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E’ con l’arrivo nel 1926 di BLIND LEMON JEFFERSON (che comunque era del Texas) e della sua “BOOSTER BLUES” registrata a Chicago che il country blues esplode,
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grazie anche a tutta una serie di musicisti del Delta del Mississippi che iniziarono a vendere dischi ad una comunità che finalmente poteva riconoscersi in canzoni che parlavo dei guai, delle gioie, dei tormenti e delle follie dei sabato sera giù al Juke Joint appena fuori dalle piantagioni dove lavoravano, della loro vita da diseredati insomma.
Ad ogni modo, come ci fece capire anche Bodhran cinque anni fa, questo libro è una meraviglia, per quanto ne so mai studio sul Delta Blues (dunque il vero blues) fu più completo di questo. Questo è un capolavoro che perlomeno i lettori di questo blog – e in generale gli appassionati di musica di spessore – dovrebbero leggere e possedere.
* Come sappiamo per Delta del Mississippi non si intente il delta vero e proprio del fiume, quello che sfocia in mare dalle parti di New Orléans (e vi prego di pronunciare Orléans alla francese), ma quel lembo di terra alluvionale a nord ovest dello stato del Mississippi che confina con Louisiana e l’Arkansas appunto; 300 km di lunghezza e 100 di larghezza in cui vi è rinchiusa la storia più emblematica del “sud degli Stati Uniti”, il substrato culturale, razziale ed economico del sentimento blues più profondo.
Non avevo mai postato questo docudrama sul blog, mi pare sia ora, visto che la mia ossessione per il Delta Blues ogni anno si fa più intensa, sono infatti arrivato al punto che tutto il blues registrato al di fuori degli anni venti e trenta del secolo scorso mi pare inutile. Forse questa è una delle mie solite boutade ma non ne sono del tutto sicuro.
Essendo un filmato del 1997 si basa essenzialmente sui luoghi comuni che per decenni hanno dipinto la vita e la personalità di Robert Leroy Johnson – il nostro padre putativo – dunque dal punto di vista storico non è del tutto attendibile, tuttavia vederlo rappresentato (dal musicista Keb Mo’) in un film è un brivido. Certo, Keb Mo’ è troppo alto, Johnson era un uomo di media statura, ma – almeno a me – certe sequenze fanno girare la testa.
Sarebbe bello se qualcuno facesse un’operazione del genere oggi, dopo che l’uscita del libro Up Jumped The Devil ha spazzato via tutte le sciocchezze scritte su di lui e portato alla luce i veri percorsi del musicista più leggendario del Delta Blues. Ad ogni modo, ecco il link:
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Colgo l’occasione per ripubblicare alcune foto memorabili legate a RLJ:
la casetta dove probabilmente nacque …
The house where Robert Johnson was believed to be born
le uniche tre foto conosciute …
Robert Johnson first photo
Robert Johnson second photo
Robert Johnson third photo
Località in cui è passato più volte …
Friars Point Mississippi
tipiche case in cui ha vissuto …
Shotgun Shack – tipica casa rettangolare del sud degli Stati Uniti
e il posto dove è stato avvelenato.
Three Forks Store, Mississippi
Three Forks Store Mississippi- Interno
The Three Forks store, Quito, Mississippi, – photo Terry Baker 1995
Le ultime tre date del tour del Nord America del 1975 dei LZ si svolgono al Forum di Los Angeles, uno dei posti più leggendari dove tenere un concerto Rock, capienza 20.000 spettatori circa. Malgrado nella seconda metà degli anni settanta dal vivo il gruppo non sia più lo spettacolare quartetto del periodo 1968/73, la fama e il successo toccano vertici assoluti. Il tour del 1975 arriva dopo un anno e mezzo di fermo, e inizia in maniera sfortunata come sappiamo: poco prima di partire per il nuovo continente Page si infortuna alla mano sinistra schiacciandosela nel porta di un vagone di un treno a Victoria Station a Londra e Robert Plant nel momento di affrontare le tre date al Chicago Stadium – ad inizio tour – si becca una influenza che lo lascerà in pratica senza voce per tutta la durata della tournèe. Anche Bonham non se la passa bene, ha dolori allo stomaco e diarrea, ma perlomeno le sue performance non ne risentono. Personalmente non credo sia stata una grande idea organizzare un tour del genere in pieno inverno (dal 18 gennaio al 27 marzo), col disco Physical Graffiti in uscita solo a fine febbraio.
L’etichetta giapponese specializzata in bootleg Empress Valley Super Discs aveva già pubblicato tempo fa una anticipazione soundboard del concerto in questione (gli otto pezzi di The Night Stalker), ma solo oggi decide finalmente di far uscire il concerto completo in questione da fonte soundboard, preso dal mixer insomma. Da ricordare che delle date di Los Angeles del 1975 esistono da sempre le ottime registrazioni audience (prese dal pubblico) dell’indimenticato Mike Millard, personaggio di cui abbiamo parlato spesso qui sul blog.
Il Forum di Los Angeles nel 1975
Due le edizioni, quella a tre cd chiamata The Awesome Foursome e quella a quattro cd chiamata Jesus che contiene un non meglio precisato missaggio alternativo di Candy Store Rock, il brano tratto dall’album Presence (1976).
Led Zeppelin March 24, 1975 The Forum Los Angeles, CA
Soundboard Recording The Awesome Foursome ive At The Forum (EVSD)
101. Introduction 102. Rock And Roll 103. Sick Again 104. Over The Hills And Far Away 105. In My Time Of Dying 106. The Song Remains The Same 107. The Rain Song 108. Kashmir
201. No Quarter 202. Trampled Underfoot 203. Moby Dick
301. Dazed And Confused 302. Stairway To Heaven 303. Whole Lotta Love 304. Black Dog 305. Heartbreaker
I primi due colpi di cassa di Bonham prima dell’inizio lasciano intendere sin da subito che – almeno dal punto ritmico – la serata sarà incandescente. Rock And Roll – come in tutti i concerti del 1975 – vede Robert Plant soffrire, la voce a freddo è quella che è, anche l’assolo di Page è slabbrato ma la botta iniziale è comunque super. In Sick Again la voce di Robert sembra iniziare a scaldarsi. Timbro sofferto e sporco, rappresentazione del periodo decadente (appena iniziato) del gruppo. Il primo assolo di Jimmy Page è di nuovo incerto, il suono della chitarra è troppo pulito, non c’è sustain a dare corpo alle note. Alla ritmica però il Dark Lord è uno spettacolo, malgrado la chitarra fosse indossata bassissima! La qualità sonora di questo soundboard è davvero eccellente!
RP: Good evenin’. I said, good eeeeeeeevening! That’s a bit better. Well, it’s, uh, we’ve been in California a little while, but let me tell ya, it’s, this is the place. This is the one, yeah. Tonight we intend, uh, to have, these are the last three gigs on our American tour so we intend them to be somewhat of a very high point for us. Now, that can’t be really achieved, obviously we don’t achieve that without a little bit of vibe, which I can already feel. And a few smiles. We intend to take a musical cross-section of the work that we’ve got together over the last six and a half years. A little touch of this, a little taste of that, a little toot of this, a little blow of that. And, uh, I suppose if we’re to call it a journey we should start by looking ahead.
Purtroppo la chitarra in Over The Hills And Far Away è scordata e nei ricami iniziali è piuttosto evidente ma nello sviluppo rock del pezzo il tutto diventa più fruibile. La voce di RP si esprime ancora in modo vago. La sezione dedicata all’assolo di chitarra è sempre uno dei momenti più intensi con John Paul Jones e John Bonham a giocarsi incastri e figure funk mentre Page improvvisa da par suo.
RP: Thank you. A gram is a gram is a gram. Well since we saw you last, uh, there’ve been a few developments in the camp. And a few camps in the developments. Bonzo decided not to have the sex change after all and, um, and we got a new album out. Two very relevant points. Physical Graffiti finally made it to the shops. And we intend to play you some of the tracks from it tonight. This is the first one. It’s, uh, comes from way way way back, a long long time ago.
In My Time Of Dying è il secondo pezzo della scaletta dal nuovo album Physical Graffiti e non il primo come invece annunciava RP in quasi tutte le date. Sentita in cuffia a buon volume pur con qualche magagna da parte di RP e JPP rimane una prova solidissima. Anche in anni difficili come questo i LZ dal vivo sapevano spesso essere micidiali.
RP: (Devil or angel; you’re breaking my heart.) Right now. Um, over the period of time that we’ve had the pleasure of being able to come and play in most of your country that we felt like, we took the advantage to travel to spots and places in the globe and on the globe and on the face of the earth, that people don’t normally go to, right? Places where the red light still shines for two rupees. Places where there’s a magical feeling in the air. … a light Paul Rodgers his bedroom when he takes his shoes off. Hah, hah, it’s, uh. And we found that whatever happens, wherever we go we find people and we develop rapports with these people. And sooner or later, we have to boil it down to the fact that ‘The Song Remains the Same.’
The Song Remains The Same è velocissima, pure troppo, ma è un buona versione. In The Rain Song la qualità del suono è cristallina, in questo brano è facile intuire di nuovo come fosse complicato portare in tour un Mellotron, nessun sfasamento particolare nelle sonorità dello strumento ma la sensazione è quella di essere sempre prossimi al precipizio per quanto riguarda la gestione tecnica dello stesso.
RP: John Paul Jones played Mellotron. I’m still trying to find the bridge. So. When we found in our bicycle clip was caught in our sock, we immediately said about doing something about it. It was, is very much the reason why we intend to feature John Paul Jones again on the mellotron. A rather cheap, nasty improvised version of an orchestra. And unfortunately, we, we would have to know then if we can’t afford to take an orchestra with us anymore. This is a song from Physical Graffiti. Um, a song that I think is becoming, uh, maturing more and more as time goes on. It’s called ‘Kashmir.’
In Kashmir il Mellotron dà ancora l’impressione di essere sempre sul punto di collassare ma, a parte il finale con qualche nota “svizzera” come diciamo da questi parti, prova più che buona.
RP: That seems to be stretching out a little bit more every night. This one is not quite so new, this next piece. We once again feature John Paul Jones, uh, keyboard man extraordinaire. John Paul Jones, keyboard man extraordinaire. John Paul Jones, keyboard man extraordinaire. This is a very serious song …. It reflects on some of the negative possibilities of, uh, the journey. Of the future, of tomorrow and it’s called ‘No Quarter.
No Quarter (include ARANJUEZ CONCERT di Joaquín Rodrigo) è cantata da Robert piuttosto bene tenendo conto di tutti i suoi problemi; quando John Paul Jones passa al grand piano per l’assolo la copertura del Theremin non è esemplare. Il momento in cui Jones è da solo al piano a me piace sempre molto, intrecci in tonalità minore che nascono dalla bruma dell’animo. Il ritmo (sincopato) aumenta quando JPJ decide che è il momento di iniziare la sezione che porta all’assolo di chitarra; John Bonham fatica un po’ a trovare il ritmo adatto ma poi vi si insinua bene. L’assolo di Page non è ispiratissimo, verso la fine riesce a suonare qualcosa di efficace. Il lavoro di pedaliera basso di Jones sul finale di questa parte è sensazionale.
RP: John Paul Jones, grand piano. Behind us we see there’s only a little bit a basic carpentry get, being carried on. Tonight’s a crop circle is staged tonight. There’s a bit of carpentry here and nail being knocked into wood. What’s going on? Right. The carpentry lesson is now finished and no more banging on pieces of wood. Throughout time, the medium of blues music and the use of a car has been used to, uh, indicate the connection between the human body and the motions of the car, right? You know, the old blues singers used to talk about their ‘Terraplane Blues’ and something similiar to squeezing lemons and things like that. Which takes us back a bit. Still got the lemon, mind you. This is something alone those lines. It’s not squeezing the, a lemon so much as going down on gasoline and pistons and Trampled Underfoot.
Trampled Underfoot è affrontata con la solita verve. L’assolo di Page non dice granché, troppe e fuori luogo le scariche costruite intorno ai soliti fraseggi ripetuti più volte.
RP: He’ll never let you down. Ladies and gentlemen, at the front of the stage right now, Elvis Presley’s right hand man, Billy Miller. You went down like a ton of bricks, Bill. …Teeat me like a fool … It is our great pleasure, you can sit down again if you like. Thank you very much. It is our great pleasure now to feature one of the finest percussionists in the band today. Probably the greatest drummer ever to sit on this rostrum with us tonight. The Mighty … from Kidderminster. John Henry Bonham! ‘Moby Dick!’
Moby Dick stavolta dura 20 minuti.
RP: ‘Moby Dick.’ John Bonham. One of the finest drummers, probably the finest drummer that we’ve ever had. John Henry Bonham. A childhood friend. What a wonderful drum solo and what a wonderful hand job in the dressing room. Too much. Thank you, Ahmet Ertegun. Hah ha ha. Well as you can tell we have thank you, Ahmet Ertegun. Hah ha ha. Well as you can tell we have, uh, we’re more than elated to be in California again. And that, I say from the bottom of my boots, really a circus. It’s been great being here although we haven’t really been outside the hotel rooms too much. But there’s plenty to do inside, as you can imagine. So let me tell you, we tried to say in the beginning that, uh, we wanted, what? Is that diarreah? What we tried to say in the beginning, that we intended to give you a cross-section of the, the music that we’ve got together. So we should take you right back to the first day that we got together in a little room. I can see you all there. In a tiny small room we got together and I think this is probably about the first thing that we had a go at. Apart from the secretary.
Dazed And Confused (incl WOODSTOCK) 32 minuti di interconnessione con mondi musicali sconosciuti, di riflessi elettrici ed esoterici. Robert Plant se la cava discretamente per tutta la durata della suite; nella parte iniziale Page approfitta dei momenti di calma per cercare di accordare la chitarra. Nel lento e suggestivo intermezzo MI-/DO (che verrà poi usato per Achilles Last Stand primo brano dell’album Presence) RP canta il testo di Woodstock di Joni Mitchell. Versione niente male.
RP: Jimmy Page, guitar! Thank you very much. We really enjoyed that, ourselves, actually. We’d like to, uh, we are, in fact, it’s not a case of liking, we have determined to give you just one more very … , what we’ve been managing to get together. This is for all our English friends who arrived in, uh, at the Continental Riot House. This is for the foundations of the Continental Riot House. And this is for you good people here who’ve made this a good gig.
Anche Stairway To Heaven è discreta, l’assolo di Page – pur a tratti astratto – è degno di nota.
RP: Thank you very much. We’ve had a great time. See ya.
Whole Lotta Love / The Crunge / Black Dog. WLL è piuttosto fiacca, mentre The Crunge è in pratica la versione completa. E’ suonata con qualche incertezza nei cambi, ma come spesso capitava è improvvisata, non era un brano preparato per il tour. Segue sezione funk con e senza theremin. Black Dog è un mezzo disastro. Tra la fine del concerto e i bis nei camerini evidentemente succedeva qualcosa che vi lascio immaginare e che faceva rientrare il gruppo con molta meno lucidità.
(RP: Forum! Inglewood, LA, Hollywood, it’s too much. You’ve been fantastic. Fantastic. Good night.)
Heartbreaker è mediocre.
RP: Ladies and gentlemen, Children of the Sun. Good night.
Un bootleg apprezzabile dunque, qualità audio molto buona e performance più che sufficiente, niente di straordinario ma – vista la condizione del gruppo – tutto sommato accettabile.
Cofanetto vecchio di 10 anni ma di cui vale la pena spendere due parole perché è ben assemblato, contiene infatti pezzi da gli album registrati negli anni più importanti per Mayall e rarità pubblicate a suo tempo su singoli e antologie varie.
John Mayall mi arrivò tramite l’album Crusade (1967), quello che reputo il miglior capitolo del British Blues revival anni sessanta, con un Mick Taylor da sogno, da allora mi porto dentro diversi suoi dischi. Nel 1981 ebbi la sfortuna di vederlo in concerto alla Festa dell’Unità della Gorganza (Località vicino a Cavriago – Reggio Emilia), in quegli anni i grandi nomi del blues e del rock erano quasi tutti “fritti” (come direbbe il nostro amico Riff) e io non ero sufficientemente scafato per reggere certi concerti così la delusione fu massima: formazione lofi e concerto da dimenticare. La colpa probabilmente fu mia, mi aspettavo il Mayall di Crusade quando non era proprio il caso di avere tali aspettative.
Nonostante questo continuai a seguirlo, troppo rilevante la palestra di Mayall per tutti i grandi musicisti inglesi di quel periodo legati al blues. Questo box è davvero una ghiotta occasione per farsi un’antologia dei momenti più significativi senza svilire l’operazione e farla diventare una mera collezione da best of.
CD1
Contiene i primi singoli del 1964 e 65 e qualche brano dal primo album John Mayall Plays John Mayall con Roger Dean alla chitarra; quindi i tre pezzi prodotti da Jimmy Page nell’ottobre e dicembre 1965 con Clapton alla chitarra finiti su un singolo e sulla compilation Blues Anytime vol.2,
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un paio di brani live registrati al Flamingo Club di Londra nel novembre del 1965 comparsi a suo tempo su un paio di compilation, sei tracce dal famoso album John Mayall’s Bluesbreaker with Eric Clapton del 1965
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e un brano dall’album Raw Blues di John Mayall and Steve Anglo con Steve Winwood all’organo. L’era Peter Green si apre con due pezzi dall’album A Hard Road del 1967 sul CD1
CD2
e altri tre sul CD2.
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Si continua con Peter Green con quattro brani tratti da singoli e dall’EP uscito sempre nel 1967 a nome John Mayall’s Bluesbreakers with Paul Butterfield e quindi si entra nel periodo Mick Taylor con canzoni tratte da singoli e dagli album Crusade del 1967
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Bare Wires e Blues From Laurel Canyon del 1968
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Sul CD2 vi sono anche un paio di brani presi da The Blues Alone del 1967, album “solista” di Mayall, ovvero senza i Bluesbreakers.
CD3
Tre tracce registrate dal vivo al Fillmore East nel luglio del 1969 aprono il CD3 con John Mark alla chitarra acustica finger-style contenute a suo tempo nell’album The Turning Point uscito nel novembre del 1969, quattro provenienti da Jonh Mayall – Empty Rooms dell’aprile 1970 tra cui la deliziosa Waiting for the right time
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altre tre da Usa Union (novembre 1970) con Harvey Mandel alla chitarra e ulteriori tre da Back To The Roots (giugno 1971) con Clapton, Mandel e Taylor.
CD4
L’ultimo dischetto è dedicato ad album meno noti usciti tra il 1971 e il 1974 ma comunque sempre assai gradevoli benché meno a fuoco degli album degli anni sessanta.
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Cofanetto dunque di spessore, adatto sia agli aficionados che ai casual fan.
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