Sono quasi quattro anni che sul blog leggiamo Greg Iles, ne abbiamo scritto ormai otto volte, con questa nove, è ormai chiaro, è il nostro autore di thriller preferito. Mississippi Blood è il terzo capitolo della trilogia iniziata 3/4 anni fa. Il commento che ho scritto sulle pagine interne, sotto al titolo, dopo aver letto l’ultima pagina è “trionfo!”. Degna conclusione di una saga avvincente ed entusiasmante. Temi trattati di gran attualità, ovvero il difficile, cruento e insensato rapporto tra bianchi e neri nel Mississippi dagli anni sessanta ad oggi, i problemi sociali, le disfunzioni della politica, con in più sullo sfondo l’assassinio di JFK. Scenografia a cura del fiume e dello stato Mississippi.
Se la Piemme continua a pubblicarlo e a far uscire i suoi libri in edizione hard cover significa che qualcosa Iles vende anche qui in Italia, ma la sua fama qui è proprio tutt’altra cosa rispetto agli Stati Uniti dove con i suoi libri è arrivato più volte al primo posto della classifica del New York Times.
Gli altri due episodi della trilogia sono L’Affare Cage e L’Albero Delle Ossa.
Il mio sogno sarebbe che HBO o chi per essa ne facesse una serie TV.
Avvocato bianco nel profondo Sud degli Stati Uniti, Penn Cage è fin troppo conosciuto a Natchez, Mississippi. Soprattutto adesso che il processo per omicidio nei confronti di suo padre, rispettato e onorato medico della città per quarant’anni, sta per cominciare. Molte cose sono cambiate nella vita di Penn da quando il padre è stato accusato di aver assassinato l’infermiera di colore Viola Turner. Ma chi era davvero il padre di Penn? Con l’aiuto di una famosa scrittrice venuta a Natchez proprio per scrivere del processo, Serenity Butler, l’avvocato condurrà la sua, personalissima, indagine. E non avrà paura, questa volta, di guardare in faccia il passato della propria famiglia, e del Sud stesso, e di sporcarsi del sangue che vi troverà. Mississippi Blood è l’epica conclusione di una trilogia che lascia senza fiato per la forza narrativa e la potenza simbolica. Una saga i cui volumi hanno il passo del legal thriller e al tempo stesso raccontano una storia più grande, che parla di padri e figli, bianchi e neri, violenza e onore, e in cui si specchia un intero paese. Quell’America che, oggi come ieri, si affanna a cercare le stesse elusive risposte. Come ha scritto Stephen King, «un’opera straordinaria».
Martedì, ore 16,45, in ufficio. Sento che qualcuno tira una madonna (e pensare che a parte me in ufficio sono tutte donne) e maledice il tempo, guardo fuori dalla finestra, nevica. Qualcuno impreca e io me la rido. La neve ha sempre un effetto straordinario su di me. Io motivi sono molteplici, li ho già accennati qui sul blog dunque segnalo semplicemente un articolo trovato non troppo tempo fa.
Esco verso le 19. Fiocca come dio (Jimmy Page insomma) la manda. Entro in macchina. Sullo stereo il bootleg degli ELP a New York dicembre 1973. Nel mezzo di Pictures At An Exhibition il gruppo pensò di fare una sorpresa al pubblico e proporre Silent Night con l’aiuto dell’Harlem Gospel Choir.
La neve scende, una delle mie band preferite alle prese con il canto di natale che tanta pace mi infonde nel cuore e davanti a me la notte nera.
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Guardo il termometro, segna 0 gradi all’esterno. Stonecity è a 100 metri sul livello del mare, proprio ai piedi delle colline, ci sono circa 60 metri di differenza tra qui e Borgo Massenzio dove, temo, la neve che sta cadendo qui sarà acqua.
Arrivo ad Herberia, circa 50 metri slm, ed è già nevischio. So già che infilerò la macchina nel garage della Domus Saurea sotto la pioggia battente. Tolgo gli ELP e metto uno dei miei album preferiti di Ron Carter…
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Mentre entro in garage ecco che sgattaiola dentro Spaventina, la più selvatica delle gatte che vivono con noi, le do da mangiare, uno dei rari momenti in cui si lascia accarezzare e, a volte, prendere in braccio. Salgo in casa. Sul divano Palmiro e la Ragni dormono di gusto.
Interno Domus Saurea: La Ragni e Palmiro – foto TT
Dopo cena mi metto sul divano, avrei voglia di un bourbon ma rinuncio, mi sparo invece un gelato al limone con stecco di liquirizia. Su Sky niente di particolare, spengo la TV. Lei è curva sul tavolo della cucina alle prese con la Ghironda da costruire.
La Ghironda di Saura – foto TT
Vado nello studiolo. Metto sul piatto The Man Machine dei Kraftwerk.
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Lo tolgo, prendo in mano la chitarra. Da un paio di giorni sto lavorando su un riff alla Tim Tirelli (alla Mick Ralphs insomma). Lo modifico, lo cesello, cerco uno sviluppo ritmico…quello che mi esce è un giro di accordi che fatica a rimanere in sintonia col riff. Tralascio il riff, ripeto il giro ritmico, ora la mano va da sola, ci canto sopra qualcosa, salta fuori una melodia e un abbozzo di testo. E’ uno di quei momenti un po’ magici che chi scrive canzoni conosce bene. Cerco di fissare il tutto nella mente, per sicurezza lo registro sul cellulino. Torno a pensare al bourbon ma vado in cucina e mi preparo una tisana. Ritorno sul pezzo, lo ripeto più volte, ripongo la chitarra, spengo la luce e mi preparo per andare a dormire. Alla luce della lampada leggo qualche pagina della biografia di Greg Lake, quindi mi lascio scivolare in un sonno che spero sia lungo. Riapro gli occhi, sento che la stufa è appena partita, dunque sono le sei. 15 minuti e le suona la sveglia. La sento alzarsi, prepararsi, dar da mangiare ai gatti (4 sono nostri, ad altri 2 abbiamo dato asilo) e uscire. Volto gallone (come diciamo qui in Emilia, mi giro dall’altra parte insomma), ma ho in testa la canzoncina di ieri sera. Il letto è caldo, la stufa è accesa, la campagna lì fuori fredda e scura, cerco di restare a letto per l’altra mezz’oretta che mi rimane, ma non riesco. Nello studiolo accanto sento uno svolazzar di fogli, vado a controllare: sono gli appunti su cui ho scritto la canzone che volteggiano nella stanza, nel buio del mattino intorno ad essi una figura di aria nera prende forma. Mi spavento a morte, traballo, cado in ginocchio.
Early this mornin’, when you knocked upon my door Early this mornin’, ooh, when you knocked upon my door And I said, “Hello, Satan, I believe it’s time to go
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Sono le 6,45. Ho capito che devo tornare a lavorare sulla canzone. Mi lavo e mi preparo, e mentre lo faccio accenno a qualche passo swing al ritmo di My Baby Just Cares For Me che Radio Capital sta passando.
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Mangio una Fiesta, bevo un volluto e mi butto sulla chitarra. La nera figura si dissolve. Tornisco il pezzo, aggiungo 3 accordi non proprio consoni, implemento il testo e arrivo fino ad inserire un ponte. Il titolo provvisorio è “Chiaro Non Sarà”.
Sono entusiasta. Scrivere canzoni è la attività che preferisco, o perlomeno una delle quattro o cinque che prediligo, le altre hanno a che fare con la pollastrella, con l’Inter, con Jimmy Page e Keith Emerson, e sciocchezzuole di questo genere.
Mi alzo in piedi, vado alla finestra, il buio si è stemperato in un grigio dipinto di acqua e foschia, scuoto la testa e mi dico “guarda te se alla tua età devi ancora spaventarti e prendere fuoco per una canzonetta che una volta finita metterai nel cassetto e nessuno ascolterà.”
Faccio per uscire, lo Strichetto (la gattina a cui diamo asilo già da qualche mese) reclama un po’ di attenzioni, mostra la pancia, gliela accarezzo poi la faccio giocare con il pupazzo del ragno assassino e con la pallina rosa (e sì, lo so, an s’è mai vest Johnny Winter fer chi lavòr ché!…non si è mai visto Johnny Winter far quei lavori qui.).
Esco, salgo sulla Sigismonda, tolgo Ron Carter, metto gli UFO, quelli classici. Lights Out aiuta a rialzare il bioritmo. Ripenso all’articolino sull’album in questione che lessi, credo, su Tutti Frutti (la rivista) più di 7 lustri fa, a firma Giancarlo Trombetti. A parte me, mia sorella è un paio di musicisti della zona (che comunque non frequentavo) non è che ci fosse tante gente intorno a me interessata al gruppo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, ricordo che leggere quelle righe quindi mi fece assai piacere.
Sul car stereo gli UFO – foto TT
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Mi fermo a far rifornimento. Il benzinaio di colore corre da una colonnina e l’altra, il distributore è uno dei più grandi della zona, uno con anche il GPL e il lavaggio; lui è sempre solo ed è spesso in affanno. Ogni volta cerco di scambiare qualche battuta con lui , di dargli conforto, di fargli intendere che capisco il suo blues. Un paio di mesi fa sì è anche mezzo rovinato una mano con un fiotto ghiacciato di GPL fuoriuscito all’improvviso. Il ragazzo che c’era prima se ne è andato perché oltre a sgobbare come un matto doveva anche essere sempre reperibile e il proprietario non gli ricnosceva abbastanza. Non voglio pensare alla miseria che percepirà il nuovo garzone. Gli do una pacca sulla spalla, mi sorride.
Arrivo in ufficio, ho la melodia della canzone in testa. Cerco di metterla da parte. Accendo la candela, la luce della lampada, il computer.
Cercando l’atmosfera – Office Blues – foto TT
Prima di mettermi al lavoro, dalla finestra do un’occhiata al futuro, mi sa che dovrò tirare fuori dal ripostiglio la scopa e rassettare la stanza prima di fare i bagagli. Il futuro, già … “chiaro non sarà.”
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“I Believe I’ll Dust My Broom”
I’m gointa get up in the mornin I believe I’ll dust my broom I’m gointa get up in the mornin I believe I’ll dust my broom Girlfriend the black man you’ve been lovin Girlfriend can get my room
I’m gonna write a letter Telephone every town I know I’m gonna write a letter Telephone every town I know If I can’t find her in West Helena She must be in East Monroe I know
I don’t want no woman Wants every downtown man she meets I don’t want no woman Wants every downtown man she meets She’s a no good dooney They shouldn’t allow her on the street
I believe, I believe I’ll go back home I believe, I believe I’ll go back home You can mistreat me here babe, But you can’t when I’m back home
And I’m gettin up in the mornin I believe I’ll dust my broom I’m gettin up in the mornin I believe I’ll dust my broom Girlfriend the black man you been lovin Girlfriend can get my room
I’m gonna call up Chiney See is my good girl over there I’m gonna call up China See is my good girl over there I can’t find her on Phillipine’s island She must be in Ethiopia somewhere
Il nostro Polbi ci parla del recente bio-pic (il film biografico insomma) su Fabrizio De André.
Come accade sempre piu’ spesso, e’ stato presentato nelle sale cinematografiche Principe Libero, telefilm che verra’ trasmesso a breve su Raiuno. E’ stato programmato solo per due giorni in molti cinema su tutto il territorio nazionale, e qui a Roma e’ andato tutto esaurito praticamente ovunque.
Da grande fan di De Andre’ non potevo mancare, ed essermi ritrovato con tutta quella gente mi ha fatto particolarmente piacere. E’ un prodotto in fin dei conti ben fatto, racconta se pur parzialmente e con le dovute censure in stile Rai, la vita drammatica e ribelle di Faber, riuscendo a farsi seguire senza particolari cadute di tono per ben tre ore e venti.
E’ stato messo insieme dallo stesso gruppo che aveva lavorato alla Meglio Goiventu’, e forse ne rispecchia pregi e difetti. La storia parte subito con il sequestro di Fabrizio e Dori Ghezzi, per poi ripartire dalla gioventu’ di De Andre’ e andare avanti fino alla fine seguendo il passare del tempo.
Gli attori sono tutti convincenti, e alcune ricostruzioni decisamente notevoli. La musica, logicamente presente, si incastra perfettamente e con buona precisione cronologica al racconto biografico, lasciando le canzoni originali a fare da colonna sonora, mentre vanno in stile cover quelle cantate durante il film. Un effetto alla fine godibile e non troppo forzato.
Delle tante storie che hanno solcato i sessanta intensi anni di vita del nostro (lascitemelo dire) maggiore cantautore nazionale, la parte relativa alla storia d’amore con la prima moglie e poi con Dori Ghezzi, che fortemente ha sostenuto questo progetto, la fa nettamente da padrone. Una scelta funzionale per un prodotto televisivo Rai, ma forse anche il limite maggiore di Principe Libero. I rapporti con il padre e il fratello vengono raccontati molto bene, cosi come la sua amicizia con Paolo Villaggio e Luigi Tenco. Purtroppo pero’, altri aspetti piu’ scomodi della vita di De Andre’ vengono in qualche modo edulcorati e disinnescati. Ecco che per esempio lo si vede frequentare le prostitute della Genova vecchia, ma si sorvola sul fatto che per un periodo della sua giovinezza lui avesse convissuto con una Bocca di Rosa, facendosi di fatto mantenere. Oppure che avesse avuto molte storie, anche cosi importanti da ispirare canzoni memorabili, prima, durante e dopo i suoi due matrimoni. Per non parlare della quasi totale assenza del Fabrizio De Andre’ piu’ politico, militante anarchico da sempre vicino alle vicende della sinistra extraparlamentare italiana, in particolare con quelle dell’area libertaria. Certo, l’impronta sociale e politica del suo lavoro traspare comunque, ma senza riferimenti precisi.
Stessa cosa le sue collaborazioni, parte fondamentale di tutto il suo precorso artistico, non vengono per nulla rappresentate, se non, sorprendentemente, quella con Riccardo Mannerini, poeta anarchico non vedente genovese. Insieme scrissero gran parte di Tutti Morimmo a Stento, forse il disco piu’ cupo e duro di tutta la discografia italiana, una collaborazione senza dubbio importante, ma non si capisce come si sia potuto non nominare quella con Giampiero Reverberi, o il lavoro fatto con Mauro Pagani che ha portato la fama di De Andre’ in giro per il mondo.
Luca Marinelli a mio parere risulta tutto sommato credibile nel suo ruolo, impressionante in alcuni passaggi la somoglianza fisica, meno il portamento e il modo di fare, mentre purtroppo la voce, sia il tono che la cadenza, che tanto caratterizzavano Fabrizio, non potevano essere riprodotte.
Ma in fin dei conti la storia si fa seguire, e ci regala dei momenti molto emozionanti. Mi viene da pensare a come la prenderebbe lui, Faber, questa biografia.
Credo si sarebbe incazzato, ma questo direi anche che sarebbe potuto accadere con tutte le molteplici iniziative, che in questi quasi venti anni dalla sua morte, hanno celebrato la sua musica e la sua vita. Il tempo passa e la statura di Fabrizio De Andre’, come uno dei protagonisti della cultura italiana del secolo scorso, continua a crescere. E fosse anche che magari guardando il film in televisione qualcuno possa scoprire il valore del suo lavoro, e’ comunque una buona notizia.
Pur amando parecchio l’inverno, passato il periodo dei Saturnali tendo a perdere interesse in esso, soprattutto se si dipana in un susseguirsi di settimane senza fenomeni nevosi. In gennaio sono già preda dell’accidia metereologica. Al mattino talvolta si scende sotto zero, ma il resto delle giornata si vivacchia su temperature che non sanno di niente. Arriva poi febbraio e con esso pioggia e nevischio. In alto appennino cade una gran quantità di neve che si estende sino ai paesi della fascia pedemontana, Stonecity compreso.
Stonecity – febbraio 2018 foto TT
Qui sulle rive del Bondeno una brodaglia gelata di pioggia mista a neve.
Così cammino all’ombra del blues sotto un cielo freddo e scuro. Colonna sonora: i Fleetwood Mac di mezzo.
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Bare trees, gray light Oh yeah it was a cold night Bare trees, gray light
I was alone in the cold of a winters day You were alone and so snug in your bed
Oggetti che se ne vanno
Non è facile gettare oggetti a te cari, oggetti che ti hanno accompagnato for a long and lonely time. Questa volta tocca alle mie vecchie cuffie Pioneer. Era dal 1979 che le avevo con me, con esse ho ascoltato migliaia di dischi, ho registrato i miei demo tape sul Tascam 4 piste e ho sentito centinaia di cd la notte quando, in preda ai tremori rock, non potevo esimermi dall’ascoltare a discreto volume la musica che mi tiene in vita. Ed ora eccole lì, ormai non più funzionanti grazie alla pisciate di qualche felino dispettoso che vive con me. Che dispiacere disfarsene.
Vecchio cuffione, quanto tempo è passato! Quante illusioni fai rivivere tu! Quante canzoni sul tuo passo ho cantato, che non scordo più. Sopra le dune del deserto infinito, lungo le sponde accarezzate dal mar, per giorni e notti insieme a te ho camminato senza riposar!
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Vecchie Cuffie – foto TT
Due anni senza Brian
Oggi fanno due anni senza il vecchio Brian. Da allora il blog ha smesso di parlare della gestione di un vecchio, di alzheimer, della fatica che fanno i figli nel vedere i genitori svanire pian piano nel nulla. A distanza di due anni la commozione è ancora facile, mi basta guardare una sua foto, oppure pensarlo un po’ che mi si inumidiscono gli occhi. A volte mi sembra strano di avere del tempo libero, tempo che negli anni passati non avevo, assorbito com’era dalla sua conduzione. Rileggo i post del 10 febbraio del 2016 e quello del 5 febbraio dell’anno scorso, inutile ripetersi.
Il vecchio Brian 2011 – foto TT
Aggiungo solo che anche oggi il vecchio Brian mi manca e che vorrei averlo ancora qui con me, ma questa è la vita e non c’è niente che noi – mammiferi con la coscienza di sé sperduti in una minuscola porzione di universo – si possa fare se non accettarne il non senso. Mille uomini, Brian, mille uomini.
Il vecchio Brian 2012 – foto TT
Il Giorno della Memoria
Leggo di una sindaca leghista di un paese lombardo che su un social scrive più o meno “visto che è il giorno della memoria ricordate di andare a prenderlo nel culo”. Mi chiedo a che livello arriveremo. C’è un senso di inciviltà, di violenza (verbale e non) che disarma, si ostenta la propria ignoranza, si dileggia la scienza, la cultura e il sapere degli altri con una veemenza terribile. Si bruciano manichini della presidente della Camera, si torna all’oscurantismo religioso, al razzismo più bieco, a ideologie che non dovrebbero più nemmeno essere contemplate. Continuo a sorprendermi di questo, l’involuzione è continua e costante.
Francesco, amico che fa parte della comunità di questo blog, mi manda via email due link. Piacevole sapere che un Tirelli, nato a un tiro di schioppo da dove sono nati i miei avi, seppe compiere azioni tanto nobili ed è doveroso pubblicarlo sul blog, a mo’ di argine contro l’avanzata delle fogne.
Saura non riesce a stare con le mani in mano, avendo ereditato da suo nonno Inìgo doti attitudinale circa la manualità quando non sistema gli impianti elettrici di casa, quando non costruisce comodini di legno / quando non sistema i pannelli isolanti sotto al tetto della casa, deve trovare un modo affinché le mani smettano di prudere. La sua nuova mania (che va di pari passo con la mia relativa alle nuove ristampe di vinili) consiste nei puzzle 3d, specificatamente dedicati agli edifici di Harry Potter.
La sera, dopo aver cenato, io mi fiondo davanti a Sky Sport speciale calcio mercato, oppure davanti all’ennesima puntata di Babylon Berlin o infine nello studiolo. Qui completo le mie ultime canzoni, ascolto qualche vinile o continuo la recensione dell’ultimo box set degli ELP (prima o poi sul blog). Dopo un po’ mi chiedo dove sia finita la pollastrella, vado in cucina e la vedo nei panni dell’ architetta pazza.
Le Costruzioni di saura – Harry Potter – foto TT
Ammiro molto la sua abilità, la sua autodisciplina…
Le Costruzioni di Saura – Harry Potter – foto TT
e ancora una volta mi chiedo con che razza di donna mi sia messo…
Le Costruzioni di Saura – Harry Potter – foto TT
le costruzioni finite sono molto belle, ma la casa è piccola, così finiscono o sui miei scaffali di cd o sulla libreria in sala
Le Costruzioni di Saura – Harry Potter – foto TT
Una volta costruiti tutti i 3D disponibili di Harry Potter pensavo si sarebbe calmata e invece ecco che una bella mattina, al lavoro, ricevo un suo messaggio:
“Tyrrell! Guarda che bella! Una ghironda da costruire!” E dopo poco. “Tyrrell, non ho resistito, l’ho ordinata”.
Ghironda da costruire
Ghironda da costruire
E già sogna di inserire nella scaletta degli Equinox “Nobody’s Faul But Mine” versione Page & Plant, quella con l’hurdy gurdy, la ghironda insomma. Ogni tanto mi fermo a contemplare questa amazzone reggiana, questo tornado dalla cresta bionda, questa pazza scatenata che le sue amiche al lavoro chiamano “la giaguara” e torno a chiedermi “ma come cavolo farò a starle dietro?”
LaSaura – gennaio 2018 – foto TT
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Instagram Blues (sulle orme di Wanda Nara)
Sono iscritto ad Instagram, questo perché sono così pazzo per l’Inter che seguo i profili dei giocatori. Il pettegolezzo e l’edonismo di questi umani che giocano su campi di calcio dietro compensi milionari non mi interessano, ma nell’essere aggiornato sulle loro attività, sul loro umore, sui loro pensieri (?) m’illudo di placare l’ansia da football che ho quando la squadra incomprensibilmente a dicembre inizia a implodere su se stessa e a diventare un buco nero(azzurro). Se li vedo sorridenti mi calmo e guardo al futuro con fiducia. Questo ahimè capita raramente con croati e sloveni ad esempio; Brozović, Perišić e Handanovič hanno un’unica espressione, peggio di Clint Eastwood che – a detta di Sergio Leone – ne aveva due: con e senza cappello. Saranno contenti oggi? Sono incazzati? Scazzati? Felici? Tristi? Euforici? Abbacchiati? Su di giri? Giù di giri? Vallo a capire.
Brozo-Handa-Perisic
Così mi sposto sugli argentini, ed in particolare sul capitano-bomber e sul suo agente (sua moglie Wanda Nara, insomma). Il fatto è che postano su Instagram con una frequenza tale fa far girare la testa. Wanda poi è un continuo mostrasi in tutte le pose immaginabili. Questa ostentazione di sé mi disturba, a maggior ragione se si tratta del capitano della squadra e del suo manager appunto. Certo, non mi obbliga nessuno, ma le sorti dell’Inter mi stanno così a cuore che, vista l’impenetrabilità della proprietà, cerco risposte tra le inezie pubblicate da quei due. Il problema è che a furia di vedere tutti quegli autoscatti un giorno mi son detto, va beh, lo faccio anche io.
Office blues – autoscatto TT
I see a little silhouette of a man – autoscatto TT
Office blues – autoscatto TT
Ho provato tre giorni a fare il simpatico, il creativo, l’uomo di blues, poi ho capito che è meglio che la smetta e che che torni a pubblicare foto di Jimmy Poige
The Dark Lord live 1975
Il mio amico Palmiro
Nei mesi invernali la mia amicizia col gatto Palmiro si fa più intensa, con giornate più corte e fredde il diavoletto nero della Tasmania cerca i suoi umani con più frequenza. Di notte dorme nel lettone con noi, esattamente in mezzo poi, dopo che la sua umana si alza, gli dà da mangiare e infine esce per andare al lavoro, viene da me per una mezz’oretta di amicizia pura. Inizia a fare la pastella e le fusa su di me e poi si sdraia accanto a me infilando il suo muso sotto al mio mento. E’ piacevole nelle fredde e buie mattine invernali ritrovarsi con una sciarpona felina intorno al collo, una cotoletta di pelo nero che con la sua vicinanza ti mette di nuovo a tuo agio in questa porca vita. Sono anni che lo scrivo e lo vivo, l’interazione tra due mammiferi di specie diverse che vivono insieme mi sorprende sempre. Ringrazio il nulla cosmico onnipotente che ci ha messo l’uno nelle zampe dell’altro.
Palmiro – febbraio 2018 – foto TT
Io credo che si possa chiamare davvero amicizia, perché non ho mai visto un gatto fidarsi così tanto di due umani. Palmir non considera nemmeno per un secondo l’ipotesi che – anche solo accidentalmente – gli si possa fare male, che lo si possa lasciare da solo. Spesso va a dormicchiare sopra al frigo, quando vado a tirarlo giù si lascia prendere come fosse un sacco di patate, non accenna nemmeno un po’ ad aggrapparsi a me, sa che non lo mollerei mai. Quando lo prendo in braccio devo poi stare attento quando lo rimetto a terra perché lui dà per scontato che lo faccia atterrare con dolcezza estrema. Davvero, non ho mai visto un gatto fidarsi così ciecamente di due umani.
Palmiro – febbraio 2018 – foto TT
Per uno motivo a me incomprensibile Palmiro pensa che quando sono sul divano intento a dare un’occhiata al cellulare e faccio partire un video o un file musicale, io sia in pericolo e allora accorre e viene a tranquillizzarmi. Rimango sempre di stucco. Una volta stavo stringendo la pollastrella durante un fiotto di passione, e una volta sentiti i sospiri della sua mammina Palmir si è precipitato, preoccupato com’era che le stesse succedendo qualcosa. E’ il suo modo di prendersi cura di noi. E’ un gatto adorabile, e mi ritengo tanto fortunato ad averlo con me.
Palmiro – febbraio 2018 – foto TT
Spesso poi mi fa ridere. Naturalmente ogni giorno non vede l’ora di andar fuori a gatteggiare per la campagna, quando però si accorge che non è che ci sia sempre il sole e che i campi sono gelati e umidi, si ferma sotto il pino, e dopo 20 minuti è già pronto per tornare in casa. Molto meglio sdraiarsi in pose buffe davanti alla stufa che avere a che fare con il nevischio.
A Palmiro non piace il nevischio, preferisce la stufa – 3/2/2018 – foto TT
Long Playing Blues
Si conferma il trend degli ultimi mesi: in casa ascolto solo vinili. L’altro giorno ho messo sul piatto Wish You Were Here, uno di quei album così belli e famosi che spesso non ce la fai ad ascoltarli, troppa l’esposizione nel corso degli anni. Eppure me lo sono gustato tutto dall’inizio alla fine. Che capolavoro.
WYWH – foto TT
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News Of The World è uno dei “miei” album, uno di quelli della mia gioventù, e a parte questo penso che in generale sia uno splendido album di musica rock. Una volta postata questa foto su FB uno dei miei contatti ha commentato “No, i Queen no!”. Se a qualcuno il gruppo di May e Taylor non piace nessun problema ovviamente, ma il senso di quel commento era di un altro tenore, tipo i Queen sono un gruppetto non degno di essere considerati un vero gruppo rock. Io invece rivendico la loro grandezza. Certo, nel corso degli anni ottanta pubblicarono anche sconcezze, ma chi non lo fece? La puzza sotto il naso non mi è mai piaciuta, capisco che gli errori e gli orrori di certa stampa musicale italiana incidano ancora oggi, ma ad un certo punto, da adulti, bisognerebbe saper guardare le cose nella prospettiva più ampia. Personalmente ritengo i Queen 1975/1980 un gran gruppo, autore di album memorabili, e NOTW è uno di questi.
Sul piatto News Of The Words – foto TT
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Alla Bottega si parla di pedaliera-basso e di Theremin
Il mercoledì dopo il nostro concerto alla Bottega dei Briganti torniamo nel locale a cena e per sentire una tribute band degli AC/DC. Il locale è già bello pieno. Abbiamo prenotato, ci indicano il tavolo, malgrado una P sia rimasta per strada, non possiamo confonderci.
Table Reservation – Bottega Dei Briganti 31-1-2018 – foto TT
Nemmeno il tempo di sederci che una ragazza del tavolo di fianco ci saluta “Ciao, voi siete degli Equinox, vero? La settimana scorsa ero qui a sentirvi”, parlando con i due amici seduti al suo tavolo “Lei è la bassista e tastierista, pensate che mentre suona la tastiera fa anche la parti del basso con la pedaliera basso.” Rimango basito, non è automatico che la gente capisca il meccanismo e la bravura di Saura. Ricordo che un volta un suo amico musicista venne e vederci e a fine concerto non aveva capito che mentre Saura era alle tastiere suonava anche la pedaliera. Siamo dunque entrami sorpresi e le facciamo i complimenti.
“Lui invece è il chitarrista” continua “in Whole Lotta Love usa uno strumento elettronico, una antenna che emette dei sibili elettronici e che in pratica è un oscillatore di frequenze.”. “Il Theremin” faccio io“, “Ecco sì il Theremin…”
Ecco, che grazie a noi ci sia in giro gente che parli di Pedal Bass e di Theremin senza essere per forza ferrata in materia, mi entusiasma.
Insalatone vegetariano per Saura, Hamburgher “Montecavolo” per me. Coca e Blanche belga.
Tim – Bottega Dei Briganti 31-1-2018 – foto Saura T
Saurit – Bottega Dei Briganti 31-1-2018 – foto TT
Il locale è strapieno, il gruppo è della zona, è chiaro che molti sono amici dei musicisti, ma è altresì chiaro che gli AC/DC tirano, puntando alla pancia delle persone si fanno seguire d’istinto. Mi fa piacere che la band faccia riferimento agli AC/DC versione Brian Johnson, ho una gran simpatia per l’urlatore di Dunston. Il cantante che lo imita non se la cava affatto male, anzi è proprio bravo, poi è un comunicatore, un istrione giù alla buona, e la gente lo segue. Bravo anche il chitarrista che fa Angus. Non è però una proposta che fa esattamente per me, indossano parrucche, giocano a fare i cazzoni, spesso tutto sconfina nella macchietta, e io non sono il tipo giusto per queste cose. Ma riascoltare certi pezzi fa bene, e poi, il locale è pieno come un uovo. La Bottega dei Briganti rimane al top.
Coop Tales: intercalari
Sabato di buon mattino alla Coop, as usual. Reparto frutta. Sto prendendo un sacchetto e un guanto di plastica con l’intenzione di andare a scegliere delle arance. Di fianco a me un signore sui 65/70 anni alle prese con le bilance automatiche. Sta pesando della frutta, ma è in difficoltà, non capisce che è già nella videata finale. Si rivolge a me in cerca di aiuto senza chiedermelo direttamente, lo fa con una domanda/esclamazione nella speranza che chi è lì vicino gli dia una mano:
“ …. madòna, e adèsa coma fàghia?” . Prima della parola madonna mette il nome in dialetto (con una sola c quindi) dell’animale che sta in copertina di Atom Heart Mother. Tradotto in maniera pulita: “santa madonna, e adesso come faccio?”. Aiuto il signore, che ringrazia e mi saluta con calore. Torno alle mie faccende, scuotendo la testa e sorridendo. L’imprecazione era scevra di particolari volgarità, sebbene potrà sembrare il contrario ai credenti, e discende da antiche pulsioni nate quando la Romagna (e di riflesso l’Emilia) era sotto l’influenza e il giogo dello Stato Pontificio. Io da ateo me la rido, ma mi chiedo se al mio posto ci fosse stato un cattolico un po’ sensibile cosa sarebbe successo…
Mattina piovosa
E’ venerdì. Sveglia alle 6, ho gli esami del sangue per il solito controllo annuale. Niente di che, ma col blues che mi attanaglia in questi ultimi mesi e che rende precario il mio umore è un impiccio. Piove, mi metto in macchina, ho l’animo tra il leso e il frusto, tra il liso e il molto adoperato insomma. Fino a che sono sulle blue highway rollo tranquillo in un quadretto di colori e di sensazioni molto blues.
Mattina piovosa – foto TT
Sulla via Emilia il traffico aumenta e a Stonecity diventa terribile. Arrivo all’ospedale in ritardo, dopo le 8, mi aspetto un gran casino e invece sono colpito dal fatto che ci siano ancora molti parcheggi liberi. “Mah” mi dico. Mi dirigo verso il centro prelievi. La nuova procedura in vigore da alcuni mesi vuole che non si prendano più gli appuntamenti al cup per esami di questo tipo ma che ci si rechi sul posto direttamente con l’impegnativa del medico. Immagino un girone dantesco e invece, tutto è tranquillo. Ritiro il biglietto numero 163. Nemmeno il tempo di sedermi che tocca a me. La signorina mi dà il foglio del ticket e gli adesivi con il codice a barre collegati al mio nome. Mi metto in coda alla macchinetta automatica per i pagamenti, ma non faccio nemmeno in tempo a guardarmi in giro che chiamano il mio numero per il prelievo. Il personale è gentilissimo. Esco, pago il ticket. Tempo impiegato 9 minuti. Capisco che non sia così dappertutto, capisco che al sud la situazione sia delicata, capisco che tutti vorremmo di più e che ormai è diventato d’obbligo lamentarsi, ma capisco anche che sia anche giusto sottolineare i servizi che funzionano.
Sono in ufficio alle 8,30, alle 9 ho una riunione. Per colazione mangio una di quelle miscele di frutti esotici essiccati da nuffia, un po’ di frutta fresca e mi bevo un deca. Fuori dalle grandi finestre la pioggia continua a cadere. La luce artificiale dell’ufficio ben si intona con il blu livido del mattino. Accendo la candela al rabarbaro e thé nero che ho sulla scrivania.
Mattina piovosa – office blues – foto TT
Entro in riunione, ne esco alle 10. Vi rientro per un approfondimento. Ne riesco. Guardo alle mie spalle le foto di Robert Johnson, del Dark Lord e della Bad Company. Mi avvicino alle finestre. Scorre il giorno. Verso le 17 mi ritrovo nella stessa posizione davanti alle vetrate. Scende la pioggia ma che fa, crolla il mondo intorno a me … ascolto il rumore di fondo della città, domani dovrebbe nevicare, chissà, ma quantomeno sarà sabato, potrò godermi un po’ il mood tranquillo della Domus Saurea e lenire i miei blues. E’ quello che anelo, ma poi mi arriva un messaggio dalla pollastrella, l’architetta, l’elettricista, l’idraulica, la marangona insomma.
“Sono all’Obi. Ho pensato ad una soluzione per quel problema della credenza in cucina, compro una striscia di legno e dei tasselli così domani la fisso e ricavo il posto per la ciabatta. In più ho preso altre due tavole di legno così costruisco due ripiani per lo scomparto della scrivania dello studiolo, in modo da poter utilizzarlo in maniera più funzionale. Finché ci sono compro anche un nuovo soffione doccia, con il tubo e il saliscendi. Così domani monto tutto. Ciao Tyrrell”.
Addio sogni di un fine settimana ritemprante. Me tapino.
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P.S. sabato…
Falegnameria Ganassi di Saura T- foto TT
Falegnameria Ganassi di Saura T- foto TT
Falegnameria Ganassi di Saura T. – foto TT
Saura Plumbing – EMERGENCY SERVICES AVAILABLE – SERVING THE BORGO MASSENZIO AREA – COMMERCIAL & RESIDENTIAL – foto TT
Suonare di mercoledì sera ci vuole tanto, troppo coraggio ma alla Bottega è quella la serata dedicata alla musica dal vivo. I ritmi della vita odierna fan sì che sia una faticaccia e che il mattino del giorno dopo al suonar della sveglia nomi di animali da cortile vengano accostati a divinità cristiane (@matteo pedrini).
Al mattino Lele è alle prese con l’ennesima area cortiliva da sistemare, Pol si adopera per mantenere efficiente il magazzino della ditta in cui lavora e Saura sgobba per sistemare e controllare eventuali incongruenze dei pagamenti degli utenti della società multiservizi di cui è dipendente. Io amministreggio la piccola ditta di cui sono socio. La pausa caffè la passo al telefono con Gianni Della Cioppa. Lo scriba di Verona mi chiede se andrò a vedere l’Inter a Ferrara, in caso verrebbe volentieri anche lui, ma domenica per me è impossibile, ci diamo così appuntamento alla prossima occasione. Mi chiede anche due dritte su un tema a me conosciuto, a breve terrà un conferenza su Jimmy Page, e visto due cosette sugli assoli del Dark Lord le so, mi chiede un piccolo aiuto. Meno male che ogni tanto ho la possibilità di ritagliarmi 10 minuti per estraniarmi dal lavoro e parlare di ciò che mi preme. Saluto GDC, mi rimetto alla scrivania. Nel primo pomeriggio lascio l’ufficio e poi seguo il solito iter: viaggio in macchina fino alla Domus, caricamento del nostro equipaggiamento, doccia e via verso il locale. Attraversare la città verso le 17/17,30 è uno sport estremo, tangenziali piene, code, scie dei fari posteriori delle macchine che obnubilano i pensieri.
L’arrivo a Mountcabbage (Montecavolo insomma) è sempre inquietante, sulla sinistra c’è una azienda che ha una grande statua di padre pio di fianco all’entrata. I throw a madonna as usual. Scarichiamo l’armamentario, nel frattempo arrivano Lele e Pol, prepariamo la strumentazione sul palco, poi è già tempo poi di soundcheck e della cena.
The Equinox – Bottega dei Briganti, Montecavolo (RE) 24/1/2018 – foto TT
Saura, che è vegetariana, mangia verdure grigliate e patate, mentre noi tre ci diamo alle specialità tipiche di questa bella hambugheria. Mi bevo in tranquillità una buona birra belga bianca mentre vago con i miei pensieri. Per noi essere qui alla Bottega è un po’ come per i LZ essere al Forum di LA. E’ ormai il quarto concerto che facciamo qui, la sala è sempre piena, l’entusiasmo del pubblico sempre concreto, le vibrazioni sempre ottime. Con Valerio, il titolare, ci siamo sempre trovati bene, e anche stasera il feeling è evidente.
The Equinox – Bottega dei Briganti, Montecavolo (RE) 24/1/2018
Il pubblico è numeroso, tutti i tavoli sono occupati e in fondo alla sala e intorno al bancone ci sono persone in piedi. Con Lele commentiamo il fatto che qui nel reggiano per queste cose la gente ha una marcia in più, le persone escono anche il mercoledì sera per vedere un concerto rock, c’è più trasporto per la musica dal vivo, mentre a Modena sembra quasi che si sia tutti un po’ troppo fighetti e choosy. E’ sempre stato così, qui nella Regium county l’atteggiamento è più ruspante, c’è un background blues che non si trova mica dappertutto, qui spesso ci si sente nel bayou, nelle barrelhouse e nei jukejoint della Louisiana e del Mississippi.
Non mi sento particolarmente brillante stasera, mi sono preparato a dovere, ho la mano sciolta e calda – limitatamente al mio modo di essere chitarrista – mi sono preparato a dovere, ma arranco un po’ sotto i colpi del blues. A fine concerto Riff mi dirà: “ho visto che hai sofferto molto, siamo proprio uomini di blues”.
Non ho ricordi particolari della mia esibizione, non ho idea di come abbiano cantato e suonato Pol e Saura, proprio non li sentivo, mentre posso dire che Lele – che avevo di fianco – ha suonato da par suo. Che batterista, ragazzi!
Train Kept A-Rollin e Nobody’s Fault But Mine come inizio.
The Equinox – Bottega dei Briganti, Montecavolo (RE) 24/1/2018 – foto Patrizia Manzotti
Segue Black Dog, di cui mia cugina Patty filma gli ultimi secondi.
Heartbreaker, che mi par venuta bene, e quindi Dazed And Confused. Con quest’ultima gli Equinox raggiungono lo zenit, deve essere una sensazione comune perché alla fine riceviamo uno degli applausi più fragorosi che la nostra versione del brano – brano non certo per mammolette – abbia mai ricevuto. Il resto mi scivola addosso senza troppi clamori … What Is, MMHop, SIBLY, Ramble On, Moby Dick/Bring It On Home, I’m Gonna Crawl, The Song Remains The Same. In SIBLY, dopo l’assolo, la pedaliera basso di Saura fa le bizze, una nota resta fissa, si è “incantato” qualcosa. Siamo costretti a fermarci qualche secondo, Saura spegne e riaccende e tutto si sistema.
Fa la comparsa in scaletta Hot Dog, prima volta che la suoniamo con questa formazione. Un up tempo che potrà anche sembrare un country & western un po’ gnocco ma che dal punto di vista chitarristico è molto impegnativo. Il riff principale e l’assolo sono suonati ad alta velocità, la diteggiatura non è così semplice come sembra, occorre dunque essere preparati a dovere. Do un’occhiata al pubblico, in molti si muovono a tempo. Cambio chitarra per Kashmir dove nel finale mi perdo un po’. Non è un pezzo difficile, ma bisogna essere costantemente concentrati per prendere tutti i cambi, e io son perso nei miei pensieri, il divagare è deleterio se lo fai mentre stai suonando.
Imbraccio la doppio manico. It’s Stairway time. Sento a malapena Saura, spero di andare a tempo con lei. Allungo l’assolo più del solito, ci infilo la raffica di bicordi tipici del tour del 1975 dei Led Zeppelin, chissà se qualcuno lo nota. Alla fine alzo la chitarra, la doppiomanico riceve sempre una standing ovation. Whole Lotta Love con la sezione funk e il theremin, poi Communication Breakdown con altro break funk con tanto di presentazione (e dove accenno a Jam Sandwich dall’album Death Wish 2 di Jimmy Page) e infine Rock And Roll.
Il pubblico, bontà sua, ci tributa un caldo applauso. Qualche minuto di decompressione e poi inizia lo smontaggio della strumentazione. E’ un momento desolante, faccio la spola tra il palco e la macchina parcheggiata fuori per caricare le nostre cose, quando vorrei essere al banco a bermi un buon rum e chiacchierare con delle groupie. Questa faccenda dell’armamentario che ci portiamo in giro sta diventando un chiodo fisso per me, anche Lele mi chiede come faccio, sa che poi una volta alla Domus, dobbiamo scaricare e portare parte degli strumenti su in soffitta. L’umore vira sul grigio cenere, in sequenza mi chiedo: perché mi sono messo con una musicista, perché la musicista con mi sono messo suona con me, perché la musicista con cui mi sono messo e che suona con me suona sia il basso, sia le tastiere, sia la pedaliera basso, sia il mandolino. Un conto sarebbe andare in giro con amplificatore, pedaliera e un paio di chitarre, un conto è andare in giro con la strumentazione che avevano gli Emerson Lake & Palmer nel tour del 1977 con l’orchestra…
ELP 1977 tour entourage & gear
La blues mobile è di nuovo piena come un uovo, sono accaldato sotto alla giacca a vento, il ghiaccio sul tetto delle macchine brilla alla luce dei lampioni, sto precipitando in un buco nero, avrei bisogno di una scala per risalire, mi sa che chiamerò il tour degli Equinox di quest’anno “Get Me A Ladder Tour”. Arriva Saura, mi chiede se tutto è ok, “Senti, ti lascio, non voglio più fare questa vita” vorrei dirle, invece piego il capo e accenno ad un “sì, sì, tutto bene”.
Salutiamo Valerio e i ragazzi della Bottega, si torna a casa. E’ l’una, la Sigismonda rolla placida attraverso la notte, dalla radio arriva “Black Velvet“di Alannah Miles, mi torna in mente la canzone di Robert Plant a lei dedicata, “29 Palms“, i due ebbero una liaison amorosa.
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Arriviamo alla Domus Saurea, finiamo di sistemare tutto verso le 2, doccia e a letto. La pollastrella crolla quasi subito, io ho ancora un po’ di adrenalina in corpo così leggo Greg Iles, spengo la luce alle 3.
Sveglia alle 7. Con la stessa eleganza di un leone marino arenato sulla spiaggia, mi trascino in bagno. Non faccio colazione. Entro in macchina e parto per Stonecity. E’ da un paio di giorni che sto ascoltando il cd3 della nuova super deluxe edition dell’album dei Fleetwood Mac del 1975. E’ il dischetto dedicato al tour di quell’anno dove ancora si soffermavano sui pezzi del primo e secondo periodo del gruppo; la loro versione di Station Man con quel gran figo (nonché chitarrista supremo) di Lindsey Buckingham con la Gibson Les Paul mi rimette al mondo.
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Arrivato al lavoro, mangio un po’ di frutta, mi faccio un caffè e mi metto a lavorare. Sulla chat whatsapp del gruppo arriva un autoscatto di Lele con tanto di commento: “Zio can che blues!”. Come posso lamentarmi, qui al calduccio del mio ufficio mentre Mr Tamburino è li ci dà di escavatore?
LELE – The day after The Equinox at Bottega dei Briganti, Montecavolo (RE) 24/1/2018
Poco dopo Saura manda il suo office blues …
SAURA – The day after The Equinox at Bottega dei Briganti, Montecavolo (RE) 24/1/2018
seguita da Pol col suo warehouse blues…
POL – The day after The Equinox at Bottega dei Briganti, Montecavolo (RE) 24/1/2018
infine invio il mio administration blues.
TIM – The day after The Equinox at Bottega dei Briganti, Montecavolo (RE) 24/1/2018
La sera arrivo a casa un po’ stanchino, Saura fa giusto in tempo a raccontarmi che ha telefonato Valerio per farci ancora i complimenti e dirci che parecchi avventori del locale si sono raccomandati di far sapere al gruppo che hanno molto apprezzato la proposta, che alle 21,30 è già letto. La raggiungo verso le 22,30, un Southern Comfort a mo’ di sonnifero e “L.A. goodnight“.
La Fiera Del Disco di Mutina è da anni inglobata in quella dell’Elettronica e dei Fumetti. Lontani sono i tempi quando l’intero vecchio palasport di via Molza era ad essa interamente dedicato, ora la mostra mercato si sviluppa in meno della metà di uno dei padiglioni della fiera. Chi la fa da padrone è la fiera dell’elettronica visto che ha a disposizione interi capannoni e un flusso costante di gente, a seguire ci sono i fumetti e gadget ad essi collegati che portano tutta la fauna dei cosplayer e infine noi, gli amanti della musica e dei dischi, relegati in sole cinque/sei file di stand. Quest’anno mi si dice che vada meglio delle ultime due edizioni, ma non c’è da rallegrarsene più di tanto, la situazione non è comunque granché.
Son qui col mio amico Paul Lyson e tutti e due abbiamo come scopo comprare dei vinili, o meglio comprare recenti ristampe di album in vinile che probabilmente già abbiamo. Riflettiamo sul fatto che entrambi ormai non acquistiamo più cd, se lo facciamo è solo per cofanetti o deluxe edition. Dico al mio amico che aspetto con ansia la pubblicazione (prevista per febbraio) di due box set di Edgar Winter ma che per il resto sto concentrandomi solo sui vinili. Curioso, non credo di essere mai stato un feticista del vinile, li ho comprati fino al 1988 e poi sono passato ai cd senza tanta fatica, anzi. Eppure sono ormai alcuni mesi che compro e ascolto essenzialmente solo vinili, che poi quando ero giovane non li chiamavano mica vinili, ma dischi o ellepì.
Compro solo (o quasi) nuove ristampe, a differenza del mio amico Polbi, anche se rifletto spesso su un suo recente commento:
Paolo Barone: “Non ho mai smesso di comprare vinili, anche se negli anni novanta era diventata una cosa episodica. Ora come tutti sappiamo le cose si sono ribaltate, e i cd non li compra più nessuno, ne abbiamo già parlato. Tranne in poche occasioni pero’, non sono attratto dalle ristampe. Non lo so…non mi prendono…adoro invece trovare i dischi originali, sempre che la spesa sia contenuta più o meno entro i costi del vinile nuovo. Non ho quindi molti album di valore collezionistico particolare. Un eccezione mi e’ arrivata invece con un regalo a novembre, The Piper at the Gates of Dawn del 1967 seconda stampa stereo inglese. Un disco che vale fra i 250 e i 500 euro, probabilmente il disco più costoso che ho mai avuto. Al di la’ del puro piacere di ascolto, immenso, tenere fra le mani quel disco che ha la mia eta’ e’ stata un esperienza particolare. Lo guardo ancora, e penso a mille cose. Chissa’ come cazzo e’ arrivato a San Francisco nel negozio (Amoeba, il più grande che ho visto in vita mia) dove mi e’ stato comprato. Avra’ avuto altre case, altri momentanei padroni/custodi, oppure uno solo e poi il negozio? 50 anni sono tanti per me e per lui, quante cose sono successe per fare arrivare quel disco a me, dal momento che e’ stato stampato nella Inghilterra psichedelica del magico 1967…E dopo di me dove andrà? Non possediamo veramente nulla, siamo solo nel migliore dei casi dei compagni di strada delle cose che amiamo. Avevo fatto questa riflessione proprio con Tim alcuni anni fa pensando alle case se non ricordo male. E poi un vinile originale e’ anche una piccola macchina del tempo, che ci restituisce l’illusione di un ascolto così come era stato pensato al momento della creazione artistica. Siamo fortunati in questo senso, un vinile tenuto decentemente praticamente rimane inalterato nel tempo, credo più di un dipinto o una fotografia”
Punta di vista profondo quello di Polbi, ma per me è diverso. In primis alcuni degli originali che avevo e che ho non sono un granché dunque prediligo nuove versioni confezionate meglio, masterizzate meglio e su un vinile migliore. Non sono mai stato un collezionista, le versioni originali non mi attraggono più di tanto … Julia diceva che a me interessa “il bello”, che ricerco “la perfezione” dunque è naturale per me orientarmi sulle nuove ristampe fatte in un certo modo. Che ci che ci posso fare, son fatto così. Qualche bell’originale stampato un Usa, in UK o in Giappone oppure qualche bella edizione del tempo che fu piacerebbe anche a me, ma in generale non sono il tipo che va alla ricerca di queste cose.
Certo è che questo ritorno del vinile, questa moda, questa mania è singolare, in un’epoca dove la veloce fruizione di qualsiasi cosa è l’imperativo, si rallenta e si torna ad impegnare tempo e gestualità nell’ascolto della musica.
Se da una parte è naturale per quelli della mia generazione dall’altra è un vezzo singolare per i ragazzi d’oggi. Noi diversamente giovani cerchiamo di ricatturare le sensazioni della nostra giovinezza, quando passavamo i sabato pomeriggio nei negozi di dischi a scuriosare tra gli scaffali e a spendere migliaia di lire in long playing e i sabato sera ad ascoltarli in religiosa condivisione con gli amici. Tutti intorno all’altare su cui era posizionato il piatto a fissare il disco che girava o le lucine dell’equalizzatore e a fantasticare sull’artwork e sulle note di copertina. Quando sentivamo uno slego di chitarra o una figura di batteria particolare, ci guardavamo beati e soddisfatti, con l’espressione un po’ così che abbiamo noi quando ascoltiamo musica rock, ammiccando l’uno nello sguardo dell’altro. Tutto questo mentre fuori, il sabato sera, c’era da divertirsi con le ragazzine. Ah.
I giovani d’oggi, o almeno alcuni di loro, forse cercano di carpire il gusto di un epoca che probabilmente hanno idealizzato, forse provano a ritrovare un po’ di umanità analogica, a rifiatare da un società che li vuole e li chiama nativi digitali.
Rimane il fatto che acquistare vinili è molto soddisfacente. Alla fiera di cui sopra riesco a trovare ad un prezzo finalmente decente (24 euro) la ristampa di Harvest di Neil Young (che avevo visto in vendita anche a 39 euro), la ristampa di Autobahn dei Kraftwerk (sono in un buraccione mica indifferente, non ascolto altro che non sia il gruppo di Ralf & Florian, sto pensando di trasferirmi a Düsseldorf), la ristampa di News Of The World dei Queen (uno dei “miei” album), la ristampa di Tales From Topographic Oceans degli Yes (da regalare alla pollastrella con cui vivo) e la stampa originale italiana del 1979 di In Concert (live 1977) degli Emerson Lake & Palmer, la cui copertina mi ha sempre emozionato.
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Mi rendo conto che sto spendendo buona parte delle mie entrate in vinili di dischi che avevo o che ho o che posseggo in altri formati, ma fatico a frenarmi. Evidentemente ho dei vuoti esistenziali che devo riempire, o magari lo faccio solo per contrastare i blues della vita, o infine solo per amor della musica. Non riesco a capire, è tutto un disfarsi di vecchi LP e CD e ricomprarli in altra edizione, gettare zavorra e riprenderne a bordo altra merce con la speranza che sia in edizione definitiva. E’ un blues ossessivo compulsivo, ahimè, lo so, ma quando sono al lavoro e mi arriva un pacchetto con due nuove ristampe mi sento meglio, mi si risolve la giornata.
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Il fatto è che è gratificante svegliarsi al mattino di domenica, mettere sul piatto Caravanserai e lasciarsi trasportare dal moto ondulatorio della puntina che dà voce al jazz rock cosmico del gruppo mentre si contempla la campagna e si sorseggia una spremuta …
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… oppure la sera, dopo l’ennesima giornata di lavoro tipica della società capitalista occidentale, richiusi nella propria stanzetta, mettere su i Kraftwerk, lasciarsi andare alla “ostalgie” (nostalgia dell’est), sognare di essere a Berlino Est e che l’Assenzio che si staa bevendo altro non sia che un liquore che si beveva all’epoca in quei posti.
DDR-Tradition
Il cupo sferragliare elettronico dei Kraftwerk del 1977 mi sembra la brillante (?) colonna sonora di una società, la DDR, che – chissà perché – mi son messo a studiare.
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Sì, ascoltare gli ellepì mi permette ancora di costruirmi castelli, di saltare col cuore e con la mente in epoche e situazioni differenti, cosa che non riesco più a fare con i cd.
E allora, come detto, eccomi di nuovo a comprare vinili sebbene cerchi di limitarmi, le possibilità sono quelle che sono, il futuro non pare gran cosa, occorre trovare giocoforza un equilibrio, anche se a volte è proprio impossibile: ho provato a resistere tre anni, ma quando ho visto su di un sito Straight Shooter della Bad Company (che possiedo già sia in vinile e in diverse edizioni di cd ) in versione deluxe ad un buon prezzo, non sono stato capace di resistere. Quella copertina per me è come droga.
Ieri sera la groupie mi ha detto “va là che sei fortunato ad avermi trovata, ti lascio comprare tutto quello che vuoi“, beh, non proprio tutto a dir la verità, l’abbonamento a InterTV su Sky me lo vieta ormai da 9 anni.
Per diverso tempo ho avuto qualche problema con i Montrose, leggevo che il primo album era da considerarsi un caposaldo dell’hard & heavy americano ma non riuscivo a farmelo piacere del tutto. Magari ero inesperto e acerbo ma mi dicevo “è un LP del 1973, non trovo niente di rivoluzionario e il songwriting non riesce ad irretirmi”. Strano perché nei Montrose ci sono parecchi richiami ai Led Zeppelin e il Tim di quegli anni avrebbe dovuto se non altro mostrare interesse, considerando anche che Ronnie Montrose era quello che suonava – benissimo – la chitarra in They Only Came Out At Night di Edgar Winter e solo il demonio sa quanto io da sempre sia attaccato ai fratelli Winter. Fatto sta che solo quando mi decisi di approfondire e arrivai così al secondo, terzo e quarto album riuscii ad avvicinarmi e ad apprezzare il rock del gruppo. La mia propensione per gli album “obliqui” non si smentisce mai. Recentemente la Rhino ha ripubblicato i primi due album in edizione deluxe.
MONTROSE “Montrose (1973) – TTTT
[CD1] 1. Rock The Nation (Remastered) 2. Bad Motor Scooter (Remastered) 3. Space Station #5 (Remastered) 4. I Don’t Want It (Remastered) 5. Good Rockin’ Tonight (Remastered) 6. Rock Candy (Remastered) 7. One Thing On My Mind (Remastered) 8. Make It Last (Remastered)
[CD2] 1. One Thing On My Mind (Demo) 2. Shoot Us Down (Demo – inedito) 3. Rock Candy (Demo) 4. Good Rockin’ Tonight (Demo) 5. I Don’t Want It (Demo) 6. Make It Last (Demo) 7. Intro (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA, 4/21/73) 8. Good Rockin’ Tonight (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 9. Rock Candy (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 10. Bad Motor Scooter (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 11. Shoot Us Down (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 12. One Thing On My Mind (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 13. Rock The Nation (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 14. Make It Last (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 15. You’re Out Of Time (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 16. Roll Over Beethoven (Live KSAN Radio Session, 4/21/73) 17. I Don’t Want It (Live KSAN Radio Session, 4/21/73)
Montrose nel 1971 e 1972 collabora con Van Morrison e con Edgar Winter, con quest’ultimo raggiunge la top 3 americana ma sente il bisogno di una band tutta sua.
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Chiama a sé l’ amico Billy Church al basso, trova un cantante di belle speranze, Sammy Hagar, che a sua volta gli suggerisce un batterista poderoso, Denny Carmassi. Registrano un demo tape e lo fanno sentire al produttore Ted Templeman (conosciuto da Ronnie tramite le collaborazioni precedenti) il quale gli procura un contratto con la Warner Brothers.
L’album esce in ottobre, non può essere considerato un successo immediato visto che non riesce nemmeno ad entrare nella top 100, ma nel corso dei decenni successivi arriverà a vendere oltre un milione di copie, guadagnandosi il disco di platino. Rock The Nation è un brano duro giocato su accordi e riff che sono già nella chitarra, il break più melodico serve a caratterizzarlo un poco. Bad Motor Scooter è un pezzo di Hagar che inizia con un tempo medio che poi viene raddoppiato quando irrompe una slide guitar con un suonaccio davvero particolare. Per alcuni i Montrose sono stati i precursori dei Van Halen, in questo pezzo si percepisce che il gruppo dei fratelli olandesi deve di sicuro qualcosa al gruppo di RM.
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Space Station #5 inizia con un accenno di space rock prima di tramutarsi in un gran roccaccio. Al tempo i Montrose furono etichettati come The American Led Zeppelin, non vi è dubbio che Hagar e Montrose stimassero il gruppo di Page e in questo pezzo lo si può intuire piuttosto chiaramente. L’impostazione non è lontana da quella di Communication Breakdown, appesantita da una ulteriore influenza, quella dei Black Sabbath. Niente male l’apertura psichedelica. Il gruppo è coeso e deciso a seguire il sentiero dell’hard and heavy. E’ evidente che livello tecnico del gruppo è alto.
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I Don’t Want It è un altro pezzo a cui i primi Van Halen devono parecchio. Non amo molto le cover di pezzi rock and roll o rhythm and blues fatte dai gruppi hard & heavy, quasi nessuno riesce a catturarne il senso e lo swing necessario. Anche in questo caso non sono impressionato da Good Rockin’ Tonight se non fosse per l’assolo di chitarra, veramente esaltante. Rock Candy è molto Led Zeppelin. Carmassi si ispira al Bonham di When The Levee Breaks e il gruppo lo segue sui sentieri tracciati dal dirigibile di piombo. On Thing On My Mind è un rock and roll ostinato e sospinto da un certo swing. Make It Last chiude con determinazione il disco. La strofa non convince molto ma il resto del brano funziona.
Con questo primo album i Montrose si incamminarono nella scia di Cactus e Beck Bogert Appice, hard rock americano per simulare e contrastare quello dei Led Zeppelin, ma a differenza dei tentativi di Appice, Bogert e compagnia la band di Montrose riuscì a dare una impronta più moderna e definitiva, capacità che ha reso questo disco un capitolo assai importante del rock duro americano.
Il secondo cd è dedicato al materiale bonus. Ci sono le versioni demo di sette degli otto brani e l’inedito Shoot Us Down, che è un rock un po’ di maniera, perlomeno all’inizio, dopodiché riesce a darsi connotazioni più interessanti. Il resto è relativo alla prima apparizione alla KSAN, che all’epoca era la stazione radio più popolare della Bay Area. La Radio prese ad invitare gruppi per delle sedute di registrazione davanti ad alcuni invitati e a trasmetterle. Questa registrazione era disponibile su bootleg da lungo tempo. La scaletta prevede tutti i brani registrati per l’album d’esordio (compresi un paio di inediti) e una versione di Roll Over Bethover di Chuck Berry
MONTROSE “Paper Money” TTTT½
[CD1] 1. Underground (Remastered) 2. Connection (Remastered) 3. The Dreamer (Remastered) 4. Starliner (Remastered) 5. I Got The Fire (Remastered) 6. Spaceage Sacrifice (Remastered) 7. We’re Going Home (Remastered) 8. Paper Money (Remastered)
[CD2] 1. Intro (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA, USA 12/26/74) 2. I Got The Fire (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA, USA 12/26/74) 3. Rock Candy (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA, USA 12/26/74) 4. Bad Motor Scooter (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA, USA 12/26/74) 5. Spaceage Sacrifice (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA, USA 12/26/74) 6. One And A Half (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA, USA 12/26/74) 7. Roll Over Beethoven (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA USA 12/26/74) 8. Trouble (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA USA 12/26/74) 9. Space Station #5 (Live KSAN Radio Session, Record Plant, Sausalito, CA USA 12/26/74)
Per Paper Money (1974), Ronnie Montrose decide di ampliare i confini del gruppo e di travalicare la formula heavy rock. Il pezzo di apertura è una cover di una canzone del gruppo Chunky, Novi and Ernie (anch’esso prodotto da Ted Templeman) e la differenza con l’album precedente si nota immediatamente. Sviluppo ad ampio respiro e musica più eclettica (ma sempre di matrice rock). Underground nella versione del gruppo è stupenda, Hagar canta magnificamente e Ronnie sembra mettere in pratica ciò che ha imparato lavorando con Edgar Winter. Curioso che l’inciso venga cantato da Sammy Hagar (che allora veniva chiamato Sam) con una melodia che ricalca quella di Pre Road Downs dei Crosby Stills & Nash. Di grande effetto la chitarra doppiata.
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Si continua con una seconda cover, questa volta tocca a Connection dei Rolling Stones, pezzo del 1967. La versione dei Montrose è semplicemente meravigliosa. Ronnie la mette in scena seguendo fedelmente l’arrangiamento di Going To California dei LedZeppelin. Altra prova superba di Hagar, ma è tutto ad essere delizioso: il quieto incedere della batteria, il lavoro pulito del basso, gli abbellimenti di piano, la chitarra acustica portante e quella che simula il ricamo che fu del mandolino di John Paul Jones.
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Con The Dreamer si ritorna all’heavy rock. David Lee Roth utilizzerà nel 1987 qualche passaggio di chitarra di questo bel hard rock per aprire (con Knucklebones) il suo album Skyscraper. Nel mezzo del brano c’è un bel break lento con un intervento niente male del moog. Starliner è un altro esempio dell’ implemento creativo del gruppo. E’ un pezzo scritto dal solo Montrose, uno strumentale eclettico che incorpora l’ennesimo tributo ai LZ di The Song Remains The Same (il brano) e all’uso del theremin che all’epoca faceva JimmyPage. Quello che Montrose mette di suo però è molto interessante. Altro pezzo solo di Montrose è I Got The Fire, un tiratissimo heavy rock sostenuto da tutto il gruppo con grande maestria. Gran lavoro alla solista di Montrose.
Spaceage Sacrifice è articolata. L’approccio e la sostanza sono quelle del rock, trattato però in modo aperto. Gran bell’episodio. We’re Going Home è cantata da Montrose, un brano lento e suggestivo costruito sulle foschie creative del leader. L’assolo di chitarra è una sfuriata elettrica che arriva quasi come una frustata. Paper Money è ritmata, scatenata e ben presentata.
L’album riuscì ad arrivare al 65esimo posto della classifica americana, raddoppiando le vendite e il successo del primo album. Il gruppo rollava e roccava come pochi in quel periodo, peccato che le cose tra cantante e chitarrista iniziarono a peggiorare e che nei primi mesi del 1975 il sodalizio si ruppe.
Per come sono fatto io, questo è un album sensazionale.
Il cd 2 è dedicato alla seconda partecipazione delle KSAN live sessions. La band suona con una “cartola”, come direbbe il mio amcio Lorenz, davvero notevole, le performace dei vari membri sono ottime, in primis quella di Ronnie Montrose, guitar player extraordinaire. One And A Half è un pezzo strumentale sulla chitarra acustica (sarà poi pubblicato sul terzo album”Warner Bros Presnets Montrose!”), anche in questo caso l’influenza di Jimmy Page è evidente. La prova di Ronnie Montrose è anche qui perfetta: feeling, pulizia e controllo dello strumento. Roll Over Beethoven fu suonata anche durante la prima partecipazione, si sarebbe forse potuto presentare qualcos’altro. Trouble è il pezzo di Leiber e Stroller scritto nel 1958 per il film King Creole starring Elvis Presley. Non è un pezzo indimenticabile, basato com’è su uno dei riff blues più usati, ma la band lo affronta con la solita ferocia. Pure questa registrazione era disponibile su bootleg da lungo tempo, ma è confortante vederlA pubblicata ufficialmente.
Sarebbe bello se la Rhino pubblicasse in deluxe edition anche il terzo e il quarto album, Sam Hagar non era più della partita (al suo posto Bob James) ma i lavori rimangono comunque molto convincenti (nel quarto DISCO al basso fece capolino anche Randy Jo Hobbs, figura a me molto cara).
Jimmy Page sta pubblicando attraverso il suo sito cosette davvero interessanti, niente di mainstream naturalmente, ma per chi segue il Dark Lord queste rarità e ristampe sono molto appetibili. L’ultimo arrivo è un doppio disco intitolato Yarbirds ’68, contenente un live album e alcune registrazioni in studio relativi agli ultimi mesi di vita della band.
Il concerto degli Yardbirds all’Anderson Theatre di NY del 30-3-1968 è una registrazione assai nota per chi segue i “Gallinacci” e i Led Zeppelin. Fu pubblicato per la prima volta dalla Epic nel 1971 (per godere del successo che stava ottenunto Page con i LZ) ma Page riuscì a bloccarne la distribuzione.
Fin da subito infatti gli Yardbirds non furono soddisfatti della qualità della registrazione, effettuata evidentemente con equipaggiamento e preparazione insufficienti. Quando la Epic lo pubblicò aggiunse degli applausi finti che resero il tutto più grottesco.
La registrazione fu comunque resa disponibile anche sul bootleg “Last Hurrah In the Big Apple”, titolo famigliare per molti fan.
Malgrado la qualità audio mediocre non fu difficile capire già allora che il Jimmy Page di quegli anni era davvero stupefacente e che gli Yardbirds in versione quartetto erano un gruppo tosto.
Già,la formazione 1967/68 con Jimmy Page alla chitarra fu davvero degna di nota e avrebbe potuto dire ancora parecchie cose interessanti se Dreja, McCarthy e Relf – disillusi e stanchi – avessero avuto la forza di continuare. La musica offerta dal gruppo in quel periodo fu una sorta di proto hard rock velato di psichedelia e sospinto da suggestioni beat e blues. Non bisogna essere ingenerosi e paragonare Dreja, McCarthy e Relf a Jones, Bonham e Plant, gli Yardbirds venivano da un era e da un mondo forse diversi ma avevano comunque un “senso” davvero niente male.
Si pensava che questi nastri fossero andati perduti e invece sono stati ritrovati e rimixati da Page e finalmente pubblicati ufficialmente. Insieme al concerto, anche le session fatte in uno studio di New York di quell’anno.
LIVE AT ANDERSON THEATER – NY 30/03/1968 Train Kept A Rollin’ Mr, You’re A Better Man Than I Heart Full of Soul Dazed And Confused My Baby Over Under Sideways Down Drinking Muddy Water Shapes of Things White Summer I’m A Man (contains Moanin’ And Sobbin’)
Il concerto si apre con Train Kept A-Rollin‘, cavallo di battaglia del gruppo sin dal 1965. Il pezzo fu scritto da Tiny Bradshaw e Lois Mann e registrato da Tiny Bradshawn insieme alla sua orchestra nel 1951. Nel 1956 Johnny Burnette And The Rock And Roll Trio ne fece una sua versione arrangiandolo per chitarra. Gli Yardbirds (con Jeff Beck) la ripresero e grazie a loro il brano divenne negli anni un classico della musica Rock. Train Kept A-Rollin fece parte anche del repertorio live dei Led Zeppelin (1968-1969 e 1980) e divenne inoltre uno dei marchi di fabbrica degli Aerosmith.
La versione degli Yardbirds con Page è ormai la definitiva. Il chitarrista trascina – con la sua Telecaster – il gruppo verso sentieri propri del rock e dell’hard rock. La qualità audio – rispetto alle edizioni disponibili fino ad ora – è un grande passo avanti, ed è davvero una gran cosa potersi finalmente gustare questa registrazione.
Gli interventi di chitarra di Mr. You’re A Better Man Than I sono già quelli che faranno parte dei primi LZ. Il sound della Telecaster di Page è portentoso. Relf, McCarthy e Dreja contribuiscono comunque a tradurre in musica il mood voluto.
Heart Full of Soul è uno dei pezzi storici degli Yardbirds e la versione ad una chitarra sola mi è sempre piaciuta molto.
Il gruppo sentì per la prima volta il riff di Dazed And Confused in America durante una esibizione di Jake Holmes. Page si appropriò del riff e intorno ad esso costruì una sinfonia elettrica che nel 1975 raggiunse i 40 minuti. Qui ci sono già tutti i LZ, la visione di Page era già chiarissima. Riff possente, archetto di violino e sfuriate sulla solista. Forse bisognerebbe iniziare a ridimensionare la storiella che vorrebbe i LZ plasmati ad immagine e somiglianza del Jeff Beck Group (il cui primo album lo ricordiamo uscì nell’agosto del 1968). E’ inoltre sufficiente ascoltare questa Dazed And Confused per capire che siamo su livelli simili a quelli dei Cream e della Jimi Hendrix Experience, se non altro dal punto di vista chitarristico e di approccio.
Segue una discreta versione di My Baby. Il lavoro al wah wah mi ricorda i ricami chitarristici della futura Down By The Seaside dei LZ (da Physical Graffiti). Over Under Sidewas Down è sempre stato uno dei pezzi più eccitanti della band. Page padroneggia il riff con gran personalità. Ottima prova del gruppo. Drinking Muddy Water vede Page alla slide guitar e il gruppo alle prese con la propria anima blues. La armonica di Keith Relf risplende una volta di più in questo pezzo. La magnifica Shapes Of Things racchiude in due minuti e mezzo tutto il profilo degli Yardbirds. White Summer è il momento dedicato alla chitarra. Contenuto in Little Games del 1967, il brano si basa sulla melodia della ballata irlandese tradizionale She Moved Through The Fair (registrata nel 1963 da Davy Graham). Il lavoro di Page è assai bello, un intreccio di scale indiane e arabe assemblate alla sua maniera, qui accompagnato da Jim McCarthy.
Il concerto si chiude con i 10 minuti di I’m A Man, cover di un brano di Bo Diddley (brano che si rifaceva – come succedeva spessissimo all’epoca – ad uno o più canzoni blues precedenti). La sezione dedicata all’assolo di Page è notevole. Come riuscisse a tirare fuori quel sound da una Telecaster ad inizio 1968 è un mistero. Di nuovo l’archetto di violino, qui usato in maniera particolare, che stende la base per il cantato di Relf. Momenti potentemente suggestivi.
Ottimo documento dunque degli Yardbirds di quegli anni, il loro vero e proprio canto del cigno.
STUDIO SKETCHES Avron Knows Spanish Blood Knowing That I’m Losing You (Tangerine) Taking A Hold On Me Drinking Muddy Water (Version Two) My Baby Avron’s Eyes Spanish Blood (Instr.)
In quel periodo gli Yardbirds si ritrovarono anche in studio a New York e quello che combinarono è riproposto nel secondo cd di questo album. Avron Knows (TTTT) si apre con un gran riff che mi sarebbe piaciuto vedere sviluppato meglio con i LZ. E’ musica rock eccitante, gli Yardbirds avrebbero davvero potuto dire la loro anche negli anni successivi. Rock originale e fresco. Ottima prova di Jim McCarthy. Il sound di Page ti fa di nuovo brillare gli occhi.
Spanish Blood (TTTTT) è scritta da Page e McCarthy ed è uno strumentale (su cui si incastona un parlato suggestivo) che inizia con atmosfere spagnoleggianti e che poi prosegue con disegni compositivi che trovo eccelsi. L’impressione che gli Yadbirds con Page e con finalmente un manager come si deve (Peter Grant) sarebbero stati un magnifico gruppo è fortissima.
Knowing That I’m Losing You(TTTT) è la versione strumentale di quello che nel 1970 sarebbe diventata Tangerine dei LZ. Il quadretto che tanto amiamo nella sua prima versione. Taking A Hold On Me (TTTT) è un bel ritmo sostenuto con la melodia che segue il riff di chitarra. Circa a metà un’apertura psichedelica di buon effetto.
Drinking Muddy Water (Version Two) (TTT) nuovo approccio al pezzo apparso l’anno precedente sull’album Little Games. Seguono My Baby(TTT) , Avron’s Eyes (TTT) alternate take di Avron Knows e Spanish Blood (Instr.)(TTT) in versione completamente strumentale.
Questo materiale da studio (soprattutto i primi 4 pezzi) è una versa sorpresa, se il gruppo fosse rimasto insieme sono sicuro che avrebbe pubblicato nel 1968 un gran album. Il materiale qui proposto è alla pari ad esempio con quello contenuto nella parte in studio di Wheels Of Fire (1968) dei Cream.
Certo, non si fossero sciolti, non avremmo avuto i LZ, dunque meglio che sia andata come è andata, ma è giusto togliersi il cappello davanti agli Yardbirds.
Ottima la confezione, un mini cofanetto di due cd a cui è allegato un gran bel libretto.
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(broken) ENGLISH
Jimmy Page is publishing really interesting things through its website, nothing mainstream of course, but for those who follow the Dark Lord these rarities and reprints are very attractive. The last arrival is a double album entitled Yarbirds ’68, containing a live recording and some studio session related to the last months of the band’s life.
The Yardbirds concert at the Anderson Theater in NY on 30-3-1968 is a well known recording for those following the Yardbirds and Led Zeppelin. It was published for the first time by Epic in 1971 (to profit the success that Page was enjoying with LZ) but Page succeeded in blocking its distribution.
In fact the Yardbirds were not satisfied with the quality of the recording, evidently carried out with insufficient equipment and preparation. When Epic published it added fake applause that made it all the more grotesque.
The recording was also made available via the bootleg “Last Hurray In the Big Apple”, a familiar title for many fans.
In spite of the poor sound quality it was not difficult to understand even then that Jimmy Page in those years was really amazing and that the Yardbirds as a quartet were a tough group.
Yeah, the 1967/68 line up with Jimmy Page on guitar was really noteworthy and they had still a lot of interesting things to say if Dreja, McCarthy and Relf – disillusioned and tired – had the strength to go on. The music offered by the group at that time was a sort of proto hard rock veiled of psychedelia and driven by beat and blues suggestions. You do not have to be ungenerous and compare Dreja, McCarthy and Relf to Jones, Bonham and Plant, the Yardbirds came from an age and a different world but still had a “sense”not bad at all.
It was thought that these tapes had been lost and instead were found and remixed by Page and finally published officially. Along with the concert, also the sessions made in a New York studio that year.
LIVE AT ANDERSON THEATER – NY 30/03/1968 Train Kept A Rollin’ Mr, You’re A Better Man Than I Heart Full of Soul Dazed And Confused My Baby Over Under Sideways Down Drinking Muddy Water Shapes of Things White Summer I’m A Man (contains Moanin’ And Sobbin’)
The concert opens with Train Kept A-Rollin ‘, the group’s battlehorse since 1965. The piece was written by Tiny Bradshaw and Lois Mann and recorded by Tiny Bradshawn together with his orchestra in 1951. In 1956 Johnny Burnette And The Rock And Roll Trio made a version of it by arranging it for guitar. The Yardbirds (with Jeff Beck) picked it up and thanks to them the song became a classic of Rock music over the years. Train Kept A-Rollin was also part of the live repertoire of Led Zeppelin (1968-1969 and 1980) and became one of Aerosmith’s trademarks as well.
The version of the Yardbirds with Page is almost the definitive. The guitarist pushes- with his Telecaster – the group towards the paths typical of rock and hard rock. The audio quality – compared to the editions available until now – is a big step forward, and it’s really a great thing to finally be able to enjoy this recording.
The guitar passages of Mr. You’re A Better Man Than I are already those that will be part of the first LZ era. Page’s Telecaster sound is portentous. Relf, McCarthy and Dreja, however, contribute to translate the desired mood into music.
Heart Full of Soul is one of the historical pieces of the Yardbirds and I have always liked very much the version with just one guitar.
The group heard for the first time the Dazed And Confused riff in America during a performance by Jake Holmes. Page appropriated the riff and built an electric symphony around it which in 1975 reached a 40 minutes lenght. Here the spirit of LZ is present and vivid, the vision of Page was already very clear. Mighty riff, violin bow and outbursts on lead guitar. Maybe we should start to downsize the story that would like the LZ shaped in the image and likeness of the Jeff Beck Group (whose first album came out in August 1968). You have just to listen to this Dazed And Confused to understand that we are on levels similar to those of Cream and Jimi Hendrix Experience, if only from the point of view of the guitar and the approach.
A good version of My Baby follows. The wah wah work reminds me of the guitar embroidery of what in the future will become Down By The Seaside by LZ (from Physical Graffiti). Over Under Sidewas Down has always been one of the most exciting pieces of the band. Page masters the riff with great personality. Excellent performance of the group. Drinking Muddy Water sees Page at the slide guitar and the group dealing with its own blues soul. Keith Relf’s harmonica shines once more in this piece. The magnificent Shapes of Things contains the whole profile of the Yardbirds in two and a half minutes. White Summer is the moment dedicated to the guitar. It was included on the album Little Games (1967); the piece is based on the melody of the traditional Irish ballad She Moved Through The Fair (recorded in 1963 by Davy Graham). Page’s work is very beautiful, an interweaving of Indian and Arabian scales assembled in his own way; here Page is accompanied by Jim McCarthy’s drums. Great version.
The concert ends with the 10 minutes of I’m A Man, a cover of a song by Bo Diddley (a song that referred – as happened very often at the time – to one or more previous blues tunes). The section dedicated to guitar solo is noteworthy. How Page managed to get that sound out of a Telecaster at the beginning of 1968 is a mystery. There is again the violin bow, used here in a special way, which lays the basis for the singing of Relf. Powerfully suggestive moments.
Excellent document then of the Yardbirds of those years, their real swan song.
STUDIO SKETCHES Avron Knows Spanish Blood Knowing That I’m Losing You (Tangerine) Taking A Hold On Me Drinking Muddy Water (Version Two) My Baby Avron’s Eyes Spanish Blood (Instr.)
At that time the Yardbirds also found themselves in the studio in New York and what they did is included in the second cd of this album. Avron Knows (TTTT) opens with a great riff that I would have liked to see developed better with LZ. It’s exciting rock music, the Yardbirds could actually have said so much in the following years. Original and fresh rock. Good work of Jim McCarthy on the drums. Page’s sound makes you eyes shine again.
Spanish Blood (TTTTT) is written by Page and McCarthy and is an instrumental (on which is embedded an evocative speech) that begins on Spanish atmospheres and then continues with compositional drawings that I find excelling. The impression that the Yadbirds with Page and finally a proper manager (Peter Grant) would have been a great group is very strong.
Knowing That I’m Losing You (TTTT) is the instrumental version of what was to become Tangerine by LZ in 1970. The lovely moment we like so much in its first version. Taking A Hold On Me (TTTT) is a nice fast track with a melody that follows the guitar riff. About halfway there is a good psychedelic break.
Drinking Muddy Water (Version Two) (TTT§): new approach to the piece appeared the previous year on the Little Games album. This is followed by My Baby (TTT), Avron’s Eyes (TTT), an alternate take of Avron Knows and Spanish Blood (Instr.) (TTT) in a fully instrumental version.
This studio material (especially the first 4 pieces) is a real surprise, I can’t help repeating myself: if the group had stayed together I’m sure it would have published a great album in 1968. The material proposed here is on a par with that contained for example on the studio part of Cream’s Wheels Of Fire Cream.
Of course, had they not split, we would not have had LZ, so better that it went as it went, but hats off to the Yardbirds.
The packaging is excellent, a mini box set of two cds with a great booklet.
Lo scorso dicembre Netflix ha mandato in onda la prima stagione di Dark, una serie TV prodotta in Germania (la prima di Netflix ad essere girata in lingua tedesca). Il tutto si dipana in 10 episodi ad altissima tensione. Il presente (anno 2019) si interseca con il passato (1953 e 1986), tre epoche che entrano in contatto tramite un wormhole (un cunicolo spazio-temporale insomma). Non voglio svelare nulla di più (in caso, qui sotto c’è una specie di sinossi), chi non la ha ancora vista deve accostarsi ad essa senza troppe anticipazioni.
Quello che mi preme dire è che è una serie TV davvero affascinante (e finalmente né prodotta né girata negli Usa) e fatta molto, molto bene. Il villaggio di Winden (Renania) è incastonato tra foreste, grotte e centrali nucleari; la pioggia e le tenebre avvolgono questo piccolo borgo dove accadono fatti sconvolgenti. Thriller e scienza si mischiano insieme alla nebbiosa cupezza che avvolge tutte le puntate e il risultato è vincente. Un paragone può forse essere fatto con Lost, la leggendaria serie TV americana andata in onda dal 2004 al 2010 anch’essa basata su paradossi temporali.
Tornando a Dark è d’obbligo infine sottolineare come personaggi, sceneggiatura, fotografia e regia siano di ottimo livello, la cura dei dettagli poi è sublime. Colonna sonora efficace.
Serie da vedere.
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2019, Winden. Dark, serie tv tedesca prodotta da Netflix, ci trascina nell’atmosfera bigia di una piovosa cittadina della Renania, in cui apparentemente “non succede mai niente”, finché non iniziano a sparire dei ragazzi: prima un liceale, Erik, poi dei bambini. L’indagine della polizia mette subito in luce un dato inquietante: non è la prima volta che a Winden si verificano degli strani casi di persone scomparse, esattamente 33 anni prima qualcun altro è svanito nel nulla.
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